Archive for febbraio, 2011

28 febbraio 2011

La cultura non sfama. Ovvero la disoccupazione giovanile secondo il Governo

Vengono definiti Neet (Not in employment neither in education nor training). Sono giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni, in età lavorativa, inoccupati, non frequentano scuola o università. Nell’ultimo rapporto ISTAT si legge che la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a novembre il picco più alto dell’ultimo decennio, con un’incidenza superiore alla media europea. Si rileva un tasso di disoccupazione tra i giovani del 28,9% con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e del 2,4% nel confronto con l’anno precedente.

Non vi è dubbio che la crisi ha colpito, e sta colpendo, soprattutto le aree periferiche dello sviluppo capitalistico (Mezzogiorno in primo luogo) e, in queste, le fasce sociali più deboli [1]. In tal senso, la crisi viene sempre più assumendo un carattere generazionale, a fronte del quale le risposte del Governo appaiono decisamente discutibili.

Il problema viene imputato al mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta ricondotto a un eccesso di aspettative da parte dei giovani rispetto a una domanda di lavoro, proveniente dalle imprese, orientata essenzialmente al lavoro manuale. Il Ministro Meloni ha efficacemente sintetizzato questa teoria con la considerazione che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”, aggiungendo che il Piano per il lavoro che il Governo sta mettendo a punto – basato essenzialmente sul potenziamento del finanziamento dell’apprendistato – costituisce il definitivo “superamento del ‘68”.

La linea di politica del lavoro che il Ministro Sacconi si appresta a perseguire viene così chiarita: “Se si dicesse a ogni studente che intende iscriversi a giurisprudenza che per gli avvocati il tasso di disoccupazione è al 30%, e chi lavora guadagna 900 euro al mese, mentre per gli infermieri il tasso di disoccupazione è zero, e lo stipendio di 1600 euro, probabilmente inciderebbe sulle scelte”.

La campagna mediatica di delegittimazione dell’Università pubblica ha già posto un tassello importante nella direzione di ciò che si potrebbero definire politiche per la promozione del lavoro manuale [2]: ci è stato detto che molte lauree sono inutili, che le sedi universitarie sono troppe, che i docenti universitari sono baroni e fannulloni, esclusivamente impegnati nel trovare un posto di lavoro per i propri parenti.

La linea Meloni-Sacconi – ridurre la disoccupazione giovanile rendendo meno istruiti i giovani – poggia su una diagnosi sbagliata, per almeno tre considerazioni.

1) Come attestato nell’ultimo rapporto Almalaurea, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei giovani in possesso di titolo di studio inferiore [3]. In particolare, si registra che, nell’arco dell’intera vita, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore dei diplomati [4]. Dunque, in linea generale, si può affermare che – a maggior ragione in periodi di crisi – gli individui con più alta scolarizzazione sono meno esposti al rischio di licenziamento rispetto ai lavoratori con più bassa istruzione.

2) L’assunto che i NEET siano individui altamente scolarizzati è smentito dall’evidenza empirica disponibile. In particolare, l’ultimo rapporto ISTAT convalida, per contro, l’ipotesi opposta. In Italia, solo 60 individui su mille, nell’età compresa fra i 20 e i 29 anni, sono in possesso di laurea, a fronte dei 77 in e degli oltre 80 nel Regno Unito e in Danimarca [5]. Stando a questa evidenza, i NEET sono tali non perché ‘eccessivamente’ istruiti, ma perché la domanda di lavoro è bassa, indipendentemente dal fatto che si tratti di domanda di lavoro qualificato o meno.

3) La linea Meloni-Sacconi si basa sulla convinzione che la scolarizzazione abbia l’unica funzione di agevolare l’accesso al mercato del lavoro [6], e che occorra calibrarla sulla base della domanda di lavoro espressa dalle imprese. Merita di essere ricordato che la scolarizzazione diffusa produce effetti sociali ed economici benefici in un orizzonte di medio-lungo termine, anche indipendentemente dal fatto che, nel breve periodo, possano esserci eccessi di istruzione. Fra questi: ad elevati livelli di scolarizzazione è, di norma, associata un’elevata mobilità sociale, un’elevata produttività del lavoro, un’elevata dotazione di ‘capitale sociale’ [7] (dunque, maggiore propensione al rispetto delle norme, minore incidenza della criminalità, minore offerta di lavoro nell’economia sommersa [8].

In più, la linea del Governo asseconda un modello di sviluppo che non può che accentuare il problema. Di fatto, essa trova la sua ratio nella constatazione che l’economia italiana è sempre più un’economia periferica, nella quale le imprese, non riuscendo a competere innovando, esprimono una domanda di lavoro poco qualificata. In questo assetto, non è sorprendente il fatto che i salari reali medi sono fra i più bassi nell’ambito dei Paesi industrializzati. Stando all’ultimo rapporto OCSE, si rileva che i salari medi in Italia sono collocati al 23esimo posto su una classifica di 30 paesi.

Assecondare questo modello di sviluppo significa contribuire a rendere ancor più periferica l’economia italiana, accentuandone il profilo di un’economia la cui competitività si basa sulla compressione dei costi di produzione: salari e diritti dei lavoratori in primo luogo [9]. Ciò dà luogo a una spirale perversa, in larga misura già in atto. La compressione dei salari accentua i differenziali retributivi rispetto alla media dei Paesi industrializzati, incentivando le emigrazioni (in particolare, le emigrazioni intellettuali e degli individui – giovani – con maggiore potenziale produttivo) con conseguente trasferimento di produttività nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico [10].

Ciò dà luogo a un maggior tasso di crescita in quelle aree rispetto ai Paesi periferici (Italia inclusa) e, dunque, a un aumento della domanda di lavoro (qualificato) in quelle aree, a fronte di una riduzione della domanda di lavoro (qualificato) nelle aree periferiche [11]. Ciò porta a un ulteriore aumento dei differenziali salariali e a un ulteriore impoverimento delle aree periferiche. Si osservi che questo meccanismo è generato spontaneamente dalle dinamiche del mercato [12], e che dovrebbe essere contrastato con politiche di segno esattamente contrario rispetto a quelle che il Governo persegue.
Ovvero: politiche di promozione del ‘salto tecnologico’ delle imprese italiane, mettendole in condizione di esprimere maggiore domanda di lavoro qualificato e di competere innovando. In tal senso, stabilire che “la cultura non si mangia” (almeno in Italia) significa sancire la progressiva marginalizzazione della nostra economia.

di Guglielmo Forges Davanzati – Economia&Politica

NOTE

[1] Ancora su fonte ISTAT, si rileva che il numero di donne disoccupate è aumentato dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a novembre 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4% rispetto a ottobre e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,8%, a novembre è rimasto invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009.
[2] Ovviamente, non si dà qui alcun giudizio di valore in merito al lavoro manuale. A nostra conoscenza, per trovare un fondamento teorico alla tesi secondo la quale la riduzione dell’istruzione traina la crescita occorre risalire al mercantilismo. Pollexfen (cit. in A. Loria, Analisi della proprietà capitalistica, Torino, 1889, p. 258 ss.) scriveva: “si voglia ben considerare in qual misura l’educazione dei figli dei poveri al sapere ed alla scienza abbia contribuito a farli deviare dalle occupazioni manuali; poiché pochi hanno imparato a scrivere e leggere senza che i loro genitori o essi non siano inclinati a credere di meritare qualche preferenza, e per questa ragione disprezzano tutte le occupazioni manuali”.
[3] Sul punto si rinvia al mio L’Università e il mito meritocratico, su questa rivista.
[4] V. Almalaurea.
[5] Si rileva anche che, in Italia, sono 12,1 ogni mille individui in età compresa fra i 20 e 1 29 anni coloro che hanno conseguito una laurea tecnico-scientifica, contro i 13,8 della media europa.
[6] Il che non è per le motivazioni rilevate a seguire, e come, peraltro, ampiamente riconosciuto nei documenti ufficiali della commissione europea, laddove si fa riferimento all’auspicata transizione a un’economia della conoscenza.
[7] Cfr. J.S. Coleman, Social capital in the creation of human capital, “The Americal Journal of Sociology”, 1988, vol.94, pp.95-120.
[8] Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, Sussidi di disoccupazione ed economia sommersa: un’analisi keynesiano-istituzionalista, “Studi e note di economia”, 2011.
[9] E’ noto che uno dei problemi più rilevanti dell’economia italiana riguarda la crescita modesta della produttività del lavoro. Un’elevata disoccupazione giovanile, unita alla precarietà dell’impiego, non aiuta a recuperare il divario di produttività rispetto ai Paesi centrali dello sviluppo capitalistico, semmai contribuisce ad ampliare i divari a nostro danno. Ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, per ragioni che attengono a fattori motivazionali (entusiasmo, creatività, capacità fisica), i giovani sono mediamente più produttivi dei lavoratori più anziani. In secondo luogo, i giovani sono mediamente più istruiti dei loro genitori e, dunque, potrebbero contribuire in misura maggiore alla crescita economica, se occupati e se occupati coerentemente con le professionalità acquisite. Sul tema, si rinvia a Giuseppe Fontana, Perché conviene che l’Europa investa in istruzione e sanità, su questa rivista.
[10] Stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, dal 1990 al 2009 sono emigrati circa 2 milioni e 390 mila individui da Mezzogiorno (9 su 10 al Centro-Nord). Di questi, circa il 30% è in possesso di laurea. I trasferimenti sulla direttrice opposta – da Nord a Sud – sono di entità del tutto trascurabile.
[11] Per una trattazione più ampia del tema, in un contesto di ‘causazione circolare cumulativa’, e anche con riferimento al caso italiano, si rinvia al pionieristico contributo di Gunnar Myrdal. E’ lo stesso Myrdal a rilevare che, nelle aree periferiche, nelle quali – a seguito del loro progressivo impoverimento – si rende sostanzialmente impossibile l’espansione del welfare state, la ‘legittimazione’ del sistema è affidata alla diffusione dell’ignoranza o viene relegata all’attività di repressione del conflitto sociale. Sul piano empirico, e come registrato nell’ultimo rapporto ISTAT, la criminalità è in crescita in Italia, con la massima incidenza nel Mezzogiorno (dove peraltro, in controtendenza rispetto al senso comune, la presenza di extra-comunitari è minima). Per un inquadramento generale del problema, si rinvia a. Myrdal, G. (1957). Economic Theory and Underdeveloped Regions. London: London: General Duckworth & Co..
[12] Data la condizione che vi siano “economie di agglomerazione” e conseguenti rendimenti crescenti nelle aree centrali. Sul tema, si rinvia a Krugman, P. (1991). Increasing returns and economic geography, “Journal of Political Economy”, vol. 99, n. 3, pp.483-499.

25 febbraio 2011

Un nuovo Risorgimento per mandare a casa i Mubarak di casa nostra.

Aveva ragione Mario Monicelli. Da questa pena si esce soltanto con una rivoluzione. Sarebbe l’unico modo vero per fare davvero la festa d’Italia, un nuovo Risorgimento. Siamo come allora un Paese due volte servo. Servo all’interno di un potere cinico, incarnato da un despota anziano e ormai fuori di testa, impresentabile al mondo, ma barricato nelle stanze del Palazzo, protetto dalla montagna del conflitto d’interessi. Servo all’esterno di chiunque, come testimoniano i rapporti pubblicati da Wikileaks. Dai quali si evince che Berlusconi è tanto disprezzato dalle cancellerie internazionali, quanto considerato comodo. Da tutti, americani e russi, tedeschi e francesi. Una potenza ridicola alla quale si può chiedere qualsiasi favore e negare qualunque diritto di partecipare alle decisioni importanti: perfetto.

Per uscire dal piano farale del declino, morale e politico, economico e sociale, esiste una sola strada: la rivoluzione. Non è che le energie mancino fra i cittadini. Basta alzare le terga dalla poltrona del commentatore scettico e andare in giro per le piazze. L’Italia è piena di bella gente non rassegnata. L’ho visto sui tetti delle università e per le strade, al Palasharp e nella giornata delle donne. Quello che manca è l’espressione politica di questa Italia. Ho citato non per caso manifestazioni che non avevano bandiere politiche, perché nessuna s’adattava. Manifestazioni che sono state criminalizzate dalla corte berlusconiana, ed era ovvio, ma anche dalla parte dell’opposizione complice da vent’anni del berlusconismo.

Per fortuna entrambi hanno la vista corta. Parlano di “radical chic” e non vedono che la ribellione, la voglia di voltare pagina, stavolta sul serio, monta fra milioni di cittadini d’ogni età, ceto, regione d’Italia. Di ogni idea politica.

Ascolto Radio Padania, che ogni tanto spegne i microfoni aperti per prudenza, e mi chiedo quando gli elettori del Nord capiranno che Bossi rimane al governo, non per il federalismo fiscale (non arriverà mai), ma per le cinquanta nomine nelle banche e negli enti pubblici da spartirsi a primavera. Forse presto, di sicuro prima di Bersani.

Sono chiusi tutti, maggioranza e opposizione, nelle stanze del palazzo ad architettare altre strategie perdenti, difese ridicole, grotteschi progetti di successione al potere di figli e parenti, a comprarsi e vendersi fra di loro. Ricordano l’ultimo Mubarak. Magari hanno ragione loro, che sono sempre o più furbi. Però a star fuori l’impressione è che l’aria sia satura e basti ormai una scintilla per far saltare tutto.

di Curzio Maltese – Il Venerdì

25 febbraio 2011

Se, insieme al premier, smarrisce la morale un intero Paese.

Che cosa vuole questa società, quali sono i suoi precetti e la sua morale? C’è ancora una morale presentabile? Un governo privo di morale come questo del Cavaliere di Arcore dimostra che per la società contemporanea la vecchia morale, quella, per intenderci, del Decalogo, è un ingombro, una cosa vecchia, da ignorare.

Nella società contemporanea, i peccati di corruzione e di adulterio non sono più qualcosa da condannare, ma da esibire come segno del tuo rango sociale.

Il funzionario politico che vuole essere rispettato dalla società dei produttori e dei venditori deve intascare la bustarella e frequentare il club del benessere dove può avere gratis le massaggiatrici brasiliane. Corruzione e privilegio fanno parte del suo rango, come un tempo lo spadino e la parrucca.

Uno scrittore moralista come Edmondo De Amicis oggi più che raro è impensabile, e la Chiesa, di fronte a un peccato scandaloso, come prima reazione è pronta al perdono.

L’informazione è ancora attenta alla pubblica onestà, al pubblico interesse? Anche nell’informazione la morale, i codici di educazione e di onestà sono dimenticati o irrisi come “pallosi”, cioè noiosi, cioè fuori moda, in una società che vuole solo consumare.

L?Italia del libro Cuore del quadrato di Villafranca sentiva la necessità dei buoni propositi e dei buoni consigli, della parsimonia e del rispetto della parola data. Era l’Italia delle cooperative e delle casse di risparmio, l’Italia delle formiche laboriose che costruirono una nazione moderna nel senso civile.

Oggi prima del risparmio c’è lo sviluppo; prima della formazione del capitale, la formazione del debito.

Questa è l’irrinunciabile modernità? Forse, ma con i suoi tremendi rischi, come quello che consiste nella tolleranza oltre ogni limite del berlusconismo e dei suoi vizi, intesi dal cittadino comune come un’esenzione dai propri doveri, come un così fan tutti comodo e senza prezzi.

Gli ottimisti diranno: non disperiamo, l’Italia non è solo questa delle letterine e delle meteorite che frequentano i bunga bunga di Arcore, l’Italia è anche quella di chi lavora e paga le tasse e alleva i figli.

Ma come non essere terrorizzati dalla progressione dell’irresponsabilità generale, dei giovani pronti a tutto pur di entrare nel “paese dei balocchi” dove solo il sultano è al di sopra delle leggi dei doveri?

di Giorgio Bocca – Il Venerdì

25 febbraio 2011

Processo brevissimo, solo per Santoro

C’eravamo tanto sbagliati: il processo breve esiste già. La Cassazione entro pochi mesi, tra la primavera e l’estate, discuterà il ricorso dei legali Rai contro la famosa sentenza che reintegrò Michele Santoro dopo l’editto bulgaro. Con un leggero anticipo rispetto al solito: 3 anni. Basta fare due conti: in questi giorni in Cassazione stanno fissando i ricorsi depositati nel 2007, mentre la Rai ha   spedito il suo nel marzo 2010.    Da tempo Mauro Masi ripete: “Noi siamo costretti a mandare in onda San-toro perché ce lo impone un tribunale”. Meglio: le sentenze di primo grado e appello che cancellano l’editto di Silvio Berlusconi da Sofia, un   repulisti televisivo che colpì Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. Era il 2002, ma la guerriglia continua.    DAL DICEMBRE scorso, falliti numerosi tentativi di chiudere Annozero, la direzione generale di viale Mazzini confidava a Santoro di aver fiducia nella Cassazione per riottenere la “libertà editoriale”: quella di poter cacciare dal video il giornalista di Samarcanda e Sciuscià. Già a novembre, il presidente della sezione Lavoro, Michele De Luca, ha richiamato dall’archivio il fascicolo di Santoro per esaminarlo. L’inchiesta di Trani sul bavaglio ha dimostrato come i cavilli giuridici, le sponde   nel governo e all’Autorità di garanzia nelle Comunicazioni servissero a Berlusconi per bloccare Annozero.    Il commissario Giancarlo Innocenzi s’è dimesso proprio per quelle telefonate con il Cavaliere e un piano di censura che passava per l’Agcom. Ora un esposto all’Autorità del ministro   Paolo Romani del 28 gennaio – sulla puntata di Annozero dedicata a Ruby e ai festini di Arcore – ha suggerito ai legali Rai di presentare in Cassazione un’istanza per accelerare sul procedimento su Santoro. Da Trani in poi la tattica è identica. I legali Rai agitano   sempre lo stesso spauracchio e ripetono sempre lo stesso ritornello: viale Mazzini rischia multe milionarie dall’Agcom per colpa di Annozero, ma l’azienda è vittima perché non può intervenire su Santoro, protetto da ben due sentenze che gli danno ragione e gli consentono di lavorare. Però le sentenze, dimentica la Rai, non garantiscono l’immunità a Santoro: il conduttore può subire sanzioni e sospensioni come qualsiasi dipendente del servizio pubblico.    L’ALLARME dei legali Rai però ha persuaso la Cassazione: accolta l’istanza a gentile richiesta, presto sarà in calendario il caso di Santoro. E l’inchiesta di Trani è ancora viva, non solo perché la Procura di Roma va avanti. Il copione è ormai un cult del genere. Prima fase: un ministro berlusconiano o un dirigente del partito si rivolge all’Agcom per multare Santoro (stavolta è toccato a Romani, anche se non c’è un’istruttoria aperta all’Autorità). Seconda fase: la Rai si schiera con il ministro con spirito masochista e quasi sembra invocare multe milionarie contro se stessa.      In nome del processo breve e della giustizia ad personam sono caduti in tanti: in origine furono Cesare Previti, Gaetano Pecorella, Carlo Taormina, poi seguirono gli eredi Niccolò Ghedini, Pietro Longo e Angelino Alfano. Oggi the winner is: Paolo Romani, già ideologo di Colpo grosso. Il suo esposto, datato 28 gennaio, è riuscito lì dove un gruppo di legulei di prestigio ha fallito.

di CArlo Tecce – IFQ

25 febbraio 2011

Altro che scippi, il male d’Italia sono le mazzette

Davigo: adeguare subito la legislazione agli standard europei

La Corte dei conti c’informa che la corruzione è aumentata del 30 per cento nel 2010. La classifica stilata da Transparency, sulla percezione della corruzione, per lo stesso anno ci vede al 67esimo posto, dopo paesi come Ruanda e Ghana. Nel 2001 eravamo 29esimi. Più siamo corrotti, meno ce ne accorgiamo. Come s’inverte questa tendenza? Lo abbiamo chiesto a Piercamillo Davigo, ex pm di Mani Pulite, oggi consigliere di Cassazione.    La corruzione sembra una    malattia, che peggiora di anno in anno. L’Italia è spacciata o qualche rimedio esiste?      Dal punto di vista del diritto sostanziale bisognerebbe ratificare le convenzioni già firmate come quella europea sulla corruzione: prevede fattispecie che, se fossero introdotte, sarebbero molto utili, anche per riformulare i reati che oggi non permettono di colpire una serie di comportamenti.    Per esempio?    Nonostante l’Italia abbia firmato convenzioni che prevedono la punibilità degli appartenenti alle assemblee legislative, i parlamentari non sono in concreto perseguibili per corruzione, essendo questa collegata al compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio o di atti d’ufficio. Siccome l’attività dei parlamentari è   sovrana, non è riconducibile né all’uno né all’altro parametro.    Si parla di rimodificare la prescrizione. In peggio.    L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi d’Europa dove la prescrizione decorre anche dopo la sentenza di condanna di primo grado. È una stravaganza: se è appellante l’imputato, perché mai dovrebbe decorrere la prescrizione? È lui che rimette in moto la macchina della giustizia, perché dovrebbe usufruire della prescrizione?    L’ideale sarebbe arrestarne la decorrenza al momento della richiesta di rinvio a giudizio    del pm.    Certo. O almeno dalla sentenza   di condanna in primo grado, se l’appellante è l’imputato.    È favorevole all’idea di riunire in un unico titolo di reato corruzione e concussione?    Oggi i due reati creano difficoltà. Di solito quelli che hanno pagato dicono di essere vittime di concussione, mentre quelli che i soldi li hanno presi negano di essere autori di concussione e che si tratta di corruzione impropria. Se le fattispecie fossero unificate eviteremmo quella che capita oggi. Cioèchesesicominciaconlaconcussione e i privati che hanno pagato vengono sentiti come testi, poi magari in appello decidono che è corruzione, gli stessi avrebbero dovuto essere sentiti con le garanzie previste per gli indagati, le dichiarazioni non sono più valide. Alla fine, tutti assolti.      Se si parte dalla corruzione?    Quando si arriva in appello e viene invocata dai privati la concussione, poiché vi è il divieto di reformatio in peius, il funzionario pubblico non contrasta la tesi e i privati vengono assolti.    Una delle proposte contenute nel ddl del Fatto è introdurre la “legislazione premiale”. Ovvero la non punibilità del corruttore o dell corrotto se va spontaneamente a confessare e a denunciare i suoi complici, prima che la notizia di reato sia stata iscritta a suo nome.    Serve ad avere collaboratori di giustizia. La corruzione è un reato seriale. Se ci fosse una norma del genere, ci sarebbe interesse a confessare. E non, come ora, a coprire. Renderebbe anche più difficile   commettere questi reati: bisogna stare molto attenti a scegliersi i complici.    E dal punto di vista processuale?    Data la diffusione del fenomeno, dovrebbe essere prevista la possibilità di operazioni sotto copertura in materia di corruzione. Come avviene per droga, armi, terrorismo. Ora non è previsto. E non si può fare: se una delle due parti simulava, il reato non si perfeziona. In altri Paesi è uno strumento utilizzato e si chiama “test di integrità”, perché serve a capire se un   pubblico ufficiale prende i soldi o no.    La criminalità economico-finanziaria si è aggiornata. Bisognerebbe adeguare anche l’elenco dei reati?    La corruzione tra privati esiste nella legislazione comunitaria e quindi bisognerà, prima o poi, adottarla. Il traffico di influenze illecite è previsto dalla Convezione di Strasburgo del ’99. Se ci fosse, si creerebbe una barriera giuridica a qualunque dazione di denaro tra privati, finalizzata alla corruzione di pubblico ufficiale.    Perché gli italiani non capiscono il danno economico di reati come l’evasione fiscale e la corruzione?      Per decenni è stata raccontata la favola che il problema del Paese è la microcriminalità. Ma quando c’era il processo per l’aggiotaggio Parmalat vi erano 40 mila parti civili costituite. Quanto ci impiega uno scippatore a fare 40 mila scippi? Anche ammesso che ne faccia 4algiornoenonvengabeccato,ci vogliono 10 mila giorni. Non ho mai visto nessuna vittima di scippo che aveva nella borsetta i risparmi di tutta la vita. Mentre molti investitori Parmalat si sono giocati tutto. Il danno è ben maggiore.    Ci sono state decine di proposte e ddl sul tema, insabbiati da varie legislature. Perché nessuno è diventato legge?    La preoccupazione della classe politica negli ultimi 17 anni non è stata contrastare la corruzione. Ma contrastare le indagini e i processi sulla corruzione.

di Silvia Truzzi – IFQ

Il rapporto di Tranparency sulla corruzione percepita: nel 2010 l’Italia è al 67esimo posto (  www.transparency.org  ) 

25 febbraio 2011

Gaffe ed errori, B. molla Ghedini?

Sibila uno dei vari e autorevoli parlamentari-avvocati del centrodestra: “Alla base di tutto, c’è un errore professionale sul processo Ruby. Berlusconi, in qualità di deputato, sarebbe dovuto andare subito da Fini e chiedere al presidente della Camera di sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta. Invece sono state prese altre vie e adesso siamo impantanati”. Destinatari del severo giudizio sono i due legali del premier Niccolò Ghedini e Piero Longo, colleghi di studio.    Ghedini, in particolare. Per gli amici di Silvio “Ghe” Berlusconi, da Gheddafi a Ghedini, questo non è un grande momento. Nei capannelli di Montecitorio, fronte maggioranza, il mal di pancia per il guardasigilli ombra del premier, di   norma considerato “un geniale conoscitore del diritto” nonché un “grande esperto di labirinti procedurali”, è altissimo. Non è una novità, a dire il vero. Ma stavolta la girandola di indiscrezioni attribuisce al Caimano una seria volontà di liberarsi di Niccolò “mavalà”. Colpa di alcuni errori nella strategia su Ruby e dell’ultima gaffe del quarantenne avvocato veneto che ai tempi della D’Addario ricamò addosso al suo illustre cliente l’etichetta giuridica di “utilizzatore finale” di escort.    L’ultima gaffe risale alla metà di gennaio, nella fase iniziale del bunga-bunga. Ghedini parlò di “gravissima intromissione nella vita privata” del premier e i falchi del Pdl entrarono in allarme, leggendo quelle parole come un’ammissione sui festini a luci rosse con la partecipazione di una minorenne. Così   uno di loro, Giancarlo Lehner, già fustigatore pubblico del tradimento di Mara Carfagna (a proposito: sono in risalita le quotazioni della ministra per la candidatura a sindaco di Napoli) vergò un comunicato che merita di essere riportato integralmente: “Ghedini e Longo sono due grandi avvocati, nonché persone gradevoli, civili e perbene. Trenta e lode, magna cum laude, anche come parlamentari, ma come comunicatori risultano demenziali, apocalittici, quasi escatologici. Alla luce dell’ormai mitico infelice sintagma ‘utilizzatore finale’ ed, oggi, patita la semantica suicidaria contenuta nell’affermazione ‘gravissima intromissione nella vita privata del presidente del Consiglio’, a nome mio, di Berlusconi e del Pdl, li esorto, con affetto, gratitudine e stima, al silenzio operoso”. Comunicatore demenziale,   tout court. Una settimana fa, poi, Silvio Berlusconi si è pure sfogato con Umberto Bossi sulle bizze di Nicole Minetti, che hanno fatto temere il peggio nell’inner circle del Sultano di Arcore: “Lo so che è arrabbiata con me perché non le rispondo al telefono. Ma non ci posso fare niente. Sono quei due che me l’hanno imposto. Niente conversazioni con i coimputati”.    “Quei due”, cioè Ghedini&Longo. La clamorosa ipotesi di scaricarli porterebbe in auge un altro avvocato-deputato: Maurizio Paniz, che in aula a Montecitorio ha istituzionalizzato la favola di Ruby nipote di Mubarak. Sin da gennaio, Paniz ha criticato apertamente la linea seguita da Ghedini e Longo, suggerendo al premier una strategia più aggressiva fino al punto di presentarsi ai pm di Milano: “Una mossa di questo tipo spariglierebbe   le carte e rovescerebbe il messaggio mediatico” (‘Il Riformista’ del 20 gennaio).    Interpellato dal ‘Fatto quotidiano’, Paniz smentisce categoricamente: “Se Berlusconi mi chiamasse gli direi di no, non accetterei mai. Non sono abituato a subentrare ad altri colleghi a processo in corso. E poi Ghedini e Longo sono bravissimi. Mi creda, non esiste alcuna ipotesi di questo genere”. Anche Longo smentisce: “Sono 13 anni che io e Ghedini assistiamo il presidente e se questo rapporto venisse meno ce lo direbbe. È una voce destituita di ogni fondamento. Vorrei sapere chi l’ha messa in giro. Qualche giorno fa un amico mi ha telefonato per dirmi che a ‘La7’ aveva sentito che io avevo litigato con Ghedini e che Ghedini aveva litigato con Alfano. Non è vero nulla”. Ghedini avrebbe detto: “Mavalà”.

di Fabrizio d’Esposito – IFQ

Niccolò Ghedini visto da Emanuele Fucecchi 

25 febbraio 2011

Un marzo da premier, tra escamotage processi e leggi ad personam

Se avesse potuto, avrebbe fatto il Carabiniere, dice Silvio Berlusconi in cerca di un’immagine legata alla legalità, ma poi si sa che invece è finita in tutt’altro modo. Quello che ieri ha ricordato anche Gianfranco Fini ad Annozero durante l’ennesimo attacco frontale al Cavaliere: se, cioè, il premier vuole approvare il ddl sul processo breve, non è certo perché vuole la certezza dei tempi dei processi, ma solo perché è interessato alla retroattività di questa norma “che consentirebbe, di punto in bianco – sono ancora parole del presidente della Camera – la cancellazione di tanti   procedimenti che sono già in itinere e questo fa felice gli imputati, ma fa arrabbiare le parti lese”. Gli imputati, appunto.

E BERLUSCONI è giusto un imputato che continuerà a governare “fino a quando ci sono i numeri – ha rincarato anche Bossi – poi si vedrà”, ma intanto ha il chiodo fisso di superare indenne il mese di marzo per poter scongiurare il pericolo di elezioni anticipate ad inizio estate. Fatto questo, si potrà dedicare ai processi. Intanto, lunedì prossimo, giorno della nuova udienza sul procedimento Mediaset, il Cavaliere non sarà in aula. Non è prevista la presentazione di nessun particolare legittimo   impedimento perché, sostengono i suoi avvocati, “il dibattimento può tranquillamente andare avanti anche in sua assenza”, ma non sarà sempre così. L’11 marzo, udienza del processo Mills, di certo la situazione sarà più pesante per lui, ma a quel punto “troveremo un impegno valido – sostengono fonti vicine al Caimano – per impedire che il giudice possa rifiutare il legittimo impedimento ordinario; anche la crisi libica potrà esserci d’aiuto”.    Si andrà avanti così, per mesi forse, mentre tutto il mondo intorno esplode, con Gianfranco Fini che continuerà a smarcarsi come ha fatto ieri (“eletto dal popolo – ha pugnalato – non significa   unto dal Signore”) e con la maggioranza impegnata in un’unica funzione; studiare i modi di fargli gabbare la giustizia.

L’ULTIMA di ieri riguarda l’aspirazione del governo a raccogliere un sostanziale pareggio nell’ufficio di presidenza alla Camera in caso si decidesse di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, anche se i numeri non sono favorevoli al centrodestra. In casa Pdl, infatti, c’è chi sussurra che non sia affatto scontato il “no” del finiano Donato Lamorte, uno dei componenti in quota Fli; si dice che sia pronto a non seguire le indicazioni   del partito e a votare con il Pdl. A quel punto si verificherebbe una parità di voti (10 a 10) che costringerebbe Fini a rinviare la questione in aula, dove il Caimano ha la maggioranza. Intanto, il processo breve è ormai calendarizzato per il 28 marzo e i berluscones contano di portarlo a casa entro fine aprile, seppur con l’incognita della firma di Napolitano. La settimana prossima, poi, sarà fondamentale sul fronte del ritorno della legge sulle intercettazioni che, additittura, si vorrebbe far approvare entro fine marzo. Il tutto condito con l’eventuale ritorno all’immunità. Che Fini ha censurato pesantemente: “Sfido il Pdl, prevediamo per l’autorizzazione   a procedere una maggioranza qualificata, i due terzi dei votanti della Camera, in modo che siano bloccate solo quelle inchieste dove è evidente il fumus persecutionis e non ci sia invece il rischio di garantire l’impunitá a colpi di maggioranza”.

UNA SFIDA aperta, con tanto di nuova richiesta formale di dimissioni a Berlusconi che si è appuntata in modo netto sul “potere mediatico” del Cavaliere, fatto di “campagne di intimidazione che vengono condotte nei confronti di chi si oppone frontalmente a quelli che sono i suoi voleri e in Parlamento; se avessi la prova della compravendita la denuncerei”.

di Sara Nicoli – IFQ

25 febbraio 2011

Lo zio d’Egitto

Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione). David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così: “Non ti vorrei disturbare/ preferisco non chiamarti/ però continuo a sognarti/ non ti so dimenticare./ Tu rondine d’oltremare/ io gabbiano d’Occidente. Ti penso continuamente./ E tu, mi senti nel vento?/ Anche soltanto un momento/ mentre bombardi la gente?/ Mi pensi, tra vento e mare/ sparando sui funerali?/ Ma non vorrei disturbare/ preferisco non chiamarti)/    mando una stella a cercarti/ sperando ti    raggiunga/ m’insegnasti il bungabunga/    come potrei non amarti?”. Com’è noto, B. dà    il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una   sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby…”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah,   bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

di Marco Travaglio – IFQ

24 febbraio 2011

Chi ha paura dei moralisti?

Perché in Italia c’è l’hanno tanto con i moralisti? Capirei l’insofferenza contro chi esorta al rispetto dei valori morali in un paese che brilla per la probità della sua élite politica e dei suoi cittadini. Ma in Italia, dove la corruzione politica ha raggiunto dimensioni enormi, il rimprovero pare proprio fuori luogo.    Di sicuro la ragione dell’astio non è la giusta indignazione verso i moralisti intesi come quel tipo di individui che predicano bene e razzolano male: il politico che tuona in difesa dei valori della famiglia e gestisce un giro di prostituzione, tanto per citare il classico esempio.   Personaggi siffatti sono in Italia lodati e ammirati. No, la critica è proprio contro chi prende sul serio i doveri, primi fra tutti quelli che la nostra Costituzione addita. Uno degli argomenti dei fustigatori dei moralisti è che su questi grava la colpa di semplificare la realtà dividendo l’Italia in una maggioranza di delinquenti e una minoranza di persone perbene che guardano con disprezzo i concittadini corrotti e si proclamano altezzosamente l’“altra Italia”, ovviamente migliore di quella maggioritaria.      È VERISSIMO che fra Cesare Previti, condannato per corruzione di giudici, e Giorgio Ambrosoli, che per senso del dovere combatte Sindona, c’è una varia umanità di cattivelli, gaglioffi, birboni, birbanti, furfanti, furfantelli, bricconi, lestofanti, poveri diavoli, poveracci, imbroglioni, maneggioni, voltagabbana, ruffiani, canaglie, scapestrati, azzeccagarbugli, intrallazzatori, ribaldi, bugiardi e via discorrendo. Non ho svolto ricerche approfondite, ma sono convinto che la lingua italiana ha probabilmente più vocaboli di ogni altra per descrivere   comportamenti riprovevoli, e già questo dato dovrebbe fare riflettere.    Ma da questa constatazione dobbiamo trarre la conclusione che chi vive onestamente non ha diritto di sentirsi (rispetto alla propria coscienza) più degno dei delinquenti maggiori e minori e che è vano ed errato proposito cercare di combattere, con mezzi diversi, e gli uni e gli altri? La critica al moralismo diventa così un elogio della corruzione. Non mi pare un gran risultato.    Altri opinionisti criticano i moralisti perché pretendono, come i peggiori puritani, di giudicare il signore e i suoi   servi in base a criteri morali. A questi realisti di provincia sfugge che in regime repubblicano i rappresentanti devono essere affidabili per l’ovvia ragione che ad essi è affidato un potere, quello sovrano, che non appartiene a loro ma ai cittadini. Fidarsi di persone che mentono, portano in Parlamento corruttori di giudici e collusi con la mafia, comprano parlamentari, esercitano pressioni illecite su pubblici funzionari, baciano le mani di tiranni ripugnanti è né più né meno comportamento da folli. I fustigatori dei moralisti si rivelano così dei poveretti che non conoscono neppure i principi elementari del liberalismo che sbandierano a sproposito. Possono fare di meglio, se studiano e si applicano   .    C’è infine l’argomento che i politici non vanno giudicati con criteri morali ma soltanto per la loro capacità di governare. La risposta a questa stupidaggine è vecchia di   qualche secolo, ma la ripetiamo. Se ammettete che il politico non debba rispettare l’etica, ma debba essere l’etica a piegare le ginocchia davanti al politico, non lamentatevi poi se la storia diventa una lunga sequela di violazioni dei diritti umani tanto nella politica internazionale quanto nella politica interna. Perché mai un sovrano non dovrebbe scatenare una guerra ingiusta e perché non dovrebbe incarcerare o mandare a morte gli oppositori, visto che non deve rispondere a principi di giustizia? Il critico del moralismo risponde che è l’interesse a frenare il politico dal violare   il diritto internazionale e i diritti umani. La vera garanzia contro gli abusi del potere sarebbe dunque l’interesse del sovrano. Ragionavano così anche Mussolini, Hitler e Stalin, con i risultati che conosciamo. Ancora una volta il critico del moralismo si rivela un povero ingenuo.

MA LA VERA ragione dell’odio dei servi contro i moralisti non è il loro poco senno. È la paura. Odiano i moralisti – le persone, ripeto, che ritengono che la vita politica e la vita in generale debba essere guidata dai principi morali – perché li temono. E fanno bene, perché le persone che hanno un forte sentimento di dignità morale sono dei nemici irriducibili del signore e della sua corte, con l’aggravante che non si possono comprare. Provate a immaginare la risposta di Giorgio Ambrosoli a un tentativo di corruzione. Se in   Italia le persone con la schiena dritta fossero più numerose, il potere del signore crollerebbe in un giorno, e i servi si troverebbero in mezzo alla strada circondati dal disprezzo che meritano. Come biasimarli, siamo giusti, se si scagliano contro i moralisti?

di Maurizio Viroli – IFQ

24 febbraio 2011

Stipendio record per Montezemolo e a Marchionne altre azioni gratis

Nel gran premio degli stipendi Luca di Montezemolo su Ferrari batte Sergio Marchionne. Il primo l’anno scorso ha incassato la bellezza di 8,7 milioni di compensi, mentre l’amministratore delegato del Lingotto si è fermato a quota 3,4 milioni. La performance dell’ex capo di Confindustria è merito in gran parte di stipendio e superbonus, 7,4 milioni in tutto, ricevuti come presidente dell’azienda di Maranello. A questa somma vanno aggiunti 1,3 milioni versati direttamente da Fiat e così suddivisi: poco più di 200 mila euro per i quattro mesi del 2010 in cui Montezemolo è stato presidente del gruppo automobilistico, prima di lasciare il posto a John Elkann. E poi c’è la buonuscita: oltre un milione di euro.

I DATI SUI COMPENSI dei dirigenti del Lingotto sono riportati, come prescrive la legge, nel progetto di bilancio Fiat per il 2010 reso pubblico ieri. Conti alla mano, si può già anticipare che Montezemolo corre spedito verso il titolo di manager più pagato d’Italia, escludendo dalla graduatoria gli emolumenti una tantum come i 40 milioni ottenuti come liquidazione dall’ex numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo. Insomma, la Ferrari   rende, eccome. La casa di Maranello avrà anche perso gli ultimi due titoli mondiali di Formula Uno, con utili aziendali in aumento solo nel 2010, ma evidentemente i compensi di Montezemolo sono blindati da un contratto d’oro. Se si sommano i compensi percepiti dall’ex presidente di Fiat negli ultimi tre anni si arriva a 17,1 milioni: 3,3 milioni nel 2008, 5,1 nel 2009 e, come detto, 8,7 per l’anno scorso.

MARCHIONNE INVECE    è in calo. Il capo della Fiat si deve accontentare (si fa per dire) di 3,4 milioni per il 2010 contro i 4,7 milioni ricevuti nel 2009. Da un anno all’altro il manager italo-canadese ha perso per strada il bonus di 1,3 milioni. È probabile, anche se il bilancio non lo dice, che i magri risultati del 2009 (848 milioni di perdite) abbiano avuto l’effetto di azzerare i premi per quell’anno, eventualmente da incassare nel 2010.   Poi c’è il capitolo stock option. Il tesoretto dell’amministratore delegato nel corso del 2010 si è un po’ ridotto. Adesso Marchionne può contare su 16,9 milioni di opzioni di acquisto di titoli Fiat, contro i 19,4 milioni di cui disponeva l’anno scorso. Vuol dire che nell’arco di 12 mesi sono scadute 2,5 milioni di opzioni, probabilmente perchè non sono stati raggiunti gli obiettivi di redditività a cui era legato il loro esercizio. Poco male. Se il numero   uno del Lingotto decidesse di passare alla cassa domani le sue stock option gli garantirebbero un profitto personale di circa 130 milioni di euro.    LE OPZIONI ancora intestate a Marchionne danno diritto a sottoscrivere azioni Fiat in media a un prezzo di 9,09 euro, che è una quotazione riferita al gruppo tutto intero, prima della scissione varata a gennaio tra Fiat auto e Fiat industrial. Quindi, quei 9,09 euro vanno confrontati con 16,8 euro, che è la somma delle quotazioni dei due titoli attualmente sul listino. Marchionne, comunque, può prendersela comoda: le sue stock option scadono solo a novembre 2016. Infine, la retribuzione dell’amministratore delegato di Fiat comprende un’altra voce: le cosiddette stock grant. Tradotto, significa azioni in regalo,   che vengono effettivamente assegnate solo se vengono centrati di particolari obbiettivi di bilancio. Su questo fronte Marchionne è andato al raddoppio. Nel 2009 disponeva di due milioni di stock grant, che adesso sono diventate quattro milioni. È un altro tesoretto, del valore, questa volta, di quasi 68 milioni. C’è una condizione però. Se il manager vorrà trasformare in azioni le sue stock grant dovrà restare alla Fiat almeno fino alla fine del 2011. Cioè in pratica sino al termine del suo mandato che, salvo rinnovi, andrà in scadenza con l’assemblea dei soci della primavera 2012. Se poi Marchionne vorrà andarsene è già stata calcolata la sua buonuscita. Gli spetterebbe una somma, pagata a rate per 20 anni, pari a cinque volte il compenso fisso annuale. Totale: 15,5 milioni di euro.

di Vittorio Malagutti – IFQ

Sergio Marchionne e Luca Cordero di Montezemolo nel 2007 ai tempi del lancio della nuova 500 (FOTO LAPRESSE) 

24 febbraio 2011

Ecomafie in festa, libero trasporto di rifiuti tossici

A causa di un vuoto normativo non è punibile chi non rispetta la legge

“Per le ecomafie è una pacchia. È il momento per lavorare e riempirsi le tasche”. Parola di Gianfranco Amendola, procuratore di Civitavecchia che dagli anni Settanta si occupa di ambiente.    L’allarme di Amendola ha un obiettivo preciso: “In Italia oggi non esistono sanzioni per chi trasporta rifiuti pericolosi senza rispettare la legge. La vecchia disciplina è stata abolita a dicembre, la nuova è stata rimandata a giugno. In questi cinque mesi si rischia il Far West: se noi fermiamo qualcuno che porta in giro per l’Italia rifiuti pericolosi rischiamo di doverlo lasciare andare”.   Per capirci stiamo parlando di rifiuti come quelli prodotti dalle lavorazioni industriali, per esempio concerie, colorifici o stabilimenti petroliferi.    I rifiuti in Italia sono un affare da cifre a nove zeri. Secondo l’Istat nel 2009 la spesa nazionale per la gestione dei rifiuti, delle acque reflue e delle risorse idriche è arrivata a 34,7 miliardi (il 2,3 per cento del pil). Il 62 per cento della spesa deriva proprio dalla gestione dei rifiuti (21,5 miliardi, equivalente all’1,4 per cento del pil nazionale).

La “scatola nera”    dell’immondizia

MA CHE COSA è successo per i rifiuti pericolosi? “Nel 2009 – racconta Patrizia Fantilli del Wwf – il ministero dell’Ambiente ha lanciato il Sistri, un sistema innovativo di tracciabilità dei trasporti che dovrebbe permettere di seguire il rifiuto dalla culla alla tomba. In pratica vengono eliminati tutti i documenti cartacei, semplici da taroccare. Con il Sistri ogni azienda sarà fornita di una black box, una scatola nera tipo quella degli aerei, che verrà montata sul camion permettendo di seguirne gli spostamenti via satellite”.      Innovazioni sollecitate dall’Europa e sostenute dal ministro dell’Ambiente: “Grazie al Sistri – ha spiegato Stefania Prestigiacomo – finalmente potremo contare su un apparato di controllo adeguato, affidato al Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente. Saranno sostituite procedure obsolete, inefficienti e onerose e sarà possibile rispondere in maniera più efficace alle istanze socialieambientali.EsoprattuttoloStatopuòdareunforte segnale nella lotta contro l’illegalità. L’Italia è la prima nazione a dotarsi di un apparato simile e ciò costituisce anche l’opportunità di offrire   un modello a livello europeo”.    Insomma, sembrava una buona notizia. Sulla carta. Ma prima ancora di partire l’operazione Sistri ha già conosciuto più di un inciampo: come ha scritto Il Fatto Quotidiano, l’affidamento senza gara dell’appalto (coperto da segreto militare) per il Sistri a Selex (Fin-meccanica) è oggetto di inchiesta da parte della Procura di Napoli. È un affare d’oro perché i 600 mila operatori del settore dovranno pagare oltre 400 milioni. Non solo:   nel 2010, quando il sistema doveva partire, ecco un altro intoppo. Come racconta Amendola in una lettera inviata al ministro Prestigiacomo: “Il 25 dicembre 2010, per recepire la direttiva europea del 2008 sui rifiuti, è entrato in vigore il quarto correttivo del Testo Unico sull’Ambiente. Esso, tra l’altro, ha completato e fornito di sanzioni il sistema di controllo Sistri. Compito finora affidato dalla legge alla compilazione di un dettagliato formulario di trasporto. Tre giorni primacheentrasseinvigoreil correttivo, però, con un altro decreto la piena operatività del Sistri è stata rinviata al primo giugno 2011”, spiega Amendola nella lettera. E conclude: “Ci troviamo quindi nella seguente situazione:   il ‘vecchio’ obbligo non è più sanzionatomentreinuoviobblighi, con relative sanzioni, non sono ancora applicabili”.    In parole povere nel dicembre 2010 è stata approvata una norma che per le ecomafie   si trasforma in un preziosissimo regalo di Natale.    Racconta Stefano Lenzi, responsabile legislativo del Wwf: “Oggi in pratica chi controlla il trasporto dei rifiuti pericolosi è rimasto senza armi.Abbiamochiestochiarimenti al ministero, sappiamo che la norma è allo studio dell’ufficio legale del Ministro”.

Il primo giugno    le nuove regole

MA PERCHÉ il Sistri è stato “posticipato”? “Il sistema Sistri è sofisticato e ha dei costi elevati. Non solo: richiede anche investimenti nelle strutture e nel personale. Non vorremmo che i tagli selvaggi avessero portato a sacrificare proprio il Sistri, a rimandarlo a giugno. E chissà poi che nel silenzio generale non arrivino   altri rinvii. Intanto, forse per un errore, sono scomparse anche le vecchie sanzioni”. Amendola lancia il suo appello al ministro: “C’è già chi sostiene che, per cinque mesi, si potranno trasportare rifiuti senza alcun obbligo e controllo.Conleconseguenzefacilmente immaginabili in un paese dove una cospicua quantità di rifiuti industriali viene smaltita, spesso tramite ecomafia, in modo irregolare e con gravi pericoli per la salute e per l’ambiente. Mi permetto di segnalarle questa grave situazione affinché, se la Signoria Vostra lo riterrà opportuno, si possa eliminare questo vuoto legislativo”. Insomma, se il gioiello più volte annunciato non arriva, che almeno si applichino le vecchie norme per non fare involontariamente un regalo da miliardi alle ecomafie.

di Ferruccio Sansa – IFQ

21,5 miliardi: la spesa per la gestione dei rifiuti (FOTO LAPRESSE )

24 febbraio 2011

Genchi cacciato dalla Polizia: è accusato di aver parlato male di Berlusconi

“Non sono più un poliziotto. S’è avverato il sogno di Silvio Berlusconi che già dal 24 gennaio 2009, riferendosi a me, parlava del più grande scandalo della Repubblica. Se questo provvedimento fosse stato adottato a Milano, invece che a Roma, forse qualcuno avrebbe aperto un fascicolo d’indagine. Mi hanno tolto la divisa ma non possono riuscire a togliermi la dignità”. Dopo 25 anni, da ieri, Gioacchino Genchi, vice questore della Polizia di Stato, è fuori dal servizio: destituito per motivi disciplinari. “È un provvedimento illegittimo”, continua Genchi, “ricorrerò al Tar”.

IL SUPER ESPERTO informatico che ha indagato sulle stragi di via D’Amelio, e ha consentito l’arresto di decine di mafiosi, ricorda che fino   all’ultimo la Polizia di Stato gli ha riservato elogi – “ottimo” è il giudizio ottenuto anche quest’anno – e del capo della Polizia Antonio Manganelli, che ha firmato la sua destituzione, dice: “Bisogna vedere chi gliel’ha fatto firmare”. La pesantissima sanzione arriva a fronte di alcune dichiarazioni,   in qualche occasione infelici, come quando Berlusconi fu ferito dalla statuetta del duomo lanciata da Massimo Tartaglia, per esempio, e Genchi parlò in pubblico di “pantomima”. Nella sua memoria difensiva, però, Genchi spiega che si riferiva alla prognosi certificata dal medico del premier, che l’aveva disposta per 90 giorni, mentre i medici della Procura di Milano la ridimensionarono tra i “venti e i quaranta giorni”.    È per questo che Genchi viene destituito dalla polizia. Le altre frasi incriminate riguardano l’arresto del mafioso Giovanni Nicchi che fu definito da Berlusconi il “numero due della mafia”. Un arresto giunto a poche ore dal “No Berlusconi day” del 5 dicembre e che, secondo Genchi, fu gonfiato apposta per distrarre l’opinione pubblica dal dissenso verso il premier. Un’opinione più che legittima, considerato che lo stesso Genchi   , nella sua difesa, ha prodotto il certificato penale di Nicchi, fino ad allora incensurato e che Nicchi è stato assolto. Per quanto incredibile, Genchi viene punito per aver espresso, su un episodio del 1996, la stessa opinione del ministro dell’Interno Roberto Maroni: l’esperto informatico parlò pubblicamente   di “pantomima” sulla microspia rinvenuta nello studio di Berlusconi nel 1996. Genchi aveva chiamato Maroni a testimoniare, visto che il ministro, nel 1996 aveva dichiarato all’Ansa: “La microspia se l’è messa Berlusconi da solo per fare la vittima”. Testimonianza esclusa . E destituzione disposta. Un caso davvero incredibile, se si considera che – come lo stesso Genchi evidenzia nella sua   memoria difensiva – i suoi colleghi coinvolti e condannati (poi prosciolti per prescrizione) nelle violenze del G8 2001 di Genova non hanno subìto neanche una sospensione. Stessa sorte per i poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi.

GENCHI AVEVA chiesto di poter acquisire gli atti che li riguardavano, per poterli utilizzare nella propria difesa, ma anche in questo caso ha ricevuto un rifiuto. Resta il fatto, sottolineato da Genchi nella sua difesa, che “già nel settembre 2007” lavorando a un “traffico internazionale di cocaina”, il consulente aveva sviluppato il “traffico telefonico di Perla Genovesi, rilevando numerosi contatti diretti con l’abitazione di Arcore dell’onorevole Silvio Berlusconi”. E da lì arrivava a una delle ragazze che avrebbero intrattenuto Berlusconi nei suoi bunga bunga: Nadia Macrì.   Genchi s’era anche imbattuto – in un procedimento giudiziario calabrese – in “una intercettazione telefonica dell’allora ministro Maurizio Gasparri”. E conclude: “Non appare difficile inquadrare il contesto politico e il movente che può avere ispirato la mia delegittimazione personale e professionale”. “Non è un caso”, conclude Genchi, “che il 13 marzo 2009 Gasparri si era interrogato su ‘quale incarico ricopra attualmente Genchi e come mai il capo della polizia e direttore del dipartimento per la pubblica sicurezza, prefetto Manganelli, non lo abbia ancora sospeso dal servizio’”.    Da ieri Genchi non può più indossare la divisa: viene punito per aver parlato di “pantomima” e per le sue “dichiarazioni dal contenuto lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato”.

di Antonio Massari – IFQ

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24 febbraio 2011

Trivulzio, cosche calabresi sugli appalti dell’ente

Gli affitti prima, le compravendite poi. E ora anche gli appalti pubblici. Lo scandalo che ha travolto i vertici del Pio Albergo Trivulzio (Pat) annuncia un decisivo salto di qualità. Sì perché ora la partita si sposta su un terreno molto più franoso. Qui opacità e silenzio alimentano sospetti che agganciano pericolosi rapporti con la criminalità organizzata. Il dato chiude il cortocircuito di un ente che per fare cassa svende il proprio patrimonio e reinveste nella ristrutturazione attraverso appalti poco trasparenti. Il tutto senza dimenticare i nomi dei soliti noti che hanno acquistato gli immobili della Baggina. Ultimo in ordine di arrivo Marco Giovanni Petrelli, ex consigliere del cda del Pat, che nel 2005 acquista un appartamento in via dei Togni 20 per 430 mila euro. Nel frattempo oggi il direttore generale Nitti è atteso in Comune davanti alla commissione Casa e Demanio.

LA LISTA degli appalti, invece, svela la grande vicinanza di Silvio Berlusconi al Trivulzio. Nel 2009, il presidente del Consiglio dona 500 mila euro. Il denaro serve per ristrutturare un reparto per la degenza allora chiamato Santa Caterina e oggi intitolato alla madre del Cavaliere. Nello stesso anno un’impresa inizia e finisce quei lavori di ristrutturazione. Si tratta di una società che lavora spesso al Pat. Da qui la domanda del consigliere comunale della Lista Fo, Basilio Rizzo. Un semplice quesito volto a capire in che modo è stato assegnato quell’appalto, perché   rimane forte il sospetto di una chiamata diretta del tutto fuori luogo per una struttura pubblica. “La dirigenza del Pio Albergo Trivulzio – conferma Rizzo – non ci ha mai dato risposta”.

OMBRE e dubbi avvolgono anche la ristrutturazione della ex casa Albergo di via Fornari. La struttura è stata inaugurata il 23 ottobre scorso. Questa partita, però, inizia nel dicembre 2007, quando viene licenziato dal Pat un bando di gara per un appalto da 8 milioni di euro. Presidente del cda è Emilio Trabucchi. La gara si conclude nella primavera del 2008. Vince la Mucciola spa, una holding dal fatturato milionario con sede a Reggio Calabria, esattamente in una zona che gli investigatori definiscono il regno della potente cosca Labate. L’11 giugno capita dell’altro: la bozza della delibera finale per l’appalto non viene firmata dal direttore generale ma da un altro dirigente. Il documento definitivo risulterà in regola. Ma   poche settimane dopo il direttore generale Guido Fontana lascia, al suo posto Fabio Nitti che ancora oggi resiste in un cda del Pat avviato verso il commissaria-mento. Il quadro, dunque, inizia a comporsi. Le informative della polizia giudiziaria aggiungono particolari decisivi. Raccontano di un boss che oggi a Milano fa da collettore per gli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia. Si chiama Paolo Martino, cugino del defunto boss Paolino De Stefano e molto vicino all’imprenditore dei vip, coinvolto nello “scandalo Ruby”, Lele Mora.    Sotto la Madonnina, Martino ha rapporti con l’influente cosca Valle, ma anche con buona parte dei padrini arrestati nel maxi-blitz del 13 luglio scorso. Secondo gli investigatori, il boss di Reggio Calabria, che proprio all’ombra del Duomo ha incontrato più volte il governatore Peppe Scopelliti, si sarebbe interessato per alcuni appalti del Trivulzio favorito in questo da un noto politico del Nord. Nessun diretto riferimento alla Mucciola che infatti non risulta indagata. Tra agosto e ottobre scorso, però, gli uffici del Pat ricevano la visita degli uomini della Dia.   Obiettivo: le carte di quell’appalto. E del resto Martino sul tavolo può mettere conoscenze influenti. Tra le tante quella di Carlo Antonio Chiriaco, il ras della sanità pubblica pavese, amico dei boss e grande elettore del deputato azzurro Giancarlo Abelli.

ANCHE per questo “il personaggio di Paolo Martino – scrivono i carabinieri – è interessante con riferimento al suo rapporto con Chiriaco”. Lo stesso Chiriaco, arrestato a luglio per mafia, che in auto spiega alla moglie la costituzione di una nuova società in cui lui però non può comparire. Dice: “Noi adesso abbiamo il Niguarda, la psichiatria e la casa di riposo del Trivulzio”.

Da.Mil.  – IFQ

Il Pio Albergo Trivulzio.

24 febbraio 2011

Destino Bondi, chi sale e chi scompare

Daniela Santanchè molto giovane e meno rifatta

Daniela “Rosa” Santanchè che di rotondità è un’esperta, compresa la sinistra pelata di Sandro “Olindo” Sallusti, sdoganò Denis Verdini nel pantheon sferico della destra nel luglio del 2010: “È stato bravissimo, un leone. Denis ha le palle vere, non le palle di velluto”. L’entusiasmo della zarina nera del Pdl era dovuto alla conferenza stampa che “Denis il leone con le palle vere” tenne per difendersi dalle accuse dell’inchiesta sulla P3. Triumviro del Pdl e sherpa   delle candidature alle ultime politiche del 2008, Verdini è uno dei due sigari toscani umani di Fivizzano fumati abitualmente dal Cavaliere. L’altro è Sandro Bondi, ministro per i Beni Culturali nonché collega triumviro di Verdini nel partito carismatico. Fivizzano, nella Lunigiana. Paesino che tre anni fa si meritò un aulico reportage del solito Giornale di famiglia: “Viaggio nella frazioncina che ha dato i natali a Sandro Bondi e Denis Verdini”. La frazioncina di Gassano, per la precisione. Oggi i destini di Verdini e Bondi, un tempo amici al punto di   dividersi lo stesso appartamento in un palazzo nobile e antico di piazza dell’Aracoeli a Roma, s’incrociano per l’ennesima volta. In direzione opposta, però.

UNO SALE , Verdini. L’altro scompare, Bondi. Denis il leone vive giorni felici alla corte del Cavaliere per la riuscita caccia ai deputati-escort (copyright il finiano Briguglio) con l’obiettivo di raggiungere quota 330 voti a Montecitorio. Bondi, invece, continua la sua sofferta latitanza al ministero per i Beni e le attività culturale. Il ministro è scomparso   dopo la mancata sfiducia di Natale. Un’amara soddisfazione che è non servita a farlo rientrare nel suo ufficio del Mibac. Quello che un giorno si definì un descamisado del Cavaliere oggi è diventato desaparecido. Dicono che si sia rifugiato a Novi Ligure dalla compagna-deputata Manuela Repetti.    Racconta un autorevole berlusconiano di governo a microfoni spenti: “Le figuracce collezionate, a partire da Pompei, e gli sberleffi di Tremonti sui soldi negati hanno fatto capire a Sandro che quello di ministro   non è il suo vero mestiere. Troppo disagio, troppa sofferenza. Anche perché lui non è affatto mite e morbido come si dice. In realtà è fegatoso e irascibile”. Risultato: Bondi si tiene lontano dal ministero in attesa che il Cavaliere si decida ad accettare le sue dimissioni da ministro. Questo, infatti, è un altro aspetto doloroso della questione Bondi. Il premier ha congelato l’addio del suo fedelissimo, che anni fa ad Arcore aveva il compito di rispondere alle lettere arrivate al Capo,   per aspettare la fine della campagna acquisti del cacciatore Verdini (ma anche di Santanchè) e fare così il punto definitivo per il tanto annunciato rimpasto.    La poltrona di Bondi dovrebbe andare a un altro toscano: Paolino Bonaiuti, sottosegretario-portavoce   di Palazzo Chigi. Ma le ambizioni e gli appetiti dei “responsabili” attuali e futuri, anzi futuristi, potrebbero riservare varie sorprese. Senza contare che alla Cultura aspira anche Giancarlo Galan, oggi all’Agricoltura. Gli altri nomi in ballo sono quelli di Saverio Romano, Silvano Moffa, Adolfo Urso, Andrea Ronchi. Come che sia, Bondi sarebbe fuori. Anche se non è detta l’ultima parola. Interpellato in merito, qualche falco del Pdl è addirittura pronto a scommettere su “una pronta resurrezione di Sandro”. Dice il falco: “E   se Bondi non andasse più via dal governo?”. Una voce isolata? Forse no. Ancora una volta fa fede quanto scritto dal Giornale di Sandro “Olindo” Sallusti” la settimana scorsa, in un articolo scritto per contrastare e arginare le voci sulla latitanza del ministro. Il titolo è sublime: “E Bondi si trasforma in Bondik. Dalle poesie ai colpi di fioretto”. Si legge, poi: “Dimentichiamoci Sandro ‘Buondì’ Bondi, ora c’è Sandro Bondik, la versione bellica del poeta di Fivizzano. La metamorfoso è iniziata con la fiducia alla Camera. Via i panni dell’aedo sensibile che dedica versi alle ministre e soffre (e lo fa veramente) per gli attacchi meschini a Berlusconi, Bondi ha calzato il cappuccio nero e la tuta da incursioni, ed è entrato in azione come Bondik, a dare stilettate all’opposizione”. A dire il vero, l’ultima esibizione dell’aedo sensibile in tuta da incursioni c’è stata proprio ieri. Ha attaccato Umberto   Eco, colpevole di aver paragonato Il Caimano al Fuhrer: “Eco è di una faziosità delirante”. Basta questo per affermare che Bondi rimarrà al Mibac contro ogni previsione?

LA VERITÀ , riferiscono dal Pdl, è che “il ministro sta trattando sul suo futuro”. Ed è per questo che adesso “lui si tiene lontano dal ministero ma non tanto dal partito”, dove comunque non spicca per presenza. Oggi il Pdl è governato da un coordinatore in pectore, il guardasigilli Angelino Alfano, e un triumvirato allargato alla Santanchè: Verdini, Bondi e La Russa. Fino a qualche mese fa, anche il ministro per i   Beni cuturali cullava il sogno di fare il leader unico del partito, ma non è più aria, decisamente. Di conseguenza, il suo futuro è una grande incognita. Aggiunge una fonte pidiellina: “Il punto di partenza di Bondi è innanzitutto garantire la ricandidatura in Parlamento a lui e alla compagna Repetto”. In questo, a parte il rapporto diretto con il Cavaliere, potrebbe essere d’aiuto anche la vecchia amicizia con Verdini. Denis il leone con le palle vere ha in mano la macchina del partito, nonché un solido rapporto con l’ex An La Russa, e probabilmente gestirà ancora il dossier delle liste alle elezioni politiche, anticipate o no che siano. E uno sgarbo all’amico Sandro non lo farebbe mai.    A Bondi, il già macellaio poi banchiere Verdini, pure ex amministratore del Foglio di Giuliano Ferrara, deve tutto o quasi. Fu Bondi, insieme con Marcello Pera, a fargli scalare   le gerarchie dell’allora Forza Italia. Partendo molto dal basso, come spiegò lo stesso Verdini quando andò ad abitare con Bondi a Roma e si beccò il nomignolo di “manutengolo” dell’amico Sandro. Disse Verdini: “Questo soprannome è nato quando in Forza Italia arrivò il professore Gaetano Quagliariello (oggi vicecapogruppo del Pdl al Senato, ndr), cui ho detto scherzando: guardi che qui non siamo mica all’università. Lei è il manutengolo del manutengolo (che sarei io) del cameriere di Berlusconi, cioè Bondi”. Una reazione a catena micidiale, tenendo conto che manutengolo vuole dire anche complice.

di Fabrizio d’Esposito – IFQ

Il coordinatore del Pdl, Denis Verdini e il suo collega, nonché ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi (FOTO ANSA)

 

24 febbraio 2011

La classe politica ha cancellato di nascosto buona parte della normativa antimazzette

Il 5 novembre 2010, nella mia rubrica, ho parlato di Transparency International e della corruzione in Italia. Ho spiegato che siamo messi malissimo quanto a livello di corruzione (percepita, unico criterio di valutazione possibile), dietro tutti i paesi Ue, meno Romania, Bulgaria e Grecia; e preceduti da Malesia, Turchia, Tunisia, Croazia, Macedonia, Ghana, Samoa e Ruanda. Adesso lo ha detto anche, autorevolmente, il Procuratore generale presso la Corte dei conti. Ma pare che a nessuno gliene importi; ne ha parlato con una certa evidenza questo giornale e, mi sembra, l’Avvenire. Che l’Italia sia un paese gestito e sfruttato da corrotti e corruttori non è argomento degno di interesse.

NATURALMENTE c’è di peggio: B&C si guardano bene dal fare la qualunque per combattere la corruzione. Un disegno di legge del tutto inefficiente (lo ha detto il Procuratore generale presso la Corte dei conti; ma, si sa, è comunista in quanto magistrato, anche se alto magistrato e anche se appartenente alla magistratura contabile): questo è il contributo italiano alla lotta dell’Ue contro la corruzione. E, perché sia chiaro come la pensano, B&C ancora non hanno ratificato la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, che risale al 1999.    Così mi è venuto in mente che forse B&C non lo sanno come si potrebbe combattere la corruzione; che probabilmente sono molto preoccupati per essere dietro la Tunisia nelle graduatorie di Transparency International ma che non sanno che pesci pigliare. Ecco, ho pensato di dirglielo   io che invece lo so; insieme a circa 260.000 persone tra giudici e avvocati.    Prima di tutto bisogna ripristinare il reato di interesse privato in atti di ufficio (art. 324 codice penale) che tutta la classe politica, come un solo uomo, ha gioiosamente abrogato in varie riprese, dal 1990. Si sa (almeno lo sanno i 260.000 di cui sopra) che è facile trovare le prove di un atto di ufficio illegale, guarda caso, fatto nel-l’interesse di un parente o un amico; molto meno facile è provare che il beneficato dall’atto di ufficio illegale abbia pagato una stecca. Il reato previsto dall’art. 324, si limitava a punire l’atto di ufficio illegale, era punito con le stesse pene della   corruzione, permetteva le intercettazioni telefoniche, era scoperto con una certa facilità. Perciò si riusciva a ficcare pene ragguardevoli a chi lo aveva commesso. Insomma, una cosa efficiente. Quindi è stato abrogato. Bene, si dovrebbe ripristinare. Un’altra cosa utile sarebbe riportare i termini di prescrizione a 15 anni, come prima dell’altra gioiosa riforma di B&C: la prescrizione dimezzata. Adesso la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo. Che, per carità, sarebbero sufficienti se le indagini cominciassero non appena viene commessa. Ma, siccome nessuno la denuncia, il reato si scopre per caso, in genere dopo verifiche della Gdf che cominciano, magari, un paio d’anni dopo.      Quando la procura riceve il rapporto, sono passati 3 anni e qualche cosa: di quei 7 anni e mezzo ne restano 4; per fare indagini, primo grado, appello e cassazione. Non bastano ovviamente: e si prescrive tutto.

DECISIVO sarebbe rimettere all’onor del mondo il falso in bilancio. Come di nuovo sanno i 260.000 esperti, per corrompere servono soldi; e soldi “neri”. Perché non si può scrivere in contabilità: 1 milione di euro all’assessore X o al senatore Y per averci dato illegalmente l’appalto che non ci sarebbe toccato. O qualcosa del genere. Quindi bisogna far sparire i soldi dal bilancio dell’azienda; il che costa niente, ormai, perché, come tutti   (proprio tutti, non i soliti 260.000) sanno, falsificare un bilancio oggi si può: non ti succede niente.    Una riforma coraggiosa sarebbe quella proposta dal nostro giornale. Se il corruttore denuncia il corrotto o viceversa, chi ha denunciato non è punibile. In questo modo si spezza il vincolo tra i due delinquenti che, anche se scontenti l’uno dell’altro (perché i corrotto si è preso i soldi e poi non ha fatto quello che aveva promesso; oppure perché il corruttore ha ottenuto quello che aveva chiesto e poi ha dato il bidone al corrotto), mai possono   rivolgersi alla giustizia perché andrebbero in galera tutti e due. Invece, se chi denuncia non è punibile…

E POI, IN QUESTO modo, la corruzione diventerebbe rarissima perché nessuno si fiderebbe più: e se poi quello, magari perché ha il fiato del pm sul collo, mi denuncia? No, no, meglio lasciar perdere. Eh, ma poi i sudati guadagni extra di una classe dirigente che vive di corruzione (ricordate, siamo dopo la Tunisia) che fine fanno? No, no meglio lasciar perdere.    Almeno lasciate stare le intercettazioni   ; con quelle qualcosa le procure riescono a fare. E, senza quelle, i 260.000 “esperti” lo sanno che non si farebbe un processo per corruzione che è uno. Eh, ma poi finisce che si scopre che alle notti bunga bunga partecipava una minorenne prostituta che non era nemmeno la nipote di un dittatore africano scappato sul Mar Rosso e che, anche se dittatore, ladro e un po’ sanguinario, bisognava tenersi buono. Va bene, aspettiamo di finire anche dietro la Grecia; anzi dietro il Biafra. Tanto si sa, Transparency International non conta niente: sono tutti comunisti.

di Bruno Tinti – IFQ

La denuncia della Corte dei conti: corruzione a +30% (FOTO ANSA)

 

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