Un marzo da premier, tra escamotage processi e leggi ad personam

Se avesse potuto, avrebbe fatto il Carabiniere, dice Silvio Berlusconi in cerca di un’immagine legata alla legalità, ma poi si sa che invece è finita in tutt’altro modo. Quello che ieri ha ricordato anche Gianfranco Fini ad Annozero durante l’ennesimo attacco frontale al Cavaliere: se, cioè, il premier vuole approvare il ddl sul processo breve, non è certo perché vuole la certezza dei tempi dei processi, ma solo perché è interessato alla retroattività di questa norma “che consentirebbe, di punto in bianco – sono ancora parole del presidente della Camera – la cancellazione di tanti   procedimenti che sono già in itinere e questo fa felice gli imputati, ma fa arrabbiare le parti lese”. Gli imputati, appunto.

E BERLUSCONI è giusto un imputato che continuerà a governare “fino a quando ci sono i numeri – ha rincarato anche Bossi – poi si vedrà”, ma intanto ha il chiodo fisso di superare indenne il mese di marzo per poter scongiurare il pericolo di elezioni anticipate ad inizio estate. Fatto questo, si potrà dedicare ai processi. Intanto, lunedì prossimo, giorno della nuova udienza sul procedimento Mediaset, il Cavaliere non sarà in aula. Non è prevista la presentazione di nessun particolare legittimo   impedimento perché, sostengono i suoi avvocati, “il dibattimento può tranquillamente andare avanti anche in sua assenza”, ma non sarà sempre così. L’11 marzo, udienza del processo Mills, di certo la situazione sarà più pesante per lui, ma a quel punto “troveremo un impegno valido – sostengono fonti vicine al Caimano – per impedire che il giudice possa rifiutare il legittimo impedimento ordinario; anche la crisi libica potrà esserci d’aiuto”.    Si andrà avanti così, per mesi forse, mentre tutto il mondo intorno esplode, con Gianfranco Fini che continuerà a smarcarsi come ha fatto ieri (“eletto dal popolo – ha pugnalato – non significa   unto dal Signore”) e con la maggioranza impegnata in un’unica funzione; studiare i modi di fargli gabbare la giustizia.

L’ULTIMA di ieri riguarda l’aspirazione del governo a raccogliere un sostanziale pareggio nell’ufficio di presidenza alla Camera in caso si decidesse di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, anche se i numeri non sono favorevoli al centrodestra. In casa Pdl, infatti, c’è chi sussurra che non sia affatto scontato il “no” del finiano Donato Lamorte, uno dei componenti in quota Fli; si dice che sia pronto a non seguire le indicazioni   del partito e a votare con il Pdl. A quel punto si verificherebbe una parità di voti (10 a 10) che costringerebbe Fini a rinviare la questione in aula, dove il Caimano ha la maggioranza. Intanto, il processo breve è ormai calendarizzato per il 28 marzo e i berluscones contano di portarlo a casa entro fine aprile, seppur con l’incognita della firma di Napolitano. La settimana prossima, poi, sarà fondamentale sul fronte del ritorno della legge sulle intercettazioni che, additittura, si vorrebbe far approvare entro fine marzo. Il tutto condito con l’eventuale ritorno all’immunità. Che Fini ha censurato pesantemente: “Sfido il Pdl, prevediamo per l’autorizzazione   a procedere una maggioranza qualificata, i due terzi dei votanti della Camera, in modo che siano bloccate solo quelle inchieste dove è evidente il fumus persecutionis e non ci sia invece il rischio di garantire l’impunitá a colpi di maggioranza”.

UNA SFIDA aperta, con tanto di nuova richiesta formale di dimissioni a Berlusconi che si è appuntata in modo netto sul “potere mediatico” del Cavaliere, fatto di “campagne di intimidazione che vengono condotte nei confronti di chi si oppone frontalmente a quelli che sono i suoi voleri e in Parlamento; se avessi la prova della compravendita la denuncerei”.

di Sara Nicoli – IFQ

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