Archive for aprile, 2009

29 aprile 2009

Immigrazione e integrazione: Le seconde generazioni e la crisi del modello assimilazionista francese

Recentemente, in Francia, diversi elementi hanno portato a riconsiderare il presupposto del modello assimilazionista, secondo cui la popolazione immigrata sarebbe diventata francese a tutti gli effetti – e perciò integrata – col passare di una sola generazione.

Un importante campanello di allarme è stato l’emersione di un manifesto malessere sociale che ha avuto la sua più evidente espressione nelle rivolte nelle banlieues. Al di là dei fatti di cronaca, analisi più sistematiche hanno rilevato il difficile accesso al mercato del lavoro delle cosiddette “nuove seconde generazioni”, ossia dei figli degli immigrati giunti in Francia nella seconda metà del XX secolo, che hanno “sostituito” le precedenti ondate migratorie provenienti dall’Europa meridionale (Italia e Spagna). In generale, è stato evidenziato come gli immigrati continuino ad appartenere alle classi più povere e come nelle traiettorie socio-economiche dei loro figli non si intraveda quella mobilità sociale, attesa e necessaria.

ingrandisci fig.1_secondgen_maschi.jpgIl difficile accesso nel mercato del lavoro: una questione di origine?

In Francia, le seconde generazioni rappresentano un fenomeno rilevante anche se di non facile quantificazione. Borrel e Simon (2005) stimano che nel 1999 esse superavano i 4,5 milioni (il 7,6% del totale della popolazione, percentuale estremamente vicina a quella degli immigrati di prima generazione, 7,4%). L’82,4% delle seconde generazioni è costituita dai figli degli immigrati provenienti dall’Europa meridionale (45,9%), dal Maghreb (27,5%), dall’Africa sub-sahariana (5,6%) e dalla Turchia (3,4%).

 

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L’analisi disaggregata delle seconde generazioni nell’entrata nel mercato del lavoro, sintetizzata dalla figura 1, mostra differenze molto marcate  sia nel confronto tra le diverse provenienze sia rispetto ai nativi.  

L’analisi dei dati sembra delineare un modello stratificato: a) le seconde generazioni originarie dell’Europa meridionale hanno una condizione privilegiata sul mercato del lavoro, molto prossima a quella dei nativi; b) i figli degli immigrati provenienti dalla Turchia denotano, invece, una sovraesposizione alla disoccupazione connessa ad altissimi differenziali di genere; c) le seconde generazioni del Maghreb presentano, infine, i tassi più alti di disoccupazione insieme ad importanti livelli di inattività femminile. Inoltre, da un confronto con gli immigrati di prima generazione, i discendenti maghrebini e turchi assumerebbero condizioni di lavoro molto simili a quelle dei loro padri (vedi Meurs et al., 2006).

La “nuova seconda generazione” francese appare, perciò, fortemente svantaggiata nel mercato del lavoro sia se confrontata con i nativi sia con i figli degli immigrati provenienti dall’Europa meridionale; le disuguaglianze sociali tendono, inoltre, a riprodursi per generazioni. La mobilità sociale non sembra perciò la naturale conseguenza dell’essere nati, scolarizzati e “socializzati” in Francia, come il modello assimilazionista tentava di assicurare.

La discriminazione “nascosta”

Questi preoccupanti elementi hanno sollecitato la nascita di un filone di ricerca francese dedicato all’approfondimento delle traiettorie di integrazione proprio di queste seconde generazioni (originarie del Maghreb e della Turchia), denominate “minoranze visibili”, perché identificate da una serie di caratteristiche appunto visibili quali il nome, l’accento e, chiaramente, il colore della pelle. L’obiettivo è quello di individuare se, oltre a fattori strutturali, queste perfomance negative possano essere in qualche modo attribuibili anche a dinamiche discriminatorie, principalmente di tipo razziale, operanti nel mercato del lavoro.

Numerosi studi hanno verificato l’esistenza di queste dinamiche utilizzando diverse metodologie. La “discriminazione residua”[1] è stata, ad esempio, individuata da recenti ricerche (Meurs, Pailhé e Simon 2006, Silberman e Fournier 1999), che hanno riscontrato come, al netto delle determinanti strutturali, nei quattro anni successivi al termine della formazione scolastica, le seconde generazioni di origini nord-africane mostrano probabilità sensibilmente maggiori di sperimentare periodi più lunghi di disoccupazione rispetto sia ai figli degli immigrati di origine europea sia ai nativi. Inoltre, anche quando hanno un lavoro, i figli degli immigrati turchi e maghrebini sono sottoposti a condizioni più precarie dal punto di vista della durata del contratto e delle tutele, ricoprendo mestieri che vengono spesso percepiti di bassa qualifica rispetto al loro livello di istruzione.

Recentemente, anche l’indagine internazionale The Integration of the European Second Generation (TIES) ha confermato in qualche misura questi risultati misurando le “esperienze di discriminazione” riportate dalle seconde generazioni turche. Ciò che è emerso è che i figli degli immigrati turchi si sentono vittime di atteggiamenti discriminatori soprattutto nell’accesso al mercato del lavoro (14,5%), nei rapporti con la polizia (10,2%) e sul posto di lavoro (8,8%). Inoltre, una parte consistente degli intervistati afferma di aver subito almeno una volta trattamenti ineguali nella ricerca di un lavoro (48,0%) o sul posto di lavoro (36,0%). Infine, più della maggioranza degli intervistati (compresi i nativi) lamenta l’operare nella società francese di pratiche di discriminazione razziale, basate sul colore della pelle, nei confronti delle minoranze a rischio.  

La “mancata risorsa” delle statistiche etniche

In conclusione, la difficile transizione scuola-lavoro delle “nuove seconde generazioni” connessa alle evidenti problematiche in termini di riuscita scolastica (vedi A. Di Bartolomeo, Di padre in figlio: le difficoltà di apprendimento della seconda generazione), le precarie condizioni lavorative in cui esse versano e la mancanza di mobilità sociale rispetto ai loro padri sono oggi al centro di un acceso dibattito nel mondo politico e scientifico francese che coinvolge e divide l’opinione pubblica. Il fatto che questa condizione svantaggiata legata all’origine permanga anche dopo aver eliminato l’effetto delle caratteristiche strutturali (come ad esempio il livello di istruzione) lascia intravedere lo spettro della discriminazione sul mercato del lavoro a scapito delle minoranze più a rischio, identificate da alcune caratteristiche “visibili”, prima fra tutte il colore della pelle. L’impossibilità di utilizzare a fini positivi – i.e. lotta alle discriminazioni – le cosiddette “statistiche etniche” e le numerose polemiche suscitate dalla possibilità che queste divengano metodo d’indagine della statistica pubblica francese sembrano, a nostro parere, ritardare quell’approfondimento divenuto oggi necessario per comprendere il gap esistente tra le “nuove seconde generazioni” rispetto ai loro coetanei nativi.


[1]L’individuazione della “discriminazione residua” è a tutt’oggi la metodologia più utilizzata: questa tecnica si avvale di modelli regressivi che tendono a stimare lo specifico contributo della variabile etnia (i.e. paese di origine) su vari rischi (disoccupazione, differenziali salariali, ecc.) al netto delle determinanti strutturali e osservabili (vale a dire l’età, il livello di educazione, il background socio-economico della famiglia, il luogo di residenza, le reti familiari, ecc.); una volta eliminato l’effetto delle variabili strutturali, le disuguaglianze residue legate all’origine vengono perciò imputate a dinamiche discriminatorie operanti nel mercato del lavoro.

 

di Anna Di Bartolomeo Università di Roma "La Sapienza"© neodemos.it

Per saperne di più:

Borrel C., Simon P. (2005), "L’origine des Français" in Filhon A., Lefèvre C. (a cura di), Histoires de familles, histories familiales", Les cahiers de l’Ined, 156.

Meurs D., Pailhé A., Simon P. (2006), "The Persistence of Intergenerational Inequalities linked to Immigration: Labour Market Outcomes for Immigrants and their Descendants in France”, Population-E 2006, 61.

Silberman R., Fournier I. (1999), “Les enfants d’immigrés sur le marché du travail. Les mécanismes d’une discrimination sélective“, Formation Emploi, 65.

 

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28 aprile 2009

Le donne, gli stupri e i giornalisti. Come far vedere quello che non c’è.

Tg3 regionale Toscana. Ore 14.00 del 27 aprile 2009. L’annunciatrice presenta il servizio a proposito di una donna che ha patito per dieci ore l’inferno per mano di un uomo. Tutto si svolge a Orbetello. Di entrambi si dice che avevano avuto una relazione e di lei che è una non meglio precisata "ballerina albanese" sequestrata dall’ex amante all’uscita del night dove lei lavorava. Il servizio è di Giancarlo Capecchi. 

Riportiamo il testo che il giornalista ha recitato come se si trattasse di una favola senza lieto fine. Nel frattempo scorrevano le immagini dei luoghi e dei carabinieri in azione.

Giancarlo Capecchi così narra la vicenda:

"Un rapimento per amore, per riacquistare il cuore della bella ballerina albanese – Lei, 33 anni, che l’aveva stregato e che voleva chiudere la storia – ma invece del si per un dentista senese di 40 anni sono arrivate le manette.

La storia alle due di notte è avvenuta a Orbetello dove la ballerina lavora in un night club. Il professionista innamorato l’ha saputo, è sceso in maremma, con la sua potente auto, ha visto la donna sulla sua auto appena uscita dal night, l’ha bloccata e ha minacciato lei e un amico che voleva difenderla con una pistola. Poi l’ha costretta a salire e l’ha portata nell’appartamento del fratello vicino a san rocco a pilli, ed è proprio lì che i carabinieri dopo dieci ore da incubo passate dalla donna l’hanno liberata. 

L’uomo dovrà rispondere ora di sequestro di persona, porto abusivo di arma, e minaccia aggravata. E rassegnarsi naturalmente a perdere il grande amore."

Fosse stato un rom non avrebbero neppure specificato la professione. Fosse stata lei una italiana figlia o moglie di un "rispettabile" patriota non si sarebbero permessi di definirla "bella ballerina albanese" dove il bella suona come un insulto sessista e la definizione di ballerina albanese sembra quasi una attenuante per definire le caratteristiche morali della donna.

http://voltalacarta.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/63891/manifestazione%20violenza%20sulle%20donne2.jpgRicorre con una frequenza fastidiosa la parola amore, innamorato, stregato. Così come ricorrono frequentissimi e altrettanto inopportuni i riferimenti alla condizione economica dell’uomo.

Lui è ricco, un dentista, un professionista, per di più senese, con una "potente" auto. Lui è innamorato. Così ha deciso il giornalista giacchè la riprova di un sentimento non rappresenta una notizia altrimenti il signor Capecchi avrebbe potuto raccontarci che lei era terrorizzata, forse inorridita, disperata. Volendo applicare la fantasia, di aggettivi se ne possono trovare tanti.

La storia del giornalista però si basa per intero sull’innamoramento dell’uomo arrestato. Lei si può solo definire "bella" e a seguire "ballerina albanese", si può dire che l’ha stregato e poi che voleva persino chiudere la storia. Con questi presupposti resta evidente un sottinteso: Come si è permessa lei di rifiutarsi, di non concedersi e di dare un dolore a questo nobilissimo uomo per il quale alla fine dovremmo essere affrante perchè avrebbe perduto il suo "grande amore"?

Il giornalista non ha potuto omettere il riferimento alla pistola e ha ignorato che se un uomo è "innamorato" porta con se’ doni, carezze, parole belle, talvolta dei vaffanculo ma non un’arma. Il giornalista non ha potuto omettere neppure che la donna ha vissuto dieci ore da incubo. Particolari questi che sono resi invisibili dalla narrazione del fatto.

La questione è abbastanza sconcertante se si pensa che tutto ciò possa avvenire su una televisione pubblica. Non è il commento della apocalittica presentatrice di italia 1 ne’ quello del pluridecorato sessista di passaggio su rete4.

Si tratta del tg3 e dato che la rai dice di assumere giornalisti che sanno fare il suo mestiere allora ci chiediamo quando si decideranno a fargli un aggiornamento sui linguaggi. Quando un certo modo di fare "giornalismo" potrà essere messo in discussione.

Non pretendiamo la luna. Almeno che si comunichi la notizia e qui la notizia era che la ragazza è stata aggredita, rapita e tenuta sotto sequestro e chissà che altro per dieci ore. C’e’ lo stalking, il sequestro, la minaccia, la violenza. Ci sarebbe piaciuto sapere come sta, giacchè ci sembra che non sia stato poi questo gran divertimento, chi ha avvisato i carabinieri, qualche bella parola contro la violenza maschile sulle donne, un po’ di statistiche e di percentuali, che tipo di risorse e di servizi la toscana mette a disposizione per le donne che sono vittime di violenze, dove sono i centri antiviolenza, se esiste uno sportello donna antiviolenza a Orbetello, a chi dovrebbero rivolgersi le donne nel caso in cui succeda loro una cosa dello stesso genere, cose così. Informazioni dovute da una televisione pubblica che esige il pagamento del canone per rendere un servizio anche alle cittadinE.

Invece si da per scontato che sia un fatto di cronaca marginale del quale non si deve parlare perchè non c’e’ di mezzo nessun rom. Così abbiamo saputo tutto dell’aggressore. Come se il  perno della notizia fossero le sue pene d’amore. Mancava un riferimento ad eventuali sofferenze nell’infanzia e poi avevamo l’impianto difensivo e l’assoluzione prima di qualunque processo.

Come dire: ci è arrivata notizia di questo "dettaglio" trascorso sul tg3 toscano, lo abbiamo visto e non lo abbiamo gradito. Non lo abbiamo gradito per niente. Dirlo era il minimo.

femminismo-a-sud.org

24 aprile 2009

La povertà prima della crisi. L’Istat pubblica i dati sulla povertà assoluta in Italia nel 2007.

La povertà assoluta in Italia nel 2007

In base ad una nuova metodologia di stima, definita da una Commissione di studio1, l’Istat ha ripreso la pubblicazione dei dati sulla povertà assoluta. Nel 2007, in Italia, 975 mila famiglie si trovano in condizioni di povertà assoluta (il 4,1% delle famiglie residenti). In queste famiglie vivono 2 milioni e 427 mila individui, il 4,1% dell’intera popolazione. La stima dell’incidenza della povertà assoluta (la percentuale di famiglie e di persone povere sul rispettivo totale delle famiglie e delle persone residenti in Italia) viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Di conseguenza, le soglie di povertà assoluta non vengono definite solo rispetto all’ampiezza familiare (così come viene fatto per la povertà relativa2), ma sono calcolate per ogni singolo tipo di famiglia, in relazione alla zona di residenza, al numero e all’età dei componenti3. Le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia vengono classificate come assolutamente povere.

La spesa familiare considerata è quella rilevata dall’indagine sui consumi che viene condotta ogni anno su un campione stratificato di circa 28 mila famiglie, estratte casualmente in modo da rappresentare il totale della famiglie residenti in Italia (cfr. Statistica in breve “I consumi delle famiglie Anno 2007” dell’8 luglio 2008).

Data la natura campionaria dell’indagine, per l’interpretazione delle stime è opportuno tener conto dell’errore che si commette osservando solo una parte della popolazione (errore campionario) e costruire un intervallo di confidenza intorno alla stima puntuale ottenuta. Tali considerazioni sono fondamentali nella valutazione dei confronti spaziotemporali:

Le limitate differenze tra le stime osservate possono non essere statisticamente significative.

La stima puntuale dell’incidenza che, per il 2007, è risultata pari al 4,1%, oscilla, con una probabilità del 95%, tra il 3,7% e il 4,4%.

Tra il 2005 e il 2007, l’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile e sostanzialmente immutate sono anche le caratteristiche delle famiglie povere in termini assoluti. Il fenomeno è maggiormente diffuso nel Sud e nelle Isole, dove l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella osservata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti nel Nord la percentuale delle famiglie povere in termini assoluti si attesta, infatti, al 3,5%, e al 2,9% tra le famiglie del Centro.

 Le incidenze più elevate si osservano tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni, o con membri aggregati (altra tipologia). Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli.

La povertà è, infine, fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all’esclusione dal mercato del lavoro.

Il fenomeno della povertà assoluta può essere descritto anche rispetto alla sua gravità. L’intensità della povertà, che indica in termini percentuali di quanto la spesa mensile delle famiglie assolutamente povere si colloca al di sotto della soglia di povertà, nel 2007, è risultata pari al 16,3% e raggiunge il 18,2% tra le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Le caratteristiche delle famiglie assolutamente povere

L’incidenza di povertà tra le famiglie con cinque o più componenti risulta, nel 2007, significativamente superiore a quella delle famiglie meno ampie: quasi un decimo (l’8,2%) si trova in condizione di povertà assoluta, si tratta per lo più di coppie con tre o più figli (il 72%) e di famiglie con membri aggregati (il 25%)

Tra le coppie con figli, l’incidenza della povertà assoluta cresce all’aumentare del numero di figli, raggiungendo il valore più elevato (8%) quando i figli sono tre o più. La presenza di più figli minori all’interno della famiglia si associa a un disagio economico ancor più evidente: tra le famiglie con un solo figlio minore è pari al 3,1%, sale al 3,8% e al 10,5% rispettivamente se i figli sono due o più di due. Valori di incidenza superiori alla media si osservano anche tra le famiglie monogenitore (4,9%) e tra le famiglie con almeno un anziano (5,4%). In particolare se l’anziano è la persona di riferimento l’incidenza è pari al 5,6% e sale al 6,6% tra gli anziani soli, che mostrano un valore più elevato di quello osservato non solo tra i single più giovani (3,2%), ma anche tra le coppie di anziani (3,7%) Un’incidenza più elevata si osserva anche tra le famiglie con a capo una donna (4,9%) che, nella maggior parte dei casi, sono rappresentate da anziane sole (55%) e da donne sole con figli (21%).

Tra le famiglie con persona di riferimento di età inferiore ai 65 anni l’incidenza è generalmente inferiore alla media; tuttavia, tra il 2005 e il 2007, le famiglie con a capo un adulto tra i 45 e i 54 anni mostrano segnali di peggioramento: l’incidenza passa, infatti, dal 2,6% al 3,4%. Al contrario, tra le famiglie con persona di riferimento giovane (fino a 34 anni) si registra un lieve miglioramento (dal 4,1% al 3%), probabilmente perché sempre più spesso solamente i giovani che hanno raggiunto una piena indipendenza economica lasciano la famiglia di origine (i single giovani, che nel 2005 rappresentavano il 9,6% delle famiglie assolutamente povere, nel 2007 scendono al 6,7%; stabile la percentuale tra i non poveri, pari al 9,2%).

La percentuale delle famiglie povere risulta pari al 7,4% se la persona di riferimento è in possesso al massimo di licenza elementare, valore di oltre tre volte superiore a quello osservato tra le famiglie con a capo un diplomato o laureato (1,5%) che comunque registrano un leggero aumento dell’incidenza (nel 2005 era all’1,1%).

Tra le famiglie con a capo una persona occupata, l’incidenza più elevata si osserva quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato (5,2%), famiglie queste che nel corso del biennio mostrano anche segnali di peggioramento. Al contrario un leggero miglioramento si osserva tra le famiglie di lavoratori autonomi, in particolare se lavorano in proprio (dal 3,3% all’1,8%).

Le famiglie con persona di riferimento non occupata mostrano un valore di incidenza pari al 5,6%; in particolare, si passa dal 4,8% tra le famiglie dei ritirati dal lavoro, all’8,1% se si tratta di una persona in altra condizione non professionale (casalinga, studente, inabile al lavoro, in altra condizione) e si raggiunge, infine, il valore più elevato, pari al 10%, se la persona di riferimento è in cerca di occupazione.

La posizione dei membri della famiglia rispetto al mercato del lavoro si associa in maniera evidente al fatto che la famiglia si trovi sotto la soglia di povertà assoluta: l’incidenza è pari all’1,8% quando tutti i componenti della famiglia sono occupati, ma sale al 5,5% se almeno un individuo è alla ricerca di occupazione. Tra le famiglie con ritirati dal lavoro, l’incidenza della povertà si attesta al 3,1% se in famiglia è presente almeno un componente occupato e sale al 5,2% se tutti i componenti sono ritirati dal lavoro. La condizione più grave è, infine, quella rilevata tra le famiglie dove non sono presenti occupati né ritirati dal lavoro, tra le famiglie, quindi, che non hanno un reddito da lavoro né un reddito derivante da una pregressa attività lavorativa: in questo caso, ben un quinto delle famiglie (20,5%) risulta in condizione di povertà assoluta.

Per le tabelle e il glossario:

http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090422_01/testointegrale20090422.pdf

23 aprile 2009

Su questa collina in Cisgiordania si uccide per un mucchio di sabbia.

È poco più di un cumulo di sabbia circondata da rocce: una collina arida che svetta fra l’insediamento israeliano di Beitar Illit  e la città palestinese di Betlemme, nel pieno dei territori occupati. Ma in questa parte di Cisgiordania, conquistata da Israele nel 1967 e giuridicamente ancora contesa, anche un pezzo di terra senza apparente valore scatena conflitti.

La collina, da qualche tempo , viene usata dai coloni israeliani come cava, da cui traggono – gratis – materiale da costruzione. Non che in Israele sabbia e roccia scarseggino. Però le severe leggi di tutela ambientale, che permettono di scavare solo in determinate aree, hanno fatto crescere enormemente i prezzi delle materie prime. Tanto più che, secondo uno studio governativo del 2008, Israele rischia di trovarsi presto a corto di materiale da costruzione. Così, gli abitanti di Beitar Illit hanno pensato di approfittare della vicina collina, costruendo un business sulle risorse di un territorio che nessuno tutela.

Il materiale estratto, infatti, non è usato solo per costruire i massicci condomini – simili a fortezze – della vicina colonia, ma viene venduto in tutto lo Stato di Israele. Così, la tensione nella zona è cresciuta in modo drammatico e, solo pochi giorni fa, un bambino israeliano è stato accoltellato a morte.

Ora, però, sullo sfruttamento della collina sono intervenuti gli attivisti civili Yesh Din, che hanno portato il caso davanti alla Corte Costituzionale israeliana, la stessa che qualche tempo fa giudicò il muro costruito in Cisgiordania per difendersi dagli attacchi kamikaze “contraria al principio di proporzionalità”. Gli attivisti si appellano a un capitolo della Convenzione dell’Aja, secondo cui uno Stato occupante non può sfruttare le risorse naturali di uno Stato occupato, e sperano in un pronunciamento di condanna. Che non basterebbe a imporre la chiusura della cava (ci vorrebbe l’intervento dell’esercito). Sanzionare economicamente il traffico renderebbe però meno appetibile il suo sfruttamento.
di Anna Lombardi

22 aprile 2009

Torino: Biennale Democrazia

L’ex presidente della Consulta prepara la Biennale di Torino: «Se non ci sono argini il potere è portato a espandersi e corrompersi»
In Italia c’è qualcosa che si può definire «disagio democratico»? Stiamo scivolando verso il populismo, la demagogia o l’oligarchia, come molti dicono? La crisi del Partito Democratico è una questione interna alla sinistra o investe l’intero quadro della democrazia? C’è materia sufficiente per rimettersi a ragionare sui principi. È quello che si propone di fare Biennale democrazia che si svolgerà a Torino dal 22 al 26 aprile, alla quale Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista ed ex presidente della Consulta, sta lavorando con un gruppo di giuristi, filosofi e sociologi torinesi.

Professor Zagrebelsky, com’è nata e cos’è la Biennale?
«È nata dall’idea di Pietro Marcenaro di proseguire ciò che si fece con le “Lezioni Bobbio” nel 2004, una serie di incontri su grandi temi di etica pubblica e filosofia della politica che si svolse tra la primavera e l’autunno del 2004. Il successo fu straordinario, al di là delle previsioni».

Perché Biennale? E perché Democrazia?
«Perché si ripeterà ogni due anni e tratterà dei grandi temi della democrazia, a incominciare dalle sue "promesse non mantenute", secondo la formula di Bobbio. Il tema è altamente "politico" ma le iniziative previste non saranno in alcun modo passerelle per "i politici". Questa è una pre-condizione per evitare strumentalizzazioni e preservarne il carattere esclusivamente scientifico».

Ma il fatto stesso di porsi il problema dello stato della democrazia non è già prendere una posizione politica?
«La democrazia è un regime sempre problematico. È un insieme di diritti, regole e procedure che mirano a un ideale, l’autogoverno consapevole dei cittadini. È un ideale di convivenza da perseguire e nessuno mai potrà dire che esso è raggiunto definitivamente».

Un ideale sempre in bilico, dunque?
«Forze nemiche della democrazia sono sempre all’opera per il suo svuotamento. Per esempio, una condizione di successo della democrazia è l’uguaglianza delle posizioni. Ora le nostre società sono un continuo produrre disuguaglianza: nelle condizioni economiche e culturali, nell’accesso alle informazioni, nella partecipazione alle deliberazioni pubbliche. La democrazia non è solo voto e elezioni. Voto e elezioni possono anche essere inganni, se non si nutrono di presupposti sostanziali».

Dunque, c’è un pericolo per la democrazia?
«In un certo senso, un pericolo c’è sempre. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, la democrazia sembrava essere il regime politico acquisito per sempre. Oggi, questa fede ingenua in un movimento naturale della storia, come storia di emancipazione dei popoli dall’oppressione, non esiste. Tutto si è complicato, nulla è sicuro».

Ma lei crede che vi sia un «caso italiano»?
«Vi sono segni che non si possono non vedere. Toccano il modo di scegliere i rappresentanti e quindi la legittimità della sede principale della democrazia, il Parlamento. Il nostro sistema elettorale è così complesso che il cittadino elettore non ha la minima idea di come il suo voto viene poi "macinato" nella macchina elettorale, non sa nemmeno per chi vota, perché la scelta è fatta dai vertici dei partiti che detengono il monopolio delle candidature. Si conoscono solo le facce dei capi e queste facce trascinano i consensi per i loro adepti. E ci stupiamo se si parla di disagio democratico?».

Il disagio non è solo italiano, però.
«Certo, vi sono ragioni che vanno ben al di là. Per esempio, il fatto che la gran parte delle decisioni pubbliche presentano caratteristiche tecnico-scientifiche, fuori della competenza dei comuni cittadini. La potenza della tecnocrazia dipende da questo. Come coinvolgere i cittadini in modo consapevole – parlo di una questione ritornata d’attualità – nella politica dell’energia nucleare. La vita pubblica è sempre più determinata dalla scienza».

Come insegnano la vicenda Englaro e, in genere, le questioni bio-politiche.
«Certo. La tecno-crazia insidia la demo-crazia. Il destino sembra segnato da forze che si sono rese indipendenti, ineluttabili».

Ma questo non è sempre stato vero?
«Non nella misura odierna. Viviamo un’epoca in cui sembra che il corso degli eventi sociali non possa che essere così com’è. La politica ha perso in gran parte la sua funzione direttiva. Si risolve semplicemente nel correre dietro alle cose per tamponare le difficoltà, nei momenti di crisi. Sembra che il movimento sia imposto da fuori».

Da chi?
«Direi piuttosto: da che cosa? Da potenze immateriali che tutto muovono, che sembrano inesorabili. Per esempio, lo sviluppo, l’innovazione, il consumo: tre cose quantitative e non qualitative, che si legano e spingono tutte nella stessa direzione. Di fronte alla crisi dell’economia mondiale e alle sue conseguenze non si discute di alternative, che collochino sul terreno del possibile altri modi di vivere o di consumare».

È il pensiero unico?
«È un grave pericolo il non saper più guardare le cose da diversi lati, l’aver perso l’idea stessa di alternative. È cecità che riduce la politica alla gestione dell’esistente, magari nella direzione dell’abisso, senza nemmeno accorgersene. Se così è, a che cosa si riduce la partecipazione politica?».

Torniamo al nostro Paese. La crisi del partito democratico ha a che vedere con ciò che abbiamo chiamato disagio democratico?
«Direi di sì. Nessuna democrazia vive senza opposizione, senza qualcuno che, per l’appunto, sappia "guardare le cose dall’altra parte". Oltretutto, senza una sponda, un limite, chi dispone del potere è portato a espandersi illimitatamente. Aggiungo: ma anche a corrompersi al suo interno. Senza opposizione, le forze dissolutici interne del potere non hanno ragione di trattenersi. È l’intero sistema che è in pericolo. Per questo, c’è da augurarsi che coloro che si sono assunti il compito di rimettere in piedi l’opposizione si rendano conto della responsabilità non solo verso un partito, ma verso la democrazia».

Diceva Bobbio: gli italiani sono democratici meno per convinzione che per assuefazione. L’assuefazione può facilmente portare a una crisi di astinenza e quindi a una ripresa delle energie democratiche ma anche a una crisi di rigetto. Ciò può spianare la strada a un regime?
«Forse solo favorirà la certa tendenza al rovesciamento della piramide democratica, alla concentrazione in alto del potere: il potere che scende dall’alto e produce consenso dal basso, lo schema della demagogia».

Sta succedendo in Italia, oggi?
«Poniamo mente alla concentrazione di potere economico, culturale (editoria, televisioni) e politico, i tre poteri su cui si fondano le società umane: concentrazione al loro interno e tra loro. Sono cadute le barriere. Chi parla ancora della necessità che il mondo dell’economia non sia oggetto di incursioni da parte della politica? Chi osa porre il problema dell’autonomia della comunicazione e della cultura? Quanti tra gli intellettuali si preoccupano dell’indipendenza dal potere economico e da quello politico? Quanti nel mondo della politica ritengono che sia un loro dovere occuparsi di politica, appunto, e non di banche, finanziamenti, posti in consigli di amministrazione? È venuta meno l’etica delle distinzioni. Il potere si accentra e procede dall’alto. Demagogia significa letteralmente: popolo che "è agito", non "che agisce"».

Siamo già alla demagogia?
«Il pericolo è antico, anzi connaturato alla democrazia. Basta leggere Tucidide o Aristofane. Nulla di nuovo sotto il sole. Oggi, il pericolo è accresciuto da un certo modo d’intendere e organizzare il bipolarismo indotto dal sistema elettorale maggioritario, un modo che ingigantisce, fino al rischio della deflagrazione, la persona dei leader. Il culto del personaggio è certo una manifestazione di degrado democratico. Il presidenzialismo all’italiana potrebbe ridursi a questo».

Quali gli antidoti?
«Non vorrei sembrar tirar l’acqua al mio mulino, ma vorrei dire: difendere la Costituzione cercando di comprenderne i suoi contenuti, di cultura politica, di ethos civile, di promozione della partecipazione e dell’assunzione delle responsabilità. La Costituzione è nata in un certo momento storico a opera di certe forze politiche. Ma, se la raffrontiamo con gli esempi migliori del costituzionalismo mondiale, possiamo constatare facilmente ch’essa non sfigura affatto».

Perché?
«Al di là di tutto, degli interessi in gioco e del conflitto sociale, mi pare che ci sia una difficoltà maggiore, che allontana dalla politica e favorisce lo svuotamento della democrazia: la tirannia del tempo, cui tutti siamo drammaticamente sottoposti. Quando il tempo manca, perché non delegare a qualcuno la nostra esistenza?».

E che propone «biennale democrazia»?
«Propone una parentesi di cinque giorni nella routine di ogni giorno e chiede ai cittadini di riservarsi uno spicchio del loro tempo per dedicarlo a una riflessione comune sul nostro modo d’essere cittadini in una democrazia. Chiede di ribellarsi alla schiavitù del tempo che è nemica della libertà».

di Cesare Martinetti lastampa.it

Gustavo Zagrebelsky
21 aprile 2009

La perfida Albione Due. Italy: Fascism’s shadow.

Silvio Berlusconi‘s central objective as Italian prime minister has long appeared to be dazzlingly and shamelessly obvious. Ever since he strode into the political vacuum created in 1993 by the simultaneous government corruption scandal on the right and the collapse of Italian communism on the left, Mr Berlusconi has used his political career and power to protect himself and his media empire from the law. During the longest of his three periods as prime minister, Mr Berlusconi not only consolidated his already strong grip on the Italian media industry – he now owns around half of it – but passed legislation granting him immunity from prosecution. Then, when that law was ruled unconstitutional, the newly re-elected Mr Berlusconi brought it back in a new guise last year and has had it successfully signed into law.

Mr Berlusconi’s success owes something to his own audacity and quite a lot to the deepening weakness of his opponents. The Italian left, in particular, has failed to mount an effective opposition. Yet Mr Berlusconi’s latest action – the merger into his new People of Freedom bloc, completed yesterday, of his own Forza Italia party with the Allianza Nazionale which derives directly from Benito Mussolini’s fascist tradition – may leave a more lasting mark on Italian public life than anything else the populist tycoon has done.

Unlike postwar Germany, postwar Italy never properly confronted its own fascist legacy. As a result, while neofascism has never seriously resurfaced in Germany, in Italy there were important continuities – inherited Mussolini-era laws and officials and the postwar rebirth of the renamed Fascist party among them – in spite of Italy’s nominally anti-fascist public culture. Those continuities have just become stronger. It is a day of shame for Italy.

Nevertheless, the AN has come a long way in 60 years. Its leader, Gianfranco Fini, has discarded the old political garments and led his party towards the centre. He has worked for more than 15 years as Mr Berlusconi’s ally. He talks about the need for dialogue with Islam, denounces antisemitism, and advocates a multi-ethnic Italy – positions which Mr Berlusconi, with his populist anti-gypsy and anti-immigrant campaigns and his fondness for soft-core racism, would struggle to match.

Despite its distant liberal origins, modern Italy is historically a rightwing country. Yet it is a very shocking thought that there will be one head of government among the 20 world leaders at the London economic summit this week who has now rebuilt his political base on foundations laid by fascists and who claims that the right is likely to remain in power for generations as a result.

Editorial: www.guardian.co.uk

21 aprile 2009

La perfida Albione Uno. The march of Mussolini into Italy’s mainstream.

After carrying the dictator’s torch for 60 years, the far-right National Alliance is to merge with Silvio Berlusconi’s party. So is this the end of fascism in Italy? Quite the reverse. Peter Popham reports

The flames are going out all over Italy. Tomorrow, the flame which for more than 60 years has been the symbol of neo-Fascist continuity with Mussolini, will disappear from mainstream politics. The National Alliance, the last important home of that inheritance, is "fusing" with Silvio Berlusconi’s People of Freedom party to give the governing bloc a single identity and a single unchallenged leader.

The change has been a long time coming – 15 years and more. Mr Berlusconi broke the great taboo of Italian post-war politics after he won his first general election victory in 1994 and incorporating four members of the National Alliance into his coalition.

Embracing the Fascists and neo-Fascists was taboo for good reason. For one thing, their return after they had led the nation to ruin in the war was banned by the new Constitution, whose Article 139 states, "the re-organisation, under whatever form, of the dissolved Fascist party, is forbidden."

That veto had been honoured in the breach rather than the observance since 1946, when Giorgio Almirante, the leader of the Italian Social Movement, picked up the baton of Mussolini where he had left it at his death and led the new party into parliament. But the neo-Fascists remained in parliamentary limbo, far from power. Berlusconi blew that inhibition away.

Under the wily leadership of Gianfranco Fini the "post-Fascists" have been gaining ground since. Tall, bespectacled, buttoned up, the opposite of Berlusconi in every way, the Alliance’s leader impressed the Eurocrats with his democratic credentials when he was brought in to lend a hand at drafting the EU’s new Constitution.

He leaned over backwards to break his party’s connection to anti-Semitism, paying repeated official visits to Israel where he was photographed in a skull cap at the Wailing Wall. On one visit, in 2003, he went so far as to condemn Mussolini and the race laws passed in 1938 which barred Jews from school and resulted in thousands being deported to the death camps.

"I’ve certainly changed my ideas about Mussolini," he said at the time. "And to condemn [the race laws] means to take responsibility for them." Statesmanlike: the word stuck to him like lint. Party hardliners such as Alessandra Mussolini, the glamorous granddaughter of Il Duce, were furious and split away to form fascist micro-parties of their own. But Mr Fini’s strategy prevailed. Under Mr Berlusconi’s patronage, he became foreign minister then deputy prime minister and now speaker of the lower house, a more prestigious job than its British equivalent. As Berlusconi’s unquestioned number two in the new "fused" party, he is also his heir-apparent.

The puri e duri, the hardcore fascist elements, have been gritting their teeth and screaming defiance. One group wanted to stage a ceremony to mark the extinguishing of the flame at the "Altar of the Nation", the wedding cake-like symbol of Italy that towers over Piazza Venezia in Rome. The city’s mayor, ironically himself a lifelong "post-Fascist", banned it.

But the puri e duri will not give up. "The National Alliance dies, the Right lives!" declares a flyer scattered about by one of the hard-right parties, whose symbol sports an oversized flame.

"Today, with the betrayal of our ideas, of our story and our identity," roars one of their leaders, Teodoro Buontempo, the national president of The Right party, "we have the duty to make clearer than ever that our party was born to assure the continuity of our ideals … [Join us] to scream your indignation against a ruling class of trimmers and nobodies."

Black Bands, an investigative book into the hard right by Paolo Berizzi published in Italy this week, claims "at least 150,000 young Italians under 30 live within the cults of Fascism and neo-Fascism. And not all but many in the myth of Hitler." Five tiny registered parties account for 1.8 per cent of the national vote, between 450,000 and 480,000 voters. These are significant numbers, yet even combined they are not nearly enough to reach the 4 per cent threshold to break into parliament.

By this reading, the Fascist element in Italy is no more significant than the BNP in Britain: an embarrassing irritant that can make noise and win insignificant victories, but nothing more.

Despite the claims of the loony right to the contrary, the going out of the Fascist flame does not mean Fascist ideas have disappeared from the Italian political scene. Quite the reverse. Fifteen years after Mr Berlusconi brought the neo-Fascists in from the cold, their impact on politics has never been more striking, never more disturbing.

According to Christopher Duggan, the British author of Force of Destiny, an acclaimed history of modern Italy, the fusion of the two parties does not mark the disappearance of Fascist ideas and practices but rather their triumphant insinuation. "This is an alarming situation in many, many ways," he says.

"The fusion of the parties signifies the absorption of the ideas of the post-Fascists into Berlusconi’s party … the tendency to see no moral and ultimately no political distinction between those who supported the Fascist regime and those who supported the Resistance. So the fact that Fascism was belligerent, racist and illiberal gets forgotten; there is a quiet chorus of public opinion saying that Fascism was not so bad."

One example of the way things are changing is the treatment of the veterans of the Republic of Salo, the puppet Fascist state ruled by Mussolini on the shores of Lake Garda in the last phase of the war. Under the thumb of Hitler and responsible for dispatching Jews to the death camps, Salo was seen by Italians after the war as the darkest chapter in the nation’s modern history.

But steadily and quietly it has been rehabilitated in the Italian memory. The latest step, before parliament, is the creation of a new military order, the Cavaliere di Tricolore, which can be awarded to people who fought for at least six months during the war – either with the Partisans against the "Nazi-Fascists", with the forces of the Republic of Salo on behalf of the Nazis and against the Partisans, or with the forces in the south under General Badoglio.

In this way, says Duggan, the idea of moral interchangeability is smuggled into the national discourse, treating the soldiers fighting for the puppet Nazi statelet "on an equal footing morally and politically with the Partisans".

Duggan contrasts the post-war process in Italy with that in Germany, where the Nuremberg trials and the purge of public life supervised by the Allies produced a new political landscape. Nothing of the sort happened in Italy.

"There was never a clear public watershed between the experience of Fascism and what happened afterwards. It’s partly the fault of the Allies, who after the war were much more concerned with preventing the Communists from coming to power.

"As a result very senior figures in the army, the police and the judiciary remained unpurged. Take the figure of Gaetano Azzariti, one of the first presidents, post-war, of Italy’s Constitutional Court, yet under Mussolini he had been the president of the court which had the job of enforcing the the race laws. The failure of the Allies to put pressure on Italy also reflects a perception that still exists: that the Fascist revival is not to be taken seriously because Italy is ‘lightweight’. Whereas if the same thing happened in Germany or Austria, you’d get really worried."

The widespread defiance of the anti-Fascist Constitution can be seen in the profusion of parties deriving inspiration from Mussolini; in the thousands who pour into Predapio, Mussolini’s birthplace, to celebrate his march on Rome on 20 October every year; in shops and on market stalls doing a lively trade in busts of Il Duce and other Fascist mementoes of every sort.

Far more alarming, Duggan says, is what is happening out of the spotlight to the national temper, where the steady erosion and discrediting of state institutions is playing into the hands of a dictatorial elite, just as it did in the 1920s.

"What is so disturbing is not just the systematic rehabilitation of Fascism but the erosion of every aspect of the state, for example justice, with the result that people have the urge to throw themselves into the arms of the one man who they believe can sort things out.

"You create very personalised relations with the leader, so that in Mussolini’s case, he received 2,000 letters a day from people pleading with him to help. If the state doesn’t work, you trust in one man to pick up the phone and sort things out. This is how liberalism disappeared in the 1920s, with the steady discrediting of parliament so that in the end there was no need for Mussolini to abolish it, he merely ignored it. Something very similar is happening in Italy today."

www.indipendent.co.uk

17 aprile 2009

La politica dei patti scellerati

Giovanni Sartori, su Corsera del 13 marzo scorso, ha portato un duro attacco al centro sinistra schiacciato dalla supremazia del Pdl, evocando le responsabilita’ di D’Alema e Prodi nella sconfitta della sinistra e nella crisi irreversibile. Per Sartori, la causa prima del disastro e’ nella mancanza di voce della sinistra. La cui colpa risale a Massimo D’Alema, il quale assicuro’ a Berlusconi, fin dal 1994, che non avrebbe mai toccato le sue tv. E su Romano Prodi, per avere omesso di approvare una legge seria sul conflitto di interessi nel 1996, una volta conquistata la maggioranza. Due responsabilita’ che hanno segnato l’inizio della fine della democrazia dell’alternanza.
Oggi, grazie al monopolio della informazione da parte di Silvio Berlusconi, che si permette di fare del sarcasmo contro Veltroni e contro Franceschini sulla loro simpatia per il comunismo (del mite Dario Franceschini il premier ha detto che e’ un cattocomunista, trovando subito ospitalita’ sul Corsera del 13 marzo), ci troviamo in una situazione di distacco incolmabile tra il centrodestra e quel che resta del centro sinistra. Distacco alimentato dal fatto che personaggi squalificati, come Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, si ostinano a proporsi come “il nuovo che avanza”, come coloro cui affidare la speranza di un riscatto del centro sinistra. La lezione della clamorosa sconfitta di Rutelli contro Gianni Alemanno al Comune di Roma non e’ bastata al centrosinistra. Non si e’ capito che certi personaggi non solo non aggregano consensi, ma determinano la fuga degli elettori, nauseati da certe forme di prepotenza e di arroganza. Essi sono i migliori alleati di Silvio Berlusconi, che, non a caso, non li attacca mai, ma li considera interlocutori democratici.
Dopo una sconfitta drammatica, preludio di scenari cupi per la nostra democrazia, e’ mancata una analisi politica incentrata sull’autocritica per i molti errori commessi. Il governo Prodi aveva trascurato di fare una legge sul conflitto di interessi e aveva non risolto i problemi dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, delle famiglie senza reddito, dei giovani alla ricerca di spazi in politica. Poi Veltroni non volle prendere atto della necessita’ di affrontare radicalmente la crisi del governo in Campania. Mentre lo spettacolo tragicomico della Campania, addebitabile al centrosinistra, ci ridicolizzava in tutto il mondo.
Scriveva Giorgio Bocca sull’Espresso del 31 gennaio 2008: «il disastro dei rifiuti napoletani e’ prima di tutto un disastro della corruzione dei dirigenti della pubblica amministrazione e della criminalita’. In questi anni hanno ricevuto dal governo centrale decine di miliardi di euro per risolvere la raccolta e la collocazione della spazzatura, e se li sono spartiti e mangiati. I soldi sono finiti nelle tasche dei funzionari e dei politici».
Ma ci fu anche una politica di potere per il potere da parte del governo Prodi e di tutti i suoi alleati, che reclamavano poltrone per nuovi ministri e sottosegretari: il primo messaggio sbagliato fu quello della moltiplicazione del numero dei posti di governo, ministri e sottosegretari. Infine un programma pletorico, che trascurava quattro obiettivi prioritari: il lavoro dignitoso, la difesa dei senza reddito, il conflitto di interessi, le legge elettorale.
Ed e’ inutile che Prodi vada da Fabio Fazio a Che tempo che fa a lamentarsi del trattamento subito. Facendo credere che se ci fosse stato lui, le cose sarebbero andate diversamente per il PD: Prodi ha deluso profondamente per gli impegni mancati e ci ha regalato Silvio Berlusconi. I trionfi e l’arroganza del cavaliere sono anche figli dei suoi errori, tra i quali l’avere voluto creare un partito dalla fusione di due partiti non compatibili, se non sul piano della conquista del potere per il potere. Con il risultato che il PD e’ giunto al 21 per cento, mentre il ripudiato Pci era al 33% da solo. A questo punto i responsabili del disastro dovrebbero andare tutti a casa. Ma mentre Prodi promette di lasciare la politica, D’Alema si ostina a volere guidare la politica del PD e propone un suo candidato: Pierluigi Bersani.
D’Alema, dopo avere cantato vittoria per la caduta di Veltroni, dimostratosi incapace di realizzare un ricambio generazionale vero e prigioniero dei ricatti incrociati, oggi si diffonde in elogi sperticati a favore di Franceschini, dal quale spera di avere una collocazione di vertice all’interno del partito: questo sostegno, se non respinto in modo netto ed inequivoco, e’ il modo migliore per distruggere anche il neo segretario del PD. Gli attacchi di Berlusconi giovano a Franceschini, i consensi di D’Alema lo distruggono.
Al di la’ della quasi sicura sconfitta alle europee, all’orizzonte c’e’ anche lo spettro della bocciatura del referendum sulla legge elettorale; il che significherebbe la consacrazione di questo obbrobrio di legge voluto dal centro destra e dal centro sinistra. E, soprattutto, c’e’ l’incubo di un regime berlusconiano a tempo indeterminato.
L’esperienza drammatica di oggi e’ figlia della insipienza di coloro che fin dal 1994, nel centro sinistra, liquidato Occhetto, hanno stipulato – in primis D’Alema – patti scellerati con il leader di Forza Italia, per ragioni personali e non nell’interesse del Paese. E che ancora oggi dicono di volere dialogare con il Pdl, che ogni mattina ci somministra a Rai 1 le menate dei parlamentari del Pdl e del PD, mentre nessuno parla dei mafiosi, camorristi e corrotti in Parlamento. Anzi, D’Alema ha avuto il coraggio di dire che il PD deve aprire a personaggi come Toto’ Cuffaro, legato a uomini della mafia, e a Raffaele Lombardo, che al vertice della Regione Sicilia si distingue per lo sperpero di denaro pubblico, restando impassibile alle iniziative della Corte dei Conti.
La strategia coltivata da Massimo D’Alema e’ stata quella di un partito democratico onnicomprensivo e isolato dalle forze della sinistra. E si e’ visto quale e’ stato il risultato di questa idea geniale: la sconfitta del PD e la scomparsa della sinistra. Eppure esiste una enorme quantita’ di persone capaci di portare una ventata di novita’ nel PD e nella sinistra.
Sono andato in una sezione giovanile del PD sulla Tiburtina ed ho conosciuto molti giovani in gamba, preparati ed impegnati, ma disorientati e preoccupati dal declino del PD. Conoscendoli bene, e fidando sulla loro serieta’, sono del parere che essi sarebbero sicuramente in grado di rappresentare e fare gli interessi della gente travolta dalla crisi e dalla emarginazione sociale, meglio dei vari D’Alema, Marini, D’Antoni e Rutelli. Giovani motivati, pieni di entusiasmo, desiderosi di fare politica nell’interesse generale dei cittadini. Ma a loro sono chiuse le porte della politica attiva dai burocrati responsabili della sconfitta del centrosinistra, attaccati alle poltrone come non mai, e decisi a valorizzare solo coloro che si pongono al loro servizio.
La sola cosa da fare e’ battersi in tutte le sedi perche’ quelli che hanno consentito la scalata inarrestabile del centrodestra, e che sono i principali alleati di Berlusconi, se ne vadano a casa, per sempre, pena la instaurazione di un regime neofascista in eterno. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Uomini come D’Alema e Rutelli non solo non aggregano voti, ma provocano l’astensione o peggio ancora la fuga verso altre forze politiche di centro destra o verso di Di Pietro. Ed e’ inutile parlare di programmi nuovi: la gente non viene attratta dalle chiacchiere; vuole soprattutto facce nuove, giovani, anche senza un passato visibile, che concepiscono la politica come servizio e non come potere; giovani che devono avere il coraggio di osare, di lanciare la sfida a quelli che stanno portando alla rovina il nostro paese, favorendo la dittatura della maggioranza, anzi di un uomo che ha egemonizzato la maggioranza. Credo che le primarie si dovrebbero fare anche per decidere la sorte di coloro che si ostinano a restare, favorendo questo centro destra pericoloso.
Da anni non si vede nessun segnale di rinnovamento nel ceto politico del PD: gli sconfitti restano ai loro posti di sempre, senza un minimo di dignita’ e di pudore; per le prossime europee e amministrative si prospetta un fronte elettorale con candidati, simboli e coalizioni tutti gia’ visti.
Ancora una volta prevale la scelta di sopravvivenza politica ad ogni costo, in contrasto con la regola generale, comune ad ogni democrazia, secondo cui chi perde se ne va a casa e non ha la faccia tosta di riproporsi come salvatore della patria. Ricordando ancora una volta Gaetano Salvemini che scrisse, dopo l’avvento del fascismo, ai responsabili della sconfitta: «Chi fallisce perde fiducia. Voi siete dei falliti. Certo il successo non deve essere l’unica norma di giudizio. Ma se il successo non deve essere norma di giudizio morale, l’insuccesso, specialmente se e’ troppo grave, non puo’ non essere norma di giudizio politico. E’ ridicolo, dopo quel po’ po’ di botte, di cui abbiamo fatto la ricevuta, trovarci tra i piedi ancora della brava gente che non ha imparato nulla, che non ha mutato nulla e che ci ricanta che non c’e’ nulla da imparare, non c’e’ nulla da mutare e c’e’ solamente da ricominciare da capo a biascicare le vecchie giaculatorie e a riprendere le vecchie lotte».
di Ferdinando Imposimato www.lavocedellevoci.it
Questo è quello che scriveva Vauro nel 1999, quando Bruno Vespa bloccò la trasmissione che doveva ospitare Forattini, querelato dall’allora primo ministro Massimo D’Alema:

"Grottesco, una caso di censura totale e per giunta preventiva". Vauro, al secolo Vauro Senesi, vignettista del manifesto che non ha esitato di schierarsi con Forattini sulla vignetta D’Alema-Mitrokhin, non ha dubbi nemmeno adesso che Viale Mazzini ha dato l’alt al programma di Vespa. "Questa vicenda — osserva — è direttamente collegabile al clima che si è creato e all’eccesso di zelo della Rai nei confronti di chi sta al potere. Forse hanno paura di dover pagare anche loro dei soldi…". Quindi Vauro attacca, con sarcasmo, il presidente del Consiglio: "È strano D’Alema, concede diciotto mila lire di aumento ai carabinieri e poi chiede tre miliardi per sé. A me tutta questa storia mi sembra patetica. Anch’io in passato l’ho attaccato e qualche vignetta su di lui può scapparmi ancora. Spero almeno che non se ne accorga, che non mi quereli e chieda anche a me tre miliardi. Anzi, spero che non mi chieda 500 mila lire, perché queste ce l’ho davvero".
Vauro, il giorno dopo la notizia della querela a Forattini, aveva proposto ironicamente una "polizza anti-D’Alema". "Ma se bloccano pure le trasmissioni in Rai — aggiunge adesso — vuole dire che a noi vignettisti non ci resta che passare in clandestinità".


 
14 aprile 2009

La ricostruzione a rischio clan ecco il partito del terremoto.

Roberto Saviano con i vigili del fuoco a Onna
"Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra…". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l’alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l’anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull’italianità pigra o sull’indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all’Irpinia quasi trent’anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l’ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l’emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l’Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l’invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d’Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell’Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l’Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta – dice il vicesindaco Carmine Cocozza – stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l’onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest’anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l’avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di ‘ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c’è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla ‘ndrangheta l’Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d’Abruzzo.

L’unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo…". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l’edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L’Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell’invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l’agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell’Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d’Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L’Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L’inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni ’90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L’Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d’Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient’altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L’Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L’Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un’idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano…" mi dicono. L’Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l’ossatura più fragile del corpo d’un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l’allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare…

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l’unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

© 2009 by Roberto Saviano – Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency  repubblica.it

14 aprile 2009

Le prime 25 notizie censurate 2009 – Top 25 Censored Stories for 2009

10 aprile 2009

Misteri di Stato. Scoperto Echelon Italia

Prove generali di stretto controllo telematico nei tribunali e Procure di tutta Italia. Genchi lo aveva capito: un grande orecchio e’ in ascolto e con il nuovo Registro Generale Web l’operazione sara’ completata. A realizzare gli apparati per conto di Via Arenula sono alcune big finite nelle inchieste Why Not e Poseidone. Ecco in esclusiva la storia vera dei protagonisti di questo inedito Echelon a Palazzo di Giustizia. Vicende che ci riportano lontano. Fino a misteri di Stato come la strage di Ustica ed il massacro di via D’Amelio.
 
C’erano una volta i rendez vous segreti nelle suite super riservate dei grandi alberghi. A Roma era l’Excelsior, a Napoli una fra le quattro-cinque perle del lungomare. Nella capitale ricevevano gli uomini di Licio Gelli – quando non direttamente il Venerabile in persona – per impartire quelle direttive stabilite in luoghi ancora piu’ elevati che poi i diversi referenti, tutti d’altissimo rango (compresi capi dei governi e della magistratura)… dovevano portare avanti per orientare il corso della storia. Cos’altro era, per esempio, il summit che si tenne al largo di Civitavecchia sul panfilo Britannia della regina Elisabetta il 2 giugno del 1992, quando fu decisa quella colonizzazione selvaggia dell’Italia – attuata a suon di privatizzazioni senza soluzioni di continuita’ prima da Prodi e poi da Berlusconi – di cui ancora oggi scontiamo gli effetti? E cos’altro fu a Napoli, dentro il prive’ a un passo dal cielo con vista sul golfo, quella sorta di “tribunale preventivo” nel quale, al primo scoppio serio di Tangentopoli, nel 1993 vennero convocati i proconsoli democristiani e socialisti per imporre loro di accettare un lauto vitalizio dopo essersi accollati le malefatte giudiziarie dei rispettivi leader politici?

Piccoli squarci di luce sotto un velame oscuro che si e’ fatto nel tempo sempre piu’ plumbeo, ma anche piu’ sofisticato grazie all’uso ardito e sapiente di tecnologie solo vent’anni fa impensabili. Cosi’ a fine anni ottanta, mentre gli americani sperimentavano il controllo a tappeto dei miliardi di abitanti del pianeta collaudando la piu’ straordinaria rete spionistica telematica che fosse mai stata immaginata – Echelon – prima solo in ambito militare, poi estesa anche ad usi civili, in Italia per decidere le sorti della giustizia ed incanalare il destino dei processi era ancora necessario ricorrere ad incontri vis a vis, sfruttando canali di mediazione come le agape massoniche o i pizzini orali, passati di bocca in bocca tra colletti bianchi e intermediari mafiosi.
Da tempo non e’ piu’ cosi’. Almeno da quando, una decina di anni fa, il controllo telematico dei palazzi di giustizia italiani ha cominciato a diventare una rete che avviluppa, scruta e controlla tutto, dai piani alti della Cassazione alla scrivania dell’ultimo cancelliere, dalle Alpi alla Sicilia. Dopo il monitoraggio minuto per minuto delle operazioni finanziarie – che avvengono ormai esclusivamente on line da un capo all’altro del mondo – ora qualcuno sta cercando di tracciare ed orientare definitivamente anche le sorti dell’intero sistema giudiziario nel Belpaese. Al punto che, a distanza di appena quattro-cinque anni dagli spionaggi alla Pio Pompa o alla Tavaroli, il quadro e’ un altro: oggi non serve piu’ spiare, basta entrare nella rete dalla porta giusta, mettersi in ascolto. E poi decidere.

Ne e’ passata insomma di acqua sotto i ponti da quel quel luglio del 1992, quando per coprire errori ed omissioni nel massacro di Capaci si rese “necessario” far saltare in aria anche Paolo Borsellino con tutta la sua scorta, lasciandoci dietro, ancora una volta, tutta una serie di tracce insanguinate, piccoli e grandi particolari cartacei fatti sparire troppo in fretta, come l’agenda rossa, portata via clamorosamente sotto gli occhi di tutti dal colonnello Arcangioli solo pochi minuti dopo l’eccidio. Un sistema, del resto, quello della “pulizia totale”, che compare come un macabro rituale anche in omicidi di quel tempo, quale quello del giornalista antimafia Beppe Alfano, nel 1993, la cui figlia Sonia racconta di quegli autentici plotoni di polizia e carabinieri entrati per ore a devastare armadi e cassetti di una famiglia ammutolita da un dolore lancinante ed improvviso, alla ricerca di carte, documenti, fascicoli, «quasi che il criminale fosse mio padre – racconta oggi Sonia – ancora a terra in una pozza di sangue, e non coloro che lo avevano atteso per ammmazzarlo».
Quella volta pero’, quel 19 luglio 1992, era gia’ in azione un vicequestore siciliano che nell’uso delle tecnologie informatiche era piu’ avanti delle stesse barbe finte nostrane, ancora costrette a perquisizioni, pulizie, furti per occultare le prove dei crimini di Stato. Quel vicequestore si chiamava Gioacchino Genchi. E la sua storia, i violenti tentativi di zittirlo e delegittimarlo fino all’annientamento (come la repentina sospensione dal corpo di Polizia, che ha fatto sollevare l’opinione pubblica in tutta Italia), ci fa ripiombare di colpo dentro l’Italia di oggi, in un Paese dove per uccidere uno o due magistrati non e’ piu’ necessario spargere sangue. Perche’ a tutto pensa il grande Echelon del sistema giudiziario italiano, Che ha – come vedremo – nomi, volti e terminali ben precisi.

 
IL PADRE DI ECHELON
E partiamo da un uomo che Echelon ha confessato di averlo realizzato per davvero. O, almeno, ha ammesso di aver collaborato alla messa a punto del Grande Orecchio americano. Quest’uomo si chiama Maurizio Poerio, e’ un imprenditore nei sistemi informatici ad altissima specializzazione e su di lui si soffermano a lungo i pubblici ministeri salernitani che indagavano sui loro colleghi della procura di Catanzaro, messi sotto accusa con una mole impressionante di rilevanze investigative raccolte dall’allora pm Luigi De Magistris grazie anche alla consulenza prestata da Gioacchino Genchi.
Un nome, Poerio, una scatola nera che racchiude mille misteri. Ma cominciamo dall’oggi. E cominciamo dalle tante verbalizzazioni nelle quali De Magistris a Salerno dichiara apertamente che potrebbe essere stato spiato, che tutta la sua attivita’ investigativa era stata probabilmente – o quasi certamente – monitorata fin dall’inizio. Non attraverso gli 007 dei Servizi, ma in maniera semplice e naturale, vale a dire attraverso la societa’ privata che gestisce i sistemi informatici dell’intero pianeta giustizia in Italia. Questa societa’ e’ la la CM Sistemi. Appunto. Con una potentissima e storica diramazione – la CM Sistemi Sud – proprio in Calabria, regione dalla quale la attuale corporate aveva avuto origine negli anni ottanta. Ma anche la regione dove questa societa’ si aggiudica da sempre l’appalto per la “cura” degli uffici giudiziari. E in cui risiede il suo amministratore delegato: quella stessa Enza Bruno Bossio, moglie del plenipotenziario Ds Nicola Adamo ma, soprattutto, pesantemente indagata prima nell’inchiesta Poseidone (il bubbone avocato a De Magistris in circostanze ancora tutte da chiarire sul piano della legittimita’) e poi in Why Not. Perche’ del colosso CM Sistemi Maurizio Poerio e’ una colonna portante, capace di tessere ed orientare i rapporti con la pubblica amministrazione – leggi in particolare Via Arenula – come e’ scritto, fra l’altro, nell’indicazione specifica delle sue mansioni: “consigliere delegato ai rapporti istituzionali”.
Ma Poerio non e’ solo un manager dell’ICT (Information and Communication Technology) prestato alla CM. Il suo ruolo, come dimostra la perquisizione di De Magistris presso i suoi uffici romani, va ben oltre. L’11 settembre del 2006, interrogato nell’ambito di Poseidone, l’imprenditore calabrese prova a prendere le distanze da quella societa’, che appare gia’ dentro fino al collo nell’inchiesta giudiziaria. «Conosco molto bene – affermava rispondendo ad una precisa domanda – Marcello Pacifico, presidente della CM Sistemi, societa’ per la quale ho collaborato attraverso un contratto di consulenza professionale». Un tentativo estremo di prendere il largo: da buon commercialista (e’ iscritto all’ordine di Catanzaro) Poerio sapeva bene che sarebbe bastata una semplice visura camerale a smentirlo. Della romana CM Sistemi spa, infatti, oltre un milione e mezzo di capitale nel motore, il manager calabrese e’ a tutti gli effetti consigliere d’amministrazione, all’interno di un organigramma che risulta quasi identico a quello della sua costola meridionale, la stessa CM Sistemi Sud capitanata dalla Bruno Bossio. Perche’ allora parlare di semplici “consulenze”? Il fatto e’ che la faccenda si stava facendo complicata. Dal momento che per la prima volta quel grande orecchio invisibile capace di scrutare dentro tutti gli uffici giudiziari italiani stava dando segnali concreti della sua esistenza. E in gioco – cominciava a capire De Magistris, ma ne era ben consapevole da tempo lo stesso Poerio – non c’era solo la storia degli appalti pilotati a Procure e tribunali della Calabria (gara “regolarmente” aggiudicata per l’ennesima voltra alla CM Sistemi Sud), ma la credibilita’ dell’intero pianeta giustizia nel nostro Paese, se non addirittura i destini del sistema Italia. E questo, soprattutto per due principali motivi.
E’ il consulente del pubblico ministero De Magistris, Pietro Sagona, ad illuminare i pm salernitani su alcune circostanze a dir poco imbarazzanti che riguardano la CM Sistemi (siamo al 7 aprile 2008, ma Sagona riferisce particolari che evidentemente erano gia’ ben noti a Poerio e company): «Nell’ambito degli accertamenti da me espletati e’ emersa la rilevanza del consorzio Tecnesud, destinatario di un finanziamento pubblico gia’ in fase di stipula della convezione con il Ministero delle Attivita’ Produttive, non stipulato soltanto a causa della mancanza di uno dei cinque certificati antimafia richiesti e pervenuti relativo alla societa’ Forest srl titolare di un’iniziativa consorziata ed agevolata. Il finanziamento era di sessanta milioni di euro complessivi, otto dei quali a carico della Regione Calabria, il residuo a carico dello Stato». Del consorzio faceva parte anche la CM Sistemi. Ma perche’ alla socia Forest non era stato rilasciato il certificato antimafia? Risponde Sagona: «Presidente della Forest era tale avvocato Giuseppe Luppino, nato a Gioia Tauro il 5 marzo 1959, nipote di Sorridente Emilio, classe 1927, ritenuto organicamente inserito nella consorteria mafiosa dei Piromalli-Mole’». E non e’ finita: «il predetto Luppino risultava esser stato denunciato per gravi reati quali turbata liberta’ degli incanti, favoreggiamento personale, falsita’ ideologica ed associazione per delinquere di stampo mafioso» e sottoposto a procedimento penale a Palmi.
Ricapitolando: la CM Sistemi, talmente affidabile da vincere la gara d’appalto per l’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari nella regione Calabria, sedeva nel consorzio Tecnesud accanto ad una sigla, la Forest, riconducibile ad una fra le piu’ pericolose cosche della ‘ndrangheta.
Una circostanza allarmante. Ma non l’unica. In quello stesso, fatidico interrogatorio dell’11 settembre 2006 Poerio, per accrescere la propria credibilita’ di manager in rapporti transnazionali, non manco’ di aggiungere: «Mi sono occupato per conto della I.T.S. di una serie di progetti per l’utilizzo di tecnologie per le informazioni satellitari per uso civile, quale ad esempio il progetto Echelon negli Stati Uniti d’America e GIS in Italia». Di sicuro, insomma, Poerio era un personaggio che in fatto di “controllo a distanza” poteva considerarsi fra i massimi esperti mondiali.

 
I FRATELLI DEL RE.GE.
Fu probabilmente proprio allora che la sensazione di essere spiato divento’ per De Magistris qualcosa di piu’ d’una semplice impressione. Con elementi che nel tempo andavano ad incastrarsi come tessere di un mosaico per confermare quella ipotesi. Sara’ lo stesso ex pm a raccontarlo piu’ volte ai colleghi salernitani, come si legge in alcune pagine delle sue lunghe verbalizzazioni riportate per esteso nell’ordinanza di perquisizione e sequestro emessa a carico della Procura di Catanzaro.
Il 24 settembre del 2008 De Magistris contestualizza innanzitutto tempi e personaggi di quel “sistema” che aveva il suo terminale dentro il ministero della Giustizia, retto nel 2007 dall’indagato di Why Not Clemente Mastella. Ed arriva al collegamento fra quest’ultimo e la CM Sistemi. Ci arriva attraverso un altro carrozzone politico destinatario di enormi provvidenze pubbliche in Calabria, il consorzio TESI, del quale faceva parte la societa’ della Bruno Bossio (e quindi di Poerio): sempre lei, la regina CM. «Personaggio che ritenevo centrale quale anello di collegamento tra il Mastella ed ambienti politici ed istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a Roma – dichiara De Magistris – era l’avvocato Fabrizio Criscuolo, il cui nominativo emergeva anche nelle agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni effettuate nei confronti del Saladino (il principale inquisito di Why Not Antonio Saladino, ndr). Nello studio associato Criscuolo presta servizio quale avvocato anche Pellegrino Mastella, figlio dell’ex-ministro». Ma non basta. «Il predetto Criscuolo risulta aver coperto la carica di consigliere d’amministrazione della Aeroporto Sant’Anna spa, con sede in Isola Capo Rizzuto, il cui presidente era il professor Giorgio Sganga, coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not in quanto compariva nell’ambito della compagine della societa’ TESI» in compagnia, appunto, della CM. Insomma, da Mastella a Criscuolo, da Criscuolo a Sganga fino a TESI, dove ritroviamo la CM e gli appalti negli uffici giudiziari. Compresa la realizzazione del RE.GE, vale a dire lo strategico Registro Generale centralizzato nel quale pm e gip sono tenuti a riversare tutte le risultanze del loro lavoro, ma anche ad anticipare le iniziative giudiziarie (perquisizioni, sequestri etc.) che andranno ad effettuare di li’ a poco.
Altro trait d’union fra gli artefici del Grande Orecchio in Procura e l’allora titolare di Via Arenula lo si rintraccia seguendo la carriera del secondo figlio di Mastella, Elio. «Dalle attivita’ investigative che stavo espletando – precisa De Magistris – era emerso che Elio Mastella era dipendente, quale ingegnere, nella societa’ Finmeccanica, oggetto di investigazioni nell’inchiesta Poseidone, societa’ interessata anche ad ottenere il controllo, proprio durante il dicastero Mastella, dell’intero settore delle intercettazioni telefoniche». Ma in Finmeccanica «si evidenzia anche il ruolo di Franco Bonferroni (legatissimo a piduisti come Giancarlo Elia Valori e Luigi Bisignani, ndr) gia’ destinatario di decreto di perquisizione e coinvolto nelle inchieste Poseidone e Why Not, nonche’ il genero del gia’ direttore del Sismi, il generale della GdF Nicolo’ Pollari». E dire Finmeccanica significava in qualche modo tornare a Maurizio Poerio, che proprio insieme a quella societa’ aveva preso parte a numerosi progetti internazionali, in primis quello denominato “Galileo”.

 
IL NEMICO TI ASCOLTA
Il 16 novembre 2007 De Magistris dichiara di aver acquisito elementi sull’attivita’ di “monitoraggio” che andava avanti ai suoi danni (e questo spiegherebbe fra l’altro anche il rincorrersi di strane “anticipazioni”, come quando il pm apprese dell’avocazione del fascicolo Poseidone dalla telefonata di un giornalista dell’Ansa dopo che, a sua totale insaputa, la notizia era addirittura gia’ stata pubblicata da un quotidiano locale): «spesso ho avuto l’impressione di essere anticipato, e questo sia in “Poseidone che in Why Not; si e’ verificato, cioe’ proprio mentre… appena arrivo al punto finale, le indagini vengono sottratte. Poi… intervenivano le interrogazioni parlamentari, e arrivavano gli ispettori, e arrivavano le missive. Cioe’ sempre o di pari passo, o qualche volta addirittura in anticipo su quelle che potevano essere poi le mosse formali successive».
Ma le “fughe di notizie”, una volta trovato il sistema per realizzarle, potevano anche essere sapientemente pilotate: «ad un certo punto – dice De Magistris ai colleghi di Salerno nelle dichiarazioni rese a dicembre 2007 – penso che sia stata utilizzata la tecnica di “pilotare” una serie di fughe di notizie per poi attribuirle a me. Si facevano avere notizie anche a giornalisti che avevo conosciuto in modo tale da attribuire poi a me il ruolo di “fonte” di questi ultimi. Per non parlare delle gravi e reiterate fughe di notizie sulle audizioni al Csm anche in articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Stampa: perfino la mia memoria, depositata con il crisma del protocollo riservato, e’ stata riportata, in parte, virgolettata».
E cosi’, grazie allo stesso, collaudato “orecchio”, puo’ accadere anche che, alla vigilia di importanti e riservatissimi provvedimenti cautelari, i destinatari siano gia’ ampiamente informati e mettano in atto adeguate contromisure. E se il metodo funziona, perche’ non adottarlo anche in altre Procure, come a Santa Maria Capua Vetere? Torniamo a fine 2007, ai giorni caldi che precedettero le dimissioni di Mastella, il ritiro della fiducia al governo da parte dell’Udeur e la conseguente caduta dell’esecutivo Prodi. «Taluni quotidiani nazionali – osserva De Magistris – hanno riportato fatti dai quali si evincerebbe che lo stesso senatore Mastella o ambienti a lui vicinissimi abbiano contribuito, forse anche con l’ausilio di soggetti ricoprenti posti apicali al Ministero della Giustizia, a far trapelare la notizia degli imminenti arresti da parte della magistratura di Santa Maria Capua Vetere, o che comunque fossero al corrente del fatto e si adoperassero per predisporre una “strategia difensiva”. Del resto resoconti giornalistici informano che il senatore Mastella avesse gia’ pronto un “ricco” discorso in Parlamento ed il consuocero (Bruno Camilleri, cui stava per essere notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ndr), la sera prima, si fosse ricoverato in una clinica».

 
DA POSEIDONE A USTICA
Come abbiamo visto, l’Echelon del 2000 non e’ piu’ la creatura misteriosa messa in piedi negli anni della guerra fredda dai pionieri della tecnologia. Oggi le apparecchiature avvolgono in una rete invisibile praticamente tutti i palazzi di giustizia. Ed il controllo e’ centralizzato. Ovvio, allora, che se si intende “gestire” questo sistema garantendosi ogni possibilita’ di accesso occulto (la parola spionaggio a questo punto perde anche di senso) occorre poter contare su garanti fidati. Persone che, per il loro passato, offrano i massimi requisiti di affidabilita’ e riservatezza. E torniamo a Maurizio Poerio, le cui origini ci conducono lontano nel tempo. Fino a quel 27 giugno del 1980 quando il DC 9 Itavia caduto nei mari di Ustica con 81 persone a bordo avrebbe dovuto mostrare agli occhi del mondo le attivita’ di terrorismo internazionale messe in atto dal nemico numero uno degli americani, il leader libico Muammar Gheddafi. Un punto chiave dentro quelle complesse indagini (che ancora oggi attendono una risposta univoca sui mandanti) fu il piccolo aereo libico, un MIG, caduto in quelle stesse ore nel territorio di Villaggio Mancuso, sulla Sila, comune di Castelsilano, al quale l’inchiesta di Rosario Priore dedica alcune centinaia di pagine. Perche’ dalla data precisa del suo abbattimento (deducibile anche dai frammenti presenti sul posto) discendeva tutta la ricostruzione dello scenario di guerra in atto quella notte nei cieli d’Italia. Di particolare rilevanza per le indagini il fatto che quel territorio era assai vicino alla base logistica dell’Itavia e degli F16 militari. Un luogo scottante, dunque. Tanto che anche il capitolo sull’impresa che si aggiudico’ i lavori per la raccolta e lo stoccaggio dei frammenti del velivolo libico presenta ancora oggi molti punti oscuri. A cominciare dal fatto che quella ditta fu chiamata a trattativa privata. Ed era in forte odor di mafia.
Passano alcuni anni. Nel ‘93, nell’ambito del Gruppo Mancuso, nasce la Minerva Airlines. «La societa’, di proprieta’ di Maurizio Poerio – annotano i cronisti qualche anno piu’ tardi – si propone di valorizzare l’aeroporto di Crotone, ridotto ad “aeroprato” dopo essere stato base di Itavia e degli F16 militari».
47 anni, nato a Catanzaro (e verosimilmente imparentato col catanzarese Luigi Poerio, classe 1954, ingegnere edile ed iscritto alla Massoneria), Maurizio Poerio si laurea in economia a Bologna, poi si butta nell’alimentazione del bestiame: torna in Calabria e rileva la Mangimi Sila, piattaforma di lancio per i vertici di Confindustria dove restera’ a lungo (al pm De Magistris racconta, fra l’altro, dei suoi rapporti professionali e d’amicizia con l’attuale leader Emma Marcegaglia). Minerva Airlines viene dichiarata fallita dal tribunale di Catanzaro a febbraio 2004. E Poerio andra’ a rivestire ruoli sempre piu’ apicali nelle principali business company dell’ICT, proiettando al tempo stesso la “sua” CM Sistemi dentro il cuore degli uffici giudiziari italiani.

 
DA WHY NOT A VIA D’AMELIO
«Altro che Grande Orecchio nei computer di Giacchino Genchi – dice un esperto in riferimento alle accuse rivolte al principale consulente informatico di De Magistris – la verita’ e’ che la centrale di ascolto ha oggi i suoi terminali al Ministero, nei Palazzi di Giustizia. E che Genchi tutto questo lo aveva scoperto da tempo». Il tempo che basta per capire le tante, impressionanti ricorrenze tra fatti e personaggi delle attuali inchieste calabresi ed il contesto di omissioni ed omerta’ dentro cui maturarono, nel 1992, la strage di via D’Amelio e le successive, tortuose indagini. Alle quali prese parte proprio Gioacchino Genchi.
E’ stato lui ad indicare senza mezzi termini l’allucinante sequenza delle “similitudini”, senza tuttavia fornire ulteriori particolari. E allora proviamo a ricostruirne qualcuno noi.
Cominciando magari dai Gesuiti, da quella Compagnia delle Opere onnipresente nelle inchieste di Catanzaro (basti pensare alla figura centrale di Antonio Saladino) che all’epoca di Falcone e Borsellino era incarnata a Palermo da padre Ennio Pintacuda, fondatore del Cerisdi, il Centro Ricerche e Studi Direzionali con sede in quello stesso Castello Utveggio che sovrasta Palermo. E nel quale aveva una sede di copertura, nel ‘92, anche quell’ufficio riservato del Sisde che avrebbe rivestito una parte rilevantissima nella strage. Fino al punto che – secondo molte accreditate ricostruzioni – il telecomando che innesco’ l’autobomba poteva essere posizionato proprio all’interno del castello. Pochi minuti dopo l’eccidio Genchi effettua un sopralluogo proprio sul monte Pellegrino, a Castello Utveggio. Si legge nella sentenza del Borsellino bis: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi».
Oggi il Cerisdi svolge rilevanti attivita’ formative su incarico della Pubblica Amministrazione, prime fra tutti la Regione Calabria e la citta’ di Palermo. Suo vicepresidente (per il numero uno va avanti da anni la disputa e la poltrona risulta vacante) e’ un penalista palermitano, Raffaele Bonsignore, difensore di pezzi da novanta di Cosa Nostra. Ma anche del “giudice ammazzasentenze” Corrado Carnevale.
Co-fondatore del Centro Studi era stato negli anni novanta l’allora presidente dc della Regione Sicilia Rino Nicolosi: se la sua era un’investitura di carattere politico, di tutto rilievo operativo nel Cerisdi risultava invece la figura del suo braccio destro Sandro Musco, che si occupava fra l’altro di rapporti istituzionali e con le imprese. Massone, docente di filosofia, Musco e’ oggi tra i principali referenti dell’Udeur in Sicilia.
Mastella, ancora lui. Il suo nome ricorre, non meno di quello del pentito Francesco Campanella, che ritroviamo nelle carte di Why Not. Fu proprio Musco a consegnare nelle mani di Mastella, durante la convention di Telese del 2005, la lettera privata in cui Campanella si gettava ai piedi del leader: «Carissimo Clemente, ti scrivo con il cuore gonfio di tantissime emozioni, esclusivamente per ringraziarti di cuore poiche’ nella mia vita ho frequentato tantissima gente e intrattenuto innumerevoli rapporti, tanti evidentemente errati. Sei l’unica persona del mondo politico che ricordo con affetto, con stima, con estremo rispetto, perche’ sei sempre stato come un padre per me, e resta in me enorme l’insegnamento della vita politica che mi hai trasmesso. (…) Affido questa lettera a Sandro che tra i tanti e’ una persona che nella disgrazia mi e’ stata vicina. Sappi che ripongo in lui speranza e fiducia per quello che potra’ darti in termini di contributo. È certamente una persona integra di cui potersi fidare».

Il 3 gennaio 2008 Luigi De Magistris chiarisce ai pubblici ministeri salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani le circostanze in cui compare il nome di Francesco Campanella nell’inchiesta Poseidone: «venni a sapere che poteva essere utile escutere il collaboratore di giustizia Francesco Campanella che ha ricoperto un importante ruolo politico in Sicilia e che risultava essere anche in contatto con esponenti politici di primo piano, in particolare dell’Udc e dell’Udeur. Tale collaboratore mi rilascio’ significative dichiarazioni con riguardo al finanziamento del partito dell’Udc e le modalita’ con le quali veniva “reinvestito” il denaro, dalla “politica”, in circuiti di apparente legalita’. Dovevo escutere il Campanella, persona affiliata alla massoneria – che si stava ponendo in una posizione di assoluta rilevanza nell’ambito dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra – del quale l’attuale Ministro della Giustizia e’ stato testimone di nozze, in quanto aveva rilasciato all’autorita’ giudiziaria di Palermo dichiarazioni con riguardo a presunte dazioni di denaro illecite con riferimento alle licenze Umts che vedevano, in qualche modo, coinvolti sia l’attuale Ministro della Giustizia Clemente Mastella che l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema».
Una circostanza che Mastella, quando era ministro della Giustizia, ha dovuto smentire in aula rispondendo alla domanda di un avvocato. Era Raffaele Bonsignore, vertice del Cerisdi. E difensore dell’imputato di Cosa Nostra Nino Mandala’.

di Rita Pennarola www.lavocedellevoci.it
 
Per saperne di più :
 
8 aprile 2009

Ma quanto ci costano i software di Sacconi?

Chissà se fra i tre (ex) dicasteri che coordina (Lavoro, Salute e Politiche Sociali), il ministro Sacconi è riuscito a trovare il tempo per dare un’occhiata al bando  per “l’affidamento dei servizi di consulenza direzionale per l’evoluzione del Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS) e per lo sviluppo di metodologie a supporto del Sistema nazionale di verifica e controllo dell’assistenza sanitaria (SiVeAS)”. Un avviso non proprio da quattro soldi. Tutt’altro: in palio c’è una somma astronomica; la cifra massima dell’asta è infatti 17,5 milioni di euro in tre anni.

Come si legge sul sito Internet ufficiale, “il Nuovo Sistema Informativo Sanitario, nato a valle dell’Accordo Quadro tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano del 22 febbraio 2001, rappresenta la base dati condivisa finalizzata allo sviluppo di misure necessarie al bilanciamento costi-qualità”.

Il SiVeAS  si è invece insediato  ufficialmente a febbraio del 2007 e ha un’autorizzazione di spesa di otto milioni di euro (anche se al momento non ha prodotto granché).

I due progetti informatici oggetto del bando, quindi, non sono da costruire da zero. E neanche da rifondare. A dirlo è lo stesso avviso del ministero visto che si parla solamente di “evoluzione”. Ciononostante sul piatto ci sono 17 milioni e mezzo di euro. Ma non è tanto la cifra – che secondo molti addetti ai lavori interpellati da L’espresso è davvero eccessiva – a destare le maggiori perplessità, quanto i calcoli che il personale del ministero ha fatto per arrivare a questi numeri.

Andando a pagina 100 del capitolato tecnico, si può infatti notare che i giorni/persona richiesti per i due progetti sono in tutto 16.432. Facendo due conti e considerando che, in media, una persona lavora 200 giorni all’anno, le persone a tempo pieno necessarie, secondo i calcoli del ministero, sono una trentina. Che quindi avrebbero uno stipendio di oltre 16mila euro al mese per tre anni. Non male se si aggiunge che nel bando si dice esplicitamente che un terzo del lavoro potrebbe essere svolto da personale “junior”, termine aziendale che indica l’ultima ruota del carro. Che – nella migliore delle ipotesi – guadagna al massimo 2.000 euro al mese.

Ma lo spreco non si ferma qui. Il bando – che taglia fuori la maggior parte delle piccole e medie imprese del settore visto che accetta solamente aziende con un fatturato minimo di 35milioni di euro nel triennio 2005-2007 e, nello stesso periodo, con un giro d’affari di 12milioni nei “servizi di consulenza strategica, organizzativa e gestionale nell’ambito del servizio sanitario nazionale” – non richiede infatti solo una consulenza informatica. Ma una vera e propria attività di ricerca medico-scientifica.

Fra i servizi da offrire (riassunti in una tabella a pagina 70 del capitolato tecnico) ci sono:

1) Supporto strategico per l’evoluzione del NSIS,

2) Supporto alle analisi di qualità e completezza del patrimonio informativo NSIS,

3) Redazione degli studi di fattibilità NSIS,

4) Supporto nel governo del programma di attuazione del NSIS, 5) Sviluppo di metodologie per l’analisi dei fenomeni sanitari e 6) Monitoraggio dei Piani di rientro.

E’ dunque del tutto evidente che la consulenza sconfini in attività di pura ricerca, come quelle del punto 5, per le quali il dibattito nelle scienze cliniche, epidemiologiche, economiche è in corso e tutt’altro che concluso. Anche altre attività, pur potendosi configurare come consulenza, di fatto riguardano in larga misura l’analisi statistica (punto 2), e quella economico-giuridica (punto 6); viene poi naturale pensare che anche sul punto 3 l’expertise di statistici e ingegneri sia del tutto auspicabile.

C’è chiedersi, poi, se la strada di affidare tutto all’esterno possa coniugare efficienza e risultati: non sarebbe meglio pensare che il ministero sviluppi al suo interno tali professionalità (il fatto che vadano a gara deve far pensare che non siano attualmente disponibili)? E anche se l’outsourcing fosse del tutto necessario e opportuno, è possibile che non esistano nell’ambito della Pa (e in particolare negli Enti tecnici del settore sanitario) professionalità adeguate che possono essere messe a disposizione del ministero? Istanze che se accolte porterebbero a risparmiare parecchi soldi allo Stato. Soprattutto considerando che sulla busta paga di un ricercatore pubblico – con 25 anni di anzianità – risultano al massimo circa 150 euro al giorno. E non 533, come quelli previsti dal bando ministeriale.

di Federico Ferrazza per www.spreconi.it

7 aprile 2009

Articolo 21, una delle poche luci esistenti. Non spegnetela.

 

Il paradosso in cui si trova l’Italia da più di vent’anni è chiaro: siamo uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, abbiamo una costituzione tra le più avanzate del mondo e del vecchio continente ma, per responsabilità delle classi dirigenti italiane e per l’attuale situazione parlamentare, abbiamo un sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni che è proprio di paesi sottosviluppati o retti da sistemi autoritari. Il risultato è che l’informazione funziona assai male e che gli italiani soffrono sempre più di mancata libertà di informazione, diritto negato e  fondamentale della nostra costituzione.

In questa situazione un’associazione come articolo 21 che, negli ultimi anni ha visto crescere la propria azione a difesa dei diritti degli italiani, e dei lavoratori in particolare. Che conduce battaglie politiche e culturali per l’attuazione del dettato costituzionale e dello Stato di  diritto, è una delle poche luci esistenti in un panorama grigio e preoccupante. Non se ne può fare a meno ed è necessario che i giornalisti, gli studiosi e gli insegnanti, tutte le donne e gli uomini di buona volontà che sono ancora nel nostro paese facciano tutto quello che è nella loro condizione per evitare la chiusura dell’associazione e del sito che la rappresenta.

Si tratta, a mio avviso, non di un fatto marginale ma di un tema centrale nella battaglia che tutti noi dobbiamo condurre contro il populismo autoritario che ci domina.Non è il caso di temere il ritorno del vecchio fascismo, come qualcuno ancora dice e scrive, ma di prender atto che il regime italiano presenta questa nuova versione di regime autoritario retto da un leader populista e antidemocratico che continua a godere di una larga egemonia culturale in Italia e per questo vince con facilità il confronto con forze divise tra loro e in alcuni casi incerte e senza chiara identità.Ma il rischio è che un simile regime vada avanti ancora per un decennio e peggiori anno dopo anno.Le ultime, recenti  dichiarazioni di Berlusconi sul fastidio che gli danno le notizie e i commenti di alcuni giornali e televisioni fanno capire a tutti come da un momento all’altro la situazione possa peggiorare e chiudere ogni spazio ancora rimasto a una informazione libera nel nostro paese.E’ necessario reagire difendendo anzitutto la democrazia repubblicana e lo stato di diritto e schierandosi dalla parte dei lavoratori e delle masse popolari.

E’ quello che ha fatto articolo 21 e che è indispensabile possa continuare a fare nell’attuale congiuntura.

www.articolo21.info

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Gli articoli:

7 aprile 2009

Lasciamolo solo

Le minacce del presidente del Consiglio all’informazione non sono né “battute”, né “sfoghi”, né ”gaffes”, come le hanno subito liquidate gran parte dei giornali e la totalità dei telegiornali. Sono l’ultimo atto della putinizzazione del regime italiota, di cui fa parte la sindrome di Stoccolma con cui le vittime principali – i giornalisti – la subiscono, la metabolizzano, la minimizzano e la digeriscono.
Non dimentichiamo che questo volgare tirannello, in quindici anni, è riuscito senza colpo ferire a far fuori Montanelli, Biagi, Santoro, Luttazzi, Mentana, Freccero e Funari, per citare solo i bersagli più illustri. Ha mimato il gesto del mitragliatore dinanzi a una giornalista russa che aveva osato fare una domanda all’amico Putin. Ha seppellito i pochi giornalisti che lo criticano, italiani e stranieri, sotto una grandinata di cause civili per risarcimenti miliardari. Ha mobilitato le ambasciate italiane per protestare contro i giornali stranieri che lo dipingono per quello che è. Ha imbottito la Rai di suoi dipendenti e altri ne infilerà nei prossimi giorni. Sta tentando di imbavagliare Internet con leggi penose quanto i loro autori (il suo vero dramma è la rete, visto che manda in onda in presa diretta le immagini delle sue cazzate in giro per il mondo, rendendo vane le censure dei suoi maggiordomi televisivi).
Ora addita pubblicamente i giornalisti del suo codazzo, in gran parte già sdraiati ai suoi piedi, come “nemici dell’Italia”. Monologa dinanzi a loro, vietando di fargli domande (come se ne avesse mai ricevute). Minaccia “azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa” e ipotizza addirittura di dire “non guardate più una televisione”, lui che controlla due reti e due tg della Rai, tre reti e tre tg di Mediaset. Di fronte a questa deriva, gli appelli della Federazione della stampa e degli altri organismi di categoria, per quanto generose e doverose, sono del tutto inutili e sproporzionate alla gravità della situazione. L’Ordine dei giornalisti e la Fnsi dovrebbero invitare tutti gli iscritti a prenderlo in parola. Minaccia, “se le tv e le vignette e le cronache dovessero continuare”, di “non parlare più con nessuno”.
Benissimo: i giornalisti italiani disertino le sue finte conferenze stampa senza domande, all’estero e in Italia. Quando il ducetto è all’estero, ci saranno i giornalisti stranieri, che informeranno il mondo intero dell’assenza dei loro colleghi italiani. Quando è in Italia, resterà solo a cantarsele e suonarsele con Bonaiuti e i suoi dipendenti sparsi per gli house organ di famiglia. Solo una protesta corale e clamorosa della stampa libera, o di quel che ne resta, potrà finalmente costringere l’Unione Europea a fare ciò che oggi lo scrittore Antonio Tabucchi, presentando da Lucia Annunziata il nuovo libro di Antonio Padellaro, invocava a gran voce: un pronunciamento chiaro e netto sulla fine della democrazia in Italia.
di Marco Travaglio voglioscendere.ilcannocchiale.it
5 aprile 2009

Legge sul testamento biologico, contro la legge Calabrò.

L’Associazione culturale "Liberididecidere" ha lo scopo di promuovere iniziative, svolgere attività di studio, ricerca e divulgazione riguardanti il cosiddetto fenomeno bioetico con specifico riguardo al campo di applicazione delle scienze della vita e della salute, l’indagine e la riflessione sulle principali questioni attinenti l’inizio della vita umana e la fine della stessa con le relative implicazioni etico-sociali e medico-giuridiche. L’associazione è apolitica e non ha finalità di lucro.

L’Associazione potrà promuovere ed organizzare opportune forme di collaborazione con:
– Enti pubblici e privati e con Istituzioni Religiose;
– Assumere ogni opportuna iniziativa di carattere scientifico, amministrativo, culturale, legislativo;
– Organizzare convegni, riunioni, tavole rotonde, congressi; provvedere a pubblicazioni sull’attività svolta dall’Associazione, produrre materiali audiovisivi, editoriali e quant’altro inerente l’attività stessa;
– Favorire scambi culturali e di informazione in genere con Associazioni ed Enti che perseguono finalità analoghe o affini alle proprie.

L’Associazione può estendere la propria attività ad altri settori di interventi compatibili con le finalità dell’Associazione.
L’Associazione potrà compiere ogni azione, atto, direttamente o indirettamente strumentale al perseguimento degli scopi istituzionali e potrà avvalersi del supporto di professionisti, Enti ed Organismi specializzati, Società ed Istituti Universitari di ricerca, anche mediante appositi accordi e convenzioni, e dare la sua collaborazione ad altri enti per lo sviluppo di iniziative che si inquadrino nei suoi fini.
Essa dovrà tuttavia mantenere sempre la più completa indipendenza nei confronti degli organi di governo, delle aziende pubbliche e private, delle organizzazioni sindacali.
Possono far parte dell’associazione le persone fisiche e le persone giuridiche che per la loro attività di lavoro o di studio interessate all’attività dell’associazione stessa
.

dichiarazione_faidate_acr4.pdf

dichiarazione_notaio_acr4.pdf

Iscriversi all’associazione culturale "Liberi di decidere" è molto semplice,
basta
scaricare il modulo di adesione, leggere lo statuto dell’associazione, riempire il modulo,
pagare la quota associativa pari a euro 10,00
nei seguenti modi:

Bollettino postale
indicando il nostro numero di conto corrente postale n. 95156550
intestato a: Associazione Culturale Liberididecidere – 50100 Firenze

oppure

Tramite bonifico bancario

indicando il codice IBAN IT84Z0760102800000095156550
intestato a: Associazione Culturale Liberididecidere

 

e inviare via fax al numero 055 611250
il modulo di adesione compilato e la ricevuta del bollettino postale o la copia del bonifico bancario. 

In alternativa potete consegnarci tutti i documenti in uno dei prossimi incontri pubblici.

Grazie!

 www.liberididecidere.it

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