Posts tagged ‘Italia’

18 gennaio 2013

Tax evasion in Italy: Big government meets big data

DEATH may be certain in Italy, but taxes are another matter: an estimated €285 billion remained unpaid last year, about 18% of GDP. Yet this will change if a new way of assessing income, called redditometro, is a success. The system, which became law on January 4th, aims to winkle out many of the large number of Italians who cheat on their annual income tax returns.

The redditometro, which will first be used in March to examine income tax returns for 2009, is best described as big government meets big data (meaning large data bases and huge computing power). The approach is based on the sensible idea that in order to spend one needs an equivalent income. So if tax authorities can calculate how much a person has spent, they can tell how honest he was on his tax return.

Italy’s tax authorities already know a lot about what people do with their money. All residents have a unique tax number that they have to provide for a wide range of transactions, such as utilities contracts, home mortgages and insurance policies. For everything else, from food to furniture, the Agenzia delle Entrate will use national statistics and complicated formulae to estimate spending. It has divided Italy into five geographical areas and calculate the budget for eleven different family types, from a single under 35 years to a couple over 65 years.

The system will flag tax returns in which the declared income differs from the taxpayer’s estimated spending by more than 20% (although it is expected that the tax authorities will initially target only taxpayers with a much bigger difference). Those who fail the test will be asked to justify their returns. Those who are unable to do so will be given the chance to cut a deal, meaning they will have to pay the evaded tax and a reduced penalty.

Predictably, the redditometro has already proven controversial. Economists worry that it may have a dampening effect on Italy’s already depressed economy. Others take issue with the fact that the system will look at tax returns that were filed three years ago. Yet others object to the use of national statistics and question the accuracy of average spending patterns.

Schumpeter, The Economist.com

2 ottobre 2012

Italia o Spagna purché se magna

Da giorni, a Madrid, migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento contro un governo che non sa far altro che tagliare sulla pelle dei lavoratori e degli onesti per salvare le banche. Eppure il governo Rajoy è stato appena eletto dagli spagnoli, mentre il nostro no, anzi si lavora per fotocopiarlo nella prossima legislatura infischiandosene del piccolo dettaglio chiamato elezioni. Ma davanti a Palazzo Chigi, a Montecitorio e a Palazzo Madama nessuno protesta. Nemmeno dopo aver visto la galleria di mostri messa in scena da Report, nella puntata di Bernardo Iovene sugli “onorevoli” condannati e inquisiti, con avvocati al seguito, che dovrebbero votare la legge anticorruzione. Il pluripregiudicato Del Pennino: “Non sta a me stabilire se un condannato possa stare in Parlamento, sono troppo coinvolto”. Povera stella. L’imputato (per corruzione aggravata da finalità camorristica) Landolfi: “Per me non dovrebbe starci neanche un indagato per reati minori, come all’estero. Ma in Italia non è così e chiediamoci perché”. Perché si svuoterebbero le Camere? No, “perché qui la magistratura non è al di sopra di ogni sospetto”. Il sen. avv. Longo, difensore di B: “Anche un condannato definitivo può stare in Parlamento: esso deve dare rappresentanza mediana al popolo, dunque gli eletti non devono essere migliori degli elettori”. L’idea che eleggere voglia dire scegliere il meglio non lo sfiora neppure, per ovvi motivi autobiografici: siccome il popolo contiene milioni di delinquenti, deve farsi rappresentare da 945 mezzi delinquenti, o da un delinquente sì e uno no. E lui si candida alla bisogna. Sennò evasori, corruttori, rapinatori, spacciatori, stupratori, pedofili, papponi, truffatori, assassini e mafiosi restano senza voce e la democrazia rappresentativa dove va a finire. Il pregiudicato Brancher sostiene di essere innocente perché lo dice lui, “fidatevi di me”. La prova? L’han condannato per aver intascato “200 mila euro da Fiorani nel 2001, quando l’euro non c’era ancora”: ecco, siccome erano lire e la condanna è arrivata “troppo presto”, è come se non le avesse prese. Notevole il filmato di Napolitano che lo nomina ministro del Federalismo e l’applaude pure. Betulla Farina, che ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, annuncia che si ricandida perché, sì, faceva la spia per il Sismi, ma agiva “in stato di necessità” e poi “Feltri mi dice sempre che sono un idiota”: meritava almeno la seminfermità mentale. E poi anche il popolo degli idioti merita una degna rappresentanza. L’on. avv. Sisto rivoluziona secoli di criminologia: l’anticorruzione è sbagliata perché “aumentare le pene non è un deterrente per chi commette reati”. Il deterrente è depenalizzarli, così sai che paura. L’on. Napoli contesta il nuovo reato di traffico d’influenze illecite, previsto dalla convenzione di Strasburgo e punito in tutto il mondo, perché “nessuno potrà più fare il sindaco” senza finire in galera. Lui lo dà proprio per scontato che un sindaco traffichi influenze illecite. E che, non si può più neanche rubare in pace? Un po’ come gli imprenditori che truccano i bilanci: nel ’97, quando fu condannato Romiti, il Gotha dell’industria firmò un appello per depenalizzare il falso in bilancio in modica quantità. Nel 2002 fu accontentato da B. E ora l’avv. min. Severino, che difendeva i maggiori gruppi industriali, risponde dolente: “Per il falso in bilancio non c’è più tempo”. Oh che peccato. Ce l’aveva proprio sulla punta della lingua. Ma quando ci invadono gli spagnoli?

di Marco Travaglio, IFQ

14 marzo 2012

L’Europa va avanti. Sì alle unioni gay

Dalla prossima estate i cittadini omosessuali danesi potranno sposarsi in Chiesa. Civilmente lo possono fare dal 1989, quando a Berlino cadeva il muro. Ventitré anni fa.    In Italia parlare di unioni tra persone dello stesso sesso innesca scontri da campagna elettorale anche nel 2012, come quello di pochi giorni fa acceso dal segretario del Pdl Angelino Alfano “con la sinistra matrimoni gay” e deflagrato tra le due parlamentari democratiche Rosy Bindi e Paola Concia. Non poteva che avere un impatto devastante quindi la scelta dell’Europa di ieri di bocciare un emendamento contro i matrimoni omosessuali. I governi europei, secondo Strasburgo, non devono dare “definizioni restrittive di famiglia” allo scopo di negare protezione alle coppie gay e ai loro figli. La posizione è quella del rapporto sulla parità di diritti uomo-donna presentato dall’olandese Sophie in’t Veld ed approvato oggi dall’Eurocamera. Il passaggio più nettamente a favore dei matrimoni gay è contenuto nel paragrafo 7 del rapporto, che il Ppe voleva cancellare con un emendamento (bocciato in aula con 322 sì e 342 no). Non si è fatta attendere la reazione dei politici cattolici italiani: “L’unità europea rischia di frantumarsi nella coscienza dei popoli – ha dichiarato il responsabile per la famiglia del Pdl, Carlo Giovanardi – per iniziative come quella che vuole imporre, contro quanto stabilito chiaramente dai trattati, il riconoscimento dei matrimoni gay”. E per il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, “la sinistra europea, cui quella italiana si ispira, punta sul riconoscimento delle unioni tra omosessuali e il Ppe di cui il Pdl, e non solo, fa parte, ritiene che ciò rappresenti un attacco alla famiglia che per noi è il cardine della società”. Plauso da parte delle associazioni Lgbt e dai Radicali: “L’Italia deve seguire l’Europa, non il Vaticano”.

di Caterina Perniconi, IFQ

4 novembre 2011

Totò e Peppino al G20

Ironia all’arrivo del premier e di Tremonti al vertice Sarkozy: “Che fa l’Italia? Chissà, c’è Berlusconi”

Antoine Sondag, membro di una Ong: “Si parlava di tassare le transazioni finanziarie, Sarkozy, sostenitore della proposta, faceva l’elenco degli alleati. L’Inghilterra no, non ci sta, perché Cameron è amico della City. E l’Italia? “Chi lo sa… c’è Berlusconi”.

L’OPINIONE italiana non si conosce nemmeno, comunque non è granché importante. Ormai non sono gaffe, qui a Cannes a ogni livello si scherza su Berlusconi. Sul premier e su Giulio Tremonti. E nessuno si sente di dover chiedere scusa.

Che cosa farà l’Italia? Chi lo sa… c’è Berlusconi…”. Poi un gesto ampio con le mani come a dire: tanto quello è a fine corsa. Nicolas Sarkozy parla lontano dai riflettori, incontra le Organizzazioni non governative. È un gran comunicatore, Sarko, uno che a trovartelo davanti è capace di conquistarti anche se stai tra i suoi più accesi critici. Parla semplice, diretto. Fa battute a raffica. Eccolo di nuovo sorridere del Cavaliere. Racconta    Questi due giorni per il Cavaliere sono una via crucis. A cominciare dal viaggio in aereo accanto al miglior nemico, Giulio Tremonti. Ma ci sono troppe gatte da pelare, il fronte interno per un giorno pare ricomporsi: così eccoli, premier e superministro, che si avviano all’aereo a braccetto. Una recita? Un disperato tentativo di tenersi a galla a vicenda? Chissà. Sull’aereo Tremonti rivendica: “L’avevo detto che facevamo bene a non puntare su un decreto”, ma non c’è polemica. Il Cavaliere è stanco, si addormenta. Qualcuno racconta che abbia alle spalle una movimentata notte di Halloween. Certo lo attendono due giorni di fuoco. Angela Merkel al posto delle Olgettine.

IL CAVALIERE giunge alle dieci di mattina sulla Croisette, dove Dennis Hopper e altri grandi del cinema hanno lasciato le impronte delle mani nel cemento. Scende dall’auto e saluta i giornalisti. Una volta avrebbe scherzato, adesso l’espressione è terrea. Fissa. Anche le reazioni sono ben diverse. “Berlusconi e Tremonti… Comment s’appellent… come si chiamano quei due vostri attori? Ecco, sembrano Totò e Peppino in trasferta a Milàn”, sussurra un giornalista francese (di un grande quotidiano di destra, tra l’altro). E il cronista italiano per un attimo considera quasi di dover difendere il proprio primo ministro. Impossibile.

Ma lo stillicidio è appena cominciato. Scoppia il giallo Obama: non avrebbe stretto la mano a Silvio. Rifiuto o distrazione? Difficile dire che cosa sarebbe peggio. I pompieri di palazzo Chigi giurano : “Gli ha dato una pacca sulla spalla e gli ha detto “Ciao Silvio””. Chissà. Ma il tramonto del premier, livido come in un racconto di Gabriel Garcia Marquez, va avanti. Eccolo affrontare insieme con la Spagna le istituzioni europee e mondiali e il duo Merkel-Sarkozy che deve fargli paura più del professore di greco al liceo. Sofferenza: Berlusconi e Zapatero contro tutti. “Quando è entrato sembrava un ragazzino impaurito”, racconta un membro della delegazione spagnola. Prima ci sono tutti, anche Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario , e un rappresentante della Bce. Poi arrivano le note dolenti: Merkel con il suo sguardo vagamente materno prende il Cavaliere sotto la sua ala protettrice e si apparta con lui. Quindi, con mossa a tenaglia, ecco piombare Sarkozy. Il Presidente e la Cancelliera – coppia di fatto della politica europea, organismo bicefalo che nessuno ha mai votato – sono due contro uno. L’incontro dura molto più del previsto. Alla fine Merkel dirà: “Abbiamo chiesto all’Italia misure forti e sostanziali”. Una scena mortificante. Per Berlusconi, e di riflesso per l’Italia. Difficile, però, reagire se hai delle responsabilità.

“IL FATTO è che Merkel non considera proprio Berlusconi tra i suoi interlocutori. Se ha bisogno di consultarsi chiama Sarkozy (“ancora tu”, cantava Battisti). Preferisce perfino il premier svedese al Cavaliere”, raccontano nell’entourage della cancelliera. Ahi, ahi, quella frase dal sen fuggita… “Kulona inkiafapile”, ridono i tedeschi. Poi si fanno seri: “Macché, Angela è una donna di ghiaccio, se ne frega. Semplicemente non ha mai avuto simpatia per Berlusconi”.

Pensare che l’Italia è tra gli stati fondatori dell’Europa. Oggi ci tocca sottostare all’esame della coppia di autoproclamatisi timonieri . Unico contentino, una frase di Sarkozy: “Voglio esprimere la mia fiducia all’economia italiana, una delle più forti del mondo, la terza potenza economica dell’Eurozona. Oggi Berlusconi ci ha illustrato le misure prese dal governo nella riunione di ieri. Lui stesso sa che non c’è un problema di contenuti, ma piuttosto di applicare quanto deciso”. Insomma, devono seguire i fatti, “per messaggi credibili”.    È quasi mezzogiorno quando Berlusconi esce dall’interrogatorio. E cominciano i lavori, gli incontri bilaterali, come quello tra Obama e Sarkozy. E l’Italia? Rimedia un incontro con l’amica Russia e uno con Ban Ki Moon (segretario Onu). Obama e Berlusconi si incrociano al momento della fotografia di gruppo. Stavolta il Cavaliere non fa le corna sopra la testa del malcapitato di turno. Ma di uno scongiuro avrebbe avuto davvero bisogno.

di Ferruccio Sansa, IFQ

La vignetta pubblicata dall’Independent. C’è Berlusconi che dice ai partner europei: “Aspettate! Mi è venuta la grande idea!”

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

7 settembre 2011

Paese di m.? Per forza, c’è B.

L’Italia è un Paese di merda”. Capisco che il presidente della Repubblica, che pur ogni giorno ci rompe i timpani con la retorica dell’Unità d’Italia, abbia le mani legate perché quell’espressione Berlusconi l’ha usata in una conversazione privata, peraltro con uno di quegli avanzi di galera di cui il premier italiano ama circondarsi. Capisco, per gli stessi motivi, il silenzio del presidente della Camera e del Parlamento oltre che la dovuta inerzia della Magistratura. Ma mi aspettavo un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani, che a differenza delle cariche istituzionali non hanno obblighi di forma. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché quella frase, privata o meno, offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei ‘pezzi di merda’.

MI ASPETTAVO quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inutile sciopero politico alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoni, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall’energumeno per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l’esercito di guardie private da cui è difeso, e dirgli il fatto suo. Invece la cosa è passata come se nulla fosse. Encefalogramma piatto. A parte un articolo sul Fatto del solito Travaglio , che ha trattato l’argomento, se così vogliamo chiamarlo, con la consueta, magistrale ironia. Ma non è più il tempo dell’ironia, che depotenzia la gravità dei fatti.    Sono 17 anni che costui de-legittima, di volta in volta, impunemente tutte le Istituzioni dello Stato: il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, la magistratura ordinaria, la Corte costituzionale, la Cassazione, la magistratura civile, la Corte dei conti, il Tar, il governo (quando non c’è lui), il Parlamento (quando non ne ha il controllo) e adesso, in blocco, il popolo italiano.    Sono 17 anni che costui insulta tutti impunemente: “Pm eversivi”, “Pm sovversivi”, “Pm peggio della criminalità”, “i magistrati milanesi come la mafia”, “magistratura metastasi”, “magistratura cancro della società”, “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”, “l’opposizione è criminale”, “i giornali sono criminali”. E non è che un florilegio minimo di un repertorio che va avanti da 17 anni. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questo corruttore di magistrati (nessuno crederà, sul serio, che Previti abbia pagato in nome proprio il giudice Metta perché ‘aggiustasse’ il Lodo Mondadori a favore della Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore di colossali ‘fondi neri’, campione, attraverso decine di società ‘offshore’, di quell’evasione fiscale che oggi dice di voler combattere (proprio lui che incitò gli italiani a ‘eludere’ le tasse)?

DEMOCRATICAMENTE

non c’è difesa quando esiste una maggioranza parlamentare che, in spregio a ogni principio di uguaglianza, sforna a raffica leggi ‘ad personam’ ed è persino disposta ad avallare la tesi che la marocchina Ruby fosse creduta nipote del presidente egiziano Mubarak. E se oggi “l’Italia è un Paese di merda” è perché abbiamo permesso a questo inqualificabile individuo, con la complicità dei suoi sgherri e ‘servi liberi’, di cacarci sopra per 17 anni.

di Massimo Fini, IFQ

5 settembre 2011

L’Italia che si regge sul patto scellerato tra legale e illegale

Anni fa andai a Casal di Principe, nel casertano, dove per ordine della camorra negozi e uffici dovevano essere chiusi per solidarietà a un capo mafia locale arrestato dai carabinieri. Avevo l’indirizzo di un onorevole democristiano nemico della camorra e a casa sua trovai un giovane parroco in fama di anticamorrista. Furono molto gentili con me e molto duri sulla camorra. Un mese dopo, sui giornali c’era la notizia che nella parrocchia di Casal di Principe la polizia aveva trovato un arsenale di mitra e bombe a mano, l’arsenale della camorra che il parroco teneva a disposizione dell’onorata società. Un caso limite, si dirà, ma quest’ambiguità italiana fra il legale e l’illegale, fra le guardie e i ladri non fa parte di quel modo di vivere inconfessabile ma praticato dal Brennero a Capo Passero?

L’onorevole democristiano sapeva benissimo che il parroco faceva qualche favore ai camorristi, il parroco sapeva benissimo che l’onorevole democristiano viveva in una bella e grande casa, sicuro di non essere disturbato dai camorristi che gli davano pure il loro voto in cambio di un reciproco rispetto: io non do fastidio voi e voi non lo date a me, alla mia famiglia e alla mia casa.

E infatti in quel giorno feriale i negozi erano tutti chiusi per solidarietà con Sandokan, il capo mafioso arrestato. Il patto di convivenza fra Italia legale e Italia mafiosa è uno dei fondamenti della nazione, come quello proverbiale fra guardie e ladri.

Eppure ogni volta, cioè ogni giorno, in cui si conferma apertamente, tutti fanno a gara a negarlo. A chiunque avessi chiesto quel giorno a Casal di Principe perché i negozi erano chiusi mi avrebbe risposto con un prudente “che ne saccio”, certo nessuno mi avrebbe detto che era una prova di simpatia per il capo mafioso in quei giorni arrestato. Su questo legame fra il legale e illegale gli italiani sono pronti a mentire. Lo negano anche se non solo è visibile nella vita quotidiana, ma indispensabile. Così il politico accusato di conoscenze mafiose le nega sdegnato ance se è notorio che nelle province mafiose o camorriste non fai politica se non ha rapporti di convenienza con l’onorata società.

È di obbligo la solita manfrina: respingere indignato ogni accusa e ogni sospetto. Finti sdegni che fanno il paio con quelli che, accusati di aver rubato, spiegano che è stato per il partito, come se fosse una giustificazione attendibile, come se non gli fosse rimasto qualcosa fra le dita.

Indignati, in fiera attesa che la maldicenza sia smentita, che le insinuazioni siano sbugiardate, che opinione pubblica e pubblica informazione riconoscano che il nostro è persona integerrima.

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

2 settembre 2011

Diseguaglianza Italia pochi godono, molti soffrono

Se anche le Acli mettono al centro della loro attenzione la diseguaglianza dei redditi in Italia la situazione è davvero seria e solo il governo, questo governo, può fare finta di non accorgersene. Ieri l’Associazione cattolica dei lavoratori italiani ha presentato il suo rapporto “sul lavoro scomposto” a cui ha dedicato un convegno in corso in questi giorni. E ha rivelato che la differenza tra lo stipendio “medio” di un dirigente e la paga di un operaio è di ben 356 euro al giorno. Per guadagnare quello che un operaio guadagna mediamente in un mese a un dirigente basta lo stipendio supplementare di quattro giorni. Le cose migliorano un po’, ma non riducono la diseguaglianza, con i “quadri”, rispetto ai quali un operaio guadagna in meno, ogni giorno, 127 euro mentre rispetto agli impiegati la differenza è di “soli”, fanno notare le Acli, 22 euro.    LA RICERCA mette in evidenza anche un altro dato, spesso nascosto o sottovalutato, quello tra la differenza retributiva delle donne rispetto agli uomini: ben 27 euro al giorno in meno, circa 600 euro e oltre al mese.    “Al di là delle ovvie componenti organizzative – spiega il presidente delle Acli Andrea Olivero – sono dati che mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni, che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Ancora una volta la questione della redistribuzione si rivela cruciale”. Sembra di sentir parlare il segretario della Fiom e invece siamo in un mondo tradizionalmente sobrio e moderato. L’Acli, tra l’altro, è una di quelle sette organizzazioni, assieme a Cisl e a Comunione e liberazione, recentemente impegnate in un processo di federazione del mondo cattolico, anche sul piano politico. Insomma, non si tratta di opposizione pregiudiziale al governo, ma di un’analisi piuttosto seria della realtà.    Realtà che rimbalza anche dall’indagine “Dieci anni in Eurolandia” condotta da Altroconsumo e in cui si quantifica in una percentuale del 7 per cento il calo del potere d’acquisto degli italiani. Un risultato ricavato dalla differenza tra la crescita dell’inflazione, 21 per cento, e crescita delle retribuzioni , 14 per cento, un dato che spazza via qualunque polemica pretestuosa su salari fuori controllo e stipendi da congelare. Non a caso, rileva sempre Altro-consumo, negli alimentari, dove i prezzi sono saliti in dieci anni del 25 per cento, la spesa relativa è diminuita e il consumo è più selettivo.    Il dato delle Acli conferma una condizione dei redditi in Italia che ha superato le soglie dello scandalo. Come abbiamo scritto recentemente, l’Associazione del private banking italiana ha conteggiato in poco più di 600 mila le famiglie che possiedono patrimoni mobiliari superiori ai 500 mila euro, per un totale di circa 850 miliardi di euro. Patrimoni che la manovra non sfiora nemmeno a eccezione dell’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie. Così come non viene sfiorato il patrimonio immobiliare che, solo per fare un esempio, nella registrazione catastale è lontano anni luce dai valori di mercato. Ovvio, quindi, che la ricchezza italiana, come spiega la Banca d’Italia, sia concentrata per il 45 per cento circa nelle mani del 10 per cento delle famiglie. Circa 2,5 milioni di nuclei familiari controllano la bellezza di 4.230 miliardi di euro. Eppure, perfino la misura, parziale, del contributo di solidarietà sopra i 90 mila euro di reddito all’anno è stata eliminata dal governo per non scontentare il proprio serbatoio elettorale. Chi ha tanto continuerà ad avere tanto e chi ha poco avrà sempre meno.

di Salvatore Cannavò, IFQ

25 agosto 2011

Furbilandia

Lo dicono le banche: 600mila famiglie ricchissime Ma solo in 74mila dichiarano più di 200mila euro.

Dopo il miliardario Warren Buffett, dopo il manifesto dei “ricchi” francesi, dopo Montezemolo anche Sergio Marchionne si dice favorevole a una tassa patrimoniale: “Sono disposto a fare qualunque cosa se l’obiettivo è chiaro”, ha detto ieri l’amministratore delegato della Fiat al Meeting Cl di Rimini. Tutto, tranne spostare la propria residenza fiscale dalla Svizzera all’Italia condizione che gli permette di pagare un’imposta sullo “stipendio” da manager Fiat del 30 per cento contro il 43 dei suoi colleghi residenti in Italia. Un risparmio del 13 per cento che su circa 4 milioni di compenso ammonta a circa 500mila euro. Come si vede il problema della tassazione delle grandi fortune è complesso e non si risolve semplicemente con una patrimoniale. Ma, in ogni caso, se questa fosse varata genererebbe non poche entrate. Ieri la Cgil, presentando la sua “contromanovra” , ha stimato un gettito di 15 miliardi di euro all’anno se si applicasse in Italia il sistema dell’Imposta sulle fortune in vigore in Francia. Lì, si paga lo 0,55 per cento a partire da 800mila euro di ricchezza con un sistema di aliquote progressive che arrivano a 1,8 per cento per i patrimoni superiori ai 15 milioni. Ma come individuare i ricchi? Consultando dati ufficiali si desume che stiamo parlando di poche persone con grandi ricchezze in tasca. La Banca d’Italia ha stimato, nel 2009, in 8.600 miliardi la ricchezza netta complessiva – dedotte le passività, come i mutui – corrispondenti a circa 350mila euro a famiglia. Ma la distribuzione di tale ricchezza è tra le più ineguali al mondo: se la metà più povera detiene, infatti, solo il 10 per cento della ricchezza complessiva al contrario il 10 per cento più ricco ne possiede quasi il 45 per cento. Stiamo parlando di circa 2,4 milioni di famiglie con in mano oltre 3.870 miliardi di euro. Cioè circa 1,6 milioni di euro a famiglia.

Quindi, se si vuole tassare la fortuna occorre andare a bussare da quelle parti. E per farlo i dati non mancano.

Uno dei più interessanti è quello fornito dall’Associazione italiana del Private banking, le società di gestione del risparmio privato, che ha censito gli italiani con patrimoni superiori ai 500mila euro. Si tratta di 611.438 famiglie di cui la maggioranza, 415mila, detiene patrimoni tra i 500mila e il milione di euro. Numeri che fanno riflettere se si pensa che solo 74 mila persone (lo 0,17 per cento dei contribuenti) dichiarano più di 200 mila euro di reddito. Poi ci sono i più ricchi, quasi 200mila famiglie, che hanno patrimoni compresi tra il milione e i 10 milioni di euro per arrivare all’elite dei 7.982 “paperoni” che supera i 10 milioni. Ben piazzate le “casalinghe”, cioè prestanomi che, mediamente, posseggono 1,2 milioni di euro. Complessivamente si tratta di 896 miliardi di euro detenuti per il 15 per cento proprio dalla fascia più alta, quella con più di 10 milioni di patrimonio, che rappresenta solo l’1 per cento del totale. Come si vede anche ai livelli più alti si riscontrano ineguaglianze e concentrazioni di ricchezza. Su queste cifre, una tassazione sul modello francese potrebbe sfiorare i 10 miliardi di entrate per lo Stato.

MA IN ITALIA, è sempre la Banca d’Italia a ricordarlo, il grosso della ricchezza è concentrata in immobili, le attività finanziarie rappresentano “solo” il 37 per cento della ricchezza complessiva. Alla fine del 2009 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane era stimata in circa 4.800 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Agenzia per il Territorio addirittura in 5.443 miliardi per effetto di un calcolo più aggiornato. Dei proprietari di immobili, sempre secondo l’Agenzia, 10 milioni risultano lavoratori dipendenti e 9,6 milioni sono pensionati. Poi ci sono i titolari di proprietà immobiliari con redditi derivanti da attività di lavoro professionale, di impresa e di partecipazione, pari a 2,5 milioni. Circa 2 milioni di proprietari, infine, presentano “come fonte prevalente di reddito una rendita da immobili, pur non dichiarando redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo o da pensione”. Sono quelli che vengono definiti “rentier”.    Ordinando l’insieme dei proprietari, spiega ancora l’Agenzia , per il valore delle quote di proprietà delle abitazioni possedute, emerge che il 5 per cento di proprietari più ricchi possiede un valore delle abitazioni pari a circa il 25 per cento del totale. Cioè, 1,2 milioni di proprietari possiede circa 1.200 miliardi di patrimonio immobiliare – secondo la Banca d’Italia ma sono 1.360 miliardi secondo l’Agenzia del territorio – per una media di 1 milione di euro a fronte di una media nazionale di circa 200mila euro.

di Salvatore Cannavò, IFQ

23 agosto 2011

Il suicidio morale dell’Italia

Dalla Val di Susa alla Sicilia, dall’Altopiano a Pantelleria, dalle isole toscane al Salento il paesaggio naturale e il paesaggio storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti artificiali che non solo hanno aumentato la loro scala e intensità negli ultimi vent’anni in modo esponenziale, ma vedono proprio ora un’accelerazione improvvisa, a dispetto di ogni crisi, come se ci fosse nell’aria un presagio di diluvio incombente e un’esplosione come di furia rabbiosa, una sinistra pulsione a rapinare tutto quello che si può, finché si è in tempo. Ho accennato a disastri di genere diverso: c’è l’opera di Stato, difesa dall’esercito contro la popolazione locale, senza che un solo argomento ragionevole, in mesi e mesi di polemica, sia stato avanzato dai suoi sostenitori bipartisan (e nonostante libri interi di argomenti contrari e relative cifre, economiche e gestionali oltre che ecologiche, siano inutilmente a disposizione del pubblico); ma ci sono anche le rapine multinazionali di quelli che vanno a trivellare a un costo ridicolo il Mediterraneo sotto Lampedusa, alla ricerca del petrolio, con i rischi enormi denunciati recentemente da Luca Zingaretti su Repubblica.

CI SONO gli scempi dei litorali, beni pubblici per eccellenza regalati dai comuni e dalle regioni ai privati e alle mafie, alcuni dei quali, ad esempio in Toscana, denunciati a più riprese da Salvatore Settis sulla stampa nazionale, come molti altri dalla Liguria alla Calabria lo sono quotidianamente da Ferruccio Sansa su questo giornale. In Toscana del resto Altiero Matteoli dopo aver imposto, a prescindere dal tracciato successivo ancora da decidere, l’enorme cantiere del pezzetto dell’autostrada “Spaccamaremma” che sta sotto casa sua (a Cecina), si avvia nel silenzio generale a metter le mani dei lottizzatori su quel gioiello del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano che era l’isola di Capraia. Nel Lazio è appena stata approvata una normativa che permetterà di costruire trentacinque cosiddetti porti turistici nell’arco di un centinaio di chilometri, come fossero distributori di sigarette.

MA LE MIGLIAIA e migliaia di stupri consumati in ogni angolo del Belpaese resteranno probabilmente ignoti ai più, come quello, criminoso, che prevede un immenso parcheggio dove erano solo erba e silenzio d’alta quota, in quel paesaggio di Marcesine di cui Meneghello scriveva – ne I piccoli maestri – che “Le forme vere della natura sono forme della coscienza”. “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. Così scriveva Albert Camus nei suoi Saggi letterari. È un tema profondo della riflessione di Camus, che viene dal suo studio della tradizione neoplatonica e dal suo amore per Simone Weil. Ma oggi la realtà fa riemergere l’idea di bellezza con la prepotente attualità delle catastrofi. Oggi e qui, in Italia, si sta consumando il più gigantesco crimine contro le anime che la nostra storia – tutta intera – ricordi. La distruzione della bellezza è un crimine senza pari, un crimine di cui in troppi siamo complici: con questa tesi, che ora cercherò di illustrare, vorrei rilanciare la riflessione aperta dal mirabile articolo di Roberto Gramiccia, “Bellezza e rivoluzione: il mondo ha bisogno di entrambe” (Liberazione, 24/07/11). Oltre a Camus, Gramiccia cita James Hillmann, che in due opere recentemente tradotte, La politica della bellezza e La risposta estetica come azione politica, coglie a distanza di sessant’anni la stessa idea – il nesso fra bellezza e rivoluzione, postulato da entrambi. “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei” scriveva Camus. Gli fa eco Hillmann: “Se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione”. Eppure quando si parla di rivoluzione non si centra a mio avviso il cuore della tragedia che stiamo vivendo, che è anche la ragione per affermare che viene commesso un crimine senza pari, o forse paragonabile a quello degli istigatori di quegli spaventosi suicidi di massa cui la storia dell’Occidente ha assistito al tempo delle rapine coloniali. La distruzione della bellezza è come un suicidio di massa delle nostre anime. E i morti non fanno una rivoluzione: né politica, né tanto meno interiore.

La rivoluzione cui ci invitava Camus è un’interiore rinnovata guerra di Troia, per liberare la bellezza – Elena che ne è simbolo. “Il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci… Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, porre limiti al mondo e all’uomo”. Guai a leggere in questa metafora un atteggiamento estetizzante. C’è veramente il cuore del pensiero greco, invece: la bellezza, cioè l’ordine del cosmo, è la forma visibile della giustizia.

CAMUS ci chiedeva di non relegare la giustizia nelle mani degli ideologi, o anche soltanto dei filosofi politici, per non parlare dei politici di mestiere, dei capipartito o dei sindacalisti. Tutte queste persone vedono solo alcuni aspetti della giustizia. Non ne vedono il fondo, cioè il valore che la giustizia è, come esatta misura del dovuto a ogni essere: il rispetto agli umani, il respiro ai viventi, la pietà alla memoria dei padri e alla loro eredità, la custodia ai beni comuni, la difesa ai paesaggi storici, che sono il nostro stesso volto, la nostra identità culturale e spirituale. “Quando la giustizia perisce, non ha più alcun valore l’esistenza degli uomini sulla terra” – scriveva Kant. Ma la bellezza è lo splendore di ciò che è prezioso, è l’essenza del valore che si fa visibile. Ecco: come possiamo sentire, percepire che la nostra esistenza non ha più valore se abbiamo ucciso in noi il sentimento della bellezza, se non soffriamo più di fronte alla sua distruzione? Per questo quella cui stiamo assistendo è la tragedia del suicidio morale di una nazione. Per questo tutti gli istigatori di questo suicidio stanno commettendo un crimine senza pari.

di Roberta De Monticelli, IFQ

27 luglio 2011

Italy: A throne under threat

Rebellion against Silvio Berlusconi is on the rise within his party

It was supposed to be a public demonstration of unity by the party faithful, from cabinet ministers down to small-town mayors, delivering standing ovations and fulsome speeches of support.

Following a tough year of electoral setbacks and personal scandals, a weary yet outwardly defiant Silvio Berlusconi had just installed his loyal 40-year-old justice minister as secretary of their People of Liberty party, setting in motion what was intended to be a gradual and orderly transfer of power after leading Italy’s centre-right for the past 17 years.

But the display of unanimity was not all it seemed. Among those rising to their feet in applause in that Rome conference centre on July 1 was a group of party veterans working to dislodge the 74-year-old prime minister sooner rather than later – and bypass his choice of the malleable Angelino Alfano, 40, as heir apparent.

“If the market goes against us, then it is clear that this government cannot last long,” reasons one of the rebels, speaking on condition of anonymity. “We have to persuade Berlusconi to quit,” he adds, pointing to a government that has lost credibility in its efforts to prevent the eurozone’s third-largest economy, with a debt mountain of 120 per cent of gross domestic product, from catching Greek contagion.

The internal rebellion is gathering pace amid a disillusionment among Italians with their political elite. It has spawned “end of era” headlines and comparisons with 1993, when the established parties were swept away by a wave of corruption scandals in the midst of an economic crisis.

With his wealth and populist charisma, Mr Berlusconi has survived numerous scandals over the past decade. But his compact with the Italian people – that they would ignore his foibles while all shared greater prosperity – has fallen apart after years of economic stagnation trumped by the “sacrifices” they are now asked to bear under his austerity programme.

This time it is the eurozone sovereign debt crisis and a sharp increase in Italy’s borrowing costs, to their highest since the launch of the euro in 1999, that are driving the veterans to think of an alternative to Mr Berlusconi – possibly as early as this summer. “Berlusconi is spending too much time on laws to protect himself, too engrossed in his personal problems, unable to think of the bigger picture, of the modernisation of the country he had promised,” the rebel says in his parliamentary office.

The axe would also fall on Giulio Tremonti, finance minister. His austerity budget, rushed through parliament this month, is seen as inadequate. Critics say the package lacks genuine reforms to kick-start a near-stagnant economy, yet imposes sacrifices on ordinary people while the well-paid political elite flounders in endless corruption scandals. Tougher spending cuts are needed in a supplementary budget, the person warns.

Mario Baldassarri, former deputy finance minister who was among a small group to quit Mr Berlusconi’s party a year ago, says: “With this budget the government loses its credibility in the markets. The market judgment is: what you did is better than nothing but not good enough. The test is not over.” Now head of the senate finance committee, Mr Baldassarri says the budget does not take into account its deflationary impact and relies too heavily on revenue increases. He estimates that real cuts of €60bn ($87bn) are required, equivalent to some 2.6 per cent of GDP.

That some are scheming to remove Mr Berlusconi is an open secret – even parts of his media empire are reporting it, without mentioning names, as each week brings fresh evidence of the billionaire prime minister’s vulnerability and isolation.

On July 9 a Milan appeals court, ruling in a case that has its origins more than 20 years ago, ordered Mr Berlusconi’s Fininvest holding company to pay €560m to CIR, a media rival, in damages on the basis that Fininvest had wrongfully gained control of the Mondadori publishing house by bribing a judge in 1991.

Marina Berlusconi, his eldest daughter and chairwoman of Fininvest, denounced the ruling as “the umpteenth scandalous episode of an insane aggression” by the courts against her father, who is facing three separate trials for corruption, tax fraud and sex with an underage prostitute.

Incensed at the ruling, Mr Berlusconi disappeared from public view for a week and spent July 11 – when Italy was under its severest attack to date from the markets – ensconced in Milan with his family and lawyers dealing with Fininvest. However, after a public outcry, he abandoned efforts to insert a clause into the budget legislation that would have allowed Fininvest to delay payment pending a second and final appeal.

If the next generation of Berlusconis, who manage and own parts of his empire, decide that their father’s position as prime minister is a liability, they might favour trying to convince him to withdraw from political life. On the other hand, as some argue, it is only by remaining in power that the padrone can keep at bay the magistrates – and rivals such as Rupert Murdoch, whose Sky Italia satellite broadcaster wants to make further inroads into the local market.

The powers of Mr Berlusconi to protect his own have taken a big dent. Last week, parliament for the first time voted to strip an MP accused of corruption of his immunity from arrest. Alfonso Papa, from the prime minister’s party, was taken to a Naples prison that evening, protesting his innocence. He has not been charged but remains under preventive arrest.

The vote exposed deepening divisions between Mr Berlusconi and his troublesome allies in the rightwing and federalist Northern League, who sided with the opposition in authorising Mr Papa’s detention.

“Be afraid! The handcuffs are coming back,” trumpeted Il Giornale, a Berlusconi family newspaper, warning of a return to the tangentopoli – bribesville – era of the early 1990s, when what the right wing saw as an overzealous judiciary destroyed the political establishment, to be replaced in 1993 by a caretaker government led by Carlo Azeglio Ciampi, then governor of the Bank of Italy.

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Parallels are being drawn. Then, as now, Italy was in the depths of a financial crisis – having just been forced to devalue the lira and exit the European exchange rate mechanism, the euro’s precursor, along with sterling.

Today, notes La Repubblica, a centre-left daily, at least 84 MPs – nearly one-tenth of parliament – are under investigation, awaiting trial or already convicted. Of those, 49 are in Mr Berlusconi’s party. Saverio Romano has become the first serving minister to be ordered to stand trial for ties with the mafia. The opposition centre-left Democrats are not immune from corruption scandals either.

As in 1993, Mr Berlusconi and his allies fear their downfall and replacement by a government of technocrats.

Those close to the prime minister insist he is not the type to quit. Last Friday – making his first public statement for more than two weeks – Mr Berlusconi insisted the government would “go ahead” and that his coalition with the Northern League was intact. Paralysis is the result, says the daily Corriere della Sera, noting that Italy has a government that can survive votes of confidence because no one wants to risk elections, but does not have the strength to implement meaningful legislation.

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Mr Napolitano, the 86-year-old state president who is a former communist, has earned the respect of many Italians for his calm and calls for national unity in handling the storms of the past weeks. Although he is understood to be in contact with Mr Monti and is considering contingency plans in the event of a government collapse, he has also made clear he will not step beyond his constitutional role by forcing Mr Berlusconi’s hand.

Instead Mr Berlusconi’s fate lies more in the hands of highly jittery debt markets and of Athens. Investors initially reacted negatively to Mr Tremonti’s austerity budget – undermining his claims to be the guardian of both Italy and the euro – and gave Italy only a brief respite after eurozone leaders agreed last Thursday on a new bail-out package for Greece.

Italian politicians of all stripes are becoming fluent in the jargon of 10-year yields and spreads over German bunds, as Italy’s performance on the markets becomes the best gauge of the severity of the eurozone crisis, its public debt of €1,900bn nearly three times as large as that of Greece, Portugal and Ireland combined. With yields and spreads at 5.64 per cent and 289 points respectively on Tuesday, Italy’s borrowing costs are considerably higher than when the latest Greek deal was struck.

Italy

“A psychological Rubicon was crossed, in the sense that the markets now no longer perceive the ‘soft’ core of the eurozone to be immune from this crisis,” says Nicholas Spiro, head of Spiro Sovereign Strategy, a London consultancy. “Italy has been put on guard and still remains vulnerable.”

The same could be said for Mr Berlusconi.

By Guy Dinmore, Financial Times

The full article can be found at this link:

12 luglio 2011

“Io trafficante di bambini”

In Italia da Kabul con 8 mila dollari Poi finiscono sulle nostre strade

“Niente nomi. Niente posti. E niente foto, se vuoi parlare”. Muhammad (non è il suo vero nome) è lapidario. È pomeriggio inoltrato e lui è appena rientrato dalla sua ultima consegna. Tratta in esseri umani.    Uno, nell’ambiente, dei più noti trafficanti dell’Afghanistan. Intorno a lui, un’organizzazione di decine di persone da Kabul all’Europa: autisti, falsari, locatori, guide e trafficanti. In ogni luogo, lungo quel percorso di migliaia di chilometri che separa una vita difficile dalla speranza di una migliore. La sua casa sorge alla periferia di Kabul, ci sono le sbarre alla sua porta d’ingresso. Fuori due guardie armate. Dentro è accogliente con tappeti e cuscini dorati. La moglie incinta sta preparando la cena e un dolce profumo di verdura cotta e pane impregna l’aria. Muhammad siede gambe incrociate, circondato dai suoi telefonini. Ha 32 anni ma come tutti gli afghani, ne dimostra di più, almeno 40. Indossa un lindo Salwar kamise, la tipica veste afghana.

“IN QUESTI sei anni ho portato circa 500 persone in Europa. Non è facile, ma non è neanche impossibile, la settimana scorsa ne ho fatti arrivare cinque a Milano. L’Italia è bella, ma i miei clienti preferiscono proseguire verso la Francia o il nord Europa. Molti si fermano in Grecia, perché non hanno abbastanza soldi per andare oltre”. Costa lasciare tutto e tentare la fortuna. I rischi sono tanti. “I poliziotti iraniani al confine sparano per uccidere. Quelli turchi sono gentili, quelli greci anche, e quelli italiani se sanno che andrai in un altro Paese ti lasciano andare”.    La prima tappa è il confine iraniano, Nimroz, Muhammad non porta più di sei o sette persone per volta, ci si muove verso ovest e si supera la provincia di Farah. “Se i talebani mi vedessero così senza barba, mi taglierebbero la gola in un minuto”. Alla frontiera incontra gli altri trafficanti, mettono insieme i “passeggeri”, per un blocco di cento persone “regalano” 4 mila dollari ai poliziotti iraniani. E i cancelli si aprono. Tutti hanno documenti contraffatti. Al di là del confine ci sono diversi minivan in attesa, chi parte ha una serie di numeri di telefono con contatti nei vari Paesi.    Oltre il filo, voci sconosciute dicono cosa fare e dove andare: “A Teheran, abbiamo delle case, restano qualche giorno e poi si spostano verso il confine con la Turchia, qui è dura, perché ci sono le montagne e si deve fare un po’ a piedi e un po’ in macchina”. Piccole code di uomini, “le donne, meglio di no”, che si arrampicano tra le foreste. Chi sta dall’altra parte monitora gli spostamenti delle autorità, e poi dà il via libera. La meta è Istanbul. Sembra facile, ma non lo è, i clandestini spesso sono bambini, sanno solo che devono andare avanti e non fermarsi mai. “Qui devono bruciare i documenti, ne forniamo altri, di solito passaporti o carte di identità vere, ma rubate e con la foto cambiata, o di qualcuno che somiglia molto, la polizia non è mai troppo precisa”.    In Turchia molti si fermano perché devono pagare la seconda tratta (la prima a Teheran con un versamento in banca di contanti su un conto che gli viene fornito) e non hanno più soldi. Qualcuno lavora in nero per mettere da parte quello che manca. Poi ci si muove verso la Grecia: “Per affidarsi a trafficanti locali che hanno i barconi, oppure se è un buon carico se ne compra uno, ma è rischioso, è facile perderlo”.    Si affronta l’acqua, il fiume Evros e poi il mare che gli afghani vedono per la prima volta. “Se ti prendono sul suolo greco, la polizia è molto attiva in Grecia, ti mettono in un centro per qualche settimana, poi ti danno un foglio di via, e si va ad Atene, dove i miei uomini ti accolgono, e ti danno un visto Schengen e documenti, non è difficile neanche questo, basta oliare le persone giuste, e poi si sale su un aereo. Gli ultimi arrivati a Milano, tre volevano andare in Francia e si sono diretti verso Venezia in treno, anche se è nella direzione opposta, ma serve a depistare e poi da lì, verso la Francia. Anche qui i documenti vengono distrutti. Una volta in Italia sei sfortunato se qualcuno te li chiede”. Ma a questo punto sei arrivato senza soldi, senza conoscere la lingua, non sai dove andare, e non hai i documenti per lavorare.    Perché lo fa? “Devo sfamare la mia famiglia, qui la vita costa. Non sono un assistente sociale, offro un mezzo per arrivare dove vogliono, poi dipende da loro. Sono persone che non avranno mai un visto perché sono poveracci, ma anche i poveri sognano. Puoi biasimarli? Qui c’è la guerra, ci sono gli attentati, si vive nella paura e non c’è speranza. Io realizzo la prima parte del sogno. Ho scontato due anni di prigione in Turchia per questo”.

IL TARIFFARIO è per lo più fisso: 800 dollari da Kabul a Teheran, 1.200 da Teheran a Istanbul, 2.000 dalla Turchia ad Atene, 3.600 da Atene all’Italia. Lui in sei mesi (perché d’inverno non si lavora) ha guadagnato 20 mila dollari tolte le spese.    Squilla il telefono. Per un attimo cala il silenzio. Poi la voce di Muhammad è concitata: “Quattro persone sono state prese a Istanbul, ah non c’è pace”, dice sorridendo, ma poi si fa serio. “Ho un problema in Italia, c’è un bambino in un centro vicino a Potenza. Puoi tirarlo fuori? Il padre è disposto a pagare mille dollari”.    E come? “Ti metti in contatto con un afghano che ti dico io, sta in Italia, garantisci che è un parente del ragazzino, e in un attimo è libero. C’è anche un ragazzino di 8 anni in Grecia, rinchiuso, potrei farti avere dei documenti, tanto non controllano, in agosto da voi c’è una tale confusione per le vacanze, lo prendi e in nave lo porti in Italia. Poi se lo prende qualcuno dei miei”.

di Barbara Schiavulli, IFQ

12 luglio 2011

Donne, auto di lusso e appartamenti Così cricche e “logge” mangiano il Paese

Dalle Jaguar fino al frullatore. A oliare il sistema delle cricche e delle logge, ci sono donne, regali e consulenze. Ripercorrendo le ultime tre grandi inchieste che hanno visti coinvolti pezzi importanti dello Stato – quella sui Grandi eventi, quella sulla P3 e sulla P4 – si compone un catalogo di piccole grandi miserie. Se dal punto di vista processuale, siamo ancora nella fase embrionale, una cosa è certa: il campionario degli italiani al servizio delle istituzioni, in questi due anni, è cresciuto almeno quanto i portafogli, gli incarichi e i letti di chi ci ha lavorato.

GRANDI EVENTI    A Perugia le indagini si sono chiuse due mesi fa: sono in corso le udienze preliminari dell’inchiesta sui Grandi eventi che vede imputati l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, l’imprenditore romano Diego Anemone e l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci. L’architetto Angelo Zampolini (colui che consegnò gli assegni circolari per l’acquisto della casa dell’ex ministro Scajola) ha invece patteggiato, così come ha chiesto il patteggiamento Achille Toro, ex procuratore aggiunto a Roma. L’inchiesta ha poi due altri filoni (uno a Firenze, l’altro a Roma, dove le indagini non sono ancora chiuse). Ma è proprio nell’inchiesta sull “cricca”, sul “sistema gelatinoso” come l’hanno chiamato gli inquirenti, che favori e regali sono stati annotati in vere e proprie liste. Come per gli inviti a nozze.    Le liste Anemone. Sono due, la prima è stata resa pubblica a maggio dello scorso anno, l’altra risale a poche settimane fa. Centinaia di nomi di politici, funzionari e dirigenti pubblici che al giovane imprenditore di Sette-bagni si affidavano in tutto e per tutto. C’è la celebre casa di via del Fagutale, dove viveva l’ex ministro Claudio Scajola (che non è indagato): qualcuno, dice, gliel’ha comprata “a sua insaputa” ma dalle carte ritrovate sul pc della segretaria di Anemone sembrerebbe che non si sia trattato solo di un aiutino a fine trattativa: “Compromesso (200) ± agenzia (30) Scaj” nonché 83,20 euro versati per “terra per seg Scaj” e altri 96 spesi per un “trasformatore”. E ancora, tra gli appunti si trovano soldi e benefici per l’ex ministro Pietro Lunardi (gli inquirenti sostengono che la “Martina” scritta negli appunti sia sua figlia), “sedie Balducci: 1 milione e 224 mila lire”, 30 mila euro destinati a Olivia Bertolaso, figlia di Guido, “stucchi Palazzo Grazioli: 1 milione e 500 mila lire”, “Remo muratore Palazzo Grazioli: 1 milione di lire”, “Lampade palazzo Grazioli: 4 milioni di lire”. Ma Anemone era davvero un tuttofare: saldava, o almeno così appuntava nella sua lista, multe e bollette (“Acea via Giulia”, “Eni-gas via Giulia”, dove viveva lo stesso Bertolaso), forniva accappatoi, argenteria, vestaglie, pagava la “lavanderia per Guido B.”. E si è premurato perfino di acquistare un “frullatore per ministro”.    Il Salaria Sport Village. Regno di Anemone, è un centro sportivo e benessere all’estrema periferia di Roma nord. Bertolaso era un assiduo frequentatore, in particolare per i massaggi. Curativi anti-stress per lui (“Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio Francesca potesse… io verrei volentieri… una ripassata…”), di altra natura stando alle telefonate intercettate tra Anemone e i suoi collaboratori, impegnatissimi a organizzare una “cosa megagalattica” per il capo della Protezione civile che poteva aiutarli ad ottenere appalti. “Io direi per le 8 così ci organizziamo.. un po’ di frutta prima… champagne… frutta … un po’ di colori fuori”, immagina Simone Rossetti, gestore del centro di Anemone. “Senti quante situazioni devo creare? …una …due”, chiede consiglio. E Anemone lo indirizza: “…io penso due… lui si diverte… due”. “Tre? – insiste Rossetti – …che ne so!”. “Eh la Madonna!” chiude il conto Anemone, consapevole che “sicuramente ci costerà qualche soldino”. Bruscolini, si immagina, rispetto ai 25 mila euro già spesi per “studi preliminari” commissionati alla moglie dello stesso Bertolaso, “professionista in giardini”.

LA P3    È la procura di Roma a sostenere l’esistenza di una loggia segreta volta ad interferire sulle funzioni degli organi costituzionali. Per questo, l’estate scorsa, finiscono in carcere (ora sono tornati a casa) il faccendiere Flavio Carboni, il geometra Pasquale Lombardi e l’imprenditore Arcangelo Martino. Sono iscritti nel registro degli indagati, tra gli altri, anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini e il senatore Marcello Dell’Utri, i sottosegretari Giacomo Caliendo e Nicola Cosentino, Vincenzo Carbone, ex presidente della Cassazione. Le indagini sono ancora in corso, giovedì scorso è stato nuovamente interrogato il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, indagato pure lui per abuso d’ufficio e corruzione. Gli episodi contestati nell’inchiesta sono molti, dalle riunioni alla vigilia del pronunciamento sul Lodo Alfano alla nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte di Appello di Milano, dai ripetuti riferimenti a “Cesare” (Berlusconi?) nelle intercettazioni fino ai finti dossier su presunte frequentazioni transessuali che screditassero il candidato in pectore alla guida della Campania Stefano Caldoro. Ma anche qui le regalie servono a cementare le amicizie.    Vino a fiumi. Cravatte, soggiorni in Sardegna e vino a volontà. Pur di ingraziarsi i maggiori esponenti della magistratura, Lombardi, Martino e Carboni erano molto generosi. Pure troppo. L’avvocato generale dello Stato Fiumara arriva a lamentarsi con Lombardi: “Senta eh! eh io dovrei tirarle le orecchie… No, assaggiato ancora no. Mi è arrivato questa mattina! Ehh. … eh. . ma cioè io. . ehh.. mhh. . quando ne abbiamo parlato ho ehh. . mhh. . apprezzato che mi mandava ehh… eh vabbè non si manda una bottiglia, ma sei bottiglie bastano. Un mazzo di fiori e sei bottiglie di vino non fanno mai male a nessuno, ma eh tutte queste bottiglie sono troppe. Troppe… Va bè senta eh!. … caro amico ehh grazie però che non si ripeta mai più”.    L’olio in Cassazione. Il solito Lombardi, amante della buona tavola, omaggia così Vincenzo Carbone in Cassazione: “Stammi a sentì … mi sò fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina (…). Ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo”. Spiegherà poi ai giudici: “Provvedo io, spesso, a fornire olio di oliva, previo regolare pagamento, affidandolo a un carabiniere che presta servizio in Cassazione”.

Le mozzarelle. Al telefono con Arcangelo Martino, il governatore della Lombardia Roberto Formigoni lo esorta: “Fai viaggiare la mozzarella poi ti muovi quando è necessario che tu ti muova. Hai capito?”. In questo caso, però, più che alla cucina agli inquirenti sembrano allusioni ad altro. Nel periodo di quelle telefonate, per esempio, Formigoni era alle prese con l’esclusione del suo listino dalle elezioni regionali.

LA P4    Altra loggia, questa volta a intravederla sono i magistrati napoletani. Protagonista Luigi Bisignani, ora agli arresti domiciliari, burattinaio di un governo-ombra che stando alle intercettazioni, sarebbe più potente di quello ufficiale. Tra i suoi “uomini” ci sarebbe Alfonso Papa, deputato Pdl, magistrato in aspettativa, appassionato di bella vita. Magari, dicono gli inquirenti, da farsi pagare da altri, in cambio di favori e informazioni riservate.    Una vita da Papa. “È capitato in due occasioni che Papa mi chiamasse, circa un anno fa, chiedendomi di pagare il conto all’Hotel De Russie di Roma per una sua amica che aveva il nome sovietico, ricordo di aver pagato 2.000 euro per volta. Ho messo a disposizione del Papa e della sua amica una macchina che ho sempre a Roma”. A parlare è Luigi Matacena, imprenditore che fornisce mezzi nel settore della Protezione Civile. Ho pagato “una casa in via Giulia, perché fu Papa a pretenderla e preciso che la pretese al centro di Roma” aggiunge Vittorio Casale, di professione immobiliarista. La sua ex assistente parlamentare Maria Elena Valanzano aggiunge altri dettagli su come Papa utilizzava il suo potere: “Mi presentò Francesco Borgomeo dell’Irses e Rino Metrangolo di Finmeccanica e precisamente di Selex. Ho fatto colloqui e ho stipulato contratti di consulenza con Irses e con Selex per 1.500 euro al mese ciascuno. Attualmente sono nello staff del presidente Caldoro…”. Niente lavoro, ma orologi e gioielli per Maria Roberta Darsena: “Papa mi ha regalato la sua Jaguar, abbiamo fatto il passaggio di proprietà e la macchina era intestata a me”.    I sogni di Milanese. Non è uno facile da accontentare, almeno secondo le testimonianze raccolte dal gip di Napoli Amelia Primavera, nemmeno Marco Milanese, l’ex consigliere politico di Tremonti per cui ora è stato chiesto l’arresto: Paolo Viscione, l’imprenditore indagato per associazione a delinquere, si sarebbe speso parecchio per realizzare i sogni di Milanese, in cambio di aiuti e informazioni. “Abbiamo cominciato a parlare del leasing di un’automobile, perché voleva l’Aston Martin… gliel’abbiamo presa, ma lui si è arrabbiato perché era usata”, racconta. Poi gli ha comprato tre orologi per oltre cinquantamila euro di valore, un Frank Muller da donna con bril lantini e due Patek Philippe. C’è poi il capitolo viaggi: “È volgarissimo – racconta Viscione – perché si è fatto disdire (Milanese, ndr) dieci volte il viaggio, perché doveva partire con la Ferilli, con, con De Sica … che dovevano stare tutti allo stesso piano e si doveva trovare lo stesso albergo, insomma, ha fatto impazzire Si doti (il titolare dell’agenzia di viaggi, ndr)”. E ancora soldi e regali fino a che Viscione sbotta al telefono e si autodenuncia. Le sue parole sono la migliore didascalia per questa fotografia (non esaustiva) della politica affamata: “Io voglio uscire da questa storia perché quando vengo ricattato dalla politica, da questo Milanese per questa questione qua, che si fotte soldi. Io non voglio più averci a che fare. Se stanno i telefoni sotto controllo, è buono che il magistrato che ascolta mi chiama e io gli racconto per filo e per segno. Che pezzi di merda sono questi qua, perché siccome non sono un infame, però non sono neanche un delinquente io. Sono una persona per bene, io non voglio più”.

di Paola Zanca, IFQ

5 luglio 2011

La tratta che per Parigi ha senso (e costa meno)

In Francia la Lione-Torino procede liscia come l’olio, niente contestazioni né ribellioni popolari. Nel 2001 il governo italiano chiese quasi in ginocchio ai cugini francesi di presentare il progetto all’Ue: solo una linea transfrontaliera poteva aver accesso ai finanziamenti. Ma la Francia non era molto interessata al Corridoio 5 avendo già altre efficienti ramificazioni verso Est, e accettò le avances del ministro Castelli a condizione di spalmare più costi sull’Italia. “Il Tgv fu ben visto fin dal principio – spiega Eric Jozsef, corrispondente in Italia di Liberation -. Erano anni di grande fiducia nelle tecnologie, nel web. L’idea della velocità piaceva a tutti: destra e sinistra. I Verdi spiegarono che passare dalla gomma alla rotaia era salutare. Così i lavori sono partiti, funziona tutto bene anche se in qualche caso i Tgv tra città minori sono stati ridotti: i treni normali vanno già veloci. Comunque queste contestazioni italiane da noi proprio non si capiscono. La gente dice: ma perché tutto questo baccano per un tunnel nella montagna?”.    Gli amministratori francesi sanno perché. Sanno che l’Ue concederà i fondi in parti uguali, ma il costo della galleria principale sarà caricato per il 63% sull’Italia, mentre la distribuzione geografica dei costi per i lavori sull’intera Lione-Torino si concentrerà per il 63% sulla parte francese: noi spendiamo di più, loro avranno più opere realizzate. Oltretutto la popolazione interessata in Francia è meno di un quarto di quella residente nella stretta Val di Susa, e i contratti dei due Paesi sono sfalsati sin dall’origine: l’Italia deve ultimare l’accesso al tunnel principale entro il 2023, la Francia solo nel 2035. Per questo Parigi finora ha messo mano soprattutto al tragitto di suo reale interesse, i 109 chilometri tra Lione e Chambéry. Da lì il Tgv dovrebbe arrivare a Saint Jean de Maurienne, 74 chilometri piuttosto semplici, per poi tuffarsi dentro il tunnel che sbuca a Chiusa San Michele.    INSOMMA l’opera, vista da lì, ha senso e costa il giusto, anche se non mancano comitati no Tav che, insieme a quelli italiani e baschi, hanno dichiarato guerra alle opere inutili e si ritroveranno a Venaus l’11 agosto. Intanto i francesi hanno già scavato le tre “discenderie” di loro competenza, cioè tre gallerie che sbucano sul tracciato del (futuro) tunnel per accelerare l’opera aggredendola in più punti, e trasformandosi in uscite di sicurezza a lavori conclusi. Quando? Come? Per ora il nodo si chiama Siim Kallas, il commissario europeo per i trasporti che chiede non solo il – simbolico – avvio dei lavori anche sul fronte italiano e il – tuttora latitante – ok paesaggistico del ministero per l’Ambiente, ma anche un risolutivo vertice italo-francese sulla ridefinizione dei costi. Il tragitto nostrano ha visto quadruplicare il preventivo, e di certo Sarkozy non intende sopportare la lievitazione dei costi italiani. Perché anche i francesi, col loro 37% di tunnel da pagare, potrebbero cominciare ad arrabbiarsi se il conto diventasse troppo salato.

di Chiara Paolin, IFQ

27 maggio 2011

Cosa accadrà dopo Berlusconi nel Paese dei pinocchi che non sanno crescere

A un passo dalla fine di una lunga stazione, è venuto il tempo d’interrogarsi su quale sarà l’Italia del dopo Berlusconi. Non tanto sul piano delle ipotesi e degli scenari politici, i governi Tremonti o Maroni, le larghe intese, le elezioni anticipate, quanto laddove il berlusconismo ha colpito più nel profondo, ovvero la cultura diffusa del Paese. Il berlusconismo è stato per quasi vent’anni una risposta culturale, prima che politica, al bisogno di un’intera nazione di sfuggire ai dilemmi del presente. È stata la fissazione ad un paesaggio degli anni Ottanta, l’infantilizzazione  prima e la regressione totale poi di una società che ha smarrito verso la metà degli anni Ottanta la speranza di un futuro migliore.

L’illusione che tutti i problemi complessi della modernità, dalla mondializzazione dell’economia alla concorrenza dei mercati emergenti, dalla riconversione post industriale all’immigrazione, potessero essere risolti a colpi di slogan e miracoli, ricondotti a vecchie categorie di visione del mondo come il comunismo e l’anticomunismo. Questa restaurazione è dilagata, in assenza di un vero progetto alternativo e moderno di sinistra, ha finito per conquistare tutti i territori. Non solo la politica, ma la comunicazione, il costume, i modelli culturali e la vita quotidiana.

Il modo per esempio di considerare la figura della donna, con un salto all’indietro di quaranta o cinquant’anni, a molto prima dei movimenti femministi. La maniera di gestire o meglio di ignorare del tutto il problema del ricambio generazionale, costringendo i giovani italiani a una condizione unica in Europa e nell’Occidente democratico di eterna infanzia, perenne precarietà. Il ritorno alla fanciullezza di un Paese troppo invecchiato è stata la chiave del berslusconismo, ben rappresentata dall’immagine che vediamo ogni sera sulle nostre televisioni. Lo spettacolo di anziani signori che litigano, urlano e ripetono come filastrocche le stesse cose, come appunti in una classe d’asilo gestita da un supplente distratto. Non serve allora invitare a moderare i toni. Piuttosto un esempio volto a maturare i toni, a confrontarsi da persone adulte.

A questo infantilismo da bambini capricciosi e anarcoidi si è piegata tutta la cultura, anche quell’opposizione che continua a sfornare antidoti bambineschi alla malattia, non solo attraverso i casi eclatanti di Di Pietro e Grillo. Nel regno dei Pinocchi mai cresciuti è normale che vinca il più bravo a raccontare bugie. Uscire da questo incantesimo alimentato per vent’anni, in assenza si spera di eventi catastrofici, sarà molto più difficile che liberarsi di Berlusconi.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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