Non si può crescere all’infinito

Dalla crisi che ci attanaglia sembra che non si sia tratta alcuna lezione. Che proprio non la si sia capita. E quindi che la si voglia risolvere con strumenti inadatti. Ovvero il solito inno alla crescita, che chissà perché, è evaporata. E allora i tagli. Ma i tagli vanno bene per tappare qualche buco, poi, se non si risolve il problema alla radice tra poco toccherà tagliare di nuovo e così via, fino alla disgregazione dello stato sociale. La radice è che l’età della crescita è finita. Il mondo sta andando in riserva. Sette miliardi di abitanti, miniere e giacimenti di combustibili fossili sempre più esauriti, discariche sempre più rigonfie. Cambiamenti climatici. Crisi alimentare. Sottrazione di suolo fertile. Deforestazione. Impoverimento dei banchi ittici. Cicli dell’azoto e del fosforo sballati.    DERISE E IGNORATE, le simulazioni del Club di Roma datate 1972 e poi costantemente aggiornate, lo ripetono alla noia: esistono limiti alla crescita, i primi decenni del XXI secolo saranno quelli della crisi globale, profonda, strutturale, perché ha a che fare con le leggi fondamentali del mondo fisico e non con la sovrastruttura economica recente, pura astrazione umana della quale la termodinamica se ne infischia. Qualche economista l’ha capito da tempo, ma non buca. Herman Daly con l’economia dello stato stazionario, Tim Jackson con il recente progetto governativo britannico “Prosperità senza crescita”, e qui da noi Guido Viale, il gruppo accademico sulla decrescita italiana, e pochi altri. Però manca il dibattito. Non se ne parla o non se ne vuole parlare. La crescita non funziona più, il giocattolo si è rotto, e il bambino urla e punta i piedi perché venga riparato al più presto, invece di domandarsi perché si è rotto e se è possibile fabbricarne un altro più “resiliente”. Sì, se c’è un progetto politico che l’Italia deve affrontare è quello della resilienza, proprietà che permette a un sistema di gestire in modo positivo uno choc esterno senza collassare, e gli ingredienti per il collasso ci sono tutti.    Per essere resilienti bisogna preparare ammortizzatori: l’Italia dovrebbe occuparsi di rendere i propri 60 milioni di cittadini resilienti, anziché concentrarsi sulla realizzazione di opere faraoniche che garantiscono torbidi business per pochi (il programma riformista di Veltroni propone invece di scegliere dieci grandi infrastrutture da realizzare in modo onesto!), o l’improbabile tardiva riattivazione di un sistema industriale al capolinea. Bisogna invece concentrare le poche risorse rimaste per fare in modo che le persone non perdano le conquiste basilari della modernità: quelle che garantiscono una casa calda d’inverno e fresca d’estate, l’assistenza sanitaria, cultura e istruzione pubblica, possibilità di spostarsi con una mobilità sobria e sostenibile. E, soprattutto , evitare il rischio di trovarsi alla fame. Si tratta di una “grande opera” di manutenzione capillare, a cominciare dalla riqualificazione energetica casa per casa. Le nostre abitazioni sono dei colabrodo, generano inquinamento, ma soprattutto impiccano chi le abita a bollette che lieviteranno sempre di più in futuro. Se noi oggi facciamo un buon investimento nel risanare gli edifici italiani, potremo tagliare dal 30 all’80 per cento i consumi domestici, liberando risorse oggi destinate al sempre incerto acquisto di energia dall’estero. È vero che si spende subito – creando comunque un’economia virtuosa che fa lavorare migliaia di piccole imprese artigiane in tutto il Paese – ma una casa risanata dura almeno cent’anni. Avanti con i pannelli solari, caldaie efficienti, serramenti basso emissivi, isolamento termico sui solai e sui muri, recupero acqua piovana. Insomma, c’è davvero tantissimo lavoro innovativo da fare in questo senso, ed è davvero uno dei punti forti della resilienza: almeno sappiamo che, qualsiasi cosa succeda, avremo sempre un minimo di comfort nelle nostre dimore, senza dipendere completamente da fornitori esterni.

ALTRO PUNTO importante è la cura di una certa autonomia e autosufficienza alimentare. Rilancio dell’impresa agricola, certo, ma poi anche in tutte le case che hanno un pezzo di terra si può allestire un piccolo orto domestico. Interventi di questo tipo possono essere fatti anche in città. In tutto il mondo ci sono vivaci progetti di orticultura urbana su spazi marginali di terreno che hanno la taglia giusta per essere gestiti in piccoli appezzamenti e assegnati alle persone. Sembra un progetto al ribasso, invece è coraggiosa avanguardia. C’è davvero un grande investimento da fare in questa fragile Italia per preparare la resilienza e diminuire così il rischio di problemi futuri in un mondo sempre più complesso. Nel mio libro Prepariamoci (Chiarelettere) ci sono i primi modesti elementi per aprire questo urgente dibattito: non ricette pronte e definitive, ma piuttosto l’invito a parlare di questi temi, a farsi sfiorare dal dubbio che crescita e consumi non siano la soluzione ai nostri problemi. Cominciamo a farlo al Festival della Letteratura di Mantova il 7 settembre.    * L’autore sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova, oggi in piazza Mantegna alle ore 18.

di Luca Mercalli, IFQ

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: