Archive for settembre, 2008

30 settembre 2008

Malalai Kakar: “Libererò le donne”. Uccisa la poliziotta che sfidava i taleban

Malak
Il burqa lo indossava solo per necessità di lavoro. Quando si infiltrava sotto copertura nelle case dove sospettava ci fossero donne vittime di violenze e sopraffazioni. Ma nelle interviste alle tv – e ne aveva fatte parecchie, perché era probabilmente la donna afghana più famosa – Malalai Kakar mostrava il volto con orgoglio. Un orgoglio tutto pashtun. Kakar è una delle tribù più antiche potenti e onorate del Sud dell’Afghanistan, e Malalai veniva da una famiglia (o meglio clan) con grandi tradizioni militari. Il padre e i fratelli erano poliziotti nel Paese prima dei taleban e lei, nata nel 1967, era andata a scuola ai tempi del re Zahir Shah e nei primi anni della repubblica quando, almeno nelle grandi città, anche la bambine potevano studiare, alcune fino alle superiori. Poi, fatto inusuale anche prima del taleban, aveva frequentato il corso per divenire poliziotta, una delle prime: era stata arruolata nel 1988.

L’arrivo al potere degli studenti coranici, nel 1996, l’aveva costretta la lasciare il Paese, come altri tre milioni di profughi. Era tornata subito dopo la caduta del regime islamico, alla fine del 2001. E subito, la prima fra le donne, si era arruolata nella nuova polizia afghana: sul fronte, nel difficilissimo tentativo di ripristinare l’autorità di uno Stato laico nel profondo Sud del Paese, la culla dei taleban. Due anni fa, come massimo atto di sfida, aveva assunto la direzione del Dipartimento crimini contro le donne di Kandahar.

Malalai Kakar è stata uccisa ieri mattina, davanti casa sua. Era era appena salita in auto per raggiungere il suo ufficio. Un commando ha aperto il fuoco: Kakar è stata colpita alla testa ed è morta sul colpo. Uno dei suoi sei figli è rimasto gravemente ferito. Un paio d’ore dopo l’assassinio è stato rivendicato dai taleban: «Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo abbiamo eliminato il bersaglio», ha detto un portavoce, Yousuf Ahmadi. Non era un bersaglio facile, Malalai Kakar. Quattro anni fa un altro gruppo di fuoco aveva provato ad assassinarla, per strada. L’avevano mancata al primo colpo, lei aveva risposto al fuoco e ucciso tre dei killer, con tre colpi di pistola a distanza ravvicinata. L’episodio che la rese celebre, anche in Occidente. In un’intervista del 2004 alla Bbc, rivelò di indossare il burqa durante il lavoro: una sua scelta, nessuno l’aveva forzata a farlo, e in molte occasioni si era rivelato utile durante le perquisizioni.

«Ricordo di quella volta che scoprii una donna e sua figlia incatenati al letto – raccontava nell’intervista -. La donna era vedova e i familiari l’avevano passata in moglie al cognato, che però l’aveva legata al letto per dieci giorni a pane e acqua. L’ho liberata e ho liberato molte donne dalla schiavitù dei loro uomini. Per questo le donne che mi amano e mi fanno sentire forte contro le minacce di morte». L’intervista era stata ripresa più volta dal canale di Stato afghano. Un specie di manifesto, di dichiarazione di indipendenza delle donne afghane.

Qualche risultato è stato ottenuto. Nelle ultime elezioni ha votato il 40 per cento delle donne. Ma nel Sud la realtà è molto diversa: la scuola, per le bambine, è praticamente inesistente; continuano le fustigazioni pubbliche, le minacce di morte agli insegnanti che lavorano nei rari istituti per ragazze. Secondo una stima dell’Unicef, l’80 per cento delle bambine tra i 7 e i 12 anni, non frequenta le lezioni, tra i maschi al percentuale è del 40. Nel Sud solo il 20 per cento delle donne ha votato. In Uruzgan, remota provincia nell’Afghanistan centrale, la percentuale non ha superato il 2.

Far valere i diritti delle donne, come voleva Malalai Kakar, in quelle province equivale a spostare le montagne. E vivere con una condanna a morte che pende sulla testa. Le poliziotte afghane, poche decine, sono braccate come e più dei colleghi maschi. Lo scorso giugno, nella provincia di Herat, quella dei militari italiani, un altro gruppo di guerriglieri, in motocicletta, ha ucciso a raffiche di kalashnikov l’ufficiale Bibi Hoor, 26 anni. Negli ultimi sei mesi, secondo i dati del ministero degli Interni, 750 poliziotti sono morti in scontri a fuoco con i taleban, saltati in aria sulle mine di strada, dilaniati da attacchi suicidi. Nei primi otto mesi, invece, le perdite tra le forze occidentali (l’Isaf a guida Nato e prevalentemente europea, e la tutta americana Enduring Freedom) sono quasi duecento, quindici al mese. Sono in arrivo rinforzi francesi, britannici e soprattutto americani, ottomila uomini. L’Isaf è destinata a raggiungere le 55 mila unità, più circa i 25 mila americani di Enduring Freedom. L’esercito nazionale afghano dovrebbe arrivare a 120 mila uomini nel 2010, il doppio di adesso, e anche le forze di polizia sono destinate crescere di almeno il 50 per cento. Ma difficilmente troveranno qualcuno in grado di sostituire Malalai Kakar.

 
di Giordano Stabile lastampa.it
Kakar01g
 
26 settembre 2008

Bambini stranieri soli in Italia: quanto poco ne sappiamo e quanto poco facciamo

minori

Chi sono e quanti sono?

Vengono tecnicamente definiti “Minori non accompagnati”. Si tratta di bambini che, come stabilisce il DPCM 535/99, vivono nel nostro Paese senza avere la cittadinanza italiana (o di altri stati dell’UE) e senza la presenza dei genitori o altri adulti che li assistano e ne siano formalmente responsabili. Difficile pensare a soggetti più vulnerabili tra chi vive nel Belpaese.

Quello dei bambini stranieri soli è un fenomeno cresciuto in modo rilevante nel corso degli anni Novanta assieme all’immigrazione. Al fine di quantificarlo e monitorarlo è stato istituito il “Comitato per i minori stranieri” (CMS), operativo ormai da dieci anni (art. 33 D.Lgs. n. 286, 25.07.1998). Secondo i dati più aggiornati raccolti dal CMS, al primo gennaio 2008 i bambini stranieri extracomunitari soli risultano essere oltre 7.500. Si tratta però di una sottostima, che risente della grande difficoltà sia di individuarne la presenza sul suolo italiano (tipicamente entrano clandestinamente) sia di accertarne lo status una volta fermati, essendo la grande maggioranza dei bambini soli sprovvista di documenti. L’organizzazione Save the Children, ad esempio, ha raccolto testimonianze di come in molti casi i minori immigrati al momento dell’identificazione dichiarino di essere maggiorenni sperando così di non essere trattenuti e di trovare poi più facilmente un lavoro.

Va poi considerato che dal primo gennaio 2007 i bambini rumeni e bulgari sono diventati comunitari e quindi non più di pertinenza del CMS, ma la problematicità della loro condizione non è certo risolta. Al 31 dicembre 2006, quando ancora venivano registrati, i rumeni costituivano ben un terzo dei “minori non accompagnati”, risultando la comunità di gran lunga più rappresentata. La problematicità dei minori di tale nazionalità appare del resto anche da altre fonti: nel 2006, ad esempio, su 11.413 minorenni stranieri denunciati, il 38% era rumeno. Seguivano, a distanza, i provenienti dal Marocco con il 14% (cfr. http://giustiziaincifre.istat.it/).

ingrandisci fig.1_rosina_bambinistranieri.jpgLa distribuzione dei bambini soli per cittadinanza al primo gennaio 2008 (Figura 1) non riflette necessariamente la gerarchia delle presenze straniere adulte. Sovrarappresentate tra i primi sono soprattutto le provenienze da Palestina, Afghanistan e Iraq, nazionalità queste che non risultano tra le 15 comunità complessivamente più numerose in Italia. Un dato che suggerisce come il fenomeno abbia proprie caratteristiche specifiche. Va in aggiunta considerato che tra i “minori non accompagnati” prevale ampiamente il sesso maschile (oltre il 90% dei casi), ed è comunque rilevante la quota dei più piccoli (gli under 15 sono un quarto del totale).


Cosa facciamo per loro?

Secondo una recente indagine dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), sono 1.110 i Comuni che tra il 2004 e il 2007 hanno preso in carico un minore straniero non accompagnato, concentrati soprattutto in Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Tra gli aspetti problematici messi in luce vi è l’elevato onere economico sul welfare locale (si stima un costo medio per Comune di circa 170 mila euro) e un quadro normativo definito “complicato e ambiguo”, che rende frammentata e molto diversificata la risposta che a questo delicato fenomeno viene data sul territorio nazionale. Un ultimo dato che denota la poca efficacia delle misure adottate è anche il fatto che la grande maggioranza dei minori (oltre il 60%) fugge dalle strutture di prima accoglienza alle quali è affidato.

Nonostante quindi i progressi degli ultimi dieci anni, le misure di risposta a questo delicato e complesso fenomeno rimangono insoddisfacenti. Allo stato attuale, una parte rilevante del fenomeno rimane invisibile, la maggioranza dei minori fermati fugge dai centri ospitanti, i costi per i Comuni sono considerati molto rilevanti, le modalità di azione sul territorio sono molto diversificate conseguenza di un quadro normativo poco chiaro.

Dal punto di vista delle risorse, la Legge Finanziaria 2008 del precedente Governo aveva aumentato il Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati, che andava a beneficio anche dei minori non accompagnati. Nel marzo 2008 la Corte Costituzionale (sentenza 50/2008), pur riconoscendone l’importanza e l’utilità, ha però dichiarato incostituzionale tale Fondo perché riguarda materie di competenza locale e non solo statale. I Comuni dicono di sentirsi abbandonati a se stessi nell’affrontare questo problema e quando lo Stato se ne occupa si trova con le mani legate. Nel frattempo si consolida il numero di minorenni stranieri ospitati dal sistema penitenziario italiano. Se il peso degli stranieri sugli under 18 residenti è pari circa al 6%, sono invece di cittadinanza non italiana ben il 60% degli ingressi negli istituti penali per minori (http://www.giustizia.it/minori/indice.htm ).

di Alessandro Rosina www.neodemos.it

Per saperne di più

 “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. Quarto rapporto 2007-2008” (scaricabile dal sito di Save the Children: http://www.savethechildren.it/ )

“Minori stranieri non accompagnati. Secondo Rapporto Anci 2007” (scaricabile dal sito dell’ANCI: http://www.anci.it/)

25 settembre 2008

La corruzione nel mondo 2008

in_focus_large

Persistently high corruption in low-income countries amounts to an “ongoing humanitarian disaster”

Against a backdrop of continued corporate scandal, wealthy countries backsliding too

With countries such as Somalia and Iraq among those showing the highest levels of perceived corruption, Transparency International’s (TI) 2008 Corruption Perceptions Index (CPI), launched today, highlights the fatal link between poverty, failed institutions and graft. But other notable backsliders in the 2008 CPI indicate that the strength of oversight mechanisms is also at risk among the wealthiest.

“In the poorest countries, corruption levels can mean the difference between life and death, when money for hospitals or clean water is in play,” said Huguette Labelle, Chair of Transparency International. “The continuing high levels of corruption and poverty plaguing many of the world’s societies amount to an ongoing humanitarian disaster and cannot be tolerated. But even in more privileged countries, with enforcement disturbingly uneven, a tougher approach to tackling corruption is needed.”

The 2008 Results

The Transparency International CPI measures the perceived levels of public-sector corruption in a given country and is a composite index, drawing on different expert and business surveys. The 2008 CPI scores 180 countries (the same number as the 2007 CPI) on a scale from zero (highly corrupt) to ten (highly clean).

Denmark, New Zealand and Sweden share the highest score at 9.3, followed immediately by Singapore at 9.2. Bringing up the rear is Somalia at 1.0, slightly trailing Iraq and Myanmar at 1.3 and Haiti at 1.4.

While score changes in the Index are not rapid, statistically significant changes are evident in certain countries from the high to the low end of the CPI. Looking at source surveys included in both the 2007 and 2008 Index, significant declines can be seen in the scores of Bulgaria, Burundi, Maldives, Norway and the United Kingdom.

Similarly, statistically significant improvements over the last year can be identified in Albania, Cyprus, Georgia, Mauritius, Nigeria, Oman, Qatar, South Korea, Tonga and Turkey.

Strengthening oversight and accountability

Whether in high or low-income countries, the challenge of reigning in corruption requires functioning societal and governmental institutions. Poorer countries are often plagued by corrupt judiciaries and ineffective parliamentary oversight. Wealthy countries, on the other hand, show evidence of insufficient regulation of the private sector, in terms of addressing overseas bribery by their countries, and weak oversight of financial institutions and transactions.

“Stemming corruption requires strong oversight through parliaments, law enforcement, independent media and a vibrant civil society,” said Labelle. “When these institutions are weak, corruption spirals out of control with horrendous consequences for ordinary people, and for justice and equality in societies more broadly.”

Global fight against poverty in the balance

In low-income countries, rampant corruption jeopardises the global fight against poverty, threatening to derail the UN Millennium Development Goals (MDGs). According to TI’s 2008 Global Corruption Report, unchecked levels of corruption would add US $50 billion (€35 billion) – or nearly half of annual global aid outlays – to the cost of achieving the MDG on water and sanitation.

Not only does this call for a redoubling of efforts in low-income countries, where the welfare of significant portions of the population hangs in the balance, it also calls for a more focussed and coordinated approach by the global donor community to ensure development assistance is designed to strengthen institutions of governance and oversight in recipient countries, and that aid flows themselves are fortified against abuse and graft.

This is the message that TI will be sending to the member states of the UN General Assembly as they prepare to take stock on progress in reaching the MDGs on 25 September, and ahead of the UN conference on Financing for Development, in Doha, Qatar, where commitments on funding aid will be taken

Prof. Johann Graf Lambsdorff of the University of Passau, who carries out the Index for TI, underscored the disastrous effects of corruption and gains from fighting it, saying, "Evidence suggests that an improvement in the CPI by one point [on a 10-point scale] increases capital inflows by 0.5 per cent of a country’s gross domestic product and average incomes by as much as 4 per cent."

Corporate bribery and double standards

The weakening performance of some wealthy exporting countries, with notable European decliners in the 2008 CPI, casts a further critical light on government commitment to reign in the questionable methods of their companies in acquiring and managing overseas business, in addition to domestic concerns about issues such as the role of money in politics. The continuing emergence of foreign bribery scandals indicates a broader failure by the world’s wealthiest countries to live up to the promise of mutual accountability in the fight against corruption.

“This sort of double standard is unacceptable and disregards international legal standards,” said Labelle. “Beyond its corrosive effects on the rule of law and public confidence, this lack of resolution undermines the credibility of the wealthiest nations in calling for greater action to fight corruption by low-income countries.” The OECD Anti-Bribery Convention, which criminalises overseas bribery by OECD-based companies, has been in effect since 1999, but application remains uneven.

Regulation, though, is just half the battle. Real change can only come from an internalised commitment by businesses of all sizes, and in developing as well as developed countries, to real improvement in anti-corruption practices.

Fighting corruption: A social compact

Across the globe, stronger institutions of oversight, firm legal frameworks and more vigilant regulation will ensure lower levels of corruption, allowing more meaningful participation for all people in their societies, stronger development outcomes and a better quality of life for marginalised communities.

############

click to see the CPI table and Sources
click to download the complete media pack

Noi siamo al 55mo posto in discesa di 15 posti rispetto al 2007. transparency_international1

24 settembre 2008

Gomorra fronte del nord

Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l’assalto camorrista. Con il gioco d’azzardo, il racket, l’ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: ‘Fatti da parte’

 
L’arresto di Francesco Schiavone detto ‘Sandokan’
 
Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c’è gente che le pistole le usa davvero. "Gli interessi dell’organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell’Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L’interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni ’70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa….".

Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent’anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l’ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto ‘e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l’ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall’occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l’Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell’assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

Giochi d’azzardo
Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell’Alta velocità. Si comincia quindi dall’industria dell’allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un’Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.

Rivelazioni pagate a caro prezzo
Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l’altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l’affresco dell’arrembaggio malavitoso.

Soldi facili
La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. "Accadeva tra l’89 e il ’90. All’epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria". Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro "perché mi sentivo sfruttato".
Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire "in regime di monopolio". La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. "Venimmo a sapere che c’era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell’attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale": una delegazione che somma diverse condanne all’ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l’imprendibile latitante Antonio Iovine. "Nell’incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l’inutilità del loro intervento, dando del ‘drogato’ a Maniero". L’atteggiamento cambia nei confronti della ‘ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d’origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. "Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto…".

 
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere
 
Caccia all’uomo
Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell’Autosole. C’è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all’ultimo momento arriva un’auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all’altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l’esecuzione.

La legge del clan
Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. "Nel 1995 Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti". La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c’è un’osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal ’93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. "Partecipai a una riunione con l’ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia". I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.

Scacco alle due torri
"Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici". Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d’azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell’allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un’ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l’asse delle opere più

importanti in ballo: l’Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c’è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.
La dama bianca
In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, ‘il ministro dei rifiuti’ della camorra, descrivendo l’ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano ‘criature’, ossia bambini. Ma l’amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?
 
di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi per http://espresso.repubblica.it/
camorra
22 settembre 2008

Zygmunt Bauman: Una volta si temevano lupi e briganti oggi si teme l’ignoto. Ed è molto peggio.

zygmunt-bauman

Professor Bauman, nel suo ultimo saggio “Paura Liquida” lei scrive che si è creato una sorta di dipendenza dalla paura. Ma l’umanità non l’ha già sperimentata nei secoli bui?

Nei tempi bui l’umanità l’ha sperimentata, eccome! Lucine Febbre sintetizza alla perfezione quest’esperienza della vita premoderna con una frase laconica:

“Peur tuoujours, peur partout!”. Il mondo  oltre la siepe è stato a lungo avvolto dall’oscurità, che poi simboleggia l’Ignoto, fonte prima di paura. E c’erano tanti altri validi motivi d’ansia: i lupi nelle foreste, i briganti per strada, i soldati spietati, le malattie incurabili, gli esattori senza scrupoli, i signori crudeli.

E allora, qual è la differenza?

È già suggerita da quest’elenco: allora quasi ogni paura aveva un nome. Mentre oggi le nostre paure non lo hanno, sono fluttuanti, disancorate. Non sappiamo da dove vengano, né dove e quando saremo colpiti. Alcuni analisti contemporanei hanno parlato di “paura ambientale”. Come se le minacce e i pericoli ci aspettassero ovunque – sulla strada, a casa o al lavoro, in camera da letto o in bagno, nelle forze cieche della natura o nell’umana perspicacia, nella proliferazione delle armi leggere o sugli scaffali traboccanti di cibo dei negozi, nel riscaldamento globale e nella scarsità di carburante. Ogni edizione dei quotidiani aggiunge nuove voci al nostro elenco delle paure. C’è poi un’altra netta differenza nel rapporto tra aspettative e realtà: i nostri avi si erano riconciliati con la temibilità del mondo, l’inevitabilità della sofferenza e l’ubiquità del male, e credevano anzi che così dovesse essere: per scontare originale.

E adesso, invece?

Siamo nati in un mondo che ha proclamato la fine imminente di ogni pena e sofferenza, e quindi anche dei motivi per  temerle. La modernità ha dichiarato guerra alla paura: non a caso Freud ha definito la civiltà come un marchingegno per infondere sicurezza, o dare la sensazione di essere protetti. E invece, giorno dopo giorno, siamo sempre più subissati da eventi che ci dimostrano il contrario.

Cos’è che è andato storto?

La modernità, con l’aiuto della razionalità scientifica e della tecnologia, si era prefissa il compito di conquistare, a favore degli umani, il dominio sulle forze cieche della natura, che distribuisce a caso i suoi dolorosi colpi. E ora si scopre che questo sforzo è stato solo un lunghissimo giro a vuoto, per tornare al punto di partenza, in condizioni peraltro sempre più scomode  e con minori illusioni, come dimostrano bene le siccità e le alluvioni, i terremoti e gli uragani. La natura è tutt’altro che domata o controllata dalla ragione, mentre proprio le azioni umane, con la loro pretesa razionalità, portano a conseguenze che ricordano da vicino la furia spaventosa e imprevedibile della Natura. La lunga storia del progresso moderno insegna che i nostri sforzi per neutralizzare alcune cause delle nostre paure ne fanno sorgere di nuove, non meno numerose e terrificanti di quelle che credevamo vinte.

Perché manipolare la paura procura sempre più consenso politico?

Sia che si battano per conquistare il potere sia che si sforzino di mantenerlo, i politici tendono a capitalizzare le ansie e i timori del loro elettorato. E questo non deve stupirci. Lo Stato moderno giustizia il proprio diritto a governare e a esigere dai propri cittadini facendo leva sui servizi che offre, e in primis sulla protezione contro ogni  minaccia alla loro incolumità. Per buona parte della storia moderna, le incognite ansiogene contro le quali lo Stato prometteva la sua protezione erano per lo più legate agli imprevedibili capricci del mercato occupazionale: il rischio di perdere il lavoro e con esso il proprio ruolo nella società e la capacità di guadagnarsi da vivere, di non poter crescere i propri figli o garantire un tetto alla famiglia.

Modello sul viale del tramonto?

Oggi, questa promessa è sempre più disattesa dagli Stati, che lasciano ai singoli individui la responsabilità di procacciarsi i mezzi di sussistenza, una posizione sociale, un livello di vita decente. Questa tendenza a ritirarsi dagli obblighi del passato – o in altri termini, il lento ma costante smantellamento dello Stato sociale – sta erodendo la legittimazione tradizionale del potere statuale.

Che così cerca nuove vie per ottenerlo?

Si, da qui il bisogno di trovare cause sostitutive di insicurezza; e talvolta, quando non bastano a generare un sufficiente capitale di paure, di crearle o di gonfiarle ad arte. Perciò non c’è da stupirsi se i politici tendono a rilanciare le minacce alla sicurezza personale e all’incolumità fisica dei cittadini, esagerandone la portata: così dimensionano automaticamente la gravità di ogni altro timore, e possono presentarsi agli elettori come i loro custodi, pronti a proteggerli e salvarli. In altri termini, stende a trasferire la promessa della sicurezza sociale a quello dell’incolumità personale. Per esempio, l’ansia prodotta dal timore di complotti o furti ad opera degli stranieri, da una mendicità invadente, degli scassinatori o ladri di auto, dai reati sessuali, dal commercio di cibi adulterati o tossici.

Queste non sono solo paranoie?

Non sono preoccupazioni necessariamente immaginarie, ma il punto principale è che non sono queste le vere ragioni, e meno ancora le cause primarie delle paure dei giorni nostri, Hanno però il vantaggio di consentire ai politici di presentarsi in tv, a milioni di persone, come valorosi campioni pronti a proteggere i propri elettori, sventando così per un po’ il pericolo dell’insubordinazione popolare e del dissenso.

Com’è cambiata l’idea di futuro?

Per rispondere ci vorrebbe un libro. In questi ultimi due anni siamo stati colti di sorpresa da nuove e temibili sfide individuali e collettive, per molti versi senza precedenti. Fronteggiamo la possibilità di un’impennata  dei prezzi dei generi alimentari al di là del poter d’acquisto di milioni di persone che si erano ormai abituate all’idea di non dover mai più patire la fame. Il rincaro dei carburanti mette a rischio le basi stesse dello stile di vita con cui sono cresciute le attuali generazioni. Le più formidabili fortezze della produzione industriale falliscono o sono smantellate, delocalizzate. La globalizzazione progressiva del consumismo è giunta ormai al punto in cui questo stile di vita sta diventando semplicemente insostenibile, tanto che con ogni probabilità assisteremo nei prossimi anni a una competizione sempre più accanita per la conquista di risorse ormai scarse a livello planetario, e a un radicale processo di redistribuzione in termini di opportunità e di tenore di vita. Cominciamo solo ora a intuire questi nuovi sviluppi.

Previsioni a breve termine?

Passerà molto tempo, e l’umanità soffrirà molto prima che si trovi un accordo su come affrontare queste sfide. Lo aveva già detto Immanuel Kant più di due secoli fa: la solidarietà del genere umano non è solo un sogno bello e nobile, ma una necessità pressante, un “essere o non essere”, una questione di vita o di morte. Mai prima d’ora ci siamo trovati davanti una simile sfida. Abbiamo assoluto bisogno di una lunga e approfondita riflessione sulle nostre priorità e su come vivere la nostra vita; e forse dovremo procedere a una revisione di fondo per entrambe le cose. Ancora una volta nella storia dell’umanità il nostro futuro sta diventando una grande incognita: il regno dell’Ignoto, dove la paura ha il suo habitat naturale. La paura può paralizzare, ma anche spingere all’azione. In nome del nostro comune futuro e di quello dei nostri figli e nipoti, dobbiamo sperare che la nostra scelta vada nella seconda direzione.

 

(p.z.)

paura_liquida

 

18 settembre 2008

Pronto il bavaglio per Internet

internet1

l professor Lawrence Lessig, un autorevole giurista della Stanford University, nel rivolgersi al pubblico che quest’anno presenziava alla conferenza Brainstorm Tech – organizzata da Fortune a Half Moon Bay, in California – ha dichiarato che «sta per accadere una specie di ‘11 settembre di internet’», un evento che catalizzerà una radicale modifica delle norme che regolano la Rete.

Lessig ha anche rivelato di aver appreso nel corso di un pranzo con l’ex “Zar” governativo del controterrorismo, Richard Clarke, che c’è già un ‘cyber-equivalente’ del Patriot Act, una sorta di ‘Patriot Act per la Rete’, mentre il Dipartimento della Giustizia è in attesa di un evento cyber-terroristico per poterne applicare le norme.

Durante una sessione di un gruppo di discussione…

intitolata “2018: Vita sulla Rete”, Lessig ha dichiarato:

Sta per accadere una specie di ‘11 settembre di internet’ (“an i-9/11 event” nell’originale, NdT). Il che non significa necessariamente un attacco di al-Qā‘ida, bensì un evento in cui l’instabilità o l’insicurezza di internet diventi manifesta durante un fatto doloso che poi ispira al governo una reazione. Dovete ricordarvi che dopo l’11 settembre il governo ha predisposto il Patriot Act in appena 20 giorni e lo ha fatto approvare».

«Il Patriot Act è bel mattone e ricordo qualcuno che chiedeva a un funzionario del Dipartimento della Giustizia come avessero fatto a scrivere un cosi vasto corpus giuridico in così poco tempo, e ovviamente la risposta fu che esso se ne era stato buono buono dentro i cassetti ministeriali per tutti gli ultimi 20 anni, in attesa di un evento che lo avrebbe fatto tirar fuori di lì.»«Naturalmente il Patriot Act è pieno di ogni sorta di follia su come i diritti civili vengono protetti, o non protetti in questo caso. Perciò mentre pranzavo assieme a Richard Clarke gli ho chiesto se ci fosse un equivalente, se c’era per caso un ‘Patriot Act per la Rete’ dentro qualche cassetto, in attesa di un qualunque considerevole evento da usare come pretesto per cambiare radicalmente il modo in cui funziona internet. Disse: “Naturalmente sì”».

Lessig è il fondatore del Center for Internet and Society alla Stanford Law School. È membro fondatore di Creative Commons, fa parte del consiglio di amministrazione della Electronic Frontier Foundation nonché del Software Freedom Law Center.
È ancora più noto quale proponente di riduzioni nelle restrizioni legali nei confronti dei diritti d’autore, dei marchi e dello spettro delle frequenze radio, specie nelle applicazioni tecnologiche.
Questi non sono dunque i vaneggiamenti di un qualche smanettone paranoico.

Il Patriot Act, così come il meno conosciuto provvedimento denominato Domestic Security Enhancement Act 2003 (altrimenti noto come Patriot Act II), sono stati universalmente condannati dai difensori dei diritti civili e dai costituzionalisti collocati lungo tutto l’arco delle posizioni politiche. Queste leggi hanno sguarnito i diritti fondamentali e modellato quel che perfino i critici più moderati hanno definito come un “controllo dittatoriale” ceduto al presidente e al governo federale.
Molti credono che la legge fosse una risposta agli attentati dell’11/9, ma la realtà è che il Patriot Act è stato preparato ben prima dell’11/9 e se ne stava in sospeso, pronto per un evento che ne giustificasse l’applicazione.

Nei giorni successivi agli attentati, la legge fu approvata dalla Camera dei Rappresentanti con una maggioranza di 357 a 66. Al Senato fu approvata con 98 voti a favore e un solo voto contrario. Il parlamentare repubblicano texano Ron Paul dichiarò al «Washington Times» che a nessun membro del Congresso fu nemmeno consentito di leggere il provvedimento.

Ora scopriamo che quasi la stessa normativa restrittiva per le libertà è stata già preparata per il cyberspazio.
Un “11 settembre di internet”, così come descritto da Lawrence Lessig, offrirebbe il pretesto perfetto per applicare simili restrizioni in un solo colpo, nonché di offrire la giustificazione per emarginare ed eliminare specifici contenuti e informazioni presenti nel web.

Un tale evento potrebbe presentarsi nella forma di un grande attacco virale, un hacking dei sistemi di sicurezza o dei trasporti ovvero di altri sistemi vitali di una metropoli, o una combinazione di tutte queste cose. Considerando la quantità di domande senza risposta riguardanti l’11/9 e tutti gli indizi sul fatto che fosse un’operazione deviata sotto copertura, non è difficile immaginare un evento simile dispiegarsi nel cyberspazio.
Tuttavia, anche lasciando perdere qualsiasi “11 settembre di internet” o “Patriot Act per la Rete”, c’è già uno sforzo coordinato mirante a circoscrivere il raggio d’azione e l’influenza di internet.

Abbiamo instancabilmente lanciato l’allarme su questo movimento generale teso a restringere, censurare, controllare a alla fine bloccare del tutto internet così come oggi la conosciamo, uccidendo in quel modo le ultime vere vestigia della libertà di parola oggi nel mondo ed eliminando il più grande strumento di comunicazione e informazione mai concepito.

I nostri governi hanno pagine e pagine di norme compilate per mettere le ganasce all’attuale Rete. provvedimenti quali il PRO-IP Act del 2007 /H.R. 4279, inteso a creare uno ‘zar degli IP’ presso il Dipartimento della Giustizia, oppure l’Intellectual Property Enforcement Act of 2007/S. 522, mirante a creare un intera “rete di rafforzamento della proprietà intellettuale”. Non sono che due esempi.
Inoltre, abbiamo già visto in che modo i più grandi siti web privati e i social network si stiano concentrando e convergano per realizzare sistemi onnicomprensivi di identificazione, verifica e accesso che sono stati descritti dal fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, come «l’inizio di un movimento e l’inizio di un’industria.»
Alcune di queste grandi società tecnologiche hanno già unito gli sforzi su progetti quali la Information Card Foundation, che ha proposto la creazione di un sistema di carte d’identità per internet che saranno richieste per entrare in Rete. Naturalmente un tale sistema darebbe a chi lo gestisse la capacità di rintracciare e controllare l’attività degli utenti con molta più efficacia. Questo è solo un esempio.

Non basta. Come abbiamo già raccontato, i più grandi hub dei trasporti, come St. Pancras International, o anche le biblioteche, le grandi imprese, gli ospedali e altre grandi strutture aperte al pubblico che offrono internet wi-fi, stanno mettendo in lista nera i siti web di informazione alternativa rendendoli del tutto inaccessibili ai loro utenti.

Questi precedenti sono semplicemente il primo indicatore di quanto viene pianificato per internet nei prossimi 5-10 anni, con il web ‘tradizionale’ in via di divenire poco più che una vasta banca dati spionistica che cataloga ogni attività delle persone e le bombarda di pubblicità, mentre coloro che si conformano al controllo e alle regole centralizzate saranno liberi di godere del nuovo e velocissimo Internet 2.

Dobbiamo parlar chiaro riguardo a questa spinta irruente che mira ad applicare meccanismi di stretto controllo sul web, e farlo ADESSO prima che sia troppo tardi, prima che la spina dorsale di un internet libero si rompa e il suo corpo diventi in sostanza paralizzato senza rimedio.

 

PrisonPlanet , traduzione di Pino Cabras
Bavaglio

17 settembre 2008

Milton Friedman all’italiana, neoliberismo e tax-payers.

Pennac

Il decreto finanziario è un  "mix di populismo neoliberista e di decisionismo compassionevole ha di mira il welfare, il lavoro e i servizi pubblici, per i quali saranno nefasti la deregulation, i tagli selvaggi ai Comuni e alle Regioni, il definanziamento della sanità, le privatizzazioni.

Giorgio Ruffolo ha individuato nelle mancate risposte al dilagare di edonismo, egoismo e consumismo la ragione fondamentale per cui il centrosinistra perde le elezioni. Il suo ragionamento è così riassumibile. Il capitalismo, grazie al progresso tecnologico, riduce lo sfruttamento sistematico del lavoro – anche se questo davvero non scompare e non solo nel Sud del mondo – e, al tempo stesso, produce masse enormi di beni di consumo, il che da una parte sposta quote di sfruttamento sulla natura, dilapidata e saccheggiata in modi senza precedenti, dall’altra, con la stimolazione dell’edonismo materialistico e dell’«incontinenza consumistica», fa emergere nuove contraddizioni, soprattutto culturali, ecologiche, morali, prima fra tutte l’incapacità di risolvere, a fronte dell’accumulazione di grandi profitti e grandi ricchezze, il problema della fame nel mondo. Sono queste le contraddizioni che il centrosinistra non riesce a mettere a fuoco, attardato com’è «nell’inseguire una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale».

Sviluppare questa linea di ragionamento implica prendere molto sul serio non solo la questione del consumismo ma anche quella del «consumatore», figura ambigua ma sempre più spesso evocata in economia e in sociologia senza fare i conti con tutte le implicazioni che la sua generalizzazione ha sull’agenda politica, sulle istituzioni della responsabilità collettiva, sulla sfera pubblica. Come quella del contribuente la figura del consumatore è un’invenzione, secondo la quale il consumatore conosce perfettamente il proprio volere, fa scelte razionali e si aspetta che i produttori vi corrispondano. Eppure, nella retorica tipica del neoliberismo populista è l’identità collettiva dei cittadini che viene spezzata in tre differenziate figure: il contribuente, l’utente, il consumatore. Spezzare l’unità del cittadino rende possibile attribuire alle figure così differenziate interessi distinti e spesso divergenti. L’interesse del cittadino contribuente viene isolato dall’interesse del cittadino utente e questo dall’interesse del cittadino consumatore. In particolare, gli interessi dei cittadini contribuenti sono uguagliati ad avere servizi poco costosi con pratiche business like e questa equazione è posta alla base di progetti che sono un mix di decisionismo interventista (ma non di orientamento al bene comune) e di privatizzazione: fanno testo i propositi del centrodestra italiano in materia di Alitalia, di assetto delle Università, di trasformazione in spa degli ospedali pubblici. Non si tiene alcun conto del fatto che gli interessi del cittadino utente e quelli del cittadino consumatore potrebbero essere meno angusti e più convergenti, nè che i cittadini potrebbero nutrire aspirazioni a servizi di qualità complessa, incorporante adeguato spirito relazionale e interattivo. Un’equivalenza ideologizzata taglia fuori ogni altro orientamento sociale e politico verso il pubblico e le istituzioni collettive. La costruzione ideologico-discorsiva è duplice: un calcolo economico per la valutazione dei servizi pubblici è naturalizzato e la sconnessione tra tasse e servizi è approfondita. Anche la figura del consumatore viene costruita mediante visualizzazione ideologica delle attitudini del singolo verso il pubblico, esaltando il suo presunto attivismo – a fronte della passività che sarebbe sempre indotta dall’iniziativa dell’operatore pubblico – e il suo desiderio di scelta libera, a fronte del paternalismo supposto tipico dell’azione pubblica volta a promuovere il bene comune.

Contribuenti, utenti, consumatori vengono ad essere astrattizzati da ogni alto ruolo e posizione sociale. Così, però, vengono registrate diversità – nel consumo ciascuno manifesta differenti volontà – senza che si sia messi in grado di riconoscere le disuguaglianze connesse alla differenziazione sociale. E l’interesse pubblico viene smarrito entro una suddivisione «seriale», letteralmente una serie di scambi particolari e individualizzati, nella quale ciascun consumatore consuma una frazione di servizio, mentre il consumo collettivo dei servizi diventa invisibile e con esso la relazione tra «consumatori» e «produttori» . La sfera pubblica è frantumata perchè immaginata come un «campo di diversità» serializzate, irriflesse, giustapposte: contribuenti, utenti, consumatori, produttori, ma anche diverse comunità, diverse culture, diversi gruppi sociodemografici, tutti con interessi distinti. Il sociologo Clarke si chiede: «l’interesse pubblico può essere generato dalla sommatoria di campioni della popolazione per età, etnia, genere, orientamento sessuale o altre categorizzazioni sociodemografiche? Un pubblico così frammentato può essere adeguatamente consultato e rappresentato?».

Esattamente come la società per la Thatcher, l’«interesse pubblic» non esiste, se non come «serialità». L’individualismo atomistico porta da un lato a considerare con molto sospetto un interesse pubblico considerato inafferrabile, dall’altro ad attribuire importanza solo alla scelte private per i beni di mercato (o da ricondurre al mercato). Il rafforzamento del consumatore, e della sua facoltà di scelta, viene rappresentato come la via con cui contrastare il Leviathan dell’autorità statale e delle istituzioni pubbliche, il paternalismo, le burocrazie, lo strapotere di gruppi organizzati, tra cui gli odiatissimi sindacati. Le conseguenze sono chiare. Innanzitutto la natura di chi che viene scambiato e fornito passa del tutto in secondo piano, così come vengono oscurate le relazioni tra soggetti nel processo e il «contesto sociale» di tale fornitura. Inoltre il meccanismo della trasformazione sociale diventa l’exit, non la voice, ne la loyalty, vale a dire l’esternalizzazione viene esaltata a detrimento della partecipazione e dell’azione collettiva così come dell’interdipendenza e del senso di cittadinanza. La fondazione teorica è data da quella che Supiot definisce una «antropologa grossolana»: la società, ridotta alla somma delle utilità individuali, non ha più nè spessore nè architettura normativa, rimanendo in campo prevalentemente il diritto privato, strettamente necessario al rafforzamento di contratti privati, i quali diventano l’unica forma regolativa.

Si spiega perchè in questa prospettiva si erga a cifra dominante la privatizzazione di funzioni e servizi in precedenza pubblici. Un’avversione drastica e totale alla nozione di pubblico e di responsabilità collettiva fa della privatizzazione un totem al quale sacrificare ogni altra istanza. Nell’assunzione che il privato funzioni sempre più efficientemente del settore pubblico e offra più vaste possibilità di scelta al consumatore, il privato va sistematicamente favorito, magari foraggiato dal pubblico come quando, mediante l’acquisto di contratti di servizio, lo stato finanzia un’offerta privata di beni sociali e servizi. L’approccio privatizzatore oltranzistico crea le condizioni per uno slittamento anche della natura di chi che viene offerto: poichè si punta a far esercitare ai cittadini la cosiddetta sovranità del consumatore consentendo loro di trarre maggiore guadagno dall’agire delle forze competitive del mercato, i trasferimenti di benessere sociale avvengono nella forma cash e mediante voucher piuttosto che nella forma in-kind tipica del servizio pubblico. Voucher e trasferimenti cash (sotto forma monetaria diretta o sotto forma indiretta di sgravi fiscali nei quali si traduce anche il quoziente familiare) sono considerati sostenere la scelta del consumatore e stimolare la competizione nel mercato, rendendo disponibili beni e servizi che il governo non deve più fornire direttamente ma acquistare attraverso contralti. L’estensione del contrattualismo bilaterale privatistico invece dell’esercizio della terzietà della mediazione delle istituzioni pubbliche si configura così come l’altra faccia di quel processo di commodification (mercificazione) che è la vera base della generalizzazione della figura del «consumatore». "
 
Deregulation

16 settembre 2008

Acculturazione e acculturazione (“Sfida ai dirigenti della televisione”)

paso_sitting

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. U giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…

[L’articolo era apparso sul "Corriere della Sera" il 9 dicembre 1973 con il titolo "Sfida ai dirigenti della televisione" – L’ultima parte dell’articolo (la "sfida", appunto, non appare in Scritti corsari. Può essere reperita in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani (edizione diretta da Walter Siti, Mondadori 1999)]

acculturazione

16 settembre 2008

L’involuzione francese

parigi_luci
Comunione di pensiero tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e Benedetto XVI, alla sua prima visita in Francia. Stessa lunghezza d’onda tra due personaggi che tutto dovrebbe dividere, tra il presidente dall’allegra vita privata che preferisce i cantanti popolari e i rolex ai libri e l’intellettuale cattolico che ha trascorso la sua esistenza più tra palazzi storici e bibloteche che a contatto con la società reale. Una perfetta dimostrazione, nei tempi moderni, della cinica alleanza tra il trono e l’altare, in vista dell’instaurazione dell’ordine morale in un’epoca in cui i governanti, politici e ideologici, non riescono più a controllare una società multiforme, in cambiamento. Sarkozy ha un duplice obiettivo nel dare picconate alla laicità alla francese, operazione che ha messo in opera da quando è stato eletto all’Eliseo e che aveva anticipato quando era ministro degli interni: reintegrare nella scena politica interna i religiosi con funzioni di ordine pubblico soprattutto nei confronti dei giovani e sottolienare le «radici cristiane» dell’Europa per evitare il problematco allargamento dell’Ue alla Turchia. Per il papa la Francia rappresenta una terra di crociata ideale, un bastione (l’ultimo?) già ben minato alle fondamenta, del tanto deprecato pensiero laico, qui tradotto in leggi specifiche, che hanno permesso la convivenza pacifica in un paese che ha nella sua storia cent’anni di sanguinose guerre di religione. Il termine dell’intesa si chiama «laicità positiva». Un concetto di Sarkozy, che il Vaticano si è precipitato a fare suo, anche contro una certa reticenza dell’episcopato cattolico francese, più conscio dell’opposizione e della reazione di rigetto che può suscitare. Soprattutto quando questo concetto investirà la scuola, dai finanziamenti agli istituti privati fino alla questione dell’educazione religiosa. «Privarsi della religione sarebbe una follia», ha detto Sarkozy, addirittura «una colpa contro al cultura e contro il pensiero». Gli ha fatto eco Benedetto XVI, perorando «una nuova riflessione sul vero senso e sull’importanza della laicità». In un momento in cui la democrazia permette ai cittadini d’intervenire nello spazio pubblico senza paura, il papa sottolinea la «funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze». Sarkozy lo segue e invita la religione a intervenire nel dibattito di società sulle leggi bio-etiche, mentre rivendica, senza ridere, la «cristianità» del trattamento degli immigrati e dei poveri. Sarkozy e Benedetto XVI vanno molto lontano nella loro connivenza. Fino a rivendicare, da due pulpiti molto diversi, le famose «radici cristiane» dell’Europa. Un modo per escludere dal dialogo i laici, ma per trovare un’intesa con altri religiosi, sulla testa dei cittadini che, da qualuque cultura religiosa provengano – vale per i cattolici, per i protestanti, per gli ebrei, per i buddisti e per i musulmani – sono in grande maggioranza (lo dicono tutte le inchieste recenti, almeno in Francia) molto distanti dalle rispettive gerarchie.
 
di Anna Maria Merlo
sarko4
15 settembre 2008

Ecco la nuova lotta di classe.

Volpedomanagerpezzo

Quando si pensa alla lotta di classe si immaginano folle di tute blu vocianti o moltitudini di contadini scalcagnati e scamiciati – ma anche composti e dignitosi come nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo – che sfilano per rivendicare pane e lavoro.  Questa immagine è sbiadita come una vecchia fotografia, rimanda ad un mondo antico di cui si stanno perdendo le tracce. Non ci sono più quegli attori: il proletariato si è sfrangiato in mille componenti diverse e gli “ultimi” della società riflettono un caleidoscopio di etnie, costumi e culture che non può certo essere ricompattato in una classe sociale omogenea.

Ma se si è dissolta la lotta di classe fatta di scioperi e picchettaggi che aveva nel proletariato la sua spina dorsale, non per questo è scomparsa. Si è spostata di 180 gradi. Ha subito una rivoluzione copernicana. Non è più condotta dagli “ultimi”, bensì dai “primi”. Sono i detentori delle risorse economiche e politiche che prendono l’iniziativa per mantenere e rafforzare le posizioni acquisite a discapito degli altri. L’offensiva non passa più per le antiche vie contrattuali, sempre meno rilevanti in termini numerici e sempre più residuali per definire i rapporti di forza (anche se il tentativo di scardinare la contrattazione collettiva a favore di una contrattazione individuale indica una precisa linea di attacco), bensì per l’iniziativa pubblica, per il matrimonio d’interesse tra corporazioni economiche e potere politico celebrato dal governo Berlusconi.

Lo si è visto con uno dei primi provvedimenti del governo di centro-destra. Uno dei tanti, ma esemplare per la sua precisione chirurgica: l’eliminazione della tracciabilità degli onorari dei liberi professionisti, strumento efficace di contrasto all’evasione e al riciclaggio introdotto dal governo Prodi. Il messaggio non poteva essere più chiaro: sappiamo chi sono  “i nostri” e interveniamo subito in difesa dei loro interessi. E, specularmene, sappiamo che sono i “nemici”: i lavoratori dipendenti, soprattutto del settore pubblico, che votano a sinistra. Contro di loro si è scatenata una offensiva tambureggiante puntando alla delegittimazione morale al punto di affibbiare loro l’etichetta di “fannulloni”. Non basta. Mentre il ministro dell’Istruzione – che non sa nulla di scuola e università ma in compenso ha guadagnato l’avvocatura a Reggio Calabria (Ndb: è di Leno, Bs) decreta l’espulsione di decine di migliaia di insegnanti (ovviamente dei fannulloni) negli Stati Uniti i candidati alla presidenza fanno a gara a chi promette più interventi nel sistema educativo e Barack Obama arriva a dichiarare testualmente alla Convention democratica che “arruolerà legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse”.

Tutto questo perché nel sistema americano si crede ancora nell’istruzione, nella conoscenza e nella competenza come veicoli di successo professionale, mentre da noi la cultura, e chi lavora nel mondo dell’educazione sono trattati con sufficienza e mal sopportati, come un orpello inutile.

In fondo basta essere una bella soubrette per diventare ministro, perché consumarsi gli occhioni sui libri e al computer? Questo è il vero messaggio, subliminale e quindi autentico, della nomina di Mara Carfagna. Il resto è accessorio.

La lotta di classe impostata dal governo ha un obiettivo preciso: scardinare quel poco che è rimasto della classe operaia sindacalizzata, peraltro priva di una guida all0latezza della sfida, difender i lavoratori autonomi da ogni meccanismo regolativi e fiscale per riprendere la redistribuzione del reddito a loro favore avviata nel precedente governo Berlusconi (e incautamente ammessa anche dallo stesso superministro Tremonti) e, infine, spremere il ceto medio per compensare benefici alle altre componenti sociali – e per chi abbia dubbi in proposito basta leggere l’intervento, inquietante per usare un eufemismo, di Laura Pennacchi, “Un decisionismo (poco) compassionevole”, sull’ultimo numero della rivista “il Mulino”.

La difesa degli interessi corporativi implica un drenaggio di risorse dal lavoro dipendente, perché se si toglie l’ICI alle case (anche a quelle dei ricchi), si abbandona la lotta all’evasione fiscale (il crollo del gettito dell’Iva sta a dimostrare come il lavoro autonomo si sia immediatamente adeguato al nuovo clima), si rifinanziano i progetti faraonici come il ponte sullo stretto, e si fanno pagare a noi cittadini, anzi ai “tax-payers” come si dice nei paesi anglosassoni, le perdite dell’Alitalia lasciando i profitti agli happy few, in qualche modo bisogna trovare i soldi. È per questo che il governo si schiera in prima fila a fianco degli interessi corporativi contro il lavoro dipendente in una nuova versione della lotta di classe.

di Piero Ignazi (Professore ordinario all’Università di Bologna)
ignazi
12 settembre 2008

Completiamo l’opera di risanamento, oltre che dalla strada, via le prostitute dalla televisione e dalla politica.

Car2
Foto: Mara Carfagna
"A me la prostituzione fa orrore"
Ministro per le Pari Opportunità
10 settembre 2008

Biocarburanti: chi ha ragione?

biocarburanti

Il portavoce delle Nazioni Unite per le questioni inerenti il diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter, chiede all’Unione Europea e agli Stati Uniti di rivedere senza indugi la loro politica inerente agli aiuti per lo sviluppo dei nuovi biocarburanti. Si stima che tale produzione incida tra il 40% e il 75% sull’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli riscontrati negli scorsi mesi. A lungo termine questa nuova fonte non rappresenta una valida alternativa al petrolio; per la sua produzione servono infatti molta acqua ed energia con un impatto negativo sull’ambiente.

news.search.ch

Fame nel mondo? E’ colpa dei biocarburanti. Detto così può sembrare brutale ma questa è l’esatta percezione che sia ha del problema leggendo alcuni articoli giornalistici. L’ultimo nell’ordine di apparizione è "La fine del cibo" pubblicato sul Guardian di Londra. Pur partendo da dati reali e innegabili, la fame del mondo e l’ascesa dei biocarburanti, la comunicazione giornalistica accentua in modo esagerato (a nostro giudizio) il collegamento causa ed effetto tra questi due eventi. Spieghiamo il perché.

La fame del mondo non esiste da oggi

Il problema della fame del mondo è noto da almeno 50 anni. Il mercato dei biocarburanti è invece una novità di questi ultimi 2-3 anni. Fino a qualche anno fa era persino sconosciuta al pubblico l’esistenza del biofuel. I tassi di crescita a due cifre del biofuel fanno paura ma, lo ricordiamo, sono pur sempre dati "relativi", legati al fatto che precedentemente la produzione era ai minimi termini o addirittura nulla in molti paesi. In termini "assoluti" il mondo è quasi esclusivamente in mano alle fonti d’energia fossile (petrolio, gas, carbone). I biocarburanti sono una piccola eccezione… magari non a tutti gradita.

Il vero problema dei biocarburanti

Lester Brown, presidente della think thank Worldwatch Institute, sottolinea giustamente la connessione tra la crescita nella produzione dei biocarburanti e quella dei prezzi delle derrate agricole divenute loro malgrado un sostituto del costoso petrolio. In altri termini, se prima una derrata agricola destinata all’alimentazione costava 1 e il petrolio 100, utilizzando la derrata alimentare come sostituto del petrolio anche quest’ultima tende a crescere verso 100. Il prezzo del bene agricolo non terrà più in conto se la destinazione finale è al consumo alimentare o al consumo energetico. Indirettamente anche il prezzo dei prodotti da allevamento subisce la stessa sorte in quanto gran parte dei costi è costituito da prodotti agricoli (mangime). Ad esempio lo scorso anno il 20% del raccolto di granoturco negli USA è stato utilizzato per la produzione di etanolo. Nello stesso anno i prezzi dei generi di prima necessità come il pollo, il pane, la carne, il latte e le uova sono cresciuti del 7,5-10,0%. Lester Brown però pone l’accento soprattutto su altri due problemi: la crescita demografica mondiale e il cambiamento degli stili di vita in Asia e Cina, che ben poco hanno a che vedere con i biocarburanti.

In conclusione. E’ razionale che ci sia un legame tra prezzo di una materia prima e il prezzo finale dei beni prodotti tramite quest’ultima. E’ anche corretto preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine per la diffusione dei biocarburanti. Questo però non autorizza a colpevolizzare i biocarburanti dell’attuale fame nel mondo che ha ben altre origini. Basti pensare che:

  • Da cinquant’anni la politica agraria europea (PAC) si basa sul tenere i terreni incolti allo scopo di aumentare la redditività agricola, anche a costo di distruggere derrate alimentari. Donare il surplus agricolo ai paesi poveri per combattere la fame nel mondo avrebbe causato un ribasso del prezzo internazionale dei prodotti agricoli.
  • In Brasile, dove la produzione dei biocarburanti è già avviata da venti anni, soltanto il 4% della superficie coltivata è destinata alla produzione di bioetanolo.
  • La produttività dei farmers statunitensi è la più elevata al mondo.
  • Da sempre la crescita delle redditività agricole spinge al miglioramento della produttività dei suoli, del lavoro e delle tecniche. Non è pertanto detto che la crescita dei prezzi agricoli tenda al rialzo. E’ economicamente errato accomunare il trend del prezzo del petrolio, risorsa scarsa e non rinnovabile, con quello della produzione agricola, distribuita e concorrenziale.

L’attuale fame del mondo sembra pertanto essere causata più dalla Politica Agraria Comunitaria degli anni passati che dalla produzione futura dei biocarburanti.

www.ecoage.it

Biofuel

9 settembre 2008

Il danno pauroso che ci ha fatto paura

oli

Nella guerra al terrore i conti non tornano. Più si spende per contrastare gli attacchi, più questi si moltiplicano. Ma non da noi, in Medio Oriente. Lì le bombe islamiste hanno allungato il bollettino degli attentati da 50 nel 2001 a 4800 nel 2006. Investimenti ingentissimi, inefficaci e paradossali. Nello stesso periodo, infatti, anche il prezzo del petrolio è lievitato senza sosta. Dai 18 dollari al barile pre-11 settembre ai 150 toccati a giugno. Soprattutto grazie a due enzimi: la psicosi di attacchi contro i pozzi sauditi e il Patriot Act che, volendo prosciugare le finanze jihadiste, ha finito col rendere il dollaro moneta non grata facendola sprofondare ai minimi storici. Quando si dice l’eterogenesi dei fini. “Da questo punto di vista Bin Laden ha vinto” constata Loretta Napoleoni, “voleva minare l’economia USA e ci è riuscito. Anzi è la Casa Bianca ad aver fatto quasi tutto da sola con politiche boomerang”.

Se c’è un esperto al mondo di economia del terrorismo è lei. Romana con laurea alla Johns Hopkins University e master alla London School of Economics, questa polverizzatrice dei luoghi comuni che intossicano il discorso pubblico sulla sicurezza, ha un nuovo libro appena uscito, scritto con Ronald J.Bee. “I numeri del terrore. Perché dobbiamo avere paura.”

Dicevamo: tutto sbagliato, tutto da rifare?

“Giudicando dagli effetti direi tristemente di sì. La War on terror ci doveva difendere dagli attacchi. Invece li ha quasi centuplicati in Medio Oriente in soli cinque anni. Qualcuno dice: meglio da loro che da noi. Ma sbaglia perché, anche a prescindere dalla morale, quell’instabilità ci coinvolge in pieno”

In che senso?

“Ad esempio, la paura amplificata da politici cinici e media acritici di attacchi a Ras Tanura, il porto dal quale passa l’80 per cento del petrolio saudita, ha innescato una serie di aumenti legati alle aspettative di interruzioni di rifornimenti. Attentati virtuali, danni reali”.

Lei fa risalire molte responsabilità dell’attuale crisi economica al Patriot Act. Che rapporto c’è?

“Si è molto discusso delle conseguenze nefaste, di quella legge sui diritti civili, quasi niente di quelle sull’economia. Di fatto è anche una super norma antiriciclaggio internazionale. Monitorando ogni transazione in dollari che passasse da banche statunitensi, ha fatto perdere al dollaro il suo status di valuta degli scambi. L’hanno abbandonata sia i finanziatori della jihad sia gli uomini d’affari onesti. A tutto vantaggio dell’euro, che non ha regolamentazioni così strette. E i grandi produttori di greggio, per compensare il deprezzamento del biglietto verde, hanno giocato ulteriormente al rialzo. In una spirale che sembra inarrestabile”.

Quindi non meno insicuri e infinitamente più poveri: un bel uno-due…

“I danni collaterali non finiscono qui. Aggiungete – anzi, sottraete – i quattro trilioni di dollari della bolletta statunitense di Afghanistan e Iraq. La nascita dell’”industria del terrorismo” che ha visto schizzare le security firm da 5 a 40 mila negli ultimi sette anni, in un sempre più inquietante outsourcing di compiti di polizia. Per non dire dei disagi inutili con cui ci siamo arresi a convivere: si calcola che, come effetto dei controlli paranoici, si perdano circa 12mila pc portatili negli aeroporti Usa ogni settimana e solo un terzo venga recuperato”.

Lei sostiene che l’ossessione delle b”bombe volanti” sia troppo emotiva?

“Stiamo alle cronache. Due estati fa, presunto piano per far esplodere una decina di aerei tra Gran Bretagna e America. Nove su 13 degli arrestati sono stati liberati. E sugli altri non c’è ancora uno straccio di prova. Però tutto il mondo da allora deve razionare liquidi in ridicoli pacchettini trasparenti. Mentre se uno porta una bomba sporca in una stazione è completamente indisturbato. Il fatto è che l’immagine del grande sarcofago è più evocativa, e la politica la sfrutta. Sproporzione analoga in Inghilterra: tra il 2005 e il 2006 sono state fermate 44.543 persone sospettate di terrorismo e ne sono state poi arrestate 105”.

Anche dal punto di vista finanziario i terroristi sembrano essere più efficiente di chi li combatte.

“Ancora numeri: è il mio mestiere e la ragione sociale di questo libro. Il Pentagono spende ormai 8 miliardi al mese per il suo funzionamento, mentre gli insorti in Iraq, stando a un rapporto del 2006 dell’intelligence Usa, sono economicamente autosufficienti  e generano tra i 70 e i 200 milioni di dollari l’anno. Soldi che provengono dal furto di petrolio (circa un terzo di quello che il Paese importa dagli stati vicini), dall’industria dei sequestri, alimentata anche dai mega-riscatti francesi e italiani e dal traffico d’armi”.

Lei ricorda come, ad eccezione della cellula dell’11/9, non siano poi dei gran professionisti…

“Non lo sono affatto. Le Brigate Rosse, per fare un confronto, negli anni ’70 potevano contare su una struttura di 500 uomini a tempo pieno e 1500 simpatizzanti. Un’organizzazione che aveva bisogno dell’equivalente di dieci milioni di dollari l’anno per funzionare. Ecco, pensate alle bombe di Londra del 7 luglio. Una cellula di dilettanti, con un budget bassissimo: l’attacco  è costato meno di 15 mila dollari. Ma ha causato, grazie alla gran cassa degli speculatori della paura, un contraccolpo sociale profondo. Molta gente, oggi, quando si alza la mattina ringrazia Dio per essere ancora viva. Quando, nel ’32, Franklin Delano Roosevelt diventa presidente, l’America è nel bel mezzo della Grande depressione. Però ammonisce.”L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura e la paura”. Da qualche anno, alla Casa Bianca e non solo, la parola d’ordine sembra essere esattamente opposta.
 
di Riccardo Staglianò per "Il Venerdì"
 
I NUMERI:
900 mila I Nomi nella terrorist watch list dell’FBI nel 2007 erano 509 mila. Nel febbraio 2008 sono diventati 900 mila.
658 Attentatori suicidi nel mondo nel 2007. Oltre l’86 per cento degli attacchi degli ultimi 25 anni sono avvenuti dopo il 2001.
115 dollari Il prezzo di un barile di greggio alla fine di agosto. Subito prima degli attacchi dell’11 settembre era invece di 18 dollari.
40 per cento La percentual di valore perso dal dollaro dal 2001. E la sua quota nelle riserve mondiali è calata dal 73 al 64%
 
In Libreria:
I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura. (Il Saggiatore pp 144, euro 12).
Loretta Napoleoni
loretta

8 settembre 2008

La camorra a mezzo stampa e Saviano sfida i legali dei boss

saviano

Roberto Saviano al Festival di Mantova

MANTOVA – "Ognuno di voi lettori fa paura". Fa paura ai poteri camorristi che lui racconta. La voce di Roberto Saviano scende sul silenzio della platea del Teatro Sociale di Mantova, pieno fino all’ultimo posto. "Oggi sono 695 giorni che vivo sotto scorta. 11.120 ore. Non prendo treni, non salgo in macchina. Ho il sogno di una casa. Ma a Napoli l’ho cercata in via Luca Giordano, via Solimena, via Cimarosa. Niente. A Posillipo hanno chiesto un appartamento per me i carabinieri. Avevano risposto sì. Quando hanno visto che ero io, hanno detto: l’abbiamo affittata un’ora fa".

Gli accessi del teatro sono controllati, agenti in borghese camminano fra le poltrone, quattro di loro stazionano sul palco. In platea – dice Saviano – anche gli avvocati dei boss che in aula lessero una lettera di minacce allo scrittore, al giudice Raffaele Cantone e a Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino.

Le parole di Saviano raccontano la camorra a mezzo stampa, disegnano lo spazio stretto di una narrazione alla quale è impedito il movimento libero e che è costretta a esprimersi in uno stato di limitazione che è l’antitesi del narrare e in fin dei conti della letteratura. Ed è a questo valore simbolico che si sono richiamati gli organizzatori del Festival mantovano chiedendo allo scrittore campano di chiudere la dodicesima edizione. Saviano è arrivato a Mantova con la sua scorta, "la mia falange", lasciando fino all’ultimo in sospeso gli organizzatori che hanno potuto comunicare la sua presenza solo venerdì mattina. Ottocento i biglietti venduti, svaniti nel giro di un’ora. Fuori al teatro si assiepa una folla silenziosa e ordinata.

Saviano, camicia bianca e jeans, racconta come certa stampa locale si sia fatta megafono della camorra, con i suoi titoli e le allusioni, Pochi giorni dopo l’omicidio di don Peppe Diana, Il Corriere di Caserta titola "Don Peppe Diana era un camorrista": sono le parole di un boss, compaiono fra virgolette, ma per il giornale hanno un crisma di verità. Quando viene arrestato, l’assassino del sacerdote, De Falco, viene definito "boss playboy" e segue un pezzo sulle doti amatorie di altri camorristi. Quando è sequestrato il piccolo Tommaso Onofri, il giornale Cronache di Napoli titola: "Tommaso, il dolore dei boss". Qualche giorno dopo viene trovato il corpo di Tommaso. Titolo su Cronache di Napoli: "Tommaso è morto: l’ira dei padrini".
Quando viene catturato un cugino di Francesco Schiavone, il titolo suona: "Cicciariello arrestato con l’amante". Il boss Prestieri viene dipinto come appassionato d’arte. Si racconta la passione di capoclan per la poesia e la narrativa. Un killer vince un premio letterario.

Un altro titolo: "Sandokan a Berlusconi: i pentiti sono contro di noi". "Ma noi chi?", si chiede Saviano. E prova a rispondere. "Io sono un imprenditore, dice di sé Sandokan, e mi rivolgo al numero uno degli imprenditori, perché i pentiti non sono altro che concorrenti sleali".

Le parole dette e scritte, rilanciate dai titoli. I ragazzi di Casal di Principe che recitano, come una cantilena: "Gomorra è pieno di favole, sono solo favole". Dalla carta stampata alla tv. Sullo schermo parte un video. La sorella di uno Schiavone, in un programma Mediaset, senza apparire fa sentire la sua voce a proposito di Saviano: "Ma cosa gli abbiamo fatto noi di Casale, gli abbiamo violentato la fidanzata?". Lo scrittore alza il viso dallo schermo: "Chi di voi dopo queste parole può dire che non è successo niente? Questa notte pensate se qualcuno viene da voi e dice queste parole, domandatevi se la vostra vita d’improvviso non diventa un pericolo per chi vi sta vicino".

Gli avvocati dei boss che in aula hanno letto la lettera dei boss "sono qui in platea", dice Saviano. "Sono contento che vengano tutte le volte che parlo in pubblico. I vostri assistiti fateli venire direttamente, o pensate che io abbia paura? Ce lo diciamo sempre io e i miei ragazzi: noi non facciamo paura perché non abbiamo paura. È la letteratura che li terrorizza. Sono i lettori che fanno paura". La gente applaude in piedi, a lungo. Saviano si siede, le mani sul viso.

 
di Francesco Erbani per repubblica.it 
Mantova
5 settembre 2008

Fisica: il buco nero che minaccia l’intelligenza

Buco nero
La nuova arma di distrazione di massa è stata messa a punto al Cern ( Centro Europeo di Ricerca Nucleare) di Ginevra e promette di catalizzare l’apprensione globale riversata in questi giorni sulla malrisolta e malgestita questione caucasica. Leggendo le maggiori testate internazionali pare infatti che l’acceleratore di protoni LHC, ovvero Large Hadron Collider, sarà una delle – ormai infinite – probabili cause della prossima ventura fine del mondo. L’esperimento, che verrà condotto in questo megatubo anulare di 27 kilometri di lunghezza, è previsto per il prossimo 10 settembre e mira a ricostruire quelle che furono le ore immediatamente successive all’esplosione creatrice del Big Bang, in modo da riuscire ad individuare i cosiddetti bosoni di Higgs, le particelle subatomiche che sembra abbiano dato massa ad ogni altra particella esistente. Per fare ciò gli eminenti scienziati del centro di Ginevra spareranno nel collettore situato a 60 metri di profondità, fasci di particelle atomiche e le faranno scontrare ad una temperatura di circa 270 gradi sotto zero, nella speranza di carpire i segreti della materia e della gravità.

Ora, questo si potrebbe definire un complicatissimo ma comunque ordinario esperimento di fisica nucleare, se non fosse per un paio di scienziati che in due diverse parti del mondo hanno fatto ricorso alla giustizia con il fine di bloccare l’esperimento. Otto Roessler in Germania e Walter Wagner con Luis Sancho alle Hawaii hanno infatti denunciato la possibilità che l’esperimento generi un buco nero in grado di risucchiare in 4 anni l’intero pianeta terra grazie al famoso effetto palla di neve, e così facendo si sono rivolti alla magistratura competente per cercare di bloccare l’azzardata verifica.

Il primo, professore alla Eberhard Karls Universitaet di Tubingen, ha fatto ingiunzione alla Corte Europea dei diritti umani per lo stop alla prova, azione che è stata rifiutata lo scorso venerdì ma che aspetta il risultato del ricorso. I secondi, figure svincolate dall’ambito accademico ma ugualmente conoscitori della materia, si erano rivolti alla corte di Honolulu già lo scorso aprile presentando una denuncia analoga. Anche per loro la sentenza non è ancora definitiva.

La notizia avrebbe dovuto – il condizionale è purtroppo d’obbligo – rimanere nelle riviste specializzate ma lo spazio che i media generalisti le hanno accordato ha fatto scattare la psicosi in tutto il mondo civilizzato e sulla rete c’è già chi fa a gara a descrivere il futuribile peggiore, senza ovviamente tenere in conto il toto-distruzione che vorrebbe la terra morente il 21 dicembre 2012 – guarda caso, giusto a 4 anni da ora.

Da Giovanni (quello dell’apocalisse biblica ) in poi sono stati in molti a cavalcare la paura di un’eventuale fine del mondo, se poi si additano gli scienziati come probabili responsabili allora il gioco persuasivo è praticamente fatto. Sin dai tempi dell’Inquisizione, chi cercava una verità diversa da quella dogmatica era arso sul rogo e l’immaginario collettivo è ancora viziato dalla figura dello scienziato pazzo che Mary Shelley dipinse (con tutt’altre intenzioni) nel suo Frankenstein, si perché “chi gioca a fare dio non può mai averla vinta con il vero dio” direbbe il nostro carissimo Cardinal Bagnasco, e in molti converrebbero con lui.

Fatto sta che la paranoia ha toccato livelli così alti tra la popolazione da indurre venti tra i massimi fisici nucleari tedeschi a stilare un documento che confuti le tesi espresse dal collega Roessler : anche se i luminari ammettono la possibilità del fenomeno escludono categoricamente che possa trasformarsi nell’apocalisse che a gran voce è stata annunciata. Dopotutto un anello metallico, per quanto ben costruito, non può ricreare in tutto e per tutto le condizioni atmosferiche dell’universo. Insomma, l’unico buco nero presente in questa faccenda sembra essere quello in cui andranno a finire i sei miliardi di euro spesi per finanziare l’esperimento, alla faccia di chi, allo stato dei fatti, pensa che le priorità della ricerca riguardino medicina e ambiente.

La cosa che forse più turba è il fatto che il giornalismo, non contento della figuracce fatte con i precedenti annunci di pandemie mortali – vedi SARS e la divertentissima aviaria – sia ricaduto nell’insidioso tranello del sensazionalismo e abbia portato agli onori delle cronache un fatto che, seppur meritevole di attenzione per i nobili scopi, non ha l’appeal giusto per monopolizzare i dibatti etici sulla ragion d’essere della scienza né tantomeno sulla scadenza del pianeta. Roberto M. scrive in un commento a una delle tante versioni della notizia apparse in rete: “Però…se proprio devo scegliere, piuttosto che per effetto serra o inquinamento… vuoi mettere la fine del mondo col botto ( al contrario ) ? ”. I fisici a questo proposito userebbero la sigla C.V.D. , ovvero Come Volevasi Dimostrare.

 
di Mariavittoria Orsolato http://www.altrenotizie.org/
CERN_LHC_t2030shigh
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: