Brescia, dove il Trota ha fatto scuola

 

La Lega torna all’opposizione. A fare la guerra al potere. Ma sarà dura estirpare radici molto profonde. Abbandonare poltrone in enti locali, società, asl che il bulimico Carroccio ha accumulato negli anni di governo.

A camminare per Brescia (seconda Provincia lombarda, 1,2 milioni di abitanti) le parole d’ordine della Lega te le trovi davanti agli occhi: impresa, lotta all’immigrazione. Ovunque capannoni, aziende grandi e piccole. Eccolo il Nord che lavora, di cui la Lega si proclama portavoce. Poi i quartieri di San Faustino, del Carmine, dove se non guardi i cartelli segnaletici ti pare d’essere in una città straniera. Così nella Leonessa d’Italia, governata in passato da Mino Martinazzoli (Partito Popolare) e Paolo Corsini (centrosinistra), il Carroccio è diventato secondo partito, tallonando il Pdl intorno al 30 per cento.

PERÒ QUANDO la Lega è andata a governare, bé, le cose sono andate diversamente dalle aspettative: ha occupato poltrone, ha imposto figli e parenti, è andata in pezzi, gli scandali hanno toccato la vecchia guardia legata a Bossi e la nuova maroniana. Ogni guerra ha bisogno di simboli: a Brescia la rottura è arrivata con Renzo Bossi. Il Trota fu paracadutato in un collegio blindato, ma quella che pareva una vittoria si è rivelata il primo malessere del Carroccio. Oggi la vecchia guardia è al tramonto. Una volta comandava la gente della Valcamonica, l’invincibile famiglia Caparini. Il padre Bruno ospitava Bossi nel castello di Ponte di Legno. Poi qualcosa si è rotto: il Senatùr ha cambiato meta. Ma i Caparini non se la passano male: Bruno, nonostante i rovesci della sua Tecas Cavi, è stato ritenuto adatto per diventare consigliere di sorveglianza del colosso pubblico A2A. Ed eccolo nella fondazione del teatro Grande di Brescia. Il curriculum politico forse ha avuto un peso. Poi è toccato al figlio Davide, 44 anni. Già, difficile dire di no al Trota, quando Caparini jr. a 29 anni era in Parlamento. Lo stesso Davide che (pur essendo parlamentare) fa il giornalista del Tg Nord. Proprio quel Davide che, ricordano le cronache, invitava a non pagare il canone e poi si è “ritrovato” segretario di Presidenza nella Commissione di Vigilanza Rai.

A Brescia hanno storto il naso. Ai congressi provinciali il Cerchio Magico di Bossi è stato umiliato dai maroniani. Resta Daniele Molgora, ex sottosegretario di Tremonti e attuale presidente della Provincia. Ma le leve del potere leghista hanno abbandonato la Valcamonica. Ecco emergere Fabio Rolfi, è segretario provinciale della Lega e vicesindaco. Però con il nuovo corso gli scandali non sono spariti.

Prima c’è stata la storia brutta, e mai chiarita, del dossieraggio in salsa verde: fascicoli con intercettazioni e accuse rivolte soprattutto ai leghisti non ortodossi. Questioni di sesso, non di politica, come ha raccontato Giulio Arrighini, leghista dissidente cui erano stati offerti (ma ha rifiutato). La storia è finita in cronaca giudiziaria: Monica Rizzi è indagata (anche se respinge le accuse all’opposta fazione). Sì, la “zarina bionda” del Cerchio Magico di Bossi, ripagata del suo impegno a favore del Trota con l’assessorato regionale allo Sport e ai Giovani.

GLI ULTIMI scandali riguardano l’era Rolfi. C’è l’immancabile “parentopoli” con la signora Rolfi che fa piazza pulita degli avversari nei concorsi: vince un posto in Provincia, quarta su ottocento. Poi corre per la Asl di Milano. È diciottesima, ma ottiene un posto a tempo indeterminato. Il secondo giorno di lavoro si mette in aspettativa per assumere un posto a tempo determinato in Regione. Pare destinata alla segreteria del leghista Daniele Belotti.

Intanto ecco arrivare la questione Brixia, società che gestisce immobili in mano al Comune. A presiederla Riccardo Franceschi (quota Lega, vicino a Rolfi). Cesare Giovanardi (Pd, solo omonimo dell’ex ministro) in un esposto alla Procura punta il dito contro l’acquisto di un’area nel centro storico di Brescia che Brixia avrebbe pagato “a un prezzo fuori mercato: 3.601 metri quadri acquistati 8,7 milioni, cioè la bellezza di 2.436 euro al metro”. Per Giovanardi l’immobile “in stato di abbandono ha un valore massimo di 3,6 milioni”. Franceschi taglia corto: “Speculazioni politiche. Il precedente proprietario nel 2007 aveva venduto a 7,7 milioni”.

INTANTO sulla Provincia leghista aleggia il fantasma di un’altra inchiesta sul Fondo immobiliare PMS, appartenente a una società americana con sede a Lugano. Nei mesi scorsi ha battuto gli ambienti dei costruttori per convincerli ad aderire all’iniziativa presentata sotto le insegne “Provincia di Brescia per la casa”. Scopo? Raccogliere l’invenduto e proporre soluzioni per la prima casa (con un capitale che doveva arrivare a 500 milioni). L’utilizzo del logo della Provincia di Brescia, pare senza che l’amministrazione ne sapesse nulla, ha fatto però muovere l’assessore leghista Giorgio Bontempi che ha presentato un esposto.    Tre inchieste in corso, tante poltrone e molti parenti, il partito spezzato e gli elettori delusi. In fondo, sostiene qualcuno, tra maroniani e marroniani (Emanuela Marrone, la moglie di Bossi) c’è solo una “r” di differenza. E per abbandonare davvero il potere non basta il parlamento padano.

di Elisabetta Reguitti e Ferruccio Sansa, IFQ

(FOTO EMBLEMA) 

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