Posts tagged ‘Scuola’

8 aprile 2012

La Scuola mangiasoldi della moglie di Umberto Bossi

Manuela Marrone, la moglie del capo, di Umberto Bossi, se l’è inventata nel 1998. A lei, alla first sciura della Lega, proprio non andava giù la riforma delle elementari. Troppe insegnanti per classe, diceva. Maestra unica. Quello che ci vuole è la maestra unica, predicava la signora Bossi, pure lei maestra, ma baby pensionata a 39 anni. E allora ecco la scuola Bosina, per “un’educazione nel segno della tradizione”, recita lo spot. Sede a Varese, naturalmente, la vera capitale della Padania. È cresciuto a tutta velocità l’istituto lumbard. Nasce come scuola dell’infanzia, il vecchio asilo. A seguire arrivano le elementari, poi più di recente le medie. E, infine, dal 2010 c’è posto perfino per un liceo linguistico, perché il dialetto è bello, ma l’inglese serve.

UN SUCCESSONE: gli iscritti sono più di 300, si è vantato a suo tempo Dario Specchiarelli, il presidente della cooperativa che gestisce la scuola. Solo che adesso si scopre che il fiore all’occhiello dell’educazione leghista è stato generosamente innaffiato con i soldi pubblici. Fossero solo quelli delle cosiddette “leggi mancia”, i fondi stanziati ogni anno dal Parlamento per accontentare le più disparate richieste di deputati e senatori. Di questo già si sapeva e molto se n’è scritto in passato.    Peggio, ancora peggio. Un fiume di denaro, quello dei finanziamenti pubblici ai partiti, è stato dirottato negli anni dalle casse della Lega a quelle dell’istituto fondato dalla signora Bossi. Ne parlano al telefono l’ex tesoriere lumbard Francesco Belsito e la segretaria amministrativa Nadia Dagrada. Nei loro incauti colloqui intercettati dagli investigatori i due dirigenti leghisti hanno alzato il velo sulla contabilità nera del partito. Ce n’è per tutti. Anche per la scuola Bosina. La coppia dà i numeri: un milione e mezzo di mutuo arrivano da Pontidafin, la finanziaria della Lega, che si sommano a un altro obolo da 300 mila euro.

Ancora non basta, perché secondo quanto ricostruito dai carabinieri, i coniugi Bossi avevano chiesto a Belsito di mettere da parte un altro milione da destinare all’istituto varesino. Certo adesso servono le prove. Servono riscontri di fatto agli sfoghi telefonici dei due capataz leghisti che tirano in ballo la creatura di Manuela Marrone. Parole in libertà? Deliri di una coppia sull’orlo di una crisi di nervi? Può darsi. Di certo i conti della scuola Bosina, quelli ufficiali, quelli disponibili al pubblico, sembrano fatti apposta per alimentare sospetti.

Prendiamo il bilancio del 2010, l’ultimo depositato dalla cooperativa di cui risultano amministratori oltre al presidente Specchiarelli, anche la signora Bossi e Dario Galli, il presidente della Provincia di Varese di fedelissimo di Bobo Maroni nonché consigliere del gruppo pubblico Finmeccanica. Alla voce “ricavi delle vendite e prestazioni”, che poi sarebbero le rette pagate dagli studenti, c’è scritto “zero”. Proprio così, niente di niente. Eppure l’anno prima la stessa voce ammontava a oltre 400 mila euro. In compenso, spuntano oltre 500 mila euro iscritti a bilancio come non meglio precisati “ricavi altri”, circa 100 mila in meno di quelli registrati nel 2009. Come dire che, stando a queste cifre, nel 2010 la scuola Bosina sarebbe riuscita a incassare solo 500 mila euro contro il milione e passa dell’anno precedente. Solo che nel frattempo le spese sono addirittura aumentate: 1,3 milioni nel 2010 contro 1,1 milioni nel 2009. E tra i costi vanno segnalati quelli per imprecisati “servizi”, che nel 2010 sono addirittura esplosi (c’è scritto in bilancio) a 748 mila euro dai 300 mila del 2009.

SE I NUMERI sono questi, la Bosina se la passa veramente male. E infatti l’istituto tanto caro all’ex maestra Manuela Marrone ha chiuso il 2010 con una perdita di otre 800 mila euro, quasi il doppio delle entrate. Per tenere in piedi la baracca serve denaro fresco. Ed ecco che, sempre nel 2010, compare un debito di quasi 1,5 milioni. Nel documento non si spiega da dove siano arrivati questi soldi.    È stata Pontidafin, la finanziaria della Lega, a correre in soccorso della scuola? Mistero. Il bilancio della coop leghista non è davvero un monumento alla trasparenza. Una dozzina di paginette in tutto, senza lo straccio di una nota che spieghi le singole voci. L’unico fatto certo è che la scuola Bosina si è mangiata un sacco di soldi. Soldi anche nostri, dicono gli atti d’indagine. Soldi gestiti dalla signora Marrone in Bossi. Quella che voleva “l’educazione nel segno della tradizione”.

di Vittorio Malagutti, IFQ

19 gennaio 2012

Anti-camorra porta a porta

Bisogna eliminare il legame tra povertà e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli. Napoli-dispersione: binomio quasi automatico. Scampia – come Zen a Palermo – luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra. Alla presenza della cittadinanza locale – bambini inclusi –, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano – stretta di mano e bacio sulle labbra – il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan. E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona. Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.

NON È LA rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità siano le stesse. Non fa ridere. Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo. È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta. Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento. Ma tutto tace. Insensibilità o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione. Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che – in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) – fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate – e più disperse – d’Italia. Questo presidio di civiltà – la scuola – è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni. Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.

PROFUMO ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”. Aspettiamo. L’Italia è una, ma le sue realtà sono molte. Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società, l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità, coinvolgimento. E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità, alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro. Quale forza d’impatto può avere la scuola – anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età, partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità organizzata e dell’anti-Stato? Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione? Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà, la dignità della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità che tutela e che va tutelata. Molti bambini di Napoli – come in altre parti di Italia – hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità di credere nella legalità.    Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà? Fino a quando si perpetrerà lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

di Marina Boscaino, IFQ

4 novembre 2011

A Roma prove di Stato di polizia. Studenti schedati a scuola.

Cariche contro chi tenta di violare il divieto di manifestare

Sono arrivata a scuola alle otto meno un quarto e ho visto una cosa incredibile. Davanti al marciapiede, dove di solito parcheggiamo i motorini, era tutto pieno di poliziotti. Tre camionette blu e due auto con agenti in borghese. Un mio compagno si è avvicinato e ha chiesto: ma che state facendo? Identifichiamo quelli che vanno alla manifestazione, hanno risposto. Poi è arrivata la preside e li ha cacciati, mica ci potevano stare qui”. Fulvia, ieri mattina, non è andata con gli altri. C’era una lezione di filosofia cui teneva, per quello è rimasta al Liceo Mamiani in viale Delle Milizie, quello della fiction tivù “I Liceali”. “Sennò ci andavo eccome – spiega mostrando sul cellulare le foto scattate al mattino –. Vedi, cinque classi sono andate via in blocco, più altri sparsi, circa 140 ragazzi in tutto. E la Polizia dietro, una scena ridicola: hanno detto che eravamo una scuola a rischio, ma quando mai”.    Identica scena in altri istituti del centro: Tasso, Giulio Cesare, Virgilio, Righi, licei ritenuti pericolosi per aver dichiarato – in anticipo – di voler partecipare al corteo che sfidava l’ordinanza Alemanno contro i raduni in centro dopo il disastro del 15 ottobre. E gli studenti hanno deciso di organizzare una manifestazione proprio contro il divieto, convergendo sulla stazione Tiburtina. Da lì, tutti insieme, si doveva arrivare alla Sapienza passando dal centro.

MA, DAVANTI alla stazione, i circa 300 manifestanti hanno trovato i poliziotti schierati in assetto antisommossa: hanno urlato slogan, mostrato i loro scudi di cartone e gommapiuma, gridato la voglia di futuro oltre le nubi del presente italiano. In risposta, niente autorizzazione al corteo. Gli studenti hanno tentato di forzare il cordone, gli agenti hanno caricato: spinte e manganellate su giovani in gran parte minorenni, del tutto disarmati. Dopo le botte, alcuni si sono spinti in un’area interna al piazzale per sfondare la rete del cantiere e tentare la fuga. Gli agenti hanno attaccato ancora: oltre alla manifestazione non autorizzata, c’era il danneggiamento. Altre manganellate, qualche ragazzino inseguito nelle vie laterali, e poi un cordone tutto intorno alla piazza. “Ci hanno sequestrato, non possiamo uscire di qua senza farci identificare – raccontava un ragazzo al telefono –. Adesso ci sediamo per terra e vediamo che succede”. Dopo una lunga mediazione, cui hanno partecipato diversi genitori e alcuni esponenti dell’opposizione, si è arrivati alla soluzione: si poteva lasciare la zona a gruppi di trenta per raggiungere la Sapienza, ma niente centro. Alla fine tutti si sono riuniti davanti all’università decidendo di riconvocarsi per il 17 novembre: con o senza il consenso di Alemanno.

Che ha commentato così: “Per fortuna non ci sono stati grandi incidenti, e mi dispiace sinceramente che la forza pubblica sia dovuta intervenire. Però ci sono delle regole che tutti devono rispettare. È chiaro che il Questore ha dovuto fare il suo mestiere, così come il sindaco che deve rispettare i diritti degli studenti ma anche quelli dei cittadini romani che non vogliono vedere la propria città messa sempre a dura prova da continue manifestazioni”. Dunque massima sintonia tra le istituzioni cittadine, e una certa soddisfazione per aver evitato noie al traffico. Peccato che la stazione sia rimasta chiusa per ore, i bus dirottati e le vie di accesso chiuse. Giuseppe, papà di uno studente 17enne, è stupito da tanta approssimazione: “Ho assistito a una gestione della piazza ridicola. Centinaia di agenti ed elicotteri per pochi studenti. Impediscono ai ragazzi di uscire dalla piazza. Ma con quale credibilità si agisce così? Perché dovrebbero identificare ragazzini minorenni che non rappresentano nessuna minaccia quando nel Paese ci sono rappresentanti in odore di crimini ben più gravi?”.

SECONDO la Questura, tutto regolare. L’avviso rivolto alla popolazione sui rischi “civili, penali e amministrativi” del partecipare a un corteo non autorizzato era sufficiente a giustificare la richiesta di documenti a tutti quelli che apparivano in procinto di organizzare o seguire l’evento. Flavia scuote la testa: “C’era anche un fotografo davanti alla scuola, la mattina. Faceva strane foto, non credo fossero per i giornali”. Le identificazioni ieri sono state oltre 300, e ora verranno denunciate almeno dieci persone per “invasione di terreno”. Nei confronti degli altri si sta valutando l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

Insomma Digos e agenti, tutti impegnati a perseguire pericolosi studenti liceali mentre ieri il Tribunale del Riesame ha deciso gli arresti domiciliari per sette tra gli arrestati di San Giovanni. Uno resta in carcere a Roma e un altro a Chieti (Leonardo Vecchiolla). Per altri due romani, tra cui Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, si deciderà nei prossimi giorni.

di Chiara Paolin, IFQ

La polizia davanti al liceo Mamiani di Roma. (FOTO ANSA) 

17 giugno 2011

La “peggiore istruzione”. Altri 20 mila insegnanti a casa

Terza tranche di tagli alle scuole. Licenziati anche 14.200 tecnici.

Non ci sono solo precari nella parte “peggiore” del Paese: da settembre, a ingrossare le file degli sgraditi al ministro Renato Brunetta ci saranno anche 33.900 disoccupati in più tra docenti e personale tecnico della scuola.    Quando i bambini torneranno sui banchi non troveranno 19.699 insegnanti che fino all’anno scorso li hanno seguiti. Nonostante l’altro ieri il Consiglio di Stato abbia accolto la class action contro le classi “pollaio”, i tagli imposti dai ministri dell’Istruzione e dell’Economia, Mariastella Gelmini e Giulio Tremonti, con la Finanziaria 2008, continuano a falcidiare la scuola pubblica. A farne le spese saranno gli studenti, costretti a rinunciare a molte ore di lavoro con i loro docenti e le famiglie che dovranno rinunciare al tempo pieno. In Lombardia, per esempio, saranno tagliate 2.415 cattedre tra scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I e II grado, di cui la metà nella sola città di Milano che eliminerà 482 insegnanti nelle scuole superiori. Non va meglio agli studenti piemontesi che su un totale di 42 mila cattedre ne vedranno tagliate 1.179 di cui 625 a Torino e, complessivamente, 796 alle elementari. La situazione del Sud non è più rosea: in Campania il taglio sarà di 2.234 insegnanti, più della metà nella città di Napoli. Chi ne risentirà di più sono gli studenti della scuola superiore, che perderanno 1.081 docenti.

IL MINISTRO dell’Istruzione ha giustificato la riduzione affermando che i docenti “in Italia sono troppi”. Ma qualunque persona abbia avuto un contatto con la scuola pubblica sa invece che la verità è un’altra: la carenza di personale costringe all’addio al tempo pieno, a un numero sempre più ridotto di ore di compresenza tra insegnanti, che significa sostegno ai disabili e recupero per chi incontra maggiori difficoltà.    “Il taglio di 19.699 docenti provocherà l’ulteriore peggioramento della qualità dell’offerta formativa nella scuola pubblica – spiega Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – non si riesce più a garantire tutto il tempo pieno nella primaria e di quello prolungato nella secondaria. Alle superiori la riduzione di ore d’insegnamento e di laboratorio non garantiscono il salto di qualità necessario a garantire ai ragazzi una formazione all’altezza delle innovazioni del mondo del lavoro”.    I numeri delle altre regioni sono anche peggiori: in Sicilia, su un totale di 62.418 cattedre è previsto un taglio di 2.534 insegnanti, in Veneto di 1.398, in Abruzzo di 475, in Basilicata di 373 e in Calabria resteranno a casa 1.093 docenti. Stessa situazione al centro: in Emilia Romagna il taglio sarà di 881 cattedre, 917 in Toscana, 512 nelle Marche, 246 in Umbria, 158 in Molise e 1.989 nel Lazio, di cui 1400 nella Capitale. Infine, 364 insegnanti in meno in Friuli Venezia Giulia, 383 in Liguria, 670 in Sardegna e 1.878 in Puglia.    Non meno allarmanti i numeri che riguardano il personale tecnico amministrativo che vedrà ridurre il proprio organico di altre 14.200 unità. Infatti il piano triennale imposto dal governo con l’articolo 64 della legge 133 del 2008 ha tagliato in tutto 87.400 cattedre e 44.500 Ata tra il 2009 e il 2012.    “Questo significa che migliaia di precari resteranno senza supplenze annuali – analizza Pantaleo – e tantissimi docenti saranno dichiarati in soprannumero e quindi costretti a cambiare sede o a fare da tappabuchi. Nel mezzogiorno la situazione è disastrosa. Di epocale nelle politiche del ministro Gelmini ci sono solo i licenziamenti di massa, la mortificazione delle professionalità e la distruzione della scuola pubblica per lasciare campo libero alla privatizzazione della istruzione pubblica”.

“NON APPAGATI dal triplice schiaffo preso tra amministrative e referendum, forse non hanno capito che i cittadini, nel conto presentato al Governo, hanno messo anche i tagli all’istruzione – dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Partito democratico – quale sarà l’effetto dell’ennesimo taglio? Classi affollate oltre ogni limite di legge, liste d’attesa nella scuola dell’infanzia, definitiva cancellazione delle compresenze e del tempo pieno, impossibilità per le scuole di organizzare i laboratori, meno sostegno per gli studenti con disabilità e altri precari licenziati che non sapranno di che vivere. Il risultato sarà un Paese meno uguale e con meno opportunità di crescita. Abbiamo chiesto la cancellazione dei tagli e la stabilizzazione di chi lavora su posti vacanti. Ma la miglior cosa sarebbe che questo governo, che non rappresenta più il sentimento di un Paese intero, andasse a casa”.    Senza dimenticare la denuncia dei sindacati di base sulla cassa integrazione prevista per 11.500 lavoratori nel settore delle pulizie. Forse servivano a pulire le cattedre che non ci saranno più.

di Caterina Perniconi, IFQ

 

29 marzo 2011

La scuola fa, il mondo disfa

“L’amministrazione    dello Stato, come la tutela privata, deve essere gestita nell’interesse di coloro che le sono stati affidati, non di coloro ai quali è stata affidata”. Sarei certamente inserita tra i professori sessantottini e comunisti, che “inculcano principi” e da cui bisogna guardarsi ricorrendo alle scuole private. Ma non ho proposto la lettura di un sovversivo; è Cicerone, De officiis – Sui doveri, monumento didattico-pedagogico destinato più di 2000 anni fa alla classe dirigente di Roma. Traduciamo, i ragazzi ed io, trovando a ogni passaggio spunti di riflessione sull’oggi; e – temo – alimentando sempre più nei diciottenni l’idea di un mondo schizofrenico, dove la scuola propone e altri dispongono in modo opposto, sconfessando contenuti, modelli, finalità. II ora: Barocco e sentimento del tempo; infinitamente grande e infinitamente piccolo; l’oltre e l’iperrealismo: quanta vicinanza con il ‘900 in un tempo lontano e in linguaggi remoti, come quelli di certi sonettisti. Mi sposto in III: Primo Levi. Il progetto è finalizzato alla riflessione su memoria e diritti umani: i sommersi e i salvati, dicotomia universale. È ancora impossibile, per fortuna, leggere la prosa sobria e asciutta di Levi (nella foto) senza avvertire palpabile l’emozione: nell’aula e nei visi dei ragazzi, così disabituati all’espressione di sentimenti non ripresi da una telecamera e magari mercificati. Giovenale e l’indignatio, musa ispiratrice di fronte all’inarrestabile dilagare del vizio.    Esco da scuola, accendo la radio, Gr1. Il Mediterraneo è una polveriera. La guerra – si chiama così: ancora, sempre, forse? – a un passo da noi e ovunque, senza condizionare le nostre vite, a parte il prezzo della benzina. Negli ultimi 2 mesi coloro che vivono dall’altra parte del mare si sono trasformati, hanno detto basta. A chi, a che cosa, in quale direzione i miei studenti non l’hanno saputo; e forse, non lo so nemmeno io. Il reattore è sempre lì, minaccioso. Andremo a votare un referendum, andranno anche loro, alcuni per la prima volta. Con quale consapevolezza? Ruby e il 6 aprile che si avvicina.    Il nostro lavoro è utile solo piegando le discipline a sapere critico, formazione e valorizzazione di strumenti per interpretare il reale. Rifiuto per lo più tecnicismi o nozionismi e preferisco una didattica basata sulla capacità di mettere in relazione – mediante concetti organizzatori – le espressioni culturali dell’uomo di ieri e di oggi. Cultura come cittadinanza consapevole, l’obiettivo. Oggi non so più: ho l’impressione di vivere una sorta di Arcadia occidentale, in cui parte della scuola – la maggior parte – fa; e una parte del mondo – la maggior parte – disfa. In cui parole, chiavi di interpretazione, raffinatezza e profondità dei percorsi appaiono ridotti alla celebrazione di se stessi, perché non riescono più – contra-stati da altri modelli, sopraffatti da altre necessità e dalla lontananza di spendibilità e utilità immediate da sms – a dire parole incancellabili. Il mondo cambia vertiginosamente e l’impressione è che i nostri linguaggi non siano più efficaci per intercettare quel cambiamento in modo significativo. Mi chiedo se a capire l’oggi e il domani globalizzati sia sufficiente penetrare lo ieri mediterraneo. Se un brano di Seneca, Dora Markus di Montale o anche la visione e il commento di La rabbia di Pasolini possano stimolare domande, fornire risposte, indicare strade. Non si tratta dell’efficacia di quei messaggi, ma dello iato tra ore di scuola e minuti del Gr. Della consapevolezza di appartenere a una comunità educante che si sente priva di mandato; che deve prendere per mano generazioni sempre più smarrite, a cui non è più in grado di garantire interpretazioni del mondo solide ed efficaci. Dubbio moltiplicato, perché delle notizie di quel Gr io per prima capisco il significato, ma mi sfugge il senso. Ogni volta è più dura. Ma ogni volta riemergo più convinta: quelle parole, immagini, formule dicono l’uomo di sempre. Non è l’Arcadia, ma il miracolo laico dell’esercizio della critica e della divergenza. Che non di rado mi pare di intuire negli sguardi dei miei alunni, di leggere nelle loro parole.

di Marina Boscaino, IFQ

12 marzo 2011

LA COSTITUZIONE È VIVA ECCO L’ITALIA CHE LA DIFENDE

Il conto alla rovescia è finito e oggi “scatta” il C-day. Manifestazioni in cento città in tutta Italia, da Trieste a Palermo, da Voghera a Nuoro, con presidi anche all’estero, da Amsterdam a Madrid, da Londra a Praga: si presenta così la mobilitazione “A difesa della Costituzione, se non ora quando?” che vedrà a Roma l’evento clou, con un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo (aperto da un gigantesco tricolore di 200 metri quadrati ed uno striscione che dirà che la “Costituzione è viva”), dove sul palco saliranno artisti, costituzionalisti, attori e musicisti. Il tutto a difesa della Carta: “Vogliamo scattare una foto che non sia la foto di famiglia della sinistra italiana, ma di uno schieramento inedito, trasversale”, spiegano i promotori, l’associazione Articolo21. Tricolore al   collo e Costituzione in mano, la giornata di oggi si inserisce in un periodo di intensa mobilitazione: dalle manifestazioni delle donne del 13 febbraio, alla festa dell’8 marzo, fino ad arrivare a quella promossa da Di Pietro, per i referendum, il 19. Tra la riforma della giustizia, gli (ennesimi   ) tagli alla cultura, l’attacco alla scuola pubblica, gli assalti all’informazione, soltanto la cronaca degli ultimi giorni rinforza la scelta di scendere in piazza. E a manifestare ci sarà anche il popolo   della scuola. Tra gli organizzatori anche Libertà e Giustizia, Anpi, Anpas, Cgil, Popolo Viola e Rete Viola. Mentre si moltiplicano continuamente le adesioni, da quelle di associazioni e gruppi   organizzati, a quelle individuali. Tra le ultime, quella di Oscar Luigi Scalfaro. Che ha denunciato “i tentativi di aggressione alla Carta che passano soprattutto attraverso i propositi di riduzione   dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura”. A Roma, sul palco ci saranno personaggi dello spettacolo, da Ottavia Piccolo a Monica Guerritore, da Ascanio Celestini all’orchestra che intonerà, assieme a un coro di centinaia di persone, il Dies Irae di Mozart e il Va pensiero di Verdi dal Nabucco. Poi Roberto Vecchioni; un genitore della scuola di Adro, rappresentanze   del popolo libico; il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale; il costituzionalista Alessandro Pace, i cantautori Francesco Baccini, Daniele Silvestri.      Se il corteo centrale sarà a Roma, molto importante, tra gli altri, l’appuntamento di Milano: a Largo Cairoli, con inizio alle 15 sul palco ci saranno tra gli altri, Dario Fo, Vincenzo Consolo, Moni Ovadia, Piero Ricca.    Dal comitato promotore mettono l’accento sul fatto che si tratta di una manifestazione che ha come protagonista la società civile, ma a partecipare saranno tutte le opposizioni: dal Pd, che ieri ha affidato la sua adesione al responsabile organizzazione, Nico Stumpo a Nichi Vendola, da Angela Napoli, Fabio Granata e Flavia Perina di Fli a Bruno Tabacci e Pino Pisicchio di Api. E poi la Federazione della Sinistra, i Verdi e qualche esponente dell’Udc. Da notare l’iniziativa di Filippo Rossi. Il suo web magazine, che faceva capo alla Fondazione FareFuturo, è stato chiuso anche per l’adesione annunciata del direttore alla manifestazione di oggi. E lui ricomincia da qui: la sua nuova rivista online, il “Futurista” vedrà la luce all’inizio   della prossima settimana. E Rossi sarà a Parigi, al “Petit Thèatre du Bonheur” di Montmartre, per presentarlo, partecipando “in trasferta” all’iniziativa di Articolo 21.

Viva la Carta Il simbolo della manifestazione e gli appuntamenti principali

 

1 marzo 2011

Scuola e Costituzione: il 12 marzo piazza di resistenza

L’occasione per una manifestazione unitaria dell’opposizione è il 12 marzo. Un’enorme bandiera tricolore, tante copie della Costituzione, un messaggio semplice: “Difendiamola!”.    A cinque giorni dall’anniversario dell’Unità d’Italia, l’appello a scendere in piazza è rivolto a tutti coloro che la Penisola vogliono vederla unita sotto gli stessi colori e la stessa carta. Il comitato promotore “a difesa della Costituzione” è riuscito a mettere insieme Futuro e Libertà con Rifondazione comunista. Ci saranno infatti Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci e Pino Pisicchio dell’Udc, Rosy Bindi e Pier Luigi Bersani per il Partito democratico, e poi Nichi Vendola, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, la Cgil, il Popolo   viola, Valigia blu, La tavola della pace. Ma soprattutto sfileranno insegnanti e studenti della scuola pubblica, tutelata dall’articolo 33 della Carta costituzionale, minacciata da un governo che la ritiene un luogo “dove si inculcano agli studenti valori diversi da quelli delle famiglie, dove i ragazzi non sono educati liberamente”.    “DOPO AVERE imbavagliato giudici e giornalisti, ora vorrebbero farlo anche con i professori, gli studenti e le famiglie – spiega Giuseppe Giulietti, uno degli organizzatori con l’associazione di cui è portavoce, Articolo 21 – è un delirio che va arrestato, mettendo insieme chiunque abbia a cuore la legalità repubblicana”.    Le carte in regola per riempire le   piazze in tutta Italia ci sono. L’evento più importante sarà quello romano. Appuntamento in Piazza della Repubblica e corteo fino a Piazza del Popolo. I due luoghi, dal nome evocativo, non sono stati scelti a caso. Sul palco nessun politico e nessuna associazione   . L’idea, spiegano gli organizzatori, è quella di non dare la parola a chi parla “per sé” ma solo a persone che parlano “per tutti”. Perciò a leggere gli articoli della Costituzione “che rischiamo di perdere” ci saranno personalità del mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo e della scuola.    La speranza degli organizzatori è che a concludere la manifestazione sia Roberto Vecchioni, cantante e professore insieme, con la sua “Chiamami ancora amore”, che racconta “i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero”.    Le adesioni vengono raccolte sul sito  adifesadellacostituzione.it  . Ci sono le firme illustri e quelle dei cittadini. C’è l’appello dell’associazione   finiana FareFuturo firmato da Filippo Rossi, secondo il quale “è arrivato il tempo dell’azione, il tempo per una destra moderna e non berlusconiana di mettersi in gioco, di scendere in piazza. Perché non si può più star zitti. Perché il mondo vero è là fuori, non certo in Parlamento”. E c’è quello dell’Unione degli Universitari, che ricordano, a chi rischia di dimenticarlo, chi sono: “Siamo quegli studenti che leggono, discutono e conoscono la Costituzione italiana, che si emozionano quando sentono parlare i Padri costituenti e i partigiani che hanno liberato e costruito un paese democratico. Gli stessi studenti che rabbrividiscono quando la Costituzione viene vista dai partiti e dalle forze politiche come qualcosa da osannare o calpestare   a seconda dello schieramento”. E sembra già di sentire Vecchioni: “Per la nostra memoria gettata al vento, da questi signori del dolore, chiamami ancora amore”.

di C. Pe.  – IFQ

 

30 novembre 2010

Riforma Gelmini, da Torino a Palermo si riaccende la protesta

A Roma uova e bottiglie contro i blindati della polizia. A Bologna escrementi in una sede del Pdl. A Milano scontri con i carabinieri. A Palermo traffico paralizzato. Gelmini accolta in Consiglio dei ministri da un applauso. Sacconi: ”Vadano a scuola a studiare”.

A Pisa gli studenti hanno occupato i binari della stazione, mentre a Milano ci sono i primi scontri con le forze dell’ordine, a Bari i manifestanti hanno occupato il teatro Petruzzelli e a Bologna bloccata l’autostrada A14. La protesta dunque non si ferma. E mentre a Roma piazza Montecitorio è presidiata da Carabinieri e Polizia, nelle altre piazze d’Italia, da Venezia a Palermo si registrano cortei e proteste.

Torino. Uno dei più trafficati accessi alla tangenziale di Torino, in corso Regina Margherita, è stato bloccato nel primo pomeriggio da alcune centinaia di studenti che protestano contro la riforma Gelmini. Ma sulla tangenziale la circolazione non è interrotta, precisa la Polizia stradale. Si tratta di uno spezzone del corteo che si è diviso in due tronconi: il secondo si è diretto verso la stazione ferroviaria di Porta Nuova con lo scopo di bloccarla. In numerosi punti della città il traffico è fermo. Vi sono stati anche diversi momenti di tensione tra i manifestanti e gli automobilisti. In mattinata alcune decine di studenti si sono staccati dal corteo per effettuare un blitz negli uffici del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), in via Pietro Micca. Prima hanno colpito il portone d’ingresso dell’edificio con un lancio di uova, poi lo hanno sfondato e sono saliti al secondo piano, dove hanno si trovano gli uffici, e hanno sfondato un altro portone rompendo una sbarra. Si sono fermati soltanto davanti ai vetri antiproiettile che proteggono i dipendenti del ministero. Subito dopo sono scesi e si sono ricongiunti al corteo. Sul posto sono presenti gli agenti della Digos che stanno facendo accertamenti e indagini.

Milano. Scontri tra studenti universitari e Carabinieri. Un lancio di oggetti contro i Carabinieri ha costretto i militari a rispondere con una carica. L’episodio è avvenuto in Via dell’Orso, in pieno centro. Dopo gli scontri di via dell’Orso gli studenti si sono diretti in via Manzoni, all’altezza di Montenapoleone, una delle strade del quadrilatero della moda a Milano. Studenti da una parte, carabinieri e polizia in assetto antisommossa dall’altra, si stanno fronteggiando ma senza scontri. Il tentativo degli studenti è quello di raggiungere Piazza Duomo, ma le forze dell’ordine impediscono di arrivare al salotto buono della città. Gli studenti stanno bloccando una delle strade principali provocando gravi disagi alla circolazione del centro.  Sono almeno 5mila gli studenti milanesi scesi in piazza. Il corteo principale, partito da piazza Cairoli, ha attraversato il centro della città, poi si è più volte separato in diversi spezzoni che hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine. Dopo una breve occupazione della stazione Cadorna e della stazione Garibaldi, dopo il lancio di uova contro una sede distaccata dell’università Cattolica, parte degli studenti ha fronteggiato polizia e carabinieri in corso di Porta Romana, ma non si sono registrati scontri. Intanto, altri studenti hanno tentato in mattinata di avvicinarsi a Palazzo Marino, ma sono stati prontamente allontanati.

Brescia. Scontri in piazza Loggia e nell’aula magna della facoltà di Economia e Commercio occupata. Intorno alle 10 il corteo degli studenti ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che si trovava di fronte a palazzo Loggia, per entrare nella sede dell’amministrazione comunale. Ne sono nati dei tafferugli in cui i manifestanti hanno lanciato bottiglie contro le forze dell’ordine e gli agenti hanno fatto ricorso al manganello. Un giovane è stato fermato. Poco dopo, gli studenti si sono spostati nella facoltà di Economia dove attualmente si trovano.

Venezia. In centro storico, sulla terrazza (altana) di Palazzo Cappello che si affaccia sul Canal Grande è stata occupata da una ventina tra ricercatori, precari e studenti. Palazzo Cappello, sede degli studi euroasiatici di Cà Foscari, è stato sede della protesta già ieri. Sulla facciata è stato steso lo striscione “Ddl gelmini no riforma sì”, scritto in rosso e blu come la vecchia matita per correggere i compiti in classe. Verso il tetto, invece, è comparsa su un lenzuolo bianco la scritta che recita “difendiamo la ricerca”. In terraferma, lungo il Corso del Popolo di Mestre, circa 200 studenti delle scuole medie superiori hanno sfilato con musica a tutto volume, slogan e striscioni. Tra le scritte “blocchiamo la riforma” e “rovinate la scuola, distruggete il futuro”.

Genova. Momenti di tensione, manganellate e brevi scontri con le forze dell’ordine davanti alla Prefettura di Genova, un ferito tra gli studenti. Occupato simbolicamente Palazzo Ducale. I manifestanti hanno gridato “dimissioni”, “Berlusconi mafioso” e altri insulti al governo davanti alla prefettura e lanciato oggetti, uova e fumogeni contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Alcuni tra gli organizzatori hanno cercato di riportare la calma, bloccando i manifestanti più esagitati, mentre le forze dell’ordine tiravano qualche manganellata. Quindi il corteo proveniente da piazza Caricamento ha ripreso la strada andando verso piazza Corvetto. Tra gli slogan del corteo “Contro la crisi del padrone lotta di classe rivoluzione” e “sciopero generale”. In tarda mattinata nel cortile del rettorato verrà seguita la diretta della discussione alla Camera della riforma Gelmini, grazie a un megaschermo installato dai ricercatori precari.

Bologna. La protesta anti Gelmini ha bloccato l’autostrada, l’obiettivo dei contestatori ora è la Stazione Centrale per invadere i binari. Le Forze dell’Ordine schierate davanti all’ingresso hanno impedito il tentativo degli studenti respingendoli. Sono volati degli oggetti e qualche manganellata. Il tentativo per ora è andato a vuoto. Nella mattina una trentina di chili di escrementi, portato in sacchetti di plastica, sono stati gettati da un gruppo di manifestanti all’interno della sede del Pdl di via Santo Stefano, nel pieno centro di Bologna, di cui era stata rotta la vetrina. L’episodio, secondo alcuni manifestanti, sarebbe stato compiuto dallo Spazio sociale studentesco. Il corteo, alcune migliaia tra universitari e studenti delle superiori è entrato, passando dal casello della Fiera, nel tratto cittadino dell’A14, invadendo entrambe le carreggiate. La circolazione era stata precedentemente deviata dalla polizia. Il serpentone, un’unione di due cortei, era partito dal centro della città. Poi ha deviato dai viali di circonvallazione su via Stalingrado e poi su via Aldo Moro transitando davanti agli uffici della Regione. Da lì la manifestazione si è diretta decisamente verso il casello dell’autostrada. Dopo un breve presidio, appena entrati in direzione nord (lungo la cui direzione si è diretto in marcia), in attesa che il corteo si ricompattasse, al grido di «blocchiamo tutto» è scattata l’invasione.

Pisa. Gli studenti hanno occupato i binari della stazione, bloccando i treni in arrivo e in partenza. Da stamani in migliaia, si parla di 7.000, stanno percorrendo in corteo i lungarni cittadini per protestare contro il disegno di legge di riforma universitaria. In più punti della città il traffico risulta paralizzato o fortemente rallentato a causa del lungo serpentone di manifestanti. Intanto, alcune centinaia di studenti medi superiori hanno raggiunto il Ponte delle Bocchette, alla periferia nord est della città bloccando una delle principali vie d’accesso a Pisa.

L’Aquila. Prosegue, da ieri, l’occupazione in tre facoltà dell’Università dell’Aquila (Scienze, Ingegneria, Lettere e Filosofia); intanto gli studenti hanno elaborato e condiviso nelle ultime ore un documento per mettere in evidenza i punti di criticità del Ddl Gelmini in discussione alla Camera. La piattaforma, discussa nel polo scientifico di Coppito, definisce “inaccettabili” i contenuti del Ddl riguardo alla governance degli atenei e contesta i tagli, “l’ingresso dei privati nei Cda accademici” o il ricorso al prestito d’onore. Le assemblee denunciano anche la difficile situazione del diritto allo studio nel capoluogo abruzzese, che vive ancora le difficoltà del post terremoto. Tante le adesioni, nonostante la neve caduta copiosa stanotte e le temperature rigide. Circa 500 persone sono transitate a Ingegneria, tanto da spingere i rappresentanti a limitare gli accessi ai soli studenti della facoltà. Per la città dell’Aquila, l’occupazione di facoltà universitarie rappresenta un evento straordinario: gli ultimi episodi, ad eccezione di qualche caso sporadico, risalgono a quindici anni fa.

Roma. Gli studenti, provenienti dal Pantheon, hanno trovato la strada per Montecitorio sbarrata dai blindati della Polizia e hanno iniziato a lanciare bottiglie vuote e uova contro le forze dell’ordine. Esplosi anche alcuni petardi. La polizia non ha reagito. Ma i contestatori minacciano: “Se non sarà la Camera, se non raggiungeremo Montecitorio, allora colpiremo altri palazzi del potere”. In mattinata un migliaio di studenti,  ha riempito la scalinata del Campidoglio. Centinaia di dimostranti provenienti da alcuni istituti superiori della capitale, tra cui Ilaria Alpi, il Gassman, il Visconti, il Virgilio, stanno urlando slogan per protestare contro l’approvazione della riforma proposta dal governo Berlusconi. Tra i cori intonati dagli studenti: “La nostra cultura a noi non fa paura”, “Come nasce la dittatura, con i tagli alla cultura”, “Noi non moriremo precari”. Tra i dimostranti iniziano ad arrivare anche alcuni ricercatori e universitari, oltre a sindacalisti della Cgil.

Napoli. E’ partito, da piazza del Gesù il corteo degli studenti delle scuole medie superiori e universitari. Sacchetti di immondizia sono stati gettati davanti all’ingresso del palazzo della Provincia di Napoli e il lunotto posteriore di un’auto della polizia sfondato dai dimostranti dinnanzi all’ingresso della Questura in via Medina. Mentre in via Chiatamone alcuni contestatori hanno lanciato vernice rossa contro l’insegna del Cepu. Lanci di uova, sacchetti d’immondizia e vernice rossa contro il portone della sede dell’Unione degli industriali di Napoli, in piazza dei Martiri. Il portone è chiuso ed è presidiato dalla polizia in assetto antisommossa. I manifestanti si sono spostati da piazza dei Martiri alla vicina piazza Vittoria dove è in corso un blocco stradale.

Bari. “Gelmini cala il sipario”: è quanto scritto sullo striscione srotolato da un balcone del teatro Petruzzelli di Bari, da una delegazione di studenti dell’Università di Bari che ha occupato simbolicamente il politeama. “Lo stesso striscione  lo abbiamo srotolato ieri dall’interno del teatro Piccinni di Bari, ma alcuni esponenti del centrodestra al Comune lo ha strappato: sono ancora visibili – sottolineano – i lembi dello striscione che sventolano”. Fuori dal teatro Petruzzelli ci sono numerosi studenti e ricercatori baresi. “Eravamo partiti in 600 da centro città – dicono gli organizzatori – e poi ci siamo incontrati con altri gruppi di studenti del Campus al ponte di corso Cavour”, che successivamente, dopo poco, hanno liberato.

Palermo. La città è paralizzata. Il centrostorico, la zona dei palazzi della Regione e dell’Ars, le principali arterie commerciali, sono percorse dai vari cortei degli studenti medi e degli universitari che stanno realizzando il “blocchiamo tutto day”. Il traffico è in tilt. Migliaia di studenti si trovano in via Volturno, a Palazzo d’Orleans e stanno confluendo verso la Cattedrale per percorrere corso Calatafimi con l’intenzione di andare a bloccare l’autostrada Palermo-Messina-Catania-Trapani. Il coordinamento degli studenti medi afferma che per le strade ci sono circa 50 mila studenti. Stime delle forze dell’ordine parlano di diecimila persone. I giovani di “Azione Universitaria” sostengono invece che “la stragrande maggioranza degli studenti non va ai cortei guidati dai baroni e soltanto mille studenti, su oltre sessantamila iscritti all’ateneo di Palermo, hanno aderito alla manifestazione di questa mattina”. Azione Universitaria annuncia “una campagna capillare in tutte le facoltà dell’ateneo di Palermo per spiegare agli studenti i veri effetti che la riforma avrà sull’università.

Catania. La stazione ferroviaria di Catania è rimasta bloccata per un’ora, dalle 11.20 alle 12.20. La circolazione ferroviaria è tornata alla normalità dopo che i manifestanti hanno abbandonato i binari. Il blocco del traffico, secondo quanto hanno comunicato le ferrovie dello Stato, ha causato ritardi medi di 25 minuti per due treni a lunga percorrenza.

Il Fatto Quotidiano

18 novembre 2010

Piazze e radio contro la “riforma” Gelmini. Qualcuno lotta ancora.

20 ottobre 2010

La formidable réussite scolaire des enfants d’Asiatiques

Une étude de l’Ined montre également que les filles d’immigrés obtiennent de meilleures performances que leurs frères.

Dis-moi qui sont tes parents, je prédirai ton destin, semble dire l’enquête Trajectoire et Origines (TEO), qui s’appuie sur un large échantillon d’immigrés et d’enfants d’immigrés. Les statistiques présentées ce mardi par l’Ined sont implacables. Les enfants d’Asiatiques connaissent une éclatante réussite scolaire. La moitié des femmes descendantes d’Asiatiques (entre 18 et 50 ans) sont diplômées du supérieur contre 37% pour l’ensemble des Françaises. Les hommes survolent également les classements, avec près de 47% de diplômés du supérieur.

Aux États-Unis, les chercheurs analysent les performances des Sino-Américains depuis des années. La culture d’origine, la valorisation de la réussite, notamment financière, ou encore la calligraphie semblent contribuer à leur rayonnement, selon Peter Kwong, professeur à l’université de Hunter, à New York. En France, les démographes se penchent tout juste sur la réussite des enfants de Vietnamiens, Laotiens, Cambodgiens, de Chinois… Ils semblent échapper au déclassement souvent subi par leurs parents.

 

Car la migration a son cycle, observé dans tous les pays: la première génération peine à valoriser ses diplômes, perd en statut social. Les enfants rattrapent la société d’accueil. La troisième génération émerge vraiment.

Si les descendants d’Asiatiques brûlent les étapes, le sort des enfants de Maghrébins, d’Africains ou de Turcs est plus contrasté. Les femmes s’en sortent bien. L’enquête Trajectoire et Origines (TEO) confirme ce que l’on pressentait.

Les filles de Maghrébines et d’Africaines inversent «les rapports de genre dans l’accès aux niveaux d’instruction les plus élevés», affirment les chercheurs de l’Ined qui conduisent cette enquête depuis deux ans. «Plus surveillées, plus encouragées peut-être, elles misent clairement sur l’école et bénéficient aussi de l’indulgence des professeurs», avance Cris Beauchemin. Un tiers des filles d’origine africaine obtiennent un diplôme du supérieur, comme les autres Françaises. Elles trouvent ensuite plus facilement du travail que leurs frères, avec des salaires comparables à ceux de la population majoritaire.

Dans cette percée féminine, les descendantes d’Algériens semblent en retrait. Tandis que les filles de Turcs font l’exception: elles sont rarement diplômées et se trouvent pratiquement absentes du marché du travail. «Le poids de la famille et des interdits pèse. Les allées et venues sont surveillées», souligne Gaye Petek, spécialiste de la communauté turque.

Quelle que soit leur origine, le sort des garçons s’avère cruel. Ils ont beau rêver de diplômes prestigieux, s’investir plus que leurs voisins de quartier pour gagner l’université, ils connaissent l’amertume des promesses non tenues. Souvent fils d’ouvriers, ils sont pénalisés dans le système scolaire et massivement orientés vers des voies d’apprentissage. À milieu social équivalent, ils sont plus nombreux à poursuivre leurs études. Mais le diplôme supérieur en main, ils se trouvent deux fois plus au chômage que les autres Français. Lorsqu’ils sont embauchés, ils sont sous-payés, affirme l’étude. Ces discriminations s’estompent en partie, lorsque l’on compare à poste égal, à secteur égal… «Mais un fils d’Africain sera payé 10% de moins, toute chose égale par ailleurs, qu’un enfant de Français venu du même quartier», souligne Cris Beauchemin.

«Fuite des cerveaux»

L’enquête TEO révèle aussi le nouveau profil des immigrés. Parmi les vagues d’immigration arrivées avant 1974, 11% des hommes avaient un diplôme du supérieur. Désormais, ils sont 29%. Les Africains sont particulièrement lettrés. «La fuite des cerveaux existe. Ils sont chez nous», assure Cris Beauchemin, pressé de faire évoluer le regard sur ces immigrés. Sans insister, l’enquête montre des employeurs souvent plus ouverts à ces nouveaux venus qu’aux enfants d’immigrés.

Par Cécilia Gabizon – Le Figaro

Pour les chercheurs, la culture d'origine, la valorisation de la réussite, ou encore la calligraphie semblent contribuer au succès des enfants d'Asiatiques. (Crédits photo: Patrick Bernard/AFP)

14 ottobre 2010

Adro, il sindaco non si arrende: costruirà un enorme Sole delle Alpi

Adro, il giorno dopo la parziale rimozione dei simboli leghisti dalla scuola pubblica.

Il sindaco di Adro Lancini

La scuola ha riaperto con questa novità. C’è chi ha messo la faccia e le braccia per togliere i Soli.   C’è la convinzione che il sindaco Lancini non lascerà cadere la cosa. Questo il clima che si respira, soprattutto tra i genitori, anche tra quelli che hanno votato Lega, per tutti una convinzione: “È davvero ora di piantarla”.    Lui invece, il sindaco, sempre   più isolato anche dal punto di vista politico ha continuato a esternare. Nel suo delirio mediatico iniziato in mattinata con dirette radiofoniche ha attaccato le istituzioni, cominciando dalla Prefettura che non avrebbe rispettato i patti. Non demorde quindi, Oscar Lancini e rilancia. Intende costruire un enorme monumento raffigurante il logo del Carroccio, di almeno 7 metri di diametro. Un gigantesco Sole delle Alpi all’interno di una rotatoria all’ingresso del paese, proprio all’incrocio con via “Sole delle Alpi”. L’autorizzazione della Provincia ci sarebbe già. Nessun passo indietro quindi, anzi promette: “Sono intenzionato a rimettere i simboli nel più breve tempo possibile”..

“SIAMO alla follia pura”, risponde Franco Gafforelli, papà e membro del Consiglio d’istituto, della scuola di Adro: “Il sindaco anziché minacciare di fare irruzione per rimettere gli zerbini dovrebbe occuparsi di provvedere al trasloco dell’archivio dalla vecchia alla nuova scuola. È da un mese che aspettiamo”.    Alla fine pare toccherà di nuovo al preside, agli insegnati e forse pure ai genitori   spostare libri e documenti mentre il sindaco rilascia dichiarazioni di lotta padana a giornali e televisioni.    Il preside Gianluigi Cadei non parla, anche perché ieri gli è toccato occuparsi di un’altra rogna: qualcuno nella notte è entrato nella vecchia scuola e ha fatto danni. Gettando pure alcuni banchi dalle finestre.    Tornando ad Oscar Lancini, ieri è stato il giorno della fantomatica delibera brandita durante il suo abituale comizio televisivo sul ripristino dei marchi nella scuola: “Non c’è nulla da un punto di vista legale che me lo impedisca. Che il simbolo sarebbe stato collocato sui banchi è del resto noto dal 3 giugno scorso, data d’approvazione di una delibera, mai impugnata. In cui è riportato espressamente che su ogni banco è collocato il   simbolo del Sole delle Alpi”.

MA LA VERSIONE della minoranza è un’altra. Valerio Delpozzo ha un’altra versione: “Eventuali indicazioni sarebbero inserite negli allegati del bando di assegnazione degli immobili. Documentazione che abbiamo potuto ottenere solo alla vigilia dell’inaugurazione del polo scolastico”. Già perché sembrerebbe proprio che la gestione ad-personam della cosa pubblica fatta dal sindaco di Adro preveda anche che alcuni documenti non passino neppure dal protocollo ma direttamente nei suoi cassetti. “Non c’è alcuna trasparenza nella gestione degli atti che vengono resi pubblici o meno a seconda dell’interesse del sindaco. Un aspetto che meriterebbe di essere indagato”.

di Elisabetta Reguitti IFQ

Anche dai vetri il Sole delle Alpi è sparito (FOTO E. REGUITTI)

5 ottobre 2010

Scuola, come tagliare 87 mila cattedre

È comprensibile. Lui era troppo impegnato a evitare la guerra tra Russia e Georgia e a convincere Obama ad intervenire dopo il crac della Lehman Brothers. E, mentre B. dirigeva la politica mondiale, Tremonti faceva fuori 87 mila cattedre. Con le buone o con le cattive.

Tra le “cattive” il ministro dell’Economia ne ha escogitata una davvero sofisticata: abbassare il numero di ore settimanali non solo alle classi prime – “beneficiate” dalla “epocale riforma” – ma anche a II, III e IV del Tecnico e del Professionale.   Insomma, i ragazzi di quelle scuole hanno cominciato a vedere un film ma, al secondo tempo, il film è diventato improvvisamente un altro.    Ricorso    respinto    LO SCORSO luglio il Tar ha accolto in sede cautelare un ricorso presentato da Snals-Confsal, Cgil-Fp e due comitati di docenti e famiglie,   basato sul fatto che su questo colpo di bisturi “in corso d’opera”ilgovernononaveva acquisitoilparere–obbligatorio, anche se non vincolante – del Consiglio della Pubblica Istruzione.    Che il 26 agosto ha espresso parere sull’illegittimità del provvedimento, perché priva gli studenti di un diritto fondamentale: completare senza modifiche il corso di studi scelto e iniziato. In quella scuola – che nello show al Senato il premier ha definito ciò che “la sinistra ha trasformato in un gigantesco ammortizzatore sociale, senza permettere ai ragazzi di entrare nel mondo del lavoro. Adesso, invece, c’è la rivoluzione del merito” – Gelmini & Company hanno pensato di “premiare” i ragazzi sottraendo loro soprattutto materie come Matematica e Informatica.      Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del governo contro la sospensiva del Tar, intimando “il rideterminarsi sulla definizione dell’orario complessivo annuale delle lezioni” per le classi intermedie. Decisione clamorosa– a scuole già iniziate e organici già definiti   – e potenziale caos per i 750 mila ragazzi interessati.

Illegittime    alcune iscrizioni

SAREBBERO circa 5 mila le cattedre soppresse per la riduzione dell’orario. Ricordo che pende sul destino delle superiori un altro ricorso (Scuola della Repubblica) sul fatto che i ragazzi si sono iscritti a nuovi ordinamenti che non erano (al momento della conclusione delle stesse iscrizioni) ancora testo di legge. Il Tar del Lazio in luglio ha dichiarato illegittime le circolari sulle iscrizioni e – di conseguenza – sono da ritenere tali tutti i provvedimenti applicativi (mancate nomine, trasferimento dei soprannumerari). Impressionano due elementi: per la prima volta, in questi tristissimi anni della scuola-Gelmini, sembra che le violazioni normative che costellano il percorso dell’Epocale Riforma – dall’abuso del decreto-legge sulla scuola primaria (che non aveva alcun carattere di “necessità e urgenza” e che scatenò la fluvialemanifestazionedel   30ottobre del 2008 e il fenomeno dell’Onda), alle vicende che riguardano la superiore – possano realmente essere fermate da chi ha questo potere. Avevamo quasi perso le speranze.    Ma ancor di più colpisce l’assoluta indifferenza che tale notizia determina in una gran parte dei mezzi di (dis)informazione e anche del mondo della scuola, la cui capacità di prendere in mano il proprio destino continua a dipendere (sic!) dagli annunci del Tg1. L’assuefazione a arbitrio, aggiramento truffaldino, violazione sprezzante sono tanto connaturati in una parte dei docenti italiani (anche in alcuni di quelli che continuano ostinatamente la mobilitazione) da impedire loro anche di rilevare che, per una volta, potrebbe venir ristabilito un principio di legittimità: le norme   esistono e vanno rispettate. “Particolarmente grave, sotto il profilo politico, è stata l’assenza delle Regioni di centro-sinistra che non solo non hanno finora ritenuto di aderire al ricorso proposto davanti al Tar del Lazio, ma non   hanno preso alcuna autonoma iniziativa, nemmeno a tutela delle loro prerogative. Il ministro difatti, violando la normativa vigente, non ha nemmeno acquisito il parere   obbligatorio delle Conferenza Stato Regioni Enti Locali” afferma Corrado Mauceri, avvocato dei ricorrenti di Scuola della Repubblica.    Quanto a coloro che dovrebbero rappresentarci in Parlamento, la situazione è davvero imbarazzante. Sembrano non rendersi conto – al di là dello sloganismo di maniera e l’impegno di un paio di persone – che la scuola sta boccheggiando e la democrazia vacillando. Molti di noi stanno profondendo con coerenza il proprioimpegno.Ma deveessere chiaro che senza un forte sostegno politico è difficile ottenere risultati concreti: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

di Marina Boscaino IFQ

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