Posts tagged ‘Tv’

2 ottobre 2012

In onda l’idillio tra Fazio e Passera

Il buongiorno si vede dal mattino, l’idillio si intuisce da Filippa Lagerback. Non ha fatto in tempo a introdurre Corrado Passera, due sere fa, che l’amore era già scoppiato. Anzi mai sopito. Fabio Fazio (scattando in piedi): “Benvenuto, abbiamo molte cosa da chiedere e da dirci” (che ovviamente nessuno chiederà e dirà). “Si ricorda del nostro ultimo incontro?”. E Passera: “Come potrei dimenticarmi quella serata?”. Due innamorati. Share discreto (12.6%). Ritmo catacombale. Per ventitre minuti.    Che tempo che fa non cambia, al di là dell’esperimento al lunedì sera. Il conduttore è incalzante come il Pulcino Pio, l’ospite un amico da mettere a suo agio. In ogni modo. Anche glissando sugli aspetti scabrosi che eventualmente lo riguardano. Come quello di essere indagato per evasione fiscale. Imbarazzante, ancor più se si è Ministro per lo Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti. Dell’accusa non si è parlato: per educazione, beninteso.    Ieri l’Apocalisse, oggi il Bengodi. Passera: “Abbiamo rischiato di perdere indipendenza e libertà, sotto il controllo di entità esterne che avrebbero fatto macelle (testuale). Il paese, grazie al governo Monti, si è messo in sicurezza”.    Agende digitali e balbetti. Esigendo da se stesso l’impossibile, ovvero passione, Passera ha cercato di esaltarsi. Dissertando di agende digitali (wow). Solo che ha cominciato a balbettare , forse per osmosi, data la vicinanza con Fazio (che, ogni tanto, qualche domanda provava a farla). “Pensi alle ist.. inc… strutt… alle informazioni sanitarie”. “Un sistema per com…con…conc…compensare”. Ist. Inc. Umpf.    Gioca Jouer. Se Passera si sentiva (senza motivo) in difficoltà, soleva rifugiarsi nel “prenda e pensi”. “Prenda la Borsa, pensi alla recessione”. “Prenda la Fiat, pensi all’Alcoa”. Prendere, pensare. Nuotare, sciare, spray, macho: il Gioca Jouer dei Tecnici.    Buoni sentimenti. Aderendo con sobrio giubilo al clima da Frank Capra, Passera ha parlato di “certificazioni e trasparenza”. “Spero e penso che la legge elettorale si farà”. “La Fiat sta molto meglio di qualche anno fa e ha successo negli Stati Uniti, di questo dobbiamo essere contenti”. “Non può esistere alternativa tra salute e lavoro”. “Dobbiamo ricostruire il nostro paese, l’Italia se la può giocare alla grande”. E vissero felici e contenti: Passera, quantomeno.    Non siamo come loro. Passera: “Berlusconi su Euro e Germania? Dire due cose così sbagliate è raro da sentire” (ovazione). “(La brutta politica) va oltre la mia immaginazione”. E il governo Monti, invece? “Ha segnato la fine di un periodo non buono per il nostro paese e l’inizio di un nuovo paese, ehm, di una nuova fase. E adesso deve partire la Terza Repubblica”. Minaccia?    Il mio amico Sergio. Ecco lo sketch. Passera parlava di Squinzi e Marchionne chiamandoli per nome: “Giorgio, Sergio”. Fazio: “Chi è Sergio?”. Passera: “Marchionne”. Fazio: “Ah ecco, credevo fosse un mio amico di nome Sergio, mi stavo chiedendo come faceva a conoscere il Ministro”. Passera: “Ah ah, mi scusi”. Ah ah.    Ilvia Libera. Passera: “L’Ilvia deve trovare il modo di andare avanti”. L’Il-via, forse. L’Ilva, no.    É stato meraviglioso. Quando Fazio ha dato (garbati) segni di insofferenza, Passera se n’è accorto: “Vedo che ha fretta”. Fazio: “No no, abbiamo trascorso meravigliosi 20 minuti piacevolissimi”. E chi ha un superlativo, qui, lo aggiunga. Purchè trasudante gioia e candor.

di Andrea Scanzi, IFQ

É di nuovo in onda la trasmissione “Che tempo che fa” Domenica di fronte Fazio e Passera  ( LaPresse) 

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29 febbraio 2012

Anche con Monti sulla Tv decidono gli amici di B.

A 75 anni l’emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: “Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni”. Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.    All’annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: “A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani, – dice un editore di un gruppo televisivo importante – il fantasioso inventore del beauty contest”, il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato).

Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l’Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni. Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant’è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro). Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all’Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corra-do Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l’Agcom perché coinvolto nell’inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro. Quando Mario Monti e Corrado Passera l’hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però. Vari è l’uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri .

A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega. Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l’ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere. Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva.    Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: “Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni”.

di Carlo Tecce, IFQ

Massimo Vari e Silvio Berlusconi (FOTO LAPRESSE E ANSA)

27 gennaio 2012

Passeraset

Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul resto d’Europa, anche l’Italia ha la sua legge sull’emittenza: la Mammì, detta anche “Polaroid” perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammì, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d’accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c’entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galliani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. I quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip li assolve: i fatti sono “pressoché indiscussi”, ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel ‘94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel ‘97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel ‘99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D’Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante. Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l’80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge “beauty contest”, che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l’Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l’annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all’asta. Chi mente? Passera o l’Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell’Agcom Guido Stazi: “L’argomento è importante, complesso e delicato e merita… un colloquio diretto tra il vertice dell’Autorità e, personalmente, il ministro” (dunque Passera non ha parlato con l’Agcom). Conclusione: “Occorrerebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181” dell’Agcom, quelle che han “reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l’asta recentemente conclusa”. Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l’indicazione dell’Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel ‘92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent’anni?

di Marco Travaglio, IFQ

20 dicembre 2011

Il nuovo vecchio Fabio

Domenica sera, per la prima volta nella vita, Fabio Fazio mi ha fatto tenerezza. L’ho visto invecchiato, d’improvviso, anzi, di colpo. Stava lì, nel suo studiolo di “Che tempo che fa” (Rai3), stava lì di profilo a scrutare l’ospite, un po’ provato. Sappiamo, invecchiare, in molti casi, significa mostrarsi più umani, meno convinti, e devo dire che nell’esatto momento in cui ho avuto modo di intuire sul suo volto le rughe, e perfino un certo grugno bruegheliano da creatura definitivamente adulta, ho provato un senso di soddisfazione. Per lui, solo per lui. Insomma, mi è sembrato che il nostro “buttadentro” nella stanza dei luoghi comuni culturali di sinistra avesse finalmente detto a se stesso un bel “mo’ basta”. Intendiamoci, si tratta di sfumature, eppure è bastato nulla, l’increspatura lieve fra naso e guancia, per comprendere che ci troviamo a un punto di svolta. Da qui a poco la retorica “civile” che Fazio ha propalato insieme ai suoi ospiti speciali, anime belle garantite fra molto altro dagli uffici stampa editoriali, dovrà lasciare il posto al disincanto, all’abbiamo già dato. (E anche ottenuto, perfino economicamente parlando). Non è però ancora tutto. Poco dopo, volati via i convenevoli d’inizio (insieme all’ormai intollerabile stacco sonoro rubato a De André), Filippa Lageback, l’oggetto più misterioso della seconda repubblica televisiva, ha introdotto appunto l’ospite, Corrado Passera.    Non è proprio necessario conoscerlo, e tuttavia, per amor di completezza, diremo che si tratta di un banchiere-manager divenuto ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo da poche settimane in carica. Uno dei nuovi padroni della cosa pubblica, insomma.    Adesso, i più implacabili immagineranno un conduttore prono, al meglio del suo animo “doroteo”, elegantemente timoroso di sembrare troppo esigente dal punto di vista della completezza giornalistica, perché come ha ben insegnato Walter Veltroni a un’intera generazione di ambiziosi di sinistra, l’ipocrisia con prenotazione obbligatoria, sebbene sia un delitto sanzionato perfino nelle Sacre Scritture, paga più della soddisfazione di non tenere conto del quinto comandamento, cioè non uccidere. Tu mi credi se aggiungo che quando ho visto Fabio incalzare Corrado sulla questione della vendita delle frequenze televisive mi sono cacato sotto al posto suo? Sulle prime il ministro ha cercato di svicolare, e allora Fazio gli è andato addosso con la stessa tenacia dei bull-terrier, a pretendere una parola netta, dirimente. Al punto da ottenere una risposta verosimilmente netta: “Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo”. A quel punto il conduttore, eroico, ha chiesto se c’è da ipotizzare un’asta, e quell’altro: “Può essere una cosa un po’ diversa, dobbiamo trovare nuovi modi”.    Fossi nei panni di Fazio mi farei dono di questo finale di carriera. Un ultimo fotogramma all’insegna del riscatto, quasi come l’Alberto Sordi di “Una vita difficile”, un ultimo schiaffo al principale, e via verso il paese di Dignità. Sai che soddisfazione?

di Fulvio Abbate, IFQ

14 dicembre 2011

“La mia Tv tra pugilato e bestemmie”

Tredici anni di epurazione: “Letizia Moratti mi convocò in viale Mazzini e la prese larga”: “Lei è una risorsa della Rai”. Appena aprì bocca capii che ero fottuto. “Purtroppo non posso rinnovarle il contratto, forse in futuro ci saranno altre occasioni”. Seguirono pranzo: “Grottesco, con cameriere in livrea” e titoli di coda. Sipario sul mezzo secolo di lavoro nella televisione di Stato di Gianni Minà, soldato del ’38. “Non credevo di soffrire così tanto e oggi, che riavvolgo laicamente il nastro e rifiuto di indossare i panni del martire, posso solo constatare che quando toccò ai compagnucci del centrosinistra fare un gesto, non lo fecero. Freccero me lo diceva : ‘Gianni, sul tuo nome incontro resistenze brutali’. Me ne accorsi. Zaccaria veniva a trovarmi. Mi inondava di complimenti. Io ero attonito: ‘Mi abbracci, ma nell’azienda che dirigi per me non c’è più posto’ e lui deviava: ‘Sai, ci sono meccanismi complicati’. Allora lo incalzavo: ‘Quali? Sono 50 anni che lavoro qui’. Mi hanno detto che forse, irritato dal tema di alcune puntate di Storie,il definitivo veto lo pronunciò Velardi. L’uomo di D’Alema. Fece il lavoro sporco”. Sorriso amaro. “Dopo Craxi, Velardi. Ecco la decadenza”.    Craxi?    A Bettino non ero simpatico. Sentiva erroneamente puzza di sinistra. Giampaolo Soda-no, lo scaltro direttore di Rai2 del tramonto degli ’80 ci scherzava su: ‘Nun t’ho potuto fa lavorà, me dispiace, ma stavi sul cazzo all’omone’. Craxi l’avevo incontrato un paio di volte. Era un uomo intelligente circondato da una claque che si incendiava a comando.    Prima esperienza in Rai?    Nel’59, da precario tra i precari. Condizione spezzata, dopo 17 anni, da un pretore del lavoro. La Rai di allora significava qualità. Le troupe erano composte da operatore, fonico, regista e giornalista. Io mi sbattevo. Avevo una figlia in Messico, dovevo guadagnare. Gli impegni mi inseguivano. Facevo radio, servizi per la tv, pezzi di giornale. Dormivo tre ore e ripartivo. I committenti infierivano.    Esempi?    In America, nel ‘70 avevo fatto un’intervista a Mohammed Alì nell’imminenza del match con Frazier. Convincere Alì, figlio di un madonnaro di Louisville e simbolo capace di incidere rabbia e contraddizioni nella carne viva del Paese a sottoporsi al microfono, rappresentò uno scatto di carriera e scatenò la fantasia dei capiredattori. Franco Recanatesi di Repubblica, spiritoso tricheur con la passione per il gioco era spietato e abilissimo a calcolare il fuso orario. Quando combatteva Alì mi addormentavo alle 4 del mattino e un’ora dopo, regolare, arrivava la sua telefonata. ‘Butta la testa sotto l’acqua , Gianni’. ‘Vaffanculo Franco’. ‘Buttala, ti farà bene, ti aspetto’. Allora andavo in bagno, aprivo il rubinetto e poi tornavo al telefono. ‘Quante righe dunque?’.    Una febbre.    Di cui non mi sono più liberato. Per la notizia ho lasciato nell’angolo famiglie, prudenze e ragionevolezza. Era il mio mestiere. Non avrei potuto farne nessun altro. Appuntavo una scaletta e poi dettavo. A braccio.    Era noto per le esclusive.    Monzon, Maradona, Marquez, Comaneci, Gillespie. I grandi si stupivano. Scoprivano un cronista senza preconcetti. Maradona e Alì mi dissero la stessa cosa: ‘Abbiamo apprezzato il fatto che tu non ci abbia processato’. A Dizzy poi bruciai quasi la casa. Era in legno, mettemmo le luci vicino alle travi. Dopo mezz’ora vedemmo un fumo denso. Sogni. Rischi. Follie.    Servizio pubblico.    L’antica funzione della Rai. Informare senza parteggiare, essere consapevoli delle diverse sensibilità, saper fare di tutto. Il principio fu pionieristico. Io e Beppe Viola ci accovacciavamo sotto il tavolo di Paladini, lo speaker del Tg.    Perché?    Gli toccavamo la gamba per far andare parlato e fotogrammi a sincrono. Usavamo i mezzi che avevamo. Ma nella Rai di allora e in quella del decennio successivo si sperimentò con l’occhio rivolto alle novità. Era tutto meno monolitico di oggi. Uno dei miei maestri, Maurizio Barendson, capiva in un minuto se il lavoro valeva molto, poco o niente. Si presentava in moviola e sibilava ’anatema: ‘Giannetiè, ‘o servizio non tiene sangue’.    Quindi?    Notte in bianco e via a rifare tutto. La mia fidanzata mi aspettava in via Teulada, ma l’alba l’avrei vista con il montatore.    Le professionalità della Rai.    Gente seria, preparata, di una semplicità eversiva. Sa cosa disse un operatore a Papa Roncalli?    Cosa?    Stavano girando “Diari del Concilio” e il Pontefice indossava un ermellino bianco, troppo luminoso. Lui si avvicinò e senza convenevoli andò al punto: ‘Santità, abbia pazienza, se vada a cambià la mantellina, er bianco spara’. Il Papa traballò: ‘Non capisco’ e quello, laconico: ‘Nun se preoccupi Santità, se faccia servì, je lo dico io’.    Decine di Mondiali e Olimpiadi, ma nessuna trasvolata per Argentina ’78    Decisero i dirigenti, per salvaguardarmi. Un anno prima mi trovavo a Buenos Aires per la conferenza sull’evento dell’ammiraglio Lacoste. Alzo la mano. ‘Ci dicono che alcune persone sarebbero scomparse’. Lacoste si irrigidisce: ‘Lei è male informato’. A sera incontro Giangiacomo Foa del Corriere: ‘Gianni devi andartene domani’. Io la metto sul cazzeggio e lui serissimo: ‘Non hai capito, non puoi scegliere’.    Tornò subito?    Il giorno dopo andai a intervistare il generale Videla alla Casa Rosada. L’appuntamento me lo procurò un sedicente giornalista che trafficava con i servizi argentini. Mi porse un foglio: ‘Farà queste domande’. Ribattei: ‘Guardi, non è possibile’. La trattativa, estenuante, si concluse con un compromesso. Dopo 10 minuti con Videla entrò un militare: ‘ General, està bien? Borramos todos?’.    Cancelliamo tutto.    Il clima era quello. Dopo ci portarono in una saletta per mondare la pellicola dalle parti considerate compromettenti. Iniziai ad avere paura anche perché i Buenos Aires 8, un gruppo musicale, ci aveva procurato documenti sui desaparecidos che decidemmo di fotografare.    Vi perquisirono?    Ovviamente, ma Gianni Gitti il fonico ebbe un’idea geniale e sigillò le pellicole come se fossero vergini. Salimmo sull’aereo verso l’Italia con sollievo. Una delle hostess,bellissima, era la moglie di Little Tony. Mi parve la madonna. Tornammo a Roma e qualche sera dopo scoprimmo che i materiali argentini erano stati visionati nottetempo da qualche anonimo dentro la Rai. Della loggia P2 e del genocidio argentino non si sapeva ancora nulla. Ma i prodromi erano lì.    Lei rivoluzionò il varietà.    Mi offrirono Blitz nell’81. Costanzo aveva rinunciato a due settimane dal via. Alla Rai c’era il panico. Minoli che aveva un caratteraccio ma era un capostruttura d’avanguardia. Decise di rischiare e mi lanciò.    De Niro, Paul Anka, Fracci.    La formula mutuata da Mixer funzionò. Passavano Celentano, Troisi e Fellini. Ci venne in mente che la formula milanese dello studio era asfittica. Così contattammo Bernardini della Bussola e spostammo le esterne a Viareggio. Un Uno contro tutti in cui un personaggio si confrontava con i giovani. Le prime due occasioni furono trionfali. Poi arrivò Mastelloni.    E cosa accadde?    L’inferno. A Leopoldo voglio bene, ma quella volta la situazione ci sfuggì di mano. I ragazzi erano aggressivi, gli chiedevano maniacalmente della sua omosessualità. Alla quarta domanda in carta carbone, perse la testa: ‘Ma lasciate che gli omosessuali facciano il cazzo del porco d.. che vogliono’. Avevamo dato la pausa. Io stavo mangiando un panino e quasi mi strozzai. Stella Pende che conduceva, nella bolgia, non sentì nitidamente. Io benissimo. Trenta secondi e i telefoni iniziarono a trillare. Capii che bisognava scusarsi, ma non lo feci in tempo reale. Mastelloni pagò con 5 anni d’esilio. La Pende che era e sarà poi bravissima, se la cavò con due .    Mai incontrato Berlusconi?    Mi convocò e mi offrì una cifra che non vedrò mai più e per la quale ancora oggi mio fratello mi rimprovera aspramente.    Ebbe dubbi?    Me li fece venire la persona da cui il futuro premier mi mandò: l’allora sconosciuto Dell’Utri. Rimasi in bilico. Lo venne a sapere Biagio Agnes, l’unico dirigente che nonostante De Mita, non prese ordini dalla politica e non ricevette mai Berlusconi.    Cosa le disse Agnes?    ‘’Ndo cazzo vai?’. Fu affettuoso, abile. Mi propose un quarto dei soldi e una qualifica da inviato.    Oggi Minà cosa fa?    Vinco premi in giro per il mondo. Montréal, Siviglia, Berlino. Giro documentari, edito Latinamerica con i miei mezzi e continuo a divertirmi. L’ultimo film è Cuba nell’epoca di Obama. Un viaggio di mille km all’interno del paese, dall’Avana a Guantanamo, dalla strada alle scuole d’elité. Grandezza e miseria. La nostra materia. Noi stessi.

di Malcom Pagani, IFQ

13 dicembre 2011

Con un tratto, Luttazzi rompe il silenzio

Il comico più polemico e osteggiato d’Italia racconta la degenerazione del carattere nazionale in un fumetto, “La quarta necessità”

Gocciolavo sesso. Per gli etologi, il sesso è la quarta necessità, dopo il cibo, i vestiti e un rifugio”. Ed è un rifugio davvero invalicabile, quello di Daniele Luttazzi. L’uomo che entra ed esce con velocità brutale e volontà quasi mai sua, dai prosceni mediatici. Il suo ultimo libro, La quarta necessità, è una graphic novel. Testo suo, disegni di Massimo Giacon. Edizioni Rizzoli Lizard, nata nel 1993 per desiderio di Hugo Pratt. Romanzo di formazione sui generis, narra la trasformazione di un bambino in mostro. Walter Farolfi attraversa la sua esistenza prima calamitando, e poi esibendo, corruzione spirituale. Uccide a bastonate il cane della vicina, spezza cuori, fa leva sull’italica furbizia.

E “AL SUO FUNERALE ci andarono tutti”. È un libro riuscito, con la prima parte superiore della seconda, ma ha tutto un’aria desolatamente dimessa: nella storia, nel disegno, nella veste grafica (con la sceneggiatura pubblicata in calce, tipo bonus track). Nessuno o quasi ne ha parlato, rispettando evidentemente la consegna del silenzio bipartisan. Prima del caso-plagio stava antipatico a quasi tutti i giornali, ora è saltato anche il “quasi”. Luttazzi ha chiuso pure il blog, dirottandosi su Twitter. Dove scrive pochissimo. Sul portale Goldworld, nell’unica intervista concessa – o ricevuta? – di recente, spiega la scintilla: “Un anno e mezzo fa mi stavo interrogando sul carattere italiano, che tanta parte ha nel generare i guai del Paese, storici e attuali. È ovvio che il berlusconismo ne è solo il risultato. E così mi è venuta in mente la storia di Farolfi, un italiano medio che nasce innocente, attraversa una serie di circostanze, e diventa un mostro sociale”. La quarta necessità conferma gran parte del talento, spigoloso e considerevole, di Luttazzi. L’autore si diverte a cambiare registro, dal surreale all’urticante. Non manca il cinismo sui funerali, antico marchio di fabbrica. La digressione sugli “anelli specifici”, che le donne dovrebbero indossare per far capire meglio cosa manca loro sessualmente, è straordinaria. Gli eterni accusatori del “Luttazzi volgare” troveranno coiti espliciti, rapporti anali – altro tormentone – e bestemmie. Di politica assai poco, se non la digressione sullo scandalo Casati (e un “cameo” dei brigatisti Fenzi e Moretti).

FAROLFI È CAUSA indiretta degli omicidi che sconvolgeranno Villa San Martino ad Arcore, poi finita nelle mani di Berlusconi. Ma per l’ex premier e Previti c’è solo un accenno: “Comunque cazzi loro”. Una sottolineatura del voler parlare di berlusconismo, non di Berlusconi. Deve essere un paese ben strano, l’Italia, se uno dei pochi geniacci reali si ritrovi in esilio. Un po’ cercato e molto imposto. Luttazzi non è esente da colpe. Sulla vicenda plagio – lui che per anni ha accusato gli altri di saccheggiarlo – è faticosamente difendibile. Per quanto resti irremovibile nel citare Terenzio, semiotica e “ruoli attanziali”, respingendo piccosa-mente qualsiasi colpa, non ha convinto granché. La sua fuga dalla “iena” Elena Di Cioccio, in bicicletta a Fregene, è stato uno dei momenti più malinconici degli ultimi anni. Non basta parlare di “caccia al tesoro”, o sostituire “mosca” a “falena”, per attutire la delusione di quegli estimatori che Luttazzi ha contribuito a far crescere. Daniele gli ha insegnato a essere esigenti e ora, spietatamente, ne sconta le conseguenze. Rucucire lo strappo non sarà facile, anche perché Luttazzi continua a dare la sensazione di arrampicarsi, per quanto dottamente, sugli specchi.Al tempo stesso, c’era un esercito trasversale ad aspettarlo livorosamente al varco. Luttazzi è un satirico senza filtri, lucido e coraggioso, preparato e maestrino, incline a chiamare “paraculo” i dirimpettai (da Fiorello a Fazio, da Gnocchi a Bonolis). Non appena è inciampato, lo hanno massacrato. E non è una coincidenza se l’affaire-plagio, magari per mano di un collega rancoroso, sia esploso a metà 2010: proprio quando Luttazzi, dopo il memorabile monologo a Raiperunanotte, aveva rimesso la testa fuori dall’acqua. Comico, satirico, drammaturgo, musicista, disegnatore, intellettuale, saggista. Eclettico di rara cultura e piacevolezza (privata). L’assenza di Daniele Luttazzi, in un momento afasico come questo, si sente e fa male. La quarta necessità sembra l’opera deliberatamente “minore” dopo un successo fragoroso o un fiasco stordente. Un ricercare se stessi al buio. Forse, anche se non lo ammetterà mai, è un ribadire la propria esistenza. O addirittura un chiedere aiuto, benché cripticamente. Luttazzi non ha sin qui accettato gli inviti a Servizio Pubblico: sbaglia, perché nessuno come lui ne avrebbe bisogno e nessuno come lui impreziosirebbe il programma. Si regali l’unico gesto realmente auspicabile: faccia pace con se stesso. Esca dal guscio. E torni a divertirsi e divertire.

di Andrea Scanzi, IFQ

7 dicembre 2011

Monti, un sobrio show da salvatore dell’Italia

Le “bestie feroci”, “il treno in corsa che sta per deragliare”, l’evocazione dell’”uomo nero”, la necessità del “dolore”. Tutto in prima serata su Raiuno nel teatrino un tempo prediletto dal Cavaliere: Porta a Porta di Bruno Vespa. Ma non è un nuovo caso di cronaca nera. Il plastico non c’è, ma se ci fosse sarebbe un plastico inedito: quello dei sacrifici. Là le pensioni, qui l’Ici, poi un po’ più in là i misteriosi capitali scudati. Alle venti e trentacinque debutta nella Terza Camera” della Repubblica l’Horror Mario Monti Show.

IL GRANDE Tecnocrate della sobrietà e del loden verde si trasfigura in un Professore implacabile e spietato, a suo agio su una delle note poltroncine bianche dello studio. Dopo appena cinque minuti di puntuale elenco delle lacrime e del sangue da far versare si ferma. Pubblicità. É il mercato, bellezza. Pazienza se poi lo stesso Monti paragona i mercati a delle “bestie feroci”. Da “domare”, però, non “demonizzare”. É l’effetto Vespa. E in fondo, Monti, se la merita questa figura sinistra. Sono stati in tanti a dirgli di non andare là dove Berlusconi era solito posare le terga senza problemi. Invece, no. La parodia della politica spettacolo risalta con un logo della Repubblica, sullo sfondo. Ma non è Palazzo Chigi. É Porta a Porta. Con flemma, Monti ha una voce pacata che diventa più forte quando scandisce che “il tempo è poco” e anche “il margine di flessibilità è poco”. Niente speranza in questo funerale in prima serata. Vespa, come per magia, ritorna un composto cerimoniere di stampo democristiano. Ritto in piedi, si concede pochi sorrisi. Ma il riflesso pavloviano per il Grand Guignol alla Cogne gli scappa. Non riesce a trattenerlo. Troppi morti sulla coscienza televisiva.

PRIMA DELLA pubblicità, Vespa poggia la mano sul tavolo alle sue spalle e spara: “Qual è la norma che l’ha fatta più soffrire?”. Come se avesse chiesto ai familiari di una vittima: “Perdonerebbe l’assassino?”. Monti incrocia le mani e dà una risposta pirandelliana, non trombonesca: “Tutte e nessuno”. La sua mutazione nello studio di Vespa procede lenta e inesorabile. Soffrire è un verbo tondo, enfatico, non si concilia con la sua sobrietà. Ma lui risponde lo stesso. Cede al giochino di Vespa. Al punto da ripensarci e dare una seconda risposta. Deve essersi ricordato che il pubblico di Raiuno è fatto in prevalenza di anziani e mitiga la sua crudeltà con un pensiero che sembra una carezza per i vecchietti davanti allo schermo: “La norma che mi ha messo più in difficoltà è quella per i pensionati di fascia bassa”. E il pubblico fedele è sistemato. Quindi, pubblicità. Dalle pensioni agli spot.    Si riprende dopo due minuti e tocca allo scudo fiscale. Monti spiega la sua manovra passo dopo passo e confessa, con rimpianto masochista: “Doveva essere più pesante”. In ogni caso, non c’era alternativa. Senza i tecnici al posto della politica, ci sarebbe stata la catastrofe. Allegria, sempre in prima serata. Dopo il tiggì inguardabile di Augusto Minzolini e al posto dei Soliti Ignoti, dove la gente sogna di vincere facile. Soldi, ovviamente. Monti invece ribalta il format della trasmissione saltata. É lui a chiedere soldi. Persino a Vespa, inquadrato dal premier nella fascia degli scaglioni più alti delle aliquote fiscali. Il presentatore incassa e non reagisce. Un altro schiaffo, un po’ finto, è questo: “Stasera sono qui non per far piacere a lei dottor Vespa, ma per spiegare le mie misure”. E ci mancherebbe.

AL CONTRARIO di Silvio Berlusconi, che a Porta a Porta, arrivava quasi sempre in ritardo. Il Mario Monti Show presentato da Bruno Vespa, invece, inizia praticamente con un’ora e dieci di anticipo.

Il Grande Tecnocrate di Palazzo Chigi arriva al 66 di via Teulada alle 19 e 25. L’intervista che dovrebbe sdoganare il Professore al grande pubblico è prevista alle 20 e 35. Ma lui vuole prepararsi. I giornalisti gli chiedono: “É emozionato?”. Risposta secca: “No”. Quando entrano nello studio c’è un fuorionda. Monti chiede: “Normalmente io guardo lei?”. Vespa annuisce: “Sì aiuta la conversazione”. Si va avanti per quaranta minuti. L’ultima domanda è di carattere rosa: “Come ha preso sua moglie il trasferimento a Roma?”. Monti: “Era contenta quando sono stato nominato alla commissione europea, meglio fare Milano-Bruxelles per lei. Ma mi diceva: Tanto prima o poi ti chiameranno a Roma”. Ha portato pure sfiga, alla fine.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

15 novembre 2011

Agorafobia

Se si lasciasse avvicinare, lo abbraccerei proprio. E non per strangolarlo: per ringraziarlo. Mentre i giornaloni “indipendenti” divenuti all’istante house organ del governissimo Montissimo che fa benissimo, lui occupa come sempre i tg col solito messaggio a reti unificate. E, sempre teso al bene comune, fa sapere che si contenta di poco: il ministero della Giustizia. È la migliore risposta a chi, sul Corriere e dintorni, vorrebbe voltare pagina come se questi 17 anni fossero una parentesi da chiudere in quattro e quattr’otto. Ma sì, archiviamo tutto con una bella “tregua” senza colpe né esami di coscienza, senza vincitori né vinti. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato. Berlusconiani e antiberlusconiani, chi aveva ragione e chi aveva torto, finiscono sullo stesso piano. Pari e patta. Dopo De Bortoli, Cazzullo e Polito el Drito, ieri il testimone, anzi l’estintore è passato a Pigi Battista. Che non s’è mai capito che mestiere faccia: il giornalista pare di no (mai avuto una notizia in vita sua), lo scrittore nemmeno (pubblica libri all’insaputa dei lettori), lo storico gli piacerebbe (è ancora convinto, per dire, che Andreotti sia stato assolto). Ma si crede un tutore dell’ordine e si autoincarica di disperdere la folla festante con gli idranti. Questi pompieri sono affetti da agorafobia: hanno il terrore della piazza. E temono che la gente, ora che ci è andata una volta, ci prenda gusto e ci torni. Magari quando il governissimo che fa benissimo ci manderà in pensione a 95 anni per salvare le banche che ci han regalato la crisi. Il luogo natale della democrazia diventa un postaccio da non frequentare perché, spiega Battista, ci vuole “una vera tregua senza rese dei conti” per non “mortificare i responsabili di un regime che non c’è stato”. O, se c’è stato, lui non se n’è accorto (quando Biagi fu cacciato dalla Rai, Battista che aveva vicediretto Panorama di Giuliano Ferrara si affrettò a prenderne il posto). “Nessuno può essere messo sul banco degli imputati della Storia”, dunque guai a “mettere sotto processo politico una parte ancora politicamente importante e decisiva”. Per esempio “porre il veto a Gianni Letta… regala una soddisfazione simbolica, ma non è una scelta saggia”. E certo: l’amico di Bertolaso e Bisignani, l’uomo dei fondi neri Iri e delle tangenti Fininvest, da trent’anni braccio destro di B. prima alla Fininvest e poi nei tre governi B. che ci han portati alla bancarotta, è il vicepremier ideale per salvarci dalla bancarotta. Questa è la politica per i nostri pompieri: cosa loro. Un gioco di (alta) società, un Risiko da consumare nelle segrete stanze fra pochi intimi, gli stessi che trent’anni fa ridevano a crepapelle alle presunte “battute” di Andreotti, poi per vent’anni si sono sbellicati alle battute di B., e ora basta che Monti dica “bella giornata” per scompisciarsi alla “battuta di Monti sulla bella giornata”. I cittadini, da questo gioco per soli adulti, devono tenersi a debita distanza. La politica è un prodotto findus da montare, smontare e rimontare nella camera iperbarica, appaltata ai soliti noti e ai loro ciambellani incaricati di surgelarla e sterilizzarla. Quando un prodotto scade, se ne estrae dal freezer un altro. Ma guai se gli elettori vogliono dire la loro, partecipare: ogni volta che glielo si permette, c’è il rischio che vada a finire come a Napoli o a Milano. Cioè che vinca chi doveva perdere e viceversa. Se manifestano in centinaia di migliaia e fanno casino in 50, sono tutti black bloc. Se, come sabato sera, tutti ma proprio tutti festeggiano pacificamente, non va bene lo stesso. “Spettacolo preoccupante” (Cazzullo), immonda “gazzarra” (Polito), “imitazione farsesca di una piccola Piazzale Loreto da teatro” (Battista). Per giunta con “slogan sbagliati”, come denuncia Uòlter Veltroni. Per lui lo slogan giusto era: “Il principale esponente dello schieramento avverso ha rassegnato le dimissioni. Esultiamo in silenzio ma anche congiungiamo le mani per un minuto di raccoglimento”.

di Marco Travaglio, IFQ

25 gennaio 2011

Camilleri racconta il trionfo dell’ Homo berlusconensis

Di seguito un estratto dell’articolo di Andrea Camilleri, pubblicato sul numero di MicroMega in edicola da oggi, che racconta l’involuzione antropologica che ha segnato l’uomo nella società berlusconizzata.

La copertina di Micromega

Ci sono due statuine che non mancano mai in ogni presepe che si rispetti. La prima è quella del contadino che davanti alla grotta col bambinello appena nato, alza, meravigliato e stupito, le braccia al cielo. In Sicilia è chiamato “‘u spavintatu do presepiu”, perché la meraviglia che esprime è tale da sfiorare lo spavento.    La seconda è quella di un altro contadino che, poco lontano dalla grotta, se ne sta beatamente a dormire disteso per terra, dopo avere assistito al grande evento. Dalle mie parti è detto “l’addrummisciutu do presepiu”.      Queste due statuine le prendo a prestito perché plasticamente raffigurano due diffusissimi tipi di homo berlusconensis.    Il primo è sempre pronto ad esprimere, con partecipata emozione, alte meraviglie qualsiasi cosa faccia il suo Idolo, sia che mostri le corna in una foto ufficiale di gruppo (“come sa fare le corna lui, nessun altro!”) sia che racconti una barzelletta stantia (“nessuno è capace di raccontarle come lui!”) sia che presieda una riunione di governo (“nemmeno il mio preside a scuola”). Tutto quello che Egli   fa viene definito dall’entusiasta con superlativi assoluti e un sorriso beato sulla faccia. Questo tipo d’homo berlusconensis è trasversale, nel senso che va dal beota puro al docente universitario proposto per il Nobel.

A ben considerare, l’homo berlusconensis sempre e comunque acclamante, insomma colui che   pratica il culto cieco della personalità, è la clonazione più borghese e sciamannata del fascista osannante, in prima fila sotto il balcone di Palazzo Venezia.

A PROPOSITO. L’entusiasta ascolta il Verbo rapito, ad occhi chiusi, in stato di trance. Se è a casa, pretende il silenzio assoluto   dai familiari. Al bar, fa lo stesso. Insomma, non vuole perdersi una parola. Ma attenzione: dopo, è assolutamente incapace di riferire quanto ha sentito. Al massimo, esclamerà, balbettando sconvolto dal piacere: “Ha parlato per quattro ore e mezzo filate!”. Per lui conta la quantità delle parole, non la qualità.    Il secondo tipo, il dormiente, può abbandonarsi al sonno perché Egli è nato alla politica, anzi, come ama dire, è disceso in campo. Quello è stato il suo Natale. Probabilmente ha dovuto sloggiare da quella grotta che era la   sua abitazione per far posto all’evento, ma in compenso gli è stato promesso un villino munito di tutti i comfort. Al risveglio, ne è certo, quel villino sarà suo. Intanto, dorme (…)    Il barone di Münchhausen, il personaggio creato alla fine del Settecento dallo scrittore tedesco Raspe, raccontava d’aver compiuto imprese mirabolanti come salire al volo sopra una palla di cannone e viaggiare con essa o come aver sentito crescere l’erba poggiando l’orecchio a terra. La nota più caratteristica del personaggio era che credeva alle storie che raccontava pur sapendo di essersele inventate di sana pianta. Vi ricorda qualcuno?

ATTENZIONE però. Mentre il barone non raccontava le sue storie mirando a un fine pratico e immediato, ma solo per il gusto di stupire, le storie del nostro piccolo Münchhausen sono tutte finalizzate a un unico scopo: creare consenso.    Quindi egli non racconterà d’avere camminato sulle acque, ma di essere il miglior capo di governo mai avutosi in Italia, il più amato (“io, quando cammino per strada, blocco la circolazione”), il più presente negli eventi tragici da L’Aquila a Viareggio, magnificherà d’essere uno statista che dà consigli indifferentemente a Putin e a Bush e via di questo passo. Nel suo piccolo, l’homo berlusconensis si considera e vuole che gli altri lo considerino come il meglio in tutto: il miglior padre di famiglia (anche se ha tre amanti), il miglior cliente della banca (anche se ha firmato   assegni a vuoto), il miglior amico (anche se è pronto a tradire l’amicizia se ci trova un tornaconto) eccetera. E tale profondamente si crede.    L’homo berlusconensis quale sottoprodotto del piccolo Münchhausen vive e opera in una fittizia realtà di comodo. In ogni paese d’Italia da sempre c’è un personaggio locale, che si chiami Gigetto, Toni, Efisio, Pippuzzu, Carlìn, non importa, soprannominato “il pallonaro”. È quello che le spara grosse per il gusto di farlo. Non ne può fare a meno, fa parte della sua natura. Mentre della sua natura non fa parte la verità, anche quella più piccola, più insignificante. Il pallonaro costituisce una sottocategoria della precedente. L’homo berlusconensis è naturaliter pallonaro sempre e comunque. Sottocategoria collaterale è quella di colui che mente sempre sapendo di mentire. La menzogna in Italia è stata istituzionalizzata. Il più recente esempio è costituito dalla mendace affermazione del premier   che un’extracomunitaria minorenne senza documenti, accusata di furto, già frequentatrice di festini presidenziali, era in realtà la nipote del presidente egiziano Mubarak e che perciò andava liberata subito e affidata a una consigliera regionale che altri non era che la bella ex igienista dentale del premier stesso. Un intrigo da operetta da Belle époque nel quale l’homo berlusconensis si è immediatamente riconosciuto e immedesimato, invidiandone il protagonista. Ah, che uomo furbo! Come sa cavarsela sempre! Ah, poter fare lo stesso! (…)

di Andrea Camilleri – IFQ

Lo scrittore Andrea Camilleri (FOTO LAPRESSE)

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11 gennaio 2011

LECCA LECCA Vespa incensa Alfano la sua signora…

LECCA LECCA
Vespa incensa Alfano la sua signora ringrazia
A Bruno Vespa piace un sacco Angelino Alfano: “Giovane, brillante, di buona scuola democristiana, perciò molto prudente e tendenzialmente ecumenico”, è in piena ma “meritata ascesa politica” e ha “ben motivate ambizioni personali”. L’insetto dispensa queste e altre zaffate d’incenso su Panorama, dove tiene una rubrica ben retribuita – si spera – dalla Mondadori del premier B., che ha nominato Angelino Jolie ministro della Giustizia. Il quale a sua volta ha nominato la signora Augusta Iannini in Vespa capo del suo ufficio legislativo. La quale è molto amica di Simonetta Matone, l’ex pm minorile che faceva la capogabinetto alla ministra Carfagna, che poi l’ha scaricata. E chi l’ha subito raccolta? Il giovane e brillante e prudente ed ecumenico Angelino, che su indicazione della sora Augusta ha infilato pure lei nel suo ufficio legislativo. Nel tempo libero, la Matone bivacca a Porta a Porta come esperta di delitti eccellenti. È come nel film “Amici miei”, quando il Sassaroli dice al Melandri, venuto a chiedergli la mano di sua moglie: “Se lei vuole Raffaella, deve prendersi tutto il blocco: le bambine, la governante tedesca e il cane Birillo. È tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare”.

Redazione Il Fatto Quotidiano

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