Posts tagged ‘Napolitano’

17 luglio 2012

Il vero conflitto è fra la legge e Napolitano

Napolitano si è scritto un decreto con il quale solleva il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo avanti alla Corte costituzionale. Vi si dice: le intercettazioni tra me e Mancino sono irrilevanti nel processo penale come riconosciuto esplicitamente dal procuratore Messineo; dunque devono essere distrutte e ciò deve essere fatto di iniziativa della Procura; ma la Procura non lo fa; sia la Corte costituzionale a ordinarglielo. Un po’ di sano conflitto di interessi, merce già vista.    In effetti, secondo l’art. 37 legge 87/1953, il conflitto tra poteri dello Stato (in questo caso Procura e Presidente della Repubblica) è risolto dalla Corte costituzionale quando “insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”. Insomma, Napolitano vuole che la Procura distrugga le intercettazioni senza indugio; la Procura spiega che, per farlo (cosa a cui non è contraria, ha già detto che esse non hanno rilevanza penale), bisogna seguire la procedura prevista dalla legge. Sia la Corte a dire chi ha ragione. Che Napolitano non veda di buon occhio il nostro giornale è cosa nota; probabilmente non lo legge nemmeno perché gli dà fastidio; ed è del tutto legittimo che ciò accada. Ma certo i suoi consiglieri se lo leggono, eccome. E dunque l’articolo apparso l’11 luglio su questo giornale (in cui si spiegava quale era la procedura per ottenere la distruzione di queste intercettazioni) se lo sono letto di sicuro. Sicché, ammesso ma assolutamente non concesso che i consiglieri giuridici di Napolitano non la conoscessero, dopo quella data ne sono stati edotti.

EPPURE, oggi, Napolitano usa lo stesso strumento che ha usato B. quando un Parlamento per cui mancano gli aggettivi sollevò conflitto avanti alla Corte costituzionale sostenendo che era ragionevole ritenere che Ruby fosse la nipotina di Mubarak, che la sua interferenza in un procedimento giudiziario non poteva avere rilevanza penale, essendo stata svolta nel quadro delle sue attribuzioni istituzionali e che dunque la Procura non poteva incriminarlo. B. venne respinto con perdite. Non è ragionevole pensare che l’esito del conflitto sollevato da Napolitano sarà diverso. Il punto è che qui ci sono due profili: uno tecnico e l’altro politico. Di quello tecnico Il Fatto ha già spiegato tutto. L’intercettato è Mancino; Napolitano non è mai stato intercettato; le sue conversazioni sono qualificate dalla legge e dalla giurisprudenza come intercettazioni indirette; potrebbero essere utilizzate, se avessero rilevanza penale, previa autorizzazione; ma rilevanza penale non hanno quindi possono essere distrutte; per farlo occorre che la parte interessata, cioè Napolitano, lo chieda al pm; questi trasmetterà la richiesta al giudice con il suo parere (che, in questo caso, sarebbe favorevole); il giudice convocherà avanti a sé il pm e i difensori degli imputati e ascolterà le loro considerazioni; poi deciderà. Perché questa procedura? Perché il pm è la parte che sostiene l’accusa. Quindi bisogna sentire le ragioni della difesa; che potrebbe ritenere che quelle telefonate, contrariamente al parere del pm, servono per dimostrare l’innocenza dell’imputato e quindi non devono assolutamente essere distrutte; anzi debbono essere acquisite al fascicolo del dibattimento come prova a difesa. Sicché la decisione sulla distruzione non può essere presa dal pm senza contraddittorio, sarebbe un arbitrio. Ci va il confronto delle ragioni dell’accusa e della difesa e poi la decisione del giudice. Elementari garanzie di difesa. Che, evidentemente, secondo Napolitano e i suoi consiglieri, non valgono in presenza di interessi “superiori”; in base alla nuova (in realtà già vista) categoria delle garanzie a corrente alternata.    E qui si apre il secondo profilo, quello davvero preoccupante. Perché Napolitano non fa mistero delle ragioni che lo hanno indotto a questa improvvida (bisogna essere rispettosi con la Presidenza della Repubblica) iniziativa.

DICE IL DECRETO da lui firmato: “Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione… la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”. In linguaggio più comprensibile: se le mie conversazioni intercettate sono valutate dal giudice ai fini della loro rilevanza nel processo; se fino alla decisione restano negli atti; se si procede nel contraddittorio delle parti e dunque se altri ne vengono a conoscenza; tutto ciò mi pregiudica.    Napolitano non spiega perché, ma è cosa facile da intuire: al momento queste intercettazioni non sono mai venute fuori; si capisce che esistono per via del casino che ha fatto la Presidenza della Repubblica, ma nessuno ne conosce il contenuto. Se il riserbo feroce mantenuto dalla Procura di Palermo dovesse essere vanificato da eventuali indiscrezioni di altre parti (il giudice? Il cancelliere? Gli avvocati? L’acquisizione illecita del provvedimento del giudice?) allora sì che siamo nei guai. Perché il contenuto di quelle intercettazioni diverrebbe pubblico (quale giornale rinuncerebbe a pubblicare una notizia del genere? Il Fatto certamente no). E chissà cosa si sono detti Mancino e Napolitano: a giudicare dalla preoccupazione di quest’ultimo, forse non si è parlato della fioritura prematura dei mandorli. Ecco perché Napolitano vuole che le sue conversazioni con Mancino vengano sotterrate: non le deve conoscere nessuno. E dunque la Procura le bruci subito. E chi se ne frega del codice di procedura penale.    Un mio ex collega (che scrive anche sul Fatto on line, Marco Imperato) cita sempre, nelle sue mail, una bellissima frase: “Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa”. Ma come sapeva, Flaiano, che ci sarebbero arrivati tra capo e collo prima B. e adesso Napolitano?

di Bruno Tinti, IFQ

17 luglio 2012

Lo zio di Mubarak

Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto, a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addirittura la Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino. Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. L’abbiamo sostenuto a proposito delle bobine di B. “ascoltato” sulle utenze di Cuffaro, di Saccà, delle Olgettine, della D’Addario, o di quelle di D’Alema e Fassino sul cellulare di Consorte. E lo ripetiamo oggi per quelle di Napolitano, a maggior ragione. Perchè qui non si parla di sesso o attricette, ma di trattative fra lo Stato e Cosa Nostra. Perché qui delle telefonate di Napolitano non è uscita una sillaba (Macaluso si dia pace: se le avessimo, le avremmo già pubblicate). E perché, diversamente da B., D’Alema, Fassino & C., Napolitano non si limita a criticare i pm. Ma li trascina dinanzi alla Consulta, bloccando di fatto le indagini sulla trattativa e accusandoli di un reato gravissimo (la violazione di sue imprecisate “prerogative”), con un conflitto di attribuzioni anti-magistrati mai visto neppure ai tempi dei peggiori presidenti democristiani. Scalfaro, uno dei migliori, fu intercettato dai pm di Milano nel ’93 sul telefono di un banchiere e si guardò bene dallo strillare o dal sollevare conflitti, anche quando la telefonata finì sui giornali: non aveva nulla da nascondere, lui. L’anno scorso B. sollevò il conflitto contro i giudici di Milano, precipitando il Parlamento nella vergogna con la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak e delle chiamate in questura per evitare incidenti con l’Egitto. Fu respinto con perdite e risate, così come si era visto bocciare i lodi Schifani e Alfano. Da allora si sperava che i politici si fossero rassegnati all’eguaglianza davanti alla legge. Invece, anziché pubblicare le sue telefonate per dimostrare che non c’è nulla di scorretto, Napolitano invoca la legge bavaglio per bloccarne la diffusione, tra gli applausi di politici, intellettuali e giornali che, quando la reclamava B., mettevano online le sue intercettazioni indirette e lanciavano campagne a base di post-it gialli. Poi sguinzaglia i giuristi e le penne di corte. Infine scatena l’Avvocatura dello Stato e la Corte, citando l’incolpevole Luigi Einaudi per rivendicare resunte “prerogative”: tanto Einaudi non può smentirlo, solo rivoltarsi nella tomba. È l’evoluzione della specie: dalla nipote di Mubarak allo zio di Mubarak.

di Marco Travaglio, IFQ

22 maggio 2012

Boom boom boom

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo”. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”. Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon.

di Marco Travaglio, IFQ

26 aprile 2012

“Il Quirinale parla contro i disperati che protestano”

A modo suo, Antonio Di Pietro difende l’uomo qualunque. Dice: “Giannini non so chi sia, ma io difendo l’uomo qualunque, cioè il cittadino normale. Le parole di Napolitano sono contro di lui, contro le persone disperate e che protestano. Ci manca davvero poco perché la rivolta sociale diventi violenta. Il capo dello Stato ha indicato il dito, come al solito. Non la luna”.    Qual è la luna, onorevole Di Pietro?    Lo spettacolo squallido dei partiti di oggi. L’anti-politica è l’effetto non la causa di questa situazione. Il problema non sono il dipietrismo o il grillismo campioni dell’anti-politica, il problema è questa politica squallida, che sta a guardare ed è incapace di prendere decisioni. E si arrabbia se a decidere è la magistratura.    Come nel Novantadue di Tangentopoli.    Esatto, ma c’è una differenza. Allora tra una monetina e l’altra, la gente sperò nel cambiamento. Adesso c’è solo disperazione contro questa classe politica che è al capolinea e andrebbe cacciata a calci nel sedere. La parole di Napolitano sono un attacco a questa gente. Avrebbe dovuto parlare prima, non fare come Ponzio Pilato.    In che senso?    Perché Napolitano non ha parlato nel periodo in cui ha governato il centro-destra? Berlusconi ha piegato le istituzioni ai suoi interessi, con le leggi ad personam. Questa è la vera anti-politica, non io o Grillo.    Ma lei teme Grillo?    Da me non sentirete mai una parola contro di lui. Il male è il politico che ruba non un comico che fa politica. Tra me e Grillo c’è una sola differenza.    Quale?    Io critico ma voglio costruire un’alternativa, lanciare un modello riformista e legalitario. Lui invece mira a sfasciare tutto e basta.    In ogni caso, dice Napolitano, il populismo e la demagogia di turno non lasceranno traccia. Un concetto simile a quello espresso da D’Alema qualche giorno fa.    Io non penso alla fine che faremo, non mi interessa. Penso che l’attacco di Napolitano alimenti il disegno di far disertare le urne e avere solo un voto costretto, ricattato, imposto per far eleggere questi politici. L’obiettivo è di fare tutta l’erba un fascio, ma non siamo tutti uguali. Noi facciamo politica e siamo gli unici a non prendere pomodorate nelle piazze.    Ma per il capo dello Stato c’è un filo tra i partiti e la Resistenza.    Dove sono questi partiti? I padri costituenti si saranno ribaltati nella tomba con le leggi ad personam e il Porcellum. I partiti di oggi sono traditori della Resistenza, non sono più figli di quella fase eroica. Il pericolo sono loro, non il qualunquismo o la demagogia.    Cioè l’anti-politica, secondo il Quirinale.    Chiedo al capo dello Stato: forse è anti-politica proporre l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, i referendum per l’acqua pubblica e contro il Porcellum e il nucleare? Perché Napolitano non prende in considerazione le nostre proposte di non candidare i condannati in primo grado, di non dare poltrone ai politici sotto processo, di reintrodurre il falso in bilancio? L’Italia dei Valori agisce secondo le regole della democrazia e fa l’opposizione.    Berlusconi non governa più.    Io sono felice che Monti abbia preso il suo posto. Ma oggi a pagare sono gli esodati e non gli evasori fiscali e le banche. Questo è il governo di don Rodrigo, che sta instaurando un nuovo feudalesimo.    Forse però si vota prima, nell’autunno prossimo.    Purtroppo e ripeto tre volte purtruppo, si voterà nel 2013 e al posto del Porcellum ci sarà una legge elettorale che consentirà ai partiti di tenersi le mani libere prima delle elezioni. Questo è il tavolo che ci stanno apparecchiando. Una nuova forma di prostituzione politica, eppure Napolitano se la prende con l’anti-politica.    Grillo a parte, il capo dello Stato sarà preoccupato anche dal voto di protesta alle presidenziali francesi.    Io avrei votato il socialista Hollande e non la La Pen. A me interessa rilanciare la foto di Vasto con Bersani e Vendola e costruire un’alternativa. Questa è anti-politica?

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

L’ex pm    Antonio Di Pietro    (FOTO EMBLEMA)

20 marzo 2012

Moniti e pulpiti

Da che pulpito viene la predica”, dice il vecchio adagio. Ecco, le prediche non mancano mai: quel che manca sono i pulpiti, almeno quelli credibili. L’altro giorno, chiudendo le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica ha sventolato il tricolore e lanciato il suo monito quotidiano, esortando i partiti a “comportamenti trasparenti sul piano della moralità” e a “riforme condivise”. Peccato che le due cose non possano stare insieme: per “condividere” le riforme, bisogna coinvolgere partiti che non solo non garantiscono moralità, ma che han fatto dell’immoralità un programma di vita e di governo. Accanto a lui Schifani ridacchiava: forse, essendo indagato per mafia a Palermo, gli veniva da ridere pensando al suo pulpito. Due anni fa Napolitano e Schifani commemoravano un altro anniversario: il decennale della morte di Bottino Craxi. Il primo scriveva alla vedova deplorando “la durezza senza eguali” con cui il noto tangentaro era stato trattato. Il secondo piangeva in lui il “capro espiatorio”. Ecco: da che pulpito chi non riesce neanche a condannare l’immoralità di un politico pluripregiudicato invoca oggi più “moralità” in politica? Sempre a proposito di pulpiti, ecco la predica di Nicola Latorre al sindaco di Bari Michele Emiliano, che non è indagato, ma è finito nelle carte di un’inchiesta per aver accettato in dono una bottiglia di champagne e qualche cozza pelosa da un costruttore i cui parenti fanno politica nel Pd. Dice Latorre a La Stampa: “Chi si ritrova immerso nel ciclone giudiziario, arrestato o indagato, debba fare un passo indietro”. Verrebbe da dire: benvenuto nel club, meglio tardi che mai. Ma anche da domandare: questo principio, inedito in casa Pd, vale per tutti o è riservato, ad personam, a Michele Emiliano e solo ora che dà fastidio al Pd, proponendo una lista civica nazionale con De Magistris, Vendola, Di Pietro e movimenti di società civile per superare le sigle decrepite e screditate della politica? Il sospetto sorge spontaneo, tantopiù che lo stesso Latorre nella stessa intervista accusa Emiliano di “personalizzazione della politica” per “svuotare il ruolo e le funzioni dei partiti”. E allora da che pulpito predica Latorre? Da mesi il suo spirito guida Massimo D’Alema (anche se ora i due sono in freddo) è indagato a Roma per finanziamento illecito: e non per quattro cozze pelose, ma per i voli gratis che gli offrì una compagnia aerea che finanziava la sua fondazione e pagava mazzette al responsabile Pd per il trasporto aereo (già, perché il Pd ha pure un responsabile per il trasporto aereo). La Procura ha chiesto di archiviare D’Alema perché forse non sapeva che quei voli a decine di migliaia di euro erano a sbafo, e il gip non ha ancora deciso. Ma, a prescindere dal reato, i fatti non danno un bel quadro del rapporto fra politica e affari ai vertici massimi del Pd. Latorre ha forse chiesto le dimissioni di D’Alema quando fu indagato? Non risulta. Anche perché, se il nuovo principio fosse valso per tutti e per sempre, non solo per Emiliano e solo per oggi, nel 2007 Latorre avrebbe dovuto applicarlo a se stesso. Fu quando il gip Forleo chiese al Senato di autorizzare i pm a usare le intercettazioni del 2005 fra Latorre e alcuni furbetti del quartierino impegnati nelle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta, Magiste-Rcs e poi condannati per reati finanziari. Latorre parlava delle scalate con Ricucci e Consorte e, se il Senato avesse autorizzato l’uso delle sue conversazioni, sarebbe stato indagato per aggiotaggio. Invece il Parlamento salvò lui e due del Pdl (e lo stesso fece il Parlamento europeo per D’Alema), così la Procura di Milano non potè indagarli. A prescindere dai reati, è più grave trescare con una banda di fuorilegge che arraffano banche e giornali, o accettare quattro cozze pelose? Ora Latorre chiederà le dimissioni di Latorre?

di Marco Travaglio, IFQ

8 settembre 2011

Cauto disappunto

Più passano i giorni e più cresce in noi la solidarietà con Giorgio Napolitano che, oltre al suo mestiere di presidente della Repubblica, deve fare pure il presidente del Consiglio al posto di quel pover’ometto che non ci sta più con la testa, nel senso che la tiene perennemente infilata fra le cosce di questa o quella e, nelle pause, è troppo impegnato a trovare il modo di nascondere quel che ha appena fatto o sta per rifare. L’altra sera, dopo un’intera giornata passata a leggere i bollettini dell’ennesima Caporetto in Borsa e a parlare con Draghi, Trichet e Merkel (che, non essendo mignotte, non trovano udienza a Palazzo Grazioli), il capo dello Stato ha diramato il “monito” numero 1834 in cui invitava i buffoni a riscrivere per la quinta volta la buffonata per renderla “più credibile”. Un modo carino per dire che la quarta versione era una barzelletta. L’ometto, che mancava da Roma da 23 giorni (giusto: che ci va a fare un premier nella Capitale nei giorni della crisi finanziaria più grave della storia?), s’è dovuto precipitare in loco per farsi dettare le modifiche “credibili”, hai visto mai che il nonnetto s’incazzasse davvero. Poi, visto che Al Fano, Frattini Dry e Schifani avevano categoricamente escluso la fiducia, ha posto la fiducia. A quel punto sono entrati in scena i quirinalisti, ai quali va una doppia solidarietà. Sono, costoro, dei moderni aruspici costretti ogni giorno a indovinare gli umori del Presidente (che essi chiamano rispettosamente “il Colle” per non nominarlo invano), ma a debita distanza, fuori dalla porta, senza potergli dare neppure una guardatina. L’altroieri dovevano riferire se “il Colle” fosse contento (e, se sì, quanto) della quinta buffonata. Come sempre, hanno interpellato i consiglieri del Presidente (ossequiosamente definiti “fonti del Quirinale”, manco le avesse scolpite il Bernini). I quali, per agevolarli, hanno diffuso la consueta “nota” informale e anonima, versione moderna degli antichi riti da cui Tiresia e i suoi emuli traevano i loro vaticinii, rovistando fra le interiora degli animali o, in tempi più recenti, compulsando i fondi di caffè. Accade però, talvolta, che il capo dello Stato non voglia far sapere se è contento o meno, o che i suoi consiglieri si facciano l’idea che lo sia mentre non lo è, oppure che i quirinalisti interpretino la nota nel senso che lo è mentre non lo è. Anche perché la nota somiglia all’oracolo della Sibilla: “Ibis… redibis… non… morieris… in bello” e vai a sapere se quel “non” si riferisce a “redibis” o a “morieris”. Dev’essere accaduto qualcosa del genere, l’altroieri. Il quirinalista di Libero descriveva la “soddisfazione del regista Napolitano”. Così pure quello del Giornale: “Il Colle fa sponda al governo. Il sollievo di Napolitano”. E, sorpresa, quello di Repubblica: “Napolitano osserva con una certa soddisfazione il prodotto del suo pressing”. Quelli della Stampa, al contrario, dipingevano un “Napolitano rammaricato per la fiducia sul testo”, non senza “la consapevolezza e la soddisfazione”, senza dimenticare un “malcelato disappunto” e “una certa circospezione”. Il Corriere invece riusciva a trovare il giusto mezzo fra soddisfazione e rammarico: “Il cauto sollievo del Quirinale”. Pare di vederlo, il Presidente, che si sveglia di buon mattino, riceve i consiglieri in pigiama e berretta da notte e, mentre intinge il bombolone nel caffelatte, lascia trasparire un’aria improntata alla cautela, velata però da un fremito di sollievo. I consiglieri, sottovoce, confabulano: “Oggi il capo mi pare soddisfatto e consapevole”. “A me sollevato e circospetto”. “Macché, ha la tipica faccia del malcelato rammarico”. “No, direi piuttosto cauto”. “A me sembra invece cautamente sollevato”. “Ma va là, non vedi che è disappuntamente rammaricato?”. A quel punto si rende necessario interrogare il fondo di caffelatte rimasto nella tazza. Segue, inappellabile, il responso: “Cauto sollievo”. E anche stavolta è andata.

di Marco Travaglio, IFQ

28 luglio 2011

Romano & C., l’allegro pool degli impresentabili

La galleria delle nomine ad alta capacità urticante portate puntualmente a termine dal Quirinale su richiesta di Berlusconi deve partire dall’indimenticabile caso Brancher.    Già sacerdote paolino, poi uomo Fininvest condannato per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi, il deputato Pdl fu promosso sottosegretario alle riforme nel 2001 e confermato nel 2008 fino alla nomina di ministro al “decentramento e alla solidarietà” avvenuta il 18 giugno 2010. Proprio in quelle settimane la procura di Milano stava ultimando la fase dibattimentale del processo in cui Brancher era accusato di ricettazione e appropriazione indebita per aver brigato nella scalata Antonveneta. Sei giorni dopo la nomina, il ministro invocò il legittimo impedimento per evitare un’udienza, ma Napolitano bloccò la manovra. “Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare, in quanto l’onorevole Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio” disse il presidente. Brancher andò in aula il 5 luglio, e lì diede le dimissioni. Insomma 17 giorni di battaglia, con finale poco sorprendente: il 28 luglio arrivò la condanna a due anni di carcere.

GIUSTO il tempo di una pausa estiva e poi il nuovo guaio: Paolo Romani, fedelissimo del Berlusconi imprenditore tv, viene scelto per occupare la poltrona delle attività produttive (lasciata vuota cinque mesi prima da Claudio Scajola causa acquisto inconsapevole della casa al Colosseo tramite Anemone). Napolitano mostra scarso entusiasmo conferendo l’incarico senza brindisi né chiacchiere amichevoli, solo il giuramento buttato lì in dieci minuti. Forse meditando sul motivo per cui l’impresario di Colpo Grosso fosse giunto alla guida delle sorti industriali della nazione, beauty contest digitale incluso.    Più mordace la resistenza opposta al titolare dell’agricoltura, quel Saverio Romano sotto indagine alla Procura di Palermo per inquietanti rapporti con la mafia. Napolitano lanciò diversi segnali tesi a evitare la conferma di un nome tanto compromesso, ma si convinse a firmare lo scorso 23 marzo. Perché, pur esprimendo “riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale”, il presidente non ravvisò “impedimenti giuridico-formali”. Andata.

IN VERITÀ Romano era indispensabile a saldare la fragile maggioranza alla Camera coibentando il gruppone dei responsabili assortiti. Stesso motivo per cui lo scorso 5 maggio furono imbarcati nove sottosegretari nuovi di zecca e un consigliere speciale del premier con delega al commercio estero , un certo Massimo Calearo eletto col Pd ma folgorato sulla via di Scilipoti. Anche in questo caso, Napolitano ratificò il tutto chiedendo al Parlamento di esprimere almeno il proprio assenso alla nuova compagnia. Benedizione giunta, e blindata da Berlusconi con voto di fiducia. Uno dei nominati, l’effervescente Daniela Melchiorre, non fece nemmeno in tempo a godersi il momento: s’era già dimessa.

di Chiara Paolin, IFQ

22 luglio 2011

Domande al Colle

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha invitato i magistrati a “evitare condotte che creino indebita confusione di ruoli e fomentino l’ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura”. Su queste parole pronunciate all’indomani dell’arresto del deputato Alfonso Papa (Pdl), autorizzato dalla Camera, all’indomani del non arresto del senatore Alberto Tedesco (ex Pd) votato da Palazzo Madama, all’indomani delle notizie che riguardano Filippo Penati(Pd) indagato per tangenti a Milano, ci permettiamo di porre alcune domande che hanno il solo scopo di non incorrere in errate interpretazioni e meno che mai intendono tirare, come si dice, per la giacchetta l’inquilino del Colle. La frase riportata pone l’accento sulle “condotte” dei magistrati, quasi fossero essi i maggiori responsabili dell’“intollerabile, sterile scontro” con la politica. È così? E quanto alle condotte della politica da evitare (le più disdicevoli quali la corruzione e l’associazione per delinquere oggetto delle indagini in questione) saranno affrontate in un intervento successivo del Quirinale? Tra le “condotte” da evitare ce ne sono di riscontrabili negli atti delle procure relativi ai succitati casi Papa, Tedesco, Penati? Oppure quello del capo dello Stato è un monito che solo casualmente si lega con la stretta attualità giudiziaria? Infine, quando Napolitano chiede ai magistrati “di calare le proprie decisioni nella realtà del Paese, facendosi carico delle ansie quotidiane e delle aspettative della collettività” come tutto ciò può conciliarsi con l’articolo 101 della Costituzione secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge e con l’articolo 112 sull’obbligo dell’azione penale dei pm? E dove di ansie e aspettative non v’è menzione alcuna?

di Antonio Padellaro, IFQ

6 maggio 2011

Bersani sotto il tiro del fuoco amico

Dopo la critica del Colle critiche dalla minoranza e dagli altri dell’opposizione.

“Non una reprimenda”, “non una critica”. Al massimo “uno stimolo”, un’indicazione. Dopo la doccia gelata ricevuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, i vertici del Pd arricchiscono il loro linguaggio – pieno di distinguo e di ma anche – di un altro capitolo: la negazione. Se la sinistra non diventa “credibile”, “affidabile” e “praticabile” resterà sempre all’opposizione. Parola del Capo dello Stato.

IN EFFETTI i Democratici tutto si aspettavano tranne le parole del Colle, arrivate l’altroieri sera dopo che il partito, seguendo la linea dettata dal Quirinale, aveva votato una mozione sulla Libia che l’aveva non solo diviso dall’Idv, ma aveva ricevuto in segno di plauso pure l’astensione della maggioranza. “Siamo credibili”, gioca in difesa Bersani. Le parole del Colle? “Un’evidente forzatura pensare che fossero rivolte a noi”, taglia corto D’Alema. Che una crisi dei partiti tradizionali c’è, lo ammette Matteo Orfini, responsabile Comunicazione dei Democrats. Ma “noi non abbiamo seguito Napolitano, abbiamo perseguito una linea coerente” sulla politica internazionale, spiega Nico Stumpo, responsabile Organizzazione. Ed “è uno stimolo giusto” quello di Napolitano, secondo Enrico Letta, che il partito può recepire visto che è l’unico ad agire con “generosità” nel tentativo di trovare un’“aggregazione”. Peccato che evidentemente gli elettori non lo capiscano: nel 2008 alle politiche i Democratici (segretario Veltroni) presero il 33,2%. Adesso i sondaggi li danno tra il 25 e il 27%. Tradotto, significa che – con una proiezione ovviamente a spanne – i voti in meno sarebbero calcolabili in 5 milioni. Però, “noi stiamo lavorando a vincere le elezioni”. Mentre quel risultato fu ottenuto “facendo fuori una grossa fetta della sinistra”. È ancora Or-fini a parlare. “Meglio prendere qualche voto in meno”, ma costruire un’alternativa. Ancora Stumpo. Sorvolando sul fatto che 5 milioni sono un po’ più di qualche voto, l’alternativa non è sembrata mai così lontana come in questi ultimi giorni. “Il gruppo dirigente del Pd appare ostaggio di un’attesa indefinita” da parte dei centristi, tanto che “Fini e Casini diventano un ostacolo insormontabile” per creare una coalizione alternativa a Berlusconi, dice Vendola. E Di Pietro: “È necessario quanto prima che il Pd faccia una scelta programmatica e si impegni a scegliere con chi stare”. Questo mentre Casini afferma: “Il Pd prenda atto della distanza dall’Idv, ci faccia una proposta e noi decideremo”. Tanto che Bersani è costretto a chiarire: “Nessuno ci tiri per la giacchetta”.

ALTRO CHE fronte comune delle opposizioni. E ha un bel dire Stumpo che questo significa che “non si può fare a meno del Pd”. Segnale inquietante, pure la reazione della minoranza interna. “Alleati come Di Pietro ci rendono meno autorevoli”, dice Fioroni un un’intervista a Repubblica. “Sono molto preoccupato perché evidentemente la linea che seguiamo sulle alleanze non è quella giusta”, afferma il senatore Stefano Ceccanti. E Walter Verini (praticamente l’uomo ombra di Veltroni): “Non siamo mica noi che dobbiamo dire come si fa a recuperare l’elettorato e a fare una politica di governo. Noi siamo la minoranza non la maggioranza del partito”. Noi “possiamo solo chiedere una verifica” (e in realtà l’ha già fatto Veltroni sul Foglio . Un’altra?). In realtà sembra sentirli sfregarsi le mani, tutti impegnati nella loro guerra interna. Solo di un paio di giorni fa l’impietosa fotografia di Romano Prodi: “L’Ulivo è morto e quando uno è morto, gli eredi non fanno che litigare”. Se non riescono a mettersi d’accordo all’interno, come mettere d’accordo gli alleati e magari convincere il paese? Ieri nella giornata delle prospettive costruttive e di lungo periodo, da Letta a Orfini ribadiscono: “Ci vuole tempo”. D’altra parte, per tornare alla negazione, il caso referendum meriterebbe un capitolo a parte. I Democratici più o meno ufficialmente e un po’ a malincuore sono schierati perilsì.Conlesolitedivisioni interne.    PECCATO che nello stesso momento in cui il capo ufficio stampa del partito diceva al Fatto quotidiano che per quanto sull’acqua non si sia ancora arrivati a una formalizzazione definitiva, si va verso un sì a entrambi i quesiti, Enrico Letta sosteneva durante un convegno che i Democratici sono per un sì e per un no. E la campagna elettorale? I manifesti? Poco di visibile, per ora. Nessuna concessionaria ingaggiata, almeno a detta di Stumpo. Per un’eventuale campagna referendaria, se ne parla dopo le amministrative.

di Wanda Marr, IFQ

6 maggio 2011

“Mi stupisce molto il silenzio di Napolitano”

“Mi mancano quasi le parole per articolare il disgusto per quelle persone che si arrogano il diritto di parlare di fronte ai cittadini dopo averne sbeffeggiato la dignità”. La descrizione fatta da Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della persona all’Università Vita-Salute del San Raffaele, calza a pennello sui nuovi nove sottosegretari Responsabili.    Professoressa, si riferisce a loro?    Certo. Ieri abbiamo assistito al perfezionamento di uno scambio palesemente annunciato. Sa qual è la cosa che mi stupisce di più?    Dica.    Che nessuna voce istituzionale si levi contro una pratica così difforme dal ruolo delle istituzioni stesse.    Si riferisce al capo dello Stato?    Per nessuna istituzione intendo davvero tutte quelle che hanno una voce pubblica , compresa la stampa, e che non sollevano la questione. Se poi mi chiede delle istituzioni preposte al controllo del funzionamento della democrazia, come la Presidenza della Repubblica, le dico di sì, certo, questo silenzio mi stupisce molto.    Nel suo libro “La questione morale”, lei affronta il problema della corruzione. E spiega che la maggioranza degli italiani approva e nutre quest’impresa. Non c’è più nessuno in grado di indignarsi?    Purtroppo è scomparso anche quel velo d’ipocrisia che nascondeva ciò che ormai è conclamato. E si è rotto il muro della sanzione che spetta all’opinione pubblica. In questi casi il consenso informato e legittimante dei cittadini dovrebbe esercitare una sanzione morale. Se questo non avviene siamo in un regime senza controllo. Di certo i limiti vengono travalicati di più sotto le elezioni. Ma il controllo dei cittadini non deve ridursi al solo potere elettorale. Dovrebbero levare la loro voce più spesso.    Lei, per esempio, lo ha    fatto quando il rettore    della sua Università offrì a Barbara Berlusconi, durante la cerimonia di laurea, la possibilità di restare a lavorare in ateneo.    In quel caso ho protestato per la mancanza di sensibilità del rettore nei confronti degli altri laureati. E per l’assenza di un criterio di merito nell’auspicio della formazione di un nuovo professore.    Quale crede sia il criterio con cui deve essere plasmata la classe dirigente di questo paese, dall’Università fino ai ruoli di governo?    Credo che ormai sia chiaro come in Italia, a qualsiasi livello, il meccanismo di una civiltà di sudditi si sia sostituito a quello di una civiltà di cittadini. Di questo fanno parte la selezione e il reclutamento, che non sono fatti in base a criteri di merito e trasparenza, ma a quelli di consorteria e appartenenze. Va invertita completamente la rotta.    Che giudizio si sente di    dare allo spettacolo che ci stanno offrendo il governo e il Parlamento?    Mi mancano quasi le parole per articolare il disgusto per quelle persone che si arrogano il diritto di parlare di fronte ai cittadini dopo aver-ne sbeffeggiato la dignità. Fornire appoggi politici in cambio di posizioni di vantaggio personale è quanto di più lesivo possa esistere per l’etica pubblica. E lo estendo a tutti coloro che non reagiscono, alzano le spalle e pensano ‘è sempre stato così’. Perché non è assolutamente vero e la nostra storia ce lo insegna.

di Caterina Pernicon, IFQ

24 marzo 2011

Adulti con riserva

È bello e importante sapere che il capo dello Stato, almeno lui, è perplesso se un indagato diventa ministro. Per anni chi si azzardava a chiedere la separazione delle carriere fra politici e inquisiti passava per giustizialista. Ora, nel club, entra di diritto anche Napolitano. Che l’altroieri, quando B. gli ha preannunciato l’intenzione di nominare ministro Saverio Romano, ex Udc folgorato sulla via di Arcore, da anni sotto inchiesta a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e per corruzione aggravata dalla mafia, ha chiamato i magistrati per saperne di più. E ha appreso, come hanno scritto Il Fatto e pochi altri giornali liberi (escluso dunque il Tg1), quanto segue: dell’indagine per mafia il pm ha chiesto l’archiviazione, ma il gip ha preso tempo per approfondire; quella per corruzione aggravata (la presunta spartizione del tesoro di Vito Ciancimino fra alcuni politici siciliani, compreso Romano) è tuttora in corso. A quel punto c’era da attendersi che il presidente pregasse B. di proporgli un altro ministro, possibilmente intonso da accuse. L’articolo 92 della Costituzione, infatti, assegna a lui e non al premier la nomina dei ministri e pure quella del premier: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri”. Forte di questo articolo, nell’aprile ‘92 Scalfaro rifiutò di mandare Craxi a Palazzo Chigi sol perché girava voce che il pool di Milano gli girasse intorno dopo l’arresto di Chiesa e altri manager Psi: così toccò ad Amato. Lo stesso Scalfaro, nel ‘94, rifiutò di nominare Previti ministro della Giustizia, sebbene non fosse neppure indagato: ma era l’avvocato di B., in palese conflitto d’interessi. Ciampi, nel 2001, fece lo stesso quando B. gli propose come Guardasigilli il pregiudicato Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale). Altri tempi, altri presidenti. Due anni fa Napolitano incaricò B. sebbene imputato per corruzione giudiziaria, appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale: non c’era nemmeno bisogno di “assumere informazioni” sul suo conto, lo scrivevano e lo sapevano tutti. Poi nominò ministri due noti pregiudicati (Bossi alle Riforme e Maroni addirittura all’Interno), due noti imputati (Matteoli e Fitto), più il sottosegretario Brancher. Poi Brancher divenne ministro del Federalismo: Napolitano firmò la nomina, brindò con lui, poi però fece trapelare il suo imbarazzo per il “pastrocchio”, anzi la “pagliacciata”, anzi il “gioco delle tre carte”. E, appena Brancher usò la nuova carica per far saltare il suo processo col legittimo impedimento, Napolitano che aveva firmato la nomina e il legittimo impedimento disse che lui non poteva usarlo. B. sì, Brancher no. Ora ci risiamo. Romano giura nelle mani di Napolitano. Seguono firma e brindisi. Poi, mentre il neoministro rincasa tutto giulivo con moglie e pargolo, gli casca in testa il comunicato del Quirinale: Napolitano ha “ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”, poi “ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali”, ma “ha auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”. Ora, l’abbiamo visto, non è necessario alcun “impedimento giuridico-formale” per non nominare un ministro: basta un conflitto d’interessi o una questione di opportunità, figurarsi due indagini per mafia e corruzione. Uno può infischiarsene e firmare lo stesso, oppure rifiutare la nomina. Napolitano ha scelto la terza via: ha firmato e poi s’è dissociato da se stesso. Un tempo c’erano i film “adulti con riserva”. Ora abbiamo i “ministri con riserva”. Un po’ come B. che bombarda Gheddafi, ma poi si dice addolorato. Romano non l’ha presa bene: ma come, sulla mafia ha una richiesta di archiviazione e sulla corruzione solo un’indagine, mica un processo come B. Ora si attende con ansia un comunicato del Quirinale per raccomandare all’imputato B. di “chiarire” le sue “gravi imputazioni”.

di Marco Travaglio, IFQ

2 febbraio 2011

Parte Napolitano e parte nopeo

Massima e affettuosa solidarietà al direttore del Messaggero, Roberto Napoletano, al quale è toccata in sorte una telefonata col suo quasi omonimo Giorgio Napolitano. Ma soprattutto massima e affettuosa solidarietà ai lettori del Messaggero, che ieri si sono imbattuti in un titolone di prima pagina: “Napolitano: allarme fondato”. Qualcuno avrà pensato a un improvviso squillare dell’antifurto al Quirinale a causa di una visita dei ladri (evento tutt’altro che sorprendente, essendo il palazzo frequentato da politici). Invece no: l’allarme – informa l’occhiello – riguarda “i conflitti che travalicano l’ambito politico e investono le istituzioni”. Il catenaccio sottostante, dalla viva voce del capo dello Stato, chiarisce definitivamente il tutto: “I riconoscimenti da più parti preludano a uno sforzo per abbassare i toni”. L’epigramma del rompicapo dello Stato, subito preso in consegna dai migliori enigmisti, occultisti e decrittatori del pianeta, pare uscito da un vecchio gioco di società: il “telefono senza fili”, in cui il primo giocatore sussurra una frase al vicino, il quale a sua volta riferisce quanto ha capito all’orecchio del terzo concorrente e così via, finché, di equivoco in equivoco, l’ultimo partecipante se ne esce con una frase che non ha più nulla a che fare con quella di partenza. Si teme dunque che, causa malfunzionamento dei centralini del Messaggero, Napolitano non abbia detto a Napoletano che “i riconoscimenti da più parti preludano a uno sforzo   per abbassare i toni”. Ma, puta caso: “I toni da più parti preludano a un riconoscimento per abbassare gli sforzi”. Oppure: “Gli sforzi da più parti preludano a un tono per abbassare i riconoscimenti”. O ancora: “I preludi da più parte riconoscano un tono per abbassare gli sforzi” o “per sforzare l’abbassamento”. O meglio: “I toni da più parti abbassino uno sforzo per riconoscere il preludio” o “per preludere al riconoscimento”. Le variazioni sul tema tendono all’infinito. In attesa di un comunicato chiarificatore dei portavoce del Colle, ci inerpichiamo su per l’impervio testo siglato r.n. (così si firma il pudico Napoletano per non esser confuso con Napolitano): una colata di piombo su tre quarti di pagina, pur contenendo tre sole frasi virgolettate del Presidente. 1) “Ho avuto nei giorni scorsi fondati motivi per esprimere allarme di fronte al moltiplicarsi e acuirsi di conflitti che travalicano e investono le istituzioni”. Segue esegesi del direttore, con glosse e note a piè di pagina: “Il capo dello Stato ha ancora qualcosa da dire, e lo fa a modo suo, con un linguaggio asciutto…”.   Ecco: non bagnato, né umido: asciutto. 2) “La fondatezza di tale allarme è stata da più parti riconosciuta, il che è da considerarsi positivo se prelude a uno sforzo generale per abbassare i toni”. Qui, immaginando i primi mancamenti fra gli inermi lettori, Napoletano provvede alla traduzione simultanea: “Come dire: se tutti riconoscono che la situazione è seria (e lo è), tutti si comportino di conseguenza, maggioranza e opposizione, perché la posta in gioco è davvero elevata”. Roba forte, gliele ha cantate chiare. Ma sventuratamente – denuncia Napoletano interpretando Napolitano – si susseguono “più o meno evidenti tentativi di tirarlo per la giacchetta, da una parte o dall’altra”. Il Presidente, per motivi imperscrutabili, non porta normali giacche, ma giacchette. Anzi una sola. 3) “In quanto al dibattito pubblico che si è innescato – con l’espressione di pareri anche da parte di politici e costituzionalisti – sulle responsabilità e prerogative del Presidente della Repubblica, lo seguo con attenzione ma non intendo ovviamente pronunciarmi nel merito di alcuna tesi o interpretazione”. Questo sì è parlar chiaro. Infatti Napoletano prontamente traduce: “Parola di Giorgio Napolitano, uomo delle istituzioni, che non si fa tirare per la giacchetta (aridaje, ndr) ma non resta inerte”, anzi “chiede agli altri la responsabilità che esige da sé”. E qui il direttore, stremato, si accascia al suolo. La prognosi è riservata.

di Marco Travaglio – IFQ

20 gennaio 2011

La profezia di Zagrebelsky: ”Berlusconi farà la fine di Craxi”

“Napolitano può far sentire la sua voce contro questa deriva”

Qualcuno in Piemonte – oltre a presunte fidanzate di cavalieri inesistenti – guarda con attenzione alle evoluzioni dell’inchiesta milanese sul presidente del Consiglio: Gustavo Zagrebelsky, presidente dell’associazione Libertà e giustizia, che ha pubblicamente chiesto le immediate dimissioni del premier.    Professore, nell’appello scrivete: “In nessun altro Paese democratico un primo ministro, indagato per così gravi capi di accusa, rimarrebbe in carica”.    La situazione è esplosiva: si confrontano nel Paese due contendenti ed entrambi fanno leva sulla parola democrazia. Da una parte chi pensa che il presidente del Consiglio debba dimettersi, dall’altra   chi pensa sia in atto una congiura antidemocratica ai danni del premier. L’Italia è spaccata.    Come può accadere?    Qualcuno fa un uso privato della parola democrazia.    Cioè?    Da una parte c’è un’idea di democrazia secondo cui chi è eletto è sotto la legge. Gli altri pensano che chi viene eletto sia sopra la legge.    Il consenso elettorale sarebbe uno scudo giudiziario automatico?    Volendo semplificare, è la vecchia antitesi di Aristotele tra governo delle leggi e governo degli uomini. Nel secondo caso, chi detiene il potere produce le leggi che gli fanno comodo. La differenza tra queste due concezioni di democrazia che oggi albergano, fronteggiandosi, in Italia è   che una corrisponde alla democrazia liberale – ed è una conquista delle due Rivoluzioni, francese e americana –; l’altra può avere una pericolosa deriva autocratica. Berlusconi non a caso ha evocato, in un discorso a proposito di un suo processo, il giudizio dei ‘pari’: lui può essere giudicato solo dagli eletti in Parlamento e non dai magistrati.    C’è un modo per conciliare le parti?    Mi pare che il presidente della Repubblica stia cercando di far dialogare queste posizioni estreme.    Nell’appello di Libertà e giustizia si chiede un intervento tempestivo da parte del Quirinale.    È il ruolo del Colle, secondo la nostra Costituzione. Napolitano può far sentire la sua voce per denunciare questo scollamento.   Che è preoccupante.    Siamo arrivati all’ultimo atto?    O vince uno o vince l’altro.    Vede rischi?    Questa situazione è destinata ad andare avanti fino allo scontro finale, che non esclude prove di forza. Ma certo queste non saranno   a opera dei giudici.    Che significa “prove di forza”?    Manifestazioni, boicottaggi. D’altra parte il presidente del Consiglio dice di non riconoscere i giudici.    Il ministro Mara Carfagna in tv ha detto: “La Procura di Milano è un nemico politico da 16 anni”. Discorso eversivo?    Certo. Ed è pericoloso perché queste cose all’inizio si dicono timidamente. Poi, a furia di ripeterle, diventano verità assolute. Goebbels diceva: una menzogna ripetuta mille volte diventa verità. È la propaganda. Un deputato del Pdl ha detto che l’iniziativa della Procura di Milano è un golpe.    Passano per certezze di rango costituzionale bufale incredibili. Tipo la competenza del Tribunale dei ministri.    Sì, qualcuno si è inventato questa   tesi e l’ha messa in giro da qualche giorno. Bisognerebbe dimostrare che intervenire nella procedura di affidamento di un minore fermato rientra nelle funzione del presidente del Consiglio dei ministri. Non basta che il reato sia commesso mentre l’indagato è in carica come Primo ministro. La Costituzione sennò sarebbe stata formulata così: “Per tutti i reati commessi durante il mandato dei ministri e del presidente del Consiglio…”. Invece si parla di “esercizio delle proprie funzioni”. Vuol dire che, durante il mandato, i membri del governo possono commettere due tipi di reato: comuni e afferenti alle competenze. Ma l’esercizio delle funzioni del presidente del Consiglio consiste in atti politici. Non in atti finalizzati a coprire le proprie magagne personali.      Torniamo a Napolitano. Ha detto: si faccia chiarezza in fretta.    Il senso del suo discorso credo sia: si smetta di alimentare lo scontro istituzionale. Deve essere la Cassazione a dire se l’iniziativa dei pm è sbagliata. Mi pare che Napolitano sia preoccupato, perché il fine di questo scontro sembra la prevalenza di una parte sull’altra. Non può essere così.    Se il presidente della Repubblica è così preoccupato del tentativo di elusione della legge, avrebbe potuto esercitare il potere di rinvio delle varie leggi ad personam.      Sono due cose diverse. Questa vicenda va oltre, perché al fondo ha semplicemente il tentativo di una persona di sottrarsi ai giudici. Del resto è la ragione di fondo della ‘discesa in campo’ di Berlusconi. La sorte di questo signore, nel momento in cui non fosse più presidente del Consiglio, sarebbe segnata non politicamente, ma giudiziariamente.    È l’anomalia italiana.    La democrazia è un sistema in cui, quando un Primo ministro cessa di essere tale, torna a casa sua. Tutti gli altri regimi implicano che la fine di una carriera politica sia traumatica.    Come se ne esce?    Si aspetta che si creino degli anticorpi all’interno della maggioranza. E si continua a insistere: non esistono due democrazie, ma una sola. Che ha due gambe: il diritto e il consenso degli elettori.      Ci sarà un redde rationem?    Non vedo una via di uscita tranquilla. Immagino qualcosa di simile alla vicenda Craxi. Il regime personalistico non prevede alternative. Leo Strauss e Alexandre Kojève nel loro Sulla Tirannide riportano un dialogo di Senofonte tra Gerione, tiranno di Siracusa, e il poeta Simonide. Gerione dice: non ho nemmeno la possibilità di ritirarmi a vita privata, perché sarei inseguito da tutti coloro verso i quali ho commesso soprusi. Posso solo scegliere di sparire.

di Silvia Truzzi – IFQ

3 gennaio 2011

Gerovitalia

I sopravvissuti ai veglioni, ai cenoni, ma soprattutto alla torrenziale conferenza stampa di B. e al letale messaggio ipnotico di Napolitano avranno forse notato il paradosso di un signore di 85 anni che potrebbe un bel giorno lasciare il posto a un ometto di 75 (che ne avrà 78 quando si libera la sedia) e intanto firma la cosiddetta legge Gelmini che toglie ogni speranza ai giovani, poi li esorta a non perdere la speranza (l’espatrio). Già ci pare di sentire le obiezioni di quirinalisti e corazzieri di complemento, secondo i quali il Presidente sarebbe, in gran segreto, un roccioso baluardo contro le leggi vergogna: infatti l’altro giorno ha, sì, firmato pure la Gelmini, ma segnalando coraggiosamente “alcune criticità”. Purtroppo anche Rodotà, su Repubblica, ha tentato di gabellare la promulgazione della controriforma universitaria come un trionfo del dialogo presidenziale con gli studenti e un altolà al governo: il Colle ha firmato la Gelmini, ma gliele ha cantate chiare. La tesi ricorda quel pugile che, messo al tappeto dal suo avversario e portato in ospedale più morto che vivo, biascicava prima di entrare in coma: “Ne ho prese tante, ma gliene ho dette quattro”. La verità nuda e cruda è che ha stravinto un’altra volta B. e hanno perso un’altra volta gli italiani. Le chiacchiere   stanno a zero, la Gelmini è legge, farà danni irreparabili per decenni (anche perché il centrosinistra, ove mai tornasse al governo, si guarderebbe bene dall’abrogarla) e delle “criticità” segnalate dal Quirinale il governo farà l’uso che Bossi fa del tricolore per celebrare   degnamente l’Unità d’Italia. Oltretutto questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene è un controsenso e una presa in giro. La Costituzione dice che il presidente, quando gli arriva una legge dal Parlamento, ha due opzioni: se gli piace, firma; se non gli piace, respinge al mittente con messaggio motivato alle Camere. La firma con monito, con criticità, con faccia scura, con naso storto, con ditino alzato, con mano sinistra o su una gamba sola non è prevista. E in ogni caso, una volta promulgata, la legge va sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore. Come, e soprattutto perché, il governo dovrebbe correggerla dopo “ampio confronto” con gli studenti ignorati per tre anni, soprattutto ora che il Quirinale ha scaricato l’unica arma in suo possesso per imporglielo? Naturalmente, come si fa col nonnetto che raccomanda di coprirsi bene, la Gelmini ha assicurato che “terrà conto” delle osservazioni. Tanto domani nessuno se ne ricorda più. Illazioni? Malignità? No, memoria storica. Il 2 luglio 2009, con la solita fiducia, diventava legge l’ennesimo “pacchetto sicurezza” di questa banda di magliari che si fa chiamare governo: la legge 15.7.2009 n. 94, piena di norme razziste e incostituzionali, tipo il reato di immigrazione clandestina e il via libera alle ronde. La penna più veloce del west la firmò il 15 luglio, ma lo stesso giorno scrisse al premier e ai ministri Maroni e Alfano che alcune “rilevanti criticità” suscitavano in lui “perplessità e preoccupazioni”: la legge era mal fatta (3 articoli per modificare quasi 200 norme), malscritta   (il solito ostrogoto) e addirittura viziata da scarsa “coerenza con i principi dell’ordinamento” e da “dubbi di irragionevolezza e insostenibilità”. Anche allora, vivi applausi al Colle dai corazzieri della penna: che monito, perbacco, gliele ha cantate chiare! Immancabilmente Maroni, Alfano & C. si impegnarono “tener conto delle osservazioni del capo dello Stato”, di cui sentitamente lo ringraziarono. Poi se ne infischiarono: infatti, in un anno e mezzo, di quella legge non han modificato un punto e virgola. Le uniche variazioni le ha imposte la Consulta, stabilendo che la legge firmata (ma con monito) da Napolitano era incostituzionale in più punti. Ora, con la Gelmini, il copione si ripete. Eppure qualcuno ancora ci casca. A Napoli si dice “‘ccà nisciuno è fesso”. Nisciuno, o quasi.

di Marco Travaglio – IFQ

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