Posts tagged ‘Crisi’

18 gennaio 2013

Partono i sommergibili

“Rapidi ed invisibili, partono i sommergibili”, canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà.

La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994 e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israele- armamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che -fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi.

Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione.

Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’ILVA di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno -fortunatamente- inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

di Giulio Marcon, Sbilanciamoci.org

 

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30 gennaio 2012

Grecia, chiusa per 8 anni

Ci sono cani. E ci sono uomini randagi. Dormono vicini. Nelle strade di Atene. Nei primi rischi di inciampare. Sui secondi di posare lo sguardo, chiedendoti se tra cartoni, fuochi fatui e sacchi a pelo, di greco, non sia rimasta solo la tragedia. Mentre intorno, un sirtaki impazzito di macchine, clacson e soldati a guardia dei negozi balla senza convinzione, nella piazza della Costituzione, in faccia al Parlamento, si raccolgono firme per tornare alla Dracma.

Era la moneta della Grecia autarchica e inconsapevole. Quella del turismo anni ’80. Riemersa dall’orgia di dollari, torture e stupidità descritto da Costa Gavras: (“I militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Twain, la libertà di stampa, dire che Socrate era omosessuale…”) una patria che oggi spogliata, nuda, senza cognizione del domani, ha la lucidità del pugile in attesa del conteggio. Vetrine prese a martellate, poliziotti a presidio dei quartieri ricchi, saldi urlati a un pubblico immaginario che cammina curvo, guardando a terra, senza credere più a nulla. Bisogna sacrificarsi per rimanere in Europa, dicono quelli seri che non guidano il taxi di Kostas alle cinque di mattina.

LA GRECIA è altrove e si farà in un altro modo: 8 anni di lacrime e macelleria sociale, per un mezzo sorriso, forse, nel 2020. Per liberare un prestito di 130 milioni di euro, i burocrati dettano al premier Papademos la lista. Taglio di stipendi, libertà di licenziamento, abolizione del contratto collettivo di lavoro e tanto, tanto altro ancora. Dietro i vetri di Washington, dove lo spazio concesso alla filantropia è un piano di rientro concordato con le banche, indulgere alle astuzie mediterranee potrebbe essere rischioso. Se la politica proverà a monetizzare il dissenso in vista delle elezioni primaverili, al tavolo non mancherà una gamba, ma lo spazio per esistere. Nei vicoli stretti di Monestiraki in cui maiali passati a miglior vita riempiono l’aria abbronzandosi sul girarrosto, artigiani che plasmano il cuoio, ragionano sulla loro pelle.

Melissinos, il “poeta dei sandali”, barba bianca, riflessi hippy, uno che ha intrecciato scarpe e brandelli di filosofia per Onassis e John Lennon: “Ci siamo indebita-ti? Non è colpa nostra. Hanno mentito i politici. Alterando i conti e le nostre vite per sempre. Guadagno il 40% in meno di due anni fa. Nessuno ci salverà, ma i prossimi sarete voi italiani”. Seguono gentilezze rivolte alla Germania e alla signora Merkel, Anghela, con la g dura, placidamente paragonata ad Hitler. Sono tutti d’accordo. È colpa dei tedeschi e degli americani, con la Cia evocata in ogni discorso. Finanza e geopolitica. Complottismo e disperazione balcanica. Rassegnazione. Quando a sera, scendi negli odori della capitale, tra le rovine e la condanne di un passato luminoso, vedi un’altra Atene. Sensuale. Misteriosa. Non quella che almeno nei caffè, trascorre il giorno fumando in faccia alla crisi dalle finestre dei bistrot, ma quella di Seferis o di Kavafis, in cui morte e piacere si fondono e di notte, labbra, sensazioni e carne, si regalano un’altra occasione. Rispetto a ciò che si dice della Grecia, al coprifuoco dell’anima e all’allarmismo, è un fiume straniante e poeticamente normale. Sono ragazzi, studenti di teatro, bellezze in collisione che prima dell’abbandono, tentano di vivere la loro età. Se dovranno partire, non lo faranno osservando dietro le persiane. Anche seivecchichetrascinanoasteche sembrano croci con i biglietti della lotteria commuovono, e certe nuove immigrazioni gettate nelle vie in bilico tra dignità calpestata e romanzi criminali (Bangladesh, Iran, Sri Lanka, i neri, quasi assenti, confinati alle periferie dello spaccio semi-legalizzato) non sanno di festa ma di requiem anticipato.    Non si può pagare tutto. Non si può perdere ogni cosa a iniziare dalla giovinezza. Chi non ha voglia di mediare neanche con se stesso incendia yacht (sette, solo venerdì), assedia alberghi con gli ispettori del Fmi (cariche di fronte all’Hilton), improvvisa manifestazioni che fanno pensare che la prossima volta, qualcuno, potrebbe buttarsi a sinistra. Non nel Pasok: “Socialisti da operetta, i complici di questa disgrazia”, ti dice un agente nella via delle ambasciate (giardini, silenzio, un’enclave mimetica, una Svizzera extraterritoriale). Ma i comunisti. Saltando indietro. Perché nella sintesi forzata di un dramma collettivo, nell’illusione tradita che nel 2004 (Europei di calcio vinti, Olimpiadi, milioni sprecati per l’aeroporto) ubriacò tutti, l’utopia sembra l’unica cosa sensata.    Non è finita, comunque. Questa è la Grecia. Su un muro, una poesia. È di Panagulis. L’eroe della Resistenza. L’uomo descritto da Oriana Fallaci. Chiediamo di tradurla: Le lacrime che dai nostri occhi vedrete sgorgare/ non crediatele mai segni di disperazione/ promessa sono/ solamente promessa di lotta. Questa è la Grecia. Al funerale di Theo Angelopoulos non pioveva. Avevano tutti gli ombrelli neri. Gli dei, in cielo,sonosemprepiùmalvagi.Al passaggio del feretro li hanno aperti tutti insieme. in silenzio. Come in “Sogni” di Kurosawa, quando dal drago, dal mostro nucleare, il protagonista si difende sventolando la sua giacchetta.

di Malcom Pagani, IFQ

Atene 27 gennaio. Una delle scene sempre più frequenti. Saracinesche abbassate e povertà diffusa in centro (FOTO ANSA)

18 novembre 2011

Fiducia bulgara per la cura Monti

La prima riforma, a costo zero ma non a impatto zero, Mario Monti l’ha già fatta. All’inizio del suo discorso programmatico al Senato, prima di incassare una larga fiducia, rivendica: “Permette-mi di dire, e me lo sentirete dire spesso, che non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi!”. Non sono i cattivi burocrati di Bruxelles ad aver defenestrato Silvio Berlusconi e a imporre una stagione di sacrifici. É l’Europa, di cui l’Italia, sottolinea Monti, è un pilastro. Ma “il futuro dell’euro dipende anche da ciò che farà l’Italia nelle prossime settimane. Anche: non solo ma anche”. Nei vertici di Bruxelles ora l’Italia parlerà lo stesso linguaggio dei suoi partner, sembra dire lo sguardo di Monti da dietro gli occhiali senza montatura, e non ci potrete più trattare come la Grecia. Lo spread – la misura del costo del credito dell’Italia – scende da 539 a 493. É un inizio. Forse.

IN SENATO c’è silenzio. Il tono di Monti è fermo, forse davvero nasconde una certa emozione, come sostiene il professore all’inizio del suo intervento, ma non si percepisce. I senatori osservano il marziano calato dallo spread a palazzo Madama e sembrano faticare a credere che sia davvero lì, con la squadra dei nuovi ministri e l’ormai ex banchiere Corrado Passera che prende appunti su un quaderno-ne, come fosse uno studente. Alla fine della serata Monti incassa 281 voti, 15 senatori non si presentano, di cui 5 a vita, la Lega usa i suoi 25 no per dimostrare che sarà l’unica opposizione. Almeno per ora, almeno finché il governo non inizierà a tradurre in decreti legge quello che ha promesso nel discorso di ieri. Da una tribuna anche Gianni Letta, che non essendo parlamentare ora non può sedere nel-l’Aula, osserva Monti e si chiede probabilmente se ce la farà.    I dettagli delle misure ancora non ci sono, ma le priorità sì. In sintesi: quello che fa bene alle donne e ai giovani, fa bene al Paese. Il risanamento si fa solo con l’equità, chiedendo più sacrifici a chi più può pagare. Non c’è salvezza senza crescita, l’approccio di Giulio Tremonti (tagli lineari mentre si aspetta che l’economia mondiale riparta) è svanito.

RUMOREGGIA solo il senatore Roberto Castelli, leghista, che vorrebbe “più entusiasmo” quando Monti parla degli enti locali. Ma il professore neppure sorride. Legge un discorso che pare ricalcato sulle considerazioni finali di Mario Draghi di maggio. Ma tutto è studiato con il bilancino, per assicurarsi il massimo consenso anche attorno alle misure più difficili da far approvare. Ci sarà “un nuovo ordinamento” del mercato del lavoro che ridurrà la distanza tra quelli che sono “fin troppo tutelati” e quelli “totalmente privi di tutele”. Ma le nuove regole saranno applicate solo per le future assunzioni. Si intravede la riforma sostenuta da anni da Pietro Ichino (Pd) e dal professor Tito Boeri, grande flessibilità all’entrata e possibilità di licenziare nei primi anni, con le tutele che crescono nel tempo. Si tocca così il tabù dell’articolo 18, che non vale per i nuovi assunti. Monti cerca di cautelarsi per evitare il blocco da sinistra e propone anche “una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali”. Poi c’è la riforma della previdenza, incarnata dal ministro Elsa Fornero che vuole agganciare il calcolo di tutte le pensioni d’ora in avanti ai contributi versati e non alle retribuzioni, senza aspettare i lenti tempi della riforma Dini. L’assenza dell’Ici sulla prima casa, abolita dal governo Berlusconi, è “un’anomalia”. E quindi tornerà, dentro l’Imu, l’imposta del federalismo creata proprio da Berlusconi. Che già avverte: “Ho escluso il nostro appoggio alla patrimoniale perchè abbatterebbe il valore degli immobili del 15 per cento e svilupperebbe un fatto psicologico negativo”.    IL PROFESSORE sa come dire senza allarmare, nessun passaggio del suo discorso sembra autosufficiente per diventare uno slogan, un titolo. Anche quando annuncia una manovra correttiva, l’ennesima, lo fa così: “Nel corso delle prossime settimane valuteremo la necessità di ulteriori correttivi”. Tutto qua. “Musica per le mie orecchie”, dice il finiano Mario Baldassari, l’agenzia di rating Fitch vede l’Italia già in recessione ma considera Monti una speranza di sopravvivenza, “può essere una sorpresa positiva”, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ribadiscono per l’ennesima volta il loro “pieno sostegno” al nuovo premier. Certo, il professore deve precisare che la sua ascesa non è frutto di “complotti internazionali” o dei “poteri forti”. Ma non è mai sembrato così forte.

DAVVERO il professore della Bocconi ha già spazzato via la crisi? Almeno per il momento è presto per dire che l’Italia ha trovato il suo “bazooka”, come gli operatori finanziari chiamano la soluzione miracolosa che porrà fine alla crisi e che nessuno ha ancora inventato. “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi”, ammette Monti. Mancano però molti, troppi dettagli. La strategia che già si delinea è quella di varare pacchetti che comprendono sacrifici e incentivi, risanamento e crescita, per non ripetere l’errore di Tommaso Padoa-Schioppa rimasto stritolato dalla politica dei due tempi (prima i tagli, poi la spartizione del “tesoretto”). Vedremo appena si passerà alle cose serie, la prossima settimana. “La blindatura di un governo dipende dalla sua capacità di agire e di spiegare al Parlamento la portata della sua azione” ha detto Monti mercoledì al Quirinale. Ieri c’è riuscito. Ma quella era la parte facile.

di Stefano Feltri, IFQ

9 novembre 2011

L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

7 settembre 2011

Non si può crescere all’infinito

Dalla crisi che ci attanaglia sembra che non si sia tratta alcuna lezione. Che proprio non la si sia capita. E quindi che la si voglia risolvere con strumenti inadatti. Ovvero il solito inno alla crescita, che chissà perché, è evaporata. E allora i tagli. Ma i tagli vanno bene per tappare qualche buco, poi, se non si risolve il problema alla radice tra poco toccherà tagliare di nuovo e così via, fino alla disgregazione dello stato sociale. La radice è che l’età della crescita è finita. Il mondo sta andando in riserva. Sette miliardi di abitanti, miniere e giacimenti di combustibili fossili sempre più esauriti, discariche sempre più rigonfie. Cambiamenti climatici. Crisi alimentare. Sottrazione di suolo fertile. Deforestazione. Impoverimento dei banchi ittici. Cicli dell’azoto e del fosforo sballati.    DERISE E IGNORATE, le simulazioni del Club di Roma datate 1972 e poi costantemente aggiornate, lo ripetono alla noia: esistono limiti alla crescita, i primi decenni del XXI secolo saranno quelli della crisi globale, profonda, strutturale, perché ha a che fare con le leggi fondamentali del mondo fisico e non con la sovrastruttura economica recente, pura astrazione umana della quale la termodinamica se ne infischia. Qualche economista l’ha capito da tempo, ma non buca. Herman Daly con l’economia dello stato stazionario, Tim Jackson con il recente progetto governativo britannico “Prosperità senza crescita”, e qui da noi Guido Viale, il gruppo accademico sulla decrescita italiana, e pochi altri. Però manca il dibattito. Non se ne parla o non se ne vuole parlare. La crescita non funziona più, il giocattolo si è rotto, e il bambino urla e punta i piedi perché venga riparato al più presto, invece di domandarsi perché si è rotto e se è possibile fabbricarne un altro più “resiliente”. Sì, se c’è un progetto politico che l’Italia deve affrontare è quello della resilienza, proprietà che permette a un sistema di gestire in modo positivo uno choc esterno senza collassare, e gli ingredienti per il collasso ci sono tutti.    Per essere resilienti bisogna preparare ammortizzatori: l’Italia dovrebbe occuparsi di rendere i propri 60 milioni di cittadini resilienti, anziché concentrarsi sulla realizzazione di opere faraoniche che garantiscono torbidi business per pochi (il programma riformista di Veltroni propone invece di scegliere dieci grandi infrastrutture da realizzare in modo onesto!), o l’improbabile tardiva riattivazione di un sistema industriale al capolinea. Bisogna invece concentrare le poche risorse rimaste per fare in modo che le persone non perdano le conquiste basilari della modernità: quelle che garantiscono una casa calda d’inverno e fresca d’estate, l’assistenza sanitaria, cultura e istruzione pubblica, possibilità di spostarsi con una mobilità sobria e sostenibile. E, soprattutto , evitare il rischio di trovarsi alla fame. Si tratta di una “grande opera” di manutenzione capillare, a cominciare dalla riqualificazione energetica casa per casa. Le nostre abitazioni sono dei colabrodo, generano inquinamento, ma soprattutto impiccano chi le abita a bollette che lieviteranno sempre di più in futuro. Se noi oggi facciamo un buon investimento nel risanare gli edifici italiani, potremo tagliare dal 30 all’80 per cento i consumi domestici, liberando risorse oggi destinate al sempre incerto acquisto di energia dall’estero. È vero che si spende subito – creando comunque un’economia virtuosa che fa lavorare migliaia di piccole imprese artigiane in tutto il Paese – ma una casa risanata dura almeno cent’anni. Avanti con i pannelli solari, caldaie efficienti, serramenti basso emissivi, isolamento termico sui solai e sui muri, recupero acqua piovana. Insomma, c’è davvero tantissimo lavoro innovativo da fare in questo senso, ed è davvero uno dei punti forti della resilienza: almeno sappiamo che, qualsiasi cosa succeda, avremo sempre un minimo di comfort nelle nostre dimore, senza dipendere completamente da fornitori esterni.

ALTRO PUNTO importante è la cura di una certa autonomia e autosufficienza alimentare. Rilancio dell’impresa agricola, certo, ma poi anche in tutte le case che hanno un pezzo di terra si può allestire un piccolo orto domestico. Interventi di questo tipo possono essere fatti anche in città. In tutto il mondo ci sono vivaci progetti di orticultura urbana su spazi marginali di terreno che hanno la taglia giusta per essere gestiti in piccoli appezzamenti e assegnati alle persone. Sembra un progetto al ribasso, invece è coraggiosa avanguardia. C’è davvero un grande investimento da fare in questa fragile Italia per preparare la resilienza e diminuire così il rischio di problemi futuri in un mondo sempre più complesso. Nel mio libro Prepariamoci (Chiarelettere) ci sono i primi modesti elementi per aprire questo urgente dibattito: non ricette pronte e definitive, ma piuttosto l’invito a parlare di questi temi, a farsi sfiorare dal dubbio che crescita e consumi non siano la soluzione ai nostri problemi. Cominciamo a farlo al Festival della Letteratura di Mantova il 7 settembre.    * L’autore sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova, oggi in piazza Mantegna alle ore 18.

di Luca Mercalli, IFQ

1 marzo 2011

Il mondo guasto

Se “guasto è il mondo”, e in questo momento di crisi politica ed economica sembra decisamente malridotto, si può reagire in due modi: crogiolandosi nel pessimismo o cercando un’idea da cui ripartire, un concetto a cui appendersi per non affondare. Lo storico americano Tony Judt, già paralizzato dalla sclerosi che lo avrebbe ucciso in pochi mesi, ha scelto la seconda opzione e ha condensato in un libro appena uscito in Italia (Guasto è il mondo, Laterza) la sua risposta ai versi del poeta inglese Oliver Goldsmith che cita in epigrafe: “Guasto è il mondo, preda di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula e gli uomini vanno in rovina”. Il problema non è la crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ma il fatto che “per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale, anzi, ormai questo   è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane”. Tony Judt non era certo uno di quei fan della decrescita che salutano ogni impoverimento come una riscoperta dell’essenzialità, ogni recessione come un colpo all’ideologia consumista da abbattere in ogni modo.

JUDT ERA uno storico, un americano con il cervello formattato a Cambridge, consapevole che da quando l’Europa si è lasciata sedurre dal fascino dell’individualismo di stampo americano, dove lo Stato è il problema e non la soluzione, le disuguaglianze sono aumentate, il reddito si è concentrato nella cuspide della piramide sociale e il virtuoso sviluppo (che non era soltanto progresso) del dopoguerra si è arrestato.    In principio fu il verbo, dice biblicamente Judt. Cioè prima le idee trovano le parole che danno loro forza politica, poi   diventano leggi e producono i loro effetti. Fu così per la Rivoluzione francese e per il New Deal, ma adesso abbiamo perso le parole per pensare lo Stato, per spiegare in che mondo vorremmo vivere. Al termine di una conferenza sulla socialdemocrazia, nel 2009, una collega di Judt gli disse: “La cosa che più colpisce in quello che lei dice non è tanto la sostanza, quanto la forma. Parla di arrabbiarsi di fronte alla nostra acquiescenza politica, scrive della necessità di dissentire dal nostro modo di pensare economicistico, dell’urgenza di ritornare a un dibattito pubblico improntato all’etica. Nessuno parla più così”. E la diagnosi di questa malattia collettiva, che passa dalla perdita del linguaggio politico   , non piacerà certo a tutti. La scomparsa della società a favore degli individui, secondo Judt, non è da ricondurre alla rivoluzione liberista di Margaret Thatcher in Inghilterra (“La società non esiste”, diceva), quanto ai movimenti libertari del Sessantotto. Quando gli slogan diventano “fate l’amore e non la guerra” e “il personale è politico”, la politica si riduce a una somma di rivendicazioni individuali, l’obiettivo è l’affermazione di un’identità, l’emancipazione da una massa indistinta. E quindi, inevitabilmente, si pensa meno alla società e più ai singoli. Tanto che si afferma la convinzione che in materia di politica economica ci sono idee giuste e sbagliate, non contrapposte. E se vincono quelle giuste tutti staranno meglio. “È diventato un luogo   comune dire che vogliamo tutti la stessa cosa e abbiamo solo modi leggermente diversi per giungere a essa. Ma è semplicemente falso”, afferma Judt.

SEMBRA che parli della sinistra italiana e del Partito democratico, anche se si riferisce più ai socialisti francesi e soprattutto al New Labour inglese prima di Tony Blair e poi di Gordon Brown. Se tutti sono d’accordo sulla politica economica, significa che qualcuno non ha capito bene di cosa si sta discutendo. Perché ricostruire quella socialdemocrazia, che per Judt è l’equilibrio più alto raggiunto tra le più alte rivendicazioni del socialismo e l’efficienza del capitalismo, significa togliere a qualcuno per dare ad altri, ridurre   gli squilibri per aumentare la coesione sociale, il benessere per molti e perfino la crescita dell’economia nel suo complesso. Ma anche la convinzione più salda su quale sia la direzione in cui andare – e quella di Judt è saldissima – richiede una fiducia nella politica che in questi anni, ovunque e soprattutto in Italia, è difficile da conservare. Il disimpegno, la rabbia antipolitica, il movimentismo sembrano non soltanto più efficaci ma anche più giusti. Eppure Judt ha dedicato le sue ultime energie (fisiche, non certo intellettuali) proprio per scrivere questo libro, dedicato ai suoi figli, in cui si sostiene l’opposto: mai arrendersi ai soprusi del potere senza affrontarlo direttamente, anche se l’impegno nelle associazioni o nel volontariato appaga il bisogno di partecipazione, la rinuncia alla politica attiva è troppo pericolosa. “L’impulso morale è incontestabile – scrive   Judt – ma le democrazie esistono unicamente in virtù dell’impegno dei loro cittadini nella gestione della cosa pubblica”. Dunque: “Se i cittadini attivi o impegnati abdicano all’impegno politico, abbandonano la loro società ai suoi funzionari pubblici più mediocri e venali”. Lo cantava anche Fabrizio De André, a proposito del maggio francese del Sessantotto: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

di Stefano Feltri – IFQ

3 febbraio 2011

David Cameron: la ricetta del passato per spazzare lo Stato Sociale

I tagli draconiani al settore pubblico e l’aumento delle tasse in senso antiprogressivo del governo di coalizione caratterizzano un capitalismo sempre meno inclusivo, sempre meno democratico.

Mentre l’Europa continentale teme il riaccendersi del panico finanziario causato dall’esplosione del debito pubblico, il Regno Unito ha fatto riscontrare una crescita economica negativa (-0,5%) nell’ultimo trimestre del 2010. Il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha incolpato il maltempo per questo risultato che non era atteso: il freddo e la neve di dicembre hanno bloccato per diversi giorni la Gran Bretagna, con un influsso negativo specialmente sul settore delle costruzioni (-3.3%) che era stato, insieme a quello finanziario, il motore della crescita inglese durante gli anni del New Labour.
Certo, la neve non ha aiutato, diminuendo lo shopping natalizio, cancellando voli e treni e bloccando, appunto, i lavori in corso. Ma la spiegazione di Osborne è sbrigativa e non tocca il cuore del problema. D’altronde anche nel trimestre precedente la crescita è stata zero e, dal momento delle elezioni che hanno portato un Tory a Downing Street dopo 13 anni, l’economia è cresciuta solamente dello 0,3%. I problemi sono dunque più strutturali di quelli descritti dal governo. Il programma elettorale dei Conservatori, nella scorsa primavera, era piuttosto chiaro e si concentrava sulla diminuzione drastica del deficit nei prossimi anni, per reinstaurare la cosiddetta market confidence ed evitare attacchi speculativi che potrebbero destabilizzare l’economia inglese. La politica economica adottata da Cameron e Osborne è stata dunque molto simile alla shock therapy ripresa poi dai governi di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, sulla falsariga delle ricette economiche fallimentari imposte in Asia e in Sud America dal Fondo Monetario Internazionale nello scorso decennio. Il governo ha pianificato tagli drastici al settore pubblico e aumento delle tasse, una politica fortemente restrittiva per ridurre il buco di bilancio ma, ovviamente, tale stretta fiscale ha un impatto sulla crescita. Il settore delle costruzioni è stato il primo a essere colpito: mentre il governo Brown aveva cercato di riattivarlo dopo il crollo del 2008-09 con commesse statali, il nuovo governo di coalizione ha cancellato diversi contratti di costruzione, come quello per l’edilizia scolastica, il che spiega in maniera più convincente il forte calo registrato dal settore negli ultimi mesi. La maggior parte degli altri tagli non è ancora entrata in vigore ma le aspettative negative dei cittadini britannici hanno portato questi ultimi ad anticipare la riduzione del consumo privato già agli ultimi 6 mesi del 2010. Ora, con il nuovo anno, la situazione è destinata a peggiorare. La VAT (la nostra IVA) è stata portata dal gennaio 2011 dal 17.5 al 20%, un incremento che con tutta evidenza colpirà i ceti più deboli (il decile più povero della popolazione perderà oltre il 2% del reddito netto contro meno dell’1% per il decile più ricco). Nel settore pubblico oltre 90.000 lavoratori perderanno il posto, primo amaro assaggio di un piano che prevede la riduzione degli addetti nel settore di quasi 500 mila unità tra quest’anno e il 2015. Nel 2012, infine, entrerà in vigore anche la famigerata riforma universitaria che triplica le rette per gli studenti portandole fino a 9.000 sterline annue mentre le risorse pubbliche destinate all’istruzione superiore vengono tagliate del 40%.
Il tutto sembra coerente con l’impostazione dottrinaria della Big Society che Cameron è andato a riscovare in campagna elettorale, meno stato e più mercato, come se la preponderanza del mercato non fosse stata in primo luogo la causa del crollo finanziario. Il problema vero, che Cameron e Osborne non sembrano cogliere, è dato però dalla congiuntura economica. Il Regno Unito è stato colpito molto duramente dal meltdown finanziario, con il PIL calato complessivamente del 5.9% e l’economia in recessione per sei trimestri consecutivi tra il 2008 e il 2009. Il boom del decennio precedente è stato fondamentalmente legato a due bolle, quella finanziaria e quella immobiliare favorite dall’emergere della City come hub mondiale dei servizi finanziari e dall’enorme crescita di liquidità degli istituti finanziari inglesi. Ora l’economia britannica si trova in una posizione di estrema debolezza: l’industria ha ripreso a girare, grazie anche ai livelli bassissimi del tasso d’interesse, e infatti i dati dell’ultimo trimestre sono positivi (+1.4%), ma il peso specifico del manifatturiero nella composizione del PIL britannico è assai modesto (13% – “Grazie, Signora Thatcher”!) mentre il settore finanziario, nonostante il consistente rialzo dell’ultimo anno, è ancora lontano dall’aver superato la crisi, come dimostrato dalle difficoltà di un grande istituto come Barclays Capital che per il sesto trimestre consecutivo ha registrato un calo dei ricavi – con conseguente licenziamento del 10% degli addetti.
In una situazione di ripresa così instabile, i tagli draconiani del governo di coalizione non hanno alcun senso economico se non quello di una crociata ideologica. Cameron ha sostenuto che i tagli e le dismissioni nel settore pubblico libereranno risorse per il settore privato e il risultato netto sarà positivo ma non è riuscito a dare nessuna spiegazione razionale del perché un settore privato malmesso dovrebbe aumentare gli investimenti e le assunzioni proprio quando il costo della vita è in aumento (a causa dell’aumento del VAT e della svalutazione della sterlina), la disoccupazione stagnante e in probabile crescita grazie ai licenziamenti pubblici e dunque le aspettative di consumo in calo. Nonostante l’accresciuto deficit dello stato, la dinamica del debito pubblico non era assolutamente paragonabile a quella di molti altri paesi, inclusa l’Italia, ovviamente, né c’erano segnali che la speculazione globale si stesse preparando ad attaccare la sterlina. Un approccio meno ideologico avrebbe potuto semplicemente continuare a stimolare la crescita economica, riducendo il debito in maniera graduale grazie alle accresciute entrate fiscali. In realtà il governo di coalizione sembra voler sfruttare la window of opportunity della crisi per riscrivere l’intero contratto sociale, per arrivare dove neanche due decenni di thatcherismo e un decennio abbondante di blairismo avevano osato. Lo smantellamento dei servizi pubblici locali, dell’istruzione, la carta bianca data al mercato, il tentativo di ripristinare l’economia del debito privato (illuminante in questo senso la riforma universitaria che impone agli studenti un indebitamento nell’ordine delle 40-50 mila sterline complessive) sono tutti segnali che sembrano prefigurare un capitalismo sempre meno inclusivo, sempre meno democratico. Allo stesso tempo sembra però anche condannare alla marginalità il Regno Unito, costretto a subire i furori ideologici di una pattuglia di neo-liberali che si accaniscono a rianimare il corpo ormai esanime di un modello economico fallimentare.

sbilanciamoci.info

14 dicembre 2010

Il Paese paralizzato: La crisi non basta a spiegare perché le promesse elettorali della maggioranza sono rimaste sulla carta

Ormai è un reperto d’archeologia politica, ma il programma elettorale del Popolo della libertà nel 2008 aveva sette punti. Quelli economici erano questi: rilanciare lo sviluppo (al primo posto), sostenere la famiglia, il Sud, il federalismo, un piano straordinario di finanza pubblica. Il bilancio di metà legislatura (forse di tutta, dipende da come si concluderà il voto di oggi) può vantare soltanto la sostanziale tenuta dei conti pubblici, rivendicata dal ministro del Tesoro Giulio Tremonti, dovuta in gran parte al fatto che non c’è stato bisogno di salvare le banche. Per il resto, molto è stato promesso, quasi niente concesso.    La grande riforma fiscale non esiste, ci sono solo le stesse idee del 1994 (ripresentate periodicamente come inedite), l’Irap non è stata cancellata come prevedeva il programma,   l’Ici è sparita ma solo sulla carta, ci sono comunque trasferimenti ai Comuni finanziati con altre entrate, è solo diminuita l’autonomia degli enti locali. Le mille idee per “rilanciare lo sviluppo” sono rimaste tali: il fantomatico “Piano Sud” da 70-100 miliardi viene annunciato da oltre un anno, la Banca del Mezzogiorno per distribuire credito a tassi vantaggiosi non è ancora partita. C’è stata la detassazione degli straordinari promessa, ma in tempo di crisi li fanno in pochi. Le liberalizzazioni, uno dei punti cardine del programma elettorale, si sono tradotte nel ripristino di rigidità nel settore delle professioni che erano state abolite dal centrosinistra. La legge sulla difesa dei prodotti Made in Italy è stata   in gran parte svuotata dall’Unione europea. La finanza pubblica è effettivamente cambiata, secondo quanto auspicava il centrodestra. Ma è discutibile se in meglio: rivista la sequenza tradizionale della Finanziaria, ora si procede quasi solo per decreto e il Parlamento può incidere sulla politica economica soltanto con i maxi-emendamenti nelle commissioni. Il resto è blindato, deciso a Palazzo Chigi. Il sostegno alla famiglia, anche per colpa della crisi, è evaporato: i fondi statali di carattere sociale, secondo il centro Nens, sono calati del 30,4 per cento nel 2009 rispetto al 2008 e del 16,2 nel 2010. Nel 2011, per via dei tagli nella manovra di luglio, scenderanno addirittura del 63,4 per cento.

di Stefano Feltri IFQ

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16 novembre 2010

Il “mafioso di Arcore” e lo spettro ‘94

“L’Italia è una Repubblica democratica, in cui il Parlamento elegge e fa cadere i governi: il tradimento è solo quello di chi, a un Paese disperatamente alla ricerca di un patto costituente, contrappone voglia di potere e minacce di tumulti di piazza”. Era il 21 dicembre del 1994 quando Umberto Bossi pronunciò queste parole a Montecitorio. La frase successiva spense la luce al primo esecutivo di Silvio Berlusconi: “La Lega, onorevole presidente, le toglie la fiducia”. Quelle lontane settimane di sedici anni fa, forza delle analogie, in questi giorni sono sulla bocca di tutti. Sabato, per dire, le ha ricordate una nota informale del Quirinale: prima si approva   la Finanziaria e poi si apre la crisi, “d’altronde ci si regolò così anche nel ’94”. Due giorni prima vi aveva fatto un velenoso riferimento il finiano Carmelo Briguglio: “Allora il Cavaliere si dimise senza attendere il voto formale di sfiducia da parte delle Camere. Ricordare questo precedente può essere di qualche utilità”. Ma cosa accadde durante la crisi che nel gennaio 1995 portò Lamberto Dini a Palazzo Chigi? Ricordarlo può essere davvero di qualche utilità per il presente.    Il primo governo Berlusconi era in carica da maggio, ma i rapporti con Bossi erano burrascosi anche da prima. Lo stesso Senatur ha ricordato – in un libro scritto da Daniele Vi-mercati – che la decisione di far   cadere “il mafioso di Arcore” la prese a luglio, nei giorni della celebre foto in canotta a Villa San Martino. Roberto Maroni, invece, sostenne davanti ai giudici di Brescia che la scelta definitiva avvenne a inizio novembre. Comunque, prima del celebre “invito a comparire” che raggiunse il Cavaliere a Napoli. Troppe le frizioni: giustizia, federalismo e, alla fine, pure la riforma delle pensioni. Il Berlusconi I, però, cominciò a finire su un voto tutto sommato secondario (almeno quanto le recenti mozioni sui respingimenti): fu quando, era il 14 dicembre, la Lega votò con Pds e Ppi per esautorare la commissione Cultura dalla riforma delle tv. La crisi era in atto, ma prima di formalizzarla si approvò in fretta e furia la Finanziaria.   Una settimana dopo, tra il 21 e 22 dicembre, lo show down andò in diretta tv da Montecitorio: Bossi si sfilò dalla maggioranza, Berlusconi e Fini gli diedero del “giuda” e del malato mentale. A quel punto, senza aspettare il voto di sfiducia, il Cavaliere andò al Quirinale rassegnando le dimissioni nelle mani di un Oscar Luigi Scalfaro ansioso di riceverle. Inizia il dopo-crisi. Il 23 dicembre, a casa Bossi, arrivano Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema: è il famoso “patto delle sardine” per un governo di transizione (il Senatur aveva messo in tavola sardine in scatola, pan carrè e lattine di birra). Il Quirinale, intanto, aveva convinto Berlusconi a partecipare alla gestione della crisi indicando il suo successore e   promettendogli elezioni non troppo lontane: la scelta cadde sul ministro del Tesoro del Cavaliere, Lamberto Dini. Dopo averlo benedetto però, su pressione di Fini e Casini, Berlusconi decise di non votare la fiducia al nuovo esecutivo, mettendolo nelle mani di centrosinistra e Lega. Quella scelta gli costò un “esilio” da Palazzo Chigi di quasi sette anni, noto nella mitografia berlusconiana come “la traversata nel deserto”.   Più vicina a noi c’è la crisi del governo Prodi nel 2008: allora, dopo la sfiducia nel solo Senato, Giorgio Napolitano non sciolse subito le Camere – né tantomeno una – ma conferì un incarico esplorativo a Franco Marini (che poi non riuscì a formare un nuovo governo). I premier, insomma, vanno e vengono: “Presidente, lo Stato non è lei – ricordava Bossi a Berlusconi nel ’94 – E dopo di lei non c’è il diluvio”.

di Marco Palombi IFQ

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