La classe politica ha cancellato di nascosto buona parte della normativa antimazzette

Il 5 novembre 2010, nella mia rubrica, ho parlato di Transparency International e della corruzione in Italia. Ho spiegato che siamo messi malissimo quanto a livello di corruzione (percepita, unico criterio di valutazione possibile), dietro tutti i paesi Ue, meno Romania, Bulgaria e Grecia; e preceduti da Malesia, Turchia, Tunisia, Croazia, Macedonia, Ghana, Samoa e Ruanda. Adesso lo ha detto anche, autorevolmente, il Procuratore generale presso la Corte dei conti. Ma pare che a nessuno gliene importi; ne ha parlato con una certa evidenza questo giornale e, mi sembra, l’Avvenire. Che l’Italia sia un paese gestito e sfruttato da corrotti e corruttori non è argomento degno di interesse.

NATURALMENTE c’è di peggio: B&C si guardano bene dal fare la qualunque per combattere la corruzione. Un disegno di legge del tutto inefficiente (lo ha detto il Procuratore generale presso la Corte dei conti; ma, si sa, è comunista in quanto magistrato, anche se alto magistrato e anche se appartenente alla magistratura contabile): questo è il contributo italiano alla lotta dell’Ue contro la corruzione. E, perché sia chiaro come la pensano, B&C ancora non hanno ratificato la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, che risale al 1999.    Così mi è venuto in mente che forse B&C non lo sanno come si potrebbe combattere la corruzione; che probabilmente sono molto preoccupati per essere dietro la Tunisia nelle graduatorie di Transparency International ma che non sanno che pesci pigliare. Ecco, ho pensato di dirglielo   io che invece lo so; insieme a circa 260.000 persone tra giudici e avvocati.    Prima di tutto bisogna ripristinare il reato di interesse privato in atti di ufficio (art. 324 codice penale) che tutta la classe politica, come un solo uomo, ha gioiosamente abrogato in varie riprese, dal 1990. Si sa (almeno lo sanno i 260.000 di cui sopra) che è facile trovare le prove di un atto di ufficio illegale, guarda caso, fatto nel-l’interesse di un parente o un amico; molto meno facile è provare che il beneficato dall’atto di ufficio illegale abbia pagato una stecca. Il reato previsto dall’art. 324, si limitava a punire l’atto di ufficio illegale, era punito con le stesse pene della   corruzione, permetteva le intercettazioni telefoniche, era scoperto con una certa facilità. Perciò si riusciva a ficcare pene ragguardevoli a chi lo aveva commesso. Insomma, una cosa efficiente. Quindi è stato abrogato. Bene, si dovrebbe ripristinare. Un’altra cosa utile sarebbe riportare i termini di prescrizione a 15 anni, come prima dell’altra gioiosa riforma di B&C: la prescrizione dimezzata. Adesso la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo. Che, per carità, sarebbero sufficienti se le indagini cominciassero non appena viene commessa. Ma, siccome nessuno la denuncia, il reato si scopre per caso, in genere dopo verifiche della Gdf che cominciano, magari, un paio d’anni dopo.      Quando la procura riceve il rapporto, sono passati 3 anni e qualche cosa: di quei 7 anni e mezzo ne restano 4; per fare indagini, primo grado, appello e cassazione. Non bastano ovviamente: e si prescrive tutto.

DECISIVO sarebbe rimettere all’onor del mondo il falso in bilancio. Come di nuovo sanno i 260.000 esperti, per corrompere servono soldi; e soldi “neri”. Perché non si può scrivere in contabilità: 1 milione di euro all’assessore X o al senatore Y per averci dato illegalmente l’appalto che non ci sarebbe toccato. O qualcosa del genere. Quindi bisogna far sparire i soldi dal bilancio dell’azienda; il che costa niente, ormai, perché, come tutti   (proprio tutti, non i soliti 260.000) sanno, falsificare un bilancio oggi si può: non ti succede niente.    Una riforma coraggiosa sarebbe quella proposta dal nostro giornale. Se il corruttore denuncia il corrotto o viceversa, chi ha denunciato non è punibile. In questo modo si spezza il vincolo tra i due delinquenti che, anche se scontenti l’uno dell’altro (perché i corrotto si è preso i soldi e poi non ha fatto quello che aveva promesso; oppure perché il corruttore ha ottenuto quello che aveva chiesto e poi ha dato il bidone al corrotto), mai possono   rivolgersi alla giustizia perché andrebbero in galera tutti e due. Invece, se chi denuncia non è punibile…

E POI, IN QUESTO modo, la corruzione diventerebbe rarissima perché nessuno si fiderebbe più: e se poi quello, magari perché ha il fiato del pm sul collo, mi denuncia? No, no, meglio lasciar perdere. Eh, ma poi i sudati guadagni extra di una classe dirigente che vive di corruzione (ricordate, siamo dopo la Tunisia) che fine fanno? No, no meglio lasciar perdere.    Almeno lasciate stare le intercettazioni   ; con quelle qualcosa le procure riescono a fare. E, senza quelle, i 260.000 “esperti” lo sanno che non si farebbe un processo per corruzione che è uno. Eh, ma poi finisce che si scopre che alle notti bunga bunga partecipava una minorenne prostituta che non era nemmeno la nipote di un dittatore africano scappato sul Mar Rosso e che, anche se dittatore, ladro e un po’ sanguinario, bisognava tenersi buono. Va bene, aspettiamo di finire anche dietro la Grecia; anzi dietro il Biafra. Tanto si sa, Transparency International non conta niente: sono tutti comunisti.

di Bruno Tinti – IFQ

La denuncia della Corte dei conti: corruzione a +30% (FOTO ANSA)

 

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