Archive for maggio, 2012

22 maggio 2012

Quando il CSM boccio Falcone: il verbale

Palazzo dei Marescialli di Roma, Consiglio superiore della magistratura. Tra le mani il faldone di 50 pagine, è il verbale della riunione del 19 gennaio 1988, quella che nominò il nuovo capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il giudice Antonino Meli e bocciò Giovanni Falcone. Presidente della seduta del Csm fu Cesare Mirabelli. La proposta della commissione è a favore di Meli, “l’uomo giusto non è quello che si prospetta in ipotesi preliminarmente il più idoneo alla copertura di un determinato posto, volta per volta oggetto di concorso, nel quale le qualità professionali vengono commisurate anche alle specificità ambientali, ma è innanzitutto quello scelto con criteri giusti e cioè legittimi”. Come dire, subito, una scelta fuori da quella di Meli sarebbe stata “illegittima”. E su Falcone: “Tutte le positive notazioni a favore non possono essere invocate per determinare uno scavalco (sull’anzianità, ndr) di sedici anni”.

IL DIBATTITO

Umberto Marconi (contro Falcone): “Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso… c’è un distorto protagonismo giudiziario… si trasmoda nel mito”. Antonio Brancaccio: dichiara voto di astensione. Antonio Abate (è il primo a pronunziarsi a favore di Falcone): fa riferimento “alla delicatezza del momento” che impongono al Consiglio “una scelta ben chiara che sia di continuità e non segni alcuno strappo”. Sergio Letizia: “Preferire Falcone significa contravvenire alla legge, in Italia non c’è solo lui a combattere la mafia e ricordo i tanti magistrati che lottano contro il traffico di stupefacenti. Della professionalità poi fa parte la modestia, il miglior segnale del Csm è quello di non scegliere Falcone”. Stefano Racheli: “La commissione ci propone un giudice che è alle soglie della pensione, io voto contro questa indicazione”. Fernanda Contri: “Falcone è titolare di una esperienza unica non solo in Italia contro la mafia, magistrato eccezionale”. Massimo Brutti: “Forse non ci si è resi conto che bisogna nominare il capo di un ufficio di frontiera, che sia degno successore del giudice Caponnetto, oggi la mafia continua a sfidarci, la risposta è scegliere l’uomo giusto al posto giusto”. Gianfranco Tatozzi (che dichiara di essere amico di Falcone, però è contro la sua nomina): “Nomina Falcone potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione di stato di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo”. Franco Della Rocca Morozzo: “Nominare Falcone non giova all’unità dell’ufficio”. Gian Carlo Caselli: “La mafia non è una semplice emergenza è un problema strutturale italiano… la scelta non è tra Meli e Falcone ma verso un uomo del pool. Mi chiedo come si possa parlare di privilegi per chi ha fatto determinate esperienze, per chi stando a Palermo vive in condizioni a tutti note e che rappresentano forte penalizzazione”. Vito D’Ambrosio: “Ricordo una frase del generale Dalla Chiesa: quelli che sono lasciati soli dallo Stato sono destinati ad essere abbattuti dalla mafia”. Carlo Smuraglia: “Scegliere Falcone significa attribuire un altro onere a un magistrato costretto già a grandi sacrifici”. Vincenzo Geraci (il “giuda” nelle parole di Paolo Borsellino durante il famoso dibattito alla biblioteca di Palermo, dopo la strage di Capaci): “Falcone con la nomina assumerebbe le funzioni di Cassazione senza avere mai assunto quelle di appello”. Geraci celebra Falcone rivendicando di avere fatto parte con lui “di una pattuglia di samurai contro la mafia… Falcone è stato (così è scritto, al passato, ndr) il migliore di tutti noi”. E infine: “Le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali mi indurrebbero a sceglierlo, ma mi è di ostacolo la personalità di Meli cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere costò la deportazione nei campi nazisti, con sofferenza esprimo questo voto”.    Per Meli, contro Falcone, alla fine 14 voti: Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo della Rocca, Paciotti, Suraci, e Tatozzi. Per Falcone 10 voti: Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smura-glia, Ziccone. Astenuti 5: Lombardi, Mirabelli, Papa, Pennacchini, Sgroi.

Giovanni Falcone (FOTO ANSA) 

22 maggio 2012

Boom boom boom

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo”. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”. Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon.

di Marco Travaglio, IFQ

21 maggio 2012

Per fermarlo ci volle il tritolo

Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici.

GIOVANE e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni- La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.

TRA QUELLA delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo. Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.

FU IN QUEL PUNTO della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi- Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella delle Ginestre a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

di Nando Dalla Chiesa, IFQ

21 maggio 2012

Falcone e i suoi figli. Una questione di metodo

Una delle offese più sanguinose che si possono infliggere alla memoria di Giovanni Falcone è quella di immaginare, dopo la sua morte, che cosa avrebbe fatto o detto. Eppure questo estremo oltraggio è stato per vent’anni lo sport preferito di molti politici e commentatori, che hanno tentato di usare la sua salma come arma contundente per colpire i magistrati antimafia vivi. “Falcone non avrebbe fatto il processo Andreotti, indagato su Dell’Utri, nè sulle trattative Stato-mafia”. Nessuno può sapere quel che avrebbe fatto Falcone, dinanzi ai nuovi sconvolgenti scenari che si sono aperti dopo la strage di Capaci, quando finalmente centinaia di collaboratori di giustizia si decisero a oltrepassare la soglia che, lui vivo, nessuno aveva mai osato valicare: quella dei rapporti fra mafia e classi dirigenti. Sappiamo però come operava Falcone: basta leggere gli atti delle sue indagini e dei suoi processi, per farsene un’idea. Chi conosce quelle carte, sa bene che nessun magistrato degno di questo nome avrebbe potuto esimersi dal dovere costituzionale di indagare sulle collusioni emerse nell’ultimo ventennio. Ma sa anche che, negli ultimi vent’anni, la soglia probatoria richiesta dai giudici per condannare i colletti bianchi, si è paurosamente alzata. Oggi per inchiodare un intoccabile occorrono prove dieci volte superiori a quelle ritenute sufficienti per gli imputati comuni.

INTOCCABILI & PICCIOTTI.

Qualche anno fa, su Micromega, Enrico Bellavia si domandò: “E se Andreotti non fosse Andreotti, ma un Calogero Picciotto qualunque?”. E raccontò la storia di Giovanni Vitale, accusato da un pentito de relato (per sentito dire) di un delitto del 1994 e condannato all’ergastolo per un omicidio che sostiene di non avere mai commesso: “Il pentito – narra Bellavia – è Pasquale Di Filippo, che racconta ai giudici dell’assassinio di un tale Armando Vinciguerra che fu punito per avere messo in giro la voce, falsa, che il boss di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, stava per pentirsi. i Filippo dice che di quell’omicidio gli parlò uno che lo aveva fatto, Vincenzo Buccafusca. E quest’ultimo gli avrebbe parlato anche di Vitale. Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, da pentito, racconta soltanto di aver saputo che al delitto partecipò anche un ragazzo. È Vitale? Non è chiaro, ma è lui che finisce nell’elenco di quelli che prendono la condanna a vita. Nessuno quasi se ne accorge. Per ben altro ci si è occupati di quel processo. È il primo nel quale è stato condannato per mafia Vittorio Mangano, lo ‘stalliere di Arcore’. È quello nel quale Marcello Dell’Utri è venuto ad avvalersi della facoltà di non rispondere”. Conclusione: “Chi ci pensa a un Vitale? E se Andreotti non fosse Andreotti, ma Vitale, o Maiorana, insomma uno dei tanti Picciotto, ci si sarebbe arrovellati su un bacio? Oppure lo si sarebbe liquidato come possibile e probabile declinando la gamma dell’ospitalità sicula, così avara di convenevoli, ma gelosa dei propri riti? […] ‘Non poteva non sapere’, ripetono i colpevolisti, spargendo non solo il seme del dubbio, ma evocando un principio in base al quale la gran parte dei processi di mafia a carico dei componenti della Cupola ha ricevuto il bollo in Cassazione.

Un principio in base al quale sono state pronunciate le venti condanne a carico di Totò Riina, che certo non ha firmato alcun ordine di servizio per alcuno dei cento omicidi di cui lo si è accusato. ‘I riscontri, i riscontri, sono mancati i riscontri’, hanno urlato sui giornali i più prudenti, quelli che si sono provati in un’analisi che non fosse la solita filastrocca sulle toghe rosse pronte a porre un sigillo giustizialista sulla storia. Ma in un processo per mafia, che ruota intorno alla necessità di provare ciò che è coperto da un vincolo di segretezza, cos’è un riscontro? È un fatto, quando c’è, ma anche una serie di indizi che costituiscono una prova logica…”.    Chi non coglie o non vuole cogliere questo aspetto ha preferito in questi anni contrapporre il “metodo Falcone” al “metodo Caselli” o più recentemente al “metodo Ingroia”: il primo serio, rigoroso, prudente, fondato su prove granitiche e pentiti “veri”, “garantista” con tutti i crismi e i riscontri, dunque foriero di grandi successi processuali; gli altri due disinvolti, irruenti, “emergenziali”, fondati su teoremi evanescenti e su pentiti falsi o bugiardi, senza prove né riscontri, “giustizialisti” e dunque votati al fallimento. Ma è davvero così? Se fosse così, Caselli e Ingroia non avrebbero raccolto molte condanne nemmeno nei processi all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne hanno mancata una. E allora?

IL POOL DA TORINO A PALERMO

Fu proprio Caselli, insieme con un pugno di colleghi torinesi impegnati contro il terrorismo, a inventare il lavoro in pool, dal quale poi impararono Chinnici e Caponnetto trapiantando quel modello a Palermo nelle indagini di mafia con Falcone, Borsellino e gli altri. Fu Caponnetto a telefonare a Caselli per chiedergli spiegazioni sul metodo del pool di Torino: “Come fate ad affidare a più giudici istruttori una stessa inchiesta, visto che per il nostro codice il giudice istruttore è monocratico?”. Caselli ricorda tuttoggi con emozione quella telefonata: “Le primissime inchieste sulle Br, di competenza di Torino, erano state assegnate tutte a un solo giudice istruttore, che ero io: erano le inchieste che avevano al centro i sequestri Labate, Amerio e Sossi, operati dal nucleo storico delle Brigate rosse. L’idea di formare un pool ci venne in mentedopol’assassiniodelprocuratoregeneralediGenova,Francesco Coco, ucciso nel 1976 con la sua scorta. Mi chiamò nel suo studio il capo dell’Ufficio Istruzione di Torino, Mario Carassi, che mi affidò l’inchiesta Coco dicendomi che però, da quel momento, tutte le inchieste di terrorismo sarebbero state assegnate con me anche ad altri colleghi: ‘È bene che tu non sia più solo, l’estensione del terrorismo è sempre maggiore, per cui è necessario che vi siano in campo più risorse per contrastarlo. E poi, più obiettivi possibili vi sono, minore diventa il rischio per ogni singola persona’. Casomai fosse successo qualcosa a uno di noi, sarebbero restati gli altri ad andare avanti. In quei giorni nacquero i pool. Anche a Palermo decisero di lì a poco di adottare un’interpretazione simile alla nostra”.    Quando nel gennaio 1993 approda a Palermo, avendolo “inventato”, Caselli conosce bene quel metodo. E così i magistrati della Procura, che l’hanno sperimentato per anni lavorando fianco a fianco con Falcone e Borsellino. I tempi sono diversi, ma il sistema è identico. E identici sono gli strumenti – i pentiti, i riscontri, l’associazione mafiosa, il concorso esterno – anche se ora c’è in più la legge sui collaboratori di giustizia, che Falcone e Borsellino avevano chiesto per anni e avevano ottenuto solo dopo la morte.

IL CONCORSO ESTERNO

Anche il contestatissimo concorso esterno in associazione mafiosa era, per Falcone e Borsellino, un reato sacrosanto: l’unica arma per recidere le collusioni politico-istituzionali che garantiscono lunga vita e grande potere alla mafia. I due magistrati lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica (tutt’altro che sconosciuta in passato) del concorso esterno in associazione mafiosa – nella sentenza-ordinanza del processo “maxi-ter” a Cosa Nostra, il 17 luglio 1987: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa”. E – aggiungevano – è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso […] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. Collusioni politico-istituzionali che potevano portare anche all’assassinio, come disse ancora Falcone a proposito dei delitti “politici” Mattarella, Dalla Chiesa, Reina e La Torre: “Omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina. Non per nulla, è proprio dal 1987 che si intensifica la guerra politico-mediatica al pool di Falcone e Borsellino, fino a impedir loro di lavorare a Palermo: appena lasciano intendere che le loro indagini stanno per investire i piani alti delle collusioni istituzionali, il pool viene spazzato via da corvi, manovre della politica e dell’ala più retriva della magistratura, dal tritolo.

UN PENTITO PIÙ UN PENTITO

Anche sull’uso dei pentiti, il metodo Falcone e il metodo di Caselli e dei suoi allievi coincidono. Basta leggere il mandato di cattura spiccato nel 1984 per i cugini Nino e Ignazio Salvo dopo le rivelazioni di Buscetta. Il pentito aveva raccontato che gli esattori erano “uomini d’onore” e che lo avevano ospitato durante la latitanza nella loro villa di Santa Flavia. Quali riscontri trovarono i giudici del pool alle sue parole? Si fecero descrivere gli ambienti della villa, poi andarono a verificare sul posto se quella descrizione corrispondeva alla realtà. Corrispondeva. Così i Salvo finirono in carcere. Lo stesso metodo fu seguito, spesso con maggiore dovizia di riscontri, dalla Procura di Caselli per verificare le accuse dei pentiti nei vari processi, più o meno eccellenti, celebrati fra il 1993 e il 1999, a carico di Andreotti, Dell’Utri, Contrada, Carnevale, Mannino e tanti altri. E ancora, basta scorrere le ordinanze di rinvio a giudizio e le sentenze dei tre maxiprocessi a Cosa Nostra per rendersi conto che la “convergenza del molteplice” – cioè il valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’articolo 192 del codice di procedura penale – stava già alla base delle indagini del vecchio pool di Palermo (che infatti venne accusato di “abuso” dei pentiti, proprio come il nuovo pool). Gli imputati dei tre maxiprocessi furono condannati su elementi molto meno consistenti di quelli che hanno portato all’assoluzione per insufficienza di prove di vari politici nell’ultimo quindicennio. Il che si spiega, appunto, con quel progressivo “innalzamento della soglia probatoria” che chi vuole giudicare in buona fede non può non notare, confrontando le sentenze degli anni 80 con quelle degli anni 90 e 2000.

LE PAROLE INCROCIATE

Un solo esempio, fra i mille possibili. Nell’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio del “maxi-uno”, Falcone e Borsellino scrivono: “Le rivelazioni di Buscetta e di Contorno si integrano e completano a vicenda, provenendo da personaggi che hanno vissuto esperienze di mafia da diversi punti di osservazione”. Avendo due soli pentiti a disposizione, bastava l’incrocio fra le loro dichiarazioni per riscontrarle entrambe. E tanto bastò ai giudici per condannare centinaia di mafiosi a pene molto pesanti. Anche quando i pentiti raccontavano notizie di seconda mano (de relato). Sono ancora Falcone e Borsellino a scrivere, nel ricorso contro la scarcerazione di un presunto mafioso chiamato in causa da Totuccio Contorno: “Se un uomo d’onore apprende da un altro consociato che un terzo è un uomo d’onore, quella è la verità. Non importa conoscere fisicamente l’uomo d’onore”. Il giudice diede loro ragionee il presunto mafioso fu riarrestato qualche tempo dopo, in compagnia di un latitante. Il pool commentò: “L’episodio costituisce la più chiara dimostrazione del grado di attendibilità di Contorno e dovrebbe indurre a rifuggire da quell’aprioristico atteggiamento di generalizzata svalutazione delle chiamate in correità da parte dei pentiti in mancanza di altri riscontri”. Per molto meno, oggi, un magistrato antimafia finirebbe sotto procedimento disciplinare, tacciato di giustizialista, golpista e naturalmente toga rossa.

di Marco Travaglio, IFQ

9 maggio 2012

Il sindaco No Tav vince al centro della Valle di Susa

Il lunedì dopo le elezioni l’unico negozio aperto nella medievaleggiante piazza Conte Rosso, giusto accanto al Municipio, è un emporio equo e solidale. Un quadretto probabilmente gradito alle molte persone che a Torino, e non solo, esultano per il risultato di Avigliana, dodicimila abitanti appena a venti chilometri dalla Mole. Ma è il comune più popoloso della Valle di Susa e tanto basta per vederci un pezzo di centro del mondo. Ad esultare, infatti, sono soprattutto i No Tav, ma ridurre la vicenda elettorale di Avigliana a querelle sul treno veloce sarebbe riduttivo.    Ed è la prima cosa che hanno voglia di dire i vincitori: “Il Tav non è che la punta dell’iceberg” sussura Pino Mar-ceca, ex assessore all’urbanistica e vicepresidente della Comunità Montana Valle Susa e Sangone, una delle anime del comitato elettorale che ha dato vita alla lista “Avigliana città aperta” che ha vinto eleggendo sindaco l’insegnate Angelo Patrizio.    Dall’altra parte c’era “Grande Avigliana”, lista capeggiata da Aristide Sada (figlio di Gioacchino, potente ex tesoriere del Pci torinese) sostenuta da Pd, Pdl e Udc con la benedizione di Piero Fassino (aviglianese di nascita), di Sergio Chiamparino, dei vertici locali dei partiti e dei parlamentari Stefano Esposito (Pd) e Osvaldo Napoli (Pdl).

UNA CORAZZATA che si è infranta contro un ostacolo piuttosto semplice: gli elettori (soprattutto) di sinistra che non ci stavano a veder planare su Avigliana una miniatura del governo Monti. A cominciare da un pezzo importante del Pd, come l’ex sindaco (ora capolista) Carla Mattioli, alcuni ex amministratori e numerosi tesserati del partito confluiti lo scorso autunno nel comitato “Avigliana città aperta” assieme a esponenti di Sel, Idv, Federazione della sinistra e (addirittura) Movimento 5 Stelle, che qui ha rinunciato a un candidato tutto suo: “La scelta del candidato sindaco – racconta Marceca – è arrivata alla fine di lunghe, anche lunghissime, riunioni che magari finivano a tarda notte. Sembra noioso ma non è così. La verità è che in giro c’è un’energia fantastica, una gran voglia di far politica con il territorio, non con i modelli imposti dall’alto”. Un progetto a cui hanno creduto 3.200 aviglianesi, contro i 2.306 persuasi dalla “grossa coalizione”.

L’idea, banale ma a volte ostile a certi ambienti democratici, che il personale politico e l’elettorato di riferimento debbano sostanzialmente pensarla allo stesso modo, è una lezione che vale per Avigliana come per tutta Italia. Ma siamo in Valle di Susa e il Tav non può che fagocitare tutto le altre questioni. Anche perché la coalizione Pd-Pdl era abbastanza chiaramente un tentativo di spallata pro Tav: “La partita era più ampia – ancora Marceca – perché prendere Avigliana, il comune più grande, significava ribaltare gli equilibri nella comunità Montana (attualmente su posizioni No Tav, ndr). Prima hanno unito tre comunità montane per mettere in minoranza la bassa Valle Susa; poi hanno estromesso la Comunità dai lavori dell’Osservatorio per sostituirla con i sindaci; ora hanno provato a prendersi direttamente la comunità”. Il tentativo non è andato a buon fine.

“SIAMO CONTRARI al Tav – racconta il neo sindaco Angelo Patrizio – perché in questo momento non è una priorità. Qui stanno chiudendo un ospedale, il trasporto pubblico subisce tagli pesanti, i consorzi per l’assistenza ai disabili faticano ad andare avanti. In Valle ci sono anche i pro Tav – conclude – ma in genere lo sono per avere le compensazioni. Ma è qui che il discorso non funziona: perché se mi compensi vuol dire che mi fai un danno, e se i soldi li trovi per compensarmi, vuol dire che ci sono. E allora perché dovrei accettare la costruzione di una grande opera per avere ciò di cui ho diritto? È un paradosso”.

di Stefano Caselli, IFQ

Angelo Patrizio (FOTO ANSA) 

9 maggio 2012

Scene da un funerale

Le interminabili esequie della Seconda Repubblica sono uno spettacolo impagabile, nel senso che non si paga nemmeno il biglietto: basta mettersi alla finestra e godersi lo spettacolo. Dopo averlo deriso per cinque anni, dal primo V-Day (25 aprile 2007) all’altroieri, ora tutti scoprono Beppe Grillo. Mentre destra, centro e sinistra si facevano le pippe sul grande centro, la questione settentrionale e quella meridionale, il voto moderato, il partito liquido e quello solido, il terzo polo, la sinistra radicale, il nuovo centrodestra nel solco del partito popolare europeo, il nuovo centrosinistra nel solco della socialdemocrazia blairiana o forse dei democrats clintoniani, la maggioranza ABC, il proporzionale corretto alla francese con recupero alla portoghese e il maggioritario corretto grappa con riporto alla Schifani, il premierato forte, il federalismo solidale, la separazione delle carriere, la fase 2, la crescita, le grandi riforme condivise secondo i moniti del Colle per arginare l’antipolitica, gli elettori fuggivano e Grillo li raccattava, riempiendo le piazze da Nord a Sud e piantando negli enti locali le prime bandierine del suo movimento. Ora che il medico legale, nelle urne funerarie, certifica la dipartita dei partiti, i politici e i commentatori al seguito non trovano le parole per descrivere quel che sta accadendo. Sentite Massimo Franco, estintore capo del Pompiere della Sera: “Il trionfo dei ‘grillini’ riflette una protesta trasversale che probabilmente pesca oltre i confini della sinistra. È il contenitore di un ‘no’ che… rispecchia confusamente, a volte con parole d’ordine irresponsabili, la voglia di spazzare via un sistema incapace di riformarsi”. Protesta? Un ‘no’ che rispecchia confusamente? Parole irresponsabili? Ma questo Franco ha mai seguito un’iniziativa del Movimento 5 Stelle? Ha mai incontrato un candidato? S’è mai accorto che il nome di Grillo non è né nel simbolo né nelle liste del M5S? Ha mai letto il programma o lo confonde con le battute e le provocazioni di Grillo? Ci sa dire quali sarebbero i punti “irresponsabili”? E quando mai Franco e gli altri pompieri han dato degli “irresponsabili” a B. e a Bossi quando facevano e dicevano quel che han fatto e detto per vent’anni? Anche i politici hanno capito tutto. Il Cainano, dal lettone di Putin, fa sapere che “l’esito elettorale è al di sopra delle mie previsioni”: forse pensava che, oltre a non votarlo, gli elettori lo menassero pure (per questo è espatriato). Alfano e Bersani dicono che è colpa di Monti che “doveva ascoltarci di più” (così menavano pure lui). Si risente persino Fitto, in una pausa dei suoi processi: “Il proporzionale, con un quadro già così disarticolato, renderebbe instabile il sistema, salterebbe la governabilità”. Parole che salgono dall’oltretomba. Cesa farfuglia di “fase due”, “rilancio dell’azione di governo”, “unire l’area dei moderati” (peraltro deserta), ma – si badi bene – “in forme nuove, garantendo le diverse specificità”. Verderami, retroscenista del Pompiere, sintetizza mirabilmente la vuotaggine del linguaggio di Palazzo: ammette – bontà sua – che “non c’è spazio per nuovi predellini”, osserva che “Bersani smonta la politica dei due forni” pur temendo che “la maionese possa impazzire”, e rivela che nel centrodestra “sembra prender corpo l’esigenza di aprire un cantiere”. Me cojoni, direbbero a Roma. Bondi, sempre lucido, chiede “unità nell’autonomia”. La Finocchiaro trova che “le elezioni anticipate si allontanano”, ma pure quelle non anticipate: di questo passo bisognerà rinviarle di una ventina d’anni. Napolitano l’ha presa bene. Siccome Grillo gli sta antipatico, dice che non ha vinto: “Di boom ricordo quello degli anni 60, altri non ne vedo”. Anzi, pietrificato a 40 anni fa, non li vuole vedere: “Le amministrative sono un test piuttosto circoscritto”. Ma sì, dai, non è successo niente. Andiamo a nanna sereni. Clio, passami la berretta da notte e stacca il telefono, ché quel Togliatti chiama sempre a mezzanotte.

di Marco Travaglio, IFQ

8 maggio 2012

Marx e l’istituzionalismo

Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi.

Nessuno sembra mettere in discussione la validità di quell’individualismo metodologico che interpreta i fenomeni economici come prodotti dell’interazione fra atomi, che agirebbero in base a un calcolo razionale orientato a ottenere la massima utilità con il minimo dispendio di risorse ed energie. Nessuno critica il principio secondo cui un’economia di mercato deregolamentata sarebbe in grado di produrre spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. Nessuno sembra mettere in dubbio, infine, che l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema.

Poco importa che la crisi che si è abbattuta in due ondate (nel 2001 e nel 2007) sull’economia globale stia clamorosamente smentendo questi presupposti: a prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi. Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni. Ecco perché i (rari) contributi teorici che remano controcorrente, come l’ultimo libro di Guglielmo Forges Davanzati, “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo” (Carocci editore), meritano di essere segnalati con il massimo rilievo.

Il libro è articolato in tre capitoli che descrivono, nell’ordine: 1) l’evoluzione della teoria monetaria della produzione da Keynes a Graziani; 2) l’analisi marxiana delle influenze reciproche che esistono fra due distinti ambiti di conflitto: quello fra capitale e lavoro da un lato, e quello fra capitale finanziario e capitale industriale dall’altro; 3) la teoria istituzionalista di Veblen.

L’obiettivo dell’autore è mettere in luce i punti di convergenza fra questi approcci per dimostrare: 1) che il mercato del lavoro risente profondamente di quanto avviene sul mercato monetario; 2) che un modello economico fondato sul laissez faire, oltre a mancare l’obiettivo della crescita – a causa dell’esistenza di potenti freni al reinvestimento produttivo dei profitti, quali le tendenze alla finanziarizzazione, alla tesaurizzazione e all’espansione della produzione di beni di lusso –, provoca crescenti disuguaglianze distributive e comprime i salari, mancando quindi anche l’obiettivo della legittimazione; 3) che un modello fondato sul potenziamento del welfare (in controtendenza con le attuali politiche di tagli alla spesa pubblica) sarebbe più stabile.

Il primo capitolo si concentra nella descrizione della natura strutturalmente conflittuale del sistema capitalistico, mettendo in luce come la distribuzione del reddito sia influenzata dal modo in cui i diversi gruppi sociali riescono a contrattare politicamente trasferimenti pubblici di risorse a proprio favore – un gioco di potere che rispecchia una rete di relazioni gerarchiche e di dipendenza storicamente determinate. In particolare si richiama l’attenzione sul fatto che gli interessi pagati alle banche costituiscono un trasferimento di reddito dal settore produttivo al settore finanziario, e che tale trasferimento indebolisce i livelli di reddito e il potere contrattuale dei lavoratori, provocando uno squilibrio che può essere corretto solo attraverso l’aumento della spesa pubblica.

Nel secondo capitolo vengono analizzate alcune sezioni, relativamente poco sviluppate (e relativamente poco studiate) dell’opera di Marx, nelle quali vengono descritte le forze che alimentano i processi di finanziarizzazione dell’economia. Ridotta all’osso, la sequenza può essere così sintetizzata: il conflitto fra capitale e lavoro comprime i profitti, alimentando la concorrenza, costringendo i capitalisti ad accelerare l’innovazione tecnologica ed accrescendo l’incertezza, ciò determina a sua volta un inasprimento del conflitto fra capitale industriale e capitale finanziario con un aumento delle rendite a scapito dei profitti. La dilatazione della sfera finanziaria crea l’opportunità di ottenere redditi monetari in tempi brevi, senza passare dalla produzione, cosi che la tendenza si auto rafforza. Infine l’ampia disponibilità monetaria non favorisce solo le tendenze speculative ma anche l’incremento dei consumi di lusso, riducendo ulteriormente la propensione dei capitalisti a risparmiare per investire. Alla fine del processo abbiamo il crollo dell’occupazione, dei salari e dei consumi dei lavoratori, costretti a indebitarsi (il che dilata ulteriormente le rendite finanziarie). Insomma: una perfetta descrizione di quanto stiamo vivendo e una secca smentita degli effetti “razionali” della “mano invisibile”.

Il terzo capitolo, dedicato alle teorie istituzionaliste di Veblen, articola e approfondisce il giudizio marxiano sull’irrazionalità sistemica introducendo le variabili “istintuali” che governano i comportamenti degli agenti economici. Per Veblen, la tendenza all’espansione dei “costumi vistosi” da parte della “classe agiata” (che comprende imprenditori, finanzieri e rentier) nasce dalla competizione per acquisire reputazione, stima e rispetto. Questa variabile culturale consente a Veblen di integrare i livelli conflittuali decritti da Marx (salari versus profitti versus rendite) con un ulteriore livello – interno alla classe capitalistica –, vale a dire il conflitto fra businessman, orientati alla massimizzazione di redditi monetari e consumi vistosi, e tecnici, orientati all’aumento dell’efficienza e della produttività come fine a se stessi (notiamo, per inciso, che quest’ultima descrizione si adatta perfettamente ai valori della “classe creativa” descritta dagli analisti della New Economy).

Non cambia, invece, il giudizio sul ruolo del sistema bancario che, come nella teoria monetaria della produzione e in Marx, resta quello di generare, ad un tempo, processi di concentrazione monopolistica e di finanziarizzazione, con conseguente indebolimento dei redditi e dei rapporti di forza dei lavoratori. Né cambia il punto di vista difeso nel primo capitolo: solo l’aumento della spesa pubblica può invertire la tendenza.

Per concludere, vale la pena di mettere in luce come le tesi di Forges presentino significative convergenze con quelle di autori dell’area post operaista – come Fumagalli, Marazzi e Vercellone – che si sono a loro volta occupati del rapporto fra crisi e processi di finanziarizzazione. Convergenze che escludono tuttavia due aspetti: 1) credo che i teorici post operaisti non condividerebbero una certa intonazione “morale”, implicita nelle tesi istituzionaliste sul carattere “improduttivo” di consumi di lusso e rendite finanziarie, in quanto considerano spreco e speculazione connaturati all’essenza del capitalismo; 2) è noto il loro scetticismo nei confronti della possibilità di perseguire un equilibrio sistemico attraverso una ricostruzione del welfare.

Si tratta di differenze che hanno ovvie implicazioni politiche: mentre la critica istituzionalista non scarta un’opzione per riforme di ispirazione neo keynesiana, la critica post operaista legge la crisi come deriva terminale di un sistema da abbattere.

di carlo Formenti, Micromega

8 maggio 2012

La politica ai tempi di Moccia

Forse il vero segno dei tempi non è la débâcle del centrodestra, né la ritirata della Lega né l’avanzata dei grillini. Forse il vero segno dei tempi è che Federico Moccia – autore di bestseller per adolescenti, da “Tre metri sopra il cielo” a “Scusa ma ti chiamo amore” – sia diventato sindaco di un paesino in provincia di Chieti, Rosello, riuscendo nell’impresa – davvero ardua per un vip come lui – di raccogliere addirittura 142 preferenze, che a Rosello (300 abitanti) rappresentano il 90 per cento dei voti. Per dirla con Geppi Cucciari, i 16 coraggiosi che hanno votato lo sfidante devono essere quelli che hanno letto i suoi libri.

Analizzare il voto delle amministrative, tentando di ricavarne un senso nazionale, e azzardandone addirittura una proiezione europea, è impresa molto ardua per due ragioni principali: la prima è che alle amministrative – come ha rilevato ieri sul “Corriere della Sera” Michele Ainis – i partiti si “travestono”, esplodendo in mille liste civiche talvolta specchio di divisioni interne, talaltra semplici strumenti acchiappavoti, il che rende molto complicato interpretare il risultato delle singole liste con il simbolo del partito (che talvolta neanche si presenta come tale) come il consenso effettivo che quel partito in quello stesso territorio avrebbe alle elezioni politiche; insomma, una geografia di candidati estremamente variegata e non completamente sovrapponibile al quadro nazionale; la seconda ragione è che alle amministrative – e in modo inversamente proporzionale alla grandezza dei comuni – le motivazioni delle scelte elettorali sono spesso legate a ragioni locali, quando va bene relative alla valutazione delle reali capacità amministrative dei candidati, quando va male condizionate da interessi, parentele, relazioni. Prendiamo ad esempio il grande successo personale di Tosi a Verona, che ha sfiorato nuovamente il 60 per cento come cinque anni fa, perdendo solo pochi punti percentuali, nonostante il suo partito viva un momento di grave crisi e perda un po’ ovunque (persino nel paese natale di Bossi, se i simboli hanno un senso): è chiaro come in questo caso a vincere non è la Lega, ma il sindaco uscente, molto amato nella sua città in maniera trasversale.

Non c’è dubbio però che queste amministrative alcune indicazioni significative anche per la politica nazionale le diano. Innanzitutto il dato dell’affluenza, al 67 per cento, in calo del 7. Si temeva peggio, si è detto. Ma, tenendo conto che la propensione all’astensione alle amministrative è tendenzialmente minore che alle politiche, si può ragionevolmente pensare che quel -7 per cento sia destinato ad ampliarsi alle prossime politiche e non è detto che movimenti come quello di Grillo siano capaci di fermare l’emorragia di interesse per la politica. Sarebbe infatti interessante capire la composizione di quel 33 per cento di astenuti (che in alcuni casi, per esempio a Genova, sfiorano addirittura il 50 per cento) e come si sono mossi i flussi di voti. Per esempio: il grande successo del Movimento5stelle è riuscito a intercettare una parte di astensionisti “storici” e a riportarli alle urne o ha raccolto il malcontento di molti elettori per esempio della Lega, lasciando intatto quello zoccolo duro di persone che “tanto sono tutti uguali”?

Quale che sia comunque la composizione degli elettori dei grillini, la politica nazionale farebbe bene a non sottovalutarne il fenomeno. Al di là di quello che si pensa del Grillo politico, in pochi anni i grillini sono riusciti ad affermarsi come forza politica significativa, partendo dal territorio, collocando prima pochi consiglieri comunali e regionali (non presentandosi mai alle provinciali, in coerenza con la loro posizione favorevole all’abolizione delle province) e oggi facendo eleggere il primo sindaco (a Sarego Vicentino), andando al ballottaggio a Parma e attestandosi in molti comuni come terza o addirittura seconda forza politica. Vista l’avvertenza di cui sopra, è difficile dire cosa questo significhi a livello nazionale ma l’avviso di Grillo “Ci vediamo in parlamento” pare destinato ad avverarsi come una profezia.

Quanto alle due maggiori forze politiche del paese, se il Pdl piange (con il suo capo che prima diserta la campagna elettorale e poi fugge a Mosca per evitare di associare il suo volto al disastro), il Pd farebbe bene a non ridere troppo. E a imparare un po’ dalla lezione francese, dove il Partito socialista vince dicendo qualcosa di sinistra.

di Cinzia Sciuto, Micromega

8 maggio 2012

Alfanité Bersanité Casinité

Il Pdl è estinto, la Lega rasa al suolo, il Terzo Polo non pervenuto. Il Pd, per acciuffare qualche assessore, deve nascondersi dietro candidati altrui (Doria) o addirittura combatterli (Orlando). Vincono Grillo e Di Pietro, gli “antipolitici” cui la politica dovrebbe fare un monumento: senza di loro, non andrebbero più a votare nemmeno gli scrutatori. Ce ne sarebbe abbastanza per una dichiarazione congiunta dei Tre Tenori ABC, magari copiata da quella di Sarkozy: “È tutta colpa mia, mi ritiro dalla politica”. Invece è tutto un “siamo primi quasi ovunque” (Pd), “colpa dei candidati sbagliati” (Pdl), “sostanziale tenuta del Terzo Polo” (Terzo Polo). In effetti per i partiti italiani non tutto è ancora perduto. In Italia non beccano più un voto manco a pagarlo. Ma in compenso vanno fortissimo all’estero, forse per via del fatto che lì non si candidano. Il Cainano è molto richiesto in Russia, dove ha preso parte ai baccanali per l’incoronazione dell’amico Putin, tra portali di oro massiccio e gare di burlesque a base di badanti travestite da mignotte e mignotte travestite da badanti, appena in tempo per evitare che gli crollassero in testa il Milan e il Pdl. Invece A, B e C vanno fortissimo in Francia. La vittoria di Hollande non deve ingannare: senza l’apporto delle mosche cocchiere Alfano, Bersani e Casini, l’Eliseo se lo poteva sognare, specie da quando l’ex sarkozista Ferrara si era inopinatamente schierato dalla sua parte, nonostante le diffide e gli scongiuri dello staff hollandiano. Infatti Bersani ha espresso “grande soddisfazione”, a nome suo e dell’Europa tutta, per un trionfo che “non è solo una questione di rapporto personale tra me e Hollande”, ma “un dato politico, un’incredibile convergenza di idee e proposte”. Senza contare che è stato proprio Bersani a suggerire a Hollande “di non farsi condizionare dalla sinistra più radicale e a convincere i moderati come Bayrou”. Pazienza se i voti di Bayrou sono andati quasi tutti a Sarkozy, mentre Hollande ha incamerato quelli del sinistro Mélenchon; se la Francia ha il doppio turno e noi no (il Superporcellum di ABC prevede turno unico e inciucio postumo); e se Bersani sostiene Monti, che tifava Sarkozy come la Merkel. Mica si può sottilizzare sulle quisquilie. Non solo – per dirla con Fassina, che non è la moglie di Fassino ma il responsabile economico Pd – “Bersani è l’Hollande italiano”, ma soprattutto Hollande è il Bersani francese. Chi ha seguito la campagna d’Oltralpe può testimoniare con quale angoscia, dalle banlieue ai bistrot, i francesi s’interrogavano: “Mon Dieu, chissà che ne pensa Bersani di Hollande”. E con quale liberatorio entusiasmo hanno appreso che non solo Pierluigi, ma anche Piercasinando e Angelino stavano con Hollande: “Le jour de gloire est arrivé! Alfanité Bersanité Casinité…”. Ora infatti anche Casini e Alfano, che in Italia non battono chiodo, si godono il meritato trionfo parigino. Piercasinando, decisivo per il voto moderato francese (pare che Bayrou non vada nemmeno alla toilette senza consultarlo), esulta: “Hollande sarà salutare per l’Europa”. Alfano ha faticato un po’ a capire perchè mai, se lui è il leader del centrodestra italiano, dovrebbe esultare per il leader del centrosinistra francese, ma poi gliel’ha spiegato il Cainano: “Primo, tu sei il leader di ‘sta cippa. Secondo, Sarkozy è l’unico nano che si permette di essere meno basso di me e per giunta ha osato ridere di me in mondovisione con la culona inchiavabile. Terzo, di sinistra e destra non me ne fotte una mazza, infatti sto partendo per Mosca”. Allora Angelino ha capito che Sarkozy ha perso perché rideva di B. e ha diramato una dichiarazione da ernia al cervello: “Auguro buon lavoro a Hollande a beneficio dell’Europa”. Frattini Dry intanto lo scavalcava a sinistra: “Sarkozy mi ha colpito molto negativamente. Ora la Francia sarà più aperta e vicina a noi”. Solo a quel punto tutta la Francia s’è addormentata tranquilla, non prima di un ultimo grido di battaglia: “… et Frattinité!”.

di Marco Travaglio, IFQ

2 maggio 2012

La mela di Biancaneve

[…]Chi attacca la Apple come se fosse una sorta di religione è nel giusto più di quanto creda: questa compagnia opera sul presupposto che i suoi designer, e Steve Jobs in testa, siano qualitativamente differenti da tutti noi. Il culto del designare è il fondamento della “religione secolarizzata della mela morsicata”. Jobs è stato abbastanza furno da capire che, fino a quando la Apple fosse stata percepita come un’azienda che aveva diretto accesso alla Verità e alla Storia e i suoi deisgner come la principale incarnazione dell’Uomo Moderno, chiunque avesse aspirato a un simile status avrebbe dovuto acquistare un iPhone o un iPod. In questi termini Jobs ha spiegato la superiorità dell’iPod rispetto a qualsiasi altro lettore Mp3: “Abbiamo vinto perché noi amiamo la musica. Abbiamo costruito l’iPod prima di tutto per noi stessi”.

Non vi è niente di ambiguo nel fatto che i prodotti Apple siano creati da divinità per divinità. E in un libero mercato questo privilegio è a disposizione di chiunque abbia sufficiente cervello, e denar, per aquistarlo.

Jobs, l’uomo moderno per eccellenza, non faceva ricerche di mercato; tutto ciò di cui aveva bisogno era studiare se stesso.Un manager di Cupertino una volta ha descritto così le indagini di marketing della Compagnia: ” Steve che si  guarda allo specchio tutte le mattine e si chiede cosa vuole”.

Questa non è soltanto una delle tante descrizioni del narcisismo; piuttosto è la naturale conseguenza dell’idea per cui il designer è il medium attraverso il quale la verità parla al mondo. Ѐ allo stesso tempo una levatrice e una madre: non stupisce allora che Jobs avesse in un’occasione confidato a un collega che il lancio della iPhone sul mercato aveva richiesto “un trauma emotivo simile a travaglio”.

Per questo motivo Jobs concepiva come una missione far discendere tutte le pure idee platoniche, alle quali evidentemente aveva accesso, su di noi, bruti incapaci di entrare in contatto con la Verità e con la Storia. Cosa accadeva, quindi, se i consumatori non amavano qualcuno dei suoi prodotti? Lo specchio diceva a Jobs di non preoccuparsi. Una delle sue ex fidanzate ricordava che nutrivano “una differenza filosofica di fondo in merito al fatto se i gusti estetici fossero individuali, come le credeva, o universali e trasmissibili, come pensava lui”.

” Steve era convinto che fosse nostro compito insegnare l’estetica alla gente, dire loro ciò che dovevano amare”. Questo sa più di Matthew Arnold e di Inghilterra vittoriana che non di Timothy Leary e California anni settanta.

Questa specie di filosofia, peraltro, sconfina nel paternalistmo, se non nell’autoritarismo  […]

[…] Appena poteva Jobs ricordava che la Apple era nata in un garage – gli piaceva argomentare sulla “purezza del garage” e descrivere il suo sovversivo progetto Macintosh nei termini di  “garage metafisico” – ma il co-fondatore della Apple, Steve Wozniak, ha sempre sostenuto che quel famoso garage svolse un ruolo davvero marginale nella storia della costruzione del primo Mac. “Ho assemblato la maggior parte di quel computer nel mio appartamento e nel mio ufficio alla Hewlett-Packard”, confidò a “Rolling Stone” nel 1996. “Non so da dove saalti fuori tutta questa storia del garage…lì dentro successe veramente poco. […]

Brano tratto da:

“Contro Steve Jobs”

La filosofia dell’uomo di marketing più abile nel XXI secolo

di Evgeny Morozov, Codice Edizioni

 

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