Sciopero generale, lo schiaffo di Bersani

La scena ha un qualcosa di surreale: verso mezzogiorno, sotto il sole, nell’aria torrida e immobile di piazza Navona, il segretario generale Susanna Camusso trasforma il presidio della Cgil davanti al Senato in una strana conferenza stampa all’aperto. Di fatto un piccolo comizio, sottotono, davanti a duecento militanti e funzionari del sindacato. Elenca le proposte di modifica alla manovra finanziaria in discussione a palazzo Madama.

Chiede lotta all’evasione fiscale, l’imposta sulle grandi ricchezze (oltre gli 800 mila euro), l’imposta straordinaria sui grandi immobili (oltre gli 800 mila euro di valore), la ritassazione al 15 per cento, dei capitali “scudati”. E poi un fondo per la crescita e l’innovazione, una taglio energico e reale dei costi della politica e dei costi correnti della pubblica amministrazione. Soprattutto, l’abolizione dell’articolo 8 della manovra, quello che apre la strada alla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.    Ma il punto critico vero è il lancio dello sciopero generale del 6 settembre, che la Cgil ha proclamato in solitudine, accusata dagli altri sindacati di rompere il fronte delle parti sociali per correre dietro alle parole d’ordine della Fiom. Sullo sciopero arriva la doccia gelata della presa di distanza del leader del Pd Pier Luigi Bersani. Il quale prima incontra nella sede del partito i rappresentanti di tutte le parti sociali, Confindustria compresa, ai quali illustra la contro-manovra che il Pd convertirà in emendamenti domani al Senato. Un incontro che Bersani giudica positivamente , valorizzando questo filo di dialogo che deve continuare in vista di un “autunno pesante”.

Ma subito dopo, quando un giornalista gli chiede la sua posizione sullo sciopero della Cgil, Bersani dà una risposta tanto diplomatica nella forma quanto secca nella sostanza politica: “Noi siamo un partito che come mille altre volte è presente dove sono le forze sociali e civili, ma oggi abbiamo chiarito la nostra preoccupazione principale, cioè che non si disperda la convergenza raggiunta tra le forze sociali con l’accordo del 28 giugno”. Convergenza innanzitutto, dunque, e in questo momento è la Cgil che diverge dal coro compatto delle forze sociali, quello che dopo l’incontro con Silvio Berlusconi a palazzo Chigi si è fatto rappresentare dalla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia come portavoce di tutti, anche della Cgil.

Camusso, imbarazzata, cerca di schivare il colpo: l’accordo del 28 giugno sulla revisione del sistema dei contratti di lavoro è stato scavalcato e superato dal decreto del governo, che apre la strada a contratti locali in grado di superare quelli nazionali e le stesse leggi dello Stato. Il numero uno della Cgil prova ad argomentare: “Bersani ha detto una cosa molto corretta, che andrebbe rivolta al governo e alle parti che non chiedono lo stralcio dell’articolo 8. Chi ha rotto il faticoso percorso del 28 giugno è stato il governo e chi, tra le parti, si arrampica sui vetri dicendo che l’articolo 8 non contraddice l’accordo del 28 giugno”.

Ma la freddezza del Pd sullo sciopero della Camusso rimane un fatto politico. Con la Cgil si schierano Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Quanto ai lavoratori, Camusso si appella alla loro partecipazione, unica possibile risposta a chi giudica lo sciopero generale un errore politico o una mossa inutile: “Sappiamo che stiamo chiedendo ai lavoratori uno sforzo straordinario, ma si chiede un sacrificio straordinario quando le condizioni sono straordinarie”.

di Giorgio Meletti, IFQ

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