Archive for luglio, 2010

27 luglio 2010

MAI PIÙ LEGA

 

La ribellione degli allevatori per le quote latte: “Per me Bossi era un dio, ora non esiste più”

 

   “Per me Umberto Bossi era un idolo. Quando si è ammalato io, giuro, pregavo per lui ogni sera. Ora non lo voterei più neanche morto: mi piange il cuore, ma la Lega per me non esiste più”. A parlare è Piero Cabrini, che vive a Ceranova, nel cuore della Lombardia: è uno dei tanti allevatori che è sempre stato in regola col pagamento delle quote latte e che ora si sente tradito dal partito per cui ha votato a ogni tornata elettorale: “Favorire il 5 per cento dei furbetti, targati Cobas, che non pagano contro il 95 per cento degli onesti? Una schifezza”. E proprio nelle roccaforti leghiste, in questi giorni, il popolo verde si sta ribellando. Sono gli allevatori padani e hanno un nuovo nemico: la Lega Nord, il partito che fino a pochi mesi fa era una fede.

 

   “Ci stanno prendendo in giro per fare gli interessi di un centinaio di amici loro”, spiega Giovanni Beretta, allevatore di Pavia e presidente dei produttori del latte nella sua città. E aggiunge: “Per tutti noi che siamo sempre stati in regola coi pagamenti delle quote, questa presa di posizione è semplicemente inspiegabile”. La questione è doppiamente “una porcheria” – secondo gli allevatori – perché il governatore del Veneto Luca Zaia, quando era ministro dell’Agricoltura, aveva regalato le quote latte agli allevatori che avevano splafonato (cioè che avevano prodotto in eccesso rispetto alla propria quota) e questi, in cambio, avevano aderito alla rateizzazione del proprio debito. Secondo i patti, se alla prima rata non avessero pagato avrebbero dovuto restituire immediatamente la quota. “Invece non solo non hanno pagato la quota – protesta Beretta – e non hanno rateizzato, in più nella Finanziaria, come ha annunciato Renzo Bossi, hanno ricevuto una proroga da fine giugno a fine dicembre per pagare. Ma la Lega da che parte sta? E chi rappresenta adesso tutti noi, che siamo migliaia? Se affermate che le multe non sono da pagare – provoca Beretta – allora restituiteci tutti i miliardi che abbiamo versato noi negli anni”.

 

   GUERRA INTESTINA.

 

   L’unica sponda nel governo, gli allevatori che hanno sempre pagato le quote l’hanno trovata nel ministro per le Politiche agricole Giancarlo Galan, che aveva dichiarato: “Si dimetta chi causa multe e sanzioni europee al nostro Paese”. Il riferimento è ai parlamentari della Lega, che hanno messo sotto la maggioranza uscendo dall’aula della Commissione agricoltura e bloccando i controlli sul provvedimento congela-multe inserito nella Finanziaria e fortemente voluto dalla Lega. Galan ha anche dichiarato: “Spero che la maggioranza di governo abbia un minimo di dignità e tenga conto del monito del commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos”. Parole dure che minano la stabilità del governo proprio nei giorni in cui è indebolito dallo scandalo sulla nuova P3. Ma il leader del Carroccio Umberto Bossi continua a gettare benzina sul fuoco. Domenica sera, alla festa della Lega Nord di Soncino (Cremona), il Senatùr ha difeso i Cobas del latte. “Sto dalla vostra parte e ho detto a Berlusconi che non può far chiudere le fattorie del Nord, la gente non capirebbe”. E poi: “Galan non posso cacciarlo, ma chiederò a Zaia di scendere in campo: sta facendo bene in Veneto, ma lui ha a cuore come me la vostra situazione. È uno che fa, non come Galan che parla e basta”.

 

   ZAIA CONTRO GALAN.

 

   Una guerra nella guerra: quella degli eterni rivali Luca Zaia e Giancarlo Galan, nemici in tutto, dagli Ogm alla tipicità, dal nucleare alle quote latte, fino alla guerra del latte che dura da almeno 15 anni. “Basta, vendo le mucche e chiudo tutto: lasciatemi in pace, è da 15 anni   che li sento litigare”, butta   giù il telefono Paolo Gomiero, allevatore di   Padova schiacciato   dal peso    delle multe che non ha pagato. Chiuderà la stalla entro fine anno. “Cambiano i nomi delle mucche ma la guerra è sempre la stessa”. Nel 1996, quando la guerra inizia, la mascotte degli allevatori è Ercolina, la mucca dei Cobas che, a Vancimuglio, sparano letame sui poliziotti con gli idranti. Oggi la mucca si chiama Onestina e sta con gli allevatori di Coldiretti e Confagricoltura che hanno accerchiato coi trattori il Pirellone.

 

   MULTE . Il meccanismo delle quote latte è complesso e ha fatto scattare le sanzioni comunitarie dividendo gli allevatori tra chi ha regolarizzato la posizione, chi ha aderito alla rateizzazione delle multe voluta dal sindaco di Roma Gianni Alemanno nel 2003 (che imponeva però agli aderenti di rinunciare ai ricorsi) e i Cobas. Poi i Comitati spontanei degli allevatori – quelli difesi dalla Lega – che non intendono pagare le multe. “Devono pagarle” è la posizione del ministro Galan in accordo coi sindacati di categoria (Coldiretti, Confagricoltura e Cia).

 

   “Su 40 mila aziende italiane – questa è la versione dei legali di Verona che difendono 300 Cobas – un terzo produce oltre la quota, ma si devono togliere quelli che hanno allevamenti in zone montane o svantaggiate. Rimangono 4 mila aziende inadempienti e sono quasi tutte al Nord per un buco con la Comunità europea di circa 3,5 miliardi di multe non pagate”. Anche se poi, tolto chi ha ottenuto le sospensive, chi ha rateizzato e chi è in arretrato, gli allevatori per cui la Lega ha fatto la legge sono solo un cantinaio.

di Beatrice Borromeo ed Erminia della Frattina IFQ

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27 luglio 2010

IL PD VOLA ALL’AQUILA

Oggi appena sarà annunciata la fiducia sulla manovra i deputati lasceranno Montecitorio

 

   Il governo ferma la Camera, la Camera si svuota. Il gruppo del Partito democratico ha convocato i deputati per il primo pomeriggio: appena la maggioranza annuncerà la fiducia sulla manovra economica – la numero trentasei – il Pd sarà al casello autostradale per L’Aquila. E sarà al completo: posti già riservati al segretario Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini. Con caschi e scarponi per visitare il centro della città, uno studio cinematografico abbandonato dal governo, abitato da macerie e ricordi: “I miei colleghi verranno qui – spiega Giovanni Lolli, deputato aquilano – per guardare da vicino la nostra disperazione, verificare di persona che, nonostante i giornali e le televisioni amiche, non c’è nulla di miracoloso. Tranne la resistenza di una comunità ormai stanca”.

 

   DEMOCRAZIE. Oggi sarà un giorno strano per la democrazia: i banchi di Montecitorio semivuoti, piazza del Duomo piena. La maggioranza sarà trincerata nel Palazzo, lontana in senso politico e fisico dai terremotati, eppure felice per un voto scontato sui tagli e una discussione azzerata. L’opposizione vedrà la Chiesa delle Anime Sante, sventrata e polverosa, preferita a Silvio Berlusconi per le migliori pubblicità. E stavolta il puzzle regge, nessuna casella mancante, nessuna corrente contraria: “Saremo un partito compatto – aggiunge Lolli – perché il nostro è un messaggio per L’Aquila, non per la politica. Il Pd ha raccolto l’invito del sindaco Cialente, un invito per chiunque voglia provare sulla pelle i nostri disagi. A me non interessa criticare il governo, ripetere passo per passo i problemi irrisolti, ma vorrei mostrare la realtà spesso filtrata dai media. E sarei contento di accogliere il Pdl. Perché la città ha paura di essere lasciata al suo destino”.

 

   RADICALI SÌ. Per onore di cronaca, pur eletti nelle liste del Pd, i Radicali rispondono sì e no all’appello. E aderiscono alla trasferta. No secco di Emma Bonino, esentata perché senatrice: “Capisco che sia bene sottolineare l’attuale marginalità del Parlamento, però non penso sia una buona scelta. Per noi è inutile tornare a L’Aquila, ci siamo stati per tre giorni e abbiamo preparato un disegno di legge organico. Insomma: l’iniziativa non mi entusiasma”. L’ex ministro Cesare Damiano conta i presenti: “Non c’è possibilità di litigare su L’Aquila. I Radicali? Sono liberi per definizione, non osservano regole. Il governo ha detto molto e fatto poco per la ricostruzione. Il nostro è un modo per incontrare i cittadini, la politica rinserrata nei Palazzi ha stufato”. Registrata la posizione della Bonino, nel pomeriggio i Radicali sterzano su L’Aquila: “Accogliamo la richiesta del sindaco, presenteremo in città la nostra proposta di legge per la ricostruzione: basta forme di autoritarismo, servono modelli democratici. E poi parteciperemo all’incontro con i comitati cittadini assieme ai colleghi del Pd. Il deputato Francesco Boccia ha buttato una caterva di emendamenti, ormai cartastraccia per il governo: “Questa è una prova di forza gratuita. Non c’era volontà di fare ostruzionismo, anzi: volevamo dialogare, contribuire al testo. Per noi L’Aquila è una forma di protesta con il buon senso: siamo andati senza telecamere, torniamo per capire le richieste dei cittadini, costretti a sfilare a Roma per farsi sentire da un governo diventato improvvisamente sordo. Perché finite le fotografie e le passerelle, L’Aquila è l’ennesima bugia di Berlusconi”. Il collega Roberto Giachetti lega un filo all’altro: “Non sarà una gita estemporanea perché dal primo giorno il nostro Lolli è con la gente aquilana. Saremo discreti e cercheremo di capire, vedremo i vicoli deserti e poi parleremo con i comitati”. Partito democratico e Radicali saranno a L’Aquila nel giorno del Consiglio regionale, all’indomani della presentazione – diretta dal governatore Chiodi – della nuova squadra di esperti per la ricostruzione: Aldo Bonomi, Cesare Trevisani, Paolo Leon, Vittorio Magnago, Lampugnani, Alvaro Sisa e Giuseppe De Rita. “Abbiamo scelto il massimo per competenze nazionali”. I nomi eccellenti, le macerie anonime. Che decine di deputati del Pd vedranno (forse) per la prima volta, la maggioranza resterà a Montecitorio. Anche a Roma c’è qualcosa da rimuovere.
di Carlo Tecce IFQ
27 luglio 2010

GELLI “BUSSA” ALLA PORTA DEL CSM MANCINO&CO. RISPONDONO: AVANTI.

I vertici del Csm: il vicepresidente Nicola Mancino, il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone (pensionato da poche settimane) e il procuratore generale, Vitaliano Esposito, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, hanno trattenuto un esposto di Licio Gelli per 8 mesi contro la Procura di Milano e hanno svolto attività istruttoria sulla base di quanto sostenuto dal capo della P2. Un’azione che non avrebbero potuto fare, in base al regolamento interno dell’organo di autogoverno della magistratura. E alcuni consiglieri, durante un Plenum hanno protestato apertamente. È il 28 ottobre del 2008 quando “il maestro venerabile” invia l’esposto a Palazzo dei Marescialli. Si erge a paladino dei piccoli azionisti del Banco Ambrosiano, se la prende con i magistrati milanesi e con la Banca d’Italia: “Dopo il saccheggio perpetrato ai danni dei piccoli azionisti con il fallimento del Banco Ambrosiano, le istituzioni bancarie, con alla testa la Banca d’Italia, hanno completato l’opera con l’estorsione ai miei danni per privarmi nel 1996 dei 100 milioni di dollari”. Poi accusa la Procura di Milano perché ” dopo otto anni dalla denunzia penale non ha fatto niente”. Un esposto di questo genere il Comitato avrebbe dovuto immediatamente girarlo, per competenza, alla Prima commissione del Csm. Che non avrebbe aperto alcuna attività istruttoria e lo avrebbe subito archiviato. Infatti Gelli denuncia il presunto insabbiamento di un’inchiesta. In questo caso non è competente il Csm ma eventualmente il Pg della Cassazione e il ministro della Giustizia, responsabili dell’azione disciplinare contro i magistrati. Invece l’esposto del capo della P2 resta al Comitato di presidenza del Csm quasi un anno, e viene ritenuto degno di approfondimento. L’operato della Procura di Milano, senza un motivo attendibile, viene messo in discussione . Mancino, Carbone ed Esposito aprono le indagini senza averne alcun titolo, investono della vicenda la Procura generale e la Corte d’Appello di Milano che, tra i tanti fascicoli da esaminare, devono pure occuparsi delle proteste di Gelli. Il 19 febbraio e il 17 luglio 2009 al Comitato arrivano le relazioni degli uffici milanesi che smentiscono Gelli. Non risulta – scrive la Corte d’Appello – “che fosse mai stata emessa un’ordinanza del tenore indicato dal sig. Licio Gelli…”. La Procura generale di Milano, ricorda che, pur non avendo copia del provvedimento della Corte d’Appello, “dalla avvenuta restituzione da parte dell’Autorità elvetica dell’importo di 8,5 milioni di dollari alle banche del gruppo B.A., si deve desumere che la Corte d’Appello avesse accolto la richiesta…”. Solo dopo le risposte che “scagionano” i magistrati di Milano, il Comitato di presidenza gira il fascicolo alla Prima commissione. È il 22 luglio 2009. Il fascicolo viene esaminato dopo la pausa estiva, il 20 ottobre 2009. I consiglieri, relatore il laico centrista Ugo Bergamo, votano per l’archiviazione. L’11 novembre dello stesso anno la pratica arriva al Plenum. Durante il dibattito ci sono interventi che parlano in sostanza di scorrettezza del Comitato. Per il consigliere togato Mario Fresa, di Movimenti per la giustizia “non è comprensibile che per l’esposto in oggetto sia stata disposta un’istruttoria dal Comitato di Presidenza” e rimarca che “l’esposto del  sig. Gelli risale  all’ottobre    del 2008,  mentre la nota del  Comitato di trasmissione alla Prima Commissione è del luglio 2009”. Anche il consigliere di Magistratura democratica, Livio Pepino, sottolinea che questo tipo di pratiche “il Comitato di presidenza deve trasmetterle immediatamente, senza possibilità di previa indagine. Nessuna norma prevede, infatti, un simile vaglio da parte del Comitato. Con simili prassi si finisce per determinare una fase non controllabile dell’attività consiliare”. Silenzio di Carbone (che arriva al Plenum pure in ritardo). Silenzio di Esposito. Mancino annuncia che non vota, racconta “di aver ricevuto dal signor Gel-li, nel lontano 1992, una denuncia penale” e sostiene “di non ricordare i motivi per cui la  pratica è stata trattenuta,   probabilmente per la    genericità dell’esposto”. Poi giustifica se    stesso dichiarandosi   “estraneo alla pratica”. Salva anche l’intero Comitato che “ha diritto di verificare quale Commissione sia destinataria di ciascuna pratica, cosa che può anche implicare una qualche istruttoria e i tempi connessi”. Per la cronaca, il Plenum, all’unanimità, ha votato per l’archiviazione della pratica. Tutti e tre i membri del Comitato di presidenza – in modi diversi – si sono imbattuti non solo nel piduista numero uno, ma anche nel “clan” della P3.

   Carbone è l’alto magistrato che al telefono con il geometra-giudice tributario Pasquale Lombardi (in carcere), gli chiede preoccupato: “Che faccio dopo la pensione?”. Mancino, invece di rispondere in malo modo al faccendiere che spinge per ottenere il suo voto a favore del giudice Alfonso Marra, nominato presidente della Corte d’Appello di Milano, si barcamena. Secondo quanto dice a Lombardi, intercettato, la consigliera laica dell’Ulivo, Celeste Tinelli, Mancino era schierato a favore del candidato Renato Rordorf. Se il suo resoconto è vero, ha però cambiato idea all’ultimo. Insieme con Carbone, Esposito e alla maggioranza dell’intero consiglio, ha votato per Marra, nominato con soli due voti di scarto. Esposito invece ha aperto un procedimento disciplinare contro Marra con un “atto di incolpazione” duro ma non accompagnato da misura cautelare. Per diversi consiglieri in questo modo il Pg blocca la procedura del trasferimento per incompatibilità ambientale, avviata dal Csm. Con il rischio che Marra resti al suo posto e vada tranquillamente in pensione fra tre anni.

di Antonella Mascali IFQ

21 luglio 2010

Pressione e avvertimento

   Abbiamo dubitato, per un momento, delle nostre orecchie e dei nostri occhi. Ma poi ci siamo resi conto di aver sentito e letto bene. E ci siamo detti che, in definitiva, non c’era ragione di esitare a credere. Da tempo non abbiamo più da sorprenderci. Quella di Berlusconi è una sfrontatezza istituzionale senza pari, nei regimi democratici. In quelli non democratici, certo, ci sono comparazioni possibili e precedenti in fatto e in diritto. B. non solo ha fatto calendarizzare alla Camera il disegno di legge sulle intercettazioni per il 29 luglio, in modo da avere un assist dal Solleone; ma vorrebbe anche un altro aiutino: l’assenso preventivo del capo dello Stato. Su, da bravo, negoziamo quel che va cambiato e poi, per piacere, niente scherzi al momento di mettere la firma. “Se non arriveranno segnali dal Colle” (traduzione: se non ci sarà un accordo preventivo sull’esito del controllo), si andrà allo scontro istituzionale e la legge verrà approvata dalla Camera senza ulteriori modifiche, col ricorso al voto di fiducia. Se non è un ricatto è qualcosa che gli assomiglia da vicino. È prospettare quello che per l’altra parte è un male maggiore allo scopo di ottenere l’assenso a un male minore. È ciò che è stato fatto per il lodo Alfano: o mangi questa minestra o, con la legge sul “processo breve”, i processi saltano dalla finestra.

 

   Cercasi  firma

   LA PARTE con cui B,usando anche armi improprie (qualcosa che ha una stretta parentela col ricatto), cerca di intavolarequestetrattativeperottenere una firma, una piccola firma, è il presidente della Repubblica; che, c’informa l’art. 87 della Costituzione, “è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”. Quella piccola firma si chiama “promulgazione”. Nei testi di diritto costituzionale è definita come l’atto solenne con cui il capo dello Stato attesta l’esistenza della legge e ordina di osservarla e di farla osservare. Queste solennità formali sono però molto lontane dalla mentalità “pratica” di B. e dalla sua convinzione che, in politica e non solo, omnia venalia. Illatinettoforseglièestraneo, ma la cosa gli è familiare. Cioè: tutto si vende e tutto si può comprare, in un modo o nell’altro. B. non capisce, e si rifiuta antropologicamente di capire che esistono valori che danno forma, sostanza e vita alla democrazia e che quindi non sono commerciabili. Appartiene alla prassi costituzionale che il presidente della Repubblica eserciti, talvolta, la cosiddetta moral suasion, intervenga cioè in via riservata per sconsigliare l’approvazione di testi di legge che diano adito a dubbi di legittimità costituzionale o non siano provvisti di adeguata copertura finanziaria, o anche (ipotesi residuale che incontra qualche riserva in una parte della dottrina costituzionalistica) testi di legge che suscitino perplessità di merito. Nel nostro caso siamo di fronte alla situazione inversa. È il controllato a prendere l’iniziativa e a chiedere al controllore un benestare ex ante, un lasciapassare anticipato. E ove mai il controllore si ostinasse ad esercitare il controllo successivo (quale previsto dalla Costituzione) sappia che la legge sarà blindata col votodifiduciaeapprovatacosì com’è, scarponi e tutto. Si passa insomma dalla moral suasion a quella che si può appropriatamente chiamare immoral suasion: fare pressioni (pergiuntaditiporicattatorio o simil-ricattatorio) sul controllore, il “primo guardiano della Costituzione”, per ottenere l’addomesticamento del controllo, la trasformazione del controllo in una paternalistica pacca sulle spalle.

 

   Dichiarazioni presidenziali

   MA IL PRESIDENTE Napolitano, stavolta, ha messo da parte ogni tentazione paternalistica e ha risposto in modo pronto e netto. Si trovava a Malta. Quell’estrema terra del “mare nostrum” deve avergli ricordato, per una vagamaefficaceassociazione di idee, come anche la democrazia italiana si trovi agli estremi.  

   E dunque, in data 1° luglio 2010 (albo signanda lapillo), il presidente della Repubblica ha detto parole esemplari. Vale la pena di riportarle per esteso: “I punti critici della legge approvata dal Senato risultano chiaramente dal dibattito in corso, da quello che si è svolto alla Commissione Giustizia della Camera, nonché da molti commenti di studiosi, sia costituzionalisti, sia esperti della materia. E ovviamente sono gli stessi a cui si riferiscono le preoccupazionidelpresidentedellaRepubblica. E ciò non si è mancato di sottolinearlo nei rapporti con esponenti di maggioranza e del governo”. La conclusione è altrettanto eloquente: “A noi non spetta indicare soluzioni da adottare e modifiche da approvare. Valuteremo obiettivamente se saranno apportate modifiche adeguate alle problematiche di quei punti messi in evidenza. Ci riserviamo la valutazione finale nell’ambito delle nostre prerogative”. Ah, come si respira bene in quel di Malta! La forma è pacata, ma la sostanza, finalmente, è pastosa e rigorosa per quel che riguarda sia il metodo sia il merito. Il metodo anzitutto. Niente suggerimenti da dare e niente assicurazioni preventive da dare. I punti critici sono chiari e il Parlamento può e deve prendere una posizione al riguardo. Il Presidente della Repubblica valuterà alla fine se promulgare o no. In quanto al merito, il capo dello Stato ammette di avere, più ancora che delle perplessità, delle “preoccupazioni”; e dichiara che sono le stesse emerse nel dibattito in corso nel Parlamento e nel Paese. La musica è cambiata. Lo capisce al volo l’on. Niccolò Ghedini. In un’intervista al Corriere della Sera, pubblicata l’indomani, si produce (è o non è il principale avvocato-deputato del Cav?) in un’insinuante sortita avvocatesca a difesa del tentativo di immoral suasion.

    Dice Ghedini: “I commenti del Quirinale sono assai pregevoli, ma c’è un Parlamento eletto da una quarantina di milioni di elettori: spetta a quest’ultimo decidere. Visto che non siamo in una Repubblica presidenziale”. Un bel grumo di sofismi. Nessuno nega che spetti al Parlamento decidere; ma spetta al presidente della Repubblica promulgare o esercitare il suo temporaneo potere di veto, secondo la previsione, rispettivamente, degli artt. 73 e 74 della Costituzione. In quanto alla frase: “Visto che non siamo in una Repubblica presidenziale”, è priva di qualsiasi rilevanza per il punto in discussione. Qui ed ora significa, cioè, il resto di niente. Carta (costituzionale) canta.

 

di Vincenzo Marinelli  magistrato e scrittore

21 luglio 2010

Non vedenti

 

   Si fa appassionante la caccia al “Cesare” della P3. Secondo i carabinieri è B. La Procura di Roma non è certa che sia lui. Ghedini, Il Geniale e il mèchato di Libero (ieri mattina presente però a Omnibus senza le consuete mèches, ma con una chioma in tinta unita color antiruggine) son sicuri che non è lui. Ecco, lui non farebbe mai certe cose, tipo comprare giudici e aggiustare sentenze: infatti quello salvato dalla prescrizione per aver corrotto il giudice Metta tramite gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora (tutti condannati con Metta per corruzione) per fregare la Mondadori a De Benedetti non è mica lui: è un omonimo. Mai, se avesse avuto anche soltanto il sospetto che B. fa certe cose, il Corriere avrebbe potuto elogiarlo – come ha fatto l’altro giorno il pompiere capo Massimo Franco – perché sta ripulendo il P3dl dagli sparuti “segmenti di società che usano il governo come guscio dentro il quale ingrassare i loro comitati d’affari”. È quel che scrive anche Giancarlo Perna, lievemente sgomento, sul Geniale: “Come fa il Cav a circondarsi di simili ceffi? Verrà mai il giorno in cui, soppesata certa gente, la prenderà a calci nel sedere?”. Ecco, B. con i ceffi e i comitati d’affari non c’entra. Sono gli altri che lo dipingono così. Come Jessica Rabbit. È proprio vero che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Plotoni di non vedenti volontari stanno rimuovendo l’intera biografia berlusconiana per distinguere B. il buono dalla sua banda di cattivi (Carboni, Dell’Utri, Verdini, Scajola, Brancher, Caliendo, Cosentino, Sica, Lombardi, Martino). Nessuno osa domandarsi perché mai, un giorno sì e l’altro pure, Dell’Utri seguiti a esaltare l’eroismo di Mangano, un boss sanguinario pericoloso finché si vuole, ma morto dieci anni fa e ormai inoffensivo. A nessuno viene il dubbio che, quando elogia il silenzio (un tempo si sarebbe detto omertà) di Mangano morto, Dell’Utri parli del silenzio dei vivi: anzitutto il suo (“non so se, al posto di Mangano, riuscirei a resistere…”), e poi quello degli altri (mafiosi e non) che sanno tutto delle stragi del 1992-’93, ma finora non l’hanno rivelato. Tipo Giuseppe Graviano che, lungi dallo smentire le accuse di Spatuzza, ha preso tempo, riservandosi di parlare in un secondo momento. Non sarà che, nobilitando il silenzio di Mangano, si vuole perpetuare il silenzio di Graviano e far pesare quello di Dell’Utri? Il bello di queste vicende, sempre dipinte come fosche e misteriose, è che tutti sanno tutto. È universalmente noto che il no del governo alla protezione di Spatuzza è un sasso in bocca al pentito. L’ha confessato senz’accorgersene Cappuccetto Cicchitto: “Sappiamo perché alcuni tengono tanto a Spatuzza: egli avrebbe dovuto essere la bomba atomica da lanciare contro Berlusconi”. Dunque è per disinnescare la bomba atomica contro B. che il governo B. gli nega la protezione. Ed è per aver detto che “via D’Amelio non è solo mafia” che Fini è di nuovo nel mirino del P3dl. Ed è per aver accusato “settori del governo” di “rallentare le indagini sulle stragi” che il finiano Granata viene manganellato dal duo Cicchitto & Laboccetta. Lo sanno tutti che la posta in gioco è il legame fra l’inizio di Forza Italia e la fine delle stragi. Tutti, tranne i non vedenti. Sul solito Pompiere il solito gnorri Pigi Battista nega ogni rapporto fra i due eventi, con questa poderosa argomentazione: nell’estate ’93, quando esplosero le ultime bombe, i cavalli vincenti della politica erano Occhetto e Mariotto Segni, dunque è impossibile che Cosa Nostra abbia puntato sul partito di B. ideato da Dell’Utri. Forse gli sfugge un paio di particolari. Cosa Nostra aveva ottimi rapporti trentennali con Dell’Utri e B., mentre non conosceva Occhetto e Mariotto. Mangano, come risulta dalle agende di Dell’Utri, andò a trovarlo due volte nel novembre ’93 negli uffici milanesi di Publitalia dove stava nascendo Forza Italia. Che però, secondo il sagace Pigi, è nata sotto un cavolo o l’ha portata la cicogna. La mamma non gli ha ancora detto nulla di come nascono i partiti.

di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

 

21 luglio 2010

I cassintegrati dimenticati sbarcano a Roma

“Siamo soli, prima almeno litigavamo con Scajola”

   L’Isola dei cassintegrati si trasferisce per un giorno a Roma. Con i turisti parla lui, Pinuccio Buongiorno, per spiegare la loro protesta: “We are unemployed. We want to work”. All’Asinara è il custode della Torre Aragonese, gioiello del 1300 abbandonato per anni e rimesso a nuovo dagli operai come porta d’ingresso alla protesta. Ormai Buongiorno è specializzato nello spiegare agli stranieri cosa sono quelle bandiere colorate, quelle magliette da “Isola dei famosi” portate ancora una volta ieri a Roma, davanti a Montecitorio, per fare le solite domande: che succede davvero alla Vinyls? Quando si ricomincerà a lavorare? Risponde Massimiliano Muretti, bandiera sarda allacciata alla spalla: “Purtroppo il governo ci prende in giro e continua a disattendere gli impegni. Secondo gli accordi firmati l’anno scorso, a quest’ora dovevamo essere tornati a regime. Invece, mese dopo mese, le promesse lasciano il posto a nuove ipotesi, mentre la chimica italiana muore. Ed è una vera follia perché è uno dei pochi comparti dove il costo del lavoro non è il dato decisivo. Contano molto la tecnologia e la capacità operativa, cioè il nostro capitale migliore. E lo stiamo sprecando, buttando via 22 mila posti di lavoro ”.

 

   NESSUNA GARANZIA.  

   L’ultima comunicazione ufficiale del governo risale a un mese fa. Dopo rassicurazioni e promesse di ogni tipo, il 15 giugno la doccia fredda del sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia: non possiamo garantire nulla, faremo una nuova gara internazionale dopo l’estate. “Teoricamente è fissato un appuntamento di verifica a fine luglio col ministero – spiega Pietro Marongiu – ma ormai Ramco, il gruppo che voleva comprarci è fuggito e non si farà più vedere”. Il gruppo arabo era stato l’unico a partecipare alla gara indetta nel 2009 per rilevare Vinyls, ma chiedeva di poter acquisire anche le strutture accessorie ancora in mano all’Eni, cioè gli impianti che forniscono il sale e il cloro, indispensabili per produrre il pvc (cloruro di polivinile). “Per forza – denuncia Marongiu – Eni ormai s’è buttata sull’energia, ha ceduto il settore chimico. Ma il governo dovrebbe pensare agli interessi nazionali e indirizzare le scelte dell’amministratore delegato Eni, visto che se lo sceglie”.

 

   SALE E LAVORO.

In effetti il nuovo bando in preparazione si concentra sulla questione del sale, ma non sembra semplice vincolare la cessione delle materie di lavorazione. Spiega Emanuele Manca: “Ora i commissari nominati dal governo per gestire l’emergenza ci dicono che faranno un bando in cui si prevede l’acquisto di Vinyls e anche degli impianti del cloro. Ma come può il governo vendere una cosa che non è nelle sue disponibilità? Dei 31 milioni messi a disposizione un anno fa per favorire il passaggio di proprietà ne sono stati spesi 28. Tra un po’ finiranno. Di fatto siamo al punto di partenza, non è successo proprio nulla”. Stefano Masperi si avvicina al gruppo e alza gli occhiali scuri: “Eh no, qualcosa è successo. Prima almeno litigavamo con Scajola, adesso non c’è neanche più un ministro con cui dialogare. Siamo venuti fin sotto le finestre di Berlusconi per ricordargli che la sua amatissima Sardegna aspetta risposte precise. La provincia di Alghero ha la disoccupazione giovanile record in Italia, al 43 per cento. Chiudere noi significa bloccare un indotto massiccio, almeno 4.500 posti. Già diverse aziende che lavoravano il nostro pvc hanno chiuso, perché adesso debbono comprarlo all’estero e costa troppo”.

 

   PACCHE SULLE SPALLE.  

   Quel che è certo è che aver spezzettato il ciclo del cloro in tante produzioni distinte rende economicamente più pesante il rilancio del comparto: “La nostra proposta è semplice – continua Muretti – occorre ricondurre tutti gli impianti sotto un’unica proprietà e poi vendere. O tenere. Importiamo ogni anno 750 mila tonnellate di pvc quando ne producevamo mezzo milione fino al 2008: che senso ha? Fondamentale ora è che tutti i sindacati facciano fronte comune nel chiedere al governo un impegno preciso. A Roma siamo venuti solo come Cgil, ma qui ci sono colleghi di tutte le sigle perché i lavoratori chiedono di avere finalmente una seria politica industriale”.  

   Da Montecitorio e Palazzo Chigi tutto tace. Fa caldo, passa in fretta Livia Turco e stringe qualche mano, ma gli operai non s’offendono. “Sull’isola sono venuti tutti, da Di Pietro a Storace” raccontano in cerchio. Il più spiritoso è stato Gasparri: ‘Aò ragazzi, novità?’ Ma la peggior figura l’ha fatta il governatore Cappellacci, che ad aprile ha giurato: ‘Tutto ok, si riparte’. È sparito”.

di Chiara Paolin IFQ

21 luglio 2010

“COCCOBELLO” E LE COLPE DI MARRA

Il nome di Caliendo nell’indagine sul magistrato e i rapporti con la P3

C’è anche il nome di Giacomo Caliendo – il potente sottosegretario alla Giustizia – nell’atto di incolpazione che ieri – secondo quanto risulta a Il Fatto – il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito (titolare assieme al Guardasigilli del procedimento disciplinare), ha inviato al Csm contro il giudice Alfonso Marra, nominato presidente della Corte d’Appello di Milano, soprattutto per le pressioni della P3.

Esposito, nel ricostruire i rapporti contrari alla deontologia professionale tra Marra e il geometra Pasquale Lombardi, cita anche il legame tra il faccendiere e Caliendo, come si evince dalle intercettazioni telefoniche ordinate dalla Procura di Roma. Lombardi, di casa al Csm e negli uffici di alti magistrati , come l’appena pensionato primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, vanta con Caliendo un’amicizia di oltre trent’anni. Lo chiama “Giacomino”. Ma il sottosegretario da giovane, aveva un altro nomignolo: “Cocco-bello”, per un rigonfio dei capelli, che amava molto, e per il successo che vantava avere con le donne.

Assieme a Lombardi, cresce alla corte di Giuseppe Gargani, democristiano (anche lui sotto segretario alla Giustizia) e poi responsabile Giustizia di Forza Italia. Quando indossa la toga, nel ’71, ha 23 anni. Sceglie la corrente “Terzo potere”, come il suo amico Carlo Cerrato, il procuratore aggiunto di Milano finito anche lui nelle intercettazioni sulla P3. Poi assieme ai colleghi di “Impegno costituzionale” confluisce in Unicost di cui diventa – dicono dietro anonimato magistrati campani – “un rappresentante della peggiore tradizione correntizia” delle toghe. “Rappresentava il consociativismo politica-magistratura” . Il sottosegretario è nella lista dei nomi eccellenti che la Procura di Roma dovrà sentire o come indagati o come testimoni. Nel rapporto dei carabinieri si legge che “l’associazione segreta ha potuto contare sul contributo” di Caliendo, del capo degli 007 del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller e del dimissionario avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone.

Caliendo, di cose da spiegare ne ha tante. A cominciare dalla riunione del 23 settembre 2009 nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini per cercare (invano) di addomesticare la Consulta che doveva pronunciarsi sul lodo Alfano. Al tavolo ci sono Marcello Dell’Utri, Miller, Martone, Flavio Carboni e l’immancabile Lombardi. Il vice di Alfano ha ammesso di aver partecipato all’incontro, ma ha escluso “nella maniera più assoluta che, me presente, si sia discusso di possibili pressioni sui giudici della Corte”. Comunque a metterlo al corrente delle manovre in atto ci pensa Lombardi che lo chiama al telefono. Senza alcuna protesta di Caliendo, che non si oppone di certo all’operazione. Gli dice Lombardi: “…Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari…”. Poi lo blandisce: ”Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, tiè spianata la via per i’ a fa o’ ministro, o’ vuoi capiscere o no?”.

Dalle intercettazioni il nome di Caliendo emerge ancora a proposito del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, che infuriato per la bocciatura del ricorso in Appello contro l’esclusione della sua lista per le regionali, il 3 marzo scorso, vuole un’ispezione punitiva contro quei giudici. Lombardi, per aiutare Formigoni, chiama “Giacomino” e il sottosegretario al telefono, il 12 marzo, si giustifica: “Ho parlato di nuovo con il ministro, col suo segretario e mo’ vedono loro eh… L’ho chiesto trenta volte. Ho detto che bisogna farlo”. Caliendo oltre che con la P3 ha avuto a che fare con la P2. Nel 1981 è un giovane consigliere del Csm quando il vicepresidente Ugo Zilletti e il membro togato, Domenico Pone, piduista, gli chiedono di fare pressioni sul procuratore di Milano, Mauro Gresti per far riavere, senza riuscirvi, il passaporto al plurindagato presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi. Contro di lui, l’Italia dei Valori ieri ha presentato in Senato una mozione di sfiducia “Non è ammissibile – affermano i capigruppo Felice Belisario e Massimo Donadi un sottosegretario alla Giustizia partecipi a riunioni segrete per influenzare decisioni politiche, appalti, processi”. E in Commissione Giustizia alla Camera, la capogruppo del Pd, Donatella Ferranti ha chiesto che non sia più Caliendo ad avere la delega del governo sul ddl intercettazioni “perché politicamente inopportuno”, visto il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla nuova cricca. Mentre Bersani ha ricordato che il Pd aveva già presentato una sua mozione contro il sottosegretario.

Ma Caliendo non ha – fino a oggi – alcuna intenzione di fare un passo indietro.

di Antonella Mascali IFQ

Alfonso Marra

21 luglio 2010

Barbara B, laurea-sorpasso all’ombra di don Verzé

Tesi su “libertà e giustizia in Amartya Sen”

   Barbara Berlusconi si è laureata in Filosofia con 110 e lode all’Università milanese Vita San Raffaele. A 26 anni, due figli, una poltrona nel Cda della Fininvest, la primogenita del premier e di Veronica Lario conquista così il diploma di laurea triennale. Con una tesi “sul concetto di benessere, libertà e giustizia nel pensiero di Amartya Sen”, ha detto lei stessa. Ma in Italia con benessere, libertà e giustizia ci siamo? Un breve silenzio, accompagnato dal tentennio della testa e una mano che indica no. Nessuna risposta. “Questo è quanto”. Ma “è un giorno importante, sono tesa”. Già. Neanche il tempo di laurearsi che il rettore Don Luigi Maria Verzé, l’amico di papà Silvio, le proponeva di diventare docente di una futura Facoltà di Economia. Vedendosi riconoscere d’ufficio e in un sol colpo specialistica, dottorati, ricerca. Il tutto davanti agli altri quattro neodottori, di cui due giunti al termine dei cinque anni di studio, non del terzo. Poi la presenza del padre, del compagno Giorgio Valaguzza. Il riservatissimo rinfresco nell’ufficio di don Luigi. “È un giorno importante”. Lo è anche per la professoressa Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della Persona, a cui la cerimonia non è piaciuta. “Rischio di perdere il lavoro, ma non ha importanza”, ci dice. De Monticelli ha messo nero su bianco il suo disappunto. “Non in mio nome”, scrive. “Non è certamente in mio nome che oggi il nostro rettore si è rivolto alla candidata Barbara Berlusconi chiedendole se riteneva che potesse nascere una facoltà di economia e invitandola a diventare docente di questa università, in presenza del presidente del Consiglio, che assisteva alla cerimonia. Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’università giustamente aspira ad essere”. E ancora: “Me ne dissocio individualmente, anche se spero che la deprecazione dell’accaduto sia unanime fra il corpo docente”. Chissà se la professoressa vedrà mai il video nel quale Barbara Berlusconi dice che sì “se fonderanno la nuova facoltà dedicata ad Amartya Sen potrei accettare” la proposta di don Luigi Verzé. La carriera accademica o l’ascesa nell’impero di papà? È ancora presto per dirlo, spiega il premier. “Credo che il mio gruppo sia così vasto che possa offrire molte occasioni a chi ha voglia di fare come Barbara”, ha detto. “Poi vedremo, non c’è bisogno di prendere delle decisioni”. Insomma ci pensa don Luigi o papà. Che rivendica un ruolo nella laurea di Barbara. “Ho cinque figli uno più bravo dell’altro, il merito? Merito dei genitori”.

di Davide Vecchi  IFQ
21 luglio 2010

URLA E FISCHI: LO SPOT NON INCANTA PIÙ

Il premier ancora contestato, l’impero trema

 

   L’ultimo rifugio estivo di Silvio Berlusconi sarà una fortezza medievale, una camera singola nel castello di Tor Crescenza della principessa Sofia Borghese. Senza il traffico e i turisti di Roma. E lontano dai fischi che fanno compagnia a un governo solo: Letizia Moratti a Milano, Renato Schifani a Palermo. Nemmeno il pallone, la miglior pubblicità per vent’anni, fanno rotolare Berlusconi dal verso giusto. Il presidente dei miracoli e delle cinque coppe-campioni cercava l’ovazione dai milanisti: arrivano striscioni, urla e i fischi. E pensare che, replicando l’86 come uno spot di successo, Berlusconi è calato a Milanello per il raduno della squadra con un elicottero di livrea rossonera e il fido Adriano Galliani in picchetto d’onore. L’imprenditore con il sole in tasca – sigla elettorale prestata a un libro di Sandro Bondi – è ormai spento: “Non possiamo vincere sempre”, commenta dimesso le contestazioni di tifosi. E loro: “Una volta compravi Baggio, ora solo Caravaggio”. Che la festa sia finita l’ha capito lunedì a Milano: serata di gala per il premio ‘statista di rara capacità’, sala vuota e nessuna canzone. E pure una lezione di realismo del fratello Paolo: “Neanche Silvio può camminare sulle acque”.

 

   L’ombra dei numeri

    Non sventola sondaggi perché i numeri sono pessimi: nel mese di luglio – fonte Ipr marketing – la fiducia nel premier è al 39 per cento, meno 14 punti dal ritorno a Palazzo Grazioli. Mai così male nella legislatura. Il governo è in zona retrocessione: 33 per cento, un solo italiano su tre crede in Brunetta, Gelmini e colleghi. L’ex sondaggista personale Crespi infierisce: intenzioni di voto, il Pdl passa dal 39 per cento di gennaio al 33,5 di luglio. Il ghe pensi mi ha scatenato il panico e la fuga collettiva. Il 19 luglio dovevano ricordare Paolo Borsellino e sono scappati via: Schifani ha evitato la piazza di Palermo, il sindaco Moratti s’è fatta scortare da La Russa a Milano. Fischi e applausi per Gianfranco Fini, fischi e basta per Beppe Pisanu. Il professore Alessandro Campi insegna Storia delle dottrine politiche a Perugia e commenta da un osservatorio privilegiato – direttore scientifico della finiana Fare-Futuro – le corse e le ansie nei palazzi romani: “C’è una distanza siderale tra i cittadini e i suoi rappresentanti. La classe politica ha paura del confronto, così diventa la casta che tace e ignora la gente comune”. E se non batte in ritirata, e resta segregata nelle autoblu, le forze dell’ordine fanno muro e agitano i manganelli: due settimane fa, aquilani in corteo a Palazzo Grazioli, botte e tre feriti. “Siamo a una deriva oligarchica della nostra democrazia. Fallisce l’epoca che va da Tangentopoli in poi, pensavamo ai partiti liquidi e – aggiunge Campi – al dialogo virtuale , ma siamo rimasti prigionieri di un’illusione ottica”. E il politico, ovvero Berlusconi, fatica a comprendere la realtà. Spedisce un messaggio in Abruzzo per l’anniversario del terremoto, un testo letto e scandito da fischi e insulti: “Mi chiedo perché? Per L’Aquila ci ho messo il cuore”. E forse avevano bisogno di case, lavoro, futuro. Al teatro la Scala celebrano la Liberazione, Berlusconi interrompe cinque minuti di applausi per Giorgio Napolitano, presto convertiti in fischi appena sporge la mano per salutare. E ancora fischi in via dell’Umiltà (sede del partito) per una conferenza stampa, fischi all’intero consiglio dei ministri in trasferta a Reggio Calabria.

 

   Macerie sul peggio

   Campi, l’impero va in frantumi? “La legge elettorale è il male originale, come può un cittadino sentirsi parte di un progetto politico senza le preferenze sulla scheda? Poi i parlamentari sembrano approvare leggi per nascondersi e blindarsi, ovvio che la gente scenda in piazza. Non farei paragoni con il ’92 o le monetine a Craxi, non abbiamo un’opinione pubblica matura che lotta per il cambiamento, non per apatia, ma perché rassegnata al peggio”. Maceria su maceria, il crollo è irreparabile? “La politica deve riscoprire il coraggio di parlare con la gente, affrontare le critiche e spiegare. Non saprei come e quando salterà il coperchio sulla pentola, ma la pressione è davvero forte”.

di Carlo Tecce  IFQ

13 luglio 2010

Sempre più ragazzini giocano, ma d’azzardo

 

Dipendenze: aumentano i giovani di 15/19 anni che spendono ogni mese denaro in Gratta e vinci e slot-machine. L’allarme degli psicologi.

Lo Stato italiano, grazie a una pubblicità martellante, riesce a ricavare nove miliardi di euro l’anno dalle tasse sul gioco d’azzardo: dai gratta e vinci, fino alle slot-machine, passando per le lottere, scommesse e Supernalotto. Che effetto stia avendo questa industria sui più giovani lo rivela l’indagine Espad condotta dall’Istituto di fisiologia clinia del Cnr di Pisa, che propone ogni anno un questionario sulle abitudini di vita a 60 mila ragazzi fra i 15 e i 19 anni, di seicento scuole italiane.

“Nel 2009” dice l’epidemiologa Sabrina Molinaro, che ha diretto la ricerca “il 47 per cento dei giovani ha giocato d’azzardo almeno una volta, contro il 40 per cento del 2008. A sconcertare non è solo il grande aumento in un solo anno, ma anche il fatto che in teoria, tutte queste fomre di gioco sono proibite ai minori”. Anche se la maggior parte dei giovani gioca saltuariamente, ben il tredici per cento lo fa ormai assiduamente, oltre venti volte l’anno. Controllando le loro caratteristiche psicologiche, i ricercatori hanno scoperto che l’11,4 per cento degli studenti presenta un profilo a rischio medio o alto di sviluppare dipendenza. Il dato è preoccupante, se si consedra che nella popolazione generale i giocatori, anche saltuari sono solo il 38,3 per cento e quelli a rischio medio o alto di dipendenza appena il 5,4 per cento.

“Igiovani sono molto vulnerabili alle dipendenze” spiega lo psichiatra Paolo Jarre, che lavora al progetto Il gioco è una cosa seria dell’Asl 3 di Torino. “Inserire nei loro programmi tv pubblicità del gioco d’azzardo, che li inganna facendo credere che vincere sia facile, è particolarmente grave. E la cosa è resa ancora più seria dal fatto che in pratica non ci sono controlli sull’età di chi gioca: esistono persino distributori automatici di Gratta e vinci”. Insomma, per riempire le tasche di poche multinazionali del gioco e puntellare il bilancio dello Stato, stiamo esponendo a un alto rischio la vita di decine di migliaia di giovani.

“Che almeno, con il tre per mille degli incassi da gioco, si crei un fondo dedicato alla cura della dipendenza” propone Jarre.

di Alex Saragosa Il Venerdì
 
13 luglio 2010

Cresce la spesa solo per le armi (e ora ci si mette pure il terzo mondo)

Recessione? Pubblicati i risultati dell’Istituto internazionale di Stoccolma per il 2009

Il 2009 è stato l’anno della recessione globale, ma il settore degli armamenti ne è uscito più florido che mai: secondo l’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace (Sipri), sono stati spesi ben 1.531 miliardi di dollari, il 6 per cento in più del 2008, il doppio rispetto a dieci anni fa.

Gli USA, nonostante l’impegno per il disarmo del presidente Obama, restano superpotenza militare senza rivali, con i loro 661 miliardi di dollari spesi in armi, quasi la metà dell’investimento mondiale. Segue la Cina con 100 miliardi (6,6 per cento), la Francia con 63,9 (4,2), la Gran Bretagna con 58,3 (3,8) e la Russia con 53,3 (3,5). La Germania investe 45,6 miliardi (3 per cento) e l’Italia 35,8 (2,3). Intanto i pAesi africani e asiatici arricchiti col petrolio non investono in sviluppo, ma in armi: Il Ciad, per esempio, ha destinato a questa voce il 663 per cento in più, e l’Azerbaijan il 471 in più.
13 luglio 2010

Toghe verdine

   Chissà che fine han fatto gli inventori di fortunate cazzate tipo l’“uso politico della giustizia” o la “magistratura politicizzata”. Gli Ostellini, i Panebianchi, i Sergiromani, i Pigibattista, los Politos, i Gallidellaloggia e i Pollidelbalcone sono letteralmente scomparsi, proprio ora che gli allegri conversari chez Vespa e chez Verdini dimostrano che l’uso politico della giustizia esiste eccome. Solo che lo fanno il governo e i suoi manutengoli. Il colore delle toghe politicizzate è l’azzurro-Verdini, il marron-Dell’Utri, il nero-Carboni/Carbone, come nella Prima Repubblica era il bianco-Andreotti, il rosé-Craxi, il grigio-Previti, il giallo-Gelli. Battaglioni di giudici furono trovati nelle liste della P2 o sul libro paga di Cesarone. Insabbiavano inchieste, aggiustavano processi, compravendevano sentenze, annullavano condanne di mafiosi per un timbro un po’ fané. Eppure – anzi proprio per questo – mai un’ispezione ministeriale, un’azione disciplinare, una convocazione al Csm, un dossier dei servizi, un attacco dalla stampa di regime. Queste persecuzioni spettavano di diritto ai giudici davvero indipendenti, bollati e perseguitati come “pretori d’assalto” e “toghe rosse”. Ora la storia si ripete, nella beata indifferenza dei garantisti da riporto e dei pompieri della sera. La signora Augusta Iannini in Vespa, collaboratrice di governi di destra e sinistra, apparecchia cene per il premier plurimputato B., il banchiere plurimputato Geronzi, il sottosegretario indagato Letta e cardinali assortiti, ma la cosa non sembra interessare il Csm che dovrebbe tutelare l’indipendenza della magistratura non solo dalle minacce esterne, ma dagli inciuci interni. Vincenzo Carbone, fino al mese scorso primo presidente della Cassazione, fu nominato dal Csm sebbene insegnasse da anni all’Università di Napoli con doppio stipendio all’insaputa dell’organo di autogoverno: ora si scopre pure che dava del tu al traffichino del clan Carboni, il geometra avellinese Pasqualino Lombardi, che lo apostrofava “preside”, gli chiedeva di anticipare l’udienza su Cosentino, gli preannunciava telefonate di Letta e avvertiva gli amici che “con quello lì stamo a posto”. Lui, come si conviene agli alti magistrati, rispondeva “statte bbuono” e all’alba dei 75 anni s’interrogava: “Che faccio dopo la pensione?”. Pasqualino Settebellezze lo rassicurava: “Tranquillo, ne sto parlando con l’amico di Milano”. Ancora una settimana fa Carbone era candidato alla Consob. Uno come Lombardi che in un altro paese faticherebbe a entrare in un bar sport discettava con gran familiarità della sentenza sul lodo Alfano col presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli, detto “o’ professo’”: “La donna della Consulta è amica sua, possiamo intervenire su questa signora? Mi stanno mettendo in croce gli amici miei, che poi sono anche amici suoi…”. E garantiva sul voto di Mancino, vicepresidente del Csm, per la nomina di Marra detto “Fofo’” a presidente della Corte d’Appello di Milano. Missione compiuta. Marra si riuniva chez Verdini con i faccendieri Carboni e Lombardi e i giudici Martone e Miller, quest’ultimo capo degli ispettori ministeriali che da anni perseguitano i pm dipinti come politicizzati proprio perché non lo sono. Ieri Martone ha finalmente lasciato la toga dopo aver presieduto addirittura l’Anm. Ora si spera che il Csm vicepresieduto da Mancino accompagni alla porta anche Marra e Miller, e reintegri al loro posto De Magistris, la Forleo e i pm salernitani Nuzzi, Verasani e Apicella. Già perché questi giudici onesti sono stati sterminati l’uno dopo l’altro dagli ispettori (Miller), dalla Procura della Cassazione (Martone) che attivava le azioni disciplinari, dal Csm (Mancino e Carbone) che condannava e dalle Sezioni Unite (ancora Carbone) che confermavano le condanne. Ora l’Anm cade dal pero e ammonisce: “Non vogliamo magistrati contigui al potere”. Che riflessi, ragazzi. Che faceva l’Anm mentre il plotone di esecuzione delle toghe contigue al potere fucilava quelle non contigue al potere, a parte applaudire i fucilatori?
di Marco Travaglio  IFQ
13 luglio 2010

PDL, ROMANZO CRIMINALE. “VIA COSENTINO”, FINIANI CON L’OPPOSIZIONE

   Le accuse al sottosegretario: dai rapporti con i Casalesi alla nuova P3. Berlusconi lo molla?

   Per Gianfranco Fini sta passando l’ultimo treno per proporsi come leader di una destra legalitaria e alternativa al berlusconismo. Il gruppo dell’Idv ha presentato una mozione per mandare a casa il sottosegretario Cosentino. La Camera a novembre ha già salvato il politico dall’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Nonostante la Cassazione abbia confermato la solidità dell’impianto accusatorio, già vistato da quattro magistrati napoletani, Cosentino è rimasto al suo posto. E non ha mollato ufficio, segretarie e deleghe pesanti (al Cipe e alle frequenze tv) nemmeno quando si è scoperto che l’assessore campano Ernesto Sica preparava un dossier infamante contro il suo rivale interno: Stefano Caldoro. Nello stesso periodo gli amici di Sica, ora arrestati per associazione segreta, premevano sulla Cassazione per far annullare le accuse al sottosegretario, che ne era certamente informato, mentre non è provato che sapesse del dossier. Comunque, per queste vicende, che rappresentano il punto più basso dell’infima parabola berlusconiana, Cosentino è indagato per associazione segreta assieme a Flavio Carboni, Denis Verdini e Marcello Dell’Utri. Sempre ieri dalle carte di una seconda indagine è emerso l’ennesimo pentito che racconta i rapporti di Cosentino con i Casalesi. Eppure Berlusconi continua a difenderlo. Dopo le dimissioni dei ministri Scajola e Brancher (scaricati dal Cavaliere per molto meno), la sua permanenza assume un sapore inquietante. Probabilmente Berlusconi non può mollarlo mentre Fini, che lo ha salvato dall’arresto e dall’uso delle intercettazioni, ha l’occasione per cambiare linea. Due settimane fa ha detto: “Non esiste una democrazia dove rimane sottosegretario una persona per cui si è chiesto l’arresto. Su questo, io continuerò a fare il controcanto”. Non è più tempo di voci bianche. Stavolta Fini deve fare di più.

di Marco Lillo IFQ

13 luglio 2010

Clan, voti e rifiuti: la loggia di Nick “o’ mericano”

IL POTERE DELL’UOMO FORTE A GOMORRA “PRENDEVA SOLDI DAI CASALESI”

   Voti mischiati con il sangue i soldi e i rifiuti. Questa è la democrazia nel triangolo dei Casalesi. E non da ora. Lo raccontano le cronache. Lo spiegano gli atti giudiziari. E quindi lo sa bene, il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino: è in politica dal 1978. Da allora, da quando fu eletto consigliere comunale per il Psdi, Cosentino detto “o’ mericano” ha fatto parecchia strada. Ma non era in buona compagnia, se diamo credito ai racconti dei pentiti che hanno ricostruito la sua carriera dinanzi a magistrati che poi ne hanno chiesto – inutilmente – l’arresto per concorso in associazione mafiosa. “O’ mericano” incontrava latitanti in fuga e – come dice il collaboratore Gaetano Vassallo – “faceva parte del nostro tessuto camorristico”. Questa è la democrazia anche nel resto del Paese: Cosentino non s’è mai dimesso e – come dimostra un’altra inchiesta – è il politico più affidabile per la nuova “P2”: se fosse andata diversamente, oggi, sarebbe lui il governatore campano.

 

   Sangue e monnezza

    Il tutto ruotava intorno alla società “Eco4”, che si occupava di rifiuti, quella dell’imprenditore Michele Orsi, che fu ucciso nel giugno 2008 dal commando capeggiato da Setola. Dice Vassallo ai pm: “Raffaele Bidognetti riferì che Italo Bocchino, Nicola Cosentino, Gennaro Coronella e Landolfi facevano parte del nostro tessuto camorristico”. Eppure Cosentino, in Campania, dice ancora la sua: ieri, mentre le agenzie battevano la notizia di una nuova indagine a suo carico – quella romana sulla “cricca” in stile “P2” che lucrava sull’eolico in Sardegna – il sottosegretario era a Napoli, nella sede regionale del Pdl, per discutere il piano di riorganizzazione della Sanità. In compagnia di Mario Landolfi. Lo stesso Landolfi che, secondo Vassallo, “era a disposizione del clan”. In questa trama che ricorda un “romanzo criminale”, Cosentino, sembra una cerniera tra parecchi mondi: le sue conoscenze, stando agli atti, spaziano dai boss sanguinari ai colletti bianchi. Una cerniera difficile da scucire: è saldo al suo posto. Anzi: lo volevano governatore. C’era la nuova “P2” a sostenerlo. L’imprenditore Arcangelo Martino, il 26 settembre 2009, chiama Flavio Carboni per dirgli di contattare Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, e caldeggiare la candidatura di Cosentino: “Questo – gli dice – è un bravo ragazzo”. E – dati gli interlocutori e gli sponsor – anche questa volta non sembra un complimento. Verdini è indagato a Roma, sia per l’inchiesta sulla “nuova P2”, sia per quella sugli appalti del “G8”. Carboni e Martino invece, della nuova “P2”, sembrano i padri fondatori. Cercano di influenzare l’intera politica italiana. Tentano di pilotare le elezioni regionali campane con dossier falsi: costruiscono una campagna di diffamazione contro il rivale “interno”di Cosentino, il futuro governatore Stefano Caldoro, che a loro non piace. Gli preferiscono “O’ mericano”: il “bravo ragazzo” che, sempre secondo il pentito Vassallo, un tempo era un “candidato del clan Bidognetti”. Poi era passato con gli Schiavone: “Ne deriva che Cosentino, con gli Orsi, per realizzare il progetto economico della costruzione del termovalorizzatore in Santa Maria la Fossa lasciano il gruppo Bidognetti e passano con gli Schiavone”. “Cosentino con gli Orsi”, dice Vassallo. Michele Orsi fu ammazzato per fare un favore a un politico, dice un altro pentito, Oreste Spagnolo: un favore all’ex consigliere regionale – dell’Udeur – Luigi Ferraro. Voti, sangue e rifiuti: anche nell’ultima inchiesta sui casalesi condotta dalla dda di Napoli. E ancora una volta vien fuori il suo nome: “Cosentino è stato favorito dal gruppo Schiavone – racconta il pentito Raffaele Piccolo -. Spesso, quale forma di estorsione nei confronti degli imprenditori, procedevano a dei cambi di assegni (…). Soltanto alcuni assegni, però, potevano essere portati da Nicola Cosentino, ossia quelli, per esempio, dei soggetti apicali del clan (…)”. Non è la prima volta che si collegano strani passaggi di soldi alla figura di “O’ Mericano”.

 

   Il grande affare

    “La società ECO4 era controllata da Cosentino”, dice Vassallo. “Presenziai alla consegna di 50mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi all’onorevole Cosentino”. È questo il “bravo ragazzo” sponsorizzato dalla nuova P2. La richiesta d’arresto non scoraggia i nuovi piduisti. Anzi: “Il gruppo – si legge negli atti – tenterà di sostenere la candidatura di Cosentino, auspicando con interventi presso la Cassazione, la rapida fissazione e l’accoglimento del ricorso contro la misura cautelare”. L’arresto è legittimo, sentenziò la Suprema corte, e l’associazione segreta decise di confezionare dossier infamanti contro Caldoro. Evidentemente: Cosentino era ritenuto più affidabile. E’ intoccabile: non s’è dimesso. Se davvero la politica campana – e nazionale – degli ultimi trent’anni corrisponde alla versione dei pentiti, Cosentino custodisce parecchi segreti, che potrebbero far crollare l’intero centrodestra. Non c’è solo Marcello Dell’Utri a Palermo. C’è anche Cosentino a Casal di Principe. Ed entrambi sono indagati a Roma – con Verdini e Carboni – nell’inchiesta sulla nuova “P2”.

di Antonio Massari IFQ

13 luglio 2010

L’INTERVISTA Luigi De Magistris: “L’antiStato è anche nella magistratura”

   Ci sono diverse coincidenze, annota Luigi De Magistris, ex pm a Catanzaro, eletto europarlamentare Idv l’anno scorso, tra la sua vicenda, che possiamo chiamare “giudiziaria” (includendovi le inchieste Poseidone, Why Not e Toghe Lucane e i procedimenti disciplinari di cui successivamente divenne oggetto) e i nomi che adesso emergono dalle inchieste sulle nuove lobby affaristiche. Dalle intercettazioni disposte dalla Procura di Roma, e da quelle che, prima di questa, videro protagoniste Firenze e Perugia, emerge una zona grigia di nomi che si ripetono. Coincidenze. De Magistris li mette in fila: “Achille Toro, Arcibaldo Miller, Antonio Martone, Vincenzo Carbone…”. Spiega: “Una delle battaglie che ho portato sempre avanti, e mi è costata parecchio è la questione morale all’interno della magistratura”. E fa un primo esempio: “In questi giorni la Procura di Salerno, ha detto che la revoca del processo Poseidone e la avocazione del procedimento Why Not, non solo mi sono state sottratte illecitamente, ma erano anche frutto di una corruzione in atti giudiziari che vedeva coinvolti politici, faccendieri e due magistrati: il procuratore della Repubblica e il viceprocuratore di Catanzaro. Il primo ha deciso di uscire di scena, scelta poi fatta propria anche da Toro e Martone, mentre il procuratore aggiunto vicario è ancora in servizio”. Anche Achille Toro, procuratore a Roma, era finito nell’inchiesta Why Not. “Era amico di Giancarlo Elia Valori (espulso dalla P2) ed era rimasto coinvolto anche nell’inchiesta sulla fuga di notizie dei furbetti del quartierino. E che cosa è stato fatto? È rimasto al suo posto, addetto ai reati contro la pubblica amministrazione”.

 

   Coincidenze. Ancora. Come quella che vede coinvolto Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero con tre governi, due di centrodestra e uno di centrosinistra. “Dovrebbe essere colui che giudica la deontologia professionale dei magistrati”, afferma De Magistris. Nel 2007 fu lui a comandare gli ispettori che arrivarono a Catanzaro a vedere le carte del pm ora diventato europarlamentare Idv. Purtroppo figurava anche tra gli indagati di quell’inchiesta. Ma nel settembre 2009, a tavola con Verdini, Martino, lo stesso Miller, Dell’Utri, Carboni, Caliendo e Lombardi, figura anche (ma lui negava ancora ieri) Antonio Martone. Fu Martone a sostenere una durissima requisitoria contro il pm di Catanzaro accusandolo anche di “rapporti disinvolti con la stampa”. E chi giudicò in Cassazione quel procedimento contro De Magistris? Un’altra coincidenza. “Fu Vincenzo Carbone, primo presidente della Corte di Cassazione”. “Nei rapporti di corruzione con le istituzioni, rientrano anche magistrati ordinari, amministrativi o della corte dei conti”, afferma. E ne deduce: “ Qua non è più un problema di malaffare politico. Qua il problema è che dal ‘92-‘93 in poi, dopo tangentopoli e le stragi di mafia, le corruzioni si sono sempre più legalizzate e istituzionalizzate”. Il verdetto: “Abbiamo sacche importanti di collusione all’interno non solo della politica ma anche della magistratura, delle forze dell’ordine. Questo sistema è penetrato. È un antistato che è diventato Stato. E che opera nelle forme della P2”. Cosa vuol dire? Ancora un esempio: “Basta vedere il tavolo della vicenda Verdini. Quello è un tavolo di soggetti istituzionali, che prendono decisioni istituzionali, ma non nei luoghi che sono deputati a farlo. Le prendono in un luogo segreto e poi le vanno a ratificare in luogo istituzionale. Questa è la P2”.

 

   Resta allora la domanda: che fare? “La magistratura – risponde – deve avere la forza di fare pulizia al proprio interno. Ma con un sistema bloccato dalle correnti, che ha preso tutte le degenerazioni della partitocrazia, fatica a farlo”.

 

   E allora come si fa la bonifica? “Falcone diceva che serviva una rivoluzione culturale e morale per battere la mafia. Io credo che la strada sia sempre quella. Il merito deve essere il baluardo di azione di ogni cittadino, e anche delle istituzioni. La società civile deve essere sempre messa al corrente di quello che succede, di qual è la posta in gioco, perchè solo così può mantenere alta la vicinanza democratica”. Non è un caso, dunque, che il governo voglia imporre il “bavaglio”… “Con la ‘legge bavaglio’ loro prendono due piccioni con una fava. Questo tipo di incontri non si sapranno più, perchè i luoghi segreti i magistrati li scroprono o con le intercettazioni o con i collaboratori di giustizia. E allora queste cose non si potranno neanche più scrivere. E i cittadini resteranno nell’ignoranza”.

 

   Queste inchieste gettano anche un’ombra sinistra sul governo… “A me questo governo appare di chiara matrice piduista, tra Berlusconi, Dell’Utri, Verdini… Ma sarebbe un errore pensare che queste logiche siano solo nel centrodestra. La vera confusione è nel conflitto di interessi che vede allo stesso tavolo controllori e controllati. Interessi che si nutrono della spesa pubblica. Io iniziai a lavorare sul filone delle emergenze ambientali. I colleghi di Firenze e Perugia sulla Protezione civile. Il tema era lo stesso”.
di Eduardo Di Blasi IFQ
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