Caro Bossi, voglio le scuse per la sua violenza

Signor Ministro, ho visto su alcuni giornali una foto che la ritrae in un gesto terribilmente oltraggioso e infinitamente volgare – due cose, oltraggio e volgarità, che associate alla sua immagine non sono certamente nuove, anzi talmente consuete che alla sua immagine certo resteranno per sempre unite, nel ricordo dei posteri. Che questa sua immagine resti scolpita in eterno, segno rivoltante di brutalità e ignoranza, negli archivi della storia della Seconda Repubblica, è quello che le auguro. E l’augurio è certezza, signor Ministro: per questo, eminentemente, lei si sarà distinto, per questo gesto che riassume tutta la profondità e la nobiltà del suo pensiero, tutta la dedizione e l’intelligenza della sua persona al servizio della Repubblica. Questa certezza però compensa solo mediocremente la ferita, la violenza e il crimine di cui io, cittadina italiana, mi sento indifesa e oltraggiata vittima. Violenza, oltraggio e crimine di cui le chiedo ragione, signor Ministro. Lei infatti è ritratto in quella posa irriferibile eppure ostentata, come spiegano le didascalie dei giornali, in risposta a un cantante che, durante una festa tenutasi a Besozzo in provincia di Varese, aveva invocato “l’Italia, il tricolore, la nostra bandiera”. Di conseguenza lei, signor Ministro, è ritratto in flagranza di reato di vilipendio alla bandiera, secondo l’articolo 292 del codice penale. Di nuovo. La storia che la vede recidivo nel commettere questo crimine è ben nota. Lei è stato condannato il 23 maggio 2001 a un anno e quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena; il 15 giugno 2007 la Prima sezione penale della Cassazione, respingendo il ricorso presentato dalla difesa, l’ha condannata in via definitiva. La Camera nel gennaio 2002 non ha concesso l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti (era allora ministro delle Riforme) per l’accusa di vilipendio alla bandiera, ma la Consulta ha annullato la delibera di insindacabilità parlamentare, nella sentenza 249 del 28 giugno 2006. Che importa? Ci aveva già pensato, a far modificare, all’inizio del 2006, la pena prevista per il reato di opinione: dall’originaria detentiva (che prevedeva fino a tre anni di reclusione), a una pecuniaria (multa fino al massimo di 5.000 euro). Lei non ha neppure provato vergogna nell’abbassarsi addirittura a chiedere che anche questa ridicola multa le venisse tolta, in quanto europarlamentare, anche se la Cassazione ha rigettato il ricorso.    Tanto più intollerabile è dunque l’oltraggio che io, cittadina italiana, ho subito da lei, signor Ministro, in quanto sono, come ogni altro cittadino italiano, impotente a difendermi da questo crimine, e a far valere il diritto dei miei sentimenti di lealtà a questa mia patria, da lei (e da altri servitori dello Stato, in primo luogo il ministro Calderoli) brutalmente e vilmente offesa. Non avendo lei mai in nessun modo scontato la pena di un reato che, odioso già per un normale cittadino, diventa in un ministro, che ha giurato fedeltà alla Repubblica, una palmare manifestazione di tradimento. Tradimento della fiducia accordatale dal Parlamento e dunque dalla nazione, violazione gravissima di quella dignità e quell’onore che la nostra Costituzione esige da ogni persona che eserciti una funzione pubblica – per non parlare, addirittura, di un Ministro della Repubblica. E proprio perché lei, signor Ministro, dopo avermi così a lungo offesa nei miei più profondi sentimenti, mi ha anche privata, con una distorsione ad hoc della legge a suo proprio vantaggio, della possibilità di difendermi da crimini come il suo, non ho più altra risorsa che di rivolgermi direttamente a lei: e di chiederle ragione e giustificazione di questo suo gesto, se mai, inconcepibilmente, potesse presentarne una agli occhi dell’intera nazione. Ma altrimenti , signor Ministro, le chiedo fermamente di presentare le sue scuse ai cinquanta milioni di Italiani che il suo crimine lede nella loro dignità e nel loro sentire. Chiamo a testimone di questa mia richiesta e a ultimo presidio della legalità e dello Stato italiano il Presidente della Repubblica, che secondo la nostra Costituzione rappresenta l’unità nazionale, e che confido saprà far valere le ragioni di cinquanta milioni di cittadini inermi.

di Roberta De Monticelli , IFQ

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