Patti e ricatti. Cosa unisce Bossi e B.

Perché Umberto Bossi non scarica Silvio Berlusconi? I primi a chiederselo sono i militanti padani stanchi di credere che sia solo questione di equilibri interni in vista delle prossime amministrative.    Un paio di giorni fa un ascoltatore di Radio Padania Libera aveva chiesto: “Ma è vero che Berlusconi si è comprato la Lega?”. Una telefonata bruscamente interrotta, nonostante la diretta, che apre una serie di interrogativi sul sodalizio a denti stretti, difeso a tutti i costi soprattutto in questi giorni. Qualcosa in più di un semplice accordo politico se analizzato dal punto di vista delle difficoltà a sciogliere questa convivenza (forzata) tra i due. Il mezzo accordo sulla Libia e lo sfogo del ministro La Russa: “Umberto capo della sinistra” sono, d’altro canto, i segni che Bossi e Berlusconi stanno tirando a campare. Ecco allora riemergere uno dei grandi misteri delle vicende leghiste. Quello relativo all’esistenza di un patto segreto tra i due leader: la sottoscrizione di un atto notarile e massicci finanziamenti berlusconiani al Carroccio. Voci, ancora prive di riscontro, ma che si rincorrono soprattutto all’interno delle segrete stanza di via Bellerio secondo le quali ci sarebbe stata addirittura la compravendita da parte di Berlusconi del “marchio Lega Nord”.

Quando in banca garantiva FI

UNA QUESTIONE ripresa dal giornalista Leonardo Facco nel suo Umberto Magno edito da Aliberti e dal tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia che ha curato Dossier Bossi-Lega Nord di Kaos Edizioni. I rapporti extra politici tra Bossi e Berlusconi, quindi, sono di fatto un giallo nonostante tutto però ci sono delle certezze. Partiamo con le carte, in particolare il documento, datato 28 giugno 2000, firmato dall’amministratore nazionale degli azzurri Giovanni Dell’Elce che scrive alla Banca di Roma per garantire un fido alla Lega. “Vi diamo incarico – si legge –, di aprire a favore del Movimento politico Lega Nord, che assistiamo finanziariamente, un credito complessivo di due miliardi di lire, valido fino a nostra revoca, utilizzabile per gli scopi istituzionali e le esigenze generali del movimento”.    Prosegue poi la lettera: “Vi diamo atto che, dati i rapporti attualmente intercorrenti tra noi eilsuddettoMovimento,ilpresente mandato di credito è utile per il conseguimento dei nostri fini istituzionali”. Tradotto significa che Forza Italia si era impegnata a tutelare ogni eventuale manchevolezza del partito fondato da Bossi. E forse la cosa non farà molto piacere alla base, nonostante le precisazioni fatte dallo stesso Dell’Elce e riportate da De Lucia: “Sia chiaro: non gli abbiamo dato nessun contributo, ma solo garantito un fido ed è una cosa che abbiamo fatto nella massima trasparenza”. Sarà un caso, ma certamente una certa coincidenza c’è tra l’apertura del fidoeladifficilesituazioneincui versava la Lega proprio in quegli anni. Era il tempo in cui la Padania titolava: “Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi” mettendo in prima pagina le foto di Riina, Brusca, Bagarella, Berlusconi e Dell’Utri.

Le querele    ritirate

IL SENATÙR non le mandava a dire al Cavaliere, tanto che di quel periodo Gianluca Marchi, primo direttore de la Padania, dice a Facco: “Con la storia del Berlusconi mafioso avevo sulle spalle qualcosa come 13 querele tra Fininvest, Dell’Utri e Confalonieri. Nel 2000, in prossimità dell’accordo fra il leader leghista e il Cavaliere, sono state tutte rimesse, ritirate”. Un colpo di spugna e il futuro della Lega segue un altro corso. Qualcuno considera il 1998 l’anno di svolta: quando alla Camera dei deputati la Lega Nord votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti uomo di fiducia di Silvio Berlusconi.    Ma la vera spina nel fianco per il popolo di Pontida è un’altra. A ricostruirla è Rosanna Sapori già militante leghista e giornalista di Radio Padania. Le sue parole sono state raccolte da Ferruccio Pinotti e Udo Gempel ne L’unto del Signore ma il Fatto Quotidiano l’ha incontrata a casasua.InprovinciadiBergamo dove ha aperto una tabaccheria.

A.a.a. Alberto  da Giussano

LA DONNA ha deciso di raccontare una storia della Lega che spiega molto del Carroccio di oggi e del perché Bossi alla fine dovrà fare quello che gli dice Silvio Berlusconi. Sapori sostiene che il premier abbia la titolarità del logo del partito della Lega. Che il mitico “spadone” di Alberto da Giussano insomma appartenga al Cavaliere. La storia non è nuova negli ambienti padani: nel 2005 il premier avrebbe finanziato il Carroccio, a un passo dalla bancarotta e in cambio avrebbe chiesto come contropartita il simbolo. “Niente di ciò che dico è stato inventato – spiega ladirettainteressata–elariprovaèchefinoadoranessunosiè mai permesso di smentirmi”. Racconta Sapori che nel 2000 la Lega non aveva neppure gli occhi per piangere. Solo debiti e ipoteche pure sulle rotative del quotidiano. A rischio c’era anche la casa di Gemonio del Senatùr. Oltre ai costi del fare politica, Bossi e i suoi dovevanorimediareaidannidellaCredieuronord (la banca padana) salvata dalla Banca popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. “Fiorani entrò su decisione del Cavaliere molto probabilmente consigliato da Aldo Brancher. Berlusconi a sua volta ripianò i debiti della Lega” sostiene Rosanna Sapori nella sua analisi a metà tra la politica e il giornalismo. “Io ho avuto il coraggio di spiegare perché Bossi si è dimostrato prigioniero di Berlusconi. So che qualcuno vorrebbe farmi pagare questa libertà di opinione. Con quella storia io ho chiuso anche se non mi sento tranquilla e per questo non voglio che scriviate dove abito. Nonostante ciò, però, sbaglia chiunque pensi che farò un passo indietro magari dicendo che mi sono confusa”.    Intanto la Lega corre ai ripari diffondendo la notizia che comunque il patto “era a scadenza” del compimento dei 75 anni di uno dei due: Berlusconi li festeggerà a settembre.

di Elisabetta Reguitti, IFQ

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