A Monti una maggioranza che vale 900 miliardi

Da ieri Mario Monti non è più un tecnocrate, un “podestà straniero”, per usare un’espressione montiana. Ma è un premier a tutti gli effetti, con una solida maggioranza politica almeno su quello che più conta in questo momento: la politica europea. Alla Camera il premier incassa 468 voti a favore di una mozione sull’Unione europea, primi firmatari due deputati del Pd, Da-rio Franceschini e il responsabile del partito per l’Europa, Sandro Gozi. È un atto privo di effetti concreti, ma che serve a chiarire la posizione del Parlamento. “L’approvazione della mozione unitaria è un risultato importante”, fa sapere subito il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

PUÒ SEMBRARE una di quelle incomprensibili vicende procedurali da Montecitorio, ma si tratta davvero di una svolta. Lo spiega anche Monti al Senato, dove è stata approvata un’analoga mozione: “Finora ho informato il Parlamento ex post, riferendo sugli incontri europei, oggi il coinvolgimento avviene ex ante”. E questo ha due scopi: permettere a Monti di presentarsi in Europa con la forza negoziale che deriva dall’avere alle spalle una maggioranza compatta e rafforzare la credibilità delle sue promesse alla luce del fatto che i partiti si sono impegnati, con un voto parlamentare, a rispettarle anche per l’avvenire. Il punto cruciale è il six-pack di cui, per la prima volta, si discute apertamente in Parlamento con toni proporzionati alla severità di questo pacchetto di regole europee: nei prossimi anni il patto di stabilità rafforzato Euro Plus prevede che tutti i Paesi debbano ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil. Il nostro Pil è circa 1.500 miliardi, il debito è 1843, siamo fuori di oltre 900 miliardi. Significa, potenzialmente, manovre di 45 miliardi ogni anno. Certo, la crescita (che non c’è) e l’inflazione possono rendere meno gravoso il compito, e i “fattori rilevanti” da considerare – Monti li sta negoziando – ammorbidiranno ancora il conto. Che sarà comunque di almeno 20-25 miliardi. “Venir via dal debito nel modo matematico che inavvertitamente abbiamo sottoscritto è impossibile. Non si possono rispettare impegni impossibili e mettere l’Italia di fronte all’impossibile significa metterci l’Europa. So che lei, presidente , si sta battendo per questo”, lamenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Poi però vota la mozione che si limita a chiedere un rientro morbido dal debito, ma non lo contesta certo. La mozione, infatti, chiede al governo di impegnarsi affinché “senza mettere in dubbio il risultato finale di rientro nei parametri di convergenza europei, eviti automatismi e rigori eccessivi, tenga in considerazione l’impatto del ciclo economico, nonché attribuisca forte rilevanza ad una serie di ulteriori fattori rilevanti come il risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico”. Finora in Parlamento non si era mai votato su questo tema, il six pack era stato materia soltanto dei governi. Gli altri punti della strategia europea che i partiti avallano li chiarisce lo stesso Monti: spingere sul mercato interno, ottenere un rafforzamento del Fondo salva Stati permanente (Esm) da 500 ad almeno 750 miliardi (di nuovo bocciato dalla Germania ieri), e “un riflesso del nostro impegno su una ragionevole riduzione dei tassi di interesse sul debito”. Qui serve la traduzione che, un po’ brutalmente, suona così: cara Germania, abbiamo fatto i compiti a casa ora lascia che la Bce di Mario Draghi intervenga sul mercato del debito per far crollare lo spread (un po’ più basso del solito, ma ancora attorno a 400 punti). Però non può essere l’europeista Monti a dare l’impressione di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce e quindi precisa: “Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri”.

UN TIPO di dibattito un po’ esoterico per il Parlamento. Al Senato i banchi del Pdl sono praticamente vuoti, il Pd è presente in forze ma un po’ intontito, i senatori si ricordano di fare il primo applauso dopo oltre un quarto d’ora che il premier sta parlando. Soltanto la Lega prova a dissentire, ma la polemica sul six pack non è la più congeniale per l’eloquio lumbard, si concentra sul tema delle “radici cristiane” dell’Europa e riesce perfino a far approvare un pezzo della propria mozione. L’impressione ieri in Parlamento era che i partiti stessero firmando un assegno in bianco a Monti, lo dice perfino il segretario del Pdl Alfano: “Anche questa volta abbiamo messo l’Italia davanti a tutto, prima degli egoismi di parte perché quando è in gioco l’interesse dell’Italia nei rapporti con l’Europa noi indossiamo maglia nazionale e giochiamo tutti insieme”. E sul sito di Radio Padania Libera il 63 per cento dei 3635 partecipanti a un sondaggio (non statistico) si dicono “molto soddisfatti” dell’operato del governo finora. Egemonia montiana.

di Stefano Feltri, IFQ

Le proteste di Roberto Calderoli (Lega) al Senato dopo l’intervento di Monti (FOTO ZIP)

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