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13 marzo 2013

Pd, otto punti inadeguati ad affrontare la crisi

Se la pressione sullo spread si è un poco allentata il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. Per questo la proposta del Pd contenuta nei famosi 8 punti da presentare al Movimento 5 Stelle appare totalmente inadeguata. Non basta una golden rule in miniatura a rilanciare la crescita.

“Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità”: questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la difficile formazione di un governo. Sempre che Napolitano gli conferisca l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce nell’acquisto dei titoli del debito italiano –, il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da Giuliano Amato. Lo è da sei trimestri, ma quello che è peggio è che la tendenza non promette niente di buono. Se guardiamo al quadro dell’Eurozona vediamo che l’ultimo trimestre del 2012 si è chiuso con un calo maggiore del Pil rispetto all’anno intero, -0,9%. Ovviamente il record negativo appartiene alla martoriata Grecia, ma l’Italia si piazza al terzo posto della decrescita, che possiamo chiamare infelice, per non fare arrabbiare i seguaci di Serge Latouche.
Infatti nel quarto trimestre del 2012 l’Italia ha segnato un -2,7% del Pil, dopo avere chiuso i precedenti trimestri con un -1,3%, un -2,3%, un -2,4%. La Germania che fin qui aveva continuato a crescere, seppure a ritmi sempre più rallentati, registra nel quarto trimestre un calo pari a -0,6% rispetto al terzo. Poca cosa, ma significativa per indicare che anche il potente motore tedesco comincia a tossicchiare. Vedremo i dati del primo trimestre 2013 a fine marzo, ma tutto lascia prevedere un anno tendenzialmente peggiore del precedente.
Le cifre della disoccupazione, sia quella europea, sia quella italiana, aggravata dalla sempiterna questione meridionale, sono drammatiche (seguendo le parole di solito contenute dello stesso Mario Draghi) e quelle della disoccupazione giovanile ci danno la misura di una generazione perduta, sul piano sociale nient’affatto morale. Infatti il tasso di disoccupazione ufficiale fra le persone comprese nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni ha toccato in Italia, nel gennaio 2013, la percentuale del 38,7% (definita “agghiacciante” dallo stesso Squinzi, presidente di Confindustria), mentre i precari sono in tutto 2 milioni 800mila, di cui 2 milioni 375mila con contratti a termine e il restante con contratti di collaborazione. Non c’è da stupirsi, sia detto per inciso, se a fronte della indifferenza del quadro politico dominante, moltissimi di questi giovani sono stati tra i protagonisti dello tsunami grillino.
Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti.

Di questo non c’è traccia nel testo varato dalla Direzione del Pd. Né le parole dette successivamente in conferenza stampa da Bersani aggiungono granché. E’ vero, il primo degli otto punti suona in modo differente dalla carta di intenti sulla quale il Pd aveva costruito la coalizione elettorale con Sel e il Psi di Nencini. Infatti quest’ultima si chiudeva con un impegno al rispetto integrale dei trattati, salvo “eventuali” modificazioni, che però non venivano previste né tantomeno invocate. Il che se non altro dimostra quanto fossero ipocrite le dichiarazioni di impossibilità di mettere per iscritto qualche cosa di diverso dai dettati della Ue. Nasce però il più che legittimo sospetto che questa modificazione sia più formale che sostanziale, oppure che si fondi semplicemente sulla speranza di allentare i vincoli grazie ai nuovi presunti spazi che sarebbero stati aperti dalla lunga lettera inviata due settimane fa dal Commissario Olli Rehn ai ministri dell’Ecofin, nonché a Draghi e alla Lagarde, ovvero ai presidenti della Bce e del Fmi. Ma se si legge con attenzione quel documento ci si accorge che le speranze sullo stesso sono del tutto infondate.
Il testo di Rehn fa un vago accenno al fatto che gli effetti depressivi delle misure restrittive adottate dalla Ue hanno superato le previsioni, ma si guarda bene dal denunciare come profondamente sbagliati i moltiplicatori fiscali adottati in Europa, come invece ha dimostrato chiaramente lo stesso Fmi. Attribuisce il calo della pressione sugli spread alle restrizioni di bilancio, occultando che invece essi vanno interamente attribuiti alle decisioni della Bce sulle Outright Monetary Transactions (OMTs), ovvero gli acquisti dei titoli di stato a breve sul mercato secondario. Infine si dichiara disposto ad allungare i tempi per raggiungere gli obiettivi di bilancio, a condizione che vengano mantenute le famose riforme strutturali che di riforma hanno solo il nome, poiché in realtà si tratta di cospicui tagli alla spesa pubblica e quindi ulteriore smantellamento del welfare, svendita dei beni pubblici, blocco dell’intervento pubblico in economia, riduzione del personale e delle retribuzioni reali nella pubblica amministrazione. Ovvero l’implementazione di tutti i punti della famosa lettera Bce inviata al morente governo Berlusconi ai primi di agosto del 2011.
Del resto l’esperienza storica ci ricorda che solo i paesi più forti nel quadro europeo possono impunemente violare i vincoli imposti dai trattati. Successe con la Germania e la Francia nel 2003 che andarono ben oltre il vincolo del 3% di deficit su Pil, impedendo alla Commissione europea di fare scattare le previste sanzioni. L’Italia, come si sa, non è nella stessa condizione, quanto a rapporti di forza, benché il nostro deficit sia già inferiore a quello francese, che dovrebbe invece beneficiare della “tolleranza” della Commissione europea ( l’1,4% contro il 2,1%) e soprattutto se si sommasse il debito pubblico con quello privato, come si dovrebbe fare, la nostra condizione risulterebbe niente affatto peggiore di quella della Francia e molto migliore di altri paesi come la Spagna. Inoltre l’Italia ha il migliore avanzo primario (ovvero la differenza fra entrate e uscite su base annua al netto del servizio al debito) in Eurolandia.
La certezza granitica sulle virtù delle politiche di rigore comincia a incrinarsi anche nella potente Germania, quella che da queste ha fin qui tratto i maggiori vantaggi. Infatti La Camera dei Länder che compongono lo Stato federale tedesco, dove ha la maggioranza l’opposizione rosso-verde al governo della Cancelliera, ha bloccato l’intesa sul bilancio richiesto dalla Merkel ai partner europei, proponendo in cambio il varo di un salario minimo nazionale, progetto respinto dall’esecutivo centrale. Non è niente di più di un “incidente” nella vita politico-parlamentare della Germania, una conseguenza dei nuovi equilibri determinatisi nella Camera alta dopo le recenti sconfitte elettorali della Cdu. Ma naturalmente la Cancelliera non intende demordere. Anzi rilancia. Ed ecco che, cosa mai avvenuta prima, si reca a Varsavia per partecipare al vertice del gruppo di Visegrad (composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) per lanciare un nuovo patto per la competitività, che a Est si coniuga perfettamente con una preesistente situazione di basse retribuzioni, welfare quasi nullo e tanti vantaggi fiscali per attirare capitali stranieri. Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti.
In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità, anche nella versione appena formalmente annacquata della “austerità espansiva”, che appunto prevedrebbe la fuoriuscita delle spese per investimenti dal calcolo che determina gli obiettivi del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico complessivo. Il primo punto della proposta di Bersani appare quindi non solo del tutto indeterminato, ma privato delle volontà politiche e degli strumenti per divenire operativo. Queste ultime passano necessariamente da un’opposizione netta al fiscal compact e alle sue ulteriori implementazioni, pareggio di bilancio in Costituzione compreso. Ma di questo non vi è traccia nella proposta del Pd.
Intanto in ciò che resta della sinistra radicale ci si divide tra chi vorrebbe un piano B per l’uscita dall’Euro e chi sostiene che invece il punto è la ridiscussione dei trattati senza passare dalla fuga dalla moneta unica. Rimandando ad ulteriori approfondimenti il confronto fra le ragioni dell’uno e quelle dell’altro, si potrebbe già osservare che visto che chi chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro pone tutta una serie di condizioni per contenerne gli effetti immediatamente negativi e indesiderati di una simile mossa Indicizzazione dei salari, controllo dei movimenti di capitale ecc.), condizioni che richiedono necessariamente un’azione di governo per compierla, ovvero una forza capace di fare fronte alle immediate manovre speculative del capitale internazionale. Allo stesso modo l’ipotesi di condurre un’azione comune tra i paesi mediterranei e più in difficoltà nell’Eurozona per la modifica dei trattati richiede anch’essa una forza decisionale e un sostegno popolare altrettanto grandi.
Si può quindi concludere che in realtà i due piani, almeno per un considerevole percorso, possono nella sostanza coincidere o che quantomeno non vi è motivo per vedere ragioni di divisioni così aspre tra l’uno e l’altro. In altre parole lo spazio oggettivo per un europeismo di sinistra si è allargato e non ristretto, basti guardare al programma di Syriza. Da noi invece è ancora senza interpreti che siano dotati di forza e di consensi e non solo di buoni argomenti.

di Alfonso Gianni. Micromega

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15 luglio 2012

Pd, diritti stracciati

Prende la delega e, lentamente, un gesto dopo l’altro, la straccia. Intorno a lui i rappresentanti dell’area Marino in piedi urlano contro una presidenza impietrita. Tocca ad Andrea Benedino, ex portavoce nazionale dei gay dei Ds, compiere il gesto simbolico, che dà un’immagine alla rottura che si è consumata, per una volta platealmente, alla fine dell’Assemblea del Partito democratico. Votata la relazione del segretario Pier Luigi Bersani (5 astenuti, un contrario) la tensione repressa si scatena sugli ordini del giorno. Si vota il documento sui diritti, elaborato dal Comitato, presieduto da Rosy Bindi, in cui si dice, tra l’altro, che all’ “unione omosessuale” spetta “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico”. Quando la Bindi, in veste di Presidente dell’Assemblea, lo mette al voto, dalla platea parte l’attacco: “Non erano questi i patti” , urla qualcuno. In piedi, tra gli altri, ci sono Paola Concia, Ignazio Marino, Pippo Civati. Ma anche Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini. Da venerdì pomeriggio chiedono che si voti anche un “integrativo”, con 40 firme, in cui si prefigura un percorso verso il matrimonio gay e il “pieno riconoscimento giuridico e sociale” delle unioni omosessuali. Un compromesso per non arrivare a una spaccatura. Niente da fare. In piena bagarre si alza un delegato della Puglia. “Sono emozionato – balbetta Enrico Fusco, ma è durissimo – è un documento arcaico, irrispettoso, offensivo per la dignità delle persone. Non è un passo in avanti ma un passo indietro enorme. Anche Fini è più avanti di noi”. 38 votano no, praticamente la mozione Marino. Poi, prendono la parola la Concia per chiedere il voto del documento dei 40 e Ivan Scalfarotto, che in un’atmosfera surreale, tra tifo da stadio e rabbia repressa illustra un odg per il matrimonio gay, presentato con Civati. Tocca a Marina Sereni spiegare che non sono ammissibili, perché l’assemblea si è già espressa: questioni procedurali. Fusco, Benedino e Aurelio Mancuso uno alla volta si avvicinano al segretario, gli restituiscono la tessera. Al banco della presidenza le facce sono impietrite: Bersani diventa sempre più scuro, la Bindi è incredula, la Finocchiaro simula una lacrima, Letta e Franceschini sono delle sfingi. “Ma dove vivete? Siete dei marziani”, urlano i dissidenti. “Dovevano votare”, si agita un furibondo Franco Marini che commenta, parlando con Massimo D’Alema, seduto in platea “qui nessuno sa tenere il partito”. Il Lìder Maximo alzando un sopracciglio commenta “avrebbero potuto assumere il documento dei 40”. Ma non è finita. Inammissibili anche gli odg di Civati, Vassallo e Gozi sulle primarie, perché “preclusi” dalla relazione del segretario. “Contrastano con i voti già effettuato, chi sta in Parlamento dovrebbe saperlo”, argomenta ancora la Sereni. “Ci state voi in Parlamento”,urlanodasotto.Èaquesto punto che Bersani prende la parola: “Abbiamo detto sì a una relazione della segreteria che ammette le primarie, ma che non stabilisce la data. Volete forse che ce le facciamo da soli?”. E poi, con un fare quasi da padre arrabbiato: “Basta, il paese ne ha abbastanza delle nostre beghe interne”. Il segretario nell’intervento di apertura aveva rimandato la discussione sulle primarie a settembre (in direzione) in attesa della legge elettorale e dei “contendenti”. “Io il mio odg l’ho presentato pure alla direzione. Mi hanno detto che non poteva essere esaminato, e mi hanno rimandato all’assemblea. Ora rimandano il testo Bersani alla direzione. Mi serve un amico in presidenza?”, commenta Civati che da un anno e mezzo prova a presentare un odg per le primarie dei parlamentari e per il limite dei 3 mandati. “Ho parlato di primarie non solo per il segretario”, puntualizza intanto Bersani sul palco. Civati chiosa: “Comunque chissà forse da oggi esce una candidatura alle primarie, la mia”. Spiega Vassallo: “Hanno votato un odg della direzione in cui il limite non è di 3 mandati, ma di 15 anni. Hanno visto che c’era negli odg e hanno votato dei documenti per poi dichiararli inammissibili”.    LA PIÙ agitata di tutti, però, alla fine è Rosy Bindi: “È un anno e mezzo che lavoriamo con il Comitato dei 30 e mi sembra oggi di aver raggiunto una posizione molto avanzata”. Accento toscano, ciuffo ribelle. “Ora lo scrivo io un libretto dove racconto com’è andata. Ignazio Marino? Si è presentato solo alla prima e all’ultima riunione. Evidentemente non gli interessa l’accordo, ma solo il posizionamento personale”. Gesticola, tira fuori documenti: “Lo sapete o no come funziona la democrazia? Non potevo mettere al voto quegli odg. Avrei creato un precedente. E poi, il matrimonio gay è incostituzionale”.    “Un’assemblea inutile”, l’aveva definita Arturo Parisi a inizio giornata. Mentre alla fine sul piazzale del Palazzo delle Tre Fontane rimane solo Stefano Ceccanti: “Dopo la relazione di D’Alema l’ho ufficialmente invitato alla riunione dei 15. Come noi, ha detto con Monti, oltre Monti. Ma tanto oggi fanno notizia solo i gay”. Effettivamente. Tutto il resto “è noia”, da Bersani che definisce “agghiacciante” il ritorno di B., ai giovani turchi sotto tono, dalla battaglia sotto traccia sulle preferenze nella legge elettorale, che vede Franceschini contro Fioroni e Letta. Ognuno si fa i conti, anche su come difendere i suoi. Alla “presenza-assenza” di Renzi, che non interviene, parla solo con i giornalisti e se ne va. Di Grillo e dell’uscita di Letta, che piuttosto voterebbe il Pdl nessuno dice nulla. “Nella vita si fa quel che si può”. Parola di Bersani.

di Wanda Marra, IFQ

Il presidente del partito, Rosy Bindi (FOTO ANSA) 

11 giugno 2012

Fava & gli altri, la faida nel Pd siciliano

Mi candido e basta”. Claudio Fava, giornalista, scrittore e sceneggiatore, getta il sasso nelle acque stagnanti del centrosinistra siciliano e annuncia la sua candidatura alla presidenza della Regione. Lo fa, dice in una conferenza stampa, spinto dalla voglia di rinnovamento degli elettori e motivato da un documento firmato da intellettuali siciliani e non solo che nei giorni scorsi gli hanno chiesto pubblicamente di metterci la faccia per il dopo Lombardo. “Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l’occasione per un riscatto civile e politico dell’isola. Dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l’opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un’altra politica e un altro futuro.

CON QUESTO spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l’impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia”. Firmato da attori come Beppe Fiorello, Ninni Bruschetta e Nino Frassica, da Franco Battiato, dalla scrittrice Dacia Maraini, ma anche da intellettuali non siciliani come il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, Moni Ovadia e Nando dalla Chiesa. “La gente è annoiata dai bizantinismi dei partiti”, dice Fa-va, “io non sto offrendo la mia candidatura a meccanismi astrusi tra segreterie. Le primarie? Difficile farle con i partiti che hanno appoggiato Lombardo”. È il nodo intricatissimo della politica siciliana: il sostegno del Pd al governo Lombardo fino all’ultimo minuto utile, fino a ieri pomeriggio, quando la direzione regionale del partito ha finalmente deciso di presentare una mozione di sfiducia contro il presidente della Regione. Una scelta forzata dagli eventi, Lombardo non regge più, e dalle inchieste, una su voto di scambio elettorale con i boss, l’altra per concorso esterno mafioso, che hanno travolto il governatore leader del Mpa. “Il suo è un autonomismo straccione”, accusa Fava, ricordando al Pd la sconfitta di Palermo e le divisioni interne.    Quasi certamente si voterà a ottobre, ma da subito un dato è certo: ancora una volta Pd e centrosinistra sono spaccati. Si rompe, come già nei mesi scorsi nella città capoluogo, il fronte dell’antimafia. Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd, ha annunciato la sua candidatura attaccando frontalmente Fava. “Lo batterò, elettoralmente conta poco, pensate che alle ultime elezioni di Catania prese solo 173 voti. Lui è l’unto del signore, io sono popolarissimo”.

UN INIZIO pessimo nella Regione squassata da scandali e devastata da crisi economica e disoccupazione. Il governo Lombardo è agli sgoccioli e a Palazzo dei Normanni c’è un clima di “tutti a casa”, senza mai perdere di vista favori e clientele.    L’ultimo scandalo è la nomina del vertice della società pubblica “Italia lavoro Sicilia”. Lombardo aveva scelto Tony Rizzotto, mastodontico ex parlamentare regionale del Mpa, che però era incompatibile. Poco male: il presidente ha cambiato cavallo e ha scelto la fidanzata di Rizzotto, una psicologa quarantenne. Per il resto, tra consulenze e incarichi, è il festival dei segretari particolari e degli amici carissimi. Il Pd accoglie con fastidio la candidatura di Fava, perché in Sicilia si gioca una partita nazionale. Bersani, infatti, vuole cominciare a strappare la foto di Vasto proprio qui, sperimentando l’alleanza con l’Udc e i moderati. Tanto che già circola il nome del futuro candidato, l’ex sottosegretario agli Interni Gianpiero D’Alia, fedelissimo di Casini. Una sorta di continuità nella Regione che ha visto il suo penultimo presidente, Totò Cuffaro, in galera per mafia, e l’ultimo, Lombardo, dentro fino al collo in inchieste per i suoi rapporti con i boss. Ma nel Pd le acque sono agitatissime, perché, oltre Crocetta, si affaccia un’altra candidatura, quella di Mirello Crisafulli. Senatore e re di Enna, Crisafulli è noto perché nel 2001 le telecamere nascoste dalla Dia in un albergo lo filmarono in affettuosa compagnia con Raffaele Bevilacqua, capomafia di Enna e fedelissimo di Binnu Provenza-no. Nessun reato, nessuna imputazione, ma i due parlavano cuore a cuore di politica, nomine e appalti.

di Enrico Fierro, IFQ

Claudio Fava (FOTO ANSA)

8 maggio 2012

Alfanité Bersanité Casinité

Il Pdl è estinto, la Lega rasa al suolo, il Terzo Polo non pervenuto. Il Pd, per acciuffare qualche assessore, deve nascondersi dietro candidati altrui (Doria) o addirittura combatterli (Orlando). Vincono Grillo e Di Pietro, gli “antipolitici” cui la politica dovrebbe fare un monumento: senza di loro, non andrebbero più a votare nemmeno gli scrutatori. Ce ne sarebbe abbastanza per una dichiarazione congiunta dei Tre Tenori ABC, magari copiata da quella di Sarkozy: “È tutta colpa mia, mi ritiro dalla politica”. Invece è tutto un “siamo primi quasi ovunque” (Pd), “colpa dei candidati sbagliati” (Pdl), “sostanziale tenuta del Terzo Polo” (Terzo Polo). In effetti per i partiti italiani non tutto è ancora perduto. In Italia non beccano più un voto manco a pagarlo. Ma in compenso vanno fortissimo all’estero, forse per via del fatto che lì non si candidano. Il Cainano è molto richiesto in Russia, dove ha preso parte ai baccanali per l’incoronazione dell’amico Putin, tra portali di oro massiccio e gare di burlesque a base di badanti travestite da mignotte e mignotte travestite da badanti, appena in tempo per evitare che gli crollassero in testa il Milan e il Pdl. Invece A, B e C vanno fortissimo in Francia. La vittoria di Hollande non deve ingannare: senza l’apporto delle mosche cocchiere Alfano, Bersani e Casini, l’Eliseo se lo poteva sognare, specie da quando l’ex sarkozista Ferrara si era inopinatamente schierato dalla sua parte, nonostante le diffide e gli scongiuri dello staff hollandiano. Infatti Bersani ha espresso “grande soddisfazione”, a nome suo e dell’Europa tutta, per un trionfo che “non è solo una questione di rapporto personale tra me e Hollande”, ma “un dato politico, un’incredibile convergenza di idee e proposte”. Senza contare che è stato proprio Bersani a suggerire a Hollande “di non farsi condizionare dalla sinistra più radicale e a convincere i moderati come Bayrou”. Pazienza se i voti di Bayrou sono andati quasi tutti a Sarkozy, mentre Hollande ha incamerato quelli del sinistro Mélenchon; se la Francia ha il doppio turno e noi no (il Superporcellum di ABC prevede turno unico e inciucio postumo); e se Bersani sostiene Monti, che tifava Sarkozy come la Merkel. Mica si può sottilizzare sulle quisquilie. Non solo – per dirla con Fassina, che non è la moglie di Fassino ma il responsabile economico Pd – “Bersani è l’Hollande italiano”, ma soprattutto Hollande è il Bersani francese. Chi ha seguito la campagna d’Oltralpe può testimoniare con quale angoscia, dalle banlieue ai bistrot, i francesi s’interrogavano: “Mon Dieu, chissà che ne pensa Bersani di Hollande”. E con quale liberatorio entusiasmo hanno appreso che non solo Pierluigi, ma anche Piercasinando e Angelino stavano con Hollande: “Le jour de gloire est arrivé! Alfanité Bersanité Casinité…”. Ora infatti anche Casini e Alfano, che in Italia non battono chiodo, si godono il meritato trionfo parigino. Piercasinando, decisivo per il voto moderato francese (pare che Bayrou non vada nemmeno alla toilette senza consultarlo), esulta: “Hollande sarà salutare per l’Europa”. Alfano ha faticato un po’ a capire perchè mai, se lui è il leader del centrodestra italiano, dovrebbe esultare per il leader del centrosinistra francese, ma poi gliel’ha spiegato il Cainano: “Primo, tu sei il leader di ‘sta cippa. Secondo, Sarkozy è l’unico nano che si permette di essere meno basso di me e per giunta ha osato ridere di me in mondovisione con la culona inchiavabile. Terzo, di sinistra e destra non me ne fotte una mazza, infatti sto partendo per Mosca”. Allora Angelino ha capito che Sarkozy ha perso perché rideva di B. e ha diramato una dichiarazione da ernia al cervello: “Auguro buon lavoro a Hollande a beneficio dell’Europa”. Frattini Dry intanto lo scavalcava a sinistra: “Sarkozy mi ha colpito molto negativamente. Ora la Francia sarà più aperta e vicina a noi”. Solo a quel punto tutta la Francia s’è addormentata tranquilla, non prima di un ultimo grido di battaglia: “… et Frattinité!”.

di Marco Travaglio, IFQ

14 aprile 2012

Grazie, un’altra volta

Spiace per l’impegno profuso dalla ministra Severino che, dopo il pessimo inizio dell’indultino travestito da svuotacarceri, si sta dando un gran daffare per la legge anti-corruzione. Ma, se il punto di mediazione e di equilibrio fra gli appetiti e le paure del Trio Lescano (Alfano-Bersani-Casini) è l’abortino anticipato dai giornali, è meglio soprassedere e riparlarne un’altra volta: se e quando in Parlamento ci sarà una maggioranza interessata a combattere il malaffare e non a coprirlo. La cronaca politica cioè giudiziaria sforna a ogni minuto ottime ragioni per farla subito, domani anzi ieri, questa benedetta legge anti-corruzione, nel Paese che a ogni delitto fa seguire la prescrizione. I funzionari di governo chiedono le mazzette (ovviamente tecniche) addirittura nei loro uffici al ministero. Gli amichetti di Formigoni (i famosi “casi isolati”) portano in Svizzera 50 milioni a botta. Persino il rivoluzionario Vendola colleziona un avviso di garanzia al giorno. Non c’è angolo d’Italia, dalla politica alla sanità al pallone, che non sia infestato dall’illegalità (a parte i rari angoli dove la gente perbene si ammazza per mancanza di lavoro). Ma non c’è niente da fare: la cosca dei politici più stupidi (o più compromessi) della terra continua a cincischiare, a parlarsi addosso, a grufolare nella propria inconcludenza. La legge-brodino sui “rimborsi” elettorali non si fa né per decreto né per emendamento, cioè non subito: c’è tempo, campa cavallo. Non si rinuncia nemmeno alla tranche estiva di 180 milioni, perché Pd e Pdl si sono già mangiati tutto: non solo la piccola parte documentata, ma anche il resto che non risulta speso. Se ne deduce che sono peggio amministrati della Lega, che almeno aveva avanzato un sacco di soldi, tanto da spedirli a Cipro e in Tanzania: potrebbero chiedere a Belsito come si fa a risparmiare. Poi c’è la bozza di legge anti-corruzione, limata e leccata dalla Severino dopo le famose consultazioni separate con gli sherpa del trio ABC. Una barzelletta. I nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo ’99 non ci sono (l’autoriciclaggio, chi l’ha visto?) o, quando ci sono (traffico d’influenze illecite e corruzione tra privati), sono puniti con pene finte: da 1 a 3 anni. Cioè si prescrivono prim’ancora della sentenza di primo grado. Poi c’è la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, la più grave: la pena massima sale appena da 5 a 7 anni, cioè la prescrizione aumenta da 7 anni e mezzo a 8 anni e 9 mesi, troppo pochi per arrivare a sentenza definitiva. La soluzione è nota: sospendere la prescrizione al rinvio a giudizio. Ma così i processi giungerebbero in fondo e i colpevoli finirebbero dentro: dunque in un Parlamento di condannati, inquisiti, imputati, prescritti e avvocati, è meglio di no. Il falso in bilancio è desaparecido: non se ne può nemmeno parlare. Così come di aumentare le pene per la frode e l’evasione fiscale (così gli evasori, scoperti nei blitz, continueranno a farla franca, a parte il terribile monito di Napolitano che li chiama “indegni della parola Italia”: quando si dice la deterrenza). Infine la concussione, che resta punita fino a 12 anni. Ma tranne quella per induzione, che cambia nome (“indebita induzione a dare e promettere utilità”) e pena massima (non più 12 anni, ma 8, e niente interdizione dai pubblici uffici). Così la prescrizione per B. nel processo Ruby scende da 15 a 10 anni. E il Pdl osa pure protestare, reclamando l’abolizione tout court della concussione “come ci chiede l’Europa” (che naturalmente non ha mai chiesto una boiata del genere). Le leggi penali durano anni, decenni. Sarebbe assurdo infilare nel Codice queste norme criminogene che sembrano dire ai tangentari: rubate pure, tanto non vi facciamo niente. Ministra Severino, lasci perdere. Concordare la legge anti-corruzione con questi politici è come se Alfredo Rocco, quando scrisse il Codice penale, avesse cercato le larghe intese col gobbo del Quarticciolo e la saponificatrice di Correggio.

di Marco Travaglio, IFQ

5 aprile 2012

Il risultato di Bersani: l’articolo 18 viene modificato

Alla fine il governo reintroduce una forma di reintegro che “può” essere deciso dal giudice ma solo in casi di “manifesta insussistenza” del licenziamento. Il Pd riesce a fare quello che non riuscì a Berlusconi

Il Pd incassa il risultato della sua mediazione sull’articolo 18. Bersani infatti, riferendosi alla versione finale del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro parla di “passo avanti importantissimo di cui la Cgil deve prendere atto”. In questo modo il Pd cerca di oscurare la sostanza del problema: l’articolo 18 salta nei suoi fondamentali e questo grazie proprio al Partito democratico.

Nel puro gioco politico l’operazione andata in onda con il vertice notturno, e oggi registrata nel dispositivo di legge, è una concessione che Mario Monti fa al lato sinistro della sua maggioranza: Bersani ha battuto molto nei giorni scorsi sull’importazione del modello tedesco per i licenziamenti individuali e il presidente del Consiglio ha concesso una modifica. Ma si tratta di una modifica parzialissima relativa alla “manifesta insussistenza” del licenziamento economico in presenza della quale il giudice “può” decidere il reintegro sul posto di lavoro. Altrimenti scatta l’indennizzo che, a differenza delle prime ipotesi, scende in una forchetta tra 12 e 24 mensilità. Quindi, non si tratta del “modello tedesco”, la determinazione del giudice scatta solo in presenza della “manifesta infondatezza” che va vagliata e verificata. Ma il problema non è nemmeno questo, perché quello che succede quando questa riforma sarà approvata dal Parlamento è che i lavoratori avranno meno diritti di prima. E non c’è nessuna compensazione, nel caso questa fosse accettabile, a giustificare il taglio di quei diritti. Anzi.

L’apprendistato viene ulteriormente peggiorato con la possibilità per le imprese di assumere 3 apprendisti ogni due lavoratori regolari – chi farà formazione al terzo? – al primo contratto a tempo determinato viene eliminato, per 12 mesi, il “causalone”, cioè la determinazione esatta delle motivazioni con cui il contratto viene attivato necessaria per ottenere l’autorizzazione. Nessun forma contrattuale flessibilità viene eliminata mentre per i nuovi ammortizzatori sociali vengono stanziati 1,8 miliardi nell’arco di attuazione della riforma stessa. Se non fosse un attacco ai diritti sarebbe una presa in giro. Tra l’altro neanche ben presentata. Il ministro Fornero ha parlato per ben 50 minuti in conferenza stampa per dire poco o niente e ripetere ossessivamente che l’obiettivo del governo è creare nuova occupazione. Poi, però, a precisa domanda ha risposto che non è stata allestita alcuna stima sull’impatto possibile sulla disoccupazione. Così come ha rivelato il vero obiettivo di tutto questo lavoro quando, rivolgendosi alle imprese, ha detto loro: “Con la riforma dei licenziamenti, ora non avete più alibi per non investire”. Le imprese troveranno altri alibi ma intanto i licenziamenti vengono ritoccati. E spunta anche un capitolo nuovo, una ulteriore riforma della pubblica amministrazione che sarà realizzata tramite una legge-delega del ministro Patroni Griffi. I peggioramenti rispetto al progetto di riforma iniziale, già non esaltante, sono del resto la compensazione per le concessioni fatte al Pd.

Mentre scriviamo non c’è ancora la reazione della Cgil segno di un’incertezza che risente della posizione del Pd. Anche la Fiom è in silenzio mentre la Cisl parla di “soluzione ragionevole” e la Uil saluta come una “buona notizia” l’incontro di maggioranza di ieri notte.

di Salvatore Cannavò,  Il Megafono quotidiano

5 aprile 2012

Art.18, pace fatta rischiano gli Statali

La riforma del lavoro è cambiata, secondo quanto chiedeva il Partito democratico. “Un passo avanti importantissimo”, dice il segretario Pier Luigi Bersani. In una conferenza stampa, ieri, il premier Mario Monti e il ministro Elsa Fornero hanno presentato le novità nel testo del disegno di legge portato al Quirinale. La novità principale riguarda i licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche: se il lavoratore ricorre al giudice e questi stabilisce che il licenziamento era indebito, può stabilire un indennizzo tra 12 e 24 mensilità oppure stabilire il reintegro in azienda. Era questo il punto cruciale, di cui martedì hanno discusso fino a tarda notte Monti e i tre leader della maggioranza, Angelino Alfa-no, Bersani e Pier Ferdinando Casini.

IN SINTESI: anche dopo la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il giudice potrà sempre decidere se assegnare al dipendente licenziato senza giusta causa un indennizzo oppure reintegrarlo nel-l’impresa. La Fornero parla di reintegro in caso di “infondatezza” della motivazione, il premier corregge il termine in un più netto “insussistenza”. Nella prima bozza elaborata dal governo, invece, se la motivazione era economica il lavoratore poteva aspirare al massimo a un indennizzo di 27 mensilità. L’obiettivo del governo è però che dal giudice ci finiscano pochissimi casi e che le controversie si risolvano prima con una transazione tra lavoratore e azienda presso le direzioni provinciali del lavoro. Pago e ti licenzio.    Mario Monti spiega che l’obiettivo è una “riduzione permanente del tasso di disoccupazione”, la Fornero aggiunge che “tutte le economie con basso tasso di disoccupazione hanno flussi in entrata e in uscita più rilevanti”. Tradotto: nella visione del ministro del Welfare per abbattere la disoccupazione ci vogliono tanti licenziamenti e tante assunzioni. Quanti licenziamenti? Il governo non ha fatto stime, i modelli econometrici – spiega il ministro – sono troppo complicati e “non c’è stato tempo”. Per questo ci sarà un monitoraggio costante e una gradualità nell’applicazione. Anche la riforma delle pensioni è stata fatta in fretta, solo un paio di mesi dopo si è capito che lasciava 350 mila persone senza reddito e senza assegno previdenziale, i cosiddetti “esodati” per la maggior parte dei quali non c’è alcuna protezione.    Ci sono un paio di grandi incognite che impediscono di fare un primo bilancio degli effetti del testo.    Primo: da ieri è ufficiale che la riforma inciderà anche sugli statali, il governo chiederà tre deleghe al Parlamento e una di queste riguarderà proprio i dipendenti pubblici. La Fornero avrebbe voluto che la nuova disciplina agisse subito, ma il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha chiesto di avere tempo di discuterne anche lui con i sindacati.

TRA GLI ANALISTI finanziari che stanno provando a fare simulazioni sull’impatto della riforma circola un sospetto: visto che nell’insieme la riforma non stravolge la disciplina vigente, forse lo scopo ultimo è rendere gli statali più licenziabili. Perché se non si vogliono alzare ancora le tasse, ridurre il personale della Pubblica amministrazione può essere una rapida e strutturale via ai risparmi. In fondo lo Stato è un datore di lavoro che, con il debito al 120 per cento del Pil, avrà sempre una oggettiva ragione economica per licenziare.    Il Pd incassa la vittoria sul punto ad alto valore simbolico del reintegro, preservato. Ma l’ala destra della maggioranza, il Pdl e Confindustria, come ci tiene a sottolineare la stessa Fornero, vedono svanire molti dei limiti al precariato fissati solo 10 giorni fa dal Consiglio dei ministri. I vincoli per evitare che collaboratori a partite Iva mascherino dipendenti sfruttati scatteranno tra 12 mesi. I contratti a termine saranno addirittura più facili, perché scompare l’obbligo di dover indicare una causale per farvi ricorso, almeno nel caso del primo contratto di durata fino a sei mesi. “Una liberalizzazione importante”, dice la Fornero. Che però rischia di diventare per le imprese un incentivo perverso a sostituire i precari ogni sei mesi. Anche l’indennizzo massimo, per i licenziamenti economici, è più basso che nelle bozze, tra 12 e 24 mensilità. Il numero massimo di apprendisti in azienda, che costano meno e sono facilmente licenziabili, sale parecchio: prima il rapporto con i lavoratori “normali” era uno a uno, ora ci potranno essere tre apprendisti ogni due dipendenti a tempo pieno. E le imprese piccole, quelle che il Pdl cercava di accontentare, potranno essere soddisfatte. Va ricordato che quella annunciata ieri non è la riforma definitiva, ma soltanto il disegno di legge che andrà in Parlamento. Ma Monti si aspetta che, vista l’approvazione preventiva dei leader di maggioranza, l’iter parlamentare sarà “approfondito ma anche spedito”.

di Stefano Feltri, IFQ

Elsa Fornero e Mario Monti

3 aprile 2012

Senza lavoro in 17 milioni: cosa se ne fanno della riforma dell’art. 18?

In Italia ci sono 17 milioni 104 mila persone a cui la riforma dell’articolo 18 non interessa. Sono lavoratori disoccupati e inattivi, quelli che ogni mese erodono i tassi di disoccupazione e di occupazione. Il promemoria mensile dell’Istat arriva puntuale ogni mese. Anzi, quasi puntuale, perché ieri la conferenza stampa è stata ritardata proprio da una protesta dei precari dell’Istituto nazionale di statistica che denunciano: “L’Istat si avvale del contributo di 419 tra ricercatori, tecnologi e collaboratori tecnici a tempo determinato, assunti a seguito di una procedura concorsuale analoga a quella prevista per l’assunzione a tempo indeterminato”.

DALLA CINA, il premier Mario Monti invita gli investitori a “rilassarsi” perché la crisi dell’Eurozona è quasi passata. E al pubblico del Boao Forum spiega: “Abbiamo introdotto una riforma del lavoro allo scopo di modernizzare la rete di sicurezza sociale per i lavoratori, aumentando al contempo la flessibilità per le aziende nella gestione della forza lavoro”. Una riforma che aumenterà (forse) la crescita, attirerà (forse) gli investitori internazionali e (sempre forse) rassicurerà i mercati sulla forza riformatrice dei tecnici. Ma neppure Monti si è mai sbilanciato su quale possa essere l’impatto sulla disoccupazione che nel febbraio 2012 è arrivata al 9,3 per cento, in aumento dell’1,2 rispetto al febbraio precedente. Nell’approccio dei tecnici tutto è lineare: se le imprese hanno meno incertezze sulle controversie in caso di licenziamento, assumeranno più volentieri. E assumeranno a tempo indeterminato, visto che i contratti precari con la riforma diventano più costosi.    Purtroppo, almeno finora, la tendenza sembra opposta. Se guardiamo i dati sul quarto trimestre del 2011, più affidabili delle stime sul 2012, si scopre che diminuiscono i lavoratori a tempo pieno e indeterminato mentre aumentano precari e part time, rispetto allo stesso periodo del 2010: -0,8 per cento (148 mila persone) quelli a tempo pieno, +4,7 per cento (166 mila persone) quelli a tempo parziale “ma si tratta di part time involontario”, nota l’Istat. O lavori meno, o ti licenzio. Svaniscono posti per gli italiani, -98 mila, e aumentano quelli per gli stranieri, +116 mila. Ma il tasso di occupazione degli immigrati cala, dal 62,1 al 60,8. Tradotto: le sorti degli italiani sono ormai sganciate da quelle degli stranieri, sono due mercati del lavoroparallelieancheseaumenta il numero di immigrati con un lavoro, cresce ancora più in fretta il numero di quelli che non lavorano. E la recessione sta peggiorando, nel 2012 il Pil segnerà almeno un -1,5 per cento.    L’aumento del costo del lavoro precario, chiesto per anni dalla Cgil, nel lungo periodo aiuterà i giovani, ma nel breve rischia di scoraggiare le assunzioni. E la disoccupazione giovanile (un numero importante ma poco esplicativo, perché esclude i laureati e considera solo i ragazzi tra i 15 e i 24 anni) ha superato da tempo il 30 per cento. Quella di marzo è al 31,9 per cento, con un aumento su base annua di oltre quattro punti.

MA GLI EQUILIBRI interni alla maggioranza dipendono molto più dalle sfumature del disegno di legge (o legge delega) che verrà presentato in questi giorni che dall’andamento della disoccupazione, che invece negli Stati Uniti è il principale termometro per misurare le performance di Barack Obama, che su questo si gioca la rielezione. Da noi si discute soltanto a come funziona l’indennizzo in caso di licenziamento economico. Angelino Alfano, del Pdl, apre a un compromesso “ma la Cgil non detti l’agenda”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani dice che i dati dell’Istat “sono drammatici” e suggerisce come modifica sull’articolo 18 la possibilità che sia il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro anche in caso di indebito licenziamento economico (nella bozza del governo può solo assegnare un risarcimento). Ma oggi il Consiglio dei ministri non farà modifiche, tutto rimandato al Parlamento.

DALLA GIORDANIA il capo dello Stato Giorgio Napolitano si conferma il primo sponsor della riforma: “A chi dice: ‘Non occupatevi del mercato del lavoro, occupatevi della crescita perché c’e la disoccupazione’ il governo risponde: ‘Io mi occupo della crescita e voglio aprire nuove prospettive per l’occupazione, ritenendo che l’ostacolo sia rappresentato da una situazione non soddisfacente, molto farraginosa, che si è venuta a creare nel mercato del lavoro’”. Chissà se e quando i dati dell’Istat gli daranno ragione.

di Stefano Feltri, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi 

17 marzo 2012

Uniti nel bavaglio

Berlusconi l’aveva detto chiaramente ad Alfano: “Se loro alzano il tiro sulla corruzione, tu butta sul tavolo le intercettazioni”. Così, l’altra sera alla cena-vertice a Palazzo Chigi, non appena Monti ha introdotto lo spinoso tema dell’armonizzazione del ddl anticorruzione – ora in commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera – con la Convenzione di Strasburgo (approvata al Senato), il segretario azzurro ha subito riproposto “l’irrisolta questione del ddl intercettazioni”. “È chiaro – avrebbe sottolineato l’ex Guardasigilli, firmatario del disegno di legge pidiellino in materia – che non possiamo aspettare il prossimo scandalo per intervenire”. Più che una minaccia, la frase è suonata come una chiamata in correità. E le orecchie di Casini e Bersani, per non dire quelle di Monti, si sono fatte attente. Perché una legge che tenga a bada le penne dei cronisti in un delicato momento pre elettorale “ci vuole – ecco il commento sempre di Alfano – e ci vuole per tutti…”. Il bavaglio alla stampa, dunque, come un toccasana per gli accordi tra politici di ogni colore.

 

E COSÌ, paradossalmente, quella che il giorno prima era stata sbandierata quasi come un avvertimento da Schifani (“è l’ora di rispolverare il ddl intercettazioni”), è diventata il punto da cui si è partiti per trovare un’intesa anche su tutte le altre “note dolenti” del capitolo giustizia. Intanto: il ddl Alfano verrà accantonato per far posto a un nuovo articolato (che nelle intese dovrebbe avvicinarsi al ddl Mastella) che porterà la firma di Paola Severino. Ieri, durante il Consiglio dei ministri, la Guardasigilli ha ricevuto ufficialmente l’incarico di stilare un testo che “tenga conto delle indicazioni dei capigruppo” e che “prenda il meglio” dei due precedenti ddl. A quanto sembra, il provvedimento dovrà essere legge prima dell’estate, in modo da arrivare “nell’imminenza della campagna elettorale” con un bavaglio nuovo e pronto. Più leggero di quelli minacciati in precedenza, certo, ma comunque un bavaglio. Portata a casa la questione intercettazioni (“un risultato ottimale” anche secondo il Cavaliere) si è poi passati a parlar di corruzione. Ma lì c’è stato poco da fare; l’Italia deve recepire la Convenzione di Strasburgo e dunque il ddl ora alla Camera (sempre a firma Alfano) dovrà essere modificato attraverso due o tre emendamenti che presenterà il governo “e che terranno conto dell’intesa raggiunta”, ha spiegato ieri Bersani. Nel dettaglio, verrà modificato il reato di concussione così com’è scritto oggi nel nostro ordinamento. Nel senso che il concusso, oggi vittima del reato, ne diventa soggetto attivo, quanto meno in relazione alla fattispecie di concussione per induzione. Verranno poi introdotte due nuove forme di reato: quello della corruzione nel settore privato (in Italia vige solo il reato contro la Pubblica amministrazione) e quello di traffico di influenza illecita. Questa norma stabilisce che chiunque millanta credito presso un pubblico ufficiale e, adducendo di doverne “comprare” il favore, chiede denaro o altro come prezzo per la propria mediazione, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni.

 

QUELLO che preoccupa ancora Berlusconi (che, tuttavia, con la “scomparsa” del reato di concussione potrebbe veder saltare la sua imputazione al processo Ruby, ma questo lo si capirà meglio a seconda di come verrà riscritta la norma) riguarda la necessità di mettere mano anche alla struttura dei reati fiscali e del falso in bilancio (che proprio B. ha depenalizzato) nonché l’introduzione della punibilità del cosiddetto autoriciclaggio. Faccende spinose su cui, però, pare che Alfano non abbia alzato mai più di tanto il sopracciglio, ma è anche vero – per dirla con il ministro dell’Interno Cancellieri – che “su questi argomenti è appena iniziata un’attività parlamentare, vediamo come va”. In ultimo, la responsabilità civile dei magistrati. Su questo Alfano ha puntato i piedi: “Per noi resta valido il principio che chi sbaglia paga”. L’Amn ha risposto in modo netto: “Sulla responsabilità non si tratta”. Però sembra siano stati evidenziati margini di manovra. Anche su questo, Monti ha dato mandato alla Severino di trovare “una soluzione equilibrata e condivisa” e in tempi brevi, visto che la questione è contenuta nella legge comunitaria, di prossimo passaggio alla Camera per la lettura definitiva. Anche lì il governo potrebbe intervenire con un emendamento che cancelli la responsabilità dalla comunitaria per poi affrontare l’argomento con un provvedimento ad hoc. Ma non subito, prima ci sono altre priorità. Come il bavaglio.

di Sara Nicoli, IFQ

17 marzo 2012

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

di Marco Travaglio, IFQ

8 marzo 2012

Le foto di Vasto

Breve riepilogo delle puntate precedenti. In settembre si tiene a Vasto la festa dell’Idv. Insieme a Di Pietro, partecipano i leader alleati: Bersani e Vendola. Alla fine, come si usa, i tre vengono fotografati insieme. Dalla foto gli elettori del Pd comprendono finalmente chi sono per il Pd gli alleati del Pd (loro lo sapevano, ma dubitavano che lo sapesse il Pd, allora impegnatissimo a inseguire banchieri e a mettersi nei Casini). I sondaggi del Pd ne traggono subito beneficio: gli elettori del Pd considerano naturale allearsi con Di Pietro e Vendola. Anzi, di solito preferiscono i candidati di Sel e Idv piuttosto che quelli del Pd: infatti in Puglia han votato Vendola, a Milano Pisapia, a Napoli De Magistris. Dal che si potrebbe persino dedurre che, nella foto di Vasto, l’intruso non sia Vendola, e neppure Di Pietro, ma Bersani. Infatti la prospettiva di allearsi con i propri alleati, e soprattutto di darla vinta ai propri elettori, sgomenta i vertici del Pd, che iniziano a interrogarsi sugli effetti nefasti della “foto di Vasto”: e se poi si vincono le elezioni? Non sia mai. Atterriti dall’idea di andare al governo, quando arriva Monti respirano: possono evitare di governare per un altro anno. Intanto commentatori che non ne han mai azzeccata una, tipo Polito El Drito, Ostellino, Panebianco, Battista e Macaluso, esortano amorevolmente il Pd a guardarsi dalla “foto di Vasto”. Lo stesso consiglio giunge unanime da Pdl e house organ al seguito che, sondaggi alla mano, tremano al pensiero di una vittoria del centrosinistra. La “foto di Vasto” diventa così l’origine di tutti i mali: ora Uòlter, Lettino, Fioroni, Boccia, Tonini, ma anche Gasparri e Capezzone, insomma le teste più fini della politica italiana, le attribuiscono persino la sconfitta della Borsellino alle primarie di Palermo (notoriamente provincia di Vasto). Infatti i palermitani in coda ai gazebo erano tutti muniti di foto di Vasto e, alla sola vista di essa, correvano a votare Ferrandelli. Il malcapitato fotografo che la scattò è costretto ormai alla clandestinità: vive in una località segreta, con barba finta, capelli tinti, bavero rialzato, sotto falso nome. In effetti, in soli sei mesi, la foto di Vasto ha già prodotto danni che le piaghe d’Egitto sono uno scherzo, al confronto. E non solo in Italia. La disfatta di Zapatero, per esempio, a cosa pensate che sia dovuta? L’ex premier spagnolo vide una volta su Internet la foto di Vasto e zac!, la sua sorte fu segnata. E il fallimento greco idem: non a caso la Grecia s’affaccia sul Mediterraneo orientale, come Vasto. Nessuno può immaginare il potere jettatorio dell’apparentemente ridente località abruzzese in fotografia. Che stava facendo Bin Laden quando fu ammazzato dagli americani? Guardava una foto di Vasto e ne restò ipnotizzato, così non s’accorse dei tiratori scelti tutt’intorno a casa. E come credete che sia stato individuato il colonnello Gheddafi in pieno deserto? I ribelli gli inviarono sul cellulare un mms con la foto di Vasto e lui, inorridito, inviò subito un sms a Bersani invitandolo a non farsi più fotografare con quei due, men che meno a Vasto: così fu intercettato, localizzato, catturato e ucciso. Anche la crisi dell’Inter ha origini tutt’ altro che misteriose: i giocatori avversari, senza farsene accorgere, tirano fuori dai pantaloncini una fotina di Vasto e i nerazzurri vanno subito in confusione. Pare che ormai, nei pronto soccorso, appena arriva un malato, un infortunato, un incidentato, un infartuato, il medico di turno non gli domandi più “come si sente?”, bensì: “Lei ha visto la foto di Vasto?”. In caso di risposta affermativa, la diagnosi è bell’e fatta. Nelle scuole e nelle università gli studenti somari che non sanno rispondere alle interrogazioni e agli esami han preso a scusarsi dicendo: “Scusi prof, ho studiato tanto, ma poi inavvertitamente ho intravisto la foto di Vasto e ho dimenticato tutto”. Pare che funzioni. Corre persino voce – anche se al momento mancano conferme ufficiali – che il comandante Schettino, pochi istanti prima del cozzo fatale tra la Costa Concordia e lo scoglio, stesse mostrando all’amica moldava non la solita collezione di farfalle, ma la foto di Vasto.

di Marco Travaglio, IFQ

26 gennaio 2012

A Monti una maggioranza che vale 900 miliardi

Da ieri Mario Monti non è più un tecnocrate, un “podestà straniero”, per usare un’espressione montiana. Ma è un premier a tutti gli effetti, con una solida maggioranza politica almeno su quello che più conta in questo momento: la politica europea. Alla Camera il premier incassa 468 voti a favore di una mozione sull’Unione europea, primi firmatari due deputati del Pd, Da-rio Franceschini e il responsabile del partito per l’Europa, Sandro Gozi. È un atto privo di effetti concreti, ma che serve a chiarire la posizione del Parlamento. “L’approvazione della mozione unitaria è un risultato importante”, fa sapere subito il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

PUÒ SEMBRARE una di quelle incomprensibili vicende procedurali da Montecitorio, ma si tratta davvero di una svolta. Lo spiega anche Monti al Senato, dove è stata approvata un’analoga mozione: “Finora ho informato il Parlamento ex post, riferendo sugli incontri europei, oggi il coinvolgimento avviene ex ante”. E questo ha due scopi: permettere a Monti di presentarsi in Europa con la forza negoziale che deriva dall’avere alle spalle una maggioranza compatta e rafforzare la credibilità delle sue promesse alla luce del fatto che i partiti si sono impegnati, con un voto parlamentare, a rispettarle anche per l’avvenire. Il punto cruciale è il six-pack di cui, per la prima volta, si discute apertamente in Parlamento con toni proporzionati alla severità di questo pacchetto di regole europee: nei prossimi anni il patto di stabilità rafforzato Euro Plus prevede che tutti i Paesi debbano ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil. Il nostro Pil è circa 1.500 miliardi, il debito è 1843, siamo fuori di oltre 900 miliardi. Significa, potenzialmente, manovre di 45 miliardi ogni anno. Certo, la crescita (che non c’è) e l’inflazione possono rendere meno gravoso il compito, e i “fattori rilevanti” da considerare – Monti li sta negoziando – ammorbidiranno ancora il conto. Che sarà comunque di almeno 20-25 miliardi. “Venir via dal debito nel modo matematico che inavvertitamente abbiamo sottoscritto è impossibile. Non si possono rispettare impegni impossibili e mettere l’Italia di fronte all’impossibile significa metterci l’Europa. So che lei, presidente , si sta battendo per questo”, lamenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Poi però vota la mozione che si limita a chiedere un rientro morbido dal debito, ma non lo contesta certo. La mozione, infatti, chiede al governo di impegnarsi affinché “senza mettere in dubbio il risultato finale di rientro nei parametri di convergenza europei, eviti automatismi e rigori eccessivi, tenga in considerazione l’impatto del ciclo economico, nonché attribuisca forte rilevanza ad una serie di ulteriori fattori rilevanti come il risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico”. Finora in Parlamento non si era mai votato su questo tema, il six pack era stato materia soltanto dei governi. Gli altri punti della strategia europea che i partiti avallano li chiarisce lo stesso Monti: spingere sul mercato interno, ottenere un rafforzamento del Fondo salva Stati permanente (Esm) da 500 ad almeno 750 miliardi (di nuovo bocciato dalla Germania ieri), e “un riflesso del nostro impegno su una ragionevole riduzione dei tassi di interesse sul debito”. Qui serve la traduzione che, un po’ brutalmente, suona così: cara Germania, abbiamo fatto i compiti a casa ora lascia che la Bce di Mario Draghi intervenga sul mercato del debito per far crollare lo spread (un po’ più basso del solito, ma ancora attorno a 400 punti). Però non può essere l’europeista Monti a dare l’impressione di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce e quindi precisa: “Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri”.

UN TIPO di dibattito un po’ esoterico per il Parlamento. Al Senato i banchi del Pdl sono praticamente vuoti, il Pd è presente in forze ma un po’ intontito, i senatori si ricordano di fare il primo applauso dopo oltre un quarto d’ora che il premier sta parlando. Soltanto la Lega prova a dissentire, ma la polemica sul six pack non è la più congeniale per l’eloquio lumbard, si concentra sul tema delle “radici cristiane” dell’Europa e riesce perfino a far approvare un pezzo della propria mozione. L’impressione ieri in Parlamento era che i partiti stessero firmando un assegno in bianco a Monti, lo dice perfino il segretario del Pdl Alfano: “Anche questa volta abbiamo messo l’Italia davanti a tutto, prima degli egoismi di parte perché quando è in gioco l’interesse dell’Italia nei rapporti con l’Europa noi indossiamo maglia nazionale e giochiamo tutti insieme”. E sul sito di Radio Padania Libera il 63 per cento dei 3635 partecipanti a un sondaggio (non statistico) si dicono “molto soddisfatti” dell’operato del governo finora. Egemonia montiana.

di Stefano Feltri, IFQ

Le proteste di Roberto Calderoli (Lega) al Senato dopo l’intervento di Monti (FOTO ZIP)

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

9 novembre 2011

L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

25 agosto 2011

Sciopero generale, lo schiaffo di Bersani

La scena ha un qualcosa di surreale: verso mezzogiorno, sotto il sole, nell’aria torrida e immobile di piazza Navona, il segretario generale Susanna Camusso trasforma il presidio della Cgil davanti al Senato in una strana conferenza stampa all’aperto. Di fatto un piccolo comizio, sottotono, davanti a duecento militanti e funzionari del sindacato. Elenca le proposte di modifica alla manovra finanziaria in discussione a palazzo Madama.

Chiede lotta all’evasione fiscale, l’imposta sulle grandi ricchezze (oltre gli 800 mila euro), l’imposta straordinaria sui grandi immobili (oltre gli 800 mila euro di valore), la ritassazione al 15 per cento, dei capitali “scudati”. E poi un fondo per la crescita e l’innovazione, una taglio energico e reale dei costi della politica e dei costi correnti della pubblica amministrazione. Soprattutto, l’abolizione dell’articolo 8 della manovra, quello che apre la strada alla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.    Ma il punto critico vero è il lancio dello sciopero generale del 6 settembre, che la Cgil ha proclamato in solitudine, accusata dagli altri sindacati di rompere il fronte delle parti sociali per correre dietro alle parole d’ordine della Fiom. Sullo sciopero arriva la doccia gelata della presa di distanza del leader del Pd Pier Luigi Bersani. Il quale prima incontra nella sede del partito i rappresentanti di tutte le parti sociali, Confindustria compresa, ai quali illustra la contro-manovra che il Pd convertirà in emendamenti domani al Senato. Un incontro che Bersani giudica positivamente , valorizzando questo filo di dialogo che deve continuare in vista di un “autunno pesante”.

Ma subito dopo, quando un giornalista gli chiede la sua posizione sullo sciopero della Cgil, Bersani dà una risposta tanto diplomatica nella forma quanto secca nella sostanza politica: “Noi siamo un partito che come mille altre volte è presente dove sono le forze sociali e civili, ma oggi abbiamo chiarito la nostra preoccupazione principale, cioè che non si disperda la convergenza raggiunta tra le forze sociali con l’accordo del 28 giugno”. Convergenza innanzitutto, dunque, e in questo momento è la Cgil che diverge dal coro compatto delle forze sociali, quello che dopo l’incontro con Silvio Berlusconi a palazzo Chigi si è fatto rappresentare dalla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia come portavoce di tutti, anche della Cgil.

Camusso, imbarazzata, cerca di schivare il colpo: l’accordo del 28 giugno sulla revisione del sistema dei contratti di lavoro è stato scavalcato e superato dal decreto del governo, che apre la strada a contratti locali in grado di superare quelli nazionali e le stesse leggi dello Stato. Il numero uno della Cgil prova ad argomentare: “Bersani ha detto una cosa molto corretta, che andrebbe rivolta al governo e alle parti che non chiedono lo stralcio dell’articolo 8. Chi ha rotto il faticoso percorso del 28 giugno è stato il governo e chi, tra le parti, si arrampica sui vetri dicendo che l’articolo 8 non contraddice l’accordo del 28 giugno”.

Ma la freddezza del Pd sullo sciopero della Camusso rimane un fatto politico. Con la Cgil si schierano Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Quanto ai lavoratori, Camusso si appella alla loro partecipazione, unica possibile risposta a chi giudica lo sciopero generale un errore politico o una mossa inutile: “Sappiamo che stiamo chiedendo ai lavoratori uno sforzo straordinario, ma si chiede un sacrificio straordinario quando le condizioni sono straordinarie”.

di Giorgio Meletti, IFQ

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