Archive for novembre, 2010

30 novembre 2010

Chiedo scusa ad Alfano …

Scrivo su questo giornale dal giorno della sua nascita. Scrivo di giustizia e di politica. Ho criticato, anche aspramente, quelli che io chiamo – spregiativamente – B&C. Non solo loro, per la verità: ho criticato molto anche quella che chiamo – spregiativamente – la cosiddetta opposizione. Tra le persone spesso criticate è comparso frequentemente il ministro Alfano. Per forza: è il ministro della Giustizia, il responsabile delle sue risorse economiche, probabilmente l’esecutore degli ordini di B. E siccome di B. ho sempre pensato tutto il male possibile, la mia disapprovazione si è costantemente trasferita, in maniera automatica, sul suo strumento tecnico, su chi – secondo me – ne realizzava i perversi propositi. Ieri ho ascoltato l’intervento del ministro Alfano al congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati. E oggi debbo chiedergli scusa. Debbo dirgli che i miei sarcasmi e le   mie critiche sono stati frutto di scarsa ponderazione e, probabilmente, di carente informazione (il che, per uno che fa il “giornalista”, è abbastanza grave). E, naturalmente, debbo motivare.    PRIMA DI TUTTO il ministro Alfano ha saputo spiegare bene, con semplicità ed efficacia, le cose che ha detto. In un panorama di politici e magistrati che si sono presentati sul palco con decine di fogli, letti con voce monotona e distratta, spesso senza rispettare nemmeno la punteggiatura e inciampando sulle parole, un discorso pronunciato in maniera spontanea, tuttavia corretta, senza nemmeno il conforto di una scaletta, ha coinvolto chi ascoltava; e ha dimostrato che il ministro sapeva quello che diceva e, soprattutto, che ci credeva.   E poi, le cose che ha detto e le motivazioni che ha fornito. Il pragmatismo, prima di tutto. Noi non vogliamo – ha detto – un pm sottoposto al controllo del governo; perché i governi cambiano e non sappiamo quale   uso le future maggioranze faranno di un’arma così pericolosa.    La necessità di abbandonare il divieto di assegnazione in Procura, quale prima sede, per i magistrati di prima nomina. Io penso – ha detto – che quel divieto sia ragionevole, sono giovani, sono inesperti, è un lavoro pericoloso e carico di responsabilità. Ma le Procure si sono svuotate e non siamo riusciti a trovare un altro modo per ripristinare l’organico; quindi dovremo tornare indietro e abolire quel divieto.    Le piccole sedi giudiziarie. Sì, sono d’accordo – ha detto –. Abolendole si recuperano risorse   . Ma è una legge che dovrà passare in Parlamento; e deputati e senatori voteranno una legge che pregiudica i piccoli paesi che costituiscono il collegio elettorale in cui sono eletti? E l’intelligenza dimostrata quando ha invitato comunque a riflettere su quest’ultimo problema: sì, l’abolizione delle piccole sedi consentirebbe un buon recupero di risorse. Ma la distruzione delle occasioni di lavoro che esse assicurano, il venir meno dell’indotto, quale danno rappresenterebbe per il sistema Paese? Forse – ha concluso – bisogna privilegiare il sistema giustizia, è al collasso. Ma pensateci, pensiamoci, al venir meno dell’indotto; perché anche questo è un problema.    L’ultima cosa, la necessità dello “spirito di squadra”. Io so – ha detto – che la lotta alla criminalità   è condotta da magistrati e forze dell’ordine; e conosco i prezzi che hanno pagato. Per questo li apprezzo e sono dalla loro parte. Ma so che anche io mi sono impegnato, per quanto mi compete, per rendere possibili questi risultati. Ed è una   buona cosa che tutti, magistrati, poliziotti e amministratori pubblici, lavorino insieme; sarebbe bello che ci sentissimo una squadra.    SONO RIMASTO stupito; ho condiviso, ho apprezzato. Per questo gli chiedo scusa, per averlo mal giudicato. Con altrettanta franchezza, però, debbo dirgli che, a maggior ragione oggi, proprio perché ho potuto apprezzarne l’intelligenza e la capacità, considero inaccettabile che egli serva (il suo è un pubblico servizio) nell’attuale governo, tra i C di B. Persone dedite all’interesse privato quando non al malaffare, che ritengono   accettabile mettere la propria faccia e le proprie capacità, talvolta elevate, spesso modestissime, al servizio di un uomo che ha commesso reati in gran numero, che usa la sua funzione di presidente del Consiglio per non finire in prigione e che non retrocede nemmeno di fronte alla distruzione della legalità complessiva del Paese. Cosa altro sono, se non questo, il processo breve, il legittimo impedimento, il dimezzamento dei termini di prescrizione, il blocco delle intercettazioni, i reiterati ancorché scopertamente incostituzionali, “lodi” sulla immunità?      Credo di averlo citato altre volte. Ma mai come oggi, per un uomo come ho scoperto essere il ministro Alfano, voglio ricordare Seneca: “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Signor ministro lei non può, credibilmente (io ci ho creduto) proclamare la sua stima per quelle stesse persone che sono state indicate al pubblico disprezzo con frasi volgari e stupide. Ricorda i pm disturbati mentali, le persone che non fanno parte della razza umana, i giudici comunisti che complottano contro la sovranità popolare? Probabilmente lei è una risorsa per il nostro Paese; non si sprechi con gente che lo sta portando al collasso definitivo.

di Bruno Tinti IFQ

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30 novembre 2010

Il Nano Beta

Anche dai file svelati da Wikileaks l’omino ridicolo che ci ammorba da sedici anni esce per quello che è, come mamma Rosa l’ha fatto. Mentre i leader del mondo sono avvolti da un’aura di complotto internazionale, citati su grandi questioni strategiche, geopolitiche, militari, diplomatiche e politiche, il pover’ometto emerge (si fa per dire) come un nanerottolo incapace, vanesio, ridicolo e puttaniere, che si fa solo gli affari suoi. Sai che scoperta. Il primo a dirlo, nel ’94, mentre tutti intorno s’affannavano a dipingerlo come alfiere del neoliberismo, leader dei “moderati”, padre ricostituente con cui “dialogare” sulle “grandi riforme”, fu Montanelli: “Berlusconi non ha idee, ma solo interessi”. E nel 2001, mentre B. seminava figure barbine per il mondo, aggiunse: “Spero che l’Europa adotterà nei suoi confronti l’atteggiamento di indignazione e di disprezzo che merita”. Ora che il disprezzo lo mette nero su bianco il numero due dell’ambasciata americana, persino il Pompiere della Sera e i tg di regime sono costretti a registrarlo, naturalmente tra virgolette. E dire che fino a qualche giorno fa gli Ostellini lo invitavano a riprendere la “rivoluzione liberale”, i Sergiromani e i Panebianchi magnificavano i successi internazionali di colui che, secondo gli americani, si crede “il portavoce di Putin”, e di colui che si crede il portavoce del sedicente portavoce di Putin, il cosiddetto ministro degli Esteri, Frattini Dry. Quel Frattini che ora, come Luis de Funès nei film di Fantomas, accusa Assange di “distruggere il   mondo”. Ma forse anche la galassia. Abbiamo sempre saputo e detto che la Russia dell’amico Putin è uno Stato-mafia, non a caso piace tanto a B. Ora Putin viene definito “maschio Alfa” e B. relegato al ruolo di spalla (come già di Gelli, Craxi e Bush): praticamente il Nano Beta. Il fatto poi che il mediatore fra i due sia un certo Fallico, aggiunge alla comica finale un tocco onomatopeico. Ma chi oggi minimizza le rivelazioni di Wikileaks dimentica che per anni la cosiddetta informazione ha censurato le cazzate fatte e dette dal Nano Beta nei vertici internazionali, stigmatizzato la stampa straniera che lo trattava da clown, sminuito a “gossip” le scelte private che rendono ricattabile lui e vulnerabile l’Italia, assecondato la propaganda sulla “diplomazia delle pacche sulle spalle” con cui il poveretto sosteneva di aver riportato l’Italia ai fasti dell’impero romano. Oggi è fin troppo facile ridacchiare dicendo “sapevamo tutto”. Gentili signori, se sapevate tutto, perché non avete detto nulla per quindici anni? Perché nel 2009, dopo il G8 de L’Aquila, persino il Quirinale e qualche pirla del Pd gli riconobbero doti che nemmeno Talleyrand? Ancora qualche settimana fa milioni di italiani erano convinti che B. avesse scongiurato una guerra fra Russia e Georgia, spiegato a Obama come salvare il dollaro, costretto Obama e Medvedev a parlarsi per poter entrare al G8. Certo che era tutto falso, ma se i suoi elettori si bevevano tutto è anche perché, quando ne sparava una delle sue, non seguivano risate omeriche, ma pensosi commenti e articolati dibattiti. Oggi è tardi   per dire la verità. E troppo facile, visto com’è ridotto. Ieri, in braccio all’amico Gheddafi, non ha trovato di meglio che dichiarare alla stampa mondiale: “Le ragazze che vanno in tv a dire che fanno le escort sono pagate da qualcuno”: e da chi, oltre che da lui? Ora si attendono con ansia i report segretissimi di Wikilibia, in cui Gheddafi e le sue amazzoni ridono di lui appena gira l’angolo (pare che persino l’amico Muammar trovi il suo mascara decisamente eccessivo). E quelli di Wikirussia, in cui gli amici Putin e Medvedev si sbudellano dalle risate dopo ogni sua visita: “Ma tu l’hai capito cosa aveva in testa?”, “Mah, forse un casco di catrame”, “No, dicevo sopra, quella specie di copricapo peloso”, “Ah, sì, dev’essere un orsacchiotto di peluche…”, “Speriamo che torni presto, non ridevamo così dall’ultima sbornia”.

di Marco Travaglio IFQ

30 novembre 2010

Riforma Gelmini, da Torino a Palermo si riaccende la protesta

A Roma uova e bottiglie contro i blindati della polizia. A Bologna escrementi in una sede del Pdl. A Milano scontri con i carabinieri. A Palermo traffico paralizzato. Gelmini accolta in Consiglio dei ministri da un applauso. Sacconi: ”Vadano a scuola a studiare”.

A Pisa gli studenti hanno occupato i binari della stazione, mentre a Milano ci sono i primi scontri con le forze dell’ordine, a Bari i manifestanti hanno occupato il teatro Petruzzelli e a Bologna bloccata l’autostrada A14. La protesta dunque non si ferma. E mentre a Roma piazza Montecitorio è presidiata da Carabinieri e Polizia, nelle altre piazze d’Italia, da Venezia a Palermo si registrano cortei e proteste.

Torino. Uno dei più trafficati accessi alla tangenziale di Torino, in corso Regina Margherita, è stato bloccato nel primo pomeriggio da alcune centinaia di studenti che protestano contro la riforma Gelmini. Ma sulla tangenziale la circolazione non è interrotta, precisa la Polizia stradale. Si tratta di uno spezzone del corteo che si è diviso in due tronconi: il secondo si è diretto verso la stazione ferroviaria di Porta Nuova con lo scopo di bloccarla. In numerosi punti della città il traffico è fermo. Vi sono stati anche diversi momenti di tensione tra i manifestanti e gli automobilisti. In mattinata alcune decine di studenti si sono staccati dal corteo per effettuare un blitz negli uffici del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), in via Pietro Micca. Prima hanno colpito il portone d’ingresso dell’edificio con un lancio di uova, poi lo hanno sfondato e sono saliti al secondo piano, dove hanno si trovano gli uffici, e hanno sfondato un altro portone rompendo una sbarra. Si sono fermati soltanto davanti ai vetri antiproiettile che proteggono i dipendenti del ministero. Subito dopo sono scesi e si sono ricongiunti al corteo. Sul posto sono presenti gli agenti della Digos che stanno facendo accertamenti e indagini.

Milano. Scontri tra studenti universitari e Carabinieri. Un lancio di oggetti contro i Carabinieri ha costretto i militari a rispondere con una carica. L’episodio è avvenuto in Via dell’Orso, in pieno centro. Dopo gli scontri di via dell’Orso gli studenti si sono diretti in via Manzoni, all’altezza di Montenapoleone, una delle strade del quadrilatero della moda a Milano. Studenti da una parte, carabinieri e polizia in assetto antisommossa dall’altra, si stanno fronteggiando ma senza scontri. Il tentativo degli studenti è quello di raggiungere Piazza Duomo, ma le forze dell’ordine impediscono di arrivare al salotto buono della città. Gli studenti stanno bloccando una delle strade principali provocando gravi disagi alla circolazione del centro.  Sono almeno 5mila gli studenti milanesi scesi in piazza. Il corteo principale, partito da piazza Cairoli, ha attraversato il centro della città, poi si è più volte separato in diversi spezzoni che hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine. Dopo una breve occupazione della stazione Cadorna e della stazione Garibaldi, dopo il lancio di uova contro una sede distaccata dell’università Cattolica, parte degli studenti ha fronteggiato polizia e carabinieri in corso di Porta Romana, ma non si sono registrati scontri. Intanto, altri studenti hanno tentato in mattinata di avvicinarsi a Palazzo Marino, ma sono stati prontamente allontanati.

Brescia. Scontri in piazza Loggia e nell’aula magna della facoltà di Economia e Commercio occupata. Intorno alle 10 il corteo degli studenti ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che si trovava di fronte a palazzo Loggia, per entrare nella sede dell’amministrazione comunale. Ne sono nati dei tafferugli in cui i manifestanti hanno lanciato bottiglie contro le forze dell’ordine e gli agenti hanno fatto ricorso al manganello. Un giovane è stato fermato. Poco dopo, gli studenti si sono spostati nella facoltà di Economia dove attualmente si trovano.

Venezia. In centro storico, sulla terrazza (altana) di Palazzo Cappello che si affaccia sul Canal Grande è stata occupata da una ventina tra ricercatori, precari e studenti. Palazzo Cappello, sede degli studi euroasiatici di Cà Foscari, è stato sede della protesta già ieri. Sulla facciata è stato steso lo striscione “Ddl gelmini no riforma sì”, scritto in rosso e blu come la vecchia matita per correggere i compiti in classe. Verso il tetto, invece, è comparsa su un lenzuolo bianco la scritta che recita “difendiamo la ricerca”. In terraferma, lungo il Corso del Popolo di Mestre, circa 200 studenti delle scuole medie superiori hanno sfilato con musica a tutto volume, slogan e striscioni. Tra le scritte “blocchiamo la riforma” e “rovinate la scuola, distruggete il futuro”.

Genova. Momenti di tensione, manganellate e brevi scontri con le forze dell’ordine davanti alla Prefettura di Genova, un ferito tra gli studenti. Occupato simbolicamente Palazzo Ducale. I manifestanti hanno gridato “dimissioni”, “Berlusconi mafioso” e altri insulti al governo davanti alla prefettura e lanciato oggetti, uova e fumogeni contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Alcuni tra gli organizzatori hanno cercato di riportare la calma, bloccando i manifestanti più esagitati, mentre le forze dell’ordine tiravano qualche manganellata. Quindi il corteo proveniente da piazza Caricamento ha ripreso la strada andando verso piazza Corvetto. Tra gli slogan del corteo “Contro la crisi del padrone lotta di classe rivoluzione” e “sciopero generale”. In tarda mattinata nel cortile del rettorato verrà seguita la diretta della discussione alla Camera della riforma Gelmini, grazie a un megaschermo installato dai ricercatori precari.

Bologna. La protesta anti Gelmini ha bloccato l’autostrada, l’obiettivo dei contestatori ora è la Stazione Centrale per invadere i binari. Le Forze dell’Ordine schierate davanti all’ingresso hanno impedito il tentativo degli studenti respingendoli. Sono volati degli oggetti e qualche manganellata. Il tentativo per ora è andato a vuoto. Nella mattina una trentina di chili di escrementi, portato in sacchetti di plastica, sono stati gettati da un gruppo di manifestanti all’interno della sede del Pdl di via Santo Stefano, nel pieno centro di Bologna, di cui era stata rotta la vetrina. L’episodio, secondo alcuni manifestanti, sarebbe stato compiuto dallo Spazio sociale studentesco. Il corteo, alcune migliaia tra universitari e studenti delle superiori è entrato, passando dal casello della Fiera, nel tratto cittadino dell’A14, invadendo entrambe le carreggiate. La circolazione era stata precedentemente deviata dalla polizia. Il serpentone, un’unione di due cortei, era partito dal centro della città. Poi ha deviato dai viali di circonvallazione su via Stalingrado e poi su via Aldo Moro transitando davanti agli uffici della Regione. Da lì la manifestazione si è diretta decisamente verso il casello dell’autostrada. Dopo un breve presidio, appena entrati in direzione nord (lungo la cui direzione si è diretto in marcia), in attesa che il corteo si ricompattasse, al grido di «blocchiamo tutto» è scattata l’invasione.

Pisa. Gli studenti hanno occupato i binari della stazione, bloccando i treni in arrivo e in partenza. Da stamani in migliaia, si parla di 7.000, stanno percorrendo in corteo i lungarni cittadini per protestare contro il disegno di legge di riforma universitaria. In più punti della città il traffico risulta paralizzato o fortemente rallentato a causa del lungo serpentone di manifestanti. Intanto, alcune centinaia di studenti medi superiori hanno raggiunto il Ponte delle Bocchette, alla periferia nord est della città bloccando una delle principali vie d’accesso a Pisa.

L’Aquila. Prosegue, da ieri, l’occupazione in tre facoltà dell’Università dell’Aquila (Scienze, Ingegneria, Lettere e Filosofia); intanto gli studenti hanno elaborato e condiviso nelle ultime ore un documento per mettere in evidenza i punti di criticità del Ddl Gelmini in discussione alla Camera. La piattaforma, discussa nel polo scientifico di Coppito, definisce “inaccettabili” i contenuti del Ddl riguardo alla governance degli atenei e contesta i tagli, “l’ingresso dei privati nei Cda accademici” o il ricorso al prestito d’onore. Le assemblee denunciano anche la difficile situazione del diritto allo studio nel capoluogo abruzzese, che vive ancora le difficoltà del post terremoto. Tante le adesioni, nonostante la neve caduta copiosa stanotte e le temperature rigide. Circa 500 persone sono transitate a Ingegneria, tanto da spingere i rappresentanti a limitare gli accessi ai soli studenti della facoltà. Per la città dell’Aquila, l’occupazione di facoltà universitarie rappresenta un evento straordinario: gli ultimi episodi, ad eccezione di qualche caso sporadico, risalgono a quindici anni fa.

Roma. Gli studenti, provenienti dal Pantheon, hanno trovato la strada per Montecitorio sbarrata dai blindati della Polizia e hanno iniziato a lanciare bottiglie vuote e uova contro le forze dell’ordine. Esplosi anche alcuni petardi. La polizia non ha reagito. Ma i contestatori minacciano: “Se non sarà la Camera, se non raggiungeremo Montecitorio, allora colpiremo altri palazzi del potere”. In mattinata un migliaio di studenti,  ha riempito la scalinata del Campidoglio. Centinaia di dimostranti provenienti da alcuni istituti superiori della capitale, tra cui Ilaria Alpi, il Gassman, il Visconti, il Virgilio, stanno urlando slogan per protestare contro l’approvazione della riforma proposta dal governo Berlusconi. Tra i cori intonati dagli studenti: “La nostra cultura a noi non fa paura”, “Come nasce la dittatura, con i tagli alla cultura”, “Noi non moriremo precari”. Tra i dimostranti iniziano ad arrivare anche alcuni ricercatori e universitari, oltre a sindacalisti della Cgil.

Napoli. E’ partito, da piazza del Gesù il corteo degli studenti delle scuole medie superiori e universitari. Sacchetti di immondizia sono stati gettati davanti all’ingresso del palazzo della Provincia di Napoli e il lunotto posteriore di un’auto della polizia sfondato dai dimostranti dinnanzi all’ingresso della Questura in via Medina. Mentre in via Chiatamone alcuni contestatori hanno lanciato vernice rossa contro l’insegna del Cepu. Lanci di uova, sacchetti d’immondizia e vernice rossa contro il portone della sede dell’Unione degli industriali di Napoli, in piazza dei Martiri. Il portone è chiuso ed è presidiato dalla polizia in assetto antisommossa. I manifestanti si sono spostati da piazza dei Martiri alla vicina piazza Vittoria dove è in corso un blocco stradale.

Bari. “Gelmini cala il sipario”: è quanto scritto sullo striscione srotolato da un balcone del teatro Petruzzelli di Bari, da una delegazione di studenti dell’Università di Bari che ha occupato simbolicamente il politeama. “Lo stesso striscione  lo abbiamo srotolato ieri dall’interno del teatro Piccinni di Bari, ma alcuni esponenti del centrodestra al Comune lo ha strappato: sono ancora visibili – sottolineano – i lembi dello striscione che sventolano”. Fuori dal teatro Petruzzelli ci sono numerosi studenti e ricercatori baresi. “Eravamo partiti in 600 da centro città – dicono gli organizzatori – e poi ci siamo incontrati con altri gruppi di studenti del Campus al ponte di corso Cavour”, che successivamente, dopo poco, hanno liberato.

Palermo. La città è paralizzata. Il centrostorico, la zona dei palazzi della Regione e dell’Ars, le principali arterie commerciali, sono percorse dai vari cortei degli studenti medi e degli universitari che stanno realizzando il “blocchiamo tutto day”. Il traffico è in tilt. Migliaia di studenti si trovano in via Volturno, a Palazzo d’Orleans e stanno confluendo verso la Cattedrale per percorrere corso Calatafimi con l’intenzione di andare a bloccare l’autostrada Palermo-Messina-Catania-Trapani. Il coordinamento degli studenti medi afferma che per le strade ci sono circa 50 mila studenti. Stime delle forze dell’ordine parlano di diecimila persone. I giovani di “Azione Universitaria” sostengono invece che “la stragrande maggioranza degli studenti non va ai cortei guidati dai baroni e soltanto mille studenti, su oltre sessantamila iscritti all’ateneo di Palermo, hanno aderito alla manifestazione di questa mattina”. Azione Universitaria annuncia “una campagna capillare in tutte le facoltà dell’ateneo di Palermo per spiegare agli studenti i veri effetti che la riforma avrà sull’università.

Catania. La stazione ferroviaria di Catania è rimasta bloccata per un’ora, dalle 11.20 alle 12.20. La circolazione ferroviaria è tornata alla normalità dopo che i manifestanti hanno abbandonato i binari. Il blocco del traffico, secondo quanto hanno comunicato le ferrovie dello Stato, ha causato ritardi medi di 25 minuti per due treni a lunga percorrenza.

Il Fatto Quotidiano

29 novembre 2010

Il volto nuovo dell’Anti-mafia al Nord

La lotta civica contro i clan Gelesi nella palude leghista di Busto Arsizio.

Al vecchio tifoso ricorda un po’ Salvatore Bagni in gioventù. Ma il ragazzo, ventitré anni, non fa il calciatore. La sua partita è un’altra. Si è messo in testa di smuovere coetanei e adolescenti contro i clan saliti in tolda di comando nelle zone governate dalla Lega. Massimo Brugnone [in foto] è una nemesi storica per la mitologia lumbard. Nato a Busto Arsizio, provincia di Varese, ma con un bel corredo da terrone: il padre è di Termini Imerese, direttore alle poste, la madre tarantina, cancelliere in tribunale, due classici pubblici impiegati “venuti da giù”. E in più rappresenta un’associazione che odora di Calabria: “Ammazzateci tutti”, nata per rabbia e sfida dopo che a Locri, era il 2005, i clan uccisero   Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale calabrese. Ci voleva lui per fare quel che i leghisti purosangue non hanno mai fatto. Portare, per esempio, gli studenti del liceo scientifico di Busto Arsizio, il “Tosi”, ad assistere al processo alla ‘ndrangheta. “Bad Boys”   si chiama. “E perché non dovrei farlo? È giusto o no che i giovani sappiano come funzionano le istituzioni? E il funzionamento della giustizia non è importante per capire come la Repubblica fa rispettare le sue leggi?”.    Famiglie    e omertà

VAGLIELO a dire ai parenti dei (presunti) boss e dei loro (presunti) affiliati…Sieranoabituatiadagirein silenzio,qui,conunabellapletoradi sindaci e assessori pronti a giurare che la mafia non esiste. E ora non solo gli arriva addosso la magistratura che da Reggio Calabria a Milano mette clan e appalti sotto tiro, ma incomincia pure la rivolta civile. Ragazzi che si mobilitano per andare a vedere come vengono processati gli   imputati di associazione mafiosa. Con quei parenti che in Lombardia spesso intervengono nelle trasmissioni tivù, scrivono ai giornali, regolarmente ospitati, per proclamare l’innocenza dei congiunti e puntare l’indice contro chi crede più ai carabinieri che ai loro giuramenti. “Sì, i parenti   se la prendono con noi, ci insultano, ci accusano di considerare tuttigià colpevoliprima chesifaccia il processo. L’altro giorno mi ha affrontato la moglie di Vincenzo Rispoli, il capo dei calabresi di Lonate Pozzolo. Si è anche lamentata dal fatto che i familiari dei mafiosi non ricevono aiuti dallo Stato. Li ricevono anche i tossicodipendenti, ha detto,   e noi perché no? Mi ha augurato di passare tutto il male che sta passando lei. Ma noi vogliamo sentire bene le accuse. Vogliamo sentire avvocati e testimoni”. Già, i testimoni sono una specie a parte, qui. Mica per niente Ilda Boccassini ha dovuto denunciare silenzi e reticenze dei famosi imprenditori del nord.    Massimo è uno di quei giovani che da un po’ di tempo a questa parte stanno smuovendo la palude, il grande e pacifico accordo che assegna Busto Arsizio alla mafia siciliana dei gelesi e l’asse Lonate Pozzolo-Legnano ai calabresi. Ma non si ferma alla provincia di Varese. L’altro giorno è andato anche vicino Lodi, dai ragazzini delle terze medie di Graffignana. Si porta dietro i loro disegni come un trofeo, per dimostrare che è possibile svegliare le coscienze. “Diceva Borsellino della mafia: la gioventù le negherà il consenso. Ecco, io immagino l’umanità fatta di palline bianche, nere e grigie. Le grigie sono la maggioranza. Le bianche sono in gran parte tra i giovanissimi, bisogna che rimangano bianche salendo con l’età”. Ha una passione   per la legge, e mica per niente è iscritto a giurisprudenza a Milano. Si è scaricato le 790 pagine di ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Infinito e ne fa materia di divulgazione, perché almeno i giovani smettano di vivere come Alice nel paese delle meraviglie. Parla secco, davanti alla folla chiamata a Lonate da un gruppo trasversale di consiglieri uniti “per la legalità”.

In paese il quaranta per cento dei residenti arriva da Cirò Marina e qui non se ne vede uno tranne il vicesindaco, perché è meglio non dare nell’occhio, meglio restare a casa. La giacca blu, tiene le mani come aggrappate al microfono mentre snocciola i nomi e   cita Vincenzo Rispoli, il fruttivendolo, il boss locale; mentre invita gli onesti a mettersi insieme, i suoi coetanei ad “andare oltre senza aspettarsi nulla, perché oggi abbiamo tutti i mezzi per crearci un’informazione da soli ed essere di esempio per i più piccoli”. Avverte che si sta lasciando solo Fabio Lonati, commerciante-imprenditore usurato, e poi preso a calci sul torace e costretto letteralmente a mangiarsi le cambiali. “Qui dentro”, dice, “magari qualcuno lo sapeva e ha taciuto”. Parla asciutto, ma ha lo sguardo gentile. E qualche impennata di durezza. Difficile per lui accettare che il sindaco di Desio sia andato a chiedere al prefetto di Milano di dire che Desio non è la città messa peggio tra Brianza e dintorni. Si chiama Mariani quel sindaco. La maggioranza dei suoi consiglieri si è appena dimessa, provocando il commissariamento del comune.

La meglio    gioventù

“AMMAZZATECI tutti” da Locri ci tiene a ricordare alle autorità lombarde che combattere la mafia è un loro dovere, altro che far le vittime e i piangina, come si dice nella fertile pianura del Po. Massimo spiega di non sentirsi rappresentato dagli adulti, che molti quarantenni che si definiscono giovani neanche immaginano che cosa passi a lui nel sangue quando sente parlare dei trionfi di violenza e di silenzio dei clan. Be’, se mai si andrà a votare, i partiti ci pensino. E candidino i Massimi che in tutta Italia trascinano la meglio gioventù. Che il “largo ai giovani” sia rivolto a loro invece che ai portaborse del Palazzo.

di Nando Dalla Chiesa IFQ

29 novembre 2010

Abusivi di tutto il mondo, unitevi

L’altroieri, pubblicando la notizia del rinvio a giudizio di Luca Cordero di Montezemolo a Napoli per abuso edilizio, falso e deturpamento di bellezze naturali, non immaginavamo di dare la stura a una forsennata campagna politico-mediatica contro di lui proprio nel momento in cui ha deciso di sacrificarsi per noi e “sento di dover fare qualcosa per il nostro Paese”. Come avvoltoi assetati di sangue, tutti i giornali e i tg si sono avventati sulla notizia incuranti della presunzione di innocenza e della benchè minima pietas umana, colpendo Montezemolo sopra e sotto la cintola fino a lasciarlo esangue sul selciato. E, per fargli ancora più male, hanno usato una tecnica avveniristica, finora inedita nel panorama della stampa mondiale: la notizia subliminale. Funziona così: la notizia non si dà esplicitamente, ma la si lascia perfidamente intendere fra le righe, in un gioco impietoso di dire-non dire che alla fine si rivela micidialmente letale per la povera vittima. Qualche esempio. Corriere della sera di giovedì: “…ItaliaFutura diventa ‘la casa dei tanti italiani che credono sia arrivato il momento di uscire dal proprio particolare’…”. L’uso del termine “casa” è tutt’altro che casuale: evidente il riferimento alla villa di Anacapri ampliata e ristrutturata – secondo l’accusa – contro le norme edilizie e paesaggistiche con la connivenza dei vigili urbani, che avevano ricevuto in dono una bella Fiat Panda e manifestavano una certa   riconoscenza nelle ispezioni ai lavori abusivi. Non contento, il Corriere rincara impietosamente la dose con un’altra frase-civetta: “Montezemolo dipinge un Paese … in cui va ‘ricostruito il senso morale e civico’…”. Potevano scrivere ripristinato, rifondato, ricreato. Invece no: dicono proprio “ricostruito”, alludendo ancora una volta alla villa maledetta. Ieri poi il quotidiano più vicino a Montezemolo torna a tradire il suo azionista con un’altra stoccata in codice: “La sua analisi è spietata. E sono bordate, a destra come a sinistra … I leader dell’opposizione ‘in questi due anni hanno guardato dal buco della serratura, sono andati sui tetti, ma non hanno espresso una cultura alternativa”. Ma c’era proprio bisogno di scrivere “serratura” e “tetti”? Evidente l’ennesimo, malizioso riferimento alla villa incriminata. Per non essere da meno, anche Repubblica non scrive mezza riga sul rinvio a giudizio del giovin virgulto sessantatreenne che vuole rinnovare e moralizzare la politica italiana, ma lo concia per le feste con un’altra lancinante allusione: “Il suo è un progetto alternativo alla classe politica degli ultimi 15 anni ‘che ha pensato ai propri interessi e non al bene comune’…”. Tipo ristrutturarsi abusivamente la villa, per dire. Feroce anche La Stampa, giornale della Fiat che fu di Montezemolo: “’Da vent’anni – prosegue Montezemolo – abbiamo una trentina di personaggi che cambiano i nomi ai partiti come fossero dei marchi. Si spostano un po’, ma sono sempre gli stessi’…”. Tipo quelli che   trasformano in locali abitabili un garage e un vecchio rudere. Poi ci sono i giornali dichiaratamente nemici: il Sole-24 ore di Confindustria (la Marcegaglia detesta Montezemolo), il Giornale e Libero (Berlusconi odia Montezemolo). Ecco: questi lo scorticano vivo confinando la sua quasi-discesa in campo in minuscoli trafiletti e, se al rinvio a giudizio non dedicano nemmeno una stoccata subliminale (come Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgLa7), è solo perché non avevano spazio:ma stanno preparando inserti speciali sullo scandalo di Anacapri. Impossibile infatti che Feltri e Belpietro, così eccitati per le vicende immobiliari da dedicare cento e più prime pagine alla casa del cognato di Fini, possano ignorare la villa di Montezemolo (non del cognato). Fossimo in lui, però, più che del soffocante assedio mediatico, ci preoccuperemmo del fuoco amico: sul sito di ItaliaFutura, l’ultimo intervento di Luca è stato intitolato “Uno sforzo corale di ricostruzione”. Il titolista faceva prima a suicidarsi.

di Marco Travaglio IFQ

29 novembre 2010

La riduzione del prodotto che va al lavoro

La quota dei redditi da lavoro sul Pil nei principali paesi industrializzati è diminuita tra i cinque e i dieci punti rispetto agli anni ’70. In Italia, Francia, Giappone, Germania e USA i redditi da lavoro in percentuale del Pil sono anche al di sotto del livello al quale si trovavano negli anni ’60.

Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera degli economisti” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. [1]

Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi. La questione è rilevante e merita quindi un approfondimento. A questo scopo occorre prima di tutto chiarire quale sia il tipo di dati a cui ci si riferisce in questa discussione. Vi sono due modi principali in cui gli economisti analizzano la distribuzione del reddito. Uno è quello di guardare alle disuguaglianze tra i redditi delle persone o delle famiglie quali essi risultano da indagini statistiche appositamente condotte su campioni rappresentativi (come quella condotta, ad esempio, dalla Banca d’Italia), oppure, in altri casi, traendo informazioni dalle dichiarazioni dei redditi. C’è poi un altro modo, che discutiamo qui, il quale consiste nel guardare come l’intero prodotto interno di un paese si divide tra redditi da lavoro (considerati al lordo delle imposte dirette e di tutti gli oneri contributivi sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro), e tutti gli altri redditi (profitti, rendite e altre forme di reddito non da lavoro). Questi ultimi dati sono tratti dalle statistiche relative ai conti economici nazionali prodotte, sulla base di definizioni e criteri uniformi, dagli istituti centrali di statistica dei vari paesi. Veniamo ora a discutere le due conclusioni dell’articolo.

Andamento delle quote distributive e incidenza del lavoro autonomo

La conclusione (1) viene raggiunta guardando la quota sul Pil dei soli redditi da lavoro dipendente.  Ora, a parità di Pil e di rapporto tra salario e prodotto per lavoratore, la quota del solo lavoro dipendente riflette anche la proporzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nell’economia: ad esempio, se il lavoro autonomo ha un peso importante nella produzione, la quota dei redditi da lavoro dipendente risulterà più bassa che nel caso in cui la produzione sia realizzata, poniamo, da solo lavoro dipendente. L’autore dell’articolo segnala questo problema ma non ne tiene poi conto quando analizza l’andamento delle quote nei vari paesi. Ma tra gli anni 70 e oggi, come mostrato da un grafico pubblicato nell’articolo che stiamo discutendo, il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo è aumentato, talvolta molto significativamente, in vari paesi (principalmente in Giappone e Francia ma anche in Italia e Usa), e questo come abbiamo visto tende a far aumentare, a parità di altre circostanze, la quota dei redditi da solo lavoro dipendente sul Pil.

Tuttavia, a differenza che nell’articolo che stiamo esaminando, nella letteratura economica e nelle statistiche nazionali ed internazionali la stima che viene fornita delle quote distributive sul Pil è “corretta” per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua minore o maggiore incidenza crei una distorsione quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese. Questo aggiustamento per tenere conto del lavoro autonomo viene fatto nel seguente modo: si attribuisce ad ogni lavoratore autonomo il reddito medio da lavoro dipendente comprensivo di imposte e contributi e si aggiungono i redditi da lavoro autonomo così calcolati a quelli complessivi da lavoro dipendente. Si ottiene così una quota dei redditi da lavoro che comprende anche i redditi attribuiti al lavoro autonomo, mentre rientrano tra i profitti e altri redditi non da lavoro solo quella parte dei redditi individuali dei lavoratori autonomi (professionisti, commercianti, imprenditori ecc) che superano il reddito medio da lavoro dipendente.[2] Il vantaggio è che la quota dei redditi da lavoro così corretta dipende solo dalla distribuzione del reddito, cioè dal rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e non dipende più dall’incidenza del lavoro autonomo sull’occupazione totale. Vedremo tra breve quale sia l’andamento delle quote distributive “corrette” nel modo appena descritto. Prima però occorre un chiarimento sulla “quota del governo”.

La “quota del governo” piglia tutto?

Esaminiamo ora la conclusione (2) dell’autore dell’articolo, secondo cui quella che viene chiamata “quota del governo” avrebbe assorbito l’intera diminuzione della quota dei redditi da lavoro in Italia, mentre i redditi da capitale sarebbero rimasti invariati. Tale “quota del governo” consiste nelle imposte sulla produzione e sulle importazioni (in Italia l’IVA) al netto dei sussidi alla produzione (cioè dei sussidi alle imprese). Queste imposte contribuiscono a determinare il prezzo di vendita dei prodotti e nella contabilità nazionale rappresentano la differenza tra il Pil stimato al costo dei fattori e il Pil ai prezzi di mercato; cioè per definizione si ha:

Pil al costo dei fattori + (imposte indirette  – sussidi alla produzione) ≡ Pil ai prezzi di mercato

Ora, quale che sia l’andamento di tali imposte,[3] noi possiamo direttamente analizzare la distribuzione del Pil misurato al costo dei fattori, cioè considerato già al netto di quelle imposte, anche in questo caso seguendo la prassi normalmente adottata nella letteratura economica e nelle indagini statistiche su questi temi. La Figura 1 qui sotto riporta l’andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”. Si vede immediatamente che in Italia la quota dei redditi da lavoro è diminuita di circa 10 punti percentuali di Pil, e che specularmente è aumentata la quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro presi al netto delle imposte indirette, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo che stiamo discutendo.

di Antonella Stirati – economiaepolitica.it

L’andamento delle quote distributive nei principali paesi industrializzati

La figura 1 mostra che la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo e presa sul reddito al costo dei fattori nei principali paesi industrializzati (gli stessi considerati nell’articolo che stiamo discutendo) è diminuita tra i  cinque e i dieci punti di Pil  rispetto agli anni 70. La figura mostra inoltre che in Italia, Francia, Giappone, Germania e USA i redditi da lavoro in percentuale del Pil sono anche al di sotto del livello al quale si trovavano negli anni ‘60. In Italia negli ultimi dieci anni si è verificato un moderato aumento della quota dei redditi da lavoro (dovuto al declino del prodotto pro capite, con salari medi stabili), che tuttavia lascia tale quota a valori molto inferiori rispetto al passato. Questo naturalmente significa anche che la quota dei redditi da capitale presi al netto delle imposte indirette, che è il complemento a 100 della quota del lavoro, è aumentata significativamente.[4] Il diverso risultato rispetto all’articolo che stiamo discutendo dipende dal diverso metodo di calcolo, che applica la correzione per il lavoro autonomo e fa riferimento al PIL al costo dei fattori.[5]
In definitiva, le conclusioni (1) e (2) dell’articolo in questione non trovano adeguati riscontri e debbono quindi essere respinte.

[1] Giulio Zanella, Gli economisti e i fatti, 28 giugno 2010, www.noisefromamerika.org.
[2] Ad esempio, se un commerciante guadagna 60 mila euro l’anno lordi e  un lavoratore dipendente in media 25 mila, solo 35 mila euro guadagnati  dal commerciante saranno considerati come redditi da capitale, mentre  gli altri 25 sono inclusi tra i redditi da lavoro
[3] Nell’articolo che stiamo discutendo si indica un aumento di 10 punti  della quota delle imposte indirette nette sul Pil stimato ai prezzi di  mercato tra la metà degli anni 70 e oggi. E’ interessante tuttavia  notare che questo aumento dipende dalla data di inizio presa per  effettuare il confronto. A metà degli anni settanta tali imposte erano  infatti ad un minimo storico durato solo qualche anno – se si fa il  confronto con i valori medi prevalenti nel periodo precedente la  variazione è stata di circa tre punti percentuali. Questo comunque è  irrilevante per la stima delle quote distributive effettuata al netto delle imposte indirette.
[4] D’altra parte anche la letteratura economica che guarda alla  distribuzione del reddito dal punto di vista delle disuguaglianze nei  redditi personali e familiari perviene alla conclusione che a partire  dagli anni ‘80 nei paesi industrializzati si sia verificato un aumento  delle disuguaglianze e un forte aumento della quota del reddito  complessivo che va all’1% più ricco della popolazione: si vedano, tra  gli altri, A. Atkinson e A. Leigh, The distribution of top incomes in  five anglo- saxon countries over the 20th century, IZA paper no 4937,  2010; T. Piketty & E. Saez, Income Inequality in the United States,  Quarterly Journal of Economics, 2003; A.Atkinson, Income inequality in  Oecd countries, Oecd, 2003; Brandolini, Cipollone, Sestito, Earning  dispersion, low pay and household poverty in Italy 1977-1998, Temi di  discussione della Banca d’Italia, Giugno 2000.
[5] I dati di Zanella per Usa, Francia, Germania (dal 1990), Italia e  Giappone corrispondono alla quota dei redditi da lavoro (al lordo dei  contributi e delle imposte dirette) sul Pil ai prezzi di mercato  calcolata sui dati dei database citati nell’articolo. Essi differiscono  da quelli qui riportati principalmente per l’assenza della correzione  per il lavoro autonomo (tale differenza è molto marcata per la Francia e  il Giappone e più contenuta per gli altri paesi, coerentemente con  l’evoluzione dell’incidenza del lavoro autonomo sul totale). La medesima  quota non corrisponde invece ai dati citati nell’articolo relativi al  Regno Unito. In questo paese si osserva una caduta di sei punti della  quota calcolata secondo il metodo di Zanella, e non la costanza là  affermata.
29 novembre 2010

Alitalia, cordata e fuga

Nel 2013 Alitalia potrebbe diventare Alifrancia. O almeno, questo è ciò che l’attuale capo della compagnia si augura. Al calare delle tenebre sull’impero berlusconiano, pare che tutto si veda meglio: anche le cose dell’economia, anche quelle che i più informati o accorti o semplicemente onesti avevano già in qualche modo previsto, ma che invece erano state camuffate per il grande pubblico sotto una cortina fumogena.

Una di queste è proprio la vicenda dell’Alitalia, la nostra compagnia di bandiera al centro di una lunghissima vicenda economico-finanziaria e un duro scontro sindacale e politico, il cui “salvataggio” – attuato attraverso una cordata di imprenditori radunati per l’occasione – fu l’atto di esordio del quarto governo Berlusconi, subito dopo il l trionfo elettorale del 2008.

Poco più di due anni dopo, mentre il governo allora trionfante arranca dietro l’incontinenza del suo leader, la maggioranza perde pezzi e il capo si avvia sul viale del tramonto, si chiude simbolicamente anche la vicenda Alitalia, con il cader di paillettes e nastrini: non si trattò di salvataggio dal pericolo di finire nelle mani dei francesi di Air France, ma di un costoso rinvio della vendita della compagnia aerea italiana agli stessi francesi. Costoso per i contribuenti, non per i partecipanti, soci e sodali del premier.

O almeno, questo pare di poter confermare dopo l’annuncio fatto dall’amministratore delegato della nuova Alitalia, Rocco Sabelli: “La mia opinione personale, che trasformerò in una raccomandazione agli azionisti, è di costruire una fusione tra le due compagnie per confluire in un aggregato più grande”, ha detto. E il fatto che lo abbia detto non agli azionisti, non a un giornale finanziario ben quotato, non all’autorità di controllo della borsa, ma a Bruno Vespa per il suo infinito libro a puntate sull’Italia, illumina ancor più il contesto politico-salottiero di tutta l’operazione.

Operazione che comincia ancor prima della vittoria elettorale di Berlusconi nel 2008. Già durante la campagna elettorale infatti, erano state proprio le promesse del (probabile) futuro premier su una soluzione alternativa a quella della fusione con Air France – che nel frattempo il management di Alitalia, supportato debolmente dal centrosinistra al governo, andava trattando – a far saltare la trattativa, arenata peraltro anche sull’ostilità dei sindacati e le divisioni tra i ministri competenti.

Cosicché nell’atto di nascita del Berlusconi anno 2008 era scritto a caratteri cubitali, insieme alla immancabile promessa di ridurre le tasse sul reddito e a quella (mantenuta) di ridurre l’Ici per i ricchi, che l’Alitalia sarebbe rimasta agli italiani. Intesi come imprenditori privati italiani, essendo preclusa dalle regole europee e anche dalla volontà politica di destra e sinistra la possibilità di mantenerla in mano pubblica.

Ma come mai, se c’era la possibilità di mantenere in mani italiane l’indebitata compagnia di bandiera, nessuno si era fatto avanti per anni e anni? Perché non ci avevo ancora messo le mani io, è stata la risposta di Berlusconi, che poi ci ha messo le mani e ha racimolato una lunga lista di sottoscrittori coraggiosi, ciascuno con un piccolo gettone di partecipazione, che si sono impegnati a comprare e a restare almeno fino al 2013. Ecco i nomi: Benetton, Gavio, Riva, Colaninno, Angelucci, Toto, Ligresti, Mancuso, Carbonelli-D’Angelo, D’Avanzo, Orsero, Tronchetti Provera, Caltagirone Bellavista, Fratini, Traglio, Crociani, Maccagnani, Fontana, Manes, Marcegaglia. Insieme a una grande banca, Intesa San Paolo.

Si tratta di nomi più o meno noti: alcuni personaggi storici del capitalismo familiare italiano, altri oscuri protagonisti di mercati di nicchia. Salvo l’imprenditore Toto, inventore e gestore della compagnia Air One, nessuno di questi nuovi azionisti aveva mai avuto a che fare con il settore aereo, se non per viaggiarci sopra. Più che l’interesse per il business mondiale – sempre più difficile e competitivo – del trasporto aereo, la nuova compagine di Alitalia aveva in comune l’interesse a mantenere buoni rapporti con il potere politico, dal quale gran parte del loro fatturato dipendeva e dipende.

Non a caso, hanno messo un “gettone” in Cai – questa la la sigla dalla quale è poi nata la nuova Alitalia – molti imprenditori che hanno a che fare con il sistema delle concessioni o con la spesa pubblica: i padroni delle autostrade e degli aeroporti, i cui profitti dipendono fortemente dalla regolazione pubblica delle tariffe e dal controllo pubblico sugli investimenti fatti; i maggiori costruttori italiani, alla vigilia di appalti che si preannunciavano importanti come quelli dell’Expo e del Ponte sullo Stretto; altri soci grandi e piccoli della compagnia di giro del premier, a lui legati da tempo.

Per realizzare l’operazione, è stata necessaria più di una forzatura. A partire da quella sulla legislazione antitrust, temporaneamente sospesa sulla tratta Roma-Milano per superiori interessi nazionali: vale a dire che, mentre tutto il mondo politico ed economico continuava a riempirsi la bocca sui vantaggi della libera concorrenza per il consumatore, ai passeggeri da Fiumicino a Linate tali vantaggi venivano momentaneamente congelati per salvare l’italianità della compagnia.

Non solo. Anche gli utenti delle autostrade, che si sono trovati con tariffe ai caselli indicizzate all’inflazione (unico esempio di scala mobile rimasto in Italia), forse potrebbero avere qualcosa da ridire sul prezzo pagato per salvare l’italianità dell’Alitalia. Idem tutti i beneficiari di quella parte della spesa pubblica che è stata sottratta ad altri scopi per finanziare l’operazione e dare ammortizzatori sociali al personale licenziato nel passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia.

“La stima da più parti avanzata – ha scritto l’economista Gnesutta – è che, rispetto all’accordo con AirFrance del 2008, il maggior costo della privatizzazione e costituzione della (nuova) Alitalia si colloca tra i 2,8 ed i 4,4 miliardi di euro. Un costo che corrisponde al taglio dei fondi per la ricerca e l’università deciso dal governo per il prossimo quinquennio e a oltre la metà del fondo di finanziamento ordinario dell’intero sistema universitario statale” (Claudio Gnesutta, “Alitalia e la perdita della memoria”, www.sbilanciamoci.info, 22 febbraio 2010).

La sospensione dell’antitrust; gli aiuti pubblici; gli aiuti privati agli amici della cordata: tutto ciò, secondo la Frankfurter Zeitung, configura “un’insolente bancarotta fraudolenta e uno scandalo di dimensioni europee”. Ma si potrebbe dire: è tutta invidia, per non aver potuto raggiungere il boccone dell’Alitalia; valeva la pena, per salvare la baracca e lasciarla in Italia. Ma è proprio quest’ultima condizione che pareva irrealistica fin dall’inizio, e infatti i nuovi soci di Alitalia sono vincolati solo fino al 2013, mentre è già operativa un’alleanza strategica con Air France.

Di qui la previsione e la raccomandazione dell’amministratore delegato Sabelli, consegnata ai posteri attraverso il libro di Vespa: consiglierò una fusione con Air France, ha detto Sabelli, precisando di parlare “a titolo personale”. Come se un amministratore delegato potesse aprire la bocca e parlare a titolo personale, non curandosi degli effetti di quel che dice su una società quotata in borsa.

Alle sue dichiarazioni puntualmente è seguita una pioggia di reazioni e smentite: ministri all’attacco, soci dissociati, politici infuriati. Da Parigi, il quartier generale dell’Air France ha fatto sapere: per ora non c’è niente di nuovo, poi si vedrà. Il “poi” – il 2013 – per i tempi della politica vuol dire un periodo lunghissimo; ma intanto il messaggio, per chi si occupa di soldi e azioni, crediti e impegni, è stato lanciato ed è arrivato a chi di dovere: il futuro industriale dell’Alitalia è francese, gli italiani sono pronti a vendere, comincia la trattativa. E gli altri italiani, quelli che votano? Si fa affidamento sulla loro scarsa memoria: chi volete che si ricordi, nella campagna elettorale del 2013 – o del 2011, chissà – delle promesse fatte in quella del 2008?

di Roberta Carlini, da La Rocca di Assisi e robertacarlini.it


29 novembre 2010

Bauman: così la solidarietà ci può salvare

Benché abbia lasciato il suo incarico di docente di sociologia alla Leeds University nel 1990 per andare ufficialmente in pensione, l’ottantaquattrenne Bauman continua ad essere un autore prolifico, sfornando un libro l’anno dalla sua dimora nel verde dello Yorkshire. L’ultimo saggio, intitolato 44 Letters from the Liquid Modern World, raccoglie una serie di articoli scritti su vari fenomeni, da Twitter all’influenza suina alle élite culturale.

Bauman ha il pubblico di una vera star: quando è stato inaugurato l’istituto di sociologia che l’università di Leeds ha intitolato a suo nome, a settembre, più di 200 delegati stranieri sono venuti a sentirlo. Nonostante il plauso che riscuote, pare proprio che Bauman sia profeta ovunque meno che in Inghilterra. Forse dipende dal fatto che finora non si è prodigato a fornire ai politici teorie superiori per giustificare il loro operato e le loro motivazioni – a differenza di Lord (Anthony) Giddens, il sociologo autore della teoria politica della “terza via”, sposata dal New Labour di Tony Blair.

Ma tutto è cambiato da quando alla guida del Labour c’è Ed Miliband che ha mutuato da Bauman la tesi secondo cui il partito aveva perso di umanità convertendosi al mercato. Così per il sociologo il nuovo leader offre una possibilità di “risurrezione” alla sinistra a livello morale.
«Mi sembra molto interessante la visione della collettività di Ed. La sua sensibilità ai problemi dei poveri, la consapevolezza che la qualità della società e la coesione della comunità non si misurano in termini statistici ma in base al benessere delle fasce più deboli», racconta Bauman.

Il rapporto tra Bauman e i Miliband è di lunga data. Il padre di Ed, Ralph, e Bauman strinsero una profonda amicizia negli anni ’50 alla London School of Economics. Entrambi erano sociologi di sinistra e ebrei polacchi d’origine. Entrambi fuggiti da regimi tirannici: Ralph Miliband scappò dal Belgio ai tempi dell’avanzata tedesca nel 1940 e Bauman fu espulso dalla Polonia quando i comunisti locali attuarono una purga antisemita nel 1968. Decisiva fu la scelta di Ralph Miliband di entrare a far parte, nel 1972, del dipartimento di scienze politiche dell’università di Leeds, dove Bauman insegnava sociologia. La casa di Bauman a Leeds divenne una tappa fissa per i figli di Milliband. Ed e David crebbero guardando i due accademici discutere del futuro della sinistra.
Bauman afferma che i fratelli Miliband già da piccoli erano «validi interlocutori… affascinanti e di straordinaria intelligenza per la loro giovane età».

Neal Lawson, direttore del think tank della sinistra laburista Compass, afferma che l’appello di Ed Miliband a mobilitarsi «per chi crede che nella vita non contano solo i guadagni» e la sua energica difesa della «collettività, dell’appartenenza e della solidarietà» era in puro stile Bauman. Anche perché a differenza di quanto accade per altri sociologi l’opera di Bauman è accessibile, intellettuale e spesso polemica. La sua biografia – dalla fede comunista allo status di minoranza perseguitata all’analisi scientifica della quotidianità – rende difficile inquadrarlo. La sua teoria si fonda sul concetto che sono i sistemi a fare gli individui, non viceversa. Bauman sostiene che non è questione di comunismo o di consumismo, comunque gli stati vogliono controllare l’opinione pubblica e riprodurre le loro élite. La sua opera si incentra sulla transizione ad una nazione di consumatori inconsapevolmente disciplinati a lavorare ad oltranza. Chi non si conforma, dice Bauman, viene etichettato come “rifiuto umano” e depennato come membro imperfetto della società. Questa trasformazione «dall’etica del lavoro all’etica del consumo» preoccupa Bauman. Egli ammonisce che la società è passata dagli «ideali di una comunità di cittadini responsabili a quelli di un’accolita di consumatori soddisfatti e quindi portatori di interessi personali». Non c’è da stupirsi che i critici dipingano Bauman come un “pessimista”.

Ma davanti ad una tazza di tè e a un assortimento infinito di pasticcini il canuto professore è il fascino in persona – per quanto pessimista sia. A suo giudizio è emerso tutto un vocabolario politico come “paravento” per intenti occulti. Così il termine mobilità sociale, ad esempio, è «menzognero, perché gli individui non sono in grado di scegliere la propria collocazione nella società». L’equità non è che una copertura per «lo spettro dell’assistenza concessa solo negli ospizi».
Talvolta le scelte di Bauman risultano inquietanti. Dichiara di aver mutuato l’idea fondamentale del suo importantissimo saggio sull’Olocausto da Carl Schmitt, un politologo considerato vicinissimo a Hitler. Bauman sostiene che l'”esclusione sociale” di cui oggi si discute non è che un’estensione del postulato di Schmitt secondo cui l’azione più importante di un governo è “identificare un nemico”.

Questo portò Bauman nel 1969 a sostenere che l’omicidio di milioni di ebrei non era il risultato del nazismo né l’azione di un gruppo di persone malvagie, ma frutto di una moderna burocrazia che premiava soprattutto la sottomissione e in cui complessi meccanismi nascondevano l’esito delle azioni della gente. L’Olocausto, afferma, non è che un esempio criminale del tentativo dello stato moderno di perseguire l’ordine sfruttando il timore degli “stranieri e degli emarginati”. «Una volta escluse dai governi le persone non sono più protette. Le società iniziano a manipolare il timore nei confronti di determinati gruppi. Nelle fasi di crisi del welfare state dobbiamo preoccuparci di questa caratteristica della società».
Oggi Bauman è comunque ottimista sulla capacità della sua disciplina di trovare soluzioni per questi problemi. Con il calo degli iscritti al corso di laurea e la mentalità insulare la sociologia britannica si dibatte tra statistica e filosofia, ma, ammonisce Bauman: «Il compito della sociologia è venire in aiuto dell’individuo. Dobbiamo porci a servizio della libertà. È qualcosa che abbiamo perso di vista», dice.

Nonostante abbia la reputazione di criticare senza offrire soluzioni, Bauman è stato una voce importante nei dibattiti sulla povertà. La sua proposta di garantire un “reddito del cittadino”, fondamentalmente il denaro sufficiente a condurre una vita libera, è stata una delle poche voci non conformiste nel dibattito sulle politiche di reimpiego (welfare-to-work). L’erogazione di denaro ai poveri, scriveva Bauman nel 1999, eliminerebbe «la mosca morta dell’insicurezza dall’unguento odoroso della libertà». Dieci anni dopo il reddito minimo garantito è entrato nel comune dibattito politico ed è una causa sostenuta da Ed Miliband.

Bauman si è sempre interessato di politica: il suo primo scontro con l’autorità pubblica ebbe luogo quando criticò il partito comunista polacco negli anni ’50 per la sua burocrazia fossilizzante e la spietata repressione degli oppositori. «La mia tesi era che il comunismo era animato solo dalla necessità di restare al potere».
Un decennio di simili eresie gli guadagnò l’espulsione dal suo paese a danno della Polonia e a beneficio dello Yorkshire. Oggi Bauman non mostra amarezza. È arrivato al punto di ignorare l’articolo di una rivista polacca di destra che nel 2007 lo accusò di essere stato per un periodo al soldo dei servizi segreti polacchi e di aver avuto parte nella purga degli oppositori politici del regime.
«L’accusa si basa su un ragionamento deduttivo. Poiché da adolescente ero membro di un’unità interna dell’esercito polacco devo necessariamente essere colpevole di qualcosa. Non c’è traccia di prove. Semplicemente non è vero», dice Bauman.

Nonostante l’esperienza maturata in decenni di attività intellettuale Bauman non si pone volentieri nel ruolo di vate, dice di non aver intenzione di “calcare i corridoi del potere” dispensando gemme di saggezza. Augura successo al Labour e resta profondamente pessimista circa il tentativo del governo di coalizione di dare un volto umano ai tagli alla spesa pubblica. «Ci siamo già passati con Reagan e la Thatcher», ammonisce.

di Randeep Ramesh – la Repubblica


29 novembre 2010

Massimo Bucchi e la satira al tempo della menzogna

Quando abbiamo sentito il capo di un governo allo sbando, irrompere (per l’ennesima volta) in un programma televisivo, e inveire contro il conduttore accusandolo di “faziosità”, perché aveva semplicemente fornito dati sulle grottesche promesse non mantenute relativa alla miracolosa eliminazione dei rifiuti che invadono Napoli, ci siamo ulteriormente convinti (anche se non ne avevamo bisogno) che quell’uomo è un bugiardo patologico, un millantatore professionale e un venditore di fumo.

Parlo di poche sere or sono: e sono convinto (ingenuamente?) che ogni italiano non offuscato dal pregiudizio, si sia indignato; non contro la trasmissione che tentava di fare semplicemente informazione; indignato, piuttosto, contro la prepotenza di un governante che pretende non solo il controllo proprietario o di indirizzo politico dei media, ma la configurazione di ciascun programma secondo i suoi desiderata.

Così come abbiamo ricevuto una ulteriore, penosa riprova di un ormai conclamato di delirio di onnipotenza: lui è il più grande statista del mondo; il più gradito leader sulla scena europea; il più bravo presidente del Consiglio della storia italiana; lui è un supremo esperto di calcio, che solo per mancanza di tempo non allena la sua squadra e la Nazionale; lui è soprattutto, e ci tiene a mostrarlo, un “intenditore” di donne (possibilmente escort, meglio se minorenni); lui è, naturalmente, uno che “ne capisce” di tv (“ne capisco molto più di lei”, ha ululato prima degli ultimi insulti al povero conduttore): in quanto esperto, in quanto capo del governo, in quanto capo della catena concorrente alla tv pubblica, che egli peraltro ampiamente controlla (ma purtroppo non del tutto), pretende di pensare i programmi, scegliere chi vi lavora, deciderne la scaletta, eccetera.

E se questo non accade, che fa? Telefona, aggredisce, sbraita, ingiuria, e poi riattaccata la cornetta, la rialza subito per chiamare qualche suo maggiordomo per chiedergli come si possa fare per chiudere un programma, licenziare un conduttore, o un direttore, o assumerne in aggiunta uno al suo proprio servizio, anche quando si tratti della Rai.

Pochi giorni dopo l’episodio della telefonata, un altro programma ha mandato in onda una finta telefonata di un finto presidente che blaterava scempiaggini, scimmiottando la telefonata vera di un paio di giorni prima. Chi era nella sala di emissione ridacchiava, come il pubblico. Era la satira che provava a fare il verso alla realtà, per contestarla. Efficace? A mio avviso no. Anzi, al limite controproducente; un modo per banalizzare un evento, trasformare una gravissima prevaricazione, una minacciosa interferenza, una plateale rottura delle regole in un’occasione di modesta comicità. Un modo per “buttarla sul ridere”, ossia, in sostanza, per assolvere. E far ritornare “normale” un comportamento che non avrebbe diritto di cittadinanza in alcuno Stato liberale al mondo.

Questo vuol dire che la satira non serve? No, certamente. Ma la satira funziona se è estrinsecazione di un disegno culturale, o addirittura di un intento politico: se dietro ci sono analisi, riflessioni, dati.
La satira funziona se è una forma di lotta. Contro il potere, a cominciare dalla sua espressione tipica nel campo della manifestazione del pensiero: la censura; e contro ogni forma di occultamento della verità o di sua distorsione, a fini di conservazione di posizioni di dominio, di profitto, di rendita.

La verità, dunque: questo l’ostacolo da abbattere da parte del potere corrotto, tirannico, iniquo. La verità, quindi, l’obiettivo da perseguire per chi voglia lottare contro ingiustizie, tirannie, corruzione. Scriveva un giovane Antonio Gramsci (1916): “La verità deve esser rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire”.

Le bugie richiedono altre bugie; sono una micidiale catena. E chi tra i miei lettori e lettrici è “costretto”, per proprie (magari valide dal suo punto di vista) a mentire a qualcuno, alla fine rischia di trovarsi invischiato in una ragnatela da cui non solo è difficile uscire, ma che diventa col tempo impossibile governare. Ciò nel privato; nella gestione della cosa pubblica, ogni menzogna ne richiede ulteriori, per essere puntellata, e la grande catena diviene infinita. Il nostro capo del governo sta per essere travolto prima che dalle minorenni e dalla spazzatura, dal castello di falsificazioni che ha costruito nella sua lunga carriera di bugiardo. E si può lottare con le armi della satira contro una siffatta pratica?

Certo questo è il tempo della menzogna. La verità è particolarmente a rischio in tempi di guerra, in di crisi economica, di difficoltà del potere costituito. E oggi i tempi sembrano assommare in sé tutti questi caratteri: guerra permanente di tipo militare su vari fronti all’estero, in specie in Afghanistan e in Iraq; guerra tra nemici interni nel Paese; quanto alla crisi economica non v’è da dire una sola parola di spiegazione: infine: che il potere sia in grave difficoltà anche questa pare una verità lapalissiana. Dunque, enorme, incessante ricorso alla menzogna.

Ebbene: più numerose sono le menzogne in circolazione, maggiore è lo spazio di lavoro per chi, con le armi della satira, voglia agire contro. Ne si vuole un esempio? Si vada a vedere la mostra delle opere di Massimo Bucchi, “vignettista” satirico de la Repubblica, aperta il 27 novembre a Potenza (Galleria Civica): una città, aggiungo, in grado di sorprendere per la capacità di apertura culturale, per l’efficienza dei servizi, per una serie di “grandi” e piccole opere pubbliche realizzate o avviate dall’Amministrazione comunale, guidata da un sindaco efficiente, perbene e serio, che risponde al nome di Vito Santarsiero. Un esempio del Sud che funziona, dell’Italia onesta, della provincia che dà punti alle grandi aree metropolitane.

Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto all’istituzione di una o due borse di studio sul tema del “Femminicidio”, che proprio a Potenza, un anno e mezzo fa, trovò un esempio raccapricciante nel massacro di una meravigliosa fanciulla, diciassettenne, caduta sotto i colpi di un uomo: uno dei troppi episodi di violenza alle donne che infestano la cronaca quotidiana. In ricordo di quella ragazza, si tenne una giornata di studi, nel novembre 2009, e ora la mostra, con le borse di studio, grazie alla generosità di Bucchi.

Il quale, in definitiva, a che cosa ambisce? Io credo ambisca alla verità, come ogni intellettuale serio dovrebbe. Il modo forse lo differenzia, rispetto a tanti nobilissimi e grandi predecessori. La verità che cerca e propone Massimo Bucchi attraverso le sue vignette, è la stessa del bimbo della favola; quel bimbo che grida: “Il re è nudo!”, quando tutti, obnubilati dal principio di autorità e ingannati dal pensiero unico, si complimentano per il vestito magnifico del sovrano. Bucchi è un disvelatore, nel senso letterale: toglie il velo che copre la verità, il velo che ci ottunde la comprensione dei fenomeni politici, degli attori sociali, delle vicende in cui siamo immersi, troppo immersi, sovente, per sollevare la testa e guardare a fondo, con lucidità.

E faccio ritorno alla questione sollevata all’inizio, se la satira sia efficace strumento per contestare il potere. Il rischio è la banalizzazione, l’assopimento sorridente, l’accettazione, magari in cambio di un modesto ius murmurandi, delle tante nefandezze e ingiustizie, oscenità e violenze che sono intorno a noi, Bucchi ne è consapevole. Una delle sue vignette, del 2003, mostra una schermata che riproduce i messaggi che il sistema ti manda sullo schermo del tuo pc: Avviso di protezione. Segue testo corretto di Bucchi: “Le vignette che vedete quotidianamente potrebbero avere un effetto parafulmine e scaricare o in qualche modo appagare la vostra indignazione. / Continuare: Sì / No”: Chi percorra le opere esposte a Potenza può tranquillamente cliccare sul “Sì”.

Queste vignette non ci spengono l’indignazione, se mai la acuiscono, la coltivano, magari talvolta quasi dolcemente cullandola. La tengono in vita, insomma. E questo è il primo passo, necessario, per reagire: coltivare l’indignazione. Ed è questa la satira che può graffiare, che può far male al potere. È questa la satira che mi piace.

di Angelo D’Orsi – Micromega

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26 novembre 2010

Il pentito: “La famiglia Graviano investì nelle prime imprese di B.”

Per anni i magistrati si sono interrogati su un quesito semplice: cosa c’entrano i fratelli Graviano, autori delle stragi del 1992-1993, con Dell’Utri e Berlusconi? Il pentito Gaspare Spatuzza aveva parlato delle confidenze ricevute dal boss sui contatti con i due fondatori di Forza Italia nel 1994. Ora un’intervista del pentito Francesco Di Carlo ad Annozero offre una chiave di lettura: la famiglia Graviano potrebbe avere investito nelle prime imprese milanesi del Cavaliere per il tramite di Marcello Dell’Utri e quel legame potrebbe essere stato riattivato al momento della discesa in campo nel 1993-94.      DI CARLO ha ripetuto a Ruotolo il racconto dell’incontro tra il boss della mafia palermitana Stefano Bontate (ucciso nel 1981 dai corleonesi) e Silvio Berlusconi. Quel racconto, che rappresenta l’architrave delle motivazioni della sentenza di condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per Dell’Utri, nonostante sia stato ritenuto credibile da una decina di magistrati di Palermo, tra pm e giudici di primo e secondo grado, è passato inosservato ai direttori dei tg di Raiset. Proprio in seguito a quell’incontro del 1974 negli uffici milanesi di Berlusconi – secondo i giudici – i boss di Palermo inviarono Vittorio Mangano a villa San Martino a proteggere Berlusconi che così comincia a pagare il pizzo a Cosa Nostra fino almeno al 1992. Fatti noti per i lettori del Fatto Quotidiano ma assolutamente sconosciuti alla grande platea televisiva che ieri ha finalmente ascoltato il racconto di quell’incontro che rappresenta una pietra miliare nella   storia dei rapporti tra Cosa Nostra impresa e politica in Italia. L’intervista del boss di Altofonte Francesco Di Carlo che riporta la sua impressione positiva di questo brillante palazzinaro milanese in maglione e jeans che voleva spiegare a Bontate e al cognato Mimmo Teresi i segreti della professione, su Rai due in prime time, è stato davvero un evento rivoluzionario.

“BERLUSCONI ci diede una lezione di economia: spiegò a Te-resi e a Bontate che costruire due palazzi o cento era la stessa cosa. Berlusconi disse che aveva tanti problemi con la criminalità. Allora Bontate gli disse: di che si preoccupa lei? Ha Marcello Dell’Utri accanto e ora le mandiamo una persona noi e siamo a disposizione. Anche Berlusconi disse: sono a disposizione vostra. La scelta poi è caduta su Mangano perché era amico di Tanino Cinà e Dell’Utri sapeva che era mafioso”.   Cose note, si dirà, come la testimonianza della moglie di Vito Ciancimino che confermava divertita a Ruotolo gli incontri tra il marito e Silvio Berlusconi negli anni settanta: “E che c’è di male? Era un imprenditore allora e non un politico” o come la testimonianza del pentito Gaspare Muto-lo che ha raccontato il suo interrogatorio con Paolo Borsellino e il progetto di rapimento di Berlusconi, bloccato da una telefonata dei boss palermitani, seguita dall’arrivo di Mangano in villa. Ma il merito di Annozero è stato quello di portare all’attenzione del grande   pubblico gli snodi di questa storia italiana fondamentale per capire “la storia italiana” di questi anni. La vera rivoluzione di ieri sera non è stata tanto la trasmissione di una o più interviste scoop su Berlusconi e la trattativa ma il dibattito che si è svolto in prima serata su questi temi. Per una serata grandi ospiti e giornalisti e tecnici si sono divisi e confrontati non sull’ultima confessione dello zio di Sarah Scazzi ma sulla storia tabù dei rapporti mafia-politica in questo paese. Il piatto forte è stato l’intervista al boss di Altofonte. Il re del narcotraffico,      condannato dai giudici inglesi nel 1987 per un traffico da 180 miliardi di vecchie lire ha ripercorso i suoi rapporti con Dell’Utri soffermandosi sul matrimonio a Londra del boss Jimmy Fauci   (“ero il testimone di nozze e Dell’Utri era seduto al mio tavolo. Volevano combinarlo mafioso e mi ha trattato con rispetto: sapeva che ero latitante”) ma ha raccontato anche una circostanza finora sconosciuta ai magistrati sui rapporti finanziari tra i Graviano e Dell’Utri. “Un giorno viene da me Ignazio Pullarà, quando avevano già ammazzato a Michele Graviano (nel 1982, ndr) e mi dice: ‘Devo cercare a Tanino Cinà perché Michele Graviano ha messo i soldi con Bontate a Milano”. Dopo la guerra di mafia dei palermitani di Bontate contro i Corleonesi di Riina, secondo Di Carlo, molte famiglie   e molte vedove erano alla ricerca dei soldi investiti a Milano anni prima dai boss sterminati. Pullarà, legato al defunto Michele Graviano, si sentiva in colpa verso la famiglia per quei soldi investiti con Bontate dei quali si era persa traccia. Per questa ragione voleva chiederne conto – sempre secondo Di Carlo – al referente delle cosche per i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest: Tanino Cinà. Secondo Di Carlo quel rapporto non si sarebbe interrotto con la morte del padre di Filippo e Giuseppe Graviano: “nell’ultimo periodo”,   ha raccontato il pentito, “ho assistito al baccano sulle dichiarazioni di Spatuzza che ha parlato di interessi che i Graviano avevano a Milano e mi sono chiesto: ma quando Pullarà voleva incontrare a Cinà, poi li hanno sistemati i loro affari o no? Secondo me li hanno sistemati”.

LE PAROLE consegnatedadiDi Carlo ad Annozero si legano a quelle di Gaspare Spatuzza ai pm: “Graviano mi disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri avevamo il paese nelle mani”. Quelle parole sono state ritenute vaghe e non riscontrate dalla Corte di Appello   del processo Dell’Utri e sono all’esame dei magistrati che si occupano delle stragi di mafia del 1992-93.. Secondo i giudici di primo grado del processo Dell’Utri, i rapporti di Dell’Utri con i fratelli Graviano (responsabili della morte di don Pino Puglisi e Salvatore Borsellino e delle stragi dei Georgofili a Firenze e del Padiglione di Arte contemporanea a Milano) sono certi. La Corte di Appello, invece, non li ha ritenuti provati. Agli atti delll’indagine sulle stragi c’è anche un’informativa della Dia del 1996 basata sulle informazioni raccolte da un confidente, indagato con i Graviano, che ha   raccontato di conoscere per diretta esperienza il rapporto tra Dell’Utri e Filippo Graviano. Il confidente della Dia ha raccontato che facevano affari insieme e ha aggiunto di avere accompagnato lo stesso Graviano a un ristorante di Milano frequentato da dirigenti e calciatori rossoneri: L’assassino, dove – a detta del confidente – avrebbe dovuto incontrare Dell’Utri. L’amico dei Graviano non ha voluto verbalizzare queste dichiarazioni, per paura. Ma le sue dichiarazioni sono state riportate in un’informativa dal vicequestore della Dia che le ha raccolte con la garanzia dell’anonimato   . Anche Spatuzza ha raccontato di un anomalo interesse del suo boss per l’andamento del gruppo Berlusconi in borsa. E i Graviano sono stati arrestati a Milano mentre erano a tavola con un loro favoreggiatore che cercava di piazzare il figlio calciatore al Milan, al quale era stato raccomandato da Dell’Utri. Una cosa è certa: i Graviano sono in carcere da allora. Giuseppe al processo si è rifiutato di rispondere sui rapporti con Dell’Utri mentre Filippo li ha negati. Ora Di Carlo dice: “un carcerato di Cosa nostra sta tranquillo se sa che fuori (ai suoi, ndr) ci arriva da mangiare”.

di Marco Lillo IFQ

Silvio Berlusconi da giovane con Marcello Dell’Utri.

26 novembre 2010

Viaggio nel cuore della ‘ndrangheta (milanese)

Il consigliere leghista Angelo Ciocca con il boss Pino Neri

La convergenza. Esce oggi in libreria l’ultimo libro di Nando Dalla Chiesa, edito da Melampo (300 pagine, 17.50 euro). Sottotitolo: mafia e politica nella Seconda Repubblica. È la narrazione inedita di vent’anni di storia in cui mafia e politica sono andate nella stessa direzione realizzando un’impressionante convergenza di interessi, di orizzonti e anche di linguaggi, come dimostrano i molti accostamenti di frasi pronunciate da esponenti delle istituzioni e da boss mafiosi sugli stessi argomenti. Atteggiamenti culturali, scelte legislative, obiettivi di impunità, hanno visto allearsi in questo ventennio gli ambienti più diversi. E complici, opportunisti, cretini – figura chiave dell’analisi – hanno svolto tutti diligentemente la propria parte. Tanto da fare sostenere all’autore la tesi che “la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia”. Si trova nel libro la storia della Svolta che inizia con la caduta del Muro di Berlino e si completa con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994; della duplice trattativa con Cosa nostra, di qua esponenti dello   Stato di là esponenti di Forza Italia; del papello di Totò Riina che arriva in parlamento. Della abdicazione della sinistra che fa le leggi che servono alla mafia e dell’assalto della destra, che alla mafia offre invece il regalo più grande, l’aggressione insaziabile al senso dello Stato. Ma anche la storia di una Lega nata per difendere l’identità padana e che consegna il cuore della Lombardia ai clan calabresi. Dei piccoli comuni del sud che vanno alla conquista del nord e gli impongono progressivamente la propria egemonia culturale. Una fotografia della assoluta inadeguatezza della politica italiana davanti a quelli che Nando Dalla Chiesa chiama “i nemici in armi della democrazia”. Ma che indica con forza didascalica anche le strade percorse e percorribili da quelle che finora sono state minoranze istituzionali, civili e talora politiche. È grazie a loro in fondo, dice l’autore, alla loro indisponibilità ad arrendersi, se sul pennone della Repubblica non sventola bandiera bianca. Sotto un brano dal capitolo “La colonizzazione”.

di Nando dalla Chiesa

In Lombardia, ma in particolare sull’asse occidentale che va dalla provincia di Pavia fino a quelle di Como e Varese, la ‘ndrangheta si pone come forza criminale egemonica, presentando un livello di ramificazione elevatissimo. In parallelo si consolida nella regione la funzione di governo della Lega Nord, da circa un ventennio alla guida della maggioranza dei comuni   . La Lega fa della sicurezza e della lotta alla delinquenza (intesi come clandestini e rom) la sua bandiera. Ma fa soprattutto una bandiera (anzi, la sua principale ragione sociale) della difesa delle tradizioni e delle identità locali. I suoi slogan evocano una lotta frontale, senza quartiere, contro ogni spinta o progetto di contaminazione culturale ed economica delle realtà lombarde da parte di chiunque venga “da fuori”.    Eppure, esattamente all’ombra di questa cultura di governo, tra la difesa del dialetto e quella dei simboli padani, il cuore della regione viene consegnato ai clan calabresi, che ne realizzano una progressiva colonizzazione in un numero crescente di comuni.    Colonizzazione. È questo, da sempre, il concetto più appropriato per definire le forme di   insediamento che le organizzazioni mafiose realizzano nella storia. Esse non esportano solo alcuni reati. Esportano un modello di società. E producono una veloce forma di contagio.    Gli ambienti in cui arrivano non hanno consuetudine con i loro metodi. Ma questo, anziché rappresentare un ostacolo, si rivela un aiuto alla loro avanzata, poiché la storia non ha prodotto esperienze e   movimenti in grado di combatterli. Il singolo che venga intimidito non vede intorno a sé forme organizzate di reazione e di solidarietà. Tende a tacere per convenienza. Il sistema di libertà di cui gode, anziché essere la base per una mobilitazione civile diventa l’alibi per non vedere. Tutto sommato, si ripete, “qui non siamo come in Sicilia”. Il   gruppo di malavitosi che si riunisce senza problemi alla luce del sole (un bar, un ristorante) sembra un gruppo di delinquenti “normali”. Se accade un omicidio la gente pensa che “si uccidono tra di loro”. Se un sindaco riceve uno di loro perché “mica è stato condannato in via definitiva”, i cittadini pensano che “l’ha ricevuto pure il sindaco”. Quando poi hanno accumulato denaro con la violenza e con l’illegalità, i mafiosi spendono. Danno lavoro a giovani disoccupati (pusher, vedette, staffette), frequentano negozi di lusso e ristoranti e concessionarie. Usano la liquidità di cui dispongono per praticare l’usura ma soprattutto per entrare   in imprese in crisi, o per rilevarle. Comprano i pubblici funzionari o gli esponenti delle forze dell’ordine più corrotti. E li usano non solo per sé direttamente ma anche per fare favori ad altri, a cui chiederanno la restituzione del favore. Costruiscono così la loro macchina clientelare, inducendo una sorta di “bisogno di mafia”. Le loro imprese non puntano solo al profitto. L’impresa mafiosa è, sul piano generale, un’impresa-stato, nel senso che il suo sviluppo è imprescindibile da un controllo del territorio alternativo a quello dello Stato. La mafia, nella sua essenza, è prima di tutto quello: potere prima che profitto. Non esisterebbe, la sua impresa, senza la sovranità sul territorio. È questa che consente il controllo dei cantieri, la vittoria scientifica dell’appalto, o l’ottenimento sistematico del subappalto da parte del vincitore di una gara.   Che offre la piena padronanza delle informazioni che riguardano l’amministrazione pubblica, per i cittadini invece così opaca. Che permette di portare al proprio o ai propri consiglieri comunali pacchetti di voti organizzati irraggiungibili da quasi tutti gli altri candidati. […]    Anna Canepa, coordinatrice su Lombardia e Liguria per la Procura nazionale antimafia, intervenendo alla facoltà di Scienze politiche dell’università Statale spiega agli studenti che in provincia di Milano la ‘ndrangheta sta conquistando “il monopolio del ciclo del cemento”. E racconta la metafora del limone. L’impresa come limone-frutto prima, quando la si spremeva per trarne tangenti e assunzioni, fino a portarla all’asfissia. E   l’impresa come limone-pianta adesso, da coltivare con amore perché diventata propria. […]    In provincia di Milano si incendiano tabaccherie, bar, locali pubblici. Nel novembre   del 2009 succede un fatto che dovrebbe scuotere la città. Viene incendiato un cinema accanto al Duomo e a via Vittorio Emanuele, un luogo simbolico per la vita della città. E’ lo storico cinema Odeon, da tempo multisale, proprietà della Medusa di Silvio Berlusconi. E’ il cinema del capo del governo in carica. Un messaggio clamoroso, una vera e propria sfida, almeno in via di ipotesi. Conoscendo la reattività del leader del Popolo delle libertà   a ogni parola ostile verso la sua persona e verso i suoi interessi, ci si aspetterebbero denunce tonanti; pubbliche dichiarazioni e richieste di indagini severe. Campagne di denuncia del “clima d’odio” da parte delle sue tivù e dei suoi giornali. Segue invece il silenzio più assordante. A Milano è la regola. Vanno a fuoco locali ma è sempre un cortocircuito. Ovvero le cosche come problema elettrico. Saltano le auto, anche sotto la neve, ed è sempre per autocombustione. Ovvero le cosche come problema termico.    Tira un’aria di Corleone old style sul nord che non parla, non sente e non vede. Come a Lonate Pozzolo, provincia di   Varese, dove una puntata della trasmissione televisiva “In presa diretta” curata da Riccardo Iacona e trasmessa nel settembre 2010 documenta in misura sconvolgente la vera e propria mutazione antropologica prodotta nel cuore della Lombardia leghista dai clan calabresi. Come a Desio, Brianza. Dove un fine settimana del 2008 va in onda un autentico pellegrinaggio di tir che porta in città quintali di materiale tossico.    Una scena assai simile a quella, celebre, di Gomorra, il film del regista Sorrentino, tratto dal libro di Roberto Saviano. La differenza è che gli autisti non sono ragazzini. Sono uomini della ‘ndrangheta che su commissione di imprenditori lombardi, in gran   parte bergamaschi, hanno ricevuto una missione che si rivela “possibile”. I tir vanno avanti e indietro, senza che nessuno li fermi. Sversano in un’area agricola quanto basta per avvelenare un paese. Il terreno è in gestione a un signore calabrese, Fortunato Stellitano, di Melito Porto Salvo. Il quale dimostra una stupefacente influenza   sull’amministrazione comunale di Desio, come rileva, quasi incredulo, lo stesso giudice che dispone il provvedimento di custodia cautelare nei suoi confronti. Dietro il commercio di rifiuti c’è la cosca degli Iamonte, anch’essa di Melito Porto Salvo.    Si accatastano i nomi che hanno fatto la storia della mafia a Milano e in Lombardia. Si accumulano gli episodi che funzionano da spia già per qualsiasi investigatore appena accorto. Si susseguono le indagini, i processi, i rapporti istituzionali, ma è come se il Nord fosse lasciato senza protezione. Come se fosse guidato da leader lesti a gonfiare petto e voce contro la piccola delinquenza e altrettanto lesti a fuggire   come conigli, a deporre ogni responsabilità, quando hanno di fronte la criminalità armata di kalashnikov e di tritolo.

Il Fatto Quotidiano

26 novembre 2010

Bunga bunga e cazzotti fenomenologia di Emilio Fede

Picchiato al ristorante, indagato a Milano

“Non mi ha difeso nessuno!”, ha commentato Emilio Fede, sconsolato, dopo aver incassato quattro pugni da Gian Germano Giuliani, quello dell’Amaro medicinale, martedì sera al ristorante La Risacca 6 (frequentato in passato anche da Marcello Dell’Utri). Ormai dalla Milano da bere siamo passati alla Milano del bunga-bunga, tra vecchi satrapi e giovani sgallettate, paparazzi e meteorine, ristoranti “alla moda” di mediocre cucina e feste in villa. Anche questa volta, la pietra dello scandalo è una ragazza: Ilenia, ex moglie di Giuliani, che Fede avrebbe incautamente presentato a Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex di Simona Ventura. “In questo periodo provate a offrire un amaro Giuliani a Stefano Bettarini… Vedrete che non gradirà l’offerta”: così, qualche tempo fa, aveva alluso il settimanale  “Chi” di Alfonso Signorini. Ora   la storia dalle allusioni è passata agli schiaffoni: con Fede costretto a finire la serata all’ospedale e il suo avvocato, Nadia Alecci, pronta a chiedere un sostanzioso risarcimento. È stata Selvaggia Lucarelli, nel suo blog, a raccontare la storia dell’incontro tra la bella Ilenia e il prestante Bettarini, mediato da Fede (79 anni) che si è così attirato le ire dell’amaro Giuliani (72 anni). Fede smentisce: non ho presentato nessuno, sono stato aggredito senza motivo da uno squilibrato   . E si riprende facendo al Tg4 un’imperdibile cronaca dell’assalto al Senato da parte degli studenti in lotta, “che bisognerebbe menarli”.    Fede Emilio, già icona dell’Italia berlusconizzata, è ora diventato l’uomo simbolo dell’Italia del bunga-bunga. È indagato a Milano per il caso Ruby, ipotesi d’accusa favoreggiamento della prostituzione: secondo i pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, insieme a Lele Mora è il fornitore di ragazze della Real Casa di Arcore. Secondo alcuni dei variopinti (e contraddittori) racconti di Ruby Rubacuori, fu proprio Emilio a scoprirla, a un concorso di bellezza in Calabria in cui era presidente della giuria, e a invitarla al Nord, nella Milano delle veline e della tv.

Sciupone    l’Africano

PER QUESTO i pugni di Giuliani gli hanno fatto ancor più male: ribadirebbero un poco simpatico ruolo di mezzano che Fede smentisce con assoluta fierezza, fino a indicare l’aggressore come il suo Tartaglia (ricordate il giovane in cura psichiatrica che tirò a Silvio Berlusconi un’appuntita miniatura del Duomo?). Ormai i suoi tg sono pezzi di grande cabaret. Eppure era un giornalista, Emilio Fede, un tempo. Cronista Rai, per otto anni inviato speciale in Africa, ha raccontato per la tv pubblica la decolonizzazione del continente e le prime guerre   civili. La sua Africa terminò bruscamente: a causa di una malattia e di un brutto contenzioso sulle spese di viaggio. Quel cattivone di Oliviero Beha gli attacca addosso il titolo di “Sciupone l’Africano”. Niente di male: nel 1981 riesce ugualmente a diventare direttore del Tg1, dopo aver lavorato al mitico settimanale d’approfondimento Tv7. Da direttore, entra nella storia della televisione raccontando minuto per minuto, in diretta, la tragedia di Alfredino, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino. Ma anche dal Tg1 dovrà andarsene piuttosto bruscamente, a causa del suo coinvolgimento nellastoria   delle bische clandestine, insieme a un ancora sconosciuto Flavio Briatore. I due la racconteranno come una ragazzata da “Amici miei”, o al massimo un vizietto di amanti del gioco d’azzardo. In realtà, erano dentro un business ben oliato, una truffascientificamenteorganizzata, un copione degno della “Stangata”. Recitato per anni da un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello. C’erano le carte truccate e (già allora) ragazze molto disponibili, usate per attirare e distrarre quelli che molto gentilmente erano chiamati “clienti”, ma erano in verità polli da spennare. Seguì retata, arresti, processi   . Per Fede, un’assoluzione (per insufficienza di prove).    Aqueitempi,ilcoinvolgimento nello scandalo fu sufficiente a chiudergli i cancelli della Rai in faccia.

L’approdo    da Berlusconi

RIPARÒ a Rete A, il canale di Alberto Peruzzo, dove mise in piedi il telegiornale. Poi arrivò la chiamata: Silvio lo porta al Palazzo dei Cigni, a Segrate. Nel 1989 diventa direttore di Video News, poi di Studio Aperto. È il primo ad annunciare in diretta, su Canale 5, l’inizio della Guerra   del Golfo, il 17 gennaio 1991. Il primo anche a dar conto della cattura dei due piloti italiani Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone.Poipassaadirigere il Tg4 e dal 1992 racconta a suo modo l’Italia a milioni di casalinghe e pensionati.    Nel 1994 proclama in video la vittoria di Forza Italia con un’enfasi tale che gli vale l’inserimento imperituro nel film “Aprile” di Nanni Moretti. Non sempre gli è andata così bene: nel 2000 ha dovuto togliere a una a una le bandierine azzurre che aveva impiantato nella cartina d’Italia, sulle regioni assegnate secondo i primi risultati al centrodestra, ma poi conquistate invece dal centrosinistra. E nel 2006 si becca 450 euro di multe per violazione della par condicio. Non si scompone: fedele all’amico Silvio sempre. Ora però è alla sua prova più dura:sottoaccusaperaveraccompagnato ad Arcore le ragazze del bunga-bunga, preso a schiaffi al ristorante da un vecchio signore. “E non mi ha difeso nessuno!”.

di Gianni Barbacetto IFQ

Il direttore del Tg4 Emilio Fede, in video dopo l’aggressione (FOTO MILESTONE) In alto, Gian Germano Giuliani (FOTO ANSA)

26 novembre 2010

L’innocente Dragomiro

Da tempo andiamo sostenendo che i politici non c’è più bisogno d’intercettarli. Basta intervistarli, anzi lasciarli parlare. Prendiamo Bondi, ammesso che se ne trovi ancora traccia dopo le disavventure degli ultimi giorni. L’altro giorno, quando viene a sapere che ci stiamo occupando di Roberto Indaco, marito della sua compagna on. Manuela Repetti, attualmente in fase di divorzio, del quale peraltro si era già occupato lui facendogli avere una consulenza da 25 mila euro l’anno come massimo esperto nazionale in materia di “Teatro e moda”, telefona in redazione per vedere se non sia possibile stendere un velo pietoso sulla circostanza. Poi scopre che è impossibile, se ne fa una ragione e detta una memorabile dichiarazione: “Nel caso del signor Indaco, io non ho fatto altro che aiutare una persona che si trovava in una drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali per usufruire della consulenza, quindi non ho violato leggi né norme”. Sulle competenze professionali sorvoliamo per carità di patria (pare che il superconsulente accogliesse i clienti nel motel di famiglia a Novi Ligure). Ma facciamo timidamente notare che, in epoca di tagli e austerità, il suo ministero è riuscito a sistemare anche l’altro membro della famiglia acquisita, Fabrizio Indaco, figlio di Roberto e Manuela, assunto con contratto interinale alla direzione Cinema dei Beni culturali per occuparsi, guardacaso, di finanziamenti. E James: “Si tratta di importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al netto delle trattenute, poco più di 1.000 euro al mese”.   Ecco, nel paese in cui un giovane su quattro è senza lavoro (tre su quattro nel Sud) e si suicidano a raffica i precari che non si vedono rinnovare il contratto, è consolante sapere che in casa Repetti nessuno perde lavoro, anzi tutti lo trovano, e sempre al ministero di Bondi. Il quale, anziché scavarsi un buco, infilarsi dentro e chiudere il tappo, piagnucola pure: “Desidererei rispetto, si tratta di una vicenda dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto personale e privata”. Personale e privata, non c’è dubbio. L’unica cosa pubblica sono i soldi. Poi scopriamo che il multiforme ministro ha inventato pure un premio fantasma al Festival di Venezia per una favorita del capo, Dragomira Bonev in arte Michelle, e che sarebbe fantasma pure il film, che nessuno riesce a reperire. Che fa Bondi? Si scava un buco e scompare? No, annuncia querela al Fatto e al Corriere che ha ripreso la notizia. Motivo: abbiamo scritto che il governo bulgaro smentisce di aver sostenuto le spese della spedizione aviotrasportata di 32 bulgari in Laguna, tra hotel a 5 stelle e cene di gala, e sostiene che han fatto tutto gli italiani. Bondi replica che il suo ministero, eccezionalmente, non ha speso una lira (fra i bulgari, evidentemente, non c’erano parenti della sua fidanzata). Bene: perché non querela il governo bulgaro? E, già che c’è, ci vuol dire gentilmente chi ha pagato il conto, compreso quello per la targa patacca commissionata a una bottega romana per l’inesistente premio europeo per la cinematografia sempre tesa ai diritti umani? E, già che ci siamo, chi ha   visionato e giudicato la fantomatica pellicola meritevole di cotanta attenzione, al punto di premiarla prima che fosse pronta (finora l’unica critica lusinghiera sul capolavoro – “è un film grandioso, punto e basta!” – l’ha firmata la Dragomira medesima sul Corriere)? Su questi dettagli James non si attarda. Preferisce querelare. E querela – o almeno così dice al Corriere – pure Mastella perché abbiamo scritto che il Senato ha sollevato conflitto di attribuzioni contro i giudici di Napoli che lo stanno processando per 9 reati. Non è forse vero? Certo, è tutto vero, ma lui dice che “il conflitto è stato sollevato all’unanimità”, mentre noi abbiamo scritto che in aula l’Idv ha votato contro. Il fatto è che l’Idv, in aula, ha votato contro. Ma Mastella querela lo stesso perché “contro di me c’è un disegno politico e forse giudiziario”. E noi che c’entriamo? È sicuro di sentirsi bene?

di Marco Travaglio IFQ

26 novembre 2010

Valorizzare gli immigrati qualificati: ecco la scuola dei talenti fra le seconde generazioni

“A volte quando sei uno straniero, non importa se di prima o di seconda generazione, la gente non guarda il tuo curriculum non fa in tempo, perché ha già scelto prima. Ha già deciso. Gli è bastato dare un’occhiata al colore della tua pelle, sentire il tuo accento o anche solo leggere il tuo nome. Se non suona del tutto italiano ti scartano automaticamente”. Sono queste le preoccupazioni che muovono i responsabili del progetto Talea (promosso da un partenariato tra Italia, Belgio, Francia e Spagna con risorse comunitarie e soggetti pubblici e privati) che si occupa di formare alla leadership giovani talentuosi di seconda generazioni – figli di stranieri, nati o cresciuti in Italia – i cui studi e capacità, per quanto notevoli, non sono sufficienti a riempire il vuoto che si forma attorno al pregiudizio.

L’obiettivo è valorizzare l’immigrazione qualificata e favorirne l’integrazione. Giovani professionisti laureati che vantano carriere fatte anche di master, dottorati ed esperienze lavorative. Alcuni sono arrivati in Italia da bambini, altri invece l’hanno scelta come sede per gli studi universitari o le specializzazioni post lauream, per altri ancora rappresenta il luogo in cui cercare un posto di lavoro, una volta completati gli studi nel proprio paese di origine.

Per questo sono nati i corsi di leadership rivolti alla G2, la generazione dei nuovi italiani. Già lo scorso giugno si è svolto il primo G2 Leadership Summer School, un primo esperimento di un campus sulla leadership dedicato ai talenti delle seconde generazioni. L’esperienza si è rivelata molto fortunata, e per il 2011 è già in cantiere la seconda edizione del progetto. Alicia Lopes Araujo è indicata come la leader del gruppo: «In realtà preferisco definirmi come la portavoce dei miei compagni che mi hanno “eletta” quasi inconsapevolmente durante un’esercitazione pratica sulla leadership». I compagni di classe hanno in media 30 anni e alle spalle carriere di studio eccellenti. Vengono da Albania, Romania, Moldavia, Marocco, Camerun, Congo, Ghana, Perù, Ecuador e Colombia.

Con loro sono state selezionate anche due ragazze italiane. «La Fondazione Ethnoland era in possesso del mio curriculum perché lo avevo inviato al loro sito un anno fa – racconta la Lopes Araujo, mediatrice culturale 37enne nata a Capo Verde, in Italia da quasi trent’anni, una laurea in Lingue e letterature straniere e un master in Sviluppo economico sul terziario avanzato – dopo averne esaminati circa 400 hanno scelto venti persone». Presso il monastero di Camaldoli, dieci giorni intensi di lezioni ed esercitazioni pratiche individuali e di gruppo, spaziando dalla politica ai media, dall’etica al diritto, fino agli stili comunicativi. «Il corso è stato entusiasmante, ma più importante della tecnica è stato acquisire maggiore sicurezza in noi stessi e maturare la consapevolezza delle nostre capacità. È stato utile confrontarsi con persone che hanno il mio stesso vissuto, alle quali non dovevo spiegare nulla, perché anche a loro è capitato di dover lottare ogni giorno e dimostrare con fatica di possedere delle potenzialità»

I corsi non vogliono solo aiutare i giovani stranieri a entrare nel mondo del lavoro, ma fornire gli strumenti per esserne leader. Il percorso delle lezioni, sia frontali che “dialogate” è articolato in moduli nei cui temi spiccano parole come “Controllo” “Pluralismo culturale”, “Conduzione” “Cambiamento”. I corsi sono a numero chiuso, solo per borsisti. Possono richiedere la borsa i dottorandi brillanti, giovani in grado di dimostrare l’eccellenza del loro percorso, e giovani professionisti iscritti agli albi professionali. “Talea – spiegano ancora i responsabili del progetto, tra i quali spicca il nome di Otto Bitjoka, da sempre attivo sul fronte milanese dell’integrazione e vicepresidente della prima banca per stranieri “Extrabanca” – è lo strumento per radicarsi e non sciupare i propri sogni. La seconda generazione, e con essa i giovani immigrati arrivati in Italia per affinare la propria preparazione, devono acquisire la consapevolezza che è proprio nella loro “diversità” che sta la ricchezza che può consentire loro di raggiungere posizioni di eccellenza”.

Gli organizzatori di Talea hanno organizzato anche un nuovo progetto, stavolta a Milano. “Motore Italia: talento, merito, immigrazione” che ha visto lo scorso 11 novembre l’incontro fra i giovani immigrati qualificati (provenienti dalla Summer School e non solo) e le aziende, per una serie di colloqui individuali. «Nonostante titoli e qualifiche – ha concluso Alicia Lopes Araujo – molti di noi sono ancora precari, ma la voglia di metterci alla prova non manca. Sappiamo di avere gli strumenti per cambiare questa società».

Blitzquotidiano.it

26 novembre 2010

Donne in Italia: è tutto un casting. Ma l’intelligenza vale proprio zero?

Caro Serra, sono una studentessa di 22 anni, a quanto pare brillante e capace, ma sfortunatamente anche carina. Pochi sono disposti a credere ai successi intellettuali di un’avvenente studentessa di giurisprudenza. Difficile ritagliarsi un posto per merito, capacità, intelligenza. I nostri compagni maschi continuano a essere tre passi avanti in una società che si accontenta dell’uguaglianza formale, che ha raggiunto il suffragio femminile tardi e che non è strutturalmente adeguata per permettere alle madri di essere lavoratrici quanto lo sono i padri, che fanno più carriera e sono meglio retribuiti.

È deprimente scoprire come l’intelligenza femminile venga sottovalutata in favore del corpo, la comunicazione mediatica sembra rivolta a soli uomini: vallette, starlette, letterine, spot con donne immancabilmente seminude anche per i chewingum. Comprano, lavorano, pensano solo gli uomini?

Il nostro ministro per la Pari opportunità, dopo i calendari per Max, ripulita e castigata da tailleurini e baschetto, si è strenuamente scagliata contro la mercificazione del corpo; mentre quello per l’Istruzione (meritocratica a suo dire) ha sostenuto l’esame di Stato da avvocato a Reggio Calabria, pur avendo studiato a Brescia.

Le donne del presidente, giovani e avvenenti, fanno quadrato intorno al capo per difendere una carriera politica faticosamente conquistata. Il governo ha l’acqua alla gola e c’è chi dice che il berlusconismo sia finito, ma i suoi strascichi quanto dureranno?

di Giulia Ivaldi

Mi piacerebbe un suo parere sullo spot televisivo della gomma da masticare ( o gomma americana, o chewingum) Brooklyn; non so se facendo zapping le sia capitato di vederlo. Ebbene, comincia con un sontuoso, accattivante e direi “commovente” lato B. Non le pare che parta un po’ troppo lontano per arrivare alla bocca, dove di solito avviene la masticazione della mitica gomma? Si ricorda Carosello in bianco e nero (a cavallo tra i Sessanta e Settanta; lo si può trovare benissimo su Youtube) con una giovanissima e bellissima Carla Gravina che attraversava di corsa il Brooklyn Bridge accompagnata dalle noti di un rock duro alla Led Zeppelin? Altra eleganza.

di Michele De Luca

Le statistiche dicono che la presenza femminile nei posti di responsabilità (consigli di amministrazione, ruoli dirigenti) è, in Italia, spietatamente ridotta. Molto inferiore alla media europea. Tragicamente inferiore alle democrazie del Nord. In una situazione strutturalmente e storicamente sperequata a svantaggio delle donne, si è poi abbattuta la catastrofe culturale del berlusconismo, che ha catalizzato gli istinti maschili (e femminili) più biechi e rudimentali, assegnando quasi “ufficialmente” il destino delle donne alla compatibilità erotica: un vero e proprio casting al quale non è sfuggito  neppure il personale governativo, indipendentemente dal valore e dai meriti personali (Mara Carfagna è stata la prima a pagarne il prezzo: il suo valore di persona è stato costantemente soggetto al pregiudizio di chi ha pensato che avesse fatto carriera per meriti non intellettuali. Fino alle conseguenze riportate dalle cronache). In questa situazione, lo sfogo della studentessa Giulia è non solo lecito, ma anche lucido. E la lettera del lettore De Luca sullo spot che affratella B e bocca (ne sono arrivate anche altre, tra il sarcastico e l’indignato) conferma il quadretto poco confortante. A Giulia vorrei dire, citando un vecchio slogan, che la attende una lotta dura, ma senza paura. Molte donne formidabili (per citare un magistrato: Ilda Bocassini) si sono conquistate un profilo professionale e civile così forte da disintegra ogni possibile vaglio maschile sulla loro persona fisica. La crisi non solo politica, ma anche sociale e culturale del nostro Paese, sta sollecitando in moltissimi italiani una riflessione radicale su tanti dei luoghi comuni, delle storture, dei pregiudizi che ci hanno condizionati, e penalizzati. Forza Giulia, siamo tutti, tutti con te.

di Michele Serra – Il Venerdì

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