Grecia, chiusa per 8 anni

Ci sono cani. E ci sono uomini randagi. Dormono vicini. Nelle strade di Atene. Nei primi rischi di inciampare. Sui secondi di posare lo sguardo, chiedendoti se tra cartoni, fuochi fatui e sacchi a pelo, di greco, non sia rimasta solo la tragedia. Mentre intorno, un sirtaki impazzito di macchine, clacson e soldati a guardia dei negozi balla senza convinzione, nella piazza della Costituzione, in faccia al Parlamento, si raccolgono firme per tornare alla Dracma.

Era la moneta della Grecia autarchica e inconsapevole. Quella del turismo anni ’80. Riemersa dall’orgia di dollari, torture e stupidità descritto da Costa Gavras: (“I militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Twain, la libertà di stampa, dire che Socrate era omosessuale…”) una patria che oggi spogliata, nuda, senza cognizione del domani, ha la lucidità del pugile in attesa del conteggio. Vetrine prese a martellate, poliziotti a presidio dei quartieri ricchi, saldi urlati a un pubblico immaginario che cammina curvo, guardando a terra, senza credere più a nulla. Bisogna sacrificarsi per rimanere in Europa, dicono quelli seri che non guidano il taxi di Kostas alle cinque di mattina.

LA GRECIA è altrove e si farà in un altro modo: 8 anni di lacrime e macelleria sociale, per un mezzo sorriso, forse, nel 2020. Per liberare un prestito di 130 milioni di euro, i burocrati dettano al premier Papademos la lista. Taglio di stipendi, libertà di licenziamento, abolizione del contratto collettivo di lavoro e tanto, tanto altro ancora. Dietro i vetri di Washington, dove lo spazio concesso alla filantropia è un piano di rientro concordato con le banche, indulgere alle astuzie mediterranee potrebbe essere rischioso. Se la politica proverà a monetizzare il dissenso in vista delle elezioni primaverili, al tavolo non mancherà una gamba, ma lo spazio per esistere. Nei vicoli stretti di Monestiraki in cui maiali passati a miglior vita riempiono l’aria abbronzandosi sul girarrosto, artigiani che plasmano il cuoio, ragionano sulla loro pelle.

Melissinos, il “poeta dei sandali”, barba bianca, riflessi hippy, uno che ha intrecciato scarpe e brandelli di filosofia per Onassis e John Lennon: “Ci siamo indebita-ti? Non è colpa nostra. Hanno mentito i politici. Alterando i conti e le nostre vite per sempre. Guadagno il 40% in meno di due anni fa. Nessuno ci salverà, ma i prossimi sarete voi italiani”. Seguono gentilezze rivolte alla Germania e alla signora Merkel, Anghela, con la g dura, placidamente paragonata ad Hitler. Sono tutti d’accordo. È colpa dei tedeschi e degli americani, con la Cia evocata in ogni discorso. Finanza e geopolitica. Complottismo e disperazione balcanica. Rassegnazione. Quando a sera, scendi negli odori della capitale, tra le rovine e la condanne di un passato luminoso, vedi un’altra Atene. Sensuale. Misteriosa. Non quella che almeno nei caffè, trascorre il giorno fumando in faccia alla crisi dalle finestre dei bistrot, ma quella di Seferis o di Kavafis, in cui morte e piacere si fondono e di notte, labbra, sensazioni e carne, si regalano un’altra occasione. Rispetto a ciò che si dice della Grecia, al coprifuoco dell’anima e all’allarmismo, è un fiume straniante e poeticamente normale. Sono ragazzi, studenti di teatro, bellezze in collisione che prima dell’abbandono, tentano di vivere la loro età. Se dovranno partire, non lo faranno osservando dietro le persiane. Anche seivecchichetrascinanoasteche sembrano croci con i biglietti della lotteria commuovono, e certe nuove immigrazioni gettate nelle vie in bilico tra dignità calpestata e romanzi criminali (Bangladesh, Iran, Sri Lanka, i neri, quasi assenti, confinati alle periferie dello spaccio semi-legalizzato) non sanno di festa ma di requiem anticipato.    Non si può pagare tutto. Non si può perdere ogni cosa a iniziare dalla giovinezza. Chi non ha voglia di mediare neanche con se stesso incendia yacht (sette, solo venerdì), assedia alberghi con gli ispettori del Fmi (cariche di fronte all’Hilton), improvvisa manifestazioni che fanno pensare che la prossima volta, qualcuno, potrebbe buttarsi a sinistra. Non nel Pasok: “Socialisti da operetta, i complici di questa disgrazia”, ti dice un agente nella via delle ambasciate (giardini, silenzio, un’enclave mimetica, una Svizzera extraterritoriale). Ma i comunisti. Saltando indietro. Perché nella sintesi forzata di un dramma collettivo, nell’illusione tradita che nel 2004 (Europei di calcio vinti, Olimpiadi, milioni sprecati per l’aeroporto) ubriacò tutti, l’utopia sembra l’unica cosa sensata.    Non è finita, comunque. Questa è la Grecia. Su un muro, una poesia. È di Panagulis. L’eroe della Resistenza. L’uomo descritto da Oriana Fallaci. Chiediamo di tradurla: Le lacrime che dai nostri occhi vedrete sgorgare/ non crediatele mai segni di disperazione/ promessa sono/ solamente promessa di lotta. Questa è la Grecia. Al funerale di Theo Angelopoulos non pioveva. Avevano tutti gli ombrelli neri. Gli dei, in cielo,sonosemprepiùmalvagi.Al passaggio del feretro li hanno aperti tutti insieme. in silenzio. Come in “Sogni” di Kurosawa, quando dal drago, dal mostro nucleare, il protagonista si difende sventolando la sua giacchetta.

di Malcom Pagani, IFQ

Atene 27 gennaio. Una delle scene sempre più frequenti. Saracinesche abbassate e povertà diffusa in centro (FOTO ANSA)

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