Passeraset

Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul resto d’Europa, anche l’Italia ha la sua legge sull’emittenza: la Mammì, detta anche “Polaroid” perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammì, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d’accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c’entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galliani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. I quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip li assolve: i fatti sono “pressoché indiscussi”, ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel ‘94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel ‘97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel ‘99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D’Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante. Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l’80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge “beauty contest”, che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l’Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l’annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all’asta. Chi mente? Passera o l’Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell’Agcom Guido Stazi: “L’argomento è importante, complesso e delicato e merita… un colloquio diretto tra il vertice dell’Autorità e, personalmente, il ministro” (dunque Passera non ha parlato con l’Agcom). Conclusione: “Occorrerebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181” dell’Agcom, quelle che han “reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l’asta recentemente conclusa”. Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l’indicazione dell’Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel ‘92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent’anni?

di Marco Travaglio, IFQ

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