Archive for aprile, 2011

29 aprile 2011

Mattarellum e democrazia

Il Fatto ha già pubblicato un autorevole parere della professoressa Carlassare sull’ultima iniziativa di B.: il dl truffaldino che sospende il programma nucleare del governo per il tempo necessario a impedire il referendum del 12 giugno: si tratta di un dl illegittimo che potrà essere oggetto di ricorso alla Corte Costituzionale, la cui pronuncia dovrà essere valutata dalla Corte di cassazione. Naturalmente tutto ciò richiede del tempo e quindi il giochetto di B. ha molte probabilità di raggiungere il suo scopo. Quello che è perfino più preoccupante del sabotaggio al referendum è però l’escalation di B&C nell’utilizzo spregiudicato delle istituzioni. Si è cominciato con le spudorate ammissioni di alcuni C di B. (Belpietro e Cicchitto) ad Annozero: sì, è vero che B. si è fatto leggi su misura che avevano e hanno lo scopo di impedire alla magistratura di processarlo e, se del caso, di condannarlo. Ma che diavolo, è sottoposto a talmente tanti processi da rendere evidente che si tratta di una persecuzione; qualcosa deve pur fare per difendersi. Sì, è vero che queste leggi su misura non fanno proprio bene all’amministrazione della giustizia e, come conseguenza, al popolo italiano tutto; ma un premier deve essere messo in condizioni di governare: è il prezzo che si paga all’ostinazione complottistica dei magistrati. Adesso abbiamo la rivendicazione della legittimità dell’illegittimità: qualsiasi mezzo, formalmente corretto, è buono per impedire al popolo di opporsi alle scelte del governo. È vero che la Costituzione prevede lo strumento referendario; è vero che si tratta di uno strumento di democrazia diretta che garantisce, al di là di ogni mattarellum o porcellum, la sicura identificazione della volontà popolare. Ma noi non possiamo permettere al popolo di vanificare i nostri progetti; e quindi gli dobbiamo impedire di pronunciarsi. Per chi, come me, ha calcato aule di giustizia per tanti anni, questo scenario è assolutamente consueto. Ogni rinvio per difetto di notifica, ogni nullità fatta valere ad anni di distanza dall’inizio del processo, ogni evidente sfruttamento di inadempimenti formali ha sempre avuto un solo scopo: assolvere l’imputato. Si può essere tutti d’accordo: trattasi di un fottuto delinquente ma… la data dell’udienza è stata comunicata solo all’avvocato (che gliel’ha detto) ma a lui no; bisogna ricominciare tutto da capo; ma è tutto prescritto! Eh, la legge è legge. Perché questo esempio? Perché si tratta della stessa malattia: l’uso spregiudicato di ogni strumento, ancorché legale, per raggiungere i propri fini; non necessariamente illeciti: un avvocato che usa delle formalità del codice per evitare la condanna del suo cliente compie il suo dovere; un premier che si fa fare leggi che gli evitino la galera meritata, ovviamente no. Sotto questo profilo violare la Costituzione con escamotage formalmente corretti non è meno grave di quanto non lo sia violarla bloccando le strade con i carri armati; sempre di spregio della volontà popolare si tratta, sempre di violenza alla democrazia, sempre di uso indegno del potere. Alla fine la Corte costituzionale dichiarerà l’ennesima violazione della Carta; ma ciò che è veramente grave è l’improntitudine di un presidente del Consiglio che rivendica il suo diritto (diritto) di impedire un referendum. C’è un solo modo per fargli capire che l’Italia è ancora un paese civile e democratico: andare in massa a votare per i due residui referendum; e buttargli in faccia un tale plebiscito di rabbia e disprezzo da, per dirla con Shakespeare, “muovere a rivolta e tumulto in Roma anche le pietre”.

di Bruno Tinti, IFQ

29 aprile 2011

Arriva (forse) l’austerity in casa Moratti

Non ci sono precedenti. Un azionista della Saras, imbestialito (bilancio in perdita per il secondo anno, niente dividendo, soci infuriati per i titoli pagati 6 euro nel 2006 e quotati ieri meno di 1,7) ha chiesto in assemblea di bilancio ai fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, presidente e amministratore delegato, nonché azionisti di maggioranza, se “non provassero imbarazzo a presentare risultati negativi e avere una retribuzione oltre i 2 milioni e mezzo di euro” (per la precisione 2 milioni 536 mila euro a testa, lordi). Cose che capitano. Ma è notevole che i due non abbiano saputo che cosa rispondere e si siano arresi : “Riteniamo fondata la domanda e prendiamo in seria considerazione di ridurre i nostri stipendi”. Padroni di un’azienda che non dà dividendi, i Moratti, come molti capitalisti all’italiana, vivono dello stipendio che si autoassegnano. E assumono i figli per corroborare il reddito familiare. Angelo Moratti (figlio di Gian Marco) ha guadagnato nel 2010 un milione tondo, Angelo Mario Moratti (figlio di Massimo) si è preso 240 mila euro, Gabriele (figlio di Gian Marco e del sindaco Letizia, famoso per la casa di Batman) si è accontentato di 168 mila euro. Ma in tanti che sono non hanno ancora capito come mai in quattro anni sono morti cinque operai nella raffineria di Sarroch (Cagliari). “Siamo profondamente colpiti da queste disgrazie a cui la nostra società non era preparata dopo cinquanta anni di lavoro. E ancora non capiamo come alcune cose siano successe”. Quando lo capiranno facciano sapere, insieme a quanto stipendio si tagliano.

di Giorgio Meletti, IFQ

29 aprile 2011

Il berlusconismo, una dittatura della minoranza

Sondaggio elettorale diffuso martedì scorso a Ballarò

Nella vita tutto mi sarei aspettato, ma non di rimpiangere la “maggioranza silenziosa” democristiana. Quel ventre molle della Prima Repubblica, che inghiottiva ogni slancio ideale nelle acque del calcolo politichese. Eppure quanto civile rispetto alla rumorosa minoranza dei berluscones. Minoranza, sì. Perché la storia del berlusconismo maggioritario, addirittura plebiscitario, è una menzogna propagandistica. Una delle peggiori e quindi più fortunate.

Facciamo due conti veri. Secondo i sondaggi, compresi i suoi, a votare il Pdl oggi andrebbero circa dieci milioni di italiani. Su 48 milioni di elettori: un cittadino su cinque, o quasi. Per fare un paragone, la Dc degli anni Settanta aveva 14 milioni di voti su quaranta milioni di aventi diritto. Quella degli anni Ottanta, in piena crisi, era scesa a 13 milioni di voti su 42 milioni. Sempre uno su tre. Con tutte le tv, i miliardi e il potere accumulato nei più lunghi governi della storia repubblicana, Berlusconi può contare su un seguito del venti per cento reale. Il suo governo è il più minoritario della storia repubblicana. Si regge su una coalizione quotata dai più ottimisti intorno al 41-42 per cento dei voti validi, quindi un terzo del corpo elettorale. Oltre a mantenersi al potere solo in virtù di una vergognosa e ridicola campagna acquisti di parlamentari.

Nonostante questo, il berlusconismo si comporta come se avesse l’ottanta per cento dei consensi. Occupa ogni angolo della Rai, teorizza e pratica uno spoil system da banda della Magliana, fabbrica leggi ad personam per il capo, mira a stravolgere la Carta costituzionale. Non bastasse, colpisce con sistematica violenza le categorie considerate nemiche e “di sinistra” anzitutto gli insegnanti e i magistrati. Sarebbe un regime anche se godesse di un consenso enorme. Ma è un populismo con sempre meno popolo alle spalle. Si tratta dunque di una dittatura della minoranza. Resa possibile da una legge elettorale che è una porcheria, da un illegittimo monopolio televisivo, dall’intolleranza e dall’arroganza dei propri elettori. Più un quarto elemento, il più grottesco, ma decisivo,  che è l’assoluta insipienza delle opposizioni, al limite del masochismo.

Alle prossime elezioni, se si svolgessero domani, le opposizioni, pure concordi nel considerare il berlusconismo un’assoluta emergenza democratica, riuscirebbero nell’impresa di presentarsi divise in quattro poli. Un centro a guida Casini, un centrosinistra con Bersani, Vendola e Di Pietro, più i grillino con Grillo e i post comunisti con Di liberto. Con il risultato di ottenere il 60 per cento dei voti e consegnare la maggioranza, il governo, il Quirinale nelle mani del 40 per cento fedele al fenomeno di Arcore.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

29 aprile 2011

La famiglia Buzzanca va in scena all’Acea

L’Acea è un colosso, una società di cui il Comune di Roma detiene il 51 per cento. Il suo core business, per usare un termine finanziario che fa chic, sono acqua ed energia. Eppure andando a spulciare i documenti interni, i nomi dei dipendenti e l’elenco delle sponsorizzazioni si scopre un’altra passione: la cultura. Il cinema, ma anche la pittura e i dibattiti.    Un merito, in un Paese che snobba la cultura. E però, nei corridoi del palazzone dove ha sede la società, più d’uno dall’inizio dell’era di Gianni Alemanno storce il naso. Il motivo? Il ricorrere di nomi noti tra assunti, sponsorizzati e premiati. Uno su tutti, Buzzanca, ma sì, proprio la famiglia del famoso Lando, attore protagonista di pietre miliari del nostro cinema come Il merlo maschio, Homo Eroticus e James Tont. Ma qualcuno ha anche notato i cognomi Scajola e Alemanno.

MALIGNITÀ? Niente di illecito, fino a prova contraria, ma per l’opposizione forse una prova di come “gli amici di Alemanno mettano radici ovunque”. Così qualcuno punta il dito sull’entourage di Giancarlo Cremonesi, presidente Acea vicino ad Alemanno, arrivato dopo l’elezione del sindaco di centrodestra. Cremonesi ha voluto come capo del suo ufficio stampa Salvo Buzzanca. In una nota stampa firmata da Acea si legge: “Buzzanca è stato scelto dal presidente Cremonesi intuitu personae, come ovvia e costante prassi, in base a un consolidato rapporto di fiducia, avendone apprezzato in precedenti esperienze professionali, le capacità e le competenze”. Insomma, non c’è stato nessun concorso, ma succede spesso. Buzzanca ha collaborato con gli uffici stampa di politici soprattutto di centrodestra (Gianni Letta, Giuliano Ferrara e Paolo Guzzanti). Ancora: il dottor Buzzanca è fratello minore dell’attore Lando. Un merito o una colpa? Ai critici cinematografici la sentenza. Di certo Lando, salvo una sbandata per Walter Veltroni, vanta una lunga militanza nella destra. Disse: “Voterò An finché ci sarà quella fiammella sempre più piccola che mi ricorda il grande Giorgio Almirante”.    Un campanello che a qualcuno ha richiamato altre coincidenze: nella segreteria di Cremonesi siede Serena Dell’Aira,    esperta d’arte e (come risulta anche dalle cronache e da Face-book) compagna di Massimiliano Buzzanca. Chi? L’attore, figlio di Lando e nipote di Salvo. Dell’Aira è una professionista stimata: Acea l’ha indicata anche come membro della giuria del premio artistico “Eco Art Contest”. La stessa Dell’Aira risulta tra i membri del Comitato della Camera di Commercio di Roma per la promozione dell’Imprenditoria femminile. È stata designata da Confservizi Lazio, l’associazione che raccoglie i gestori di servizi come appunto Acea (la nomina risale al 2010, in era Cremonesi-Alemanno).    I soliti maligni ricordano anche il corposo capitolo delle sponsorizzazioni Acea. La società, come risulta anche dal sito, è partner del musical “Sotto Er cielo de Roma”. Protagonista Massimiliano Buzzanca.    Ma Acea è nota anche per la sua passione per il cinema: da anni sponsorizza la nota rassegna Ostia Filmfestival. Una telefonata agli organizzatori permette di scoprire chi farà parte della giuria 2011: “Gli stessi giurati dell’anno scorso più alcuni nomi nuovi come Lando Buzzanca”.

BASTA? No. Acea ha sponsorizzato un’iniziativa in memoria di Fiorenzo Fiorentini che ha premiato personaggi che si sono distinti “per il contributo alla cultura e all’arte di Roma”. Tra questi Lando Buzzanca.    Insomma, si può dire che i Buzzanca sono stimati dall’Acea che fa capo al Comune di Roma. Certo, qualcuno dirà che potrebbe averci messo lo zampino la simpatia per il sindaco Alemanno. Ma non è un reato. Così come non è illecito che il responsabile degli Affari Istituzionali Acea sia Ranieri Mamalchi che, come ricorda la società, “è un valido dirigente” oltre a essere stato per “18 mesi capo Segreteria dell’allora ministro dell’Agricoltura, Alemanno”. Lecito anche che il responsabile delle Relazioni Esterne sia Pierguido Cavallina, ex addetto stampa di Francesco Storace (An), allora ministro alla Salute di Berlusconi.    Maldicenze. Come quelle che ricordano la sponsorizzazione di Acea impressa sulle pagine del volume “Basilica di Santa Maria Maggiore, fede e spazio sacro” presentato nell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede alla presenza di Gianni Letta, di Alemanno e dell’autrice Maria Teresa Verda, consorte dell’allora ministro Claudio Scajola. Non mancavano alti prelati. Del resto, ricordano le malelingue, oltre a gare automobilistiche e iniziative di ogni tipo, lontane apparentemente dal business dell’azienda, Acea sponsorizza molte attività culturali curate dalla Chiesa. Incurante del debito da decine di milioni che la Santa Sede ha accumulato con Acea per il mancato pagamento delle forniture idriche.    E qualcuno all’Acea critica: “Viene il dubbio che una società pubblica possa servire, inconsapevolmente, come strumento diplomatico per tenere buoni i rapporti del Campidoglio con ambienti ecclesiastici e politici”. Non è certo così. Acea, lo ripetiamo, sponsorizza decine di appuntamenti. Come Cortina Incontra, apprezzata rassegna di dibattiti nella culla ampezzana. Nel 2010 tra gli ospiti si contavano Gianni Alemanno (4 volte), la sorella Gabriella, e la moglie Isabella Rauti. Tanto che qualcuno aveva sollevato una questione di stile: la famiglia del sindaco ospitata in forze da un festival sponsorizzato da una società del Comune.

di Ferruccio Sansa, IFQ

29 aprile 2011

Ragazzo indiano muore di indifferenza a Bologna

Ancora una morte in strada a Bologna nel giorno di Pasqua. Ranbir Singh, 21 anni, straniero, irregolare, senza residenza e senza un letto in cui passare la notte se n’è andato su una panchina dei giardinetti di piazza dei Martiri, nel centro della città. Ucciso dall’alcool e dalla solitudine: accanto a lui nell’ultimo momento della vita solo due bottiglie di whisky, una vuota e una mezza piena.    Per dodici mesi ha vissuto ai margini della società. In Italia era arrivato due anni fa per lavorare e per poter aiutare la famiglia rimasta in India ma da ormai un anno non riusciva a trovare uno straccio di mestiere. É la storia di tanti migranti: senza un’occupazione, non è possibile rinnovare il permesso di soggiorno.    É successo anche a questo ragazzino: Nabir diventa irregolare e questa condizione gli preclude ogni forma di assistenza da parte dei servizi sociali pubblici, cui si accede solamente se si hanno i documenti in ordine. Resta senza lavoro, senza un tetto. Non trova più la forza di fare nulla se non quella di attaccarsi all’unico compagno di viaggio: l’alcool. Sotto le Due Torri vive nell’indifferenza.

DI LUI S’ACCORGONO solo i volontari di Piazza Grande, gli unici che sapevano il suo nome, che conoscevano il suo volto. I soli che hanno gridato in queste ore: “Serve una riflessione sul tema dell’accoglienza. Di questo dovrebbe parlare la nostra città”. Lo hanno fatto anche quando il 4 gennaio scorso morì in piazza Maggiore il piccolo Devid di appena venti giorni, figlio di una coppia in difficoltà. Lo hanno urlato anche quando hanno chiuso il centro d’accoglienza Capodilucca e i clochard hanno dormito per giorni sotto le finestre del Comune.    Alessandro Tortelli, responsabile del servizio mobile di Piazza Grande lo aveva incontrato più volte sulla strada: “Ranbir aveva finalmente deciso di reagire e di curarsi dalla dipendenza dall’alcol. Dopo una serie di contatti per la prima volta, venti giorni fa, si è rivolto ai volontari di Piazza Grande per ricevere aiuto. In poco tempo, grazie all’aiuto delle suore di Madre Teresa di Calcutta era stata individuata una comunità che poteva accoglierlo. Per sostenere la sua volontà di cambiare vita avrebbe iniziato a collaborare e, grazie all’aiuto dei legali di Avvocato di strada, avrebbe richiesto il permesso di soggiorno. Domenica scorsa però Ranbir è morto da solo in Piazza dei Martini. Evidentemente anche questa volta la macchina della solidarietà sociale è stata troppo lenta”.    In quella piazza dove sfrecciano veloci le automobili, dove passano in bicicletta in tanti per andare alla vicina stazione, dove scorrono gli autobus pieni di turisti, non si è accorto nessuno domenica di quel ragazzino con due bottiglie di whisky. Solo un passante non ha voltato le spalle e ha chiamato l’ambulanza. Troppo tardi. Come sempre. “Oggi però – aggiunge Tortelli – non servono polemiche, non serve cercare colpevoli ma può essere utile fare una riflessione: i diritti universali non li proteggiamo tra le mura di Bologna”.

di Alex Corlazzoli, IFQ

29 aprile 2011

Referendum: strategie di comitati e partiti per raggiungere il quorum

Parola d’ordine: fare casino. Picchetti, appelli, manifestazioni, una rivolta liquida e atomizzata per evitare che acqua e nucleare cadano nell’oblio necessario a proteggere dalle intemperie popolari il legittimo impedimento.

I COMITATI non mollano la presa e rispondono con la mobilitazione di massa alle belle dichiarazioni del premier: il referendum è un passaggio inutile, normeremo le materie in oggetto quando gli italiani avranno dimenticato Fukushima e la furia anti business sui beni primari. Comunicazione diffusa urbi et orbi da tg e titoloni di giornali. “Il portinaio della mia Facoltà l’altra settimana m’ha accolto così: prof, le hanno annullato il referendum eh?” dice Ugo Mattei, docente di diritto civile all’Università di Torino e co-estensore dei quesiti sull’acqua. “Dal 5 aprile è scattata la par condicio e in tutti i talk è vietato parlare di referendum. Le tribune ad hoc dovrebbero partire tra tre giorni, ma la Commissione di Vigilanza Rai ancora non ha deciso come gestirle – insiste il prof -. È pure vero che prima del decreto ammazza-referendum nessuno si filava più l’argomento: Berlusconi, con tutti i suoi maneggi, potrebbe ottenere un effetto boomerang. Chissà che il grande comunicatore stavolta non abbia combinato un pasticcio convincendo tanta gente in più a far lo sforzo di andare a votare”.

NEL DUBBIO, l’agitazione continua. Su http://www.fermia  moilnucleare.it   il calendario è già al completo fino al giorno del voto: dalla catena umana di Sessa Aurunca all’occupazione temporanea di suolo pubblico a Grosseto, l’Italia intera è pervasa da movimenti di protesta. “E meno male – aggiunge Andrea Filippi, responsabile Cgil per l’energia -. Il premier si affaccia ogni giorno alla finestra per dire che il popolo lo ama: in questo caso invece sta facendo di tutto per evitare un passaggio democratico. Ormai è chiaro che vuole sfiancare l’appuntamento sia per salvare il legittimo impedimento che per lasciar mano libera al governo sugli affari di municipalizzate e centrali nucleari. Speriamo la gente tenga botta. Perché convincere 25 milioni di persone a mettere quelle quattro ‘x’ mica è tanto facile”.    Eppure ci si prova, invadendo qualche punto nevralgico. Stamattina un coordinamento di comitati presidierà la sede Rai di piazza Mazzini con striscioni e megafoni per spiegare ad alta voce come stanno le cose. Nel pomeriggio la compagnia si sposterà in via Regina Margherita per vivacizzare l’assemblea degli azionisti Enel. Perché il sospetto diffuso tra i referendari è che gli interessi economici si saldino clamorosamente con quelli di tutela della vita giudiziaria del premier. “La politica del governo è un disatro – ha sintetizzato ieri Di Pietro -. Per mandare a casa questi soggetti ci sono due possibilità: il voto alle comunali, ma soprattutto il referendum”.    Conferma Bersani: “La nostra campagna elettorale parlerà proprio di queste cose qua. È indecente che si stia tentando di scansare il giudizio degli italiani raccontandogli bugie”. Deliri belli e buoni secondo l’autorevole parere di Peppino Calderisi, capogruppo Pdl in commissione Affari Costituzionali alla Camera: “Se tutte le norme oggetto di un quesito referendario sono abrogate da nuove disposizioni, il referendum raggiunge il suo obiettivo. E il referendum non ha più corso, perchè il quesito rimane senza oggetto. Il dibattito in corso è pertanto surreale”.    Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, non si spaventa: “Compiamo ora 25 anni, sappiamo come reggere sul lungo periodo. Il trucco messo su da Berlusconi è inaccettabile, e la gente ha capito visto che tre italiani su quattro non vogliono il nucleare. Dobbiamo solo tenere duro, comunque vada a finire la trafila tecnico legislativa. Tanto, se non è stavolta che vinciamo, sarà un’altra: non ci fermeranno mai”.    Ieri Nichi Vendola è riuscito a portare in piazza a Bari Annie Le Strat, vicesindaco di Parigi con delega alla gestione del sistema idrico, sistema a suo tempo privatizzato e recentemente restituito al controllo pubblico. “In Italia c’è una grande capacità di mobilitazione dell’opinione pubblica detto fiduciosa Le Strat -. Il referendum sull’acqua pubblica ci sarà, e io verrò a Torino nei giorni del voto per sostenere questa battaglia. Che non ha eguali in Europa”.

di Chiara Paoli, IFQ

29 aprile 2011

La guerra lampo dei fratelli Marx

Dunque, ricapitolando. Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista”, cioè con il regime libido di Muammar Gheddafi, ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd (contrari solo Idv, Udc, radicali e due pd dissidenti, Colombo e Sarubbi), impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”. Naturalmente, da due giorni stiamo bombardando la Libia per eliminare il nostro amico e sostenere i ribelli che gli si oppongono armi in pugno. Ma, nella foga, ci siamo dimenticati di disdettare il trattato di amicizia. Che dunque è tuttora valido. Deve trattarsi di un’abile mossa, l’ennesima, per confonderlo: visto che non riusciremo mai a colpirlo, tentiamo almeno di intontirlo con la nostra politica estera meteoropatica, che varia a seconda del tasso di umidità. Nella speranza che il beduino, disorientato dalle piroette di B., Frattini, La Russa e Bossi, si buschi la labirintite. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dell’ex simbolo della doppiezza levantina, ora assurto a monumento alla coerenza se paragonato al suo italico baciatore. Quando esplode la rivolta, col trattato italo-libico in tasca, si sente in una botte di ferro almeno con noi. E bombarda tranquillo i civili. L’amico Silvio, compare di baciamani e bunga bunga, dichiara: “Gheddafi non lo chiamo per non disturbarlo”. Non s’interrompe un’emozione, tantomeno una repressione. Frattini Dry, noto agli ambienti diplomatici come “il fattorino”, spiega: “Sosteniamo con forza i governi laici che tengono alla larga il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. L’Onu invece decide di disturbare un po’ e autorizza i bombardamenti. L’Italia aderisce. Ma B. rassicura: “I nostri aerei in Libia non hanno sparato e non spareranno mai. L’Italia non è in guerra e non ci entrerà mai”. Per chi un po’ lo conosce, è il preannuncio che l’Italia entrerà in guerra. Ma non subito: solo quando starà per finire, come il Duce con la Francia per avere “qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (nel nostro caso, sulla tavola imbandita a gas e petrolio). Lo Stato maggiore fa timidamente osservare che, se i Tornado vanno e vengono dalla Libia, è per sparare, non per visitare. Ma La Russa è costretto a smentire: i nostri aerei fanno talmente paura che il regime, appena li vede, spegne i radar, così risparmiano sui missili. Comunque B. si dice “addolorato per Gheddafi”: per quel che noi e i nostri alleati gli stiamo facendo. Frattini riconosce i ribelli come “unico interlocutore politico legittimo” e aggiunge: “La consegna delle armi non può essere esclusa”. La Russa scalpita per sparare: “Mica siamo affittacamere che danno agli altri le chiavi di casa”. Bossi li fulmina tutt’e due: “Qualche ministro parla a vanvera”. B. esclude l’ipotesi dell’esilio di Gheddafi: “Lo conosco, resisterà a ogni costo”. Poi dice che sta cercando di convincerlo all’esilio. Per fare cosa gradita, Olindo Sallusti allega al Giornale il Libretto verde a prezzi scontati e tutta la stampa berlusconiana dichiara guerra a Sarkozy, anche con l’uso di armi chimiche e batteriologiche (Giuliano Ferrara minaccia addirittura di sganciarsi su Parigi). Un mese fa B. parla con la Merkel, poi annuncia: “Col senno di poi, potevamo restare fuori dalla coalizione come la Germania”. L’altroieri parla con Obama e Sarkozy e si allinea all’ultimo interlocutore: bombardiamo anche noi. Ma senza disturbare, molto addolorati. Infatti precisa che non sganceremo “bombe a grappolo” (anche perché lui non lo sa, ma sono vietate dalle convenzioni internazionali), ma solo “razzi mirati”. E, se non bastano i Razzi, pure gli Scilipoti. Così, se Gheddafi non muore di bombe o di labirintite, muore dal ridere.

di Marco Travaglio, IFQ

28 aprile 2011

‘Ndrangheta al nord, “attenzione alle comunali”

Indagini, informative della polizia, politici coinvolti. Uno condannato. Elezioni indirizzate, infiltrazioni nelle amministrazioni. Comuni sciolti. No, non siamo nel Sud Italia, non siamo in un paesino qualunque sperduto tra Calabria e Sicilia. Siamo al Nord, Lombardia, Liguria è uguale, non cambia niente “la ‘ndrangheta è diffusa su tutto quel territorio che qualcuno definisce padano. E sta lì da quarant’anni. Ma solo negli ultimi anni qualcuno ha aperto gli occhi”, spiega Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università di Roma Tre.    Professore, eppure un anno fa il    prefetto di Milano ha detto “qui la mafia non c’è”…    Giusto, aveva ragione.    Forse ho capito male…    No, no la mafia non c’è, c’è la ‘ndrangheta. Che è peggio. Però vede, tutti ci siamo soffermati su quella frase, senza valutare la conseguenza: che il prefetto è ancora al suo posto, Maroni non lo ha rimosso.    A che livello è ramificata la    ‘ndrangheta al Nord?    Molto forte. Vede, tutte le indagini venute fuori questa estate riguardano solo Milano, mentre non si sa ancora niente del lato bresciano. Quindi abbiamo un’area ancora inesplorata, ma coinvolta. Non solo: in un’intercettazione recente si sente uno ‘ndranghetista che dice ‘noi qui siamo 500’. Ne hanno arrestati 150, ne mancano quindi 350”.    Un numero non indifferente…    Sì, e quello che viene fuori è la capacità di intrufolarsi nelle grandi attività.    Tipo?    Ultimamente è emersa la vicenda della Tnt con il Tribunale di Milano costretto a interdire ben sei filiali della multinazionale. Da questo si capisce che è saltata la vecchia teoria secondo la quale la ‘ndrangheta riusciva a penetrare solo in Calabria aiutata da un tessuto sociale, economico e politico debole. Per questo sostengo che il radicamento è molto elevato.    Come si è organizzata al Nord?    Ha clonato la formula calabrese, ha riproposto esattamente le stesse modalità.    Si sono spartiti il territorio?    Certo, e in questo condizionamento c’è il problema del voto: se io so che c’è un politico di livello, mi metto d’accordo con un paesano non troppo compromesso e con lui avvicino il politico.    Quali sono le regioni più coinvolte?    Oltre alla Lombardia, la Liguria: in quest’ultima hanno sciolto il Comune di Bordighera e altre amministrazioni sono pericolanti. Attenzione: ancora non abbiamo aperto la pagina piemontese.    Quali sono i rapporti con la criminalità locale?    La inglobano, con i piccoli gruppi felici di farne parte: è una sorta di salto di qualità.    Castelli ha proposto di impedire alle aziende calabresi di partecipare agli appalti sull’Expò.    Se si fosse impedito agli imprenditori del Nord di fare affari con i mafiosi al sud, forse il meridione si sarebbe sviluppato diversamente. È un fatto storico. Detto questo, non sono più solo le imprese calabresi quelle inquinate, come dimostrano i casi Tnt e Perego. Certo, è ovvio che le mafie sono un prodotto del sud Italia, ma hanno trovato un’ottima accoglienza al Nord.    E pochi ostacoli?    Pochissimi, qualcuno si è opposto, ma non troppo. Anzi, chi lo ha fatto era quasi sempre di origini meridionali.    In una puntata di Vieni via con me, Roberto Saviano ha preso spunto da un suo libro “‘Ndrangheta Padana” per parlare di mafia. È successo un finimondo…    Eh sì, perché ha utilizzato solo la parte dedicata alla Lega, lasciando quelle su Pdl e centrosinistra. Insomma, il mio    libro andava in tutt’altra direzione.    Quindi l’inquinamento è bipartisan…    Però faccio una graduatoria, non sono mica tutti uguali: il Popolo della libertà è sicuramente il più coinvolto, direi all’80%, poi gli altri. Ma tutto questo è normale se dentro al partito hai uno come Dell’Utri. Resta un dato inquietante.    Quale?    Il problema non è il singolo, che ci può essere ovunque, ma il sistema oramai messo in piedi, identico al Sud come al Nord.    Un anno fa il questore di Modena ha denunciato: “Se azzerassi la criminalità, crollerebbe l’economia locale”…    Sa qual è la differenza tra l’Emilia Romagna e le altre regioni della zona? Che ancora non è stato coinvolto nessun politico, nonostante i tanti affari economici.    Dove si sviluppa il business della ‘ndrangheta?    Stupefacenti, costruzioni, sanità e rifiuti: dobbiamo smetterla di pensare al criminale con la lupara in mano e coppola in testa. Oramai indossano la cravatta, sono intorno a noi, hanno la possibilità di inquinare l’economia. Le faccio un esempio: in molti hanno sottovalutato l’episodio del direttore della Asl lombarda rimosso perché coinvolto con la criminalità. Eppure Formigoni si è stracciato le vesti con dichiarazioni del tipo ‘io non volevo cacciarlo’. Che cos’è questo?    Ce lo dica lei…    Esattamente quello che avviene in Calabria, nessuno si prende le proprie responsabilità. Ma oggi bisogna porsi un’altra domanda: cosa sta avvenendo in questa campagna elettorale? E su questo c’è il silenzio di gran parte della politica.

di Alessandro Ferrucc, IFQ

28 aprile 2011

Lotta alla mafia: vuoi pentirti? Meglio nel 2012

“L’arresto di Schiavone rappresenta un’altra grande affermazione dello Stato contro la camorra”. Eccolo, il governo dell’antimafia, il ministro Maroni che esalta il lavoro di magistrati e forze dell’ordine quando arrestano pericolosi latitanti (in una lista che si aggiorna di continuo). Peccato che poi lo stesso governo tagli drasticamente i fondi necessari a far sì che quei risultati si possano ottenere. Il capitolo 2840 (tabella 8 della Finanziaria) riporta le voci di spesa per i collaboratori di giustizia: per il 2011 appena 34 milioni e 332 mila euro. Un taglio di circa il 35 per cento rispetto agli anni scorsi, quando già i soldi erano andati via via diminuendo: si è partiti dai 52 milioni 528 mila euro nel 2008, che sono diventati 53 milioni 128 mila nel 2009, per poi scendere a 49 milioni 728 mila nel 2010. E ai 34 di quest’anno.    A lanciare l’allarme, durante un incontro di rito con i sindacati di polizia, è stato lo stesso sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. Sollecitato dal segretario generale del Silp Cgil, Claudio Giardullo, sulle risorse necessarie (e mai stanziate) a sostenere l’emergenza immigrazione, il sottosegretario (che proprio sulla gestione dei migranti aveva prima presentato, poi revocato le sue dimissioni) se n’è uscito con una battuta: “Abbiamo lo stesso problema con i pentiti – avrebbe detto ai presenti – fra un po’ dovremo dire agli altri Paesi europei: prendeteveli voi un po’ per uno”. “L’ho visto mortificato – commenta il segretario generale del Siap, Giuseppe Tiani – ho letto nelle sue parole un senso di impotenza. Ma, del resto, il problema dei tagli alla sicurezza sta diventando sempre più insopportabile e tra non molto la situazione sarà ingestibile”.

LA SPERANZA di Mantovano è di poter reperire le risorse necessarie nel Fondo unico per la Giustizia, un calderone (gestito da Equitalia) dentro il quale confluiscono i beni sequestrati – che però possono essere dissequestrati, pertanto cifre molto variabili – e le confische. “Queste ultime sono le uniche risorse su cui si può contare davvero – spiega Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia –. Bisogna tener presente, però, che nel 2010 dal Fug sui capitoli del Viminale non è arrivato nulla. Le risorse necessarie per il programma di protezione ammontano a circa 50 milioni di euro l’anno. L’Italia ha cominciato a battere le mafie con la legge sui pentiti e con il finanziamento dei programmi di protezione (anche dei testimoni). Ricordiamoci che fu un pentito a permetterci di arrestare Totò Riina. Se si blocca quel fondo, facciamo un passo indietro di 25 anni”.    Preoccupazioni condivise anche dai magistrati impegnati ogni giorno contro la criminalità organizzata. Racconta Antonello Ardituro, sostituto procuratore della Dda di Napoli e vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati: “Chi lavora sul campo aveva già avuto sentore delle restrizioni, che pesano sia sulle indennità per i collaboratori di giustizia, sia sulle spese, per esempio i trasferimenti necessari agli interrogatori o le videoconferenze. Così come ci sono ritardi nei pagamenti degli onorari dei legali dei collaboratori, che si sono visti pagare adesso le prestazioni di 8/9 mesi fa”.    Ma quali possono essere le conseguenze concrete di un simile atteggiamento da parte del governo? “La prima, quella più immediata – prosegue Ardituro – influisce sulla gestione di chi già collabora con la giustizia, con i loro familiari, con le udienze e con l’intera attività giudiziaria in corso. Il secondo rischio, a medio-lungo termine, è che si disincentivi la collaborazione. E soltanto intercettazioni e collaborazione consentono realmente di svolgere le indagini, visto che operiamo su un tessuto omertoso. La questione dei tagli, però, investe tutto il settore della giustizia: si cerca di fare riforme a costo zero, ma si perdono di mira le priorità”.

IN ITALIA i pentiti sono 900, tremila i loro parenti, mentre abbiamo 80 testimoni di giustizia con 300 familiari. Se realmente non si trovassero i fondi, la macchina – per ammissione dello stesso Mantovano – potrebbe bloccarsi dopo il primo semestre di quest’anno. Si mostra fiducioso il senatore Idv Luigi Li Gotti, membro della commissione Antimafia: “Anche in passato ci sono stati momenti in cui i soldi non si trovavano (nel 2009 c’erano stati problemi di cassa, i soldi stanziati erano stati ridotti e poi reintegrati, ndr). Sarà così anche quest’anno”. Più duro il responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando: “Il comportamento del governo è schizofrenico – spiega – da un lato si chiede maggiore efficienza nella lotta alla mafia e dall’altra si sottraggono gli strumenti per operare”.

di Silvia D’Onghi, IFQ

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni non perde occasione per lodare l’azione del governo nel contrasto alla mafia. (FOTO LAPRESSE)

28 aprile 2011

Serial baller

Capita spesso nei thriller che, giunto a fine carriera, il serial killer faccia di tutto per farsi prendere e dissemini di tracce la propria strada per aiutare l’investigatore a catturarlo. Anche il serial baller che occupa Palazzo Chigi ce la sta mettendo tutta per porre fine ai suoi giorni: in mancanza di qualcuno dall’altra parte in grado di eliminarlo (politicamente, s’intende), ci pensa lui. E si autodistrugge. Solo che gli altri non glielo permettono. E gli salvano la vita (politica, s’intende) anche se lui non vuole. Prendiamo le ultime mosse. Dopo l’emendamento-truffa per far saltare il referendum anti-nucleare e dunque far mancare il quorum agli altri due, i promotori denunciano l’imbroglio, mentre i suoi trombettieri dicono che è tutto regolare e che mai un galantuomo come lui imbroglierebbe gli italiani. A quel punto lui si presenta davanti alle telecamere e ammette: ma certo che era tutto un trucco, il giorno dopo i referendum riprendiamo il piano nucleare come se niente fosse. Cioè, vi sto fregando e vi spiego anche come, tanto nessuno farà nulla: il capo dello Stato firmerà pure questa legge con emendamento-truffa incorporato, la Cassazione casserà il referendum sul nucleare, il Pompiere della Sera esulterà perché si è evitato “lo scontro”, il Pd farà finta di incazzarsi per mezza giornata poi tirerà un sospiro di sollievo perché i referendum avrebbero consacrato Di Pietro, Grillo e Vendola. Ora, onestamente: ma che altro deve fare B. per far capire di essere un truffatore, se non dirlo apertamente in mondovisione? Non mente nemmeno più: appena racconta una balla, fa seguire la smentita incorporata, a prova di coglione. Che altro deve succedere perché il capo dello Stato gli rimandi indietro una legge-truffa che lui stesso pubblicamente ammette essere tale? Che aspetta il Pd a chiedere udienza al Quirinale con le altre opposizioni per difendere quel che resta del nostro diritto di voto da uno scippo dichiarato? Stessa scena sulla Libia. Lui fa di tutto per comunicarci che non abbiamo una politica estera, le alleanze le decide a seconda di come (e soprattutto con chi) si sveglia la mattina, tanto non gliene può fregare di meno. Un giorno bacia uno, un giorno non vuole disturbarlo, un giorno gli dispiace che lo bombardino, un giorno lo bombarda. Così, come gli gira. Se ciò non dovesse ancora bastare – come raccontiamo a pag. 3 – la sera in cui entriamo ufficialmente in guerra contro la Libia se ne va negli studi Rai dove si allestisce la scenografia del programma di Sgarbi, intrattenendo le maestranze e sperando in qualche gnocca di passaggio. Come ai bei tempi del Biscione, quando – scrisse Biagi – “se avesse avuto un filo di tette avrebbe fatto pure l’annunciatrice”. E c’è da capirlo: mica è un politico, è un impresario puttaniere per giunta imputato, ha cose ben più serie e divertenti a cui pensare. Sono 17 anni che cerca di farlo capire, ma gli altri niente: continuano a prenderlo sul serio e a lui tocca farsi due palle così con l’economia, la diplomazia, la scuola, l’università, le pari opportunità. Provate voi a vivere da mane a sera con Cicchitto, Bondi, Gasparri, Bonaiuti, Capezzone, Quagliariello che vi passeggiano sugli zebedei a quattro zampe coi tacchi a spillo. A sottoporvi a estenuanti sedute con Ghedini che spiega ad Alfano la differenza fra prescrizione e circoscrizione. A cercar di capire cosa dice Bossi e cosa pensa Calderoli. A passare ore al telefono con Olindo Sallusti e/o Rosa Santanchè. A ricevere Belpietro a Palazzo Grazioli per allenarlo al talk-show serotino. A chiamare Scilipoti per magnificare le virtù dell’agopuntura, sennò quello si offende. A dar udienza a Giovanardi che rompe i maroni con la droga e la sacra famiglia, mentre vi aspetta una partita del Milan o una partita di mignotte in transito. A inventare sottosegretariati per i “responsabili” capitanati da tal Sardelli, già paroliere di Al Bano con testi del calibro di “Cos’è l’amore”. Ma si può vivere così? Chi può faccia un’opera buona: lo liberi.

di Marco Travaglio, IFQ

28 aprile 2011

Perché, facendo la spesa, senza saperlo paghiamo le mafie

C’è un «convitato di pietra», imprevisto e criminale, seduto ogni giorno alla tavola di molte famiglie italiane. Si chiama, di volta in volta, mafia, camorra ndrangbeta e Sacra corona unita. Può nascondersi dietro un pomodoro pachino o un’arancia, una mozzarella campana o un branzino, una patata o un cesto di lattuga, persino dietro il pane e la pizza. Rappresenta uno dei grandi misteri dell’illegalità italiana e incassa una cifra astronomica: almeno cinquanta miliardi di euro ogni anno. Un mistero criminale della «cucina italiana» che spesso, senza che ce ne rendiamo conto, aleggia sui nostri pranzi e le nostre cene. Cinquanta miliardi di euro, dunque quasi un terzo dell’intero fatturato annuo della criminalità organizzata italiana (stimato in 164 miliardi), sono il frutto dell’immenso giro d’affari delle cosche sui prodotti agricoli. Seguiti dalla terra sino alla tavola, gonfiandone i prezzi e lucrando su ogni passaggio. Un esempio: «Un’anguria appena raccolta vale 10 centesimi; nei supermercati almeno 12 volte in più: 1,20 euro» dice Antonio Pergolizzi, dell’Osservatorio di Legambiente, che il 15 febbraio scorso ha denunciato la gravità del fenomeno dell’infiltrazione della mafia nel settore agroalimentare davanti alla Commissione agricoltura della Camera. Un secondo esempio: il pomodoro Pachino che, partito dalla Sicilia, arriva in Campania dove è ripulito, confezionato e rimandato al mercato di Vittoria (Ragusa) per essere, infine, distribuito in tutta Italia. Con l’immaginabile lievitazione del prezzo. cinquanta miliardi di fatturato la dicono lunga, oltre che sul controllo criminale di molte produzioni nelle regioni del Sud in mano alle mafie, anche sull’importanza di questo «settore» per il «capitalismo illegale» italiano: una voce strategica, accanto ai proventi del traffico di droga, del pizzo sugli appalti e sul commercio, e dell’usura. In realtà, il giro d’affari «alimentare» sfiora addirittura i 70 miliardi, calcolando altri prodotti imposti ….Proprio da Napoli, però, è partita l’offensiva giudiziaria più pesante contro le mafie che alterano prezzi e prodotti. Federico Cafiero De Raho, procuratore aggiunto, e il suo collega Franco Roberti (oggi a Salerno) hanno delineato uno scenario gravissimo. Il grosso dei mercati è controllato da Cosa Nostra, mentre i Casalesi gestiscono i trasporti su gomma.

Le conferme giungono anche dai palazzi della politica. Paolo Russo (Pdl), presidente della Commissione agricoltura, spiega: “Dopo la rivolta del 2010 a Rosario, in Calabria, abbiamo aperto un’inchiesta conoscitiva: emergono fatti gravissimi un po’ dappertutto”. Così come sono scioccanti le testimonianze raccolte da chi prova a scavare nella realtà. Basta andare in molti mercati del Centro e del Sud, da Vittoria a Fondi (Latina). Tra sospiri e bestemmie, ecco sempre la stessa, rassegnata risposta: “Produce più danaro la mafia che la terra.”. Le minacce e le armi puntate alla tempia rendono più di trattori e fatica contadina. “C’è un’attività parassitaria di intermediazione che allunga la filiera dell’agricoltura al consumatore. Più lunga è, più si gonfiano i prezzi. Bisogna elevare i controlli e tutelare l’agricoltura, cos’ si toglie spazio alle mafie” è la tesi di Russo. Prova già a toglierglielo Libera, l’associazione antimafia fondata da Don Luigi Ciotti. A Roma e Bologna, nelle piazze, ha regalato i finocchi prodotti nelle terre confiscate al clan Arena in Caparbia, tra Isola Capo Rizzato e Crotone. “Le mafie speculano sui prodotti di prima necessità” dice Ciotti, “scadenti, adulterati e avvelenati. E intanto investono anche nella ristorazione in Italia i clan controllano 5 mila locali”.

Il segreto sulla filiera dell’”agricoltura mafiosa”, però, comincia a mostrare le prime smagliature. “La sorpresa e scoprire i nomi dei grandi capi” spiegano i magistrati napoletani. “Mafia, camorra e ‘ndrangheta tornano alle loro origini, quelle rurali: in realtà, non le hanno mai abbandonate”. Una vocazione antica aggiornata alla modernità. Come, per esempio, la gestione dei trasporti su gomma dominata dai  casalesi. Le intercettazioni sul telefonino di Costantino Pagano, titolare della itta di trasporti La Paganese, hanno rivelato accordi tra i grandi boss delle diverse mafie, in una spartizione mai immaginata prima. Era il clan Schiamone a controllare ovunque il trasporto, attraverso La Paganese e 200 piccoli proprietari di Tir: arruolati, inglobati e seguiti passo passo. Un viaggio tra Campania e Sicilia costava 65 euro a bancale e un Tir può trasportarne sino a 30.

“Si pagano gli spazi”. L’insalata  è preferita alle patate perché pesa meno. Le fragole rendono di più: sono pregiate, e si deve remunerare anche la celerità del trasporto” ha rivelato uno dei due pentiti, Felice Graziani, boss di Quindici. Procurava alla Paganese carichi di fragole e castagne.

Seguendo Costantino Pagano nei suoi giri per l’Italia, spuntano i fratelli Antonio e Massimo Sfrega di Trapani, considerati referenti dei clan Riina e Provenzano a Palermo, ma anche del superboss Matteo Messina Denaro, latitante da 17 anni, oggi primo nella lista dei ricercati, il “capo dei capi”. Siamo nella Sicilia occidentale, dove il superboss sono attribuite due holding: una con i colletti bianche, l’altra tra campagne  e mercati. Un settore senza rischi rispetto a quelli tradizionali delle mafie. “Nessuno denuncia, subiscono tutti in silenzio”.

A Vittoria un produttore disperato confida: “Al mercato c’è una doppia attività che ci umilia. Gli intermediari sono anche i commercianti all’ingorsso: un conflitto di interessi. Chi dovrebbe spuntare il prezzo più alto, invece fa di tutto per abbassarlo. Non vendono mai il prodotto davanti a me: aspettano sempre che mi allontani. Risultato: produttori strangolati e consumatori danneggiati”.

Nella provincia di Trapani, dominata da Messina Denaro, sarebbe imposta una “tassa” di 50 euro a Tir.

L’inchiesta sulla Paganese è stata favorita da un coincidenza: l’ex dirigente del commissariato di Ofndi, Alessandro Tocco, è poi diventato responsabile di una struttura, sul modello dell’Fbi, allestita a Casal di Principe. Tocco conosceva bene i Casalesi e il mercato di Fondi, uno dei più grandi d’Europa e il primo in Italia per infiltrazioni criminali.

Ma ogni contrada delle mafie nel settore alimentare. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltura) è una affare  illegale persino l’emergenza idrica di Enna, di Caltanissetta e di Agrigento. La mafia è proprietaria di pozzi abusivi, collegati con il dissalatore di Gela. Porta acqua con le sue autobotti agli agricoltori: chi non paga resta a secco. A Licata uno di loro provò a resistere: l’indomani trovò all’ingresso un certello: “Vendesi”. Si adeguò subito.

Il rapporto  Ecomafiq  2008 individua 28 clan cn interessi nell’agricoltura, sui 258 censiti. Segnala 25.776 “ecoreati”, 761 al giorno, uno ogni tre ore in Italia. Non solo tangenti e pizzo, ma tanti altri modi per accumulare denaro “sporco”. In Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Basso Lazio “gli agricoltori sono tormentati”. Molti si confidano con don Ciotti e narrano estorsioni, mediatori imposti, controllo di prezzi e mercati, spese obbligate di facchinaggio, furti di animali per le macellazioni clandestine, furti di attrezzature agricole e trattori. Con un danno di 4,5 miliardi di euro all’anno. I macchinari sono smontati e rivenduti. E nulla sfugge. La mafia indica persino le falegnameria: dove acquistare le cassette per frutta e ortaggi, dove segarle per il riciclo.

Ed ecco altri dettagli significativi che emergono dalle inchieste napoletane. I fratelli Sfrega portano gli inquirenti a scoprire tentativi di agganciare anche una parte della grande distribuzione. Il funzionario della Dia Francesco Putortì insegue di Sfrega tra Sicilia e Lazio. Massimo Tiozzo, comproprietario di Ortosole. È lui che lo introduce negli ambienti di Carrefour e poi di Gs. Gli sfrega, arrestati di nuovo due settimane fa, erano sempre più lanciati. Le intercettazioni svelanto una ricerca frenetica di contatti: “Devo passare per Anagni alla Metro…Devo andare a Milano per parlare con chi fa tutto per Gs…Avevo appuntamento alla Conad a Civitavecchia…” Massimo Sfrega inciampa sui verbi (“Abbiamo diventato amici in poco tempo…”), ma è pragamatico. “IL nostro prodotto interessa, è un grande vantaggio…Sisa, Metro, Esselunga…”. I due fratelli sono anche i “re” dell’anguria. “Ho l’80 per cento della produzione, se compro l’altro 20 e fermo tutto per due tre giorni, triplico il prezzo” avverte Massimo, parlando però con sussiego. Vossia. Coscienza. Cosa Nostra non conosce la grammatica, ma la forma sì.

Fondi è un crocevia dei traffici. Dominavano i calabresi un tempo, ma ora è tutto in mano ai casalesi. L’importatore Roberto Basso è il leader di questo mercato: da cinque generazioni la sua famiglia fa arrivare primizie dall’estero. La prima volta che gli inquirenti lo sentono come lo sentono come teste, giura: “La mafia non c’è più. Qui nessuna minaccia. Se fanno la voce grossa per telefono, è solo mancanza di educazione”. Ma poi ammetterà di aver paura: “Ho un incubo ogni volta che arriva un camion. Vuoi vedere che in una cassetta trovo un mitra o la cocaina?”. Succede spesso? “Si sa che con i camion portano anche armi e droga”. Neanche questo può negare, l’importante di banane e ananas dall’Ecuador e del Sengal che non vede la mafia. E neppure l’usura: “Serve alle ditte che non ce la fanno più”. E nel prezzo che paghiamo al “convinto criminale” delle nostre tavole, c’è anche quella.

di Antonio Corbo, Il Venerdì

28 aprile 2011

Fascisti, ma non troppo, ecco i cinque camerati che volevano sdoganare il duce

Il fascismo non si sente molto bene e, a darne solenne testimonianza, cu ha oensato nei giorni scorsi l’onorevole Domenico Scilipoti, detto anche Nino. Non perché sia il diminutivo di Domenico, ma perché ad ascoltarlo in diretta alla Camera sembra il Nino Frassica di Indietro Tutta, quello del Senza infanzia e senza lode.

Persino il pioniere dei Responsabili che hanno salvato Berlusconi ha inserito nel proclama del suo movimento brani prelevati di peso dal Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile del 1925. Il che non vuol dire che Scilipoti e i suoi siano fascisti. Ma che i resti del Ventennio siano diventato materiale da bancarella, quello sì.

Quanti fascisti ci sono in Parlamento? Uno dovrebbe pensare che ce ne sono almeno cinque certificati, ovvero i cinque senatori (Cristiano De Eccher, Achille Totano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bornacin, tutti Pdl) che il 29 marco hanno presentato una proposta di modifica costituzionale per eliminare la disposizione transitoria che vieta la  ricostituzione del partito fascista (Pnf).

E invece no. “Ma quale fascista, andiamo. Sono nato dopo il fascismo, sono tra i pochi di destra candido come un giglio, mai nemmeno un avviso di garanzia per rissa o roba del genere”, si ribella il senatore Francesco Bevilacqua. “Ma una norma transitoria è transitoria e dopo 60 anni direi che più che transitoria è andata a male. A parte il folclore, i fascisti veri, almeno in Parlamento, sono estinti”. Quando si parla di folclore fascista  in Parlamento in realtà si parla di un paio di persone, il senatore Giuseppe Ciarrapico, anziano praticante di un originale culto mussolinian-andreottiano fatto di busti del duce e altarini democristiani con qualche occasionale condimento antisemita (“I figiani hanno già ordinato le kippah? Chi ha tradito una volta tradisce sempre”, ruggì nel settembre scorso), e della deputata Alessandra Mussolini che, per ovvi motivi, evoca il braccio teso del saluto romano. Ma nemmeno con la Mussolini, se togliamo di mezzo il nonno, si ottiene soddisfazione. Lei (non parlo di queste cose, ne parla la storia”, butta lì gravemente) ha esordito in politica nei primi anni ’90 abbandonando la carriera di attrice, e nel suo pedigree mancano la militanza nel vecchio Msi, insomma il ghetto nero, le botte e le cantine.

Il fascista dichiarato risulta non pervenuto. Un’assenza che però ha prodotto alcune sottocategorie i cui connotati vanno cercati in qualche avventurosa biografia. Cristiano De Eccher, il promotore della contestata proposta di legge, si può collocare nella casella dei fascisti misteriosi. Per lui parla il curriculum. Oggi ha 61 anni, ma a 23, a Trento, era responsabile di Avanguardia Nazionale. Di lui, il giudice Guido Salvini, uno dei magistrati che ha scavato nella strage di piazza Fontana, ha scritto: “Per nulla secondario, è riuscito sempre a tenersi ai margini delle indagini. Il suo ruolo non è stato ancora messo in luce”. Fu sospettato di aver custodito i timer usati per la bomba della strage. Del ramo contabilità storica fa invece parte il senatore Andrea Augello, un cursus honorum classico (Fronte della Gioventù, Msi, sindacato Ugl, poi Alleanza Nazionale e infine Pdl), vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ad Augello, 50 anni, l’idea di abolire il divieto di ricostituzione del partito fascista non fa né caldo né freddo. “Il fascismo è finito nel ’45. Negli anni ’70 se non eri di sinistra ti chiamavano fascista. E se a 14 anni subisci violenze verbali e fisiche non ti tiri indietro. Poi capisci però che così non si va avanti e allora cambi. Ma rimane aperta una contabilità storica ancora non risolta”. Secondo Augello insomma ci vogliono ancora un po’ di puntini sulle <i>. C’è ancora strada da fare sulla scia delle revisioni storiche. Augello ne ha scritta una sullo sbarco americano in Sicilia e sulla battaglia di Gela, con postfazione della capogruppo del Pd in Senato, Anna Finocchiaro. “Ma di apologeti del fascismo non ne conosco uno”, conclude.

Lui no, ma il suo riferimento, Gianni Alemanno, forse sì. E qui si entra nel filone del fascismo di solidale reclutamento. Perché un bel po’ di romani hanno scoperto  che il sindaco con la croce celtica al collo ha pescato dal bosco del passato un certo numero di soggetti, per dir così, vivaci. Un condannato a 4 anni e mezzo per tentato omicidio, Stefano Andrini, al vertice di una municipalizzata, l’Ama Servizi. Un ex militante neofascista dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), Francesco Bianco, piazzato all’Atac. E l’ex Fronte della Gioventù, Riccardo Mancini, oggi al vertice di Eur Spa; Gianluca Ponzio, responsabile delle relazioni industriali dell’Atac, ex di Terza Posizione.

“Eh no””, reagisce il deputato Pdl Marcello De Angelis, “Terza posizione non era mica neofascista. Anzi, ci fu pure qualcuno che fu espulso  per aver fatto il saluto romano. Noi guardavamo avanti, verso esperienze peroniste, terzomondiste, popolari e nazionali”. Un fratello di De Angelis, Nanni, anch’egli militante di Terza Posizione, è morto nel carcere di Rebibbia nell’ottobre del 1980 in circostanze davvero poco chiare. Marcello, dopo un passaggio anche per lui tra carcere e latitanza, ha scritto canzoni di successo negli ambienti della destra più tosta.

E d’accordo che Terza Posizione rifiutava l’etichetta di fascista, ma è stato proprio De Angelis a musicare qualche verso in equivoco come: “Vieni a passeggio con me sul ponte Mussolini, dove corrono i bambini con i fazzoletti neri. Oggi come ieri”. A sentire il deputato, la passeggiata è finita e di fazzoletti neri non ce ne sono più, nemmeno tra color che vogliono emendare  la norma transitoria. “Quanto deve durare la norma transitoria? Quanti voti prenderebbe un nuovo Pnf?”, minimizza.

“E sfogliava/i suoi ricordi/ le sue istantanee/ i suoi tabù/ e dopo Giugno/ il Gran Conflitt/ E poi l’Egitto/un’altra età”, cantava Rino Gaetano negli anni ’70, testo che, a quanto pare, è pronto per l’archiviazione. Certo, c’è sempre il ministro Maria Vittoria Brambilla che si esibisce nel saluto romano sulle note dell’Inno di Mameli, il ministro La Russa a Salerno diffonde manifesti per il 25 aprile dimenticando Resistenza e partigiani, e altri spiccioli, Ma poco o niente di più. Se si ricomincia da Scilipoti si può stare tranquilli.

di Luigi Irdi, Il Venerdì

27 aprile 2011

Renzi, perché Firenze è così brutta?

Caro Sindaco Matteo Renzi, va bene rottamare, polemizzare, svecchiare, tirare fendenti e fare il ganzo ogni settimana in televisione. Ma farebbe meglio ad affacciarsi ogni tanto dalla sua aurea finestra di Palazzo Vecchio e guardare giù. Se la città che ho visto in questi giorni è il suo biglietto da visita, non mi sembra un granchè. Non sa quanto mi dispiace scrivere queste cose. Per due motivi. Primo, perché quando lei è diventato sindaco ho sperato veramente che un giovane rottamatore avrebbe fatto bene a questa città da troppi anni vittima di se stessa e di amministratori scellerati. Secondo, perché noi fiorentini della diaspora coltiviamo un’idea della città molto alta, quasi platonica. Siamo come gli innamorati cornuti che non si rassegnano anche quando l’amato bene consuma il tradimento sotto i loro occhi. Più li deludi, più si incaponiscono. La città del nostro immaginario è di una bellezza struggente, è la capitale dell’arte e della cultura, quella che ci invidiano da tutto il mondo. Ogni volta che torniamo la troviamo invece sempre più grigia, abbacchiata e sciatta di come l’avevamo lasciata. E quindi, essendo fiorentini, dopo la tristezza ci monta la rabbia. E sa cosa che cosa fa rabbia più di tutto? La sciatteria, la mancanza di gusto, il menefreghismo. Non è solo una questione di assedio del turista di massa e di mancanza di soldi, che sono le scuse di sempre. Roma è caotica, sudicia ma vitale. Venezia è un parco giochi per gondolieri, ma a suo modo vitale. Caro Sindaco, Firenze sembra un morto che cammina. E’ questione di metterci l’anima e la testa. Le faccio qualche esempio. E’ così impossibile impedire che la capitale del Rinascimento diventi la capitale del cemento armato? Perché fare una colata a forma di vela per costruire una pensilina del bus quando basterebbe una tettoia di ferro battuto? Ed è proprio necessario riempire i viali di cordoli spartitraffico in cemento altezza d’uomo che non sfigurerebbero come barriere anticarro in un check point di Beiut? Come in un paese appena uscito dal socialismo reale, siete riusciti anche a disseminare la città di fioriere di cemento. Nella patria del cotto e dei vasi dell’Impruneta avete permesso il proliferare di cubi grigi inguardabili, alcuni addirittura sponsorizzati dalle banche, come l’obbrobrio in via Isola delle Stinche, davanti a Vivoli, la gelateria più segnalata dalle guide turistiche del globo, metà giornaliera di qualche migliaio di golosi. Anche lì è la fiera del cassonetto, con coreografia di graffiti sui muri e una rastrelliera dove giacciono scheletri di biciclette pre-alluvione spolpati dai ladruncoli. Non ci vorrebbe molto a portarle via e a dare un po’ di decoro alla piazza. L’arredo urbano, caro Sindaco, anche se il termine può farle schifo, è una cosa importante. Come il decoro. Non si può permettere che Firenze si riempia di insegne al neon, lampeggianti di ogni colore, con scritte talmente kitsch da far rimpiangere la celebre rubrica di “Cuore”. Arredo e decoro non sono chiacchiere per esteti. In una città come Firenze la forma è sostanza. E qui meritano un capitolo intero i cassonetti della spazzatura : brutti e puzzolenti oggetti di plastica grigia con il coperchio blu piazzati nei posti più improbabili e in vista. Non c’è piazza che non ne sfoggi una sfilza di tre o quattro, proprio nel centro. Piazza Pitti, Piazza Santa Croce, Piazza santa Maria Novella, Piazza Santo Spirito. Tutta Firenze è un monumento, obietterete, quindi dove li mettiamo? Intanto cominciamo a escludere le piazze. Poi si può anche studiare di tornare al vecchio sistema di raccolta. Lo fanno a Londra, con dieci milioni di abitanti. Ho gioito caro sindaco, del suo blitz in piazza del Duomo contro la tramvia. Bene ha fatto a chiudere alle macchine. Ma il centro storico non è solo il Duomo. Basta girare l’angolo per infilarsi in alcuni vicoli con scrocio sul cupolone del Brunelleschi, ridotti a pisciatoi a cielo aperto nei quali non si riesce neppure a entrare per l’insopportabile puzzo di urina. E lo stesso intorno a via Tornabuoni, agli Uffizi, ai Lungarni. Per non parlare della pensilina della stazione, altro pisciatoio all’aperto e bacheca per centri sociali e studenti in cerca di una stanza da condividere. Cosa penseranno gli stranieri che scendono da un treno ed è la prima cosa nella quale si imbattono? Si ricorda la famosa bretella del Galluzzo, la galleria che doveva risolvere la viabilità a sud? Sono sei mesi che i lavori sono fermi. Sul muro qualcuno ha scritto: “Icchè s’aspetta lo scudetto per aprire questo tunnel? Piacciconi!” E un altro gli ha risposto: “Tranquilli, fate pure i vostri comodi, tanto siamo ultimi”.Per fortuna ai fiorentini l’unica cosa che non manca è la battutaccia. Purtroppo la sottile ironia in questo caso non basta.

di Caterina Soffici, IFQ

27 aprile 2011

Picchiare le donne? Non è poi così grave

Picchiare la moglie, secondo i nostri politici, si può. Nessuno, opposizione inclusa, ha avuto nulla da ridire sulla notizia data dal Fatto Quotidiano: l’onorevole Pdl Remigio Ceroni ha menato la consorte. Anche dopo la pubblicazione del referto medico del Pronto soccorso, che dimostra inequivocabilmente quanto accaduto, le scuse non arrivano: appare invece su Libero un’intervista al deputato Pdl in cui, poco elegantemente, Ceroni insinua che a pestare la compagna sia stato il padre (che non può replicare perché è deceduto). Il deputato, racconta, ha ricevuto tanta solidarietà, soprattutto dai colleghi di partito. E Ceroni conta anche sulla solidarietà della moglie: “Io non presenterò querela al Fatto, sarà lei ad agire nelle sedi opportune”. Ma una donna che prende le difese del marito non dimostra granché. Se i parlamentari studiassero i dati sulla violenza che si consuma tra le mura domestiche, quasi mai denunciata, forse sarebbero meno solidali con Ceroni e sentirebbero la necessità di fare (almeno) qualche dichiarazione.

IO NON PARLO. Nel mondo, oltre il 90 per cento delle violenze perpetrate su una donna dal suo partner non vengono denunciate. E, anche se in Italia mancano dati ufficiali, la tendenza a tacere sembrerebbe essere la stessa: lo confermano al Fatto sia il ministero delle Pari opportunità che le associazioni. Racconta Antonella Faieta, avvocato del Telefono Rosa: “Le donne che vengono da noi per essere aiutate lo fanno, in media, dopo oltre dieci anni di violenze subìte in silenzio”. E, per lo più, si recano nei centri di assistenza per informarsi: “Se mio marito mi prende a schiaffi dopo una lite, può considerarsi reato?”. In Italia oltre 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, un episodio di violenza fisica o sessuale. I legali del Telefono Rosa spiegano che non passa giorno senza che si presentino ragazze con occhi neri e nasi rotti: “Non si tratta di persone deboli. É un fenomeno trasversale”. Perché il pensiero spesso corre ai piccoli paesi, dove l’emancipazione, se è arrivata, non ha attecchito. Invece, dati alla mano, le storie che leggiamo sui giornali potrebbero capitare al nostro vicino di casa: basti pensare che il 36 per cento delle vittime di stupri, che spesso accompagnano le botte, ha una laurea. Il 64 per cento vive al Centro-Nord, il 42 per cento abita in aree metropolitane. E, soprattutto, nel 70 per cento dei casi l’autore della violenza è il convivente: ci sono circa 3 milioni di donne, in Italia, che sono state picchiate dal marito o dal compagno. Però non parlano, e in alcuni casi la legge è dalla parte degli aggressori.    Prendiamo il caso (vero) di Maria, che arriva al pronto soccorso con il labbro rotto da un pugno e un ematoma sulla fronte. É la prima volta, racconta ai medici, che il marito la picchia. Però non vuole sporgere denuncia, perché con lui ha due figli, perché lui minaccia di portarglieli via e perché, ne è certa, non capiterà più. In questa situazione non si può fare nulla: il reato di lesioni si persegue solo se la vittima sporge querela. E se denuncia e poi ritira non c’è possibilità di punire il marito.    Diverso è se i maltrattamenti sono continuati (in questi casi, come per lo stalking, la denuncia presentata non si può più ritirare): allora si può agire d’ufficio, il medico chiama la polizia e il giudice decide se allontanare il violento dalla famiglia. Oggi i divieti di avvicinamento in atto in Italia sono 2.629.    Ma quali garanzie ci sono che l’uomo non si vendichi sulla compagna che l’ha esposto? “L’allontanamento del violento – spiega l’avvocato Faieta – è una misura cautelare. Se lui torna, sta alla donna chiamare la polizia: anche per questo è nata la legge sullo stalking, così da mettere in carcere chi viola l’ordine restrittivo”.

BOTTE E STALKING. Quando una donna trova la forza di denunciare, capita spesso che subisca poi episodi di stalking (a proposito: su Ceroni il ministro Carfagna non ha nulla da dire?). Ogni mese, informa il ministero delle Pari opportunità, 547 persone vengono denunciate o arrestate per questo reato. L’85 per cento sono italiani e quasi il 90 per cento sono uomini.    Le minacce e gli insulti, raccontano nei centri di assistenza, sono sempre uguali: “Ti spezzo le gambe, ti porto via i figli, non farai più niente senza di me, quando ti vedo ti uccido”. E di solito sortiscono effetti proprio perché arrivano dopo anni di violenze. L’iter, spiega il Telefono Rosa, è questo: le botte cominciano da giovani, quando i due sono ancora fidanzati. Il periodo in cui l’uomo diventa più aggressivo è durante la gravidanza: la donna incinta è più vulnerabile, non vuole crescere un figlio da sola. Si abitua quindi più facilmente a essere picchiata, per motivi spesso futili: non ha apparecchiato la tavola, ha parlato troppo durante una cena, si è messa l’abito sbagliato. Seguono periodi di calma, ma la rabbia – dicono gli assistenti sociali – si manifesta di nuovo”.    La ribellione avviene, di solito, “quando vengono coinvolti nelle liti anche i figli che prendono le difese della madre”. Denunciare conviene. E non solo perché la violenza domestica è la prima causa di morte accidentale (nel 2009 la Banca mondiale ha anche dichiarato che “il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro o incidenti”). I tempi della giustizia, almeno per questi reati, si sono accorciati e la prima udienza viene solitamente fissata entro un anno. In quattro o cinque si può avere una sentenza di Cassazione. Nel frattempo la vittima viene assistita: il piano nazionale antiviolenza varato a gennaio ha stanziato 20 milioni di euro per aprire 80 nuovi centri distribuiti in tutta Italia.

di Beatrice Borromeo, IFQ

27 aprile 2011

Porcata elettorale, ecco la norma anti-Terzo polo

Stavolta è qualcosa in più di una “porcata bis”. È una vera e propria porcheria quella che ieri notte il vicepresidente pidiellino Gaetano Quagliariello, con i suoi più stretti sodali, ha limato e corretto per essere pronta al varo oggi (in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama) e giovedì per la presentazione ufficiale. I berluscones, insomma, stanno per lanciare l’ultimo dei paracaduti pro Silvio e anche per loro stessi: una legge elettorale che supera la porcata di Calderoli, ma garantisce ancora di più chi, nelle urne, vincerà ma solo per una manciata di voti. C’è aria di elezioni anticipate anche nei dintorni di Arcore, dove i sondaggi sull’esito delle elezioni a Milano non fa prevedere che una vittoria di misura, non sufficiente a garantire una fine senza scosse della legislatura. E, allora, meglio mettere le mani avanti. Con una legge che non solo blindi il Senato per evitare che il Terzo polo diventi dirimente in caso di una vittoria non clamorosa della banda Berlusconi, ma ridisegni i collegi elettorali della Camera per fare in modo di favorire l’elezione di deputati di area con meno voti e con maggiore controllo delle liste.

LA PROPOSTA, firmata appunto da Quagliariello, sarà depositata oggi a Palazzo Madama, dove in commissione Affari costituzionali si riprenderà a lavorare sulla riforma del sistema di voto. In commissione ci sono già 29 proposte dei vari gruppi, tra cui due del Pd, ma si sa già per certo che i giochi sono fatti, anche se il presidente della commissione, Carlo Vizzini, ha fatto sapere di voler discutere “con tutti, di tutto” per trovare una convergenza più ampia possibile. Sui tempi di approvazione nel Pdl si mostra cautela, ma è emerso con chiarezza che si punta a un via libera al Senato entro l’estate per poi arrivare all’ok definitivo alla Camera già per settembre. Ma sono i contenuti della legge a destare sgomento. Partiamo dal Senato. Il Pdl punta a un sistema con previsione di un premio di maggioranza a Palazzo Madama ma su base nazionale, non più regionale. In questo modo si otterrebbe di arginare l’influenza del Terzo polo. In pratica, si vuole evitare che si ripresenti l’eventualità che colpì il governo Prodi che si ritrovò ad avere al Senato solo una manciata di deputati in più (tra cui Rossi e Turigliatto), per giunta con una coalizione troppo ampia e litigiosissima. Solo che un premio di maggioranza su base nazionale al Senato sarebbe incostituzionale (la Carta stabilisce che i senatori siano eletti su base regionale), come ha già avuto modo di ribadire più volte anche Napolitano e prima di lui Ciampi, ma la maggioranza tira dritto. Nel testo sarà infatti inserito un meccanismo di ripartizione del premio di maggioranza in senso proporzionale, ma Regione per Regione; una furbata per superare gli steccati della Costituzione e consentire l’approvazione come legge ordinaria.

IL BELLO, però, arriva sulla Camera dei deputati. Proprio perché alle prossime elezioni il Pdl non è affatto certo di fare il pieno. Invece di un semplice Parlamento di nominati stavolta punta verso una Camera di prescelti. Perché si comincia con il rimettere mano alla grandezza dei collegi; da sempre è infatti la loro struttura a essere determinante per la vittoria della coalizione di maggioranza relativa. Il Pdl punta su circoscrizioni più piccole, dove – insomma – siano necessari meno voti per essere eletti. E dove, di conseguenza, ci saranno anche liste più corte e ancora più blindate di prima, ma costituite da candidati certi con solo uno, massimo due elezioni di scarto per garantire un minimo di ricambio in caso di ritiro del deputato eletto durante la legislatura. È assolutamente certo che un sistema come questo renderà ancora più pesante l’influenza delle segreterie dei partiti e decisamente più complicato il lavoro di chi, alle prossime elezioni, dovrà scegliere i candidati perché i posti saranno di meno. Ma garantiti.

di Sara Nicol, IFQ

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