Posts tagged ‘Banche’

5 ottobre 2012

Miliardari con i nostri soldi

Dagli al Fiorito. Tutti addosso al politico ciccione che s’è fatto i comodi suoi con i soldi pubblici. Bersaglio facile, er Batman, e non solo per la corporatura a dir poco massiccia. La lista della spesa è lì, sotto gli occhi di tutti. Case, auto, oggetti di lusso, segno tangibile delle ruberie che hanno portato in carcere l’ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio. I soldi delle banche, invece, si perdono nell’alto dei cieli della finanza. Difficile vedere. Difficile capire. Ma il conto finale è ben più pesante. Un conto miliardario a carico della casse dello Stato e quindi dei cittadini.

Questione di tasse. E di marchingegni contabili studiati da professionisti specializzati in quella che con soave eufemismo viene definito “ottimizzazione fiscale”. Se prendiamo i tre maggiori istituti nazionali, Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi, si scopre che negli ultimi tre anni l’Agenzia delle Entrate ha contestato qualcosa come 2 miliardi di euro tra imposte non pagate, sanzioni e interessi. Una montagna di denaro, che in tempi di spending review avrebbe fatto davvero comodo. Se poi paragoniamo questa somma alle ruberie contestate nello scandalo della Regione Lazio, perfino il corpulento Fiorito diventa un topolino.

PUÒ ANCHE CAPITARE che le banche, a causa di una gestione alquanto discutibile, finiscano in cattive acque, tra perdite, debiti e prestiti a vanvera. Niente paura: arriva il pronto soccorso di Stato. Una bella iniezione di denaro fresco giusto in tempo per evitare guai ancora maggiori. È il caso, un’altra volta, del Monte dei Paschi, che si prepara a ricevere 3,3 miliardi dal governo. Un pacco regalo sotto forma di obbligazioni gentilmente sottoscritte dallo Stato. Come dire che il conto finale, sommando tasse e aiuti, supera i 5 miliardi. Il timbro ufficiale sulla penosa storia del Monte è arrivato proprio due giorni fa quando l’Eba, l’autorità europea in materia bancaria, ha certificato che il deficit patrimoniale della banca senese ammonta a 1,7 miliardi. Come dire che per rispettare i parametri fissati dall’ente di controllo, bisogna fare il pieno di capitali freschi al più presto. Solo che il Monte in questi anni ha già chiesto denaro più volte ai suoi azionisti, l’ultima nel 2011. E così, nell’impossibilità di trovare nuovi volonterosi sostenitori, saranno le casse pubbliche a farsi carico del salvataggio.    Verrà rinnovato il prestito di 1,9 miliardi già concesso nel 2009 (i cosiddetti Tremonti bond) a cui si aggiungerà un’altra tranche di obbligazioni da oltre 1,4 miliardi. Il totale, appunto supera i 3,3 miliardi. E per effetto del regolamento di questi prestiti lo Stato nei prossimi mesi potrebbe rilevare una partecipazione vicina al 4 per cento nel capitale della banca. Non c’erano alternative. I soldi, maledetti e subito, erano indispensabili per evitare guai peggiori. I conti del 2011 si sono chiusi con perdite per 4,6 miliardi di euro, dovute in gran parte alle svalutazioni miliardarie di attività, a cominciare dalla Banca Antonveneta, comprate a prezzi d’affezione negli anni del boom della finanza.

Insomma, acquisti incauti. A cui vanno aggiunti investimenti colossali, oltre 27 miliardi, in titoli di stato italiani. Non proprio il massimo, con l’aria che tira. Adesso tocca al governo tappare i buchi. Chi ha guidato la banca negli anni in cui è stato messa in atto questa strategia suicida si gode invece un nuovo incarico di prestigio. Giuseppe Mussari, presidente del Monte da aprile 2006 fino alla primavera scorsa , tre mesi fa è stato riconfermato alla guida dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, in pratica la Confindustria del credito. Domanda: chi ha preso il posto di Mussari sulla poltrona di presidente dell’istituto toscano? La primavera scorsa si è insediato al vertice Alessandro Profumo con il mandato preciso di rilanciare la banca, tagliando, tra l’altro, migliaia di posti di lavoro. A giugno Profumo è stato rinviato a giudizio per dichiarazione fraudolenta dei redditi. Una storia che risale agli anni in cui il banchiere guidava Unicredit, lasciato nel settembre del 2010. Una storia di imposte evase per circa 245 milioni grazie a una complicata operazione col nome in gergo di Brontos. Questa l’accusa della Procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto il processo anche per altri 19 manager di Unicredit. In pratica, secondo i magistrati, i vertici dell’istituto avrebbero camuffato gli utili in dividendi riuscendo così a spuntare un’imposizione più leggera. E questa è soltanto la parte penale di un’indagine ben più ampia sulle acrobazie della banca milanese ai tempi della gestione Profumo. Secondo l’Agenzia delle Entrate, Unicredit avrebbe versato quasi 450 milioni di tasse in meno rispetto a quelle dovute, di cui poco più della metà legate alla cosiddetta operazione Brontos. Alla fine, con l’obiettivo dichiarato di non restare a lungo sulla graticola delle indagini e senza ammettere alcuna responsabilità, la banca ora guidata dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni, ha versato al fisco circa 190 milioni.

UNA SCELTA analoga a quella compiuta dagli altri grandi istituti finiti nel mirino degli ispettori tributari. Il Monte ha sborsato 260 milioni. Intesa invece ha chiuso le sue pendenze con una transazione per 270 milioni. Sul piano amministrativo l’inchiesta si è così chiusa. Resta da chiarire la posizione dell’ex numero uno Corrado Passera. Il banchiere ora ministro è indagato dalla procura di Biella per alcune operazioni fiscali sospette varate da una controllata di Intesa con sede nella cittadina piemontese.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari Foto Ansa

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5 aprile 2012

Vincono banche e commercianti, perdono gli anziani

Mario Monti, checché ne dicano i detrattori, sta già battendo qualche record: ieri (in Senato) ha incassato la quattordicesima fiducia in quattro mesi e mezzo, una cosa mai vista prima. L’occasione, stavolta, è stato il cosiddetto decreto fiscale (ora atteso alla Camera), votato nelle stesse ore in cui a Montecitorio (stranamente senza fiducia) veniva approvato definitivamente il decreto semplificazioni approvato. Entrambi, al solito, sono stati terreno di battaglia le lobby d’ogni genere presenti nel paese: conviene, dunque, fare una rapida panoramica su chi vince e chi perde alla fine dei passaggi parlamentari.    I sindaci. Sono stati sconfitti su tutta la linea. L’Imu resta un tributo loro solo di nome, mentre nei fatti finirà per la gran parte allo stato centrale. Peggio: in cambio di uno sconticino proprio sull’Imu per le case di proprietà dei comuni e le ex Iacp, il Senato ha reso il Patto di stabilità interno ancora più rigido. Graziano Delrio, presidente dell’Anci, minaccia proteste clamorose, “compresa la violazione collettiva del Patto in alcuni settori”. Alla Camera si preannuncia battaglia.    Banche. Le fondazioni che le controllano, come partiti e sindacati d’altronde, continueranno a non pagare l’Imu: formalmente non fa una piega, visto che sono enti non profit e hanno l’esenzione solo per le sedi di attività istituzionale, praticamente però capitalizzano almeno 150 miliardi di euro e farli pagare un po’ non sarebbe male. Le Banche di credito cooperativo, invece, incassano per quest’anno uno sconto da 20 milioni sulla tassazione dell’utile netto.    Anziani. Quelli che vivono in casa di riposo potrebbero passarsela male: dovranno pagare l’Imu sulla loro abitazione, magari persino come seconda casa sfitta visto che spesso hanno il domicilio in clinica.    I Caf. Il braccio armato del sindacato vince con le modifiche sulle rate dell’Imu che gli consentiranno di far pagare la tassa sulla casa ai loro utenti insieme alla dichiarazione dei redditi: a giugno i contribuenti verseranno la metà delle aliquote base decise dal governo, per l’altro 50% più le maggiorazioni comunali se ne riparla a dicembre.    Terzo Polo. Hanno fatto molto casino (soprattutto il finiano Mario Baldassarri) per creare un fondo per futuri tagli alle tasse alimentato dai frutti della spending review e dalla lotta all’evasione: il governo ha risposto picche.    Commercianti. E’ sparita la black list dei recidivi del mancato scontrino: anche il Garante della Privacy si era schierato contro (“no alle liste dei buoni e dei cattivi”).    Agricoltori. Sono riusciti a farsi abbassare un po’ di imposta sugli immobili agricoli (come i proprietari di dimore storiche).    Imprese. Col dl semplificazioni divenuto legge ieri arriva il sistema dei controlli amichevoli per le aziende. Restano “cattivi” quelli fiscali, come scritto dal governo, e quelli sulla sicurezza sul lavoro (novità imposta dal Parlamento), niente da fare per quelli contro le attività inquinanti.    Telecom. Sulla liberalizzazione dell’ultimo miglio l’ex monopolista porta a casa il rinvio voluto dal governo: niente obbligo di offrire subito servizi disaggrega-ti alle società concorrenti che affittano la rete da Telecom, ma un generico mandato all’Authority che dovrà dire qualcosa sul tema tra quattro mesi.

di Marco Palombi, IFQ

 

17 marzo 2012

Derivato bomba, la vera storia del buco al tesoro

Poche cose in Italia sono coperte da segreto come i contratti derivati che riguardano il debito pubblico italiano. Per questo c’è stata grande sorpresa e nessuna comunicazione ufficiale, quando si è scoperto che il ministero del Tesoro aveva pagato 2,5 miliardi alla banca americana Morgan Stanley, in gennaio, per la chiusura di alcuni contratti derivati. L’informazione è arrivata dalla Sec, la Consob americana, mentre il governo si è trincerato dietro il silenzio, i derivati sembrano questioni di sicurezza nazionale o segreti troppo pericolosi per essere rivelati.

   SONO ARRIVATE interrogazioni parlamentari da più fronti e giovedì, alla Camera, finalmente il governo ha risposto alle domande del deputato Antonio Borghesi, Idv. Stranamente a rappresentare l’esecutivo c’era Marco Rossi Doria, ex maestro di strada, sottosegretario all’Istruzione, non certo uno specialista di finanza e derivati. Ma il testo dell’intervento riassume la posizione ufficiale del Tesoro. Nelle parole di Doria ci sono alcune novità abbastanza clamorose. Anche sul caso Morgan Stanley: “Alla fine del 2011 e con regolamento il ministero dell’Economia e delle Finanze, in data 3 gennaio 2012, ha proceduto alla chiusura di alcuni derivati in essere con Morgan Stanley (due interest rate swap e due swaption)in conseguenza di una clausola di “Additional Termination Event” presente nel contratto quadro (ISDA Master Agreement) che regolava i rapporti tra la Repubblica Italiana e la banca in questione”. La chiusura dell’operazione è costata 2,567 miliardi, poco più della somma che ora manca per la riforma degli ammortizzatori sociali. Fonti del Tesoro spiegano che l’input a chiudere il contratto è venuto dalle autorità di vigilanza americane che hanno chiesto a Morgan Stanley di rivedere alcune sue posizioni in derivati “e ormai i rapporti del Tesoro con la banca sono ai minimi termini”. Ma se le cose stessero così, se la colpa fosse tutta americana, non si capirebbe perché il salasso sia stato a carico dello Stato. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, la scelta di chiudere in anticipo lo swap con Morgan Stanley è stata presa dal Tesoro dopo aver valutato che questa era la soluzione meno onerosa. Perché evidentemente quel contratto rischiava di costare ancora più caro.

   NELLA RISPOSTA parlamentare Rossi Doria rivela che la clausola capestro che ha imposto al Tesoro la perdita di 2,5 miliardi risale “alla data di stipula del contratto, nel 1994, era unica e non presente in nessun altro contratto quadro vigente tra il ministero e le sue controparti, e non è stato possibile, nel corso degli ultimi anni, rinegoziare la stessa”. Un contratto scritto male o troppo spregiudicato, frutto, probabilmente, della frenesia con cui all’epoca il ministero cercava di rispettare i parametri europei di Maastricht appena approvati per poter poi entrare nell’euro, ipotizza una fonte che ha lavorato al Tesoro. Nel 1994 si alternano al ministero prima il professor Piero Barucci, con il governo Ciampi, poi Lamberto Dini, con il primo governo Berlusconi. Nella casella chiave del ministero, la direzione generale, c’era sempre Mario Draghi, oggi alla Banca centrale europea.

   I derivati servono a rendere più prevedibile il costo del debito, ma spesso nascondono brutte sorprese dietro contratti molto complessi. Lo strumento standard è lo swap sul tasso di interesse “con i quali tipicamente il Tesoro riceve da una controparte bancaria un tasso variabile e paga un tasso fisso su un nozionale convenzionale prestabilito”. Così il ministero sa quanto gli costerà un certo stock di debito in anticipo e riduce l’incertezza.

   NEL MIGLIORE dei casi risparmia pure, nel peggiore la scommessa va male e lo Stato paga. Quanto? Non si sa. Per la prima volta, grazie alla risposta di Rossi Doria scritta dal Tesoro, scopriamo che “a oggi il nozionale complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione , al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro […] circa il 10 per cento dei titoli in circolazione”. Ma questa non è un’indicazione decisiva: significa soltanto che a 160 miliardi di debito sono abbinati derivati, nulla si sa sulle perdite potenziali che si rischiano . Il disastroso derivato del 1994, assicura il Tesoro, è un caso unico, che non si ripeterà mai più. Bisogna crederci sulla parola, perché i cittadini e gli investitori non hanno alcun modo di verificare. La Banca d’Italia censisce soltanto i derivati delle banche italiane, stipulati su 593,1 miliardi di euro (in giugno 2011). Tutto il resto è top secret, si scopre soltanto quando è troppo tardi. Stando agli attuali valori di mercato, ha scritto ieri Bloomberg, l’Italia potrebbe perdere sui suoi derivati fino a 31 miliardi di dollari, 23,5 miliardi di euro.

 di Stefano feltri, IFQ

Il quaertier generale di Morgan Stanley a New York (FOTO LAPRESSE)
7 febbraio 2012

Il grande gelo del credito

Per le imprese italiane l’accesso al credito è sempre più selettivo e sempre più costoso. I dati pubblicati in questi giorni non lasciano dubbi: da quando è stata lanciata l’ampia indagine qualitativa sul mercato del credito nell’area dell’euro, cioè dal 2003, la situazione delle imprese italiane non è mai stata così difficile e soprattutto peggiore rispetto alla media degli altri paesi di Eurolandia. Neanche nei mesi bui del crac di Lehman gli indicatori avevano toccato livelli di pericolosità così elevati. Un dato per tutti: in Italia, la percentuale di coloro che a gennaio valutano le condizioni di offerta più restrittive supera di 87,5 quella di chi ha una visione opposta. In ottobre era pari a 50 e un anno fa a 25. In Europa, l’analoga percentuale è pari a 35. Coloro che valutano una situazione di restrizione sono in Italia più del doppio della media dell’area monetaria.

IL COSTO DEL CREDITO sta aumentando: i dati della Banca d’Italia dicono che tra marzo e dicembre il costo medio dei prestiti a breve termine alle imprese, è passato da 3,7 a 5 per cento con un aumento di livello di oltre un terzo. Ed è aumentato in modo ancora più vistoso il differenziale con il tasso praticato alla clientela migliore: un modo pudico per dire che la generalità dei clienti paga tassi ben superiori a quello medio. Il credit crunch è quindi ormai un dato di fatto. Non era difficile prevedere che anche le imprese sarebbero state trascinate nel gorgo della crisi che ha investito il debito sovrano e le banche. Come più volte messo in evidenza dal Fatto Quotidiano, quando gli spread sul debito pubblico arrivano a livelli così elevati e per un periodo di tempo prolungato come nel caso italiano, le banche raccolgono sul mercato meno fondi e a costi più cari. Anche perché fra i tanti miti spazzati via dalla crisi c’è anche quello del risparmio italiano abbondante come in pochi altri paesi: il reddito disponibile delle famiglie italiane continua a diminuire e il risparmio è ormai al di sotto di molti altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.

E INFATTI nell’indagine citata l’87,5 per cento (un valore mai toccato) ritiene che la causa dell’attuale situazione sia da attribuire alla difficoltà della banca di finanziarsi sul mercato. L’analoga percentuale per l’intera area dell’euro è del 28 per cento. Dunque, le nostre banche stanno restringendo il credito alle imprese in modo molto più netto rispetto a quanto accade negli altri paesi e fanno molta più fatica a procurarsi i capitali necessari.    Eppure la Bce non è mai stata così generosa con le banche. A dicembre le operazioni straordinarie a tre anni decise da Mario Draghi hanno immesso liquidità in Europa per quasi 500 miliardi, di cui 116 sono andati alle banche italiane. Per fine febbraio è attesa un’offerta ancora più abbondante. Possibile che alle imprese non arrivi nemmeno una goccia? E invece è proprio così. Le banche italiane dipendono ormai dalla Bce per la loro attività corrente: l’attuale finanziamento della Banca centrale equivale al 10 per cento dei loro depositi totali, ma la destinazione non è nuovo credito alle imprese e alle famiglie e neppure nuovi acquisti di titoli di Stato, almeno in forma massiccia. Semplicemente, le banche stanno sostituendo passività a costo elevato come le obbligazioni collocate sul mercato con debiti verso la Bce al prezzo “politico” dell’1 per cento. In questo modo rimettono in piedi i loro conti un po’ traballanti e possono promettere ai loro azionisti (i cui nervi sono un po’ scossi, soprattutto dopo le recenti ricapitalizzazioni) una remunerazione accettabile. Infatti, i 116 miliardi di dicembre rappresentano il 61 per cento delle obbligazioni in scadenza nei prossimi 24 mesi. Dunque, per il credito al settore produttivo, si è pregati di ripassare quando le banche avranno adeguatamente rimpinguato i loro conti. Il disegno perseguito dalla Bce di Mario Draghi è realista al limite del cinismo: poiché l’Europa non è in grado di dare una risposta organica alla crisi europea e asseconda la fobia tedesca per soluzioni più drastiche, utilizziamo l’arma indiretta dei finanziamenti a pioggia della Bce per salvare almeno le banche. Questo dovrebbe portare a poco a poco il sereno sui mercati e alla fine la crisi sarà superata. Il problema è che questo processo è lento, tanto che siamo costretti a salutare come un successo il ritorno dello spread sotto quota 400. C’è un forte rischio che il peggioramento dell’economia reale sia più veloce del miglioramento dei conti dello Stato e delle banche e che dunque la strategia dei due tempi della Bce (condivisa da tutti i governi europei) non abbia successo.

PER PROTEGGERSI da questo rischio non si sta facendo abbastanza. Anche le misure di liberalizzazione del governo Monti possono dare un contributo nel medio periodo, ma non risolvere il problema immediato di un’attività produttiva sempre più stagnante e che rischia di non avere finanziamenti adeguati. Nei limiti purtroppo stretti della finanza pubblica, occorre utilizzare tutti i canali possibili di sostegno all’attività produttiva ed evitare di sprecare tempo prezioso su temi (l’art. 18, tanto per fare un esempio ) che non sono certo le cause fondamentali della mancata crescita economica italiana e della distanza che sempre più ci separa dagli altri grandi paesi europei.

di Marco Onado, IFQ

Elsa Fornero e Mario Monti (FOTO LAPRESSE)

22 dicembre 2011

Dalla Bce 116 miliardi agli istituti italiani Tanto, se le cose vanno male, paga lo Stato

Una valanga di denaro esce dalla Banca centrale europea e si riversa sulle banche europee che ne fanno richiesta, come se fosse un bancomat: 523 istituti ottengono 489 miliardi di euro, un prestito a tre anni a un tasso di interesse molto più basso di quelli di mercato, l’1 per cento. Dei 489 miliardi, le banche italiane ne hanno avuti, stando alle stime che circolavano ieri, 116. Quasi un quarto, offrendo come garanzia 40 miliardi di titoli. E qui si arriva alla parte interessante: le nostre banche sono state le uniche a offrire garanzie così volatili e al contempo pesantissime. Hanno emesso 40 miliardi di obbligazioni, le hanno sottoscritte (cioè hanno promesso di pagarle loro stesse, sembra astruso ma è così) e le hanno consegnate alla Bce in cambio di 116 miliardi di prestiti.    IL TUTTO GRAZIE alla garanzia pubblica offerta dal governo nella manovra che ha chiesto sacrifici a tutti tranne alle banche cui ha offerto uno scudo totale: se una banca emette obbligazioni e non riesce a rimborsarle, ci pensa lo Stato, cioè i contribuenti. Ma le regole contabili consentono di non registrare questo potenziale salasso nel conto del debito pubblico. Non solo: nelle intenzioni, i soldi ottenuti dai banchieri dovrebbero essere reinvestiti in parte nel debito pubblico (un ottimo affare, visto che rende oltre il 6 per cento) e nel credito alle imprese e alle famiglie (più rischioso in tempi di recessione, e infatti snobbato dalle banche). “Decideranno loro come impiegarli al meglio”, ha detto tre giorni fa Mario Draghi, presidente della Bce, al Financial Times, ammettendo che l’istituto di Franco-forte non ha alcun potere di costringere le banche a usare quei capitali per sostenere il sistema e non, per esempio, per pagare dividendi agli azionisti o stipendi ai top manager.

Guido Tabellini, rettore della Bocconi, è stato uno dei più scettici sull’esito di questa misura di emergenza: “La buona notizia è che le banche hanno preso a prestito più di quello che ci si aspettava, si stanno almeno finanziando in maniera superiore al debito bancario in scadenza quindi stanno evitando il deleveraging, cioè la riduzione dei bilanci. E questo dovrebbe aiutare a finanziare l’economia reale”. In pratica: se hanno i soldi della Bce, non dovranno chiudere i rubinetti a imprese e famiglie. “La cattiva notizia – aggiunge Tabellini – è che il differenziale tra debito pubblico italiano e tedesco resta molto alto”. Il temuto spread ieri è addirittura cresciuto, assestandosi a quota 485 punti. É il segno che i mercati non credono che i 116 miliardi vadano tutti a sostenere il debito pubblico italiano. Anche perché sarebbe un circolo perverso: uno Stato a rischio crac impegna la sua credibilità per garantire banche a rischio crac che investono i prestiti nei debiti pubblici. É la stessa illusione che ha dato inizio alla crisi dei mutui subprime: l’idea che basta immettere nell’economia abbastanza moneta e il rischio, di qualunque tipo, svanirà. Da tre anni stiamo pagando il conto di questo errore. E non è finita.

La Borsa, che nei giorni scorsi aveva premiato le banche italiane, ieri ha reagito male, penalizzandole più dei concorrenti spesso altrettanto fragili degli altri Paesi: Unicredit ha perso il 4,39 per cento, Monte Paschi il 3,92. Tra gli investitori, ma ormai anche tra i risparmiatori, c’è l’impressione diffusa che alle banche la liquidità serva perché non hanno soldi per l’ordinaria amministrazione, tipo fornire banconote a chi prova a ritirare i risparmi o concedere mutui immobiliari anche a chi ha buone garanzie. Il costo del denaro è molto basso, 1 per cento, ma i mutui restano inaffrontabili, anche sopra il 5 per cento. Un po’ perché si cerca di mungere i pochi in grado di affrontarli un po’ perché, lo ammettono anche i bancari, diversi istituti non possono permettersi di impegnare risorse. Cioè di fare il loro mestiere.

LO AMMETTE perfino l’A-bi, l’associazione delle banche italiane, in un documento diffuso ieri: nel 2012 il Roe, cioè la misura di quanto sono in grado di generare profitti, “dovrebbe segnare un nuovo minimo storico con lo 0,3 per cento”. Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, ammette perfino che scaricherà sui costi dei conti correnti gli oneri dovuti alle nuove procedure di lotta all’evasione decise dal governo, “il nostro sforzo sarà massimo dal punto di vista organizzativo, ma qualche impatto ci sarà”. E agli investitori promette nuove espansioni in Europa, come quelle che sono appena costate al gruppo oltre 9 miliardi di perdite.

A febbraio si replica con un’altra “asta” illimitata. Per allora si capirà se quella di ieri è servita a qualcosa. Di certo si è capito che per salvare gli Stati, dando loro magari anche le risorse per nazionalizzare le banche decotte, i soldi non ci sono. Ma per aiutare direttamente le banche e i banchieri, invece, si trovano sempre. L’operazione di ieri vale circa come il Fondo Salva Stati Efsf che, finora, non è riuscito a salvare nessuno.

di Stefano Feltri, IFQ

18 novembre 2011

Sono affari di Passera

Conflitto d’interessi? Quale conflitto d’interessi? “Io faccio solo il ministro e non ho niente a che fare con altro”. Parola di Corrado Passera, la superstar del nuovo governo Monti che ieri ha liquidato così il suo ingombrante passato da banchiere. “Vedrete con i fatti”, ha promesso l’ex numero uno di Intesa. Discorso chiuso, quindi. Se ne riparla, forse, quando Passera avrà preso qualche provvedimento. L’indipendenza del nuovo ministro dello Sviluppo economico – par di capire – andrebbe valutata solo sui fatti concreti. Questa almeno è la posizione del diretto interessato.    QUESTIONE di opinioni, certo. Ma anche di comportamenti concreti. Prendiamo Mario Draghi, che pochi giorni fa ha traslocato dalla poltrona di governatore di Bankitalia a quella di presidente della Bce a Franco-forte. Nel gennaio del 2006, quando Draghi prese il posto di Antonio Fazio in via Nazionale, più di un commentatore fece notare il potenziale conflitto d’interessi del neogovernatore, che dopo aver speso dieci anni come direttore generale del Tesoro a partire dal 2001 si era accasato alla Goldman Sachs, vera superpotenza a stelle e strisce della finanza internazionale. Appena insediato nel nuovo incarico in Bankitalia, Draghi fece sapere con un comunicato di poche righe che “per il periodo di un anno” si sarebbe astenuto “da decisioni concernenti direttamente Goldman Sachs ovvero istituzioni per cui Goldman Sachs agisce o agirà da advisor”. Di più: trascorsi dodici mesi dalla nomina, Draghi promise di astenersi sui provvedimenti “in merito a operazioni in cui Goldman Sachs era stata coinvolta o direttamente o in qualità di advisor” quando il nuovo governatore lavorava per la banca d’affari. Insomma, cinque anni fa Draghi prese il problema di petto e preferì autoescludersi da ogni decisione che avesse anche lontanamente a che fare con il suo vecchio datore di lavoro. Va detto che se Passera decidesse di fare la stessa cosa potrebbe correre il rischio di diventare un ministro nullafacente. Non potrebbe occuparsi di aerei perchè Intesa ha di fatto creato la nuova Alitalia. Dovrebbe starsene zitto a proposito di treni perchè come banchiere ha finanziato i nuovi treni superveloci targati Ntv, cioè Montezemolo e Della Valle. Men che mai Passera potrebbe controfirmare atti riguardanti Telecom Italia di cui Intesa è azionista importante. L’elenco potrebbe continuare a lungo, tali e tante sono le società a cui è legata la banca guidata fino a due giorni fa dal ministro.

INSOMMA, Draghi per primo aveva individuato il problema di un potenziale conflitto d’interessi e lo aveva dribblato con l’astensione. Passera però non può permettersi di imitare l’ex governatore, altrimenti resterebbe disoccupato, e allora chiede di essere giudicato sui fatti concreti. A proposito di fatti concreti si potrebbe per esempio cominciare dai suoi precedenti incarichi. E allora si fanno scoperte interessanti, notizie piuttosto trascurate dalle ampie agiografie circolate in questi giorni. E’ noto per esempio che Passera nel 1998 è approdato alla guida delle Poste. Il manager bocconiano arrivava dall’esperienza di due anni alla guida del Banco Ambroveneto (destinato a trasformarsi in Intesa) e prima ancora dalla lunga militanza nel gruppo De Benedetti. Quest’ultima parentesi si era chiusa nel 1996 in modo piuttosto turbolento, con l’Olivetti che colava a picco in Borsa, e gli costò anche una condanna (patteggiata) a 51 milioni di lire (25 mila euro) per un episodio di falso in bilancio. Una pena poi revocata nel 2003 perchè dopo la riforma berlusconiana quel falso in bilancio non era più un reato. Alle Poste invece Passera trasformò il vecchio carozzone pubblico in un’azienda con bilanci in utile. Alcuni studiosi della materia non hanno però mancato di rilevare che il nuovo amministratore riuscì ad avvantaggiarsi di una riforma del servizio postale che allargava l’area delle attività riservate per legge all’azienda pubblica. In pratica il monopolio fu allargato fino al massimo consentito dalla normativa europea.

LA RIFORMA fu salutata con grande favore da Passera. Il quale, lasciate le Poste e approdato a Intesa, tornò a caldeggiare un monopolio cucito su misura per lui. Nel 2008 il banchiere si fece in quattro per far passare un altro provvedimento come la cosiddetta legge salva Alitalia. Una legge studiata apposta per consentire a Intesa e alla cordata degli imprenditori patrioti di portare a termine con successo il salvataggio della ex compagnia di bandiera. Tra le norme varate in Parlamento nell’estate 2008 dalla maggioranza di centrodestra c’era anche quella che di fatto sospendeva i poteri dell’Antitrust sulla nuova Alitalia.    In questo modo la compagnia finanziata da Intesa ha potuto assorbire AirOne di Carlo Toto conquistando il monopolio della rotta Milano Linate – Roma Fiumicino senza subire conseguenze di sorta. Vale la pena ricordare che questa tratta è di gran lunga la più frequentata e redditizia di tutto il mercato nazionale. Una tratta ora gestita in regime di monopolio dalla nuova Alitalia. Grazie a Berlusconi. E a Passera. Il quale da ministro diventerà di sicuro un campione delle liberalizzazioni. Ma questo è un altro discorso, direbbe il banchiere. Pardon, ministro.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Corrado Passera, ieri al Senato (FOTO ANSA)

6 ottobre 2011

Costo del governo, mutui e prestiti: volano i tassi

Le agenzie di rating declassano l’Italia e le banche, gli investitori temono che il Paese sia troppo indebitato, ma alla fine a pagare il conto più salato sono solo e sempre i cittadini italiani. Già perché il ricarico applicato dalle banche sui prestiti concessi a famiglie e imprese, è in costante crescita, per via dell’aumento del prezzo di rifinanziamento degli istituti di credito italiani sul mercato internazionale dei capitali. In altre parole, gli istituti di credito italiani paese devono pagare di più per avere denaro in prestito e a farne le spese, attraverso i diversi prodotti finanziari (dai conti correnti ai mutui fino al credito al consumo), sono le persone comuni. Una recente indagine de Il Sole24ore, fatta sulla base delle rilevazioni del sito Mutuionline sui prestiti per la casa fra giugno e settembre, per esempio, ha segnalato un aumento medio dello 0,30 per cento per i tassi fissi e di circa lo 0,10 per quelli variabili. Per intenderci, secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, basta uno 0,5 per cento in più per pagare 684 euro in più all’anno su un mutuo di 20 anni, al tasso fisso del 5,5 per cento, per un importo pari a 200mila euro. Non va molto meglio per le imprese: secondo il sito http://www.lavoce.info   nel mese di agosto, le banche italiane hanno aumentato il tasso d’interesse sui prestiti per le nuove operazioni di 30 centesimi di punto rispetto al mese precedente. Nel dettaglio, in trenta giorni, il tasso sui prestiti alle imprese non finanziarie è passato dal 3,34 per cento al 3,65 per cento. Ma quel che è peggio è che gli aumenti potrebbero non fermarsi qui. A prestare il fianco ai sospetti si è aggiunto ieri anche il presidente dell’Associazione bancaria italiana, nonché numero uno del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari, che ha rilevato come l’aumento dell’Iva dal 20 al 21 per cento ha causato “un parallelo aumento del costo dei beni e servizi da esse (le banche, ndr) acquisiti”.    QUALCUNO, quindi, dovrà pagare e non è escluso che saranno ancora una volta i correntisti a farlo. Detto in termini diversi la manovra del governo rischia di trasformarsi anche in un boomerang bancario contro i cittadini che hanno contratto un mutuo o hanno anche solo un conto corrente in un istituto di credito italiano. Senza contare i rincari dai possibili arrotondamenti che, con ogni probabilità, interesseranno tutti i settori. Tutto questo in un contesto in cui le banche italiane restano le più care d’Europa. Adusbef e Federconsumatori evidenziano infatti che il differenziale tra Italia e il resto dei Paesi dell’Unione dei tassi medi bancari riservati alle famiglie per i mutui a luglio è stato pari a 0,59 punti, mentre quello per il credito al consumo è stato di 1,1. I tassi medi italiani per i mutui sono, infatti, attorno al 4,78 per cento contro il 4,19 della media europea. Per il credito al consumo i due valori si attestano rispettivamente pari al 7,64 e al 6,53 per cento. Una gallina dalle uova d’oro per gli istituti italiani, ma anche per quelli stranieri che sono presenti sul mercato italiano e che, in casa loro, praticano tassi ben più convenienti. Ma allora perché non fare un’ipoteca su una casa in Italia con una banca per esempio francese? Spiacente, non è possibile per problemi di “incompatibilità” sulle misurazioni dei metri quadrati e delle perizie per rilasciare i prestiti. Bisogna rivolgersi alle filiali italiane che naturalmente sono allineate ai prezzi del nostro Paese. Alla faccia della liberalizzazione dei mercati europei.

di Giovanna Lantini, IFQ

25 agosto 2011

Furbilandia

Lo dicono le banche: 600mila famiglie ricchissime Ma solo in 74mila dichiarano più di 200mila euro.

Dopo il miliardario Warren Buffett, dopo il manifesto dei “ricchi” francesi, dopo Montezemolo anche Sergio Marchionne si dice favorevole a una tassa patrimoniale: “Sono disposto a fare qualunque cosa se l’obiettivo è chiaro”, ha detto ieri l’amministratore delegato della Fiat al Meeting Cl di Rimini. Tutto, tranne spostare la propria residenza fiscale dalla Svizzera all’Italia condizione che gli permette di pagare un’imposta sullo “stipendio” da manager Fiat del 30 per cento contro il 43 dei suoi colleghi residenti in Italia. Un risparmio del 13 per cento che su circa 4 milioni di compenso ammonta a circa 500mila euro. Come si vede il problema della tassazione delle grandi fortune è complesso e non si risolve semplicemente con una patrimoniale. Ma, in ogni caso, se questa fosse varata genererebbe non poche entrate. Ieri la Cgil, presentando la sua “contromanovra” , ha stimato un gettito di 15 miliardi di euro all’anno se si applicasse in Italia il sistema dell’Imposta sulle fortune in vigore in Francia. Lì, si paga lo 0,55 per cento a partire da 800mila euro di ricchezza con un sistema di aliquote progressive che arrivano a 1,8 per cento per i patrimoni superiori ai 15 milioni. Ma come individuare i ricchi? Consultando dati ufficiali si desume che stiamo parlando di poche persone con grandi ricchezze in tasca. La Banca d’Italia ha stimato, nel 2009, in 8.600 miliardi la ricchezza netta complessiva – dedotte le passività, come i mutui – corrispondenti a circa 350mila euro a famiglia. Ma la distribuzione di tale ricchezza è tra le più ineguali al mondo: se la metà più povera detiene, infatti, solo il 10 per cento della ricchezza complessiva al contrario il 10 per cento più ricco ne possiede quasi il 45 per cento. Stiamo parlando di circa 2,4 milioni di famiglie con in mano oltre 3.870 miliardi di euro. Cioè circa 1,6 milioni di euro a famiglia.

Quindi, se si vuole tassare la fortuna occorre andare a bussare da quelle parti. E per farlo i dati non mancano.

Uno dei più interessanti è quello fornito dall’Associazione italiana del Private banking, le società di gestione del risparmio privato, che ha censito gli italiani con patrimoni superiori ai 500mila euro. Si tratta di 611.438 famiglie di cui la maggioranza, 415mila, detiene patrimoni tra i 500mila e il milione di euro. Numeri che fanno riflettere se si pensa che solo 74 mila persone (lo 0,17 per cento dei contribuenti) dichiarano più di 200 mila euro di reddito. Poi ci sono i più ricchi, quasi 200mila famiglie, che hanno patrimoni compresi tra il milione e i 10 milioni di euro per arrivare all’elite dei 7.982 “paperoni” che supera i 10 milioni. Ben piazzate le “casalinghe”, cioè prestanomi che, mediamente, posseggono 1,2 milioni di euro. Complessivamente si tratta di 896 miliardi di euro detenuti per il 15 per cento proprio dalla fascia più alta, quella con più di 10 milioni di patrimonio, che rappresenta solo l’1 per cento del totale. Come si vede anche ai livelli più alti si riscontrano ineguaglianze e concentrazioni di ricchezza. Su queste cifre, una tassazione sul modello francese potrebbe sfiorare i 10 miliardi di entrate per lo Stato.

MA IN ITALIA, è sempre la Banca d’Italia a ricordarlo, il grosso della ricchezza è concentrata in immobili, le attività finanziarie rappresentano “solo” il 37 per cento della ricchezza complessiva. Alla fine del 2009 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane era stimata in circa 4.800 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Agenzia per il Territorio addirittura in 5.443 miliardi per effetto di un calcolo più aggiornato. Dei proprietari di immobili, sempre secondo l’Agenzia, 10 milioni risultano lavoratori dipendenti e 9,6 milioni sono pensionati. Poi ci sono i titolari di proprietà immobiliari con redditi derivanti da attività di lavoro professionale, di impresa e di partecipazione, pari a 2,5 milioni. Circa 2 milioni di proprietari, infine, presentano “come fonte prevalente di reddito una rendita da immobili, pur non dichiarando redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo o da pensione”. Sono quelli che vengono definiti “rentier”.    Ordinando l’insieme dei proprietari, spiega ancora l’Agenzia , per il valore delle quote di proprietà delle abitazioni possedute, emerge che il 5 per cento di proprietari più ricchi possiede un valore delle abitazioni pari a circa il 25 per cento del totale. Cioè, 1,2 milioni di proprietari possiede circa 1.200 miliardi di patrimonio immobiliare – secondo la Banca d’Italia ma sono 1.360 miliardi secondo l’Agenzia del territorio – per una media di 1 milione di euro a fronte di una media nazionale di circa 200mila euro.

di Salvatore Cannavò, IFQ

24 marzo 2011

900 milioni di debiti a Don Verzé serve un miracolo

Ai bei tempi amava ripetere che i debiti e le perdite sono affari del suo socio di maggioranza, che poi sarebbe (dice lui) nientemeno che Dio. Ma ormai il proverbiale buonumore di don Luigi Verzé non basta più a tenere lontani i problemi finanziari che stringono d’assedio la sua creatura, il grande business ospedaliero targato San Raffaele. E neppure la strettissima amicizia che lo lega a Silvio Berlusconi riesce a metterlo al riparo dall’onda lunga della crisi di bilancio. Così, dopo le voci e le indiscrezioni che da tempo circolano negli ambienti bancari, ieri don Verzé, 91 anni appena compiuti, ha ammesso che il gruppo sta studiando un riassetto delle attività per far fronte ai problemi finanziari.

ORMAI I DEBITI hanno superato i 900 milioni di euro e allora servono interventi straordinari per riportare in linea di galleggiamento i conti della Fondazione Monte Tabor, la cassaforte finanziaria a cui fanno capo gli ospedali. Visto che Dio, socio di maggioranza del gruppo, per il momento non si è fatto vivo, don Verzé ha pensato bene di affidarsi agli specialisti della finanza. In primis a Carlo Salvatori, 69 anni, già al vertice di Intesa, Banca di Roma Unicredit e da ultimo Unipol, lasciata nel 2010 per approdare alla presidenza della banca d’affari Lazard in Italia. Al banchiere cattolico, a cui sono attribuite simpatie per l’Opus Dei, toccherà studiare un piano, recita il comunicato ufficiale, di “ristrutturazione societaria, organizzativa e finanziaria”. Snodo centrale dell’intervento sarebbe la creazione di una nuova società per azioni a cui verrebbero trasferite le attività ospedaliere. Ed ecco, allora, la sorpresa del giorno: la neonata spa sarebbe aperta all’ingresso anche di nuovi soci. Come dire, per far fronte alla crisi la Fondazione Monte Tabor cerca l’aiuto di azionisti esterni. È la prima volta nei 40 anni di storia dell’istituzione. La svolta di questi giorni arriva al termine di un percorso molto accidentato. Nei mesi scorsi i manager di don Verzé avevano già contattato molti grandi istituti di credito per studiare un piano di rientro soft dai debiti. Tra le banche coinvolte, in prima fila c’è Intesa, grande finanziatore del gruppo ospedaliero. E dai negoziati con i maggiori finanziatori sarebbe alla fine emersa la soluzione di aprire le porte a nuovi soci.

L’ANNUNCIO di ieri rompe una tradizione fatta di annunci roboanti e piani d’espansione. Il San Raffaele da tempo è impegnato a sviluppare due nuovi centri ospedalieri da aggiungere al polo originario nato alle porte di Milano. C’è il San Raffaele del Mediterraneo, il nuovo ospedale destinato a sorgere a Taranto con i finanziamenti della regione Puglia presieduta da Nichi Vendola. E poi di nuovo al nord c’è il progetto del centro ricerche Quo Vadis, in Veneto, specializzato nelle ricerche genetiche. Obiettivo dichiarato: allungare gli orizzonti di vita dell’umanità. “Puntiamo ad arrivare a 120 anni d’età”, ha più volte ripetuto Berlusconi con inneggiando all’opera del suo amico don Verzé. Progetto ambizioso, non c’è che dire, ma d’altra parte il prete imprenditore ama ripetere che “non è il denaro a fare le idee, ma le idee a fare il denaro”.    Adesso però non c’è più tempo. I soldi servono in fretta. E quindi oltre ad accogliere a braccia aperte eventuali nuovi azionisti don Verzé è pronto a mettere in vendita anche l’argenteria di famiglia. Immobili, tanto per cominciare. E poi anche partecipazioni finanziarie e le attività non strettamente legate al business ospedaliero. Negli anni infatti il gruppo San Raffaele si è lanciato nei più disparati investimenti, alcuni piuttosto sorprendenti. La Fondazione del Monte Tabor ha comprato piantagioni di mango in Brasile, alberghi e terreni in Sardegna, perfino un jet controllato da una società con base in Nuova Zelanda. Solo che, tirando le somme, queste attività hanno fin qui creato solo perdite. Il solo leasing sull’aereo, un Challenger 604 gestito da Fininvest, è costato nel 2009 oltre 10 milioni di deficit. Non va bene neppure la Molmed, società di ricerche quotata in Borsa di cui il Monte Tabor è azionista di riferimento. Ora tutto, o quasi, è in vendita. In attesa che arrivino anche i nuovi azionisti. In attesa che si faccia vivo Dio, le banche scommettono su Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Don Luigi Maria Verzé, 91 anni, è da sempre in stretti rapporti con Berlusconi (FOTO ANSA)

28 dicembre 2010

Storia in nero delle banche

Gli ultimi due anni, dal 2008 al 2010, sono diventati a poco a poco lo spazio cruciale di un fenomeno eccezionale che ha percorso il mondo intero: una crisi economica che non ha eguali e che supera, senza dubbio, quella del 1929, profitti eccezionali da parte di banche e imprese che hanno speculato sui ribassi dell’euro che ha distrutto il risparmio delle famiglie, falcidiato i posti di lavoro e ipotecato il futuro dei giovani.    La crisi è tuttora in corso e il nostro paese, a differenza degli altri Stati europei, non ha intrapreso una politica economica preoccupata della crescita e dello sviluppo, badando soltanto a limitare la spesa corrente.   Questo è l’errore centrale compiuto dal governo Berlusconi. E coglie questo errore di fondo Elio Lannutti nel suo Bankster (Editori Riuniti, pp. 415, euro 15) che racconta con grande chiarezza, attraverso la lunga intervista di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, una vicenda che copre gli ultimi decenni e accusa direttamente i banchieri e gli imprenditori-dirigenti finanziari che hanno guidato la Federal Reserve, la Banca d’Affari Goldman Sachs e la Lehman Brothers che hanno concordemente fondato il rilancio dell’economia sul debito regalando il denaro al tasso dell’un per cento a milioni di americani che non avrebbero potuto permettersi una casa con il proprio reddito.

INUTILI le denunce che pure c’erano state contro l’istigazione al debito e lo scandalo dei derivati che sono dodici volte il Pil del mondo: quelli fuori bilancio ammontavano lo scorso anno a 700.000 miliardi contro un Pil (l’economia reale prodotta dalla fatica degli uomini) pari a 55.000 miliardi.    Basta guardare le due cifre a confronto per rendersi conto della situazione che si è determinata e i profitti straordinari che banchieri e dirigenti hanno realizzato a vantaggio dei ceti sociali, dipendenti, pensionati,   giovani, che hanno perduto il lavoro o vanno avanti con redditi che non sono in grado di assicurare la sopravvivenza.    Lannutti, che è un senatore attivo nelle commissioni finanziarie del Parlamento, chiede la precisazione di regole certe e di un Tribunale internazionale che intervenga contro il ladrocinio accertato da parte degli attori   principali delle banche e delle società finanziarie che hanno determinato la crisi economica e realizzato immediati profitti di decine di milioni di euro in pochi mesi.

PER TENTARE calcoli più precisi basta pensare che la banca d’affari Goldman Sachs di Paulson, ha elargito nel 2007 ben 600 mila dollari a ognuno dei suoi dipendenti e almeno 7 milioni di dollari l’anno ai suoi manager.    E un ruolo centrale, secondo il senatore Lannutti, hanno avuto la Banca d’Italia e la Consob che di fronte alla crisi hanno svolto un ruolo da pompieri piuttosto che da controllori come le leggi avrebbero chiaramente indicato.      Sono assai dure le accuse che muove il parlamentare agli organi di controllo della finanza italiana e internazionale che mettono in luce il corporativismo strutturale dei banchieri come dei dirigenti degli istituti che sembrano tener conto assai poco dei bisogni della collettività rispetto agli interessi dei consorzi finanziari da cui sono stati espressi.    E questo mette in discussione alle radici, il ruolo di arbitri che dovrebbero avere per far funzionare le istituzioni secondo il disegno costituzionale che li ha creati.    Il senatore Lannutti ha tentato   con gli strumenti parlamentari di delineare le riforme legislative necessarie per superare l’impasse, ma si è trovato sempre di fronte all’opposizione netta della maggioranza e alle incertezze e divisioni dell’opposizione nel suo complesso.    È chiaro ormai che soltanto un nuovo confronto elettorale tra le forze politiche e l’esito vittorioso   di un’alternativa all’attuale maggioranza potrebbero produrre un ritorno alla logica costituzionale e alla creazione di organi in grado non soltanto di garantire formalmente la neutralità ma anche di agire a difesa degli interessi più generali della società, a cominciare da quelli che lavorano per la produzione.

MA, DI FRONTE alla situazione di stallo che si è creata con la grande crisi economica, alla complicità degli organi di controllo rispetto alle società finanziarie e alle banche che hanno approfittato del crollo e hanno speculato su di esso, viene in mente quello che è successo quando l’alternativa politica in Italia, dopo la Prima guerra mondiale, poneva il nostro paese di fronte all’ascesa di una destra come quella del fascismo che ha dominato per un ventennio, poco più di quello dominato da Silvio Berlusconi.    E oggi abbiamo a disposizione uno studio di Gerardo Padulo,   pubblicato dalla Società per la storia delle istituzioni, che indica con precisione chi furono negli anni Venti I finanziatori del fascismo (Quaderno n. 1, pp. 111, marzo 2010, euro 10).

SE SI VA a leggere con attenzione chi siano stati nel primo dopoguerra i finanziatori del movimento fascista, ci si trova di fronte a tutto il gotha dell’industria e della finanza italiana che sceglie con una certa sicurezza il movimento mussoliniano come interlocutore privilegiato per il governo nazionale a sostituzione di una classe politica liberale divisa e incapace di scegliere una linea di governo alternativa.      Tra i sottoscrittori si trovano personaggi che diventeranno in seguito assai noti e strenui sostenitori del regime come il commendator Giuseppe Feltrinelli e Piero Pirelli che conferiscono rispettivamente 3 mila e 10 mila lire al movimento che si ispira al leader romagnolo e ai suoi allora pochi seguaci sparsi nella Penisola.

di Nicola Tranfaglia – IFQ

28 ottobre 2010

“Per il bene dello Ior spero lo mandino a casa”

Il banchiere del Vaticano Gotti Tedeschi lo ha invitato al “suicidio”, Giovanni Sartori risponde.

“Sono spesso sotto tiro ma mai mi sono imbattuto in un interlocutore così maleducato, in un simile villanzone. Ho espresso le mie opinioni in maniera garbata. Non c’è ragione di un conflitto” Il professor Giovanni Sartori, politologo di reputazione internazionale, accoglie con stupore e amarezza il nobile augurio rivoltogli dal presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, nel corso della presentazione a Fermo dell’Enciclica Caritas Veritate come riportato da Il Fatto. “Sartori, ogni volta che parla di me lo fa rasentando l’isteria quasi si volesse suicidare. Certo che se lo facesse l’umanità ne trarrebbe giovamento, uno in meno a dire fesserie   ” ha detto il banchiere cattolico facendo diventare violaceo il volto del vescovo Luigi Conti seduto accanto a lui sul palco, assieme al presidente della Compagnia delle Opere Valentini e facendo calare in sala un silenzio imbarazzato.    Professor Sartori, forse il banchiere cattolico, indagato   per violazione delle norme anti-riciclaggio (il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro di 23 milioni di euro, versamento effettuato dallo Ior su un conto del Credito Artigiano, ndr) è in un momento di difficoltà. Tant’è che parlando della sua situazione ha delineato l’esistenza di un complotto: “Si sta minando la credibilità della Chiesa con gli attacchi alla persona del Papa con le accuse di pedofilia fino alle vicende che mi vedono coinvolto”. Si può considerare una giustificazione?      Visto che si dà tanta importanza, tanto da paragonarsi al Papa, immagino che non abbia nulla da temere: verrà protetto dalla Chiesa. Ma non vedo cosa c’entro io, anche se avesse fatto il banchiere alla Marcinkus (presidente dello Ior coinvolto nello scandalo del crac del Banco Ambrosiano che ha evitato di finire in carcere grazie al passaporto diplomatico vaticano, ndr) perché dovrebbe scaricare su di me tanta volgarità?    Magari non le ha perdonato di avergli riconosciuto, come dire, il ruolo di banchiere   , ma non quello di economista.    Io all’indomani del suo intervento al Meeting di Comunione e liberazione di Rimini, sul Corriere ho scritto testualmente che la sua qualifica di gran lunga più importante è di essere presidente dello Ior, Istituto per le opere di religione, che è poi, tanto per capirsi, la potentissima banca della Santa Sede e, pertanto, immaginavo che il professor Gotti Tedeschi fosse un bravo banchiere. Ma se parla da economista allora non mi pare bravo. Perché la sua tesi è che il calo demografico sia il fattore principale della crisi economica   dell’Occidente, dal che ricava che se riprendiamo a fare più figli l’economia ripartirà. Non vi è alcuna correlazione tra l’aumento della popolazione e l’arricchimento. Dunque questo non solo non è vero ma è vero il contrario. Se non ci crede vada in Africa. L’aumento della popolazione aggrava il problema. Avremo un altro miliardo in più di essere umani da sfamare.    Crede che questa teoria economica nasconda un altro passo della campagna contro l’aborto, cavallo di battaglia del Vaticano?    Quel che io penso è che se la vita non è stata concepita non può esservi assassinio. Chi ha stabilito che l’embrione, cioè una capocchia di spillo senza nessuna sensibilità nervosa, è già vita umana? Ho chiesto alla Chiesa di darmi una qualsiasi definizione di vita umana. Mai risposto. E come mai la Chiesa ci consente, per esempio, di mangiare i vitelli?   Non sono anche loro esseri viventi? La Chiesa pratica l’etica dell’irresponsabilità, questo è il punto.    Cosa intende quando dice che la Chiesa pratica l’etica   dell’irresponsabilità?    Quella della Chiesa è l’etica delle buone intenzioni, quale che ne sia l’esito. Questa è la tesi di Max Weber che invece raccomanda il suo opposto, cioè l’etica della responsabilità che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni.    Gotti Tedeschi ha anche detto: “A causa di scelte politiche sbagliate siamo arrivati a una situazione economica di merda”. Parole   che, comprese quelle rivolte a lei, secondo il sito Dagospia, sono state definite dalle guardie svizzere e dal ministro Tremonti poco istituzionali tanto da far ipotizzare le sue dimissioni. Considera le dimissioni dalla presidenza della banca della Santa Sede una ipotesi credibile?    Non so. Ma, per il bene dello Ior, spero che venga lesta-mente rispedito a casa.

di Sandra Amurri IFQ

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