Un nuovo Risorgimento per mandare a casa i Mubarak di casa nostra.

Aveva ragione Mario Monicelli. Da questa pena si esce soltanto con una rivoluzione. Sarebbe l’unico modo vero per fare davvero la festa d’Italia, un nuovo Risorgimento. Siamo come allora un Paese due volte servo. Servo all’interno di un potere cinico, incarnato da un despota anziano e ormai fuori di testa, impresentabile al mondo, ma barricato nelle stanze del Palazzo, protetto dalla montagna del conflitto d’interessi. Servo all’esterno di chiunque, come testimoniano i rapporti pubblicati da Wikileaks. Dai quali si evince che Berlusconi è tanto disprezzato dalle cancellerie internazionali, quanto considerato comodo. Da tutti, americani e russi, tedeschi e francesi. Una potenza ridicola alla quale si può chiedere qualsiasi favore e negare qualunque diritto di partecipare alle decisioni importanti: perfetto.

Per uscire dal piano farale del declino, morale e politico, economico e sociale, esiste una sola strada: la rivoluzione. Non è che le energie mancino fra i cittadini. Basta alzare le terga dalla poltrona del commentatore scettico e andare in giro per le piazze. L’Italia è piena di bella gente non rassegnata. L’ho visto sui tetti delle università e per le strade, al Palasharp e nella giornata delle donne. Quello che manca è l’espressione politica di questa Italia. Ho citato non per caso manifestazioni che non avevano bandiere politiche, perché nessuna s’adattava. Manifestazioni che sono state criminalizzate dalla corte berlusconiana, ed era ovvio, ma anche dalla parte dell’opposizione complice da vent’anni del berlusconismo.

Per fortuna entrambi hanno la vista corta. Parlano di “radical chic” e non vedono che la ribellione, la voglia di voltare pagina, stavolta sul serio, monta fra milioni di cittadini d’ogni età, ceto, regione d’Italia. Di ogni idea politica.

Ascolto Radio Padania, che ogni tanto spegne i microfoni aperti per prudenza, e mi chiedo quando gli elettori del Nord capiranno che Bossi rimane al governo, non per il federalismo fiscale (non arriverà mai), ma per le cinquanta nomine nelle banche e negli enti pubblici da spartirsi a primavera. Forse presto, di sicuro prima di Bersani.

Sono chiusi tutti, maggioranza e opposizione, nelle stanze del palazzo ad architettare altre strategie perdenti, difese ridicole, grotteschi progetti di successione al potere di figli e parenti, a comprarsi e vendersi fra di loro. Ricordano l’ultimo Mubarak. Magari hanno ragione loro, che sono sempre o più furbi. Però a star fuori l’impressione è che l’aria sia satura e basti ormai una scintilla per far saltare tutto.

di Curzio Maltese – Il Venerdì

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