Il mondo guasto

Se “guasto è il mondo”, e in questo momento di crisi politica ed economica sembra decisamente malridotto, si può reagire in due modi: crogiolandosi nel pessimismo o cercando un’idea da cui ripartire, un concetto a cui appendersi per non affondare. Lo storico americano Tony Judt, già paralizzato dalla sclerosi che lo avrebbe ucciso in pochi mesi, ha scelto la seconda opzione e ha condensato in un libro appena uscito in Italia (Guasto è il mondo, Laterza) la sua risposta ai versi del poeta inglese Oliver Goldsmith che cita in epigrafe: “Guasto è il mondo, preda di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula e gli uomini vanno in rovina”. Il problema non è la crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ma il fatto che “per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale, anzi, ormai questo   è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane”. Tony Judt non era certo uno di quei fan della decrescita che salutano ogni impoverimento come una riscoperta dell’essenzialità, ogni recessione come un colpo all’ideologia consumista da abbattere in ogni modo.

JUDT ERA uno storico, un americano con il cervello formattato a Cambridge, consapevole che da quando l’Europa si è lasciata sedurre dal fascino dell’individualismo di stampo americano, dove lo Stato è il problema e non la soluzione, le disuguaglianze sono aumentate, il reddito si è concentrato nella cuspide della piramide sociale e il virtuoso sviluppo (che non era soltanto progresso) del dopoguerra si è arrestato.    In principio fu il verbo, dice biblicamente Judt. Cioè prima le idee trovano le parole che danno loro forza politica, poi   diventano leggi e producono i loro effetti. Fu così per la Rivoluzione francese e per il New Deal, ma adesso abbiamo perso le parole per pensare lo Stato, per spiegare in che mondo vorremmo vivere. Al termine di una conferenza sulla socialdemocrazia, nel 2009, una collega di Judt gli disse: “La cosa che più colpisce in quello che lei dice non è tanto la sostanza, quanto la forma. Parla di arrabbiarsi di fronte alla nostra acquiescenza politica, scrive della necessità di dissentire dal nostro modo di pensare economicistico, dell’urgenza di ritornare a un dibattito pubblico improntato all’etica. Nessuno parla più così”. E la diagnosi di questa malattia collettiva, che passa dalla perdita del linguaggio politico   , non piacerà certo a tutti. La scomparsa della società a favore degli individui, secondo Judt, non è da ricondurre alla rivoluzione liberista di Margaret Thatcher in Inghilterra (“La società non esiste”, diceva), quanto ai movimenti libertari del Sessantotto. Quando gli slogan diventano “fate l’amore e non la guerra” e “il personale è politico”, la politica si riduce a una somma di rivendicazioni individuali, l’obiettivo è l’affermazione di un’identità, l’emancipazione da una massa indistinta. E quindi, inevitabilmente, si pensa meno alla società e più ai singoli. Tanto che si afferma la convinzione che in materia di politica economica ci sono idee giuste e sbagliate, non contrapposte. E se vincono quelle giuste tutti staranno meglio. “È diventato un luogo   comune dire che vogliamo tutti la stessa cosa e abbiamo solo modi leggermente diversi per giungere a essa. Ma è semplicemente falso”, afferma Judt.

SEMBRA che parli della sinistra italiana e del Partito democratico, anche se si riferisce più ai socialisti francesi e soprattutto al New Labour inglese prima di Tony Blair e poi di Gordon Brown. Se tutti sono d’accordo sulla politica economica, significa che qualcuno non ha capito bene di cosa si sta discutendo. Perché ricostruire quella socialdemocrazia, che per Judt è l’equilibrio più alto raggiunto tra le più alte rivendicazioni del socialismo e l’efficienza del capitalismo, significa togliere a qualcuno per dare ad altri, ridurre   gli squilibri per aumentare la coesione sociale, il benessere per molti e perfino la crescita dell’economia nel suo complesso. Ma anche la convinzione più salda su quale sia la direzione in cui andare – e quella di Judt è saldissima – richiede una fiducia nella politica che in questi anni, ovunque e soprattutto in Italia, è difficile da conservare. Il disimpegno, la rabbia antipolitica, il movimentismo sembrano non soltanto più efficaci ma anche più giusti. Eppure Judt ha dedicato le sue ultime energie (fisiche, non certo intellettuali) proprio per scrivere questo libro, dedicato ai suoi figli, in cui si sostiene l’opposto: mai arrendersi ai soprusi del potere senza affrontarlo direttamente, anche se l’impegno nelle associazioni o nel volontariato appaga il bisogno di partecipazione, la rinuncia alla politica attiva è troppo pericolosa. “L’impulso morale è incontestabile – scrive   Judt – ma le democrazie esistono unicamente in virtù dell’impegno dei loro cittadini nella gestione della cosa pubblica”. Dunque: “Se i cittadini attivi o impegnati abdicano all’impegno politico, abbandonano la loro società ai suoi funzionari pubblici più mediocri e venali”. Lo cantava anche Fabrizio De André, a proposito del maggio francese del Sessantotto: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

di Stefano Feltri – IFQ

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: