Bersani sotto il tiro del fuoco amico

Dopo la critica del Colle critiche dalla minoranza e dagli altri dell’opposizione.

“Non una reprimenda”, “non una critica”. Al massimo “uno stimolo”, un’indicazione. Dopo la doccia gelata ricevuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, i vertici del Pd arricchiscono il loro linguaggio – pieno di distinguo e di ma anche – di un altro capitolo: la negazione. Se la sinistra non diventa “credibile”, “affidabile” e “praticabile” resterà sempre all’opposizione. Parola del Capo dello Stato.

IN EFFETTI i Democratici tutto si aspettavano tranne le parole del Colle, arrivate l’altroieri sera dopo che il partito, seguendo la linea dettata dal Quirinale, aveva votato una mozione sulla Libia che l’aveva non solo diviso dall’Idv, ma aveva ricevuto in segno di plauso pure l’astensione della maggioranza. “Siamo credibili”, gioca in difesa Bersani. Le parole del Colle? “Un’evidente forzatura pensare che fossero rivolte a noi”, taglia corto D’Alema. Che una crisi dei partiti tradizionali c’è, lo ammette Matteo Orfini, responsabile Comunicazione dei Democrats. Ma “noi non abbiamo seguito Napolitano, abbiamo perseguito una linea coerente” sulla politica internazionale, spiega Nico Stumpo, responsabile Organizzazione. Ed “è uno stimolo giusto” quello di Napolitano, secondo Enrico Letta, che il partito può recepire visto che è l’unico ad agire con “generosità” nel tentativo di trovare un’“aggregazione”. Peccato che evidentemente gli elettori non lo capiscano: nel 2008 alle politiche i Democratici (segretario Veltroni) presero il 33,2%. Adesso i sondaggi li danno tra il 25 e il 27%. Tradotto, significa che – con una proiezione ovviamente a spanne – i voti in meno sarebbero calcolabili in 5 milioni. Però, “noi stiamo lavorando a vincere le elezioni”. Mentre quel risultato fu ottenuto “facendo fuori una grossa fetta della sinistra”. È ancora Or-fini a parlare. “Meglio prendere qualche voto in meno”, ma costruire un’alternativa. Ancora Stumpo. Sorvolando sul fatto che 5 milioni sono un po’ più di qualche voto, l’alternativa non è sembrata mai così lontana come in questi ultimi giorni. “Il gruppo dirigente del Pd appare ostaggio di un’attesa indefinita” da parte dei centristi, tanto che “Fini e Casini diventano un ostacolo insormontabile” per creare una coalizione alternativa a Berlusconi, dice Vendola. E Di Pietro: “È necessario quanto prima che il Pd faccia una scelta programmatica e si impegni a scegliere con chi stare”. Questo mentre Casini afferma: “Il Pd prenda atto della distanza dall’Idv, ci faccia una proposta e noi decideremo”. Tanto che Bersani è costretto a chiarire: “Nessuno ci tiri per la giacchetta”.

ALTRO CHE fronte comune delle opposizioni. E ha un bel dire Stumpo che questo significa che “non si può fare a meno del Pd”. Segnale inquietante, pure la reazione della minoranza interna. “Alleati come Di Pietro ci rendono meno autorevoli”, dice Fioroni un un’intervista a Repubblica. “Sono molto preoccupato perché evidentemente la linea che seguiamo sulle alleanze non è quella giusta”, afferma il senatore Stefano Ceccanti. E Walter Verini (praticamente l’uomo ombra di Veltroni): “Non siamo mica noi che dobbiamo dire come si fa a recuperare l’elettorato e a fare una politica di governo. Noi siamo la minoranza non la maggioranza del partito”. Noi “possiamo solo chiedere una verifica” (e in realtà l’ha già fatto Veltroni sul Foglio . Un’altra?). In realtà sembra sentirli sfregarsi le mani, tutti impegnati nella loro guerra interna. Solo di un paio di giorni fa l’impietosa fotografia di Romano Prodi: “L’Ulivo è morto e quando uno è morto, gli eredi non fanno che litigare”. Se non riescono a mettersi d’accordo all’interno, come mettere d’accordo gli alleati e magari convincere il paese? Ieri nella giornata delle prospettive costruttive e di lungo periodo, da Letta a Orfini ribadiscono: “Ci vuole tempo”. D’altra parte, per tornare alla negazione, il caso referendum meriterebbe un capitolo a parte. I Democratici più o meno ufficialmente e un po’ a malincuore sono schierati perilsì.Conlesolitedivisioni interne.    PECCATO che nello stesso momento in cui il capo ufficio stampa del partito diceva al Fatto quotidiano che per quanto sull’acqua non si sia ancora arrivati a una formalizzazione definitiva, si va verso un sì a entrambi i quesiti, Enrico Letta sosteneva durante un convegno che i Democratici sono per un sì e per un no. E la campagna elettorale? I manifesti? Poco di visibile, per ora. Nessuna concessionaria ingaggiata, almeno a detta di Stumpo. Per un’eventuale campagna referendaria, se ne parla dopo le amministrative.

di Wanda Marr, IFQ

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