Adulti con riserva

È bello e importante sapere che il capo dello Stato, almeno lui, è perplesso se un indagato diventa ministro. Per anni chi si azzardava a chiedere la separazione delle carriere fra politici e inquisiti passava per giustizialista. Ora, nel club, entra di diritto anche Napolitano. Che l’altroieri, quando B. gli ha preannunciato l’intenzione di nominare ministro Saverio Romano, ex Udc folgorato sulla via di Arcore, da anni sotto inchiesta a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e per corruzione aggravata dalla mafia, ha chiamato i magistrati per saperne di più. E ha appreso, come hanno scritto Il Fatto e pochi altri giornali liberi (escluso dunque il Tg1), quanto segue: dell’indagine per mafia il pm ha chiesto l’archiviazione, ma il gip ha preso tempo per approfondire; quella per corruzione aggravata (la presunta spartizione del tesoro di Vito Ciancimino fra alcuni politici siciliani, compreso Romano) è tuttora in corso. A quel punto c’era da attendersi che il presidente pregasse B. di proporgli un altro ministro, possibilmente intonso da accuse. L’articolo 92 della Costituzione, infatti, assegna a lui e non al premier la nomina dei ministri e pure quella del premier: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri”. Forte di questo articolo, nell’aprile ‘92 Scalfaro rifiutò di mandare Craxi a Palazzo Chigi sol perché girava voce che il pool di Milano gli girasse intorno dopo l’arresto di Chiesa e altri manager Psi: così toccò ad Amato. Lo stesso Scalfaro, nel ‘94, rifiutò di nominare Previti ministro della Giustizia, sebbene non fosse neppure indagato: ma era l’avvocato di B., in palese conflitto d’interessi. Ciampi, nel 2001, fece lo stesso quando B. gli propose come Guardasigilli il pregiudicato Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale). Altri tempi, altri presidenti. Due anni fa Napolitano incaricò B. sebbene imputato per corruzione giudiziaria, appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale: non c’era nemmeno bisogno di “assumere informazioni” sul suo conto, lo scrivevano e lo sapevano tutti. Poi nominò ministri due noti pregiudicati (Bossi alle Riforme e Maroni addirittura all’Interno), due noti imputati (Matteoli e Fitto), più il sottosegretario Brancher. Poi Brancher divenne ministro del Federalismo: Napolitano firmò la nomina, brindò con lui, poi però fece trapelare il suo imbarazzo per il “pastrocchio”, anzi la “pagliacciata”, anzi il “gioco delle tre carte”. E, appena Brancher usò la nuova carica per far saltare il suo processo col legittimo impedimento, Napolitano che aveva firmato la nomina e il legittimo impedimento disse che lui non poteva usarlo. B. sì, Brancher no. Ora ci risiamo. Romano giura nelle mani di Napolitano. Seguono firma e brindisi. Poi, mentre il neoministro rincasa tutto giulivo con moglie e pargolo, gli casca in testa il comunicato del Quirinale: Napolitano ha “ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”, poi “ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali”, ma “ha auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”. Ora, l’abbiamo visto, non è necessario alcun “impedimento giuridico-formale” per non nominare un ministro: basta un conflitto d’interessi o una questione di opportunità, figurarsi due indagini per mafia e corruzione. Uno può infischiarsene e firmare lo stesso, oppure rifiutare la nomina. Napolitano ha scelto la terza via: ha firmato e poi s’è dissociato da se stesso. Un tempo c’erano i film “adulti con riserva”. Ora abbiamo i “ministri con riserva”. Un po’ come B. che bombarda Gheddafi, ma poi si dice addolorato. Romano non l’ha presa bene: ma come, sulla mafia ha una richiesta di archiviazione e sulla corruzione solo un’indagine, mica un processo come B. Ora si attende con ansia un comunicato del Quirinale per raccomandare all’imputato B. di “chiarire” le sue “gravi imputazioni”.

di Marco Travaglio, IFQ

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