Archive for luglio, 2012

17 luglio 2012

Se i mercenari sono “perbene”

Certi pregiudizi appartengono al passato: le Nazioni Unite ammettono che da 20 anni i loro Caschi blu sono contractors, angeli custodi in tuta leopard, soldati di nessuno che sparano per tutti, professionisti come le puttane che con garbo giornalistico ribattezziamo escort. Oggi con una bandiera, domani con un’altra, sempre con l’alibi di una pace sventolata dietro l’innocenza di soldati blu con nome, cognome e una patria alla quale la retorica dei cappellani militari attribuisce il sacrificio delle vite perdute all’idealismo di chi ha imparato a fare la guerra nei cortili delle caserme. Ma sono solo paraventi di interessi che escludono la pietà. Perché i mercenari restano veri protagonisti con rigide specializzazioni. Obbediscono per motivi economici trascurando ogni tentazione etica e sociale. Appartengono a holding raffinate non solo nelle armi: spionaggio e manipolazione delle informazioni grazie all’aiuto di contractors senza divisa, tanti giornalisti che in ogni paese guadagnano da vivere distribuendo notizie travestite da analisi o scoop. Potremmo definirli “derivati” di strategie delle quali restano inconsapevoli. Sanno solo ciò che devono ripetere come pappagalli. Ne conosco almeno tre, biglietto da visita “esperto di problemi militari”. È la denuncia di qualche ora fa di Lou Pigeot, direttrice del Global Policy Forum di New York. Negli anni delle guerre di bassa intensità, l’Onu ha raddoppiato l’uso delle agenzie armate. Milioni di dollari in crescita. Non solo protezione in Iraq, Egitto, Libia, Nigeria, Sierra Leone, insomma posti dove diplomazie e affari vivono sotto il ricatto della paura. L’Halliburton dell’ex vicepresidente Usa Cheney o la Dyn Corp scatenata in Bosnia da Bill Clinton, famosa per strategie che non trascuravano l’arma “invincibile” delle violenze sessuali (film Whistleblower, “La verità nascosta”, 2010 ); non solo la Dyn Corp nasconde nelle carceri di paesi insospettabili prigionieri da interrogare senza l’intralcio dei difensori dei diritti umani, anche le imprese della G4S inglese vengono passate al microscopio per controllare se le Nazioni Unite hanno autorizzato mostruosità inimmaginabili in chi rappresenta la buona volontà del mondo. L’Onu resta un ottimo cliente al quale si aggiungono le Olimpiadi di Londra. Si immaginava di affidarne la tutela agli esperti di sua maestà rimpatriati dall’Afghanistan, ma subito messi da parte: non sanno, non capiscono, grande delusione. Meglio i professionisti che vanno per le spicce. Adesso tocca alla Siria. Russia e Cina da una parte; Stati Uniti, Inghilterra e Francia dall’altra giocano a dama nel Palazzo di Vetro. Assad sta staccando Latakia e la regione aluita dal vecchio paese che ormai non controlla. Missili e cannoni trasferiti nel segreto di chi si prepara ad abbandonare Damasco. Le pipeline del petrolio che dai deserti Iraq-Iran arrivano nel Mediterraneo resteranno sotto il controllo di un dittatore gestito dalla corruzione del suo clan, setta sciita, da 40 anni al governo con l’arroganza di una corruzione dal familismo etnico senza pari. Nessuno dei 5 paesi del Consiglio di sicurezza vuol lasciare lo zampino nella trappola che sta scoppiando. E le agenzie dei contractor e i paesi filtro come il Qatar sono al lavoro per improvvisare una transizione che non sarà indolore. Ma è un dolore che non sfiora le nostre democrazie. Combattenti indefiniti perfezioneranno o impediranno la secessione mentre si allarga l’avvilimento del povero Ban Ki-Moon, segretario Onu. Ha ordinato un’inchiesta. Né lui, né il successore sapranno come andrà a finire perché i mercenari sono l’appendice indistruttibile dell’industria pesante, armi che non risentono delle economie senza fiato. Del resto, come spiegare agli operai delle fabbriche di morte che non fabbricare missili può aiutare la pace? Il lavoro continua a rendere liberi: quel vecchio slogan appeso nei lager di Hitler.

di Maurizio Chierici, IFQ

17 luglio 2012

Il vero conflitto è fra la legge e Napolitano

Napolitano si è scritto un decreto con il quale solleva il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo avanti alla Corte costituzionale. Vi si dice: le intercettazioni tra me e Mancino sono irrilevanti nel processo penale come riconosciuto esplicitamente dal procuratore Messineo; dunque devono essere distrutte e ciò deve essere fatto di iniziativa della Procura; ma la Procura non lo fa; sia la Corte costituzionale a ordinarglielo. Un po’ di sano conflitto di interessi, merce già vista.    In effetti, secondo l’art. 37 legge 87/1953, il conflitto tra poteri dello Stato (in questo caso Procura e Presidente della Repubblica) è risolto dalla Corte costituzionale quando “insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”. Insomma, Napolitano vuole che la Procura distrugga le intercettazioni senza indugio; la Procura spiega che, per farlo (cosa a cui non è contraria, ha già detto che esse non hanno rilevanza penale), bisogna seguire la procedura prevista dalla legge. Sia la Corte a dire chi ha ragione. Che Napolitano non veda di buon occhio il nostro giornale è cosa nota; probabilmente non lo legge nemmeno perché gli dà fastidio; ed è del tutto legittimo che ciò accada. Ma certo i suoi consiglieri se lo leggono, eccome. E dunque l’articolo apparso l’11 luglio su questo giornale (in cui si spiegava quale era la procedura per ottenere la distruzione di queste intercettazioni) se lo sono letto di sicuro. Sicché, ammesso ma assolutamente non concesso che i consiglieri giuridici di Napolitano non la conoscessero, dopo quella data ne sono stati edotti.

EPPURE, oggi, Napolitano usa lo stesso strumento che ha usato B. quando un Parlamento per cui mancano gli aggettivi sollevò conflitto avanti alla Corte costituzionale sostenendo che era ragionevole ritenere che Ruby fosse la nipotina di Mubarak, che la sua interferenza in un procedimento giudiziario non poteva avere rilevanza penale, essendo stata svolta nel quadro delle sue attribuzioni istituzionali e che dunque la Procura non poteva incriminarlo. B. venne respinto con perdite. Non è ragionevole pensare che l’esito del conflitto sollevato da Napolitano sarà diverso. Il punto è che qui ci sono due profili: uno tecnico e l’altro politico. Di quello tecnico Il Fatto ha già spiegato tutto. L’intercettato è Mancino; Napolitano non è mai stato intercettato; le sue conversazioni sono qualificate dalla legge e dalla giurisprudenza come intercettazioni indirette; potrebbero essere utilizzate, se avessero rilevanza penale, previa autorizzazione; ma rilevanza penale non hanno quindi possono essere distrutte; per farlo occorre che la parte interessata, cioè Napolitano, lo chieda al pm; questi trasmetterà la richiesta al giudice con il suo parere (che, in questo caso, sarebbe favorevole); il giudice convocherà avanti a sé il pm e i difensori degli imputati e ascolterà le loro considerazioni; poi deciderà. Perché questa procedura? Perché il pm è la parte che sostiene l’accusa. Quindi bisogna sentire le ragioni della difesa; che potrebbe ritenere che quelle telefonate, contrariamente al parere del pm, servono per dimostrare l’innocenza dell’imputato e quindi non devono assolutamente essere distrutte; anzi debbono essere acquisite al fascicolo del dibattimento come prova a difesa. Sicché la decisione sulla distruzione non può essere presa dal pm senza contraddittorio, sarebbe un arbitrio. Ci va il confronto delle ragioni dell’accusa e della difesa e poi la decisione del giudice. Elementari garanzie di difesa. Che, evidentemente, secondo Napolitano e i suoi consiglieri, non valgono in presenza di interessi “superiori”; in base alla nuova (in realtà già vista) categoria delle garanzie a corrente alternata.    E qui si apre il secondo profilo, quello davvero preoccupante. Perché Napolitano non fa mistero delle ragioni che lo hanno indotto a questa improvvida (bisogna essere rispettosi con la Presidenza della Repubblica) iniziativa.

DICE IL DECRETO da lui firmato: “Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione… la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”. In linguaggio più comprensibile: se le mie conversazioni intercettate sono valutate dal giudice ai fini della loro rilevanza nel processo; se fino alla decisione restano negli atti; se si procede nel contraddittorio delle parti e dunque se altri ne vengono a conoscenza; tutto ciò mi pregiudica.    Napolitano non spiega perché, ma è cosa facile da intuire: al momento queste intercettazioni non sono mai venute fuori; si capisce che esistono per via del casino che ha fatto la Presidenza della Repubblica, ma nessuno ne conosce il contenuto. Se il riserbo feroce mantenuto dalla Procura di Palermo dovesse essere vanificato da eventuali indiscrezioni di altre parti (il giudice? Il cancelliere? Gli avvocati? L’acquisizione illecita del provvedimento del giudice?) allora sì che siamo nei guai. Perché il contenuto di quelle intercettazioni diverrebbe pubblico (quale giornale rinuncerebbe a pubblicare una notizia del genere? Il Fatto certamente no). E chissà cosa si sono detti Mancino e Napolitano: a giudicare dalla preoccupazione di quest’ultimo, forse non si è parlato della fioritura prematura dei mandorli. Ecco perché Napolitano vuole che le sue conversazioni con Mancino vengano sotterrate: non le deve conoscere nessuno. E dunque la Procura le bruci subito. E chi se ne frega del codice di procedura penale.    Un mio ex collega (che scrive anche sul Fatto on line, Marco Imperato) cita sempre, nelle sue mail, una bellissima frase: “Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa”. Ma come sapeva, Flaiano, che ci sarebbero arrivati tra capo e collo prima B. e adesso Napolitano?

di Bruno Tinti, IFQ

17 luglio 2012

Lo zio di Mubarak

Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto, a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addirittura la Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino. Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. L’abbiamo sostenuto a proposito delle bobine di B. “ascoltato” sulle utenze di Cuffaro, di Saccà, delle Olgettine, della D’Addario, o di quelle di D’Alema e Fassino sul cellulare di Consorte. E lo ripetiamo oggi per quelle di Napolitano, a maggior ragione. Perchè qui non si parla di sesso o attricette, ma di trattative fra lo Stato e Cosa Nostra. Perché qui delle telefonate di Napolitano non è uscita una sillaba (Macaluso si dia pace: se le avessimo, le avremmo già pubblicate). E perché, diversamente da B., D’Alema, Fassino & C., Napolitano non si limita a criticare i pm. Ma li trascina dinanzi alla Consulta, bloccando di fatto le indagini sulla trattativa e accusandoli di un reato gravissimo (la violazione di sue imprecisate “prerogative”), con un conflitto di attribuzioni anti-magistrati mai visto neppure ai tempi dei peggiori presidenti democristiani. Scalfaro, uno dei migliori, fu intercettato dai pm di Milano nel ’93 sul telefono di un banchiere e si guardò bene dallo strillare o dal sollevare conflitti, anche quando la telefonata finì sui giornali: non aveva nulla da nascondere, lui. L’anno scorso B. sollevò il conflitto contro i giudici di Milano, precipitando il Parlamento nella vergogna con la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak e delle chiamate in questura per evitare incidenti con l’Egitto. Fu respinto con perdite e risate, così come si era visto bocciare i lodi Schifani e Alfano. Da allora si sperava che i politici si fossero rassegnati all’eguaglianza davanti alla legge. Invece, anziché pubblicare le sue telefonate per dimostrare che non c’è nulla di scorretto, Napolitano invoca la legge bavaglio per bloccarne la diffusione, tra gli applausi di politici, intellettuali e giornali che, quando la reclamava B., mettevano online le sue intercettazioni indirette e lanciavano campagne a base di post-it gialli. Poi sguinzaglia i giuristi e le penne di corte. Infine scatena l’Avvocatura dello Stato e la Corte, citando l’incolpevole Luigi Einaudi per rivendicare resunte “prerogative”: tanto Einaudi non può smentirlo, solo rivoltarsi nella tomba. È l’evoluzione della specie: dalla nipote di Mubarak allo zio di Mubarak.

di Marco Travaglio, IFQ

15 luglio 2012

Scene di caccia a Campo dei Fiori Alcol, droga, schiamazzi e botte

Ore 18 del venerdì, inizia il rito. Rasoio in mano per gli inesperti o i frettolosi, depilatore elettrico per i più rodati. Via i peli, non quelli superflui, “ma proprio tutti. Ce fanno schifo: coprono il muscolo e i tatuaggi. Meglio la pelle liscia”. Inutile chiedere oltre. Nel frattempo hanno già in mano le pinzette per le sopracciglia. Sistemate anche quelle. Si chiamano Luca il Secco, Giuseppe per gli amici Peppe, Gabriele detto Lele o Teschio (“a seconda della confidenza”) e Davide er Moviola. Hanno tra i 16 e i 20 anni, vivono nella borgata romana. “Aspetta, nun me interrompe. Famme finì che è tardi”. Questione di scaletta, di ritmo, di serata che deve partire da lontano. Di adrenalina pronta a salire per conquistare Roma a colpi di alcol, droga, botte o quello che capita. Le conseguenze? “Boh”. Di ciò che capita attorno neanche se ne accorgono, dello stupro di martedì a l’australiana non sanno nulla. “Noi non vogliamo tutta la città, a noi ce basta il centro”. Meglio correggere il tiro: non tutto il centro, a loro interessa un quadrilatero composto da Campo de’ Fiori, Piazza Navona, piazza delle Coppelle e piazza del Fico. L’appuntamento è li. Impreciso. Variabile.

L’OBIETTIVO è vagare, alternare un pub a una sosta improvvisata. Una birra a un cicchetto da due euro. Il complimento a una ragazza a uno sguardo di sfida. “Capita. A noi ‘sti stranieri ce fanno schifo, pensano de fa’ come cazzo je pare”. Non sia mai. I quattro “pischelli” fanno i duri. Ci provano, almeno. Si aiutano con l’abbigliamento, studiato al dettaglio: magliette aderenti, o camicie aperte, pantaloni attillati, scarpe da ginnastica. Ma il fisico segaligno non gli dà grandi chance. Basta camminare per capire chi sono quelli (realmente) pericolosi: hanno il casco a scodella poggiato sull’avambraccio, nell’altra mano una perenne birra in bottiglia di vetro. I ristoratori non possono lasciar-le ai clienti. “No, no le portiamo da casa. Alcune volte le riempiamo con qualche cocktail. Tanto per non spendere soldi e far salire la serata”. Droghe? Ovvio, impossibile farne a meno. Dopo la depilazione scatta anche la “prima cannetta, o una botta di coca. Ultimamente costa de più – spiega Peppe –. Ma dipende sempre che serata voi fa’. Comunque, sì. Dove la troviamo? Ovunque, anche qua dietro se vòi”. Andiamo a vedere. A 80 metri da due pattuglie fisse è possibile acquistare erba, fumo o polvere bianca. Per la marijuana sono 20 euro, e un sacchetto finisce immediatamente in mano.    Dall’alto arriva dell’acqua. Almeno crediamo sia acqua. “Capita spesso – racconta un buttafuori – Qui abitano politici, professionisti, imprenditori. Gente coi soldi. E ogni tanto je rode pe’ ‘sto casino. Ma io a uno gli ho detto: ‘Vòi fa’ a cambio co’ casa mia?’ Non ha risposto…”. Così la ribellione dei piani alti passa da sistole e secchi di liquidi riversati sulla testa di chi schiamazza. Superfluo telefonare alle forze dell’ordine.

POCO DOPO arriva una signora. Sicuramente grande di età, impossibile definire i suoi “anta”. L’approssimazione del rossetto sulle labbra denuncia anche qualche problema supplementare. La conoscono in molti. A una certa ora della notte, quasi ogni notte, improvvisa uno spogliarello in un locale. “Ce fa ride”, dicono. “La prendemo per culo”.    “Perché non ce fai entrà?” ghigna al buttafuori un 25enne a capo di altri quattro. “Perché siete troppi”. “Ma il locale è mezzo vòto!”. “Vatte a fa’ un giro”. Questione di business. “Gli italiani consumano meno e rompono le palle alle ragazze, poi provocano gli stranieri. Quest’ultimi bevono uno sproposito, gli facciamo pagare quello che vogliamo e poi li cacciamo fuori”. Ecco l’arcano. Altro che il pub crawl, il giro a 20 euro per i locali della città. “Iniziano così, ma finiscono in un altro modo”. L’altro modo può anche essere la rissa. Uno sguardo, una mano in faccia, una bottiglia spaccata in testa. Il casco torna utile, agli italiani. Si ricomincia il giro. Gli argomenti sono i tatuaggi (si commentano quelli degli altri), le botte date (sempre date, mai ricevute), le bravate, qualcuno si è fatto un paio di giorni in galera, le ragazze e il calcio. Dietro piazza Navona c’è un gruppo con il pallone tra i piedi: hanno improvvisato un campo da calcio. Le ragazze sono sui gradoni della chiesa. I ragazzi a torso nudo mostrano le loro capacità con i piedi e la lingua (gli insulti sono un obbligo). “So’ quelli de Cento-celle”, ipotizza il Teschio. “Nun me stanno molto simpatici, nun c’hanno le palle come noi de Torbella”. Parte il coro. “Torbella pre-sen-te!”. Non accade nulla. Altre volte è bastato meno per definire i padroni del territorio e magari finire all’ospedale.

Ci andiamo comunque, in ospedale. Santo Spirito, dietro San Pietro. Sei infermieri prendono un po’ di aria. Ascoltano Claudio Lolli che canta “vecchia piccola borghesia, fai più rabbia, schifo o malinconia…”. Attendono il via alla nottata. Per loro parte alle due “quando ci consegnano i primi ragazzi. Attenzione però, non parliamo solo di borgatari. Qui il problema è trasversale e tocca tutte le classi sociali”. Quindi anche i figli della vecchia e piccola borghesia.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

15 luglio 2012

Casapound si conferma fascista, botte al direttore del futurista

Ieri Filippo Rossi, collaboratore del Presidente della Camera Gianfranco Fini e direttore del quotidiano on li-ne Il Futurista, ha passato la giornata a ripetere la stessa tiritera: “Sto meglio, grazie. L’occhio è bello nero ma niente di grave, per fortuna. È successo all’una e mezzo di notte, quando un tale Gianluca mi ha telefonato chiedendo di incontrarlo. Non avevo capito fosse Gianluca Iannone, leader nazionale di Casa-Pound. L’ho fatto entrare in segreteria e subito ha sbuffato: ‘mi riconosci?’ Ho tentato di parlare, in un attimo mi ha insultato e mollato un pugno. Urlava: ‘traditore!’. Sono caduto a terra, mi ha sputato addosso, gli amici suoi menavano calci”.
LA CRONACA risale alla notte tra venerdì e sabato. Si stava chiudendo un’altra serata di Caffeina, il festival che porta ogni anno a Viterbo il confronto tra destra, sinistra e tutto ciò che ci gira intorno. Una festa delle idee pensata da Filippo Rossi, il luogo prescelto da Iannone e soci per dare un segnale chiaro: questa roba non ci piace, è tempo di passare all’azione. Il gruppetto, una decina di ragazzi con maglietta nera e logo CasaPound, si è diviso: alcuni sono rimasti fuori, 4 o 5 sono entrati nella stanza con Iannone facendo il vuoto intorno a Rossi. Doveva restare solo, davanti allo sguardo di tutti. Compresi alcuni volontari del festival: giovani, spaventati dal blitz, scioccati. Le botte, i primi soccorsi, la corsa in ambulanza verso l’ospedale.    “È dalla storia di Firenze che avevano deciso di farmela pagare” spiega Rossi. Lo scorso dicembre un simpatizzante di Casa-Pound sparò a due senegalesi che vendevano per strada la loro mercanzia: un colpo per uno, morti entrambi. Infine il suicidio, con la stessa rivoltella. Pochi giorni fa, nel comunicare l’apertura della nuova sede cittadina (grande il triplo dell’altra), un comunicato di CasaPound recitava così: “Grazie alla città di Firenze che, al contrario della visione stereotipata propagandata da qualche rottame della storia o da qualche lacché del sistema in cerca di carriera (sia essa politica o giornalistica), si è dimostrata ben disposta verso la riapertura de Il Bargello”. Il lacché Rossi? “Ho affrontato apertamente la questione perché è importante capire cosa c’è dietro gli estremismi – risponde lui –. Ne abbiamo parlato anche l’altra sera con il magistrato Giancarlo De Cataldo e lo scrittore svedese Gellert Tamas: i flussi della violenza in Europa sono un fenomeno da tenere sotto controllo. Specie ora che la crisi morde e tanta gente ha paura del futuro”.
Ma quelli di CasaPound non hanno gradito l’analisi. E, dopo lunga attesa, la lezione è scattata. “Quante storie per uno schiaffo-ne futurista – ha scritto Iannone sulla sua pagina facebook –. Da Filippo Rossi, che si ispira a coloro che volevano esaltare “l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno”, non ce lo saremmo aspettato. Uno schiaffone come quello di Umberto Boccioni ad Ardengo Soffici, che il direttore de Il Futurista dovrebbe conoscere bene”.
INSOMMA il pestaggio come operazione colta, che mira alle radici nobili della Destra italiana. E in rete non mancano i commenti del tipo: in fondo gli sta bene a Rossi, anche lui era un fascista e chissà quante ne ha date in giro. “Devo deluderli, questo è il primo pugno che prendo per motivi politici – spiega l’interessato –. Né ho mai menato nessuno, ma non voglio fare il bacchettone. Magari da ragazzi può anche succedere di fare una scemenza, una scazzottata. Però picchiare in gruppo, prendere i bastoni e andare a massacrare qualcuno, è assolutamente inaccettabile. Gesti che denotano tutta la disperazione in cui il movimento sprofonda – continua Rossi –. Non sono mai stato un loro amico, mi è capitato di andare lì a dibattere o presentare libri: mai mi sarei aspettato di doverli denunciare”.    Intanto Caffeina prosegue. Gli incontri, i concerti, il buon vino. Però un non detto c’è: adesso che Berlusconi torna in campo, e certo Fini non gli sarà accanto, e gli ex An sono dispersi in gruppi e sottogruppi, i riferimenti per chi si dice di destra risultano evanescenti. Qualcuno potrebbe approfittarne, coagulando le frange più estreme. “Lo scenario è complesso, a maggior ragione bisogna stimolare la mente anziché usare le mani – sorride Rossi –. Certo è singolare che ormai noi di Fli siamo diventati traditori per tutti: per chi tifa Berlusconi, per chi stava con noi e s’è convertito al Pdl, per chi rivendica la paternità esclusiva dei valori più puri. Vogliamo solo ripensare l’Italia: esercizio arduo, mi pare”. Ieri la Procura di Viterbo ha aperto un’inchiesta sul pestaggio. L’accusa contro Iannone e un secondo picchiatore identificato sarebbe di lesioni personali aggravate. Filippo Rossi sospira: “Sono persone fuori dalla storia, ormai. La loro arroganza nel cercare il conflitto, nel fare i gradassi di fronte alla legge, evidenzia un distacco dalla realtà sempre più pericoloso”.
15 luglio 2012

Da Cl ai Legionari: gli affari delle lobby benedette

Le sigle cambiano (Cl, Opus Dei, Figli dell’Immacolata, Legionari di Cristo, Sigilli del Monte Tabor…), ma l’antifona è la stessa: a chi chiede conto di affari milionari e rapporti politici, rispondono che sono gruppi religiosi, esperienze ecclesiali, comunità di fede. Vero. Cl è una “fraternità”, cioè una associazione di laici cristiani fondata da don Luigi Giussani. L’Opus è una “prelatura personale della Chiesa cattolica che aiuta tutti i fedeli a cercare la santità nel loro lavoro”. I Figli dell’Immacolata Concezione sono una congregazione religiosa fondata nel-l’Ottocento da Luigi Maria Monti, un infermiere che andava in giro vestito da prete senza esserlo mai stato. I Legionari sono una congregazione nata in Messico per impulso di Marcial Maciel Degollado. I Sigilli di don Luigi Verzé sono un’associazione di cristiani che s’impegnano al celibato e “a dedicare l’intera vita per il compimento della missione dell’Opera” del fondatore.

Vita religiosa, “sequela di Cristo”, fedeltà alla Chiesa. Peccato che poi quelle sigle si ritrovino spesso in cronache che raccontano di affari molto terreni, di budget milionari, di scandali clamorosi. Le organizzazioni più grandi e transnazionali, come l’Opus Dei e, su scala più ridotta, Cl, ripetono da anni di essere movimenti ecclesiali, senza responsabilità alcuna per le opere, le imprese, le avventure finanziarie, le attività politiche (e gli eventuali reati) dei loro aderenti.    Appalti celesti    Certo risulta però difficile distinguere a occhio nudo, per esempio, Cl-movimento religioso da Cl-sistema di potere costruito attorno a Roberto Formigoni. Negli ospedali lombardi e nel sistema sanitario, ma anche nelle società a partecipazione regionale, la presenza di uomini di Cl è fortissima e l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, magari attraverso l’adesione alla Compagnia delle Opere, diventa essenziale per non essere esclusi dagli affari, dagli appalti pubblici, dalle carriere di rilievo. Difficile anche distinguere l’Opus dalle banche e dalle imprese dove operano i suoi aderenti (“soprannumerari”, cioè laici). Nel sito in italiano dell’Opera, resta dal luglio 2006 una pagina dedicata al finanziere Gianmario Roveraro, ucciso allora dopo un misterioso rapimento. Sono apertamente rivendicate come “iniziative apostoliche” dell’Opus alcune attività come l’Università Campus Bio-Medico e il Centro Elis (scuola di formazione professionale) di Roma, oltre a numerosi collegi universitari in tutta Italia (Fondazione Rui, associazione Arces, istituto Ipe, residenza Torrescalla eccetera). L’Opus e Cl avranno certo una ricca vita religiosa, ma funzionano anche come potenti lobby che costruiscono carriere, implementano affari, stringono rapporti politici. Hanno i loro cardinali di riferimento in Vaticano, i loro vescovi nelle conferenze episcopali, i loro politici nei Parlamenti e nelle amministrazioni. Se già è difficile distinguere attività religiosa e imprese economiche in organizzazioni grandi, ma pur sempre molto gerarchiche e soggette a stretti sistemi di controllo e voti d’obbedienza, quasi impossibile distinguerle in gruppi più piccoli, come i Figli dell’Immacolata e i Legionari di Cristo, o piccolissimi, come i Sigilli di don Verzé. Devoti ai Legionari erano Antonio Fazio, governatore di Bankitalia durante le scalate dei “furbetti del quartierino”, e sua moglie Ma-ria Cristina, che aveva regalato allo scalatore Gianpiero Fiorani una speciale statua della Madonna. Il banchiere della Popolare di Lodi, in una esilarante telefonata intercettata, racconta alla signora Fazio di essersi addormentato abbracciato alla statua e di essersi poi risvegliato con un bozzo provocato dall’abbraccio: un bozzo “della Madonna”. Ma la signora Fazio nelle sue telefonate tranquillizza Fiorani e lo rassicura che il marito sosterrà la sua scalata. Il banchiere la ringrazia dicendole: “Tu sei l’aquilone, devi volare alto”. Fazio dovrà dimettersi per l’appoggio dato agli scalatori. I Legionari finiranno invece coinvolti in un brutto scandalo sessuale, con il fondatore accusato di pedofilia.    S. Raffaele e il crac    I Sigilli di don Verzé sono stati travolti dal buco di un miliardo e mezzo di euro che ha rischiato di far fallire il San Raffaele. Dopo la morte del fondatore, hanno perso il controllo dell’ospedale, anche se ogni tanto riemergono voci secondo cui misteriose cordate straniere con ancor più misteriosi fondi esteri sarebbero pronte a scendere in campo per strappare la creatura di don Verzé all’“usurpatore” che lo ha ora acquistato, Giuseppe Rotelli. I Figli dell’Immacolata sono coinvolti nello scandalo che sta facendo traballare i due ospedali romani della congregazione, l’Idi e il San Carlo di Nancy. Il don Verzé alla romana, in questa storia, è padre Franco Decaminada, padre padrone delle due strutture sanitarie, ora indagato dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e all’evasione tributaria. I due ospedali hanno un buco di almeno 600 milioni di euro che i magistrati della Capitale sospettano siano precipitati in un buco nero a causa della gestione di padre Decaminada: appalti agli “amici” e forniture pagate più del dovuto. Agnelli o lupi? Tempi duri per le lobby religiose in affari. Dal ciellino Formigoni all’Immacolato Decaminada, le inchieste giudiziarie pretendono di mettere il naso negli affari fatti in nome di Dio. Non c’è più religione.

di Gianni Barbacetto, IFQ

15 luglio 2012

Passera, l’Opus dei e le azioni in famiglia

   La scelta di Nappi pare proprio essere stata il frutto di un suggerimento da parte della prelatura, ovviamente interessata a parcheggiare in mani amiche le azioni di cui Passera voleva disfarsi. Nel suo profilo personale reperibile in rete, Nappi si definisce “vicedirettore presso Elis.org   che poi sarebbe un centro di formazione professionale targato Opus.

NEI MESI scorsi questa sigla è salita alla ribalta delle cronache per lo scandalo delle assunzioni facili all’Ama, l’azienda municipalizzata per la nettezza urbana di Roma. Nel 2011, il pm Alberto Caperna ha aperto un’inchiesta per indagare sulle modalità con cui la società reclutò ben 900 dipendenti. La formazione dei neoassunti era stata appunto affidata al Consorzio Elis, il cui presidente, Sergio Bruno, è finito nella lista degli indagati, assieme ai vertici dell’Ama, tra cui l’ex amministratore delegato Franco Panzironi.    Il Consorzio dell’Opus Dei, che si è ovviamente sempre chiamato fuori da ogni irregolarità legata alle assunzioni facili, resta comunque una delle più importanti realtà nella Capitale nel campo della formazione professionale, con importanti agganci negli enti locali. Partendo da Elis, con il biglietto regalato dal ministro, Nappi è così riuscito ad avere accesso al parterre degli azionisti del campus Biomedico. Un parterre molto selezionato, a cui negli anni scorsi si erano conquistati un posto imprenditori e manager, banche e fondazioni. Certo, tutto per pure “finalità filantropiche”, come a suo tempo spiegò anche Passera. Il socio più famoso della lista si chiama Francesco Totti, di anni 36. Sì, proprio lui, il pupone, il capitano della Roma, con una quota di 527 azioni, quasi pari a quella di Passera. Ma nel capitale dell’ospedale romano, che riceve anche importanti finanziamenti pubblici, troviamo compartecipazioni ben più rilevanti, anche grandi istituti di credito come il Monte dei Paschi di Siena e il veronese Banco Popolare, l’ex europarlamentare di Forza Italia Luisa Todini e il deputato Pd Matteo Colaninno, l’ente previdenziale dei medici (Enpam) e quello degli architetti (Inarcassa), il banchiere Carlo Salvatori e Carlo Monorchio, già ragioniere generale dello Stato. Insomma, quando l’Opus Dei chiama difficile non rispondere all’appello. Tutto per pure finalità filantropiche. Ovviamente.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Relazioni    Il ministro Corrado Passera e i suoi rapporti con l’Opus Dei (illustrazione di E.Fucecchi)

15 luglio 2012

Pd, diritti stracciati

Prende la delega e, lentamente, un gesto dopo l’altro, la straccia. Intorno a lui i rappresentanti dell’area Marino in piedi urlano contro una presidenza impietrita. Tocca ad Andrea Benedino, ex portavoce nazionale dei gay dei Ds, compiere il gesto simbolico, che dà un’immagine alla rottura che si è consumata, per una volta platealmente, alla fine dell’Assemblea del Partito democratico. Votata la relazione del segretario Pier Luigi Bersani (5 astenuti, un contrario) la tensione repressa si scatena sugli ordini del giorno. Si vota il documento sui diritti, elaborato dal Comitato, presieduto da Rosy Bindi, in cui si dice, tra l’altro, che all’ “unione omosessuale” spetta “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico”. Quando la Bindi, in veste di Presidente dell’Assemblea, lo mette al voto, dalla platea parte l’attacco: “Non erano questi i patti” , urla qualcuno. In piedi, tra gli altri, ci sono Paola Concia, Ignazio Marino, Pippo Civati. Ma anche Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini. Da venerdì pomeriggio chiedono che si voti anche un “integrativo”, con 40 firme, in cui si prefigura un percorso verso il matrimonio gay e il “pieno riconoscimento giuridico e sociale” delle unioni omosessuali. Un compromesso per non arrivare a una spaccatura. Niente da fare. In piena bagarre si alza un delegato della Puglia. “Sono emozionato – balbetta Enrico Fusco, ma è durissimo – è un documento arcaico, irrispettoso, offensivo per la dignità delle persone. Non è un passo in avanti ma un passo indietro enorme. Anche Fini è più avanti di noi”. 38 votano no, praticamente la mozione Marino. Poi, prendono la parola la Concia per chiedere il voto del documento dei 40 e Ivan Scalfarotto, che in un’atmosfera surreale, tra tifo da stadio e rabbia repressa illustra un odg per il matrimonio gay, presentato con Civati. Tocca a Marina Sereni spiegare che non sono ammissibili, perché l’assemblea si è già espressa: questioni procedurali. Fusco, Benedino e Aurelio Mancuso uno alla volta si avvicinano al segretario, gli restituiscono la tessera. Al banco della presidenza le facce sono impietrite: Bersani diventa sempre più scuro, la Bindi è incredula, la Finocchiaro simula una lacrima, Letta e Franceschini sono delle sfingi. “Ma dove vivete? Siete dei marziani”, urlano i dissidenti. “Dovevano votare”, si agita un furibondo Franco Marini che commenta, parlando con Massimo D’Alema, seduto in platea “qui nessuno sa tenere il partito”. Il Lìder Maximo alzando un sopracciglio commenta “avrebbero potuto assumere il documento dei 40”. Ma non è finita. Inammissibili anche gli odg di Civati, Vassallo e Gozi sulle primarie, perché “preclusi” dalla relazione del segretario. “Contrastano con i voti già effettuato, chi sta in Parlamento dovrebbe saperlo”, argomenta ancora la Sereni. “Ci state voi in Parlamento”,urlanodasotto.Èaquesto punto che Bersani prende la parola: “Abbiamo detto sì a una relazione della segreteria che ammette le primarie, ma che non stabilisce la data. Volete forse che ce le facciamo da soli?”. E poi, con un fare quasi da padre arrabbiato: “Basta, il paese ne ha abbastanza delle nostre beghe interne”. Il segretario nell’intervento di apertura aveva rimandato la discussione sulle primarie a settembre (in direzione) in attesa della legge elettorale e dei “contendenti”. “Io il mio odg l’ho presentato pure alla direzione. Mi hanno detto che non poteva essere esaminato, e mi hanno rimandato all’assemblea. Ora rimandano il testo Bersani alla direzione. Mi serve un amico in presidenza?”, commenta Civati che da un anno e mezzo prova a presentare un odg per le primarie dei parlamentari e per il limite dei 3 mandati. “Ho parlato di primarie non solo per il segretario”, puntualizza intanto Bersani sul palco. Civati chiosa: “Comunque chissà forse da oggi esce una candidatura alle primarie, la mia”. Spiega Vassallo: “Hanno votato un odg della direzione in cui il limite non è di 3 mandati, ma di 15 anni. Hanno visto che c’era negli odg e hanno votato dei documenti per poi dichiararli inammissibili”.    LA PIÙ agitata di tutti, però, alla fine è Rosy Bindi: “È un anno e mezzo che lavoriamo con il Comitato dei 30 e mi sembra oggi di aver raggiunto una posizione molto avanzata”. Accento toscano, ciuffo ribelle. “Ora lo scrivo io un libretto dove racconto com’è andata. Ignazio Marino? Si è presentato solo alla prima e all’ultima riunione. Evidentemente non gli interessa l’accordo, ma solo il posizionamento personale”. Gesticola, tira fuori documenti: “Lo sapete o no come funziona la democrazia? Non potevo mettere al voto quegli odg. Avrei creato un precedente. E poi, il matrimonio gay è incostituzionale”.    “Un’assemblea inutile”, l’aveva definita Arturo Parisi a inizio giornata. Mentre alla fine sul piazzale del Palazzo delle Tre Fontane rimane solo Stefano Ceccanti: “Dopo la relazione di D’Alema l’ho ufficialmente invitato alla riunione dei 15. Come noi, ha detto con Monti, oltre Monti. Ma tanto oggi fanno notizia solo i gay”. Effettivamente. Tutto il resto “è noia”, da Bersani che definisce “agghiacciante” il ritorno di B., ai giovani turchi sotto tono, dalla battaglia sotto traccia sulle preferenze nella legge elettorale, che vede Franceschini contro Fioroni e Letta. Ognuno si fa i conti, anche su come difendere i suoi. Alla “presenza-assenza” di Renzi, che non interviene, parla solo con i giornalisti e se ne va. Di Grillo e dell’uscita di Letta, che piuttosto voterebbe il Pdl nessuno dice nulla. “Nella vita si fa quel che si può”. Parola di Bersani.

di Wanda Marra, IFQ

Il presidente del partito, Rosy Bindi (FOTO ANSA) 

15 luglio 2012

Salme e salmi

Si pensava che la ridiscesa in campo del Ricainano e il voluttuoso entusiasmo con cui è stato accolto tra le file della servitù inducesse la servitù medesima ad astenersi dalle litanie sugli antiberlusconiani orfani di B. che non sanno più cosa dire e scrivere, con cui ci ammorbavano dal giorno della caduta di B. Invece insistono imperterriti: ora scrivono che la notizia del riritorno del Rinano avrebbe scatenato caroselli di giubilo a Repubblica, al Fatto, nel clan Santoro e tra i “comici militanti”: “Aiuto, si rivedono gli zombie anti-Cav” (il Giornale), “Quelli che… ricomincia la festa: da Crozza a Travaglio, i comici e i giornalisti militanti non vedevano l’ora del ritorno di Silvio”. Strano, perché gli unici festeggiamenti per la riesumazione della salma si riscontrano proprio sugli house organ della medesima. “Perché torna Berlusconi”, “Si torna a Forza Italia. Comincia la rimonta”, “Berlusconi cerca la donna perfetta per il ticket” (una nuova versione del bungabunga?) titola il Giornale di zio Tibia Sallusti, tutto eccitato per la “buona idea” e arrapatissimo da quel bell’uomo che s’è pure “messo a dieta” facendo footing a villa Ada, ha “sfoltito la corte” e ha addirittura “annullato le vacanze”. “Noi – aggiunge l’impiegato – non l’abbiamo mai visto morto e non abbiamo mai avuto dubbi sul suo ritorno. O ce la fa lui, o addio sogno di un Paese liberale”. Anche Prettypeter, al secolo Belpietro, quando il caro estinto gli annunciò il ritiro dalle scene, capì subito che era tutto “un bluff” e ora la resurrezione lo ringalluzzisce perché “o ci prova lui o non lo fa nessun altro”. Giuliano Ferrara s’era già buttato su Monti (con le conseguenze facilmente immaginabili per Monti). E ora oplà, con agile balzo si rituffa su padron Silvio: “Il pupo ha molta energia. È come un ragazzo”, “Amore, ritorna. Le colline sono in fiore e sarebbe bello che Silvio Berlusconi e Veronica si amassero ancora”. Si attende ad horas il ritorno all’ovile di Schifani, uno dei pochi che aveva creduto al decesso, dunque si era rimesso a vento col classico calcio dell’asino, o del lombrico. Mariastella Gelmini, dal tunnel del Gran Sasso dove ancora insegue i neutrini, scarica Angelino Jolie con cui per sei mesi era tutta puccipucci e annuncia trionfante: “Col Cav riprenderemo Nord e imprese”. Libero comunica esultante: “Operazione pulizia, Berlusconi fa sul serio: la Minetti deve lasciare”. Ma come, non ci avevano spiegato che l’igienista era una superlaureata, un volto nuovo, una statista in erba, una reincarnazione di Luigi Einaudi appena più popputo? Sì, alla fine dobbiamo confessarlo: il riritorno della risalma mette allegria anche a noi, ma non tanto per lui: per lo spettacolo impagabile dei trombettieri che si riposizionano alla spicciolata. Vespa torna a Palazzo Grazioli per raccogliere – informa su La Gazzetta di Parma – dalle labbra di B. “le ragioni del suo ritorno in campo”. Queste: “Se alle elezioni dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto 18 anni d’impegno politico?”. All’incontro “partecipa anche Alfano”, con grembiule, crestina e strofinaccio. Un giornalista normale farebbe notare a B. che essere ancora a piede libero e controllare Rai e Mediaset non è malaccio, come bilancio di questi 18 anni. Infatti l’insetto non fa notare. Galli della Loggia non ha mai risparmiato critiche al partito di plastica. Ma non perché fosse berlusconiano, anzi perché non lo era abbastanza: non separava le carriere dei magistrati e non difendeva il “primato della politica”, cioè i politici ladri e mafiosi. Ancora l’altro giorno Polli del Balcone lacrimava per Mancino seviziato dai pm siciliani cattivi. Ora se la prende col “conformismo” del “sistema dell’informazione… eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico” e conclude: “Ci siamo stati dentro tutti nell’Italia degli ultimi anni, se non sbaglio”. Ecco, sbaglia: ci sono stati dentro in tanti, lui compreso. Noi no. Parli per sé e per loro. Non per noi.

di Marco Travaglio, IFQ

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