Archive for marzo, 2008

31 marzo 2008

Colletti blu e dispense vuote nell’America di Bush

Poor

A quindici chilometri dal centro di Eugene nell’Oregon centro-occidentale, piccole case di legno e altre prefabbricate, compongono l’insediamento di Alvadore. Case troppo lontane l’una dall’altra per dare a questo posto – 1.358 abitanti – l’aspetto di una cittadina, e pure troppo vicine per essere vera e propria campagna. Ci sono vecchie auto di produzione nazionale allineate sulle vie, e qualche negozietto a gestione familiare.

Qui abitano contadini, operai, muratori. Lavorano duro: almeno, lo fanno quando trovano qualcosa da fare. C’è una fabbrica che confeziona frutta secca appena fuori, e un altro impianto Country Coach che fabbrica camper. Molti degli abitanti fanno vari lavori per far quadrate il bilancio. Ma per un numero crescente di persone, qui a Alvadore, avere uno stipendio – o vari stipendi – non corrisponde necessariamente ad avere a sufficienza per apparecchiare la tavola.
Le scuole di tutte le circoscrizioni dell’Oregon centrale, la fascia povera dello stato, riferiscono di bambini che arrivano in classe pieni di fame il lunedì, e che soffrono nei lunghi mesi delle vacanze senza i pasti gratuiti offerti dalla scuola.
Alvadore, come molti centri devastati dell’America odierna, sta sul versante sbagliato di una serie di cambiamenti economici – dalla globalizzazione all’aumento dei prezzi energetici – e molti dei suoi cittadini stanno scivolando fuori dalle rete di sicurezza sociale. Risultato: la fame.

Anticipi sulla paga e pacchi alimenti

Molti degli abitanti si dirigono verso l’angolo fra l’Ottava Strada e la B, dove c’è la grande Alvadore Christian Church di legno. Il quarto giovedì di ogni mese, c’è un cartello esposto sul piazzale: Distribuzione Cibo [ Food Pantry ].
Nei mesi invernali, arrivano circa 40 famiglie a prendere pane, ciambelle, marmellata di mele, minestre in scatola, verdure conservate e altri prodotti base. D’estate il numero delle famiglie aumenta.
In un angolo della chiesa c’è una tavola di alimenti messi a disposizione dal Dipartimento dell’Agricoltura (Usda). Il resto – il grosso – viene da donazioni della comunità locale. Un modello che funziona nei momenti buoni, ma che non risulta particolarmente efficace per nutrire gli affamati in quelli difficili, quando c’è più gente che fatica ad arrivare a fine mese, e meno che è in grado di donare cibo per carità.
Becky Darnall, 34 anni, al tempo stesso fa la volontaria alla distribuzione e si alimenta coi pacchi distribuiti. Racconta che quando si è aperta l’iniziativa due anni fa “c’erano meno di trenta famiglie. Negli ultimi sei mesi sono cresciute a quaranta”.
Il marito di Becky fa il cuoco in un ristorante nella vicina Springfield. Nel 2006, guadagnava 24.000 dollari l’anno. L’anno scorso 27.000. Quest’anno, con un aumento, spera di arrivare a 30.000 dollari. Becky lavora a tempo parziale in casa di una vicina, a otto dollari l’ora.

Hanno tre figli, tengono un nipote e abitano in una casa prefabbricata vecchia di trent’anni col tetto che perde e un impianto elettrico di dubbia affidabilità. Si muovono con una vecchia Chevy Blazer col motore che funzione male, e che non possono permettersi di riparare, così si aumentano i consumi di benzina fino a un ridicolo – e proibitivamente dispendioso – due chilometri al litro. Il marito di Becky spende quindici dollari al giorno solo per andare e tornare dal lavoro.
Fino a quest’anno, la famiglia non era in grado di permettersi i pagamenti congiunti per l’assicurazione sanitaria offerta grazie al lavoro del marito. Di conseguenza, i Darnalls hanno dovuto accollarsi i 1.000 dollari di spesa per il pronto intervento quando Becky l’anno scorso di è presa una bronchite asmatica. Ora le fatture arrivano attraverso un’agenzia, e si sta cercando di liquidarle. Lo scorso novembre, il marito di Becky ha avuto bisogno di una risonanza magnetica, che ha caricato la famiglia di altri 1.200 dollari.
“Possiamo tirare avanti” spiega cautamente Becky, “ma la differenza fra il volontariato [alla chiesa] e non farlo sta nella zuppa di verdura coi maccheroni. … Assomiglia di più a una vera cena”.
Prima di iniziare a venire alle cucine, racconta dei tentativi per ottenere i buoni alimentari, che alla fine non davano abbastanza di cui sopravvivere. “In alcuni momenti è stata davvero dura. Ma abbiamo tirato avanti”.

All’inizio, ricorda Becky, hanno chiesto prestiti a degli amici. Hanno cominciato a chiedere anticipi garantiti sullo stipendio. “La pratica del payday loan , che è un incubo” spiega, riferendosi a quanto sono obbligati a fare molti americani a basso reddito, di chiedere prestiti garantiti dallo stipendio per riuscire ad arrivare agli ultimi giorni del mese. É uno sfruttamento – un’usura – e una trappola finanziaria che, nel corso degli anni, ha contribuito a logorare economicamente i più poveri.
“Ci abbiamo impiegato quasi un anno per uscirne” spiega Becky. “Ma senza quelli, saremmo stati fottuti”, ride amara.
I Darnall sono sposati da 17 anni, ma soltanto l’anno scorso hanno iniziato a dover decidere, mese per mese, quali bollette pagare e a quali servizi rinunciare.
“Mio marito ha sempre lavorato. Non siamo certo stati seduti ad aspettare l’assistenza”.

C’è la gelatina, ma non la frutta

In tutto il paese, ci sono quasi quaranta milioni di persone classificate come “prive di sicurezza alimentare” secondo il Dipartimento dell’Agricoltura. Ciò significa che, anche senza essere affamati, hanno la costante preoccupazione di cosa riuscire a mettere in tavola.
I Darnall ricadono in questa categoria. Come la vedova ottantatreenne Helen Wagy, ex lavandaia Iin pensione dopo 35 anni di lavoro, e che ora riceve 912 dollari al mese dalla Sicurezza Sociale: il suo unico reddito. La signora Wagy abita in una casa prefabbricata nella cittadina di Corvallis, Oregon. Riceve cestini di alimentari da un gruppo che si chiama Gleaners, e che raccoglie quanto viene lasciato nei campi, o convince i supermercati a regalare prodotti difettosi o ufficialmente scaduti.
“Devo pagare l’affitto, la luce, il telefono e il lusso di una TV” racconta la Wagy, avvoltolata in un golf di lana e pantaloni rossi, seduta in un gelido edificio in legni di proprietà del settore parchi dell’amministrazione locale, in un giardinetto vicino alla strada principale. Il fabbricato – poco più di una baracca stracolma di frigoriferi e congelatori – funge da centro di distribuzione dei Gleaners.
Fa capolino l’amica Roberta Coulter. Senza i Gleaners, spiega, “Probabilmente calerei molto di peso. Mi aiutano parecchio. Se non ci fossero loro, potrei mangiare la gelatina, ma non la frutta”.
E loro sono tra i fortunati.

Dei quasi 40 milioni di persone che temono la fame, si calcola che siano oltre 11 milioni quelli che qualche volta saltano i pasti, sempre secondo il Dipartimento dell’Agricoltura. La cifra comprende molti adulti nelle famiglie che cedono la propria porzione per assicurare cibo ai figli.
Nella gran parte dei paesi, persone così sarebbero definite “alla fame”. Nell’America di Bush si usa un termine più orwelliano.
Nel 2006, il dipartimento dell’agricoltura ha chiesto a tutti gli uffici governativi di non riferirsi più a questo gruppo sociale come tale. Una modifica decisa dopo che il Comitato Statistico Nazionale aveva riferito di non poter determinare con certezza se chi non riusciva a comprare alimenti provasse “sconforto, malattia, debolezza o dolore in misura che vada oltre una normale sensazione di disagio”.
Di conseguenza, gli 11 milioni di americani che non possono permettersi di rifornire le proprie case di alimenti ora vengono classificati come “a bassissima sicurezza alimentare”.
Nei decenni successivi alla Grande Depressione degli anni ‘30, la categoria sarebbe stata costituita in gran parte da disoccupati di lungo termine, persone senza fissa dimora, forse con handicap psichici, o altri gruppi emarginati.
Ma oggi, sono sempre più i poveri con un lavoro: i cui redditi ristagnano, coi costi della vita che aumentano, per le spese della benzina, del mangiare e per la salute, e che ora passano il tempo facendo la fila alla distribuzione alimentare.

Una depressione del XXI secolo

Nell’ultimo decennio, la percentuale di chi frequenta le distribuzioni di cibo in Oregon e che appartiene a una famiglia con almeno un componente che lavora, è cresciuta dal 30% al 47%: incremento che significa decine di migliaia di famiglie.
Ma non si tratta certo di un’esclusiva dell’Oregon, dove pure l’economia locale è stata devastate dal collasso del settore legname, ed è costante la minaccia di andare a letto senza cena in assenza dei pacchi dono.
In tutti gli Stati Uniti, si è consolidata sul gradino più basso della scala economica una forma sorprendentemente dura di povertà. Nell’area degli Appalachi, dove la fame ha sempre covato appena sotto la superficie, ci sono stati come Virginia o Tennessee dove se ne continuano a sperimentare alti livelli.
In parti del Texas, specie nelle regioni di frontiera sparse delle colonias di popolazione immigrata, lievita l’incertezza alimentare.
Nella fascia di circoscrizioni rurali orientale del Nuovo Messico e nell’Oklahoma occidentale, quella della pancia vuota è una condizione endemica, così come nel San Joaquin Delta in California, una delle zone agricole più fertili del mondo.

Dieci anni fa, l’Oregon aveva la percentuale di affamati più alta di qualsiasi altro stato. Così il governo statale decise di affrontare seriamente il problema, orientando risorse per contribuire all’accesso dei cittadini ai programmi buoni pasto federali e sostenendo l’ampliamento della solidarietà privata.
Il governatore Ted Kulongoski, dopo aver istituito appena entrato in carica la Hunger Relief Task Force, arrivò fino a vivere per due settimane di buoni pasti, contenendo la propria spesa a 21 dollari la settimana (un dollaro a pasto), ovvero la quantità disponibile in buoni pasto nello stato, come atto di public relations pensato ad aumentare l’attenzione al problema.
“Fu una sfida incredibile” ricorda la consigliera del governatore per i servizi alla persona Erinn Kelley-Siel. “Ci sono troppi abitanti dell’Oregon che si devono basare sulla distribuzione di alimenti nei momenti di emergenza, e contano sui buoni pasto come importantissima fonte di cibo”.
Le statistiche dello stato sono migliorate, ma l’anno fatto soprattutto una riduzione del problema nelle grandi città. Nelle zone rurali come la Benton County, le cose sono peggiorate.

Nel 2000, lo stato aveva classificato l’11,2% degli abitanti delle zone rurali in condizione di “incertezza alimentare”. Quattro anni più tardi, la cifra era cresciuta al 13,6%.
Però anche dopo anni di progressi nella situazione complessiva, il ritorno di tempi economicamente duri significa che a livello statale la fame avanza, seguendo un percorso già visto in tutto il resto del paese.
Il due delle contee più colpite, la Linn e la Benton, gli operatori delle food bank stimano che siano 42.000 le persone che hanno ricevuto un cestino pasto nel 2007. E, a differenza che nell’area metropolitana di Portland a nord, queste contee hanno una popolazione piccola.
In tutto l’Oregon, sono l’11,9% gli abitanti classificati in stato di “incertezza alimentare”. A livello nazionale, la cifra è 11,4%. Indagini di food banks e distributori di pasti locali rilevano come bollette più care, prezzi della benzina e costi per la salute, insieme alla perdita del posto di lavoro e copertura inadeguata dei buoni pasto, stiano spingendo sempre più americani verso l’assistenza del volontariato. I racconti dei volontari confermano questa tendenza.
E proprio mentre cresce il bisogno, il governo federale taglia drasticamente sia i finanziamenti che i contributi in cibo alle food banks . Nel 2000, avevano ricevuto a livello nazionale 250 milioni di finanziamenti federali attraverso il Titolo IV del capitolo di spesa per l’agricoltura. Oggi la cifra è di 140 milioni.

Una generazione fa, al livello più alto del dipartimento per l’agricoltura riguardo ai sussidi alle food bank , il 90% degli alimentari che ricevevano queste organizzazioni proveniva dal governo federale. Oggi una grande struttura del genere per l’Oregon, come il deposito FOOD della Lane County, in un’area commerciale a tre chilometri circa dal centro di Eugene, da fonte federale riceve solo il 12%.
Un’ora di macchina più a nord, nella cittadina di Corvallis, la caduta dei contributi federali è stata anche più drammatica. Ancora nel 1987, l’85% del cibo, distribuito da Linn-Benton County Food Share era di provenienza Dipartimento dell’Agricoltura. Nel 2008, la cifra è del 6%, spiega Ryan McCambridge, direttore di Linn-Benton County Food Share a Corvallis.
“Compensiamo la differenza e le carenze, letteralmente, chiedendo la carità in sede locale: esercizi, aziende agricole, distribuzione, supermercati. Chiunque e comunque” racconta Denise Griewisch, direttrice esecutiva di FOOD per la Lane County. É una specie di “accantonamento volontario” da parte della popolazione locale.
I contadini producono meno alimentari, nota la Griewisch, e convertono superfici a granturco per biocarburanti, il che significa dal 2003 meno surplus che il governo può acquistare. Il cibo prodotto costa di più, e spesso è destinato all’esportazione, o a consumatori di altri territori vicini a loro volta con cadute di produzione alimentare.
Ad aggiungere un’ulteriore stretta, i nuovi programmi computerizzati di gestione consentono ai supermercati di calcolare con molta più efficacia le scorte, il che significa meno eccessi da regalare per la distribuzione di alimenti.
A livello statale, la Oregon Food Bank ha visto la propria disponibilità scendere di 1.500 tonnellate l’anno dal 2005, secondo la responsabile esecutiva Rachel Bristol. Di conseguenza, si tagliano le quantità delle singole consegne in alcuni casi, da 5-7 giorni fino a soli tre.
In questo ultimo anno, racconta la Griewisch, il contributi in cibo alla FOOD della Lane County sono scesi in tutte le categorie. Ed è un problema, visto che una quantità dal 3% al 5% dei 338.000 abitati della circoscrizione si alimenta quotidianamente con queste razioni, secondo i calcoli dell’organizzazione, e il 20% in qualche momento dell’anno è in condizioni di incertezza alimentare.
“Per molta gente, il sistema della razioni alimentari doveva rispondere alle emergenze familiari” spiega McCambridge del Linn-Benton County Food Share. “Negli ultimi otto o nove anni, le persone ricorrono a questo mezzo in quota maggiore, se non di norma. Sta davvero diventando una integrazione al reddito. Il gruppo più rappresentato sono persone con un lavoro ma che non riescono a guadagnare a sufficienza per far quadrare il bilancio”.

Quando malattia vuol dire niente stipendio

Juan Cortez-Villa ha 30 anni e quattro figli, abita a Eugene e lavora a tempo pieno in una fabbrica locale di lavorazione dei cereali. Prima, lavorava in un’altra fabbrica a Medford. Indossa uno spesso giaccone grigio per proteggersi dal freddo invernale, un berretto da baseball bianco, pantaloni da lavoro e scarponi pesanti. Sul viso una barbetta.
Juan guadagna 13,25 dollari l’ora, e al netto delle tasse porta a casa 1.800 dollari al mese. Un reddito che colloca la famiglia al di sopra della soglia di povertà. Ma fra i soldi che spedisce a sua madre rimasta in Messico, l’affitto, le bollette e le spese mediche che aumentano sempre, Juan fa sempre più fatica a stare a galla. Alla fine di ogni mese, manca sempre qualcosa.
Juan avrebbe bisogno di “15, 16 dollari l’ora” per superare l’ostacolo, spiega con l’aiuto di un interprete al “ Centro” , di Eugene .
Dato che affitto e bollette si devono pagare, la famiglia regolarmente taglia sul mangiare. Quando si è ammalato e ha dovuto restare a casa dal lavoro senza paga, non c’era più nulla.
“Non riuscivo a fare niente” racconta “trovare nessun aiuto. Qualcuno mi ha dato il numero di telefono di questo posto [il Centro ]. Non mangiavo da una settimana, insieme a mia moglie e ai figli”. Si ferma un attimo, e precisa la dichiarazione. “Solo qualcosa. Un amico mi ha dato delle uova, delle tortillas . Ero molto triste, piangevo. Era una cosa brutta per la famiglia. Ero terrorizzato perché non sapevo come cercare aiuto”.
Gli immigrati, principalmente latinoamericani, costituiscono il 4,6% della popolazione della Lane County, e più di un quarto di loro vive al limite della soglia di povertà, o al di sotto.
A livellos tatale, secondo la Northwest Federation of Community Organizations, circa la metà degli adulti latinoamericani ha sperimentato incertezza alimentare. Si aggiungano le emergenze per malattia, ed ecco pronti tutti gli ingredienti per la fame.

Ehi amico, hai della moneta che ti cresce?

Al centro del Catholic Community Services, nella cittadina operaia di Springfield, un quarto d’ora in macchina da Eugene, si può vedere la fila che si snoda fuori dalla chiesa tutti i santi lunedì, mercoledì e venerdì mattina.
Giovani e vecchi, uomini e donne, tutti aspettano pazientemente che si aprano le porte e gli incaricati inseriscano il loro nome in una banca dati. Poi entrano nell’area distribuzione a riempire i contenitori con quanto è stato messo a disposizione dai donatori quella settimana.
“In una giornata fiacca, arrivano 80-100 persone” racconta Joe Softich, 61 anni, responsabile del programma alimentare della chiesa. “Verso la fine del mese, calcolo almeno 140 famiglie, magari 180”.
Softich è un signore magrissimo coi capelli grigi, il viso affilato nascosto da una fitta barba. É cresciuto in un negozio alimentare nella cittadina mineraria di Anaconda, Montana, poi ha studiato microbiologia, russo e religione al college negli anni ‘60, e molto tempo fa ha deciso che la sua vocazione nella vita era di dar da mangiare agli affamati.
Mostra frigoriferi pieni di carne e verdure, scatole di frutta e fagioli, burro di arachidi e cartoni di latte. “Vediamo tanto bisogno. Si ascoltano queste storie giorno dopo giorno. C’è bisogno di qualcosa che ci sostenga, oltre alla sensazione di far qualcosa di giusto. È un equilibrio delicato, riuscire ad aiutare in modo non offensivo”.
Softich stima che l’anno scorso siano stati 13.330 glia bitanti di Springfield che hanno ricevuto aiuti in cibo dai Catholic Community Services.
“Abbiamo terminato le scorte tre giorni fa” racconta Angela Oliver, 38 anni, ex tossicodipendente che si è curata e da poco trasferita dallo stato di Washington all’Oregon ad abitare con la sorella e i quattro figli di lei. “C’è ancora un po’ di carne nel congelatore, ma io sono vegetariana” spiega. “Non c’è latte per i più piccoli, né verdura, né pane”.
Tre dei quattro bambini hanno pasti gratuiti a scuola, dice la Oliver, e il più piccolo, il quarto, sta dalla nonna. “Loro non soffrono la fame. Mangiano prima di me, [e poi] resta poco. Ce n’è giusto giusto per tutti”. E aggiunge: “Se non fosse per la distribuzione di cibo, onestamente non so cosa potrei fare. Non si può più nemmeno scroccare qualche monetina”.
Essere poveri in America non è mai stato facile. Ma esserlo nell’America di Bush è devastante. Il governo federale ha girato la schiena – e reso chiaro che non si prende nessuna responsabilità – a quelli che non sono in grado di farcela.

di Sasha Abramsky – da In These Times. Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini http://www.megachip.info/index.php

 

 

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27 marzo 2008

Poor in Senegal Denied Benefits of Forest Resources

In many developing countries, forestry policies systematically exclude the poor from the wealth of the forests around them. Senegal provides an interesting example of how even good policies can fail to deliver the benefits they are intended to provide.

I wrote about this phenomenon as it occurs in both Senegal and Nicaragua (with reference to Mali, Honduras, Cameroon, Uganda, Brazil and India) in a study co-authored with Anne Larson of the Center for International Forestry (CIFOR), and published in the Journal of Sustainability Science.

Amanecer: Sunset over Senegalese ForestAmanecer: Sunset over Senegalese Forest

Rural populations in Senegal lose out because they are denied access to forests and access to commercial trade. To be allowed to manage their own forests, rural communities must develop and use management plans approved by the National Forest Service (NFS). These plans are expensive to develop and require great labor to implement. It’s also not clear that they are ecologically necessary.

Meanwhile largely urban-based merchants hire migrant laborers to produce charcoal using traditional kilns, without having to present management plans. As a result, they can produce at lower cost, and without the responsibility for forest management.

Until 1998, the system of forest management in Senegal remained highly centralized, involving a system of licenses, permits, and quotas allocated by the NFS. The NFS fixed annual quotas for charcoal production, allocating them to their urban-based merchant allies. The 1998 forestry code eliminated the quotas as of February 2001, passing production decisions to local governments and rural councils. But despite the legal changes, the NFS continues to control forest access, issuing quotas and permits—as if no laws had changed.

NFS officials and agents claim that the quotas are based on national charcoal demand and available forest supply. But they do not really have sufficient data to know. The NFS has steadily lowered quotas as a "forest protection" measure, despite continued high demand, giving rise to illegal production to satisfy the shortages.

Meanwhile, rural communities continue to be excluded from forest management and policy development, not to mention being subject to double standards and arbitrary enforcement. As a result, their poverty continues, and they do not share in the benefits that the changes in law were nominally intended to provide.

Tratto da: http://www.wri.org/

mappasenegal

25 marzo 2008

Myanmar – Birmania

Monaci birmani

Non avendo avuto più notizie sulla Birmania/Myanmar dall’informazione internazionale, con molta probabilità ognuno di noi avrà pensato che la situazione si fosse stabilizzata e ci fossero stati passi avanti verso la democrazia,  invece è esattamente come quando i monaci erano scesi in piazza per protestare (foto), non si capisce come mai non ci sia più nemmeno un trafiletto sulla giunta militare di quel Paese, i fantasmi informativi internazionali hanno colpito ancora. Ma alla fine chi cerca trova e vi riporto quanto è accaduto negli ultimi giorni in quel bellissimo Paese.

Cade nel vuoto la quinta missione dell’inviato speciale dell’ONU per la Birmania, Ibrahim Gambari. Nonostante i due colloqui con la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, attualmente agli arresti domiciliari, e con alcuni membri dell’opposizione, sono stati vani gli incontri con le autorità birmane, sempre più ferme sulle proprie posizioni.

Letteralmente snobbato dal ‘generalissimo’ Than Shwe, Gambari è ripartito da Rangoon incassando sostanzialmente tre dinieghi. ‘No’ alla revisione delle norme costituzionali redatte senza l’apporto dell’opposizione e dei gruppi etnici e che, di fatto, escludono la ‘Lady’ dal prender parte al processo elettorale programmato per il 2010. ‘No’ alla partecipazione di osservatori internazionali durante il referendum sulla bozza costituzionale programmato per maggio. ‘No’ al rilascio dei prigionieri politici, compresa Suu Kyi. A tale richiesta, sostenuta dal diplomatico nigeriano fin dalla sua prima missione nel Paese est asiatico, i generali hanno risposto sostenendo che “in Myanmar non ci sono prigionieri politici”.

(tratto da www.sudestasiatico.com)

 
RANGOON, 23 MAR – Un uomo si e’ dato fuoco in una storica pagoda di Rangoon. Il gesto sembra motivato dalle crescenti difficolta’ economiche in Birmania. Lo hanno detto testimoni secondo cui l’uomo, un 30enne non identificato e di cui si ignora la sorte, non ha gridato slogan politici contro la giunta militare al potere ma ha denunciato la sua difficile condizione e il crescente carovita. Poi all’improvviso si e’ cosparso di petrolio e si e’ dato fuoco.In quel momento il sito di Shwedagon era affollatissimo.
 
 
A settembre nell’aula della UE:
Il Parlamento plaude alla coraggiosa azione dei monaci birmani, condanna la repressione delle manifestazioni e chiede il rilascio del Premio Sacharov 1990 Aung San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici. Esprimendo orrore per l’uccisione di manifestanti pacifici, auspica la fine del regime repressivo e il ripristino della democrazia sotto l’egida dell’ONU. Criticando il veto cinese e russo all’ONU, sollecita l’UE a definire sanzioni economiche mirate e a sostenere i movimenti democratici.
Con 563 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astensioni, il Parlamento ha adottato una risoluzione sostenuta da tutti i gruppi (eccetto IND/DEM e ITS) che plaude «alla coraggiosa azione dei monaci birmani e di decine di migliaia di altri manifestanti pacifici contro il regime antidemocratico e repressivo al potere nel Myanmar» e condanna fermamente «la risposta brutale delle autorità birmane.
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21 marzo 2008

Le buone notizie che non arrivano mai.

magazinerack
  Cina: processo al blogger dissidente Hu Jia: rischia cinque anni di carcere
Si dovrà attendere circa una settimana per la sentenza del processo, celebrato questa mattina in un tribunale di Pechino, all’attivista democratico Hu Jia, accusato di ”istigazione alla sovversione dei poteri dello Stato”. Lo ha reso noto Li Fangping, avvocato di Hu Jia. La pubblica accusa, secondo il difensore dell’attivista, ha presentato sei articoli e due interviste rilasciate da Hu Jia a giornali stranieri come prove della sua colpevolezza. L’ avvocato ha sostenuto che negli scritti e nelle interviste il dissidente si limita ad esercitare il suo diritto alla parola e a proporre delle riforme politiche. Hu Jia rischia un massimo di cinque anni di carcere. Secondo i gruppi umanitari, il governo cinese sta dando vita a un giro di vite nei confronti della dissidenza, in vista delle Olimpiadi di Pechino della prossima estate. Un’accusa che il premier cinese Wen Jiabao oggi ha respinto come falsa. (Fonte: Peace Reporter)
 
SRI LANKA: nella capitale Colombo ancora attacchi alla libertà di stampa  
Continua a deteriorare la situazione della libertà di stampa in Sri Lanka. Dopo le denunce di violenze contro i giornalisti nella ex Ceylon contenute nel rapporto 2007 del Dipartimento di Stato Usa sui diritti umani nel mondo, in pochi giorni è risultato chiaro che il preoccupante fenomeno non migliorerà con il 2008. La categoria è sotto gli attacchi contemporanei delle forze di sicurezza statali – che la sospettano di complicità con i separatisti tamil – del governo – che preme per manipolare l’informazione sulla guerra civile a suo favore – e di bande di “ignoti aggressori” che irrompono nelle abitazioni dei reporter o li attaccano, impuniti, in luoghi pubblici. L’ultimo episodio ha come vittima il vicedirettore dell’emittente di Stato Sri Lanka Rupavahini Cooperation (SLRC): Anurasiri Hettige. L’uomo, che è anche leader sindacale, ha ricevuto diverse pugnalate mentre il 14 marzo a Colombo aspettava l’autobus che lo avrebbe portato a lavoro. Ora è fuori pericolo, ma il suo caso ha dato vita ad uno sciopero di protesta degli impiegati dell’emittente: da venerdì è stata decisa la sospensione di tutti i programmi, tranne i telegiornali, finché il presidente Mahinda Rajapakse non garantirà la fine delle intimidazioni contro la stampa e la persecuzione dei responsabili. Il caso di Hettige – denunciano i colleghi – è il quinto dello stesso genere contro personale della SLRC. I sospetti cadano sul ministero del Lavoro retto da Mervyn Silva. Questi, a dicembre 2007, ha ordinato di perquisire gli studi dell’emittente dopo che il direttore dei notiziari aveva rifiutato di pubblicare un suo comunicato stampa sull’inaugurazione di un nuovo ponte nel Paese. (Fonte: Agenzia Asia News)
 
GIORDANIA: CINQUE GIORNALISTI CONDANNATI A PENE DETENTIVE
Cinque giornalisti giordani sono stati condannati in primo grado a tre mesi di prigione per aver pubblicato informazioni "sensibili", ma la sentenza e’ stata criticata dall’associazione della stampa giordana secondo cui la vicenda avra’ un profondo impatto sulla liberta’ di opinione nel regno.  "Mandare dei giornalisti dietro le sbarre rappresenta un messaggio secondo cui il governo non e’ pronto a riconoscere la liberta’ di stampa nel Paese", ha affermato Tareq Momani, segretario dell’Associazione della stampa giordana (Jpa). I giornalisti condannati, che lavorano per i quotidiani indipendenti ‘Al Arab Al Yawn’ e ‘Ad Dostour’, hanno già annunciato che presenteranno appello contro la sentenza di condanna. Lo scorso anno il parlamento di Amman ha approvato una legge sulla stampa che le associazioni dei giornalisti giordani considerano come lesiva della liberta’ di opinione e che fissa pene detentive e pecuniarie per i reati a mezzo stampa. Successivamente, il governo del premier Nader Dahabi ha acconsentito ad incontrare i rappresentati dei giornalisti per elaborare una legge più permissiva. (Fonte: Ansa)
 
IRAN: BANDITE NOVE RIVISTE PER CONTENUTI "CONTRO LA MORALITà"
Nove riviste iraniane, la maggior parte delle quali specializzate in cinematografia, sono state messe al bando con l’accusa, tra l’altro, di avere pubblicato "fotografie di attori corrotti stranieri" e altro materiale "contro la pubblica moralità". Lo scrive  l’agenzia Isna. La decisione è stata presa dal comitato governativo per la supervisione della stampa, che ha emesso "avvertimenti" nei  confronti di altre 13 riviste. Tra quelle chiuse le più conosciute sono ‘Donia-e Tasvir’, ‘Sob-e Zendegi’, ‘Talash’ e ‘Besu-ye Eftekhar’. Dopo un periodo di libertà senza precedenti nella Repubblica islamica goduto dalla stampa ai tempi della prima presidenza del riformista Mohammad Khatami, alla fine degli anni ’90, decine di quotidiani e riviste sono state messe al bando e molti giornalisti incarcerati. (Fonte: Ansa)
 
SIRIA: ALLA SBARRA GIOVANE BLOGGER, RISCHIA fino a 5 ANNI PER CRITICHE VIA WEB 

Sarà processato lunedì di fronte all’Alta Corte di Sicurezza di Stato il giovane blogger siriano Tariq Biyasi, accusato di "minare il sentimento nazionalistico" e di "diffondere notizie infondate". Il 22enne blogger, originario di Tartus, sulla costa siriana, è stato arrestato lo scorso luglio e rischia fino a cinque anni di carcere dopo aver pubblicato su siti internet alcuni commenti critici nei confronti delle autorità di Damasco. Del caso si è occupata anche l’organizzazione Reporters sans frontières (RSF) che ha definito l’arresto di Biyasi "arbitrario", ed ha lanciato una campagna per la sua liberazione. RSF ricorda che "il partito Baath controlla la maggior parte dei mezzi di informazione" e che "cresce di giorno in giorno la repressione esercitata sugli internauti, tanto che la Siria è diventata la più grande prigione del Medioriente" per chi viola le norme fissate per Internet. Anche l’organizzazione Human Rights Watch (HRW) ha chiesto alla Siria di fermare gli arresti degli attivisti per la pubblicazione di commenti su internet e di porre fine all’oscuramento dei siti web. (Fonte: ADN Kronos International)
 
Crisi umanitarie dimenticate dai mass media italiani. La denuncia di Medici senza frontiere

I media italiani coprono sempre meno le crisi umanitarie del globo. E’ quanto risulta dal rapporto presentato da Medici senza frontiere (Msf) sull’attenzione posta dai telegiornali italiani durante il 2007 alle crisi umanitarie. L’analisi, condotta sulle edizioni diurne e serali dei tg Rai e Mediaset, ha mostrato una riduzione delle notizie sulle crisi durante tutto l’arco dello scorso anno: se, nel 2006, le crisi coprivano il 10 percento dell’offerta informativa, nel 2007 la percentuale è scesa all’8 percento, ovvero a 6426 notizie su 83200. Nella top ten delle ‘dimenticate’ troviamo la Somalia, lo Zimbabwe, la tubercolosi, la malnutrizione infantile, lo Sri Lanka, la Repubblica Democratica del Congo, la Colombia, il Myanmar, la Repubblica Centrafricana e la Cecenia. Nella zona est della Repubblica Democratica del Congo le violenze proseguono, ma i media italiani vi dedicano in un anno solo cinque notizie. E la situazione peggiora per quanto riguarda il conflitto della Repubblica Centrafricana, combattuta tra esercito e milizie ribelli a scapito dei civili, che non viene trattato neppure una volta. Secondo Msf i media italiani tendono a esaminare i contesti delle crisi solo quando riguardano eventi e personalità italiane o occidentali. La crisi somala viene analizzata in occasione dei vertici politici cui partecipa il governo italiano e i telespettatori vengono a sapere degli scontri tra esercito e Tigri Tamil, in Sri Lanka, solo in riferimento all’ambasciatore italiano. Mentre la crisi tra governo colombiano e guerriglieri delle Farc si esaurisce al rapimento di Ingrid Betancourt. Solo il Darfur ha avuto una maggiore copertura mediatica rispetto al 2006, ma si trattava soprattutto di notizie riguardanti le visite delle star o le iniziative per la raccolta di fondi. Solo diciotto notizie sono state dedicate alla malnutrizione che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni. (Fonte: Peace Reporter)
20 marzo 2008

20 marzo 1994, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

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20 Marzo 1994 – 20 Marzo 2008. 14 anni fa a Mogadiscio in Somalia venivano barbaramente uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Due persone, due giornalisti italiani  in Somalia per svolgere un il proprio mestiere. Per raccontare quello che stava succedendo in quel martoriato paese.

A quattordici anni da quel duplice omicidio ancora verità e giustizia sono lontane.  Il sito Ilaria Alpi come ogni anno, durante il periodo che precede l’anniversario invita tutti i propri lettori ad inviare pensieri, commenti e riflessioni, che verranno pubblicati nella sezione PER NON DIMENTICARE.

In questi giorni saranno pubblicati su questo sito le iniziative e i programmi tv che si occuperanno di Ilaria e Miran.

Sabato 15 Marzo alle 14.50 la trasmissione Ambiente Italia in onda su Rai Tre dedicherà uno spazio al Caso Ilaria Alpi con un’intervista a Luciana Alpi, mamma di Ilaria.

Sempre Sabato 15 marzo alle 14.30 il contenitore pomeridiano di Rai Uno "Effetto Sabato" nell”appuntamento con la storia di questa settimana si  parlerà di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ospite in studio per ricostruire la vicenda nella rubrica ”Scatti di storia”, un collega di Ilaria, Maurizio Torrealta.

Mentre lunedì 17 marzo alle 21 sarà il programma "Chi l’ha visto" condotto da Federica Sciarelli, ad occuparsi del Caso Ilaria Alpi con un’inchiesta del giornalista del Tg3 Roberto Scardova.

http://www.ilariaalpi.it/

19 marzo 2008

19 marzo 2003, cinque anni di guerra fallimentare

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GIUSTIZIA E’ FATTA; ANZI NO
11 – 20 Settembre 2001 – Pochi giorni dopo la strage delle Torri Gemelle Bush parla al Congresso assicurando che «i responsabili saranno assicurati alla giustizia». 
29 Gennaio 2002 – Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione dopo l’11/9 Bush denuncia l’esistenza di un ’Asse del Male, comprendente Iraq, Iran e Corea del Nord, che costituisce «una minaccia alla pace mondiale». 
7 Ottobre 2002 – In un discorso a Cincinnati, mentre accusa Saddam Hussein di possesso di armi di distruzione di massa, Bush sostiene che non è possibile in questi casi aspettare una prova certa: attendere la ’pistola fumantè può significare a volte favorire la nascita di una "nuvola nucleare", cioè di un attentato atomico da parte dei terroristi. 
1 Maggio 2003 – Dal ponte della portaerei Lincoln, dopo la caduta di Saddam Hussein, Bush canta troppo presto vittoria, con alle spalle il gigantesco striscione ’Missione Compiutà, affermando che le truppe Usa hanno quasi terminato il lavoro e che «quando ce ne andremo, lasceremo alle nostre spalle un Iraq libero». 
COLIN PRIMA E DOPO Colin Powell, Segretario di Stato Usa, presentando le prove sulla presenza in Iraq di armi chimiche, biologiche e nucleari al Consiglio di Sicurezza del’Onu il 5 febbraio 2003: “Signore e signori, queste non sono parole. Questi sono fatti e conclusioni, comprovati da molte solide fonti di intelligence, anche di altri Paesi 
Colin Powell ai giornalisti, 4 marzo 2003 Sono assolutamente certo che ci sono armi di distruzione di massa e presto sarà evidente. Ci stiamo per arrivare” 
Colin Powell intervistato da Barbara Walters su ABCnews, 8/9/2005:  Sì, è una macchia sulla mia reputazione. Io sono quello che ha garantito l’onore degli Stati Uniti di fronte al mondo e questo resterà come una macchia nella mia carriera. E’ doloroso, molto doloroso” 
IRAQ 
Generale Stanley Maude, comandante delle truppe britanniche che occuparono Baghdad nel 1917 “Le nostre armate non vengono nelle vostre città e nelle vostre terre come conquistatori o come nemici ma come liberatori” 
T. E. Lawrence (Lawrence d’Arabia) al Sunday Times, agosto 1920 “Gli inglesi in Mesopotamia sono finiti in una trappola da cui sarà difficile uscire con dignità e onore. Vi sono stati attirati da una massiccia campagna di disinformazione. I comunicati che arrivano da Baghdad sono tardivi, falsi, incompleti. Le cose sono andate molto peggio di quello che vi hanno raccontato, la nostra amministrazione è stata ben più sanguinaria e inefficiente di quanto la gente sappia. Oggi non siamo lontani dal disastro”. 
Lettera di Rumsfeld, Wolfowitz e altri al presidente Clinton, datata 26 gennaio 1998 http://www.newamericancentury.org/iraqclintonletter.htm “La sollecitiamo ad annunciare una nuova strategia che assicuri gli interessi degli Usa e dei nostri alleati in tutto il mondo. Questa strategia dovrebbe, innanzitutto, proporsi di rimuovere dal potere Saddam Hussein” 
Henry Kissinger, ex Segretario di Stato Usa, citazione dal libro “The hostage nation”, 2001 “Il petrolio è un bene troppo importante per lasciarlo nelle mani degli arabi” 
Il senatore democratico John F. Kerry, al Senato il 9 ottobre 2002, esprimendo la sua intenzione di voto: “Voterò per autorizzare il presidente degli Stati Uniti a usare la forza, se necessario, per disarmare Saddam Hussein perché credo che nelle sue mani un arsenale di armi di distruzione di massa sia una grave e reale minaccia alla nostra sicurezza” 
Ari Fleischer, portavoce del governo Bush il 9 giugno 2002 a una conferenza stampa: C’è già una montagna di prove sul fatto che Saddam Hussein stia accumulando armi di distruzione di massa con l’intento di usarle. Aggiungere altre informazioni in proposito è come aggiungere un centimetro al Monte Everest 
Il Segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld, il 15 novembre 2002, durante un’intervista di un’ora all’emittente radiofonica Infinity, a proposito della possibilità di un conflitto in Iraq : “Cinque giorni, o cinque settimane, o cinque mesi, certamente non durerà più a lungo di così”. 
Il vice presidente Usa Dick Cheney a Nbc’s Meet the press, il 16 marzo 2002 “Noi in effetti crediamo che Saddam Hussein abbia armi nucleari” 
George Bush a George Tenet, al termine del discorso di Powell al consiglio di sicurezza dell’Onu che mostrava le prove contro l’Iraq, 5 febbraio 2003: E’ questo il meglio che abbiamo?” (Dal libro di Robert Woodward, Plan of Attack 
Il vicepresidente Dick Cheney il 16 marzo 2003 durante una puntata di NBC’s Meet the press “Io credo che saremo accolti come liberatori. Ce la sbrigheremo in fretta, settimane piuttosto che mesi” 
Il generale Tommy Franks durante una conferenza stampa il 22 marzo 2003: “Non c’è dubbio che il regime di Saddam Hussein abbia armi di distruzione di massa. E, mentre le operazioni proseguono, queste armi saranno identificate e trovate, insieme a chi le ha prodotte e a chi le custodisce” 
Barbara Bush a Good Morning America, 18 marzo 2003: “Perché dovremmo ascoltare storie su feretri e morti, e quanti, e in quale giorno è successo? Non è rilevante. Quindi, perché dovrei sprecare il mio prezioso cervello in cose di questo genere? 
Donald Rumsfeld, ad ABC News, 30/3/2003: “Sappiamo che sono lì (le armi di distruzione di massa). Si trovano nell’area attorno a Tikrit e a Baghdad e a Est, Ovest, Sud, e a Nord, da qualche parte”. 
Il presidente egiziano Hosni Mubarak a Bbc News il 31 marzo 2003: “Quando sarà finita, se mai sarà finita, questa guerra lascerà conseguenze orribili. Invece di un solo Bin Laden avremo cento Bin Laden 
Mohammed Saeed al-Sahhaf, ministro dell’Informazione iracheno il 27 marzo 2003 alla tv di Abu Dhabi: “Il punto è che non appena (le truppe della coalizione) arriveranno a Baghdad, le circonderemo e le massacreremo”. 
Robert Kagan, Washington Post, 9 aprile 2003: Ovviamente l’amministrazione intende rendere di pubblico dominio tutte le armi di distruzione di massa che le forze Usa troveranno, e ce ne saranno un mucchio” .
Fred Barnes, Fox News Channel, il 10 aprile 2003: “La guerra è stata difficile. E’ stato difficile mettere assieme una coalizione, mandare lì 300 mila soldati con tutto l’equipaggiamento e vincere. Ora diventa più facile. Voglio dire, creare una democrazia è duro, ma non così duro come vincere una guerra”. 
Donald Rumsfeld, 11/4/2003: “La libertà è disordinata e chi è libero è libero di fare errori e commettere crimini e fare brutte cose” 
Tony Snow a Fox News Channel il 13 aprile 2003: “Tom Franks e le forze della coalizione hanno dimostrato come sia vero il vecchio detto secondo cui il coraggio sul campo di battaglia porta a una vittoria schiacciante e senza troppi spargimenti di sangue. Il blitz di tre settimane in Iraq ha messo a tacere i piagnistei degli scettici”. 
Generale Michael Haggee, comandante dei marines, durante un incontro con i giornalisti il 21 maggio 2003: “Prima della guerra non avevo dubbi sul fatto che Saddam avesse armi di distruzione di massa, biologiche e chimiche. Mi aspettavo che sarebbero state trovate. E ancora me lo aspetto” 
Donald Rumsfeld, ministro della Difesa Usa intervistato da Fox Tv il 4 maggio 2003: “Non abbiamo mai pensato che in Iraq saremmo semplicemente inciampati nelle armi di distruzione di massa.
Donald Rumsfeld, a un’audizione davanti alla commissione del Senato il 14 maggio 2003: “Non credo che nessuno di mia conoscenza in questa amministrazione abbia mai detto che l’Iraq aveva armi nucleari” 
George Bush, ricevendo Tony Blair alla Casa Bianca, 17/7/2003: “Credo fermamente che stesse cercando di riorganizzare il suo programma di armi nucleari” 
George Bush, intervistato dalla tv polacca TVP, 29/5/2003: Abbiamo trovato le armi di distruzione di massa. Abbiamo trovato i laboratori per le armi biologiche. Vi ricordate quando Colin Powell, di fronte al mondo intero, ha detto che l’Iraq aveva laboratori mobili per assemblare armi biologiche. Sono illegali. Sono contro le risoluzioni dell’Onu, e fin qui ne abbiamo scoperti due. E altri ne scopriremo, con il tempo. Ma chi dice che non abbiamo trovato armi proibite, ha torto, le abbiamo trovate”. 
Generale James Conway, del corpo di spedizione dei marines, intervistato dalla stampa il 30 maggio 2003: “Per me è stata, ed è ancora una sorpresa che non abbiamo trovato armi in nessuno dei siti segnalati. Credetemi, non è perché non ci abbiamo provato. Abbiamo perlustrato ogni minimo deposito di munizioni fra il confine kuwaitiano e Baghdad, ma, semplicemente, non ci sono”. 
Paul Wolfowitz, in un’intervista a Vanity Fair, il 28 maggio 2003: “Per motivi burocratici abbiamo puntato sull’argomento delle armi di distruzione di massa perché era l’unica ragione che poteva trovare tutti d’accordo”. 
Ari Fleischer (portavoce di Bush), alla stampa, 9/7/2003: Credo che l’onere di dire al mondo dove sono (le armi) spetti a quelli che sostenevano che non ce ne fossero” 
Donald Rumsfeld, testimonia davanti al Congresso, 16/2/2005: “Non vi darò il numero (degli insorti ndr) perché non è mio compito fare lavoro di intelligence” 
Eliot Weinberger, nel libro What I heard about Iraq, 2005: “Nel 1992, un anno dopo la Prima guerra del Golfo, ho sentito Dick Cheney, allora Segretario alla Difesa dire che gli Usa erano stati saggi a non invadere l’Iraq finendo invischiati nel problema di come governare l’Iraq. L’ho sentito dire: Ciò che mi sono chiesto è, quante altre vite americane merita Saddam? E la risposta è: un accidenti di nessuna”. 
Robert Gates,successore di Rumsfeld nel ruolo di segretario della Difesa, 5/12/2006: «Non stiamo vincendo in Iraq, ma non stiamo perdendo 
BUSH (E LA VITTORIA)
George Bush al predicatore Pat Robertson, che lo invita, prima dell’attacco, a pregare perché non ci siano vittime americane: “Oh, no, credo che non avremo alcuna vittima” George Bush il 2maggio 2003, a bordo della portaerei Lincoln, alle spalle il famoso striscione che recitava: “Missione compiuta” “I combattimenti in Iraq sono finiti. Nello scontro gli Stati Uniti e i loro alleati hanno vinto” 
George Bush, alla Cnn, 3/7/2003: Qualcuno (in Iraq ndr) pensa che ci siano le condizioni per attaccarci. La mia risposta è: “Vi sfido a farlo” 
George Bush a Time, agosto 2004: Dovessimo ricominciare da capo, faremmo attenzione alle conseguenze di un successo catastrofico. Abbiamo vinto così in fretta che il nemico, che avrebbe dovuto arrendersi o essere sopraffatto, è riuscito a scappare e a vivere per tornare a combattere 
George Bush, a Des Moines, 26/10/2006: Sapete, durante la campagna del 2000, ho detto che volevo essere un presidente di guerra. Nessuno vuol essere un Presidente di guerra, ma io lo sono” 
George Bush, conferenza stampa congiunta con Tony Blair, 7 dicembre 2006: “In Iraq la situazione è brutta e molto dura” 
TONY VA ALLA GUERRA 
Tony Blair, 10 aprile 2002, alla Camera dei Comuni: Il regime di Saddam Hussein è deprecabile, sta sviluppando armi di distruzione di massa e non glielo possiamo lasciar fare impunemente. E’ una minaccia per il suo popolo e per la regione e, se lo lasciamo libero di sviluppare queste armi, anche per noi 
Tony Blair, 18 marzo 2003, alla Camera dei Comuni: Ora ci chiedono, seriamente, di accettare che in questi ultimi anni, contrariamente a tutta la sua storia, in contraddizione con i rapporti dell’intelligence, Saddam abbia deciso unilateralmente di distruggere queste armi. Io dico che questa è una pretesa evidentemente assurda. 
Tony Blair, 8 luglio 2003, alla Camera dei Comuni: Non posso credere che tutto quel lavoro di intelligence fosse sbagliato. Non ho alcun dubbio che troveremo le prove dei programmi per sviluppare armi di distruzione di massa 
Tony Blair, 16 dicembre 2003, alla Bbc: L’Iraq Survey Group ha già trovato evidenti prove di un enorme sistema di laboratori clandestini dove gli scienziati lavoravano a piani per sviluppare missili balistici a lunga distanza 
Tony Blair, 25/1/2004, intervistato dall’Observer: Non ho alcun dubbio che le informazioni del’intelligence fossero autentiche. E’ assurdo dire, di qualsiasi fonte di intelligence, che sia infallibile, ma se mi chiedete cosa ne penso, ebbene, io penso che le informazioni fossero corrette, e penso che alla fine avremo una spiegazione. 
Tony Blair, 6 luglio 2004, alla Camera dei Comuni: Devo accettare il fatto che non abbiamo trovato armi di distruzione di massa e che mai le troveremo. Non sappiamo cosa ne sia stato. Potrebbero essere state spostate. Potrebbero essere state nascoste. Potrebbero essere state distrutte. 
Tony Blair, 28 settembre 2004, a una riunione del Labour: Il mondo è un posto migliore con Saddam in prigione e non al potere. Posso scusarmi perché le informazioni erano sbagliate ma sinceramente non posso scusarmi per avere aver rimosso Saddam. Il mondo sta meglio senza di lui 
Tony Blair, 29 settembre 2004, alla Bbc: L’idea che avevamo a quel tempo, e che abbiamo tuttora, è che la guerra fosse legale perché Saddam non aveva rispettato le risoluzioni dell’Onu 
Tony Blair, 18 novembre 2006, ad Al Jazeera: Fin qui l’intervento occidentale in Iraq è stato abbastanza un disastro. Non è difficile perchè c’è stato qualche incidente nella pianificazione, è difficile perchè c’è una strategia deliberata, al Qaeda con gli insorti sunniti da una parte, elementi sostenuti dagli iraniani con le milizie sciite dall’altra, per creare una situazione in cui la volontà della maggioranza per la pace viene soppiantata dalla volontà di una minoranza per la guerra». 
Tony Blair, 5/12/2006, alla Camera dei Comuni: ”Gia’ lo scorso luglio mi sono detto che la situazione a Baghdad, con gli assassini interetnici, era devastante e che il bagno di sangue era devastante. Tuttavia, ciò che è importante è, come continua a dire Robert Gates, che riusciamo ad avere successo nella missione che ci siamo prefissati” 
AFGHANISTAN
Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa Usa, intervistato a Newshour, sul network Pbs “Sappiamo con qualche certezza che Bin Laden è in Afghanistan, o in qualche altro Paese, o morto. E sappiamo per certo di non sapere quale di queste sia la risposta giusta” 
Dick Cheney, vice presidente Usa, Views on security in Afghanistan, giugno 2002 “Ricostruire l’Afghanistan, rimetterlo insieme, quello che preferite. Non possiamo permettere che torni a essere un santuario per i terroristi”. 
Air Security International, 9 novembre 2005 L’8 novembre 2005 l’ambasciata Usa a Kabul ha diffuso il seguente messaggio d’allerta: “L’ambasciata Usa a Kabul attende la comunicazione degli scrutini delle elezioni del 18 settembre per il 9 novembre o subito dopo. Le manifestazioni, pacifiche e no, hanno segnato il processo elettorale. La possibilità di dimostrazioni, disordini, e sommosse resta alta dal momento che i candidati sconfitti e i loro sostenitori potrebbero esprimere il loro disappunto. Tutti gli americani che si trovano in viaggio o vivono in Afghanistan sono invitati a evitare ogni manifestazione o raggruppamento di folla. L’Ambasciata ricorda agli americani che anche le proteste iniziate in modo pacifico possono improvvisamente diventare violente. 
L’IMPORTANZA DI OSAMA
George Bush, presidente Usa, il 13 settembre 2001 La cosa più importante per noi è trovare Osama bin Laden. E’ la nostra priorità assoluta e non avremo pace fino a che non lo troveremo” 
George Bush, conferenza stampa al ranch di Crawford, 14/12/2001: Lo prenderemo. Vivo o morto, non fa differenza 
George Bush il 13 marzo 2002: Nel mio cuore so che quell’ uomo è in fuga, sempre che sia vivo. Chi può sapere se si sta nascondendo in qualche caverna, da un pezzo non ne sappiamo nulla. E l’idea di concentrarsi su una sola persona, bene, mi indica che quelle persone non hanno capito lo spirito della missione
WAR ON TERROR
George Bush, 26 settembre 2002: Dopo tutto, questo Saddam è il tipo che una volta ha cercato di far fuori il mio babbo 
George Bush, 13 aprile 2004: “Una delle cose interessanti che la gente mi chiede, ora che ne parliamo, è questa: E’ davvero possibile vincere la guerra contro il terrorismo? Certo che è possibile”. 
George Bush il 30 agosto 2004: “Non penso che si possa vincere la guerra contro il terrorismo” 
George Bush, 31 agosto 2004: “Non sbagliatevi, stiamo vincendo e vinceremo la guerra contro il terrorismo”
GUERRA E PACE
George Bush, 18 giugno 2002 “Voglio solo che sappiate questo, quando parliamo di guerra, in realtà stiamo parlando di pace” 
George Bush, intervista alla CBS, 6 settembre 2006: Sapete, una delle cose più difficili del mio lavoro consiste nel legare l’Iraq alla guerra al terrore 
Michael Ledeen, 11 luglio 2002: Questi avvenimenti – le dimostrazioni degli studenti – sembrano confermare che l’Iran ha compiuto un altro passo in avanti verso l’inevitabile collasso della dittatura dei mullah
PENA DI MORTE
George Bush, 16/6/2000 L’unica cosa che posso dirvi è che in ogni caso da me esaminato ero ben sicuro dell’innocenza o della colpevolezza della persona in questione. Non penso che qui in Texas abbiamo mai messo a morte un solo colpevole…voglio dire, un innocente
Di Carla Reschia
 
Per saperne di più:
 
17 marzo 2008

Tibet Flag, bandiera tibetana

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  • La gloriosa montagna bianca, posta al centro, rappresenta la terra di questa grande nazione famosa per le maestose montagne che la circondano
  • I sei ragi di luce rossa rappresentano le sei tribù originarie del Tibet: Se, Mar, Dong, Tang, Dru e Re
  • I sei raggi di luce blu esaltano la corretta condotta etica necessaria per governare nell’unione spirituale e temporale
  • Il sole che sorge dietro la cima della montagna innevata irradia quattro raggi di luce che diffondono la libertà, la felicità spirituale e materiale, la prosperità su tutto il popolo
  • I due leoni delle nevi, seduti in posizione di guardia, simboleggiano la vittoria di ogni azione intrapresa per governare nell’unione spirituale e temporale
  • I tre gioielli del buddhismo, di differenti colori, ricordano la venerazione del popolo tibetano per il Buddha per il Dharma, la dottrina, per il Sangha, la comunità religiosa
  • Il gioiello del mulinello della gioia, di due colori, simboleggia il rispetto dei principi fondamentali della nobile tradizione tibetana enunciata dal codice dei 10 precetti della virtù, propri della vita spirituale, e delle 16 regole etiche, proprie della vita laica
  • Il bordo giallo sui tre lati simboleggia lo sviluppo e l’accrescimento degli insegnamenti di Buddha, paragonabili al purissimo oro, che si propagano in tutte le direzioni dello spazio e del tempo. Il lato senza il bordo giallo simboleggia l’apertura dei tibetani verso i non buddisti

  CHINA: LEAVE TIBET ALONE

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13 marzo 2008

India: La rivolta degli intoccabili.

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La rivolta monta da mesi. Dapprima i ventimila giunti a New Delhi dopo un mese di marcia. Poi quel Premo Rafto, piccolo Nobel della pace concesso ai loro leader in  Norvegia. E ora i dalit, gli Intoccabili fuoricasta, gli adivasi, gli aborigeni tribali cacciati dalle terre ancestrale per far posto a industrie, dighe, ferrovie della moderna “Incredibile India”, chiamando il mondo a raccolta, contro l’apartheid che li opprime da secoli.

“Incredibile India” era fino a ieri  soltanto un furbo slogan turistico. E servito alle agenzie di viaggio per incrementare i clienti nella terra degli elefanti e degli incantatori di serpenti. Ma da quando le statistiche presentano ritmi i crescita superiori al 9 per cento annuo, l’India Incredibile della globalizzazione sembra aver scalzato l’immagine ammaliante e magica di un contenente dignitosamente povero e mistico. Nel quadro entusiasta dipinto dai media internazionali, passano in secondo piano perfino l’ultimo rapporto Unicef che attribuisce all’India il record mondiale di bambini denutriti e le relazioni delle commissioni Onu, come quella diretta da Arjun Sengupta, dove si rivela che 800 milioni di indiani, i due terzi della popolazione, vivono con meno di 600 rupie al mese, circa 110 euro.

Basta poco a scoprire che gran parte di questi cittadini non solo sono poveri, ma vittime di una tara originaria che li relega nel limbo di essere umani di terza categoria, Figli di un Dio minore o fuoricasta: dalit.

La legge li definisce scheduled caste, inferiori perfino agli indiani – metà della popolazione- già etichettati nel secolo scorso dagli inglesi col termine di Obc, Other backward caste, altre caste arretrate.

Il meccanismo ancestrale di divisione della società indiana in categorie umane superiori e inferiori non è stato intaccato che in minima parte dagli effetti della globalizzazione, al contrario di quanto è avvenuto per i neri americani e i sudafricani liberati dal sistema di apertheid grazie alla cosiddetta affirmative action.

Anche in India, fin dalla costituzione scritta dal dalit educato, Babashed Ambedkar nel ’47, sono previste quote per i meno privilegiati a scuola e negli impieghi pubblici, ma i casi di Fuoricasta “arrivati” si contano ancora sulla punta delle dita: gli ex presidenti Narayan e Kalam, il capo economista della Bank of India Narendra Jadhav, il giudice Balakrishnan, il chirurgo Jagdish Prasad, la premier dell’Uttar Pradesh Mayawati Kumari.

Per comprendere i motivi dell’apertheid indiana, ammessa dallo stesso primo ministro Manmohan Singh, molte ricerche hanno evidenziato dati illuminanti sulla miserabile realtà del dalit: oltre il 50 per cento vive al di sotto della soglia di povertà, il 60 per cento sono lavoratori agricoli senza terra, appena il 31 per cento possiede l’elettricità e il 1’10 per cento ha accesso diretto all’acqua. Senza contare i casi di violenza registrati: 69.216 tra il 2003 e il 2005, un crimine ogni venti minuti.

La tesi dominante  sulla stampa, dove hanno accesso esclusivamente giornalisti di casta elevata, è che i meccanismi dell’economia liberista – in mano alle stesse categorie privilegiate dell’asntica India – saranno un giorno il motore trainante anche per questa sempre meno silenziosa maggioranza della popolazione, del tutto o in parte esclusa dal boom. Ma pochi, al di fuori del continente, riescono a percepire i pericoli della persistente e anacronistica separazione che continua a pesare su fasce vastissime di cittadini sempre più consapevoli e stanchi dl loro status sottomesso. Una separazione che inizia sui banchi di scuola: il Network internazionale per la solidarietà Dalit spiega che nel 60 per cento degli istituti indiani bambina Fuoricasta sono costretti a sedere nei banchi delle ultime file, mentre i dati della fondazione McKinsey  rilevano che solo 14 dei 202 milioni di studenti iscritti ogni anno finiscono le scuole superiori.

L’ultimo censimento (effettuato quando il totale era ancora attorno al miliardo) ha calcolato in circa 160 milioni il numero dei dalit, che vuol dire i rotti, gli spezzati. Da anni le cronache registrano come casi isolati le loro piccole grandi rivolte contro  violenze e pregiudizi basati principalmente su due fattori direttamente connessi: il controllo dei processi sociali ed economici e l’antico sistema religioso vedico definito con il termine relativamente nuovi di Induismo. Ogni hindu delle tre caste superiori (preti bramini, guerrieri e commercianti) considera i Fuoricasta intimamente impuri dalla nascita per i peccati commessi nelle vite passate. per questo non li include neppure tra i cosiddetti varna, soggetti a un complesso codice che stabilisce dalla testa ai piedi i gradi della perfezione genetica trasmessi da Manus, l’uomo primigenio. Per vari fattori storici e culturali, la scala gerarchica dei varna si è ritrasmessa fino ai giorni nostri nonostante l’attuale Costituzione indiana proibisca divisioni basate su ceto, razza o religione. Gandhi chiamò i dalit “Figlid di Dio”, Harijan, nell’evidente e in gran parte fallito intento di convincere i suoi pari (il Mahatma era figlio di commercianti) a trattarli con la stessa dignità.

“Adorati siano i tempestosi dèi Ariani che come tori furiosi accorrono a disperdere i Pellenera” recita un passaggio dei Rig Veda (IX 73.5). Una delle teorie degli storici è infatti che gli ariani indoeuropei giunti in Persia, divisi in un sistema di caste del tutto simile, scesero dall’Himalaya per appropriarsi delle fertili valli dell’Indo, abitate dalle civiltà dravidiche di Harappa e Mohenjodaro. Per capire la dimensione del fenomeno religioso e politico, definito dal premier Singh “una macchina per l’umanità”, non sono soltanto i dalit a dover convivere con un marchio di nascita che li emargina socialmente e fisicamente.

Sorte in parte analoga tocca anche a una stragrande maggioranza del quarto varna, i servitori Sudra, corrispondenti per i Veda ai piedi dell’uomo primordiale. Sono oltre il 50 per cento della popolazione e costituiscono il nucleo principale delle Obc. La differenza rispetto ai dalit è legata soprattutto al loro grande peso elettorale: dove sono maggioranza di governo, posseggono terreni, fanno affari, diventano burocrati, parlamentari, ministri. L’unico significativo parallelo tra i Fuoricasta e il caso Mayawati, un’ex insegnante educata grazie alle quote. Ribattezzata Regina dei dalit, è riuscita a farsi eleggere (per la quarta volta) a capo del più popoloso Stato indiano l’Uttar Pradesh, 170 milioni di abitanti. Amante del lusso e dei gioielli sfoggiati come simbolo del riscatto, Mayawati non è benvoluta di leader degli altri movimenti Fuoricasta, che le contestano lo stile di vita e l’alleanza con i vecchi nemici bramini, con i quali punta in futuro a governare l’India.

Ma al di là del suo caso e di quello dei pochi grandi clan familiari arricchiti e potenti, la maggioranza di dalit e Obc può contare soltanto sulla fetta di quote nelle scuole e negli impieghi pubblici stabiliti per legge. Una conquista non certo indolore, che li esclude comunque da gran parte degli istituti e delle imprese, oggi in costante crescita grazie alla nuova politica delle privatizzazioni. Lo scorso anno, l’annunciato aumento delle quote di studio per le Obc negli istituiti superiori ha scatenato manifestazioni e incidenti provocati dalle caste alte – pari a meno del 30% della popolazione – timorose di perdere privilegi acquisiti grazie a secoli di accesso esclusivo nei migliori college e università, spesso off limits per il restante 70 per cento di dalit, Obc e tribali delle foreste (altri marginali, l’8 per cento della popolazione).

Il calcolo delle quote, sacrosanto in via di principio, è diventato un altro inquietante fattore di divisioni. Per ottenere privilegi negati per millenni, le categorie inferiori accettano umilianti schedature di censo, giungendo a rivendicare status inferiori per un posto a scuola o in ufficio. Oppure si uniscono ai crescenti movimenti marxisti e naxaliti che rivendicano spesso violentemente i loro diritti. Ma, naturalmente, anche ai vertici dei partiti comunisti i leader sono quasi sempre dei  bramini.

 

Di Raimondo Bultrini per Il Venerdì
 
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12 marzo 2008

Colombia, sconfinamenti, omicidi , isolamento e lieto fine..

Il fatto saliente della crisi andina non sono i carrarmati. Il fatto politico saliente è che la Colombia (con la qualificata eccezione degli Stati Uniti) è completamente isolata nel continente. Ed è completamente isolata perché l’ha fatta grossa. Dal Cile al Brasile tutti temono la volontà di escalation militare e il tentativo di incendio della regione voluto da Bogotà ed esprimono tale preoccupazione alla OEA. L’altro fatto politicamente saliente è che, come avevamo anticipato già una settimana fa, il presidente colombiano Álvaro Uribe e quello statunitense George Bush stanno mettendo in atto una strategia che impedisce deliberatamente la liberazione dei sequestrati delle FARC, a partire da Ingrid Betancourt, e anzi ne auspica la morte.

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Adesso è tutto chiaro. Secondo quanto ha denunciato il presidente ecuadoriano Rafael Correa le trattative con le FARC per portare alla liberazione di Ingrid Betancourt erano ad un passo dal raggiungere l’obbiettivo. Ha rincarato la dose il portavoce del Ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner: “Álvaro Uribe era a conoscenza del fatto che Raúl Reyes [che appena poche ore prima aveva parlato con il ministro stesso], era il mediatore (come già lo fu per anni nell’epoca di Pastrana)”, ed è per questo che si è preso il rischio di una crisi internazionale uccidendolo.

Quindi il governo colombiano ha innescato una cortina di fumo di menzogne, da quella della morte in combattimento di Reyes, facilmente svelata, i guerriglieri sono stati uccisi nel sonno, a quelle più fantasiose. Tra queste quella che Hugo Chávez starebbe addirittura finanziando la bomba atomica delle FARC. E’ evidente che quando c’è di mezzo il petrolio, gli Stati Uniti cercano sempre di accoppiare il pericolo atomico per trovare buone scuse per un’aggressione militare, diretta o per interposta persona.

Ieri non solo Ecuador e Venezuela, ma con durezza anche Brasile ed Argentina e perfino la moderatissima cilena Michelle Bachelet, solitamente distante dai governi integrazionisti, si sono schierati fermamente contro Bogotà. Lo hanno fatto appoggiando anche le decisioni più dure di Ecuador e Venezuela, come la rottura di relazioni diplomatiche con la Colombia, considerandole giustificate di fronte alla gravità dell’aggressione dell’esercito di Uribe. Questo è l’unico armato fino ai denti nella regione e il rapporto in spese militari tra Colombia e Venezuela, in cifra assoluta, è di 4 a 1, senza contare gli aiuti statunitensi al primo.

Tanto più resta isolato nel continente, tanto più Álvaro Uribe alza i toni e si appoggia a George Bush e alla traballante ideologia della guerra al terrorismo che dall’Afghanistan a Gaza, dall’Iraq alla selva colombiana ha raccolto solo fallimenti e lutti. Ieri, nel vertice della OEA (Organizzazione degli Stati Americani), convocato d’urgenza per discutere dello sconfinamento dell’esercito colombiano in Ecuador, solo un veto da guerra fredda opposto dagli Stati Uniti ha impedito una condanna senza appello della Colombia. Uribe non poteva essere più soddisfatto: “appoggiamo completamente il governo colombiano e il presidente Uribe”, ha affermato l’ambasciatore statunitense alla OEA. Tutto il resto per Uribe non conta.

 

Non è obbligatorio dar credito alla famiglia Betancourt, che disperatamente denuncia il “sabotaggio” di Uribe alla liberazione di Ingrid. Non è obbligatorio neanche dar credito a Correa quando dice che “la liberazione di Ingrid Betancourt era ad un passo”. Non è neanche obbligatorio dar credito a Chávez o al ministro francese Kouchner. Ma è obbligatorio dar credito ai fatti degli ultimi mesi. Di fronte a una sequenza di aperture da parte delle FARC, due liberazioni di sequestrati in gennaio e quattro in febbraio, e all’azione sempre più positiva di un concerto di paesi che, capitanati dall’odiato Chávez va dalla Francia all’Argentina, dall’Ecuador alla Svizzera, stava aprendo una prospettiva di pace, il regime colombiano ha prima fatto muro e poi è passato all’azione uccidendo l’uomo della mediazione. E lo ha fatto “internazionalizzando il conflitto” che è proprio quello che da oltre un decennio gli Stati Uniti vogliono (dal Plan Colombia in avanti) e soprattutto il Brasile vuole evitare.

In queste ore si possono leggere alcune rivalutazioni da parte di alcuni media, anche di sinistra, che in precedenza avevano scelto di stare con il neoliberale e narcoparamilitare regime colombiano, considerandolo un utile cordone sanitario verso quello bolivariano di Caracas. In questo caso non è questione di esprimere giudizi politici su Hugo Chávez e il suo movimento, i limiti, gli errori o i risultati conseguiti in questo decennio. In questo caso ci troviamo di fronte a due opzioni politiche chiare. Da una parte c’è il partito della guerra al terrorismo, quello di Uribe e Bush, dall’altra c’è quello della trattativa e della persecuzione di un difficile processo di pace in Colombia, che è quello dei governi integrazionisti latinoamericani.

Chi scrive ha più volte espresso un giudizio negativo delle FARC. Nonostante le peculiarità della situazione colombiana e la sterminata violenza della quale oligarchie e narcotraffico sono capaci, per la Colombia una guerriglia con quelle caratteristiche è una parte del problema e non la soluzione. Nonostante sia colpevole in maniera documentata forse del 5% della violenza nel paese, laddove il 95% è documentatamente responsabilità della narcopolitica e del terrorismo di Stato, la guerriglia non aiuta a risolvere i problemi del paese soprattutto quando si macchia di crimini come il sequestro di persona. Detto ciò le FARC esistono e sussistono tutte le condizioni date dal diritto internazionale per considerarle una forza belligerante. Solo l’ipocrisia della guerra al terrore impedisce di farlo. Anche adesso, di nuovo, delle due l’una, o si sta con il dialogo che può aprire una prospettiva di pace, o si sta con l’escalation e lo sterminio, ovvero con Uribe e Bush.

 

Nel momento più difficile della “crisi andina”, dopo la violazione del territorio ecuadoriano da parte dell’esercito colombiano, è stato un trionfo la grande manifestazione della Colombia democratica contro il paramilitarismo e il terrorismo di Stato.

Il regime di Álvaro Uribe, complice, l’aveva definita “la marcia delle FARC”, ma in centinaia di migliaia sono scesi in piazza contro l’impunità e contro tutta la violenza, rappresentando una Colombia che vuole la pace, la giustizia, e rifiuta la logica della guerra al terrorismo.

Le vittime dei paramilitari e del terrorismo di Stato in Colombia sono invisibili. Di loro non si parla e non si deve parlare. Hanno paura di parlarne i colombiani e la grande stampa internazionale li ignora colpevolmente.

Tratto da: http://www.gennarocarotenuto.it

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Un stretta di mano tra i presidenti di Colombia, Alvaro Uribe, Venezuela, Ugo Chavez e Ecuador, Rafael Correa ha sancito la fine della crisi apertasi lo scorso sabato con l’uccisione del numero due delle Farc, Reyes in Ecuador, da parte delle truppe di Bogota’.

A disinnescare la crisi sono state le scuse presentate da Uribe all’Ecuador e l’impegno a non condurre piu’ azioni nel "Paese fratello". Teatro dell’incontro riconciliatore e’ stato il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo, nella Repubblica Domenicana. Qui, grazie alla mediazione del presidente Leonel Fernandez, i tre capi di Stato direttamente coinvolti, e il nicaraguense Daniel Ortega, si sono incontrati per porre fine alla crisi che aveva portato la regione andina a un passo dal confronto armato. "Con l’impegno (della Colombia, ndr) di non attaccare mai piu’ una Paese fratello e dopo", che Bogota’, "ha chiesto perdono, possiamo considerare risolto questo incidente molto grave", ha dichiarato Correa stringendo le mani dell’omologo colombiano. Uribe, al suo fianco, ha a sua volta salutato Ortega, spingendosi fino a un abbraccio con il suo piu’ feroce critico, il venezuelano Ugo Chavez.

Tratto da: http://www.agi.it

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10 marzo 2008

Parvin Ardalan: la mia lotta per la democrazia in Iran

PavilaParvin Ardalan ha accumulato una lunga esperienza di attivismo per i diritti civili, anche se ha un viso da ragazzina, e quando le chiedo come è arrivata a definirsi «femminista» mi parla della rivoluzione del 1979. Allora lei aveva appena dodici anni: «Prima della rivoluzione avevo una bicicletta, dopo mi hanno detto che non potevo usarla. Un giorno poi mi hanno fatto uscire da scuola perché non avevo il foulard, e da quel momento ho dovuto coprire la testa. Voglio dire: mi hanno fatto capire molto presto la differenza di essere donna». Era l’epoca in cui le donne che avevano partecipato alla rivoluzione contro il regime dittatoriale dello Shah si sono sentire dire che il loro posto era separato: le magistrate dovevano lasciare i tribunali, le insegnanti dovevano passare al vaglio della «rivoluzione culturale islamica», tutte dovevano rispettare l’abbigliamento islamico, e nuove leggi ispirate alla shari’a ridefinivano il loro statuto personale: diritto di famiglia, eredità… La cosa non è andata liscia: l’8 marzo del 1980 migliaia di donne avevano traversato il centro di Tehran verso la piazza Azadi («Libertà», così ribattezzata dopo aver ospitato gli oceanici raduni della rivoluzione): gridavano «nella primavera della libertà manca il posto per le donne».
Parvin però era piccola, «una bambina può solo obbedire». Ecco dunque una rappresentante della folta generazione di donne iraniane cresciute «sotto l’hijjab», il copricapo islamico. «Quando sono arrivata all’università era impossibile perfino parlare con i compagni di corso, non come adesso». All’università si è messa a scrivere su questioni sociali, poi ha cominciato a lavorare per un magazine di sinistra, Odineh («vengo da una famiglia politicamente impegnata»). Erano i primi anni ’90, il periodo detto della «ricostruzione», quando finita la lunga guerra Iran-Iraq il presidente Hashemi Rafsanjani aveva avviato una parziale liberalizzazione economica e la relativa apertura sociale che ha preparato il terreno alla presidenza «riformista» di Mohammad Khatami («Ironico vero? Quando poi è arrivato Khatami i conservatori hanno chiuso il nostro giornale»). Odineh ha dovuto sospendere le pubblicazioni quando il suo direttore, un noto intellettuale critico del sistema, è stato arrestato in circostanze avventurose (in aeroporto, sotto gli occhi di Parvin che ha avvertito la famiglia nonostante l’ammonimento a tacere). Nel suo percorso c’è anche Zanan («Donne»), la rivista che per prima ha dato conto della lenta ma inesorabile marcia delle donne per riconquistare lo spazio pubblico: è rimasta famosa l’intervista della direttrice Shahla Sherkat a Mohammad Khatami nel 1997, quando lui era appena stato eletto presidente e dichiarava di riconoscere alle iraniane un ruolo di protagoniste nella società (anche Zanan ha dovuto chiudere, il mese scorso). Nel frattempo Parvin aveva cominciato a impegnarsi anche con il Centro culturale delle donne, fondato nel 2002 da un gruppo di attiviste sociali, giornaliste, editrici, giuriste.
«In tutti questi anni sono sempre stata sotto la pressione della polizia», continua Parvin Ardalan. Fino a pochi giorni fa, quando è stata costretta a rinunciare ad andare a Stoccolma per ricevere il Premio Olof Palme per i diritti umani 2007. La Fondazione intitolata al premier svedese ucciso nel 1986 premia l’attivista iraniana per aver «reso la rivendicazione di eguali diritti tra donne e uomini un elemento centrale della lotta per la democrazia in Iran»: la consegna del riconoscimento (e di 75mila euro) è avvenuta giovedì, il 6 marzo. «Avevo tutto in regola, e nessuno mi ha fatto obiezioni al controllo passaporti. Hanno aspettato: solo quando ero ormai seduta nell’aereo, un volo Air France, è arrivata la polizia a dire che non potevo partire. Il personale del volo mi ha difeso, ero su un velivolo francese e potevo rifiutare di scendere. Ma alla fine sono scesa». Perché? «Beh, perché io volevo andare in Svezia ma anche tornare. Perché non mi hanno fermato al controllo passaporti? Sembra che volessero spingermi ad andarmene e non farmi più vedere. Ma la mia vita è in Iran, e voglio fare qui la mia battaglia».
Il premio a Stoccolma sarebbe stata un’occasione per parlare dei movimenti delle donne iraniane. E’ proprio ciò che le autorità volevano evitare? «So solo che pochi giorni dopo l’annuncio del premio ho ricevuto una convocazione a presentarmi in tribunale. Sono andata, ma il giudice che mi aveva fatto chiamare non c’era. Dicono che volevano farmi solo "qualche domanda", non so cosa volessero da me. L’avvocata Shirin Ebadi mi ha consigliato di aspettare una prossima convocazione, che non è mai arrivata». Il premio, e poi il divieto di partire, hanno fatto rimbalzare il nome di Parvin Ardalan sulle agenzie internazionali. Lei ripete che il loro è un movimento collettivo. «Io non sto facendo nulla contro la "sicurezza nazionale", sono secolare e indipendente, e nessuna autorità gradisce gruppi o persone indipendenti». Ride: «Noi cerchiamo di democratizzare il sistema, e il sistema spinge i movimenti a radicalizzarsi»
 
Di Marina Forti tratto da http://www.isfreedom.org

Per saperne di più:

http://iran.blogosfere.it/2008/02/elezioni-parlamentari.html

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7 marzo 2008

Il giornalismo serio e Bruno Vespa

Notiamo con sempre più stupore quanto le persone amino parlare, e soprattutto sparlare, di ciò che, di fatto, non conoscono. Così accade che nella trasmissione Porta a Porta si torni ad attaccare pesantemente la rete, c’era gia stato un precedente visionabile qui, in particolare il mondo dei blog. Il messaggio distorto che passa, tralasciando altre inesattezze della trasmissione, è che i blog sono dei luoghi: "di prostituzione virtuale, che inizia virtuale, e poi può andare oltre". Quello che è prevalso è sicuramente la confusione e l’accezione negativa data ai blog nonostante la scarsissima conoscenza del tema. Certo non è la prima volta che si denigrano la rete ed i blog, ADD nei mesi scorsi ha reagito con una petizione ad una serie di esternazioni diffuse da giornali e TV, che offendevano la rete e gli internauti. La news di allora reperibile qui.
..segue…

Volutamente esagerata ed ironica in alcuni passaggi, la petizione è stata scelta con l’obiettivo di coinvolgere le persone e diffondere, il più possibile, informazioni su un tema che, a nostro avviso, sarà centrale nei prossimi anni e cioè il rapporto tra i media tradizionali, come stampa e tv, ed internet. Altra questione importante riguarda la correttezza delle notizie, è giusto che giornali e tv diffondano notizie non corrispondenti alla realtà? Le informazioni dovrebbero essere verificate e spiegate in dettaglio, almeno da tv e giornali finanziati attraverso fondi pubblici da tutti i cittadini. Bruno Vespa a Porta a Porta ha tenuto una condotta non proprio corretta nell’affrontare l’argomento rete. Ha etichettato il momento in cui la rete diverrà il più importante mezzo di riferimento per politica e informazione, scavalcando tv e giornali, come "Una brutta giornata". Forse Vespa la pensa così perchè la rete non si può "strutturare e confezionare" come una trasmissione televisiva. Forse prima di dire amenità sulla rete sarebbe meglio conoscerla bene e non trincerarsi dietro la propria ignoranza. In America nelle elezioni per la scelta dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, la rete sta avendo un ruolo importantissimo, tv  e giornali spostano sempre più risorse nella rete, come anche gli inserzionisti pubblicitari si cominciano a spostare dalla tv sul web, il New York Times entro i prossimi cinque anni si è detto pronto ad eliminare la versione cartacea e uscirà solamente sulla rete. Arthur Sulzberger, presidente del gruppo editoriale del NYT, a differenza di molti giornalisti italiani che hanno denigrato e attaccato la rete, ha dichiarato: "Internet è un posto meraviglioso e su questo terreno noi siamo davanti a tutti"

Fortunatamente per Vespa e sfortunatamente per noi, in Italia occorrerà qualche anno in più considerando anche il problema del digital divide sia culturale che infrastrutturale che colpisce il nostro paese, il processo comunque è iniziato ed, a nostro avviso, è irreversibile. Della rete, dei blog, in tv non vengono mai considerate le straordinarie caratteristiche e potenzialità: neutralità, democrazia, partecipazione, interattività, infinite informazioni su qualsiasi tema reperibili in qualsiasi momento e per chiudere non si può non considerare che la rete i blog spingono a scrivere e leggere invece di limitarsi ad ascoltare e chi apporta un contributo alla rete la fa nella stragrande maggioranza dei casi GRATIS a differenza di quanto accade con televisione e giornali. Purtroppo queste considerazioni vengono quasi sempre taciute dalla carta stampata e dalle tv.

L’ennesimo attacco alla rete stavolta ha provocato le ire esplicite e più risolute di professionisti ed esperti che hanno ben pensato di scrivere una lettera aperta come risposta. Qualcosa che suoni come un richiamo formale, dal momento che evidentemente stalagmiti della nostra tv come il nostro "amico" Vespa continuano a stereotipare i frequentatori della rete in sesso-depressi perditempo. La nostra associazione non può che appoggiare le dichiarazioni contenute nella lettera aperta pubblicata sul sito di Stefano Quintarelli, citazione di Gandhi compresa, precisando che tutti i blog, in particolare quelli dei ragazzi, dipinti come maniaci sessuali nella trasmissione Porta a Porta, vanno difesi è trattati con lo stesso "rispetto", la scelta di far firmare la lettera a dei professionisti riconosciuti è stata fatta, come ha spiegato lo stesso Quintarelli, per "aprire gli occhi" a Vespa, e a chi la pensa come lui, sul fatto che i blog possono essere aperti da tutti e non sono un luogo per giovani degenerati. Ci auguriamo che il messaggio venga recepito e che arrivino dei chiarimenti.

"Prima ti ignorano. Poi ridono di te. Poi ti combattono. Poi tu vinci." (Gandhi).

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6 marzo 2008

Sottopasso di viale Strozzi a Firenze.

Foto_vert_220aSotto-passo e sovra-prezzo. Così i metodi finanziari più moderni, nati per realizzare opere pubbliche trasparenti e senza ritardi, sembrano essere diventati lo strumento per riproporre vecchi vizi. Come quello dei costi per i cantieri che lievitano di anno in anno, fino a sfiorare il raddoppio. La lezione arriva da Firenze, che ha scelto il project financing per una serie di interventi destinati a cambiare il volto della città. Tra queste il sottopasso di viale Strozzi pare destinato a diventare un monumento allo spreco. I costi sono passati da 5 milioni previsti ad oltre 8, tutti a carico del Comune.

Secondo gli inquirenti, le spese in molti casi sono state gonfiate ad arte. La Guardia di Finanza, per esempio, ha calcolato che  per il sottopasso sono state utilizzati 2.416 metri quadrati di pietra pregiata ma ne sono state fatturate al Comune 2.792. Stessa moltiplicazione virtuale per i cubetti di porfido. Così si arriva a un sovra-prezzo di 3 milioni 187 mila: oltre il 60% in più rispetto al contratto.

Le Fiamme Gialle hanno segnalato questa e altre opere urbane alla Corte dei conti, sostenendo che quei soldi in più non andassero pagati: una responsabilità che ricadrebbe soprattutto sull’architetto Gaetano De Benedetto, numero uno della direzione urbanistica del Comune, ma che in seconda istanza coinvolgerebbe tutta la giunta di Palazzo Vecchio, sindaco incluso, accusata di avere pagato i milioni extra senza vigilare. Adesso scende in campo anche la Procura, che indaga sul sottopasso per il reato di truffa: quattro persone sono sotto inchiesta, tra loro l’ingegnere che presiede Firenze Mobilità, designato dal colosso delle costruzioni Baldassini-Tognozzi-Pontello e che ha un ruolo in tutte le nuove iniziative urbanistiche cittadine.

 
Tratto da www.spreconi.it
 
Per saperne di più:
 
5 marzo 2008

Armenia, le elezioni, le contestazioni, il futuro

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È trascorsa quasi una settimana dalle elezioni presidenziali che hanno decretato l’ampia vittoria di Serj Sargsyan, ma in Armenia continuano le proteste dell’opposizione. Immagini e slogan già visti e sentiti, eppure in parte sorprendenti forse proprio per la scarsa attenzione che oggi la stampa internazionale sembra voler dedicare ai manifestanti. Scontri con vittime tra l’esercito e i manifestanti, alcuni forse armati, hanno indotto il presidente Kocharyan a decretare lo stato d’emergenza nel paese fino al 20 Marzo.

Secondo uno stile fin troppo simile a quanto osservato nelle precedenti edizioni delle rivoluzioni telegeniche nell’ex URSS, anche a Erevan sarebbero comparse tendopoli e picchetti di manifestanti e provocatori pronti a denunciare brogli elettorali mostrando personalissimi exit polls (1); particolare curioso, qui i manifestanti non hanno sventolato il vessillo bianconero con il simbolo del pugno che tanta fortuna aveva portato durante i disordini provocati dai gruppi Otpor (Serbia 2000), Kmara (Georgia 2003) e Pora (Ucraina 2004): cambio di strategia o cambio di regìa?

Ad oggi comunque resiste la linea dura adottata dal governo nei confronti della componente uscita sconfitta dalla consulta, Sargsyan ha dalla sua pure i documenti con cui l’OSCE (ODIHR) avrebbe attestato una sostanziale regolarità del processo elettorale del 19 febbraio scorso.
Dopo avere dominato una campagna elettorale basata su temi sociali, economici e di politica interna, dall’esperto ex Primo Ministro ci si attende ora la prosecuzione del programma di Kocharyan in materia di politica internazionale. Tutto questo alla luce del “fattore Kosovo”, che oggi coinvolge Erevan ma soprattutto Stepanakert, città natale di Kocharyan e del suo coetaneo successore, nonché capitale di quel Nagorno Karabagh che molti armeni considerano una seconda patria.
Per comprendere la forza del legame tra Erevan e Stepanakert sarà sufficiente ricordare che fu proprio Robert Kocharyan il primo presidente della autoproclamatasi Repubblica del Nagorno Karabagh, progetto politico per l’enclave armena che da secoli vive e resiste nell’Azerbaijan occidentale.
Il nodo fondamentale della diplomazia armena, rimasto opportunamente ai margini della campagna elettorale, si ripresenta così puntuale sulla scena politica del paese.

Serj Sargsyan nei giorni scorsi parlando del Kosovo ha ribadito che “se alcuni paesi riconosceranno l’indipendenza della provincia serba, ma poi non approveranno quella del Nagorno Karabagh, allora saremo portati a pensare che si usano parametri diversi”. Per Kocharyan “l’Armenia ha rafforzato le sue posizioni sul Karabagh negli ultimi dieci anni e la possibilità di un suo ritorno all’Azerbaijan non è mai stata presa in considerazione (…), nessuna proposta armena di ritorno del Karabagh all’Azerbaijan è mai stata avanzata a partire dal 1998” (2); chiaro il riferimento all’operato del primo presidente armeno, oggi ricomparso improvvisamente sulla scena politica per guidare l’opposizione.
Dichiarazioni decise che peraltro fanno eco a quelle in parte già espresse dai vertici politici di Russia, Abkhazia ed Ossezia del Sud. Inutile dire che anche a Erevan gli avvenimenti del Kosovo Metohija potrebbero accelerare il riconoscimento delle regioni indipendentiste nel Caucaso, anche se lo stesso Kocharyan ha precisato che la questione del Karabagh resterà congelata fino ad ottobre, causa elezioni in Azerbaijan.

Non è un caso che molti euroburocrati di Bruxelles, forse immaginandosi il presidente azero Aliyev chiudere personalmente le valvole dell’oleodotto BTC in un plateale gesto di ritorsione, abbiano da subito ribadito che il riconoscimento del Kosovo indotto dalla pressione di Washington sarà un’eccezione nel panorama internazionale e non un precedente utile a sbloccare altri conflitti regionali.

È il ben noto “doppio standard” più volte condannato da Vladimir Putin, quello che oggi mina in modo sostanziale la credibilità con cui l’Unione Europea aspira a rappresentare un baluardo politico di solidarietà, pace e rispetto dei diritti dei popoli.
In ogni caso, i recenti risultati elettorali armeni, pur contestati dall’opposizione, ci indicano che la popolazione intende appoggiare la linea della continuità politica e della sicurezza nazionale; decenni trascorsi tra guerre, persecuzioni, terremoti, lotte interne e terrorismo sembrano alle spalle.

La crescita economica ed il peso politico acquisito durante l’epoca Kocharyan sono i due biglietti da visita con i quali l’Armenia può oggi imporsi come maggiore interlocutore caucasico anche perché, contrariamente a Georgia ed Azerbaijan, mantiene al tempo stesso buoni rapporti con Russia, Unione Europea e Stati Uniti.
Le questioni energetiche nella regione coinvolgono attivamente l’Armenia assieme ai principali attori europei del settore; ultime notizie in ordine di tempo quelle riguardanti il presunto interessamento di Gaz de France alla costruzione del gasdotto South Stream, gestito da Gazprom, dopo gli ostacoli posti dalla Turchia all’entrata della compagnia francese nel progetto Nabucco.
La consolidata élite politica armena non fa comunque mistero di voler dare maggiore impulso al ruolo internazionale del proprio paese, necessario a ricoprire un posto importante nei futuri equilibri geopolitici della regione. Stretta tra l’ostilità più o meno filo-atlantica di Turchia ed Azerbaijan, la politica estera dell’Armenia si manifesta oggi soprattutto nei buoni rapporti con l’Iran e la Federazione russa. Lo sviluppo delle relazioni con Mosca dipenderà sempre più da questioni energetiche, su tutto l’aumento del costo del gas naturale imposto da Gazprom e la costruzione del gasdotto tra Iran ed Armenia (3).
La compagnia ArmRosGazprom, un modello societario con pari quote di maggioranza tra il governo armeno e la russa Gazprom, sta lavorando alla costruzione del gasdotto Iran – Armenia; è chiaro che il controllo e l’eventuale prolungamento verso Ovest delle condotte costituiranno i temi fondamentali delle future relazioni tra i tre Stati.

Sarà quindi importante osservare già nell’immediato futuro i rapporti armeni con Russia ed Iran, auspicando una graduale divisione delle sfere di influenza energetica nel paese e, soprattutto, una collaborazione paritaria per favorire la stabilità e lo sviluppo della regione (4).

Esiste tuttavia il rischio che il deteriorarsi della stabilità su scala internazionale induca l’Armenia a spostare in modo eccessivo il baricentro della propria politica estera: Mosca è un alleato decisivo ma legato soprattutto ai propri interessi geopolitici globali in Caucaso, mentre Tehran avrà grande peso nello sviluppo dell’Armenia ma oggi condivide con Erevan soprattutto una situazione di ingiustificato isolamento politico.
Più probabilmente gli interessi russi in Iran spingeranno Mosca ad un dialogo costruttivo con tutti gli alleati della regione.
L’ascesa di Sargsyan risponde perfettamente a queste aspettative, anche perché la politica estera armena sembra uscire dalle elezioni quasi immutata. Erevan non è Tbilisi, questo Ankara e Washington lo comprendono bene.
Inaugurato dalle turbolente elezioni georgiane e da quelle armene, il 2008 sarà quindi un anno decisivo per tutto il Caucaso. La proclamazione del successore di Vladimir Putin coinvolgerà anche le repubbliche del Caucaso russo, tra cui Cecenia, Kabardino Balcaria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Dagestan risultano essere quelle con i maggiori problemi di stabilità politica e convivenza interetnica.

Ad ottobre sarà invece la volta dell’Azerbaijan, guidato dal presidente “ereditario” Ilham Aliyev, decisamente contrario ad ogni concessione agli Armeni del Karabagh al punto da opporsi sempre alla partecipazione della dirigenza di Stepanakert alle riunioni con le rappresentanze diplomatiche ed il Gruppo di Minsk (5). Secondo quanto riferito dall’agenzia russa Regnum (6), alcune settimane fa Aliyev ha dichiarato che “l’Armenia non ha vinto la guerra, ma si è trattato solo di una prima fase di scontro”.

Evidentemente senza una pace duratura non sarà possibile migliorare l’economia e la stabilità della regione; tuttavia, dato il perdurare di una situazione di stallo nel Nagorno Karabagh e dei segnali di una crescente militarizzazione azera, il controllo dei confini e delle zone cuscinetto attorno all’enclave armena potrebbero restare ancora a lungo uno strumento utile a mantenere immutati i rapporti di forza nel Caucaso meridionale. Una situazione di stallo che, come si insegna nei Balcani, spesso ha il valore di una pace vera.

NOTE:
(1) Si legga a tale proposito quanto scritto dal politologo russo Andrej Areshev già il 06.11.2007 nel suo articolo “Levon Ter-Petrosian as a Tool of Armenia’s Destabilisation”: “Ter-Petrosian’s chances of winning the election are as good as nil. According to serious observers, in reality he can only count on the support of not more than a fraction of several percents of the electorate. His only hope is provoking meetings in the streets, pumping up destructive emotions, provoking dissent in the armed forces and law enforcement agencies (…). For greater persuasiveness some exit-pool results can be presented that would allegedly unequivocally support the “right” candidate”. [FONTE: Fondsk.ru]
(2) Armenia strenghtened position on Karabakh during past 10 years (PanARMENIAN.net – 29.02.2008)
(3) Iran-Russia-Armenia: gas triangle (Samvel Martirosyan, Head of the Centre for Strategic Studies – Erevan, ARM)
(4) Di particolare interesse per Armenia ed Iran sarà anche lo sviluppo del settore idroelettrico, grazie allo sfruttamento del fiume Araks che scorre sul confine tra i due paesi.
(5) Gruppo di dialogo e mediazione transnazionale incaricato di trovare una soluzione giuridicamente accettabile per il territorio indipendente rivendicato dall’Azerbaijan.
(6) Azerbaijani president: “Armenians are guests in Yerevan”. (Regnum.ru – 17.01.2008). Aliyev sostiene che gli Armeni dovrebbero considerarsi ospiti nella propria capitale in quanto “il Khanato di Iravan (Erevan) era territorio azero”.

di Luca Bionda* per www.eurasia-rivista.org

*redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici
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3 marzo 2008

Russian Vote Inundated With Violations and Fraud – Observers

As Russia’s presidential election comes to a close, and ballot counting starts to reveal preliminary voting data, the results reveal little surprising numbers. As expected, it appears that Dmitri Medvedev, President Vladimir Putin’s endorsed successor, will win the contest. Current data show that he leads polls with some 65% of the vote. Gennady Zyuganov, the candidate from the Communist party, trails Medvedev with a 20% showing.

Vladimir Churov, the head of Russia’s Central Electoral Commission, has already told RIA Novosti that “record” numbers of voters took part in the contest.

Yet as votes continue to be counted, Russian electoral monitors are revealing another side of the story. As evidenced by reports from across Russia, widespread violations and falsifications took place during the March 2nd election. Anecdotal accounts indicate that numerous methods, from ballot stuffing to voter coercion have been used to raise turnout and guarantee a win for Medvedev.

In Moscow, observers from the Communist Party (KPRF) noted a difference between the number of voters who came to polling station No. 2881 and the number of votes the station had recorded. According to Anna Novolodskaya, a candidate to the local municipal assembly, electoral officials listed 108 extra votes.

Dmitri Volov with the 5 ballots he received. Source: Ilya YashinIlya Yashin, the leader of the “Yabloko” youth wing, revealed that one of their activists was given the chance to vote five times in Russia’s capital. Dmitri Volov, who resides in the northern city of Murmansk, went to seven polling stations, and explained to electoral staff that he didn’t have time to take out an absentee ballot from his hometown, but that he desperately wanted to vote for Dmitri Medvedev. Only two voting places told Volov that voting without an absentee ballot was illegal. The other five happily issued the activist a ballot.

In another Moscow district, Northern Butovo, the Yabloko press-service revealed that some 30% of votes were cast by absentee ballot. When asked, young people who voted this way explained that they were paid 200 rubles for each ballot cast.

Another common practice has been nicknamed the “carousel.” Sergei Dovgal, a candidate to the local municipal assembly, explained what he saw in the North and North-East Moscow precincts: Between two to seven buses full of students and residents of Moscow’s suburbs drive between voting stations. The passengers approach an electoral representative, showing their passports, which have a mark of identification – in this case, a pencil check mark in the box showing marital status. The official then notes down each passenger’s last name, then hands then a voting ballot. The whole procedure then continues at the next polling station.

Coercion of students, hospital patients, and soldiers was also recorded. Military cadets in one St. Petersburg academy were instructed who to vote for up to a month in advance, according to an anonymous source. The source explained that during the vote, the cadets were forced to take their ballots and complete them in front of a commanding officer.

Voting. Source: soft.news-inter.netIn the south-western city of Voronezh, both cadets and military units were taken to a school that contained two polling stations. According to a KPRF monitor, the soldiers were allowed to vote once at each station.

Residents of one dormitory of the Russian State University for the Humanities were also compelled to vote in the presidential election. Students told the Sobkor@ru news agency that a faculty director came on the building announcement system, and commanded students to “perform their constitutional obligation.” He noted that the directive came from the University president, Yefim Pivovar, and that students should vote before 1 PM. Faculty vice-deans then walked door-to-door in the residence hall, telling students that they would not leave the building until all registered students voted.

Monitors from the Communist Party in St. Petersburg stopped one woman from dropping 27 filled-out ballots into the ballot box, according to ZAKS.ru. After a brief conversation with militsiya officers, the woman was released.

Electoral monitors also discovered neatly stacked packets of ballots resting in ballot boxes, even before polling stations opened. At polling station No. 1513, one observer, Roman Udot, demanded that ballot boxes be opened and the packets removed. Each of the slips was marked off in favor of Dmitri Medvedev. Thankfully, Udot’s persistence means that the ballots there will be disqualified. Still, that didn’t keep electoral officials from trying to negotiate with the observer. Before the militsiya arrived to investigate, they offered to remove most of the ballots and leave just “two to three ballots in each box.”

Some Moscow polling stations were using other methods to distract observers. In the Chertanovo district, officials set up a special room for monitors at several stations. The room contained food, beer, wine, vodka, and cognac. Representatives of the electoral commission were insistent that monitors come into the room and enjoy themselves.

In Novosibirsk, the mayor’s office was offering a reward to the school whose polling stations counted the largest number of voters. According to the KPRF, the top school would receive 100 thousand rubles.

Electoral monitors also reported being kept from participating in vote counts, and being told to keep their distance from where ballots were being counted. By electoral law, observers must be kept no further than two meters from the vote counting table.

International electoral monitors have decided to wait until the vote is completed to release their reports, which should be published in the coming days. Their experiences may reveal even more about the way this presidential election was managed.

Gennady Zyuganov, the candidate from the Communist Party, has already promised to dispute the election’s results. “We have evidence of electoral fraud, and we will take legal recourse,” he told reporters.

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