Posts tagged ‘Bossi’

5 aprile 2012

La moglie che cede le armi e il cerchio magico spezzato

Mi fido di te”. Manuela Marrone ha telefonato a Roberto Maroni: voleva rassicurazioni sul futuro dei figli. Dopo otto anni di egemonia sul partito e mesi di lotte contro l’ex titolare del Viminale, la moglie di Umberto Bossi ha dovuto cedere le armi. E già ieri, nella sede del Carroccio in via Bellerio, Maroni ha preso le redini del partito. Gliele ha lasciate il Capo alle 17.30, quando si è allontanato dalla segreteria politica: “Esco a fumare”, ha detto. Non è più tornato. La riunione è proseguita per altre due ore convocando, per oggi alle 16, il Consiglio federale per nominare il successore di Francesco Belsito, l’ex tesoriere accusato di riciclaggio, appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato. “Sono accuse molto gravi”, ha ripetuto ieri Maroni. “Dobbiamo fare subito pulizia: chi ha tradito la fiducia dei militanti deve essere cacciato, senza guardare in faccia nessuno”. Poi la chiamata: “Troviamo subito in noi la forza per rinnovarci e per ripartire più forti di prima”. Pensare che appena pochi mesi fa Bossi gli aveva vietato di parlare in pubblico a nome della Lega, scatenando la rivolta dei militanti.

O MEGLIO: la moglie del Senatùr, la “matrona, patrona e un po’ terrona”, come malignamente la definiscono i nemici, aveva tentato di fermare l’avanzata dei Barbari Sognanti. Ma da allora il Cerchio Magico è caduto in battaglia. Il cordone di persone fidate creato da Marrone attorno al marito e che, nel tempo, hanno acquisito potere si è rapidamente sfaldato. Anche la battagliera “badante” Rosy Mauro ha subito l’onta della sconfitta vedendosi togliere il ruolo di legato (così nel Carroccio si chiama il commissario politico). Prima era stata la volta di Marco Reguzzoni, costretto a lasciare il ruolo di capogruppo alla Camera dopo un braccio di ferro durato mesi e terminato in piazza Duomo a marzo, dove è stato accolto dai militanti con cori del tipo “Reguzzoni vai in Tanzania”. Lo scandalo Belsito era appena esploso ma il tesoriere, esponente del Clan di Gemonio, riuscì a ottenere la protezione necessaria e salvare la poltrona. Lo stesso Maroni ne aveva chiesto le dimissioni, incassando risposte e commenti piccati. Non era ancora il suo tempo. Del Clan di Gemonio è rimasto soltanto Federico Bricolo, che però è da tempo dato in avvicinamento a Maroni tanto che c’è chi lo definisce lo “Schettino del Cerchio magico”. Come ogni generale che si rispetti, Marrone ha riconosciuto la sconfitta. Almeno per il momento. Lady Bosina, dal nome della scuola che ha fondato a Varese, è donna di poche parole e gesti concreti. Non decide, ordina. Dal 12 marzo 2004, quando il marito Umberto è stato colpito dall’ictus. Quella sera, fuori dalla stanza dell’ospedale di Varese, dove il marito era ricoverato in gravissime condizioni, la signora Bossi convocò i colonnelli del Carroccio, da Maroni all’allora capogruppo a Montecitorio, Alessandro Cè (in lacrime), per dettare la linea.

“NULLA È CAMBIATO, tutto è come prima”, disse. E’ riuscita a gestire come una famiglia il partito, creando ruoli chiave e affidandoli a persone fidate: il Cerchio Magico appunto. E ha resistito fin quando ha potuto.    Ma che tutto stesse rapidamente crollando si è compreso a Pontida il 19 giugno 2011. Sul Sacro Prato i militanti invocavano Maroni. Dietro il palco la Marrone cercava di convincere il marito a fermare l’allora ministro degli Interni: “Reagisci, non puoi, non devi lasciargli spazio”, diceva a un Bossi abbandonato su una sedia di plastica . Sforzi inutili: Maroni era al microfono, dal palco lanciava per la prima volta i Barbari sognanti. Lady Bosina, spazientita, chiese all’autista di portarla a Gemonio. “Aspetti qualche minuto, la macchina è un forno”. Ma lei, irremovibile: “Possono chiudermi anche nel bagagliaio ma non mi soffocheranno mai”. E aveva ragione. Ci sono volute tre procure che dicessero come il cerchista Belsito finanziava la famiglia Marrone-Bossi.

di Davide Vecchi, IFQ

La prima pagina di ieri de “la Padania”

5 aprile 2012

“Soldi e favori: ho il nastro di Bossi”

“Bossi si cagherà sotto e non avrà il coraggio di rimuoverti”. Di fronte ai documenti dei pagamenti ai figli, alla moglie e alla sua fedelissima Rosi Mauro e soprattutto di fronte a una registrazione imbarazzante, che Francesco Belsito sosteneva di possedere, il leader della Lega Nord non avrebbe mai osato seguire Rosi Mauro che lo aizzava contro di lui. Così, con l’arroganza di chi sa di avere le carte per tenere in scacco Umberto Bossi, parlavano al telefono mentre erano intercettati dai Carabinieri su delega della Procura di Napoli la dirigente amministrativa del Carroccio Nadia Dagrada e il tesoriere Francesco Belsito, ora indagato per riciclaggio e truffa aggravata. Il personaggio chiave è Nadia Dagrada.

QUESTA MILITANTE  tosta che nelle foto sembra un corazziere in gonnella di Umberto Bossi e che ieri uscendo dalla Procura ha sibilato ai cronisti: “Fedele fino alla fine”, nelle tante telefonate intercettate con Belsito sembra quasi il suo coach. È lei a consigliargli di farsi una copia dei documenti che provano i pagamenti ai familiari di Umberto Bossi e di mettere gli originali in una cassetta di sicurezza. Nadia è arrabbiata con il vicepresidente del Senato Rosi Mauro, che ha osato chiedere conto a Belsito dei soldi della Lega. “Sarebbe veramente cretina Rosi Mauro perché allora a questo punto se i conti li fai vedere poi chi lo sa che cosa può uscire di tutto quello che c’è!”. Dagrada e Belsito pensano al botto che faranno le carte sui giornali: “Su Libero: quanti soldi la Lega gira alla scuola (Bosina, della cooperativa fondata dalla maestra beby-pensionata Manuela Marrone, moglie di Bossi, ndr).    Belsito a quel punto tira fuori l’asso nella manica: la registrazione che proverebbe una richiesta sconcia. Questo è il passaggio chiave della conversazione di quella sera.    Francesco Belsito: “Glielo dico della Fondazione, glielo dico cosa mi volevano far fare che dovevo portargli dei soldi eh”.    Nadia Dagrada: esatto!… e tu quello poi ce l’hai registrato?”.    Belsito: si, eh    Dagrada: ma tu prima parli col capo (Bossi, ndr), vedi cosa ti dice lui, perché gli fai presente ‘sta roba qui e vedi perché lui poi fa in fretta a cagarsi sotto e dopo di che, si affrontano le due signore (Rosi Mauro e Manuela Marrone, ndr) poi gli spiattelli lì, sul tavolo… allora vedi questa fotocopia qua, vedi queste, vedi questa… figurati queste se vanno in mano, altro che la Tanzania se vanno in mano ai militanti!… ma non vengono a prendere me le dici eh, vengono a prendere voi!”. A questo punto Belsito continua a enumerare gli elementi che può tirar fuori contro la famiglia Bossi:    Belsito: “l’ultima macchina del “principe” (Renzo Bossi probabilmente, ndr) 50 mila? Ho la fattura”.    Dagrada: ma te l’ho detto, tutto quello che, adesso tu domani mattina dopo aver parlato con Roberto (Castelli, ndr) inizia a fare le copie di quello che hai in cassaforte, dammi retta!    Belsito: bene    CON L’AMICA Dagrada, Francesco Belsito se la rideva al telefono pensando al “parco macchine” della famiglia Bossi: la Smart e la più recente Audi A6 che, a dire del tesoriere, sarebbero state messe a disposizione del solito Trota, ma “intestate alla Lega Nord”. E poi le auto noleggiate per Riccardo Bossi. E anche i contanti. Nadia Dagrada lo invitava a mettere da parte tante cartelline con su indicato nome per nome e anno per anno i soldi e i benefit versati. Nelle intercettazioni di Belsito si parla di pagamenti per 200 mila euro all’anno per il Sindacato Padano di Rosi Mauro e anche di spese per “i costi liquidi” di Renzo Bossi come li chiama Belsito. Per il tesoriere sarebbero 151 mila euro, ma la dirigente amministrativa Nadia Dagrada lo corregge: “Sono 251 mila euro per lui e i ragazzi (della scorta probabilmente, ndr) perché quando viaggiano insieme non riesco a scinderli”. Al Fatto risulta che il tesoriere al telefono fosse molto confuso sulle somme. Anche se ricordava con esattezza quanto gli era stato chiesto di metter da parte per la scuola della moglie di Bossi, quella gestita dalla Cooperativa Bosina: un milione di euro, che però solo in parte era riuscito a tirare fuori. Nadia Dagrada si sta rivelando sempre più il personaggio chiave dell’inchiesta. Non è un caso se, come persona informata dei fatti, è stata ascoltata martedì per 9 ore dai pm Paolo Filippini ed Henry John Woodcock. Non è un caso che sia stata risentita ieri mattina dai magistrati alla presenza del procuratore aggiunto Alfredo Robledo. La dirigente ha detto ai pm di non aver mai ascoltato la registrazione imbarazzante. La sua deposizione avrebbe “salvaguardato” il segretario Umberto Bossi, ma avrebbe reso più complicata la posizione di Francesco Belsito.

di Marco Lillo, IFQ

Umberto Bossi con Francesco Belsito il 19 marzo a Genova (FOTO ANSA)

14 dicembre 2011

Premio Bancarotta

Il mondo dell’avanspettacolo è in festa: Bossi ha annunciato che non se ne può più dell’euro. “La Padania batterà la sua moneta, mica può continuare a mantenere questi farabutti”. Bene, bravo, bis. Visto il pollice verde finora mostrato dai leghisti nel mondo della finanza, non vediamo l’ora. È appena uscita una sentenza della Cassazione (estensore Sabeone, presidente Esposito) che racconta il più riuscito degli investimenti bossiani, ancor meglio delle zolle del prato di Pontida, della banca Credieuronord e del tallero padano annunciato dal noto economista Calderoli e ribattezzato “calderòlo”: il mitico villaggio “Skipper” in Croazia che 13 anni fa doveva garantire ai padani vacanze sicure, lontano da nègher e terùn, e magari portare soldi freschi al partito, tanto per cambiare alla canna del gas. L’astuto investimento, condotto personalmente dagli on. Bossi (con signora), Stefani, Balocchi e dal presidente del consiglio regionale veneto Cavaliere, che avevano convinto un centinaio di dirigenti e militanti a investire decine di milioni di lire, è finito in bancarotta. E per bancarotta patrimoniale e documentale è stato condannato a 8 mesi il solo imputato superstite (gli altri sono stati assolti, o sono morti, o hanno patteggiato): Sebastiano Cacciaguerra, amministratore unico di Euroservice Srl e presidente di Ceit Srl, le due società che gestivano per conto della Lega la geniale operazione finanziata nel ‘98 da una banca della Carinzia, ai tempi in cui Jörg Haider era culo e camicia con Bossi. Poi la Ceit finì i soldi, la banca carinziana confiscò il villaggio e le società-schermo della Lega restarono con un pugno di mosche. E di debiti. “Euroservice – scrivono i giudici – otteneva, su interessamento personale dello Stefani, cliente conosciuto della banca, un finanziamento dalla filiale di Vicenza di Cassamarca Spa (ora Unicredit Banca d’Impresa Spa) nel gennaio 2001 per lire 1 miliardo a fronte di garanzie personali prestate dagli amministratori Ceit Balocchi, Stefani, Cacciaguerra… e Bossi, senatore della Repubblica, non amministratore né socio di Ceit, di cui comunque alcune quote erano detenute dalla moglie Marrone Emanuela. A fronte del finanziamento, Euroservice erogava anticipazioni finanziarie a Ceit per lire 560 milioni e utilizzava ulteriori 420 milioni in favore dei sig.ri Miro e Andrj Oblak per l’acquisto di una quota in Ceit… Euroservice veniva così utilizzata quale strumento per acquisire disponibilità finanziarie ed eseguire pagamenti per un’iniziativa immobiliare in Croazia – ‘progetto Skipper’ – gestita direttamente da esponenti della Lega Nord o dalla Lega Nord direttamente tramite i suoi maggiori esponenti politici, che non volevano apparire, tramite la società Ceit che aveva acquistato la totalità delle partecipazioni nella società croata Kemko proprietaria dei terreni”. Per scucire il miliardo a Cassamarca, i nostri eroi padani “ipotizzavano enfaticamente profitti” irrealizzabili: Euroservice aveva “operatività quasi inesistente ed esiguo capitale sociale” e Ceit era anch’essa “sottocapitalizzata”, con “investimenti per 20 miliardi su un capitale sociale di 20 milioni” (“non ha una penna biro né un dipendente”, dice l’imputato). Ceit fallì puntualmente nel 2004 dopo tre anni di “scritture contabili irregolari” con “entrate registrate falsamente”. Poi un tocco di coerenza padana: i 560 milioni di finanziamento alla Ceit poi fallita, camuffati da prestito personale al tesoriere Balocchi (non più processabile perché defunto), arrivarono sul conto aperto della Lega alla filiale di Montecitorio del Banco di Napoli, fondato ai tempi dei Borboni nel Regno delle Due Sicilie. Dare la colpa all’euro per il tracollo dell’operazione parrebbe eccessivo persino per il Senatur: l’operazione Skipper iniziò nel 1998 e iniziò a naufragare nel 2001, quando c’era ancora la lira. Ora comunque si attende con ansia il nuovo tallero padano: potrebbero chiamarlo bancarottolo.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Brescia, dove il Trota ha fatto scuola

 

La Lega torna all’opposizione. A fare la guerra al potere. Ma sarà dura estirpare radici molto profonde. Abbandonare poltrone in enti locali, società, asl che il bulimico Carroccio ha accumulato negli anni di governo.

A camminare per Brescia (seconda Provincia lombarda, 1,2 milioni di abitanti) le parole d’ordine della Lega te le trovi davanti agli occhi: impresa, lotta all’immigrazione. Ovunque capannoni, aziende grandi e piccole. Eccolo il Nord che lavora, di cui la Lega si proclama portavoce. Poi i quartieri di San Faustino, del Carmine, dove se non guardi i cartelli segnaletici ti pare d’essere in una città straniera. Così nella Leonessa d’Italia, governata in passato da Mino Martinazzoli (Partito Popolare) e Paolo Corsini (centrosinistra), il Carroccio è diventato secondo partito, tallonando il Pdl intorno al 30 per cento.

PERÒ QUANDO la Lega è andata a governare, bé, le cose sono andate diversamente dalle aspettative: ha occupato poltrone, ha imposto figli e parenti, è andata in pezzi, gli scandali hanno toccato la vecchia guardia legata a Bossi e la nuova maroniana. Ogni guerra ha bisogno di simboli: a Brescia la rottura è arrivata con Renzo Bossi. Il Trota fu paracadutato in un collegio blindato, ma quella che pareva una vittoria si è rivelata il primo malessere del Carroccio. Oggi la vecchia guardia è al tramonto. Una volta comandava la gente della Valcamonica, l’invincibile famiglia Caparini. Il padre Bruno ospitava Bossi nel castello di Ponte di Legno. Poi qualcosa si è rotto: il Senatùr ha cambiato meta. Ma i Caparini non se la passano male: Bruno, nonostante i rovesci della sua Tecas Cavi, è stato ritenuto adatto per diventare consigliere di sorveglianza del colosso pubblico A2A. Ed eccolo nella fondazione del teatro Grande di Brescia. Il curriculum politico forse ha avuto un peso. Poi è toccato al figlio Davide, 44 anni. Già, difficile dire di no al Trota, quando Caparini jr. a 29 anni era in Parlamento. Lo stesso Davide che (pur essendo parlamentare) fa il giornalista del Tg Nord. Proprio quel Davide che, ricordano le cronache, invitava a non pagare il canone e poi si è “ritrovato” segretario di Presidenza nella Commissione di Vigilanza Rai.

A Brescia hanno storto il naso. Ai congressi provinciali il Cerchio Magico di Bossi è stato umiliato dai maroniani. Resta Daniele Molgora, ex sottosegretario di Tremonti e attuale presidente della Provincia. Ma le leve del potere leghista hanno abbandonato la Valcamonica. Ecco emergere Fabio Rolfi, è segretario provinciale della Lega e vicesindaco. Però con il nuovo corso gli scandali non sono spariti.

Prima c’è stata la storia brutta, e mai chiarita, del dossieraggio in salsa verde: fascicoli con intercettazioni e accuse rivolte soprattutto ai leghisti non ortodossi. Questioni di sesso, non di politica, come ha raccontato Giulio Arrighini, leghista dissidente cui erano stati offerti (ma ha rifiutato). La storia è finita in cronaca giudiziaria: Monica Rizzi è indagata (anche se respinge le accuse all’opposta fazione). Sì, la “zarina bionda” del Cerchio Magico di Bossi, ripagata del suo impegno a favore del Trota con l’assessorato regionale allo Sport e ai Giovani.

GLI ULTIMI scandali riguardano l’era Rolfi. C’è l’immancabile “parentopoli” con la signora Rolfi che fa piazza pulita degli avversari nei concorsi: vince un posto in Provincia, quarta su ottocento. Poi corre per la Asl di Milano. È diciottesima, ma ottiene un posto a tempo indeterminato. Il secondo giorno di lavoro si mette in aspettativa per assumere un posto a tempo determinato in Regione. Pare destinata alla segreteria del leghista Daniele Belotti.

Intanto ecco arrivare la questione Brixia, società che gestisce immobili in mano al Comune. A presiederla Riccardo Franceschi (quota Lega, vicino a Rolfi). Cesare Giovanardi (Pd, solo omonimo dell’ex ministro) in un esposto alla Procura punta il dito contro l’acquisto di un’area nel centro storico di Brescia che Brixia avrebbe pagato “a un prezzo fuori mercato: 3.601 metri quadri acquistati 8,7 milioni, cioè la bellezza di 2.436 euro al metro”. Per Giovanardi l’immobile “in stato di abbandono ha un valore massimo di 3,6 milioni”. Franceschi taglia corto: “Speculazioni politiche. Il precedente proprietario nel 2007 aveva venduto a 7,7 milioni”.

INTANTO sulla Provincia leghista aleggia il fantasma di un’altra inchiesta sul Fondo immobiliare PMS, appartenente a una società americana con sede a Lugano. Nei mesi scorsi ha battuto gli ambienti dei costruttori per convincerli ad aderire all’iniziativa presentata sotto le insegne “Provincia di Brescia per la casa”. Scopo? Raccogliere l’invenduto e proporre soluzioni per la prima casa (con un capitale che doveva arrivare a 500 milioni). L’utilizzo del logo della Provincia di Brescia, pare senza che l’amministrazione ne sapesse nulla, ha fatto però muovere l’assessore leghista Giorgio Bontempi che ha presentato un esposto.    Tre inchieste in corso, tante poltrone e molti parenti, il partito spezzato e gli elettori delusi. In fondo, sostiene qualcuno, tra maroniani e marroniani (Emanuela Marrone, la moglie di Bossi) c’è solo una “r” di differenza. E per abbandonare davvero il potere non basta il parlamento padano.

di Elisabetta Reguitti e Ferruccio Sansa, IFQ

(FOTO EMBLEMA) 

18 novembre 2011

Melinda e Melinda

Nel film “Melinda e Melinda” di Woody Allen, due autori teatrali discutono del senso della vita. Uno sostiene che è comica, l’altro che è tragica. E, per dimostrare ciascuno la propria tesi, s’inventano due storie parallele con la stessa protagonista: Melinda. Nella versione tragica, Melinda scopre che l’uomo che ama la tradisce con la sua migliore amica, e tenta il suicidio. In quella comica, Melinda s’innamora e si fidanza con un pianista. Ecco, anche il governo Monti può avere un pessimo finale o un lieto fine. Dipenderà da quello che riuscirà a fare, da quello che gli lasceranno fare, ma soprattutto da quello che sembrerà aver fatto. Checchè se ne dica, in questo Parlamento Monti ha più nemici che amici. Anche nei partiti che ora gli sorridono e lo incensano. Perchè il Parlamento è lo stesso che fino a due settimane fa votava la fiducia al governo B. E addirittura approvava a gran maggioranza (614 deputati e 151 senatori) il via libera al conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano che pretende di processare B. per il caso Ruby, con la credibilissima motivazione che B. telefonò in questura perché credeva Ruby la nipote di Mubarak. È a questa maggioranza che Monti e i suoi ministri dovranno chiedere il voto per le loro misure “lacrime e sangue”. E, a ogni giorno che passa di qui alle elezioni, siano esse anticipate nel 2012 o regolari nel 2013, quel voto si farà più difficile e improbabile. Del resto non si vede perchè B. (senza il quale il governo Monti non sarebbe mai nato) dovrebbe mettere la faccia e il voto su riforme che, giuste o sbagliate che siano, non ha mai varato in 17 anni di carriera politica, per giunta in piena campagna elettorale. Basta leggere i suoi house organ e le sue tv, che non vanno neppure a far pipì senza il suo avallo, per capire che lui finge di sostenere il governo Monti (per salvare le sue aziende precipitate in Borsa e per non apparire lo sfasciacarrozze che è sempre stato), ma in realtà è già stabilmente e ferocemente all’opposizione. Attende solo l’occasione del primo provvedimento impopolare per scatenare la piazza, anche per non regalare milioni di scontenti alla Lega. Dall’altra c’è un Pd sempre più diviso, che oggi magnifica il governo di larga Intesa, ma domani dovrà fare i conti con la Cgil, la Fiom e i milioni di lavoratori da esse rappresentati, davvero poco inclini a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato, ma solo subìto. Di Pietro, con la sua fiducia condizionata, e Vendola, che ha la fortuna di star fuori dal Parlamento, sono pronti ad approfittarne. E poi c’è l’aspetto mediatico, fondamentale in un Paese in cui i media sono quelli che sono. Se la grande stampa, per ora, scioglie inni e ditirambi al governissimo che fa benissimo, le tv sono sotto il controllo pieno e incondizionato di B. Che, grazie alle sue tv, ai suoi Vespa, Minzolingua e Ferrara, farà di tutto per ascriversi gli eventuali meriti del governo tecnico e per scaricare le misure impopolari sulle solite sinistre affamatrici e vampiresche. Per questo B. è maestro nel fare lo gnorri, nell’atteggiarsi a vittima e nel rigirare frittate: riesce a fingersi all’opposizione anche quando governa (la guerra in Libia l’ha approvata la sua maggioranza, ma agli occhi della gente è parsa una robaccia della sinistra cattiva e dell’Europa cattivissima). Almeno in questo, Monti e i suoi grigi ministri dovranno imparare da B.: tagliare subito, drasticamente, i costi, i privilegi e le illegalità delle caste e delle cricche, mettendo all’ordine del giorno subito una draconiana legge sul conflitto d’interessi (Passera permettendo); e solo dopo imporre sacrifici ai cittadini comuni e spiegarli col disastro ereditato dal governo B. (altro che non andare in tv, come qualche sciocchino ha auspicato). In caso contrario, nel giro di pochi mesi, il governo tecnico ci restituirà B. e Bossi come nuovi. Un finale che non sappiamo dire se sia più tragico o più comico.

di Marco Travaglio, IFQ

12 ottobre 2011

Quel vanitoso che si crede leader

Ora fa il pretendente al trono di Silvio Berlusconi. Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e leader dell’ala ciellina del Pdl, per dare l’avviso di sfratto al presidente del Consiglio e mettere in mora il segretario del partito Angelino Alfano, ha scelto una testata “nemica”, Repubblica: Silvio deve annunciare subito che mai più si ricandiderà premier e Angelino deve aprire una trattativa con Pierferdinando Casini per allargare la maggioranza. Queste le condizioni dettate in un’intervista pirotecnica. Gli risponde a muso duro, sul Giornale, Alessandro Sallusti: “Come successe a Fini, anche Formigoni è destinato a prendere una facciata sul muso indipendentemente dal fatto che il governo riuscirà a stare in piedi. Perché è ovvio che il leader di una minoranza dei cattolici (Cl) che sono a loro volta una minoranza del Pdl non potrà mai essere il punto di sintesi di un grande partito laico. Ma l’uomo è vanitoso e in queste ore non resiste alla corte e alle promesse di matrimonio del furbo Casini, che ovviamente gli farà fare la stessa fine riservata a Fini”.    Uomo avvisato… Ma il Celeste non fa una piega e prosegue la sua corsa. Ha difeso Silvio fino a ieri, proteggendo dagli attacchi perfino Nicole Minetti, la Preferita del re del bunga-bunga candidata ed eletta consigliera regionale nel suo listino bloccato. Però ora l’aria è proprio cambiata: se anche Formigoni ha mollato Silvio, vuol dire che anche il mondo politico cattolico da sempre più corrivo con Berlusconi lo dà ormai per spacciato. Formigoni detto il Celeste da anni aspetta che venga il suo momento, per espugnare il partito e succedere a Silvio. Nell’attesa, ha attraversato (indenne) una tale serie di indagini giudiziarie da eguagliare quasi Berlusconi. L’ultima disavventura ha a che fare con le firme raccolte (in modo irregolare, secondo la procura di Milano) per la presentazione della lista Formigoni alle ultime elezioni regionali, proprio quelle in cui Minetti fu imposta in lista. Poi, per parare il colpo e cercare di addomesticare i controlli dei magistrati sulle firme, sono scesi in campo anche gli uomini della P3: senza risultati, in verità, ma ci hanno provato.

NESSUN effetto ha avuto anche la brutta storia del petrolio di Saddam Hussein: sì, Formigoni, grazie al suo rapporto con il braccio destro del dittatore iracheno, il cattolico Tareq Aziz, ha ricevuto dall’Iraq di Saddam la più massiccia tra le assegnazioni di petrolio fatte a italiani, nell’ambito del programma Oil for food. A gestire il business, con misteriose tangenti pagate anche a soggetti italiani, era il suo braccio destro, Marco Mazarino De Petro, poi processato, condannato, ma salvato in appello dalla prescrizione. Solo chi ha memoria lunga ricorda la disavventura capitata nel 2001, quando il Celeste, per compiacere la Lega, fece giurare i suoi assessori “alla Lombardia e al suo popolo”. Era, oltretutto, una data dal sapore patriottico: il 24 maggio. Il Piave non mormorò, in compenso quel giorno arrivò un avviso di garanzia al più potente dei suoi assessori, quel Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda, poi processato per aver ricevuto 70 milioni di lire come “consulenza” dal dottor Giuseppe Poggi Longostrevi, l’uomo delle ricette d’oro che riuscì a sottrarre alla Regione Lombardia molti miliardi di lire, al ritmo di 700 milioni al mese. Ci vuole memoria lunga anche per ricordare che Formigoni, a chi gli faceva presente che un suo assessore, Massimo Guarischi, era in conflitto d’interessi perché era anche imprenditore, rispose: “Abbiamo controllato, tutte le imprese appartengono al padre”.

FINÌ CON UNA bella inchiesta sul Guarischi politico che affidava i lavori al Guarischi imprenditore. Quando poi era arrivata l’alluvione che nell’ottobre 2000 aveva fiaccato la Lombardia, il governatore aveva perso una bella occasione per stare zitto: “Avete visto? Le opere sotto inchiesta hanno resistito, dunque sono fatte a regola d’arte”: il giorno dopo, una delle opere incautamente evocate (l’argine di Crotta d’Adda) crollò. Ma il Celeste prosegue dritto come un treno. A mostrare il loro mal di pancia, di tanto in tanto, sono quelli della corrente “laica” del Pdl, stufi dello strapotere della lobby di Comunione e liberazione, attiva attraverso il braccio secolare della Compagnia delle Opere e forte di una corrente che, partito nel partito, ha conquistato una bella fetta di potere dentro il Popolo della libertà in Lombardia e regola gran parte dei rapporti tra politica e affari in Regione. Da tutte le indagini è uscito indenne. Quella sulla discarica di Cerro. Quella sulla gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi). Quella sulla Fondazione Bussolera-Branca (spolpato un patrimonio di ben 170 miliardi di lire). Quando il Celeste fu raggiunto da un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, per la discarica di Cerro Maggiore (proprietà di Paolo Berlusconi) in cui la Regione aveva buttato un mucchio di soldi, la risposta fu durissima: “L’attacco contro di me è tutto e solo politico. È il vergognoso colpo di coda di un sistema politico-giudiziario agonizzante, un tentativo estremo del giustizialismo comunista e centralista”. Sembra di sentire Berlusconi e Bossi insieme. Formigoni non ce li farà rimpiangere.

di Gianni Barbacetto, IFQ

31 agosto 2011

Una risata li seppellirà

La descrizione di ciò che è avvenuto nel mega-summit di Arcore, sette ore di discussione intensa e laboriosa fra i migliori cervelli disponibili al governo di questo Paese, è buon materiale per una ricostruzione di vecchio varietà, come la celebre gag del gatto che assiste alla furibonda lite di due amanti ed è persuaso che l’uno stia incolpando l’altro di avere dimenticato di comprare la trippa.    Ciò che è avvenuto invece è la distruzione, non si sa quanto cosciente, ma certo accurata, di ciò che forse era rimasto della credibilità e rispettabilità italiana.    Come in un incubo è avvenuto tutto ciò che un mago menagramo poteva prevedere per l’Italia: una serie di cancellazioni e di aggiunte fatte con confusione , concitazione, e senza alcuna logica, da mani diverse, deformata persino rispetto al prima, inventando ciò che non si poteva fare e dimenticando dei pezzi, tipo cinque miliardi di euro che non si trovano nella somma finale.    L’evento è da denuncia penale, perché reca all’azienda Italia un danno grandissimo.    Centra in pieno l’obiettivo di presentarci come un Paese che non ha neppure un po’ di rispetto per se stesso e la propria immagine, e non teme il ridicolo. E non parliamo di tempestive e credibili misure economiche. Pensate alla canzoncina da ripetere prima che si apra il penoso sipario del Parlamento: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. La frase corretta è questa: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani ricchi”, come sempre. Gli altri se la vedano con i 40 anni di lavoro come requisito minimo per la pensione, da tassare subito. Che italiani saranno i pensionati? Che italiani saranno i sindaci che hanno invaso le strade di Milano per far sapere che i Comuni sono a secco?    Che contributo darà, e in che modo, la cancellazione a futura memoria delle Province, e la riduzione dei parlamentari di un altro parlamento, nel momento minaccioso che grava adesso sull’Italia? Come se non bastasse, giornali e tv fanno il lancio senza ridere (o senza piangere) come se ad Arcore fossero state prese decisioni storiche. “Via la supertassa, stretta sulle pensioni, niente superprelievo, l’Iva non si tocca”, gridano giornali e tv.    I cittadini credono che sia il lavoro del Parlamento. Non è vero, non è successo niente.    Hanno solo rinnovato il contratto a Bossi e Calderoli. Si attende la risposta dei mercati.

di Furio Colombo, IFQ

30 agosto 2011

Supertassa e aumento Iva? No, botta su pensioni e Coop

Manovra riscritta, Bossi e Tremonti sbugiardati. Buco nero sui numeri.

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. Quasi di soppiatto, da sconfitto. Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà, che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì. Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi. È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità. Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente. E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop. La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto. Con un’unica eccezione, quella di Maroni. Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali. Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.

MA SOPRATTUTTO, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia. “Per la prima volta – ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto – non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”. Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla. Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”. Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.    Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà, ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà”. Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.

Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti – che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio – ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi. Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima. Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta. È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato. Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula. Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto. Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”: “Non vedo come possano quadrare questi conti”. Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20. Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”. Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini. Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.

“BERLUSCONI – commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria – ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”. Forse.

di Sara Nicoli,  IFQ

15 luglio 2011

Caro Bossi, voglio le scuse per la sua violenza

Signor Ministro, ho visto su alcuni giornali una foto che la ritrae in un gesto terribilmente oltraggioso e infinitamente volgare – due cose, oltraggio e volgarità, che associate alla sua immagine non sono certamente nuove, anzi talmente consuete che alla sua immagine certo resteranno per sempre unite, nel ricordo dei posteri. Che questa sua immagine resti scolpita in eterno, segno rivoltante di brutalità e ignoranza, negli archivi della storia della Seconda Repubblica, è quello che le auguro. E l’augurio è certezza, signor Ministro: per questo, eminentemente, lei si sarà distinto, per questo gesto che riassume tutta la profondità e la nobiltà del suo pensiero, tutta la dedizione e l’intelligenza della sua persona al servizio della Repubblica. Questa certezza però compensa solo mediocremente la ferita, la violenza e il crimine di cui io, cittadina italiana, mi sento indifesa e oltraggiata vittima. Violenza, oltraggio e crimine di cui le chiedo ragione, signor Ministro. Lei infatti è ritratto in quella posa irriferibile eppure ostentata, come spiegano le didascalie dei giornali, in risposta a un cantante che, durante una festa tenutasi a Besozzo in provincia di Varese, aveva invocato “l’Italia, il tricolore, la nostra bandiera”. Di conseguenza lei, signor Ministro, è ritratto in flagranza di reato di vilipendio alla bandiera, secondo l’articolo 292 del codice penale. Di nuovo. La storia che la vede recidivo nel commettere questo crimine è ben nota. Lei è stato condannato il 23 maggio 2001 a un anno e quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena; il 15 giugno 2007 la Prima sezione penale della Cassazione, respingendo il ricorso presentato dalla difesa, l’ha condannata in via definitiva. La Camera nel gennaio 2002 non ha concesso l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti (era allora ministro delle Riforme) per l’accusa di vilipendio alla bandiera, ma la Consulta ha annullato la delibera di insindacabilità parlamentare, nella sentenza 249 del 28 giugno 2006. Che importa? Ci aveva già pensato, a far modificare, all’inizio del 2006, la pena prevista per il reato di opinione: dall’originaria detentiva (che prevedeva fino a tre anni di reclusione), a una pecuniaria (multa fino al massimo di 5.000 euro). Lei non ha neppure provato vergogna nell’abbassarsi addirittura a chiedere che anche questa ridicola multa le venisse tolta, in quanto europarlamentare, anche se la Cassazione ha rigettato il ricorso.    Tanto più intollerabile è dunque l’oltraggio che io, cittadina italiana, ho subito da lei, signor Ministro, in quanto sono, come ogni altro cittadino italiano, impotente a difendermi da questo crimine, e a far valere il diritto dei miei sentimenti di lealtà a questa mia patria, da lei (e da altri servitori dello Stato, in primo luogo il ministro Calderoli) brutalmente e vilmente offesa. Non avendo lei mai in nessun modo scontato la pena di un reato che, odioso già per un normale cittadino, diventa in un ministro, che ha giurato fedeltà alla Repubblica, una palmare manifestazione di tradimento. Tradimento della fiducia accordatale dal Parlamento e dunque dalla nazione, violazione gravissima di quella dignità e quell’onore che la nostra Costituzione esige da ogni persona che eserciti una funzione pubblica – per non parlare, addirittura, di un Ministro della Repubblica. E proprio perché lei, signor Ministro, dopo avermi così a lungo offesa nei miei più profondi sentimenti, mi ha anche privata, con una distorsione ad hoc della legge a suo proprio vantaggio, della possibilità di difendermi da crimini come il suo, non ho più altra risorsa che di rivolgermi direttamente a lei: e di chiederle ragione e giustificazione di questo suo gesto, se mai, inconcepibilmente, potesse presentarne una agli occhi dell’intera nazione. Ma altrimenti , signor Ministro, le chiedo fermamente di presentare le sue scuse ai cinquanta milioni di Italiani che il suo crimine lede nella loro dignità e nel loro sentire. Chiamo a testimone di questa mia richiesta e a ultimo presidio della legalità e dello Stato italiano il Presidente della Repubblica, che secondo la nostra Costituzione rappresenta l’unità nazionale, e che confido saprà far valere le ragioni di cinquanta milioni di cittadini inermi.

di Roberta De Monticelli , IFQ

8 luglio 2011

Il rischio è di assuefarsi all’Italia dei veleni.

Umberto Bossi dice del suo compagno di partito, e numero due della Lega, Maroni: “Io ci metto poco a cacciare chi fa casino. Maroni lo licenzio in due secondi”. Maroni approva, la Lega celebra la sua unità, in poche ore i due possono dirci che “si sono chiariti”, che cioè uno ha accettato il volere dell’altro.

Ma non solo nella Lega, in tutti i partiti, il democratico e quello della libertà, tra il premier  e i suoi ministri, fra i deputati importanti e quelli minori le questioni, i nodi al pettine, si risolvano così, con la vittoria del più forte, con il più forte che fa la voce grossa. A volte si ha l’impressione che i componenti delle democrazie, i cosiddetti delegati a rappresentare democraticamente il popolo, siano intimamente, naturalmente ostili alle lungaggini democratiche che impediscono i vecchissimi modi della forza e che non vedano l’ora di liberarsi dalle predite di tempo delle discussioni e delle trattative. Questo spiega bene il fenomeno dei grandi faccendieri alla Bisignani, gli uomini di panza che riescono a far funzionare la complessa macchina democratica “ungendo le ruote”, come usa dire, con l’olio della corruzione. Ecco perché l’informazione, magari senza accorgersene, parla di faccendieri come Bisignani come di banditi gentiluomini, uomini di aziende e organizzazioni che rubano anche per conto degli altri colleghi che stano sulle poltrone parlamentari.

Così si è formata e funziona la democrazia dei ladri al potere, così si spiega che ogni giorno qualche pubblico amministratore sia associato alle carceri: i deputati, amministratori, banchieri, diciamo la parte più svelta della borghesia. La formula indolore per tenere in piedi la maglia della corruzione sono gli arresti domiciliari: l’amico, il complice, il faccendiere colto con le mani nel sacco non andrà in galera, comunque, riservata ai ladruncoli alle prostitute, potrà starsene anche in una casa confortevole ad aspettare che l’esercito dei grandi avvocati li faccia uscire al più presto. Nanni Moretti dice che aspetta ce spera che la democrazia corrotta finisca per conto suo, si sciolga come neve al sole. Chi è vissuto nella dittatura fascista sa che senza la guerra mondiale saremmo ancora qui a vedercela con l’orbace, i gerarchi e le madrine di guerra.

Il nostro incubo è che questa Italia rassegnata diventi, con il passare del tempo, una di quelle paludi avvelenate per gli anni a venire. In un mondo di ladri si può vivere. Ma è uno schifo. Durante il ventennio noi incaricammo poche centinaia di antifascisti di rappresentare la rivolta popolare. Vennero all’onor del mondo solo quando Mussolini fu arrestato dal re e dovemmo chiedere la pace con gli alleati. Nessuno può predire che si ripetano circostanze simili.

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

21 giugno 2011

Fuorilegge

Dice un proverbio americano che “potete imbrogliare tutti per poco tempo o qualcuno per tutto il tempo, ma non tutti per tutto il tempo”. È il momento di riconoscere che la Legace l’ha fatta. Bossi e i suoi hanno imbrogliato bene e guadagnato molto. Voi dite che chi ne fa le spese è il popolo con le barbe verdi e i costumi teatrali che, domenica, finalmente hanno risposto con furore. Purtroppo non è vero. Ne fa le spese l’intera Repubblica italiana. Direte che il cedimento all’imbroglio leghista, ai finti bravi amministratori che a Roma sperperano (pensate al costo di miliardi di dollari del trattato con la Libia, pensate al loro tradizionale cumulo delle cariche, fra Roma e “il territorio”) e, dove governano, si dedicano esclusivamente a dare la caccia ai lavoratori stranieri, ha indignato molti italiani. Sì, ma pochi politici e nessun editorialista, di quelli così pronti a chiedersi dov’e la sinistra o dove sono i pacifisti. E allora arriva il pratone di Pontida del 19 giugno. E se dall’ambiguo e contraddittorio discorso di Bossi si capisce ben poco, dal discorso del ministro dell’Interno, Roberto Maroni cogliete questa frase conclusiva: “Il nostro sogno è una Padania libera e indipendente”. Poiché la Costituzione e le leggi non prevedono questo tipo di iniziativa politica, l’Italia ha ricevuto un annuncio di guerra civile. È stato accolto in un pacato silenzio di tutte le istituzioni. No, una sola eccezione, la ferma condanna dei Vescovi. Ovvero un’umiliazione in più per tutti coloro che sono “classe dirigente” in Italia e che da vent’anni fingono tutti insieme di non vedere il continuo e clamoroso fuori legge della Lega, che non ha mai rinunciato alla secessione. Ora che perde le elezioni e che il tempo stringe, la fa proclamare dal ministro dell’Interno, avvinghiato a un primo ministro che, del fuorilegge, è simbolo e maestro. Tutto ciò sta per finire. Ma, finché dura il silenzio, resta al potere un partito di governo che impunemente sventola una minaccia umiliante a cui, per buona misura, aggiunge la carnevalata dei ministeri al Nord, come nella Repubblica di Salò.

di Furio Colombo, IFQ

15 giugno 2011

La Legione B

Pur nella sfortuna del momento, il Cainano ha una gran fortuna: è ben consigliato. Il trust di cervelli che lo contorna nell’ora della prova, la Legione B che ricorda tanto la Legione M di Salò, lo sta indirizzando nella giusta direzione verso la vittoria finale. Mutanda Ferrara lo incita a “tornare quello del ’94”, quando fece uscire 3 mila delinquenti per non far arrestare suo fratello (decreto Biondi), poi varò un condono edilizio, uno fiscale e uno ambientale. Se concede il bis, il popolo dei referendum apprezza. Anche Olindo Sallusti, creatura delle tenebre, ha capito tutto: “Ha vinto la paura” (il legittimo impedimento terrorizzava gl’italiani). E, in mancanza di meglio, ha in testa un’idea meravigliosa: licenziare Tremonti che non taglia le tasse e metterci al posto, che so, l’autorevole Brunetta, ideale per fare vetrina sui mercati internazionali (se lo prendi a pesci in faccia è impossibile centrarlo). Anche la fantasia di Maurizio Belmento è pregna di proposte preziose: “Silvio, apri la borsa e abbassa le tasse”. In fondo che ci vuole: lo dice pure Tremonti, “basta trovare 80 miliardi”. E “i soldi li abbiamo trovati”, assicura il lucido Bossi infilandosi il sigaro nell’orecchio e il dito medio in bocca: gliel’ha detto Fiorani. C’è un che di festosamente sinistro negli amorevoli consigli dei servi felici della Legione B. Come se il pover’ometto non si facesse abbastanza male da solo, tipo comprare collane e perline colorate mentre viene giù tutto, quelli lo spingono a forza verso il baratro finale. Dai, Silvio, sfasciamo i conti pubblici, regaliamo i soldi per strada e facciamogliela vedere all’Europa! Ma sì, usciamo dall’euro e torniamo alla lira, anzi alla dracma, al tallero, al doblone, alla pizza di fango del Camerun. Come dice il prestigioso ministro Saverio Romano al Giornale, tra un pranzo coi mafiosi e l’altro, “è inutile tenere i conti a posto per il prossimo governo della sinistra”: meglio arraffare quel che si può e, prima di fuggire, bruciare tutto, così chi viene dopo non trova nemmeno le sedie. Questo sì che è parlare da statisti. E poi naturalmente, siccome 27 milioni di italiani (quelli che sapevano dei referendum) han votato contro il legittimo impedimento, tra cui metà degli elettori di Lega e Pdl, sotto con processo breve, prescrizione breve e intercettazioni brevi, talmente brevi che non cominciano proprio. Così, alle prossime elezioni, fossero anche per il rinnovo di un’assemblea di condominio, la gente non si accontenterà di votargli contro: gli strapperà i capelli finti uno a uno. O forse l’avrebbe già fatto, se l’influsso nefasto della Legione B non fosse neutralizzato dai consiglieri riformisti del Pd. Tipo Polito el Drito, già fondatore e affondatore del Riformista, dunque premiato con la prima pagina dal Corriere. Ieri, dopo aver passato gli ultimi dieci anni a cercar di trasformare il centrosinistra in una fotocopia del centrodestra, solo un po’ più noiosa e senza mignotte, El Drito scopriva amaramente che gli elettori non vogliono saperne di seguirlo. Aveva sognato un bel Pd blairiano, poi purtroppo Blair venne a mancare all’affetto dei suoi cari. Si era tanto raccomandato col Pd di scaricare Di Pietro e Vendola per sposare il Grande Centro: purtroppo la gente seguita a preferire Di Pietro e Vendola, mentre del Grande Centro i radar non captano traccia alcuna. Aveva proposto, con l’autorevole Dell’Utri, una legge bipartisan anti-intercettazioni: purtroppo non osa approvarla nemmeno B. Due domeniche fa aveva esortato i napoletani ad andare al mare pur di non votare quel mostro di De Magistris: mai visto spiagge tanto deserte nell’ultimo secolo. Ora lacrima inconsolabile perché i referendum “cancellano due decisioni lungimiranti” del governo B.: nucleare e acqua privata. Fosse dipeso da El Drito, il Pd avrebbe combattuto per il No come un sol uomo, anzi con un sol uomo. E avrebbe perso. A questo punto, visto il fiuto dei rispettivi consiglieri, Pdl e Pd non hanno che un sistema per tornare a vincere: scambiarseli.

di Marco Travaglio, IFQ

5 maggio 2011

Patti e ricatti. Cosa unisce Bossi e B.

Perché Umberto Bossi non scarica Silvio Berlusconi? I primi a chiederselo sono i militanti padani stanchi di credere che sia solo questione di equilibri interni in vista delle prossime amministrative.    Un paio di giorni fa un ascoltatore di Radio Padania Libera aveva chiesto: “Ma è vero che Berlusconi si è comprato la Lega?”. Una telefonata bruscamente interrotta, nonostante la diretta, che apre una serie di interrogativi sul sodalizio a denti stretti, difeso a tutti i costi soprattutto in questi giorni. Qualcosa in più di un semplice accordo politico se analizzato dal punto di vista delle difficoltà a sciogliere questa convivenza (forzata) tra i due. Il mezzo accordo sulla Libia e lo sfogo del ministro La Russa: “Umberto capo della sinistra” sono, d’altro canto, i segni che Bossi e Berlusconi stanno tirando a campare. Ecco allora riemergere uno dei grandi misteri delle vicende leghiste. Quello relativo all’esistenza di un patto segreto tra i due leader: la sottoscrizione di un atto notarile e massicci finanziamenti berlusconiani al Carroccio. Voci, ancora prive di riscontro, ma che si rincorrono soprattutto all’interno delle segrete stanza di via Bellerio secondo le quali ci sarebbe stata addirittura la compravendita da parte di Berlusconi del “marchio Lega Nord”.

Quando in banca garantiva FI

UNA QUESTIONE ripresa dal giornalista Leonardo Facco nel suo Umberto Magno edito da Aliberti e dal tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia che ha curato Dossier Bossi-Lega Nord di Kaos Edizioni. I rapporti extra politici tra Bossi e Berlusconi, quindi, sono di fatto un giallo nonostante tutto però ci sono delle certezze. Partiamo con le carte, in particolare il documento, datato 28 giugno 2000, firmato dall’amministratore nazionale degli azzurri Giovanni Dell’Elce che scrive alla Banca di Roma per garantire un fido alla Lega. “Vi diamo incarico – si legge –, di aprire a favore del Movimento politico Lega Nord, che assistiamo finanziariamente, un credito complessivo di due miliardi di lire, valido fino a nostra revoca, utilizzabile per gli scopi istituzionali e le esigenze generali del movimento”.    Prosegue poi la lettera: “Vi diamo atto che, dati i rapporti attualmente intercorrenti tra noi eilsuddettoMovimento,ilpresente mandato di credito è utile per il conseguimento dei nostri fini istituzionali”. Tradotto significa che Forza Italia si era impegnata a tutelare ogni eventuale manchevolezza del partito fondato da Bossi. E forse la cosa non farà molto piacere alla base, nonostante le precisazioni fatte dallo stesso Dell’Elce e riportate da De Lucia: “Sia chiaro: non gli abbiamo dato nessun contributo, ma solo garantito un fido ed è una cosa che abbiamo fatto nella massima trasparenza”. Sarà un caso, ma certamente una certa coincidenza c’è tra l’apertura del fidoeladifficilesituazioneincui versava la Lega proprio in quegli anni. Era il tempo in cui la Padania titolava: “Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi” mettendo in prima pagina le foto di Riina, Brusca, Bagarella, Berlusconi e Dell’Utri.

Le querele    ritirate

IL SENATÙR non le mandava a dire al Cavaliere, tanto che di quel periodo Gianluca Marchi, primo direttore de la Padania, dice a Facco: “Con la storia del Berlusconi mafioso avevo sulle spalle qualcosa come 13 querele tra Fininvest, Dell’Utri e Confalonieri. Nel 2000, in prossimità dell’accordo fra il leader leghista e il Cavaliere, sono state tutte rimesse, ritirate”. Un colpo di spugna e il futuro della Lega segue un altro corso. Qualcuno considera il 1998 l’anno di svolta: quando alla Camera dei deputati la Lega Nord votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti uomo di fiducia di Silvio Berlusconi.    Ma la vera spina nel fianco per il popolo di Pontida è un’altra. A ricostruirla è Rosanna Sapori già militante leghista e giornalista di Radio Padania. Le sue parole sono state raccolte da Ferruccio Pinotti e Udo Gempel ne L’unto del Signore ma il Fatto Quotidiano l’ha incontrata a casasua.InprovinciadiBergamo dove ha aperto una tabaccheria.

A.a.a. Alberto  da Giussano

LA DONNA ha deciso di raccontare una storia della Lega che spiega molto del Carroccio di oggi e del perché Bossi alla fine dovrà fare quello che gli dice Silvio Berlusconi. Sapori sostiene che il premier abbia la titolarità del logo del partito della Lega. Che il mitico “spadone” di Alberto da Giussano insomma appartenga al Cavaliere. La storia non è nuova negli ambienti padani: nel 2005 il premier avrebbe finanziato il Carroccio, a un passo dalla bancarotta e in cambio avrebbe chiesto come contropartita il simbolo. “Niente di ciò che dico è stato inventato – spiega ladirettainteressata–elariprovaèchefinoadoranessunosiè mai permesso di smentirmi”. Racconta Sapori che nel 2000 la Lega non aveva neppure gli occhi per piangere. Solo debiti e ipoteche pure sulle rotative del quotidiano. A rischio c’era anche la casa di Gemonio del Senatùr. Oltre ai costi del fare politica, Bossi e i suoi dovevanorimediareaidannidellaCredieuronord (la banca padana) salvata dalla Banca popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. “Fiorani entrò su decisione del Cavaliere molto probabilmente consigliato da Aldo Brancher. Berlusconi a sua volta ripianò i debiti della Lega” sostiene Rosanna Sapori nella sua analisi a metà tra la politica e il giornalismo. “Io ho avuto il coraggio di spiegare perché Bossi si è dimostrato prigioniero di Berlusconi. So che qualcuno vorrebbe farmi pagare questa libertà di opinione. Con quella storia io ho chiuso anche se non mi sento tranquilla e per questo non voglio che scriviate dove abito. Nonostante ciò, però, sbaglia chiunque pensi che farò un passo indietro magari dicendo che mi sono confusa”.    Intanto la Lega corre ai ripari diffondendo la notizia che comunque il patto “era a scadenza” del compimento dei 75 anni di uno dei due: Berlusconi li festeggerà a settembre.

di Elisabetta Reguitti, IFQ

31 marzo 2011

La moglie di Bossi? È una baby pensionata

La notizia è di quelle a cui ci ha abituato questo Paese, afflitto dalla maledizione dei paradossi, degli sprechi, e delle ingiustizie sancite per decreto e controfirmate con i sigilli di ceralacca. La notizia è questa: la moglie del nemico giurato di Roma, la moglie del guerrigliero indomito che si batte contro lo Stato padrone e che fa un vanto di denunciare gli sprechi dello Stato assistenzialista, è una baby pensionata. Proprio così, avete letto bene. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento. Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma. E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità preconcetta alla Lega Nord e al suo leader.    EPPURE, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (“Sanguisughe”, Mondadori, 18 euro, in uscita martedì prossimo), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni. Il libro di Giordano (sottotitolo: le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasse) però ha un attacco folgorante. Ed è la riproduzione dell’estratto conto di una pensione di 78 centesimi. Una incredibile “busta paga” autentica che nasce così: “Pensione lorda 402,12 euro, trattenute Irpef 106,64 euro, saldo Irpef 272.47, addizionale regionale 23.00, arrotondamento 0.78. Totale: 0.78”. Scrive Giordano: “Quando uno Stato si accanisce su una pensione minima di 402 euro (che è già una miseria) e la riduce a 0.78 centesimi (che è appunto un insulto) mentre lascia inalterati i supervitalizi dei parlamentari, il loro insindacabile diritto al cumulo, o gli assegni regalati a qualche burocrate d’oro, ebbene, noi non possiamo far finta di niente”.    Allora, forse, si può leggere questo libro saltando da un assurdo all’altro. Dalla “pensione centesimale” a quella della signora Marrone in Bossi, che è – in Italia – non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età”. Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare. “Come no? – chiosa Giordano – Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.

MANUELA MARRONE, seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare” custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo. “Fra le attività che ha seguito con più passione – annota Giordano – la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento, (800 mila euro) proprio alla Bosina?”. Tutto sembrerebbe fuorché un caso. La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perché riceve un vitalizio regolarmente. “Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anziché andare in carrozza al consiglio regionale” (Già, perché se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da quasi trecentomila euro a zero). Ma Manuela non è sola: il corposo capitolo sui baby pensionati si apre con la storia di Francesca Z., che si è messa a riposo nel 1983, quando aveva appena 32 anni (“L’ex collaboratrice scolastica ha già ricevuto dallo Stato 280 mila euro, cioè 261 mila euro più di quanto abbia versato in tutta la sua carriera – si fa per dire – lavorativa”). E prosegue con i casi di Carlo De Benedetti (in pensione a 58 anni), Cesare Romiti (2.500 euro a 54: ai tempi della marcia dei quarantamila, nel 1980, era pensionato da tre anni!). Ma non mancano i grandi moralisti. Adriano Celentano è in pensione da quando aveva 50 anni. Oppure le artiste: Raffaella Carrà e Sophia Loren (in pensione da quando avevano 53 anni) e i duri come Carlo Callieri (l’ex uomo forte della Fiat) che prende la bellezza di 5 mila euro al mese da quando aveva 57 anni. Ecco perché, in mezzo a questa selva di nomi il consiglio è di non leggere i capitoli sulle pensioni onorevoli, sulle pensioni d’oro, e sulle pensioni truffa. Vi incazzereste troppo.

di Luca Telese, IFQ

La coppia Il Senatùr con Manuela Marrone a Pontida

4 gennaio 2011

Il giorno della cimicetta

“Un paio di mesi fa”, racconta Umberto Bossi ad alcuni giornalisti che lo hanno seguito a Ponte di Legno (Brescia) e che sono rimasti lì a tavola con lui fino alle 3 e mezza di notte, “la mia segretaria al ministero si è accorta che troppa gente sapeva cose che avevo detto solo a lei. Ha avuto un sospetto e ha deciso di chiamare una società privata per fare la bonifica”. Spiega   il ministro per le Riforme: “Abbiamo deciso di chiamare i privati perché non volevo fare casino: io sono uno che tende a minimizzare”. Nonostante le ricerche abbiano alla fine rinvenuto “una cimice nell’ufficio al ministero e diverse nella casa di Roma”, la circostanza è stata derubricata a questione privata.    Di più. Raccontano fonti vicine al Senatùr che per due settimane la faccenda la tennero per sé solo Bossi e la sua segretaria. Poi furono gli uomini della scorta ad essere avvisati. Pubblici ufficiali.    Ma nella lunga notte di Ponte di Legno, Bossi dice anche altro. Afferma di aver chiamato il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, “che ha mandato   un po’ di suoi uomini”. Qui finisce il racconto notturno ed iniziano i dubbi.

C’è un giudice a Roma

LA PROCURA di Roma, apprese dai media le esternazioni di Umberto Bossi, ha aperto un’inchiesta contro ignoti e nei prossimi giorni sentirà i vertici dei ministeri interessati (Riforme e Interno). Nel fascicolo si contestano l’installazione illecita di apparecchiature atte a intercettazione comunicazioni telegrafico-telefoniche e cognizione illecita di conversazioni altrui (617 e 617bis del codice penale). C’è però chi fa notare almeno un altro reato, che è la mancata denuncia. Nel suo blog sul  fattoquo   tidiano.it   è Gioacchino Genchi a spiegare come l’articolo 331 del codice di procedura penale imponga ai pubblici ufficiali di denunciare notizie di reato, anche se contro ignoti. Se non lo si fa, appunta l’avvocato radicale Giuseppe Rossodivita, c’è l’articolo 361 del codice penale “che punisce   il pubblico ufficiale che ometteoritardadidenunciareall’Autorità Giudiziaria un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni”. Ora, stando al racconto di Bossi, adessereavvertitidel“reato”c’erano lui, Maroni, la scorta del primo e gli “uomini” del secondo, chenelcasodispecie,avrebbero “ispezionato” una casa privata (seppurdiunministro)senzafarne rapporto all’autorità giudiziaria. Nello specifico detti “uomini”, che una fonte autorevole del ministero dell’Interno indica in   quelli della polizia scientifica, non avrebbero trovato nulla: la bonifica era già stata eseguita.

Domande    e ipotesi

DA QUALSIASI LATO si guardino le scivolose dichiarazioni notturne di Bossi, “a due mesi di distanza” dai fatti narrati, aprono dunque una serie di domande.La prima, ineludibile, è sul perché Bossi abbia confessato una cosa così deflagrante e perché nel racconto abbia coinvolto anche il ministro dell’Interno (mentre ha tenuto a non dir nulla sulla società privata della bonifica). Tra le ipotesi in campo c’è anche quella del “fuoco amico”. Nel periodo in cui le cimici sarebbero state   rinvenute, la Lega giocava una difficile partita interna alla coalizione – si era all’epoca dei “cinque punti” di Berlusconi per ricompattare il governo. Non è escluso che la riservatezza del Senatùr fosse dettata anche da una prudenza politica.    Ma chi ha memoria storica ricorda come già nel 1993, Bossi denunciò di aver trovato “venti giorni prima” nove microspie all’interno della sua casa romana. Anche allora non denunciò, ma un giovane Roberto Maroni mise agli atti un: “Se venisse confermata la notizia, certamente, informeremo l’autorità giudiziaria”. Si era nell’imminenza della campagna elettorale che avrebbe portato per la prima volta Maroni al Viminale. E lo stesso Bossi che aveva tirato giù i Servizi segreti e il complotto per far fuori la Lega, la   ridusse a una questione da guardoni.    Ieri, dalla Lega Nord e dallo stesso ministro dell’Interno, non sono arrivate dichiarazioni ufficiali, nè di conferma nè di smentita. All’ordine del giorno tengono ancora banco i petardi lanciati   contro la sede leghista di Gemonio e due scritte sul muro a Bergamo.

Problemi  in Padania

IL GIP DI VARESE IERI non ha convalidato i fermi dei tre accusati di Gemonio. Anche quello del giovane Marco Previati, che era stato trovato in possesso di mezzo etto di polvere pirica. Nelle motivazioni del rilascio il gip è durissimo contro gli inquirenti   che avrebbero arrestato il giovane su “malfermissime basi” dandolo poi “in pasto alla stampa”. Il materiale sequestrato non sarebbe stato utile a confezionare un ordigno esplosivo, si afferma. L’accusa contro gli attentatori alla sede leghista di Gemonio si è però aggravata, configurandosi ora come “attentato ai diritti politici del cittadino”.    Nel Carroccio, infine, preoccupano le due piccole scritte contro Bossi rinvenute sulla sede della Lega di Sant’Omobono Terme (Bg). Per la vicepresidente del gruppo alla Camera Caterina Lussana è “l’ennesimo atto vigliacco messo a segno da chi vorrebbe fermare la Lega e il federalismo”. Nessun accenno alle cimici. La penna ferisce più della cimice.

di Eduardo Di Blasi e Davide Vecchi – IFQ

Grande fratello padano    Il leader della Lega Umberto Bossi con la cimice

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