Archive for settembre, 2009

30 settembre 2009

Happy Birthday China

Nuova repressione ai danni degli attivisti per i diritti umani, alla vigilia del 60° anniversario della nascita della Repubblica popolare

Amnesty International ha denunciato oggi un aumento dei provvedimenti di sorveglianza, delle intimidazioni e degli arresti di attivisti per i diritti umani, alla vigilia del 1° ottobre, 60° anniversario della nascita della Repubblica popolare cinese. L’obiettivo delle autorità di Pechino è quello di impedire agli attivisti di porre questioni relative ai diritti umani e di sfidare l’immagine di armonia sociale in cui si vuole celebrare l’anniversario.
 
Secondo i dati dell’organizzazione per i diritti umani, svariate centinaia di attivisti e dissidenti sono sottoposti a sorveglianza o ad arresti domiciliari e a migliaia di persone intenzionate a presentare petizioni alle autorità centrali viene impedito di entrare nella capitale.

"Il governo cinese vuole celebrare il successo del paese facendo in modo che nessuna voce di dissenso o di protesta possa essere ascoltata" – ha dichiarato Roseann Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. "Così facendo, le autorità ammettono che hanno paura di dare la voce al popolo perché racconti le proprie esperienze di vita quotidiana, buone o cattive che siano".
 
Venerdì 25 settembre i mezzi d’informazione cinesi hanno riferito che il governo ha chiesto alle autorità locali di tenere sotto sorveglianza chiunque abbia presentato un esposto. A ogni vigilia di eventi o festeggiamenti importanti, le autorità di Pechino espellono dalla capitale le persone che vi si recano per presentare un reclamo, poiché altrimenti la loro presenza renderebbe un cattivo servizio, sul piano internazionale, all’immagine del paese. 
 
Amnesty International chiede l’immediata fine di ogni restrizione nei confronti degli attivisti per i diritti umani e il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza.

Ulteriori informazioni
 
Quello che segue è un elenco di alcuni casi di recente repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani:

  • il 25 settembre, a Zeng Jinyan, moglie del famoso attivista Hu Jia, tuttora in carcere, è stato notificato l’ordine di lasciare la capitale fino al 10 ottobre. Dall’arresto del marito, avvenuto nell’aprile 2008, Zeng Jinyan è sottoposta a rigide norme di sorveglianza;  
  • il 23 settembre, la polizia ha informato l’avvocato dell’attivista Liu Xiaobo che il suo cliente sarebbe rimasto trattenuto in carcere in vista di ulteriori interrogatori sull’accusa di "incitamento alla sovversione dei poteri dello stato". Liu Xiaobo è in prigione dall’8 dicembre 2008: due giorni dopo avrebbe dovuto lanciare l’iniziativa "Carta 08", in favore delle riforme in campo politico e giudiziario;
  • intorno alla metà di settembre, alcuni attivisti sono stati obbligati a lasciare la capitale: tra questi figurano l’ex prigioniero politico e membro del Partito democratico cinese Gao Hongming, l’attivista per il diritto alla casa Wang Ling (che già aveva scontato un periodo di rieducazione attraverso il lavoro durante le Olimpiadi del 2008) e l’attivista democratico Qi Zhiyong, reso disabile nel 1989 da un colpo d’arma da fuoco nei giorni della repressione del movimento di Tiananmen;
  • il 22 settembre si sono perse le tracce di Tian Qizhuang, direttore dell’Open Constitution Initiative (Oci). Due giorni dopo ha telefonato al figlio, spiegando di essere sotto sorveglianza da parte della polizia e chiedendo di preparargli alcuni vestiti. Il fondatore dell’Oci, Xu Zhiyong è a sua volta sotto sorveglianza, mentre la tesoriera Zhuang Lu, nonostante sia stata rilasciata il 23 agosto, può avere contatti solo limitati con la sua famiglia;
  • l’abitazione di Yuan Weijing, moglie dell’attivista in carcere Chen Guangcheng, è sorvegliata da più di 10 funzionari della sicurezza in borghese e la linea telefonica viene periodicamente isolata. I due coniugi sono molto noti per aver difeso i diritti delle persone con disabilità e delle donne vittime dell’applicazione delle politiche di pianificazione familiare nella città di Linyi, provincia dello Shandong;
  • nella provincia dello Zhejiang, la polizia staziona, impedendone l’uscita, di fronte alle abitazioni di diversi esponenti del Partito democratico cinese, tra cui Zhu Zhengming, Zhu Yufu, Mo Qingxiang e Hu Xiaoling;
  • all’inizio di settembre, nella provincia dello Hunan, un altro esponente del Partito democratico cinese, Xie Changfa, è stato condannato a 13 anni di carcere per "sovversione". Si tratta della pena più pesante inflitta negli ultimi anni nei confronti di un attivista politico o per i diritti umani;
  • quattro donne provenienti dalla Regione autonoma uigura dello Xinjiang, sono state arrestate alla fine di agosto a Pechino, dove si erano recate per presentare un reclamo. Inizialmente poste per 15 giorni in stato di detenzione amministrativa, sono state poi condannate a due anni di rieducazione attraverso il lavoro. L’oggetto del loro reclamo riguardava, tra l’altro, confische di terreni ed errori giudiziari.

Harry Wu, pictured, was arrested and deported when he returned to China to expose human rights

I was sentenced to life in a Chinese labour camp. This is my story

Harry Wu (photo), was condemned to life imprisonment when aged just 21. He was sent to a laogai, a Chinese labour camp for being a "rightist counter-revolutionary". He was incarcerated for 19 years, survived, went to the United States, and founded the Laogai Research Foundation, which reports and campaigns on labour camps and other human rights abuses in China.

He has described his experiences in a remarkable new book, Nine Lives, which tells the stories of individuals who, operating outside the normal channels, have made the world a better, fairer place. They include Sompop Jantraka, who has rescued thousands of girls from the Thai sex trade, Bassam Aramin, a Palestinian peace campaigner whose daughter was shot by Israeli border police, Rami Elhanan, an Israeli peace campaigners whose 14-year-old daughter was killed by a suicide bomber, Youk Chhang, who has dedicated his life to exposing the atrocities of Cambodia’s Khmer Rouge, and Chaeli Mycroft, a teenage girl with cerebral palsy who is transforming disability rights in South Africa.

Mr Wu was born in 1937, the son of a banker father who prospered until the 1949 Communist takeover. Thereafter, the family suffered a descent into not-so-genteel poverty. Harry went to university in 1955, and in 1957 came the events which defined his life. This, extracted from Nine Lives, is his story in his own words.

At the time, the government was running the so-called One Hundred Flowers Campaign. Mao said: "Letting a hundred flowers blossom and a hundred schools of thought contend is the policy for promoting the progress of the arts and the sciences and a flourishing culture in our land." This sounded promising, but it was a disguised way of finding out who was for, and who was against, the Communist revolution. The Communist Party asked everyone at the university to speak out. My class had 30 students. Of these, seven were party members and 16 were Communist Youth League. So they were red students and the remaining seven of us were white. The secretary of the Communist Party said to me: "We want to ask you in a friendly and straightforward way: what are your views on politics?" "I have no views," I said, "I’m a major in geology. I am captain of the baseball team and I’m getting ready for a training session."

"No, no, no!" she said, "you have to come! Whatever you have to say, we want to listen to you." I entered the classroom. "Well," I said, "the Soviet involvement in the Hungarian Revolution last year was right, because we are a socialist country and Hungary was involved in counter-revolution. But I think that one country’s military intervention in another country’s political affairs is a violation of international law." [He also said that the division of students into those who were party members, and those who were not, created a "first and second class"].

A couple of weeks passed. The student body gathered again in June. "Today we will criticise Harry Wu!" they said. They arranged for some students to come forward and talk about the two points I had raised. "So you disagree with the Soviet invasion. It means you disagree with the policies of the Communist Party. You are a counter-revolutionary rightist." On 20 October the school put up a big poster, using the big characters in the style of newspapers: "Harry Wu is a counter-revolutionary rightist". From that point on, I was forced to make confessions, to tell on my classmates, and accept the lead of my Communist League classmates. The Communist Party appointed two people to watch over me. I had to report to them: tell them where I went, what I was doing, and what I was thinking. I lost freedom.

From 1958 until 1961, the Great Leap Forward started. It was an economic and social plan to change China from an agrarian to a modern industrialised society. Whether you were poor peasants, middle-class peasants, rich peasants or landlords, everyone had to register their class background. You filled in questionnaires saying whether you were a worker, a government official, a capitalist, and so on. And I belonged to the so-called capitalists because my mother was from a landlord family and my father was a banker. And these two classes, the landlords and the capitalists, were destroyed and their property was confiscated.

At school I had been under surveillance for almost two years. They said: "Your behaviour is not good enough. You go to the labour camp." The police simply came to the school. "Now would you follow us." We went to my dormitory and I gathered my belongings. I was put on a jeep straight away and into a prison cell. The doors shut.

During the first night, at midnight, I was called into the interrogation room. I went in and there was a police officer behind a small table and there was only one light in the room. He yelled at me: "Sit down!" I couldn’t sit down, because there was no chair. So I squatted on the floor and he shone the light right into my face. "State your name, occupation and the nature of your crime," he said. "I am a counter-revolutionary rightist," I said, "In the One Hundred Flowers Campaign I attacked the Communist Party. And I still have a lot of poisonous ideas."

"Do you know your sentence?"

"I don’t know."

He opened a file. "You have been sentenced to life."

I was utterly shocked. Life imprisonment! He then said: "Tell me your crimes. List them carefully." He took note of all the crimes that I "confessed" to him.

"All right, I have to give you an education," he said. He stood up and walked to the wall and kicked the door open to another room. I was still squatting on the floor and he said: "Look!"

One man was hanging on the wall with his arms tied behind his back, naked. Another was on the floor, naked. He had lost consciousness. They just poured water over him. The interrogator said: "I’m warning you. I’m giving you a one-day chance. Tomorrow, come back here to finish your first interrogation." And pointing to the other room: "Otherwise you’ll go this way."

As I was a graduate student and there were only a few of them in prison, they first sent me to the laboratory of the chemical factory. Every day was labour, torture and the teachings of Mao. Altogether I did forced labour in 12 different camps. Every two months they reorganised the prison camps and the labour. They put you in different companies and different small groups. Every day I had to fulfil the labour quota.

One prisoner, Xing Jingping, nicknamed Big Mouth Xing because of his voracious appetite, taught me how to be tough. He was a peasant and thief from a poor village. But in prison he was the most influential teacher of my life. "You have to take care of yourself," he said, "If you don’t hit another first, you won’t make it." I was only able to survive by reducing myself to my most primal state. My first concern was always food. Sometimes I fought over food and if there was any chance of stealing anybody else’s food, I would. So out in the fields I was looking for edible weeds. And I was also looking for rats, frogs, and snakes in irrigation ditches. Someone educated me about rats. I learned not to kill the rat, but to follow it. Because if you followed it, it would lead you to its burrow and the places where it stored its kernels of grain and other food. Every morning we got up and we received a bucket to clean ourselves and we went to labour at the farm right away. And around noon, two prisoners pushed two big wooden carts with buckets. One contained soup, the other corn. But it wasn’t enough. Many people starved to death.

In Chinese labour camps, there is no freedom, despite the camp slogan "Labour Makes a New Life", similar to the words above the entry gates of German concentration camps: "Arbeit Macht Frei". The last few years I was working in a coalmine, doing shifts of 12 hours a day. One time, after seeing a burial of fellow inmates, I thought: "Human life has no value here. It has no more importance than a cigarette ash flicked in the wind."

[One day, after Mao’s death in 1976, Harry Wu was told that he was now rehabilitated. He was freed, after 19 years in the labour camps. He was able to teach at university, and, via an old contact of his father’s, eventually to reach the US, where a sister lived.]

Getting started in the US wasn’t easy. I received an invitation from the University of Berkeley. I said I had enough money to live on, even though I didn’t. So, even though I was appointed visiting professor of geology, I was sleeping in bus stations and on park benches. I couldn’t sleep in the office, so I walked the streets and returned at 5.30 in the morning. Eventually I got a job in a donut shop, making 72 donuts during the night shift. It was wonderful, for finally I had a roof over my head. The coffee was free, and so were the donuts. During that time I didn’t talk about China and I didn’t tell anyone about my personal experiences. But then, in 1988, something special happened. There was a student who was writing his thesis. His name was Jeffrey Ling. "Can I write about you?" he asked.

His professor was amazed and wanted to see the guy that the story was about. I received an invitation to lecture about my experiences. "You’re free," they said, "Whatever you want to say, say it." So I said: "Alright, I am a storyteller. I am not Harry Wu. I will tell you a story about Harry Wu in the third person."

I had only just begun, when suddenly I stopped. I couldn’t prevent the tears from running down my cheeks. I was crying for probably 15 to 20 minutes. They let me cry. The first two years in the labour camp I cried, but, after that, never. No tears for 20 years. But in 1988 it all came out.

In the 1990s, I went back to China undercover four times. I went to the prison camps, managing to get close or inside by assuming the role of someone in the police. First of all, I would walk around the whole area, along the walls and the watchtowers, take pictures and go in front of the gate. Sometimes I pretended I was in business, sometimes in the police, allowing me to get into the camps and film the police, the prisoners. Going back undercover allowed me to obtain evidence for the rest of the world to see what is going on.

The last time I went back was in 1995. I was arrested and held by the Chinese government for 66 days before they sentenced me in a show trial to 15 years in prison. But thanks to an international campaign, I was immediately deported from China. The books I have written, the undercover trips, and all the work we do here at the Laogai Research Foundation and the China Information Center is not being done because we want to oppose communists. That is why I had a vision to create a Laogai Museum in Washington – a permanent reminder how some people have been killing innocent people with impunity.

In my time the Chinese killed one million in just one year, 1957! Their own people! They cannot tell their story. I don’t care whether today China speaks about freedom, democracy, or prosperity. I want to tell the story of the lives of that million.

In 1992, Harry Wu devoted himself full-time to exposing human rights abuses in China, and has given evidence to the US Senate, UK Parliament, European Parliament and the United Nations. The Laogai Research Foundation, of which he is executive director, documents other human rights violations in China. The Laogai Museum was opened in 2008 in Washington DC. There are still three million inmates in China’s labour camps.

www.independent.co.uk

Prisoners at Jiangbei prison, Hubei province, in 1998

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28 settembre 2009

Honduras: Las tres peleas simultáneas

La instalación del presidente Manuel Zelaya en la embajada de Brasil en Tegucigalpa agudizó de un solo golpe la lucha entre los usurpadores del poder en Honduras y la gran mayoría del pueblo hondureño y, al mismo tiempo, el conflicto entre la mayoría de los gobiernos latinoamericanos, encabezados por Brasil, y Estados Unidos, así como la disputa entre el presidente Barack Obama y el gobierno paralelo de la derecha unida (demócrata y republicana) que utiliza por su cuenta el Departamento de Estado y el Pentágono para forzarle la mano al ocupante de la Casa Blanca.
En lo que respecta a la situación interna en Honduras, la bestial represión que ejercen los golpistas tiene varios fines. En primer lugar, busca paralizar el movimiento masivo de la resistencia popular, que se ha galvanizado con la presencia de Zelaya en la capital hondureña y, además, crear las condiciones para la invasión de la embajada de Brasil y el asesinato de Zelaya, hechos que serían presentados como excesos de un grupo exasperado.
Por último, esa represión busca también unir las filas de las clases dominantes. Porque entre los paros, huelgas y manifestaciones, la caída de las exportaciones y de las remesas y los continuos toques de queda que paralizan la producción, hay sectores de la burguesía industrial, comercial y hasta de los terratenientes de las zonas más pobres, así como de las fuerzas armadas, que esperan una solución política a la crisis y están dispuestos a aceptar un gobierno presidido por Zelaya, en el que éste en realidad esté maniatado.
La represión no aplastará a los sectores populares en su lucha antioligárquica y democrática. Por el contrario, radicalizará sectores que van mucho más allá del objetivo de Zelaya de volver al gobierno como vencedor, incluso si lo hace en el contexto de los acuerdos de San José, es decir, integrando un gobierno con sus adversarios y sin poderes reales, porque el presidente sabe que, de todos modos, influenciaría desde ese puesto en la elección de su sucesor constitucional y prepararía incluso el camino para su eventual relección posterior.
Zelaya, en efecto, se presenta como pacificador ante sus pares en las clases dominantes y en las fuerzas armadas y sin duda tiene peso en ellas. Pero en los sectores populares que dirigen la resistencia están también quienes quieren resolver el problema de la tierra, expropiar a la oligarquía, conseguir derechos sociales y no están exponiendo su libertad y su vida simplemente para reponer a Zelaya en la presidencia y, menos aún, para que sea presidente junto con representantes de segundo rango de los golpistas, que son también sus explotadores.
La represión, además, no puede durar mucho tiempo porque el aislamiento internacional de los golpistas se une a la parálisis económica del país y a la creación de condiciones seminsurreccionales y no todos los sectores reaccionarios están de acuerdo con enfrentar en esas condiciones una guerra civil.
Por eso las cosas se resolverán sobre todo por la resistencia popular pero también en el seno de las fuerzas armadas, y Zelaya cuenta con la existencia de un sector conciliador que desplace al alto mando gorila, lo exilie o lo encarcele. Y se resolverán también si la política de Obama se impone sobre la del sector ultraconservador demócrata-republicano que apoya a los golpistas, como lo hacen varios senadores, The Wall Street Journal y The Washington Post.
Brasil consintió que Zelaya se hospedase en su embajada pese al riesgo de que ésta fuese invadida para superar con esa jugada la impotencia de la OEA y darle un golpe al Departamento de Estado. La advertencia brasileña de que si en su embajada no hubiese agua ni alimentos llevaría a sus 300 ocupantes, incluido Zelaya, a la embajada de Estados Unidos, así como el planteo brasileño de que el Consejo de Seguridad de la ONU tome posición sobre el caso hondureño, buscan obligar a Obama a superar las reticencias de los militares y de la derecha clintoniana.
El presidente estadounidense se pronunció en la asamblea de Naciones Unidas, el miércoles, en favor de Zelaya, pero sin proponer nada concreto al respecto, y el Departamento de Estado se mantuvo mudo desde que el presidente hondureño entró en Tegucigalpa. Este conflicto del establishment estadounidense, por tanto, aún no ha sido resuelto ni es fácil de resolver, porque Obama es el primer mandatario de una potencia imperialista que tiene políticas muy claras para América Latina y porque la ultraderecha en Estados Unidos está atacando a la Casa Blanca en el campo de la sanidad, en el de la omnipotencia de la CIA y en el internacional, y Obama tiende a privilegiar su plan de salud y a dejar en segundo plano a Honduras y sus relaciones con América Latina.
Pero el apoyo de Brasil a Zelaya es una respuesta al despliegue de la Cuarta Flota estadounidense, que amenaza también las reservas marinas brasileñas de petróleo y la Amazonia, y es una respuesta a la instalación de siete bases estadunidenses en Colombia para controlar todo el norte de América del Sur y en particular a Venezuela, Ecuador, Cuba y Brasil.
Por tanto, la política brasileña en Honduras debe ser vista, por su simultaneidad, junto con el rearme de Brasil en Francia y con su posición como país emergente, contraria a la del Grupo de los Ocho. Estamos, por consiguiente, ante una lucha local en uno de los países menores y más pobres de nuestro continente que, sin embargo, forma parte de un juego en todo el tablero mundial en el que Brasil desea jueguen también Rusia, China, Francia (en el Consejo de Seguridad) y todos los países dependientes.
di Gillermo Almerya
[Harring+k..BMP]
Keith Harring
25 settembre 2009

Da dove arrivano le armi che uccidono nel mondo.

Non esportiamo democrazia. Ma armi sì.

L’esportazione della democrazia è fallita, ma in compenso l’esportazione delle armi va alla grande. Una settimana prima della strage di Kabul, lo studio ricerche del congresso Usa aveva stilato il rapporto annuale sul commercio d’armi, con una buona notizia per l’industria militare italiana, tornata seconda esportatrice del mondo. Primi naturalmente gli Stati Uniti, con 37,8 miliardi, staccata l’Italia con 3,7 miliardi, ma pur sempre davanti alla Russia e al resto del mondo.

Nell’anno del crollo delle esportazioni, con picchi del trenta per cento in molti settori, il made in Italy delle armi continua a segnare primati su primati. Le missioni militari nel mondo si rivelano spesso un doppio-affare. Aumentano le commesse militari dei Paesi occidentali, ma soprattutto fanno espandere la domanda nei Paesi mediorientali, africani e in genere del Terzo Mondo, dove si dirige circa il settanta per cento del mercato.

Prendete il simbolo stesso dell’arma italiana nel mondo, la pistola Beretta. In Iraq la usano tanto i soldati americani e italiani, quanto i terroristi di Al Qaeda.

Quattro anni fa l’esercito americano ne trovò scatoloni interi in un arsenale di terroristi. La Procura di Brescia aprì un’inchiesta, presto richiusa. In teoria non si potrebbero vendere armi non solo ai terroristi, com’è ovvio, ma anche a molti Paesi belligeranti e non sparsi per il mondo. Ma i sistemi per aggirare l’embargo sono moltissimi, noti eppure non controllati, come la vendita a pezzi da assemblare oppure a Paesi Terzi o ancora la delocalizzazione delle fabbriche in nazioni, il Brasile per esempio, non sottoposte ai vincoli dei trattati internazionali.

Le nostre mine antiuomo, altro tragico vanto dell’industria bellica, sono state trovate in una ventina di nazioni. A cominciare dall’Afghanistan, la nazione più minata della Terra. I talibani usano materiali di mine russe e italiane per comporre gli esplosivi degli attentati kamikaze. Nel dibattito politico seguito alla strage di Kabul di queste faccende si è parlato poco. Ma quando si parla di ritiro delle truppe in Iraq e Afghanistan, si parla di perdite di miliardi di commesse militari per l’industria bellica. I politici lo sanno. Lo sa Berlusconi, amico personale di Guido Beretta. Lo sa Baraci Obama, molto prudente sulla questione. Gli ultimi presidenti, candidati alla presidenza e primi ministri che hanno annunciato ritiri dal fronte e tagli alle spese militari, sono morti giovani.
di Curzio Maltese
 
Se ti fai il conto fatti i conti:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

L’Italia continua ad esportare armi leggere in assoluta mancanza di trasparenza

Non solo l’Italia è il secondo esportatore mondiale di armi leggere e di piccolo calibro, ma tra i paesi che maggiormente si forniscono di armi "made in Italy" figurano Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia.

Ancora una volta i dati del rapporto Small Arms Survey fanno capire che le autorizzazioni all’esportazione dall’Italia di queste cosiddette "piccole armi" non sono così rigorose come le nostre leggi richiederebbero. E come il buon senso in un mercato così delicato e in cui siamo tanto protagonisti richiederebbe: in questo modo rischiamo di essere uno dei paesi che maggiormente fomentano conflitti nel mondo. Anche la trasparenza sulle informazioni fornite dalle nostre amministrazioni lascia molto a desiderare visto che il centro indipendente di ricerca di Ginevra nel giro di un anno ha declassato l’Italia dal secondo al dodicesimo posto.

E’ questo il punto centrale della denuncia che la Rete Italiana per il Disarmo avanza alla conoscenza di Governo ed opinione pubblica a commento del rapporto "Small Arms Survey 2009" redatto del Centro indipendente di ricerca del Graduate Institute of International Studies di Ginevra presentato nei giorni scorsi nella città elvetica.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il leader indiscusso nel commercio globale legale di "small arms and light weapons" (cioè le armi leggere – vedi dopo la definizione) avendo esportato nel 2006 ben 643 milioni di dollari di questo tipo di armi. Ma l’Italia – con 434 milioni di dollari di esportazioni – figura al secondo posto precedendo ampiamente la Germania (307 milioni di dollari), il Brasile (166 milioni) e l’Austria (152 milioni). E se è vero che tra i principali acquirenti delle armi italiane vi sono nazioni del mondo occidentale come Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania, il rapporto dell’istituto di ricerca ginevrino segnala anche che Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia annoverano l’Italia come uno dei loro cinque principali fornitori.

Va ricordato inoltre come le armi piccole abbiano per loro natura un prezzo più contenuto rispetto ai grossi sistemi d’arma, per cui un giro d’affari di milioni di dollari (per confronto si pensi che i sistemi d’arma vengono venduti per miliardi di dollari) significa molte armi che possono finire in molte mani, spesso in maniera incontrollata nelle zone di conflitto.

"Sebbene i dati elaborati dal centro di ricerca di Ginevra siano – per loro stesso riconoscimento – carenti in quanto non tutti gli stati forniscono all’Onu informazioni complete o adeguate, per quanto riguarda l’Italia le cifre segnalate nel rapporto sulle esportazioni di "piccole armi" sono abbastanza attendibil, semmai al ribasso" – afferma Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sul commercio di armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana membro di Rete Disramo. "Dall’accurato database dell’Istat si apprende, ad esempio, che negli ultimi tre anni le esportazioni di queste armi e munizioni sono fortemente aumentate passando dai 670 milioni di euro del 2006, ai quasi 744 milioni del 2007 agli oltre 861 milioni di euro del 2008: e stiamo parlando, prevalentemente di armi da fuoco ad uso sportivo, da caccia, o per la difesa personale, non militari" – conclude Beretta.

L’eccellenza italiana è nota da tempo in tale settore. “Il primato dell’industria italiana delle armi leggere conferma inoltre il ruolo di primissimo piano del distretto armiero bresciano – afferma Carlo Tombola coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa) di Brescia – a cui si deve in gran parte questo primato. E’ urgente che produttori e autorità tengano conto che l’immagine di qualità delle armi italiane è incompatibile con la scarsissima trasparenza dei dati ufficiali, soprattutto per ciò che riguarda l’export di armi cosiddette “civili e sportive” verso paesi dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani”.

Un tema importante, quello dell’impatto delle piccola armi sui diritti umani e lo sviluppo delle popolazioni mondiali, come ricordato da Riccardo Troisi di Pax Christi: "Questi dati confermano l’ipocrisia dei paesi ricchi, che da una parte alimentano il commercio di armi leggere, con i danni che questo produce soprattutto nei paesi del Sud del mondo, dall’altra fanno dichiarazioni sempre puntualmente disattese per combattere la povertà ed aiutare i tanti paesi ridotti in miseria dall’attuale sistema economico. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti dalle armi leggere sono infatti, secondo la rete mondiale IANSA, di oltre 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subirne l’impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà".

Tutti questi dati preoccupano fortemente la Rete Italiana per il Disarmo, soprattutto per il ruolo di primo piano che evidentemente il nostro paese svolge in questo tipo di commercio. “E’ importante arrivare ad alti standard di controllo e di regolamentazione del mercato italiano (interno e soprattutto estero) delle armi leggere – conclude Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – qualcosa che già esiste nella nostra legislazione per quanto riguarda i grossi sistemi d’arma. Anche perché, nonostante una raccomandazione UE in tal senso, il nostro paese è uno dei pochi a non disporre di una legge sull’intermediazione e il cosiddetto brokeraggio di armi (cioè il ruolo dei trafficanti e dei venditori) che ovviamente è molto più facile e possiede impatti molto più negativi proprio nel campo delle piccole armi.
 
Per saperne di più:
 
24 settembre 2009

Ripresa cinese, affermata da tutti ma non confermata nei fatti

Le autorità cinesi celebrano la rapida ripresa dell’economia, trainata dai finanziamenti statali e dall’aumento delle esportazioni. Ma fonti locali indicano che la disoccupazione permane elevata e che i prezzi salgono di nuovo. Il parere di esperti.

Dall’estate Pechino afferma che sono riprese le esportazioni e la crescita economica, soprattutto grazie al finanziamento per 4mila miliardi di yuan (oltre 400 miliardi di euro) erogato dal governo. Ieri la Banca asiatica per lo sviluppo (Adb) ha previsto per la Cina una crescita dell’8,2% per il 2009 e ancora maggiore per il 2010.

Le autorità locali parlano addirittura di penuria di mano d’opera. A Shenzhen dicono che rimangono non coperti oltre 120mila posti di lavoro. La statale China Central Television ha parlato ieri di scarsità di forza-lavoro nel Guangdong e nel Zhejiang (250mila posti scoperti nel solo Zhejiang).

Ma fonti locali e industriali hanno prospettato al South China Morning Post una situazione ben differente. Chai Kwongwah, presidente della Hong Kong Small and Medium Enterprises General Association, ricorda che tra il 2008 e i primi mesi del 2009 hanno chiuso migliaia di fabbriche e ogni ditta ha licenziato centinaia o migliaia di lavoratori. E’ vero che ora in alcuni settori vi sono nuove assunzioni e più ordini dall’estero, “ma sono solo stagionali e per il Natale”. Chai spiega che è elevato il rischio che le esportazioni scendano poi di nuovo.

Il dottor Liu Zhenjie dell’Accademia  delle Scienze sociali dell’Henan osserva che la minor domanda di lavoro nelle regioni costiere dipende dal forte aumento del costo della vita nella zona, così che molti operai licenziati hanno preferito tornare a casa o cercare lavoro nelle regioni centrali e occidentali, dove c’è stata forte richiesta di mano d’opera proprio per le opere finanziate dal governo.

Gli fa eco Robert Wihtol, direttore per la Cina della stessa Adb, il quale indica che “c’è un limite all’investimento pubblico e all’espansione monetaria” e che milioni di migranti disoccupati possono cadere in povertà per la mancanza di sussidi pubblici.

Fonti locali confermano ad AsiaNews che nel Paese sono in forte aumento i prezzi al consumo, nonostante i dati ufficiali sull’inflazione che prevedono, all’opposto, un lieve declino dello 0,5% dei prezzi nel 2009.

La previsione di una diminuzione dei prezzi “solo” dello 0,5% è in apparente contrasto con i dati ufficiali, che affermano che i prezzi al consumo sono in discesa da mesi. Tutti gli esperti però concordano che in Cina nei prossimi mesi aumenterà l’inflazione  in modo indipendente dalla crescita economica . Essa sarebbe conseguenza dell’attuale politica finanziaria e delle robuste immissioni di capitale nel mercato tramite la concessione indiscriminata di prestiti bancari, peraltro in gran parte usati per operazioni di pura speculazione.

Yolanda Fernandez Lommen, esperta finanziaria a Pechino, osserva che in tutti i maggiori Paesi “i tassi di interesse [bancario] sono vicini allo zero, mentre in Cina sono sopra il 5%”.

Zhou Xiaochuan, governatore della centrale Banca di Cina, ha spiegato che i Paesi in via di sviluppo possono sopportare un tasso di inflazione superiore al 2%, senza però spiegare quale sia il limite accettabile e senza indicare previsioni.

Forte dei dati ufficiali, la Cina si appresta all’incontro dei G20 a Pittsburgh, iniziato oggi, come Paese che può trainare l’economia mondiale al di fuori della crisi e del rischio di recessione, che tuttora attanaglia Stati Uniti ed Europa. Zhou osserva oggi che il suo Paese, grazie alla forte ripresa, avrà maggior peso nel sistema finanziario internazionale, anche quale “voce di tutti i Paesi emergenti”. Questo si traduce nella richiesta di maggior potere negli organismi finanziari mondiali, come il Fondo monetario internazionale, per il quale gli Usa hanno proposto di dare un potere di voto del 5% ai Paesi emergenti, mentre la Cina e gli altri chiedono non meno del 7%.

www.laogai.it

23 settembre 2009

Quando i beceri diventano classe dirigente

L’egemonia del becero e il cervello di Brunetta
 
Ricevo una mail da amici americani: «speriamo passi la riforma sanitaria di Obama, almeno “quelli” potranno farsi curare il cervello». Il “quelli” si riferisce alla massa dei manifestanti scesi in piazza negli Stati Uniti contro un progetto che dovrebbe assicurare assistenze minime ai milioni di loro concittadini attualmente privi di tutele. Situazione scandalosa, quanto a esclusivo vantaggio delle compagnie assicurative private (che cercano in tutti i modi di non pagare neppure le prestazioni dovute agli assicurati, per fare finanza e – così – “ungere le ruote” politiche che garantiscano all’infinito i loro privilegi).
Qualcosa di incomprensibile per noi europei; ma il cui contrario viene agitato dall’altra sponda dell’Atlantico come “comunismo”. Ad aizzare la “piccola gente” e fargli strillare gli slogan più incredibili: da «Stalin riprenditi i nostri politici» a «la sanità di Obama ci renderà malati».
L’apoteosi del pensiero becero, che rimbomba anche dalle nostre parti. Per cui sono presunti “italiani brava gente” che minacciano sfracelli se qualcuno osa criticare i respingimenti di poveri cristi in balia del Mediterraneo, ammassati da settimane in precari barconi (su cui – non di rado – ci muoiono pure). Magari quegli stessi che organizzano o frequentano riti bislacchi di ampolle versate alle foci del Po in onore di una misteriosa entità tribale chiamata Eridano.
Ossia, il dato evidente che pure qui sono saltati tutti gli argini preposti a fungere da diga alle pulsioni più rozze e primitive. Peggio: si è permesso loro di occupare la scena politica scalzando antiche pudicizie; forse anche un po’ ipocrite, di certo opportune per non sprofondare nell’imbarbarimento. Visto che – come è stato detto – «l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù».
Intanto – per le stesse ragioni – la vita pubblica si è trasformata in una sequenza ininterrotta di colpi bassi e porcate. Vera goduria da avvinazzati valligiani. Nel caso del ministro Brunetta, l’opportunità di dare sfogo ad antiche frustrazioni da mezza tacca craxiana (con l’aggravante – parafrasando Spoon River e De André – di un cervello troppo vicino al buco del culo…).
Se al tempo dello “scandalo Montesi” – mezzo secolo fa – i mandanti si premurarono di restare nell’ombra, ora ci si vanta ostentatamente perfino dei dossier tarocchi usati a mo’ di clava per spaccare la testa e fare a pezzi la reputazione a chi non riga dritto e fa la fronda contro il Capo.
Una trasformazione al peggio, che coincide con le strategie sempre più aggressive di una Neodestra in campo da almeno trent’anni. A seguito della “rivoluzione conservatrice” che ha trionfato – prima in America, poi pure in casa nostra – coniugando cinismo e fanatismo; praticando la diffamazione e la menzogna come armi mortali: dal caso del veterano eroe di guerra John Kerry infamato come imboscato (a vantaggio dell’imboscato vero, George Bush Jr.) a quanto sta aleggiando minacciosamente sul capo del presidente della Camera Gianfranco Fini.
Pratiche che si rivolgevano e rivolgono alle fobie di fasce sociali un tempo sottoposte a rigorosa tutela; quanto facilmente manipolabili toccando i tasti sensibili del becero andante: dallo sciovinismo xenofobo ai risentimenti vari. Diffondendo paura e rabbia attraverso un martellamento mediatico che si mette sulla stessa lunghezza d’onda dei loro preconcetti ottusi. Accreditandoli.
Azione di involgarimento irresponsabile della vita pubblica che – mentre sovverte le agende delle priorità, azzerando ragionevolezza e senso di responsabilità – va immettendo nella politica un personale di base selezionato proprio nei nuovi bacini del consenso. Sicché, al posto di competenza e capacità decisionali, ora valgono polmoni possenti per strillare truculenze da cerebrolesi; in cui possono identificarsi moltitudini plebee, prive di qualsivoglia educazione alle regole e ai principi della democrazia.
Il pensiero becero che diventa classe dirigente.
di Pierfranco Pellizzetti Il Secolo XIX
22 settembre 2009

Trapani: quanto costa criticare il sindaco e quando la burocrazia ferma l’antiracket.

Fra i tanti modi di intimidire un giornalista per metterlo a tacere ce n’è uno nel quale l’aggressore veste i pani della vittima, un metodo che ha tutti i crismi della legalità: la citazione in Tribunale del cronista per i presunti danni subiti a seguito della pubblicazione di uno o pù suoi articoli ritenuti ingiusti. Si possono chiedere i danni, senza limitazione d’importo, a un giornalista e al suo giornale, senza che l’articolo sia stato giudicato diffamatorio o calunnioso in sede penale. Non è necessario, nel nostro sistema.  Purtroppo c’è un varco che lo permette, nella nostra legislazione. Ci sarà finchè una oculata riforma dei codici se ne farà carico. Intanto si avvale di questa facoltà non solo Silvio Berlusconi per chiedere milioni di risarcimento alla "Repubblica" e a "l’Unità", i giornali che hanno osato fargli con insistenza domande impertinenti o hanno descritto suoi poco commendevoli comportamenti durante i festini ospitati nelle sue residenze. Se ne avvalgono numerosi amministratori pubblici e fra questi il sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, che chiede cinquantamila euro al giornalista Rino Giacalone, corrispondente da Trapani de  “La Sicilia", acuto osservatore della sua terra e autore di pepati quanto documentati articoli su Articolo21, sul mensile di Libera "Narcomafie"e sul sito di Libera Informazione.

Il processo avrà inizio domani a Trapani con la prima udienza. Giacalone dovrebbe pagare l’ingente somma per aver osato criticare la decisione del primo cittadino di revocare la deliberazione del consiglio comunale di concedere la cittadinanza onoraria per meriti antimafia all’ex prefetto Fulvio Sodano, il quale, a sua volta, nell’imminenza della cerimonia aveva osato criticare alcune prese di posizione dello stesso Fazio, suscitandone l’ira funesta. Giacalone aveva commentato questa vicenda sul sito di Articolo21, senza nascondere di ritenere ingiustificata la revoca dell’onorificenza all’ex prefetto: "Quando vengono scritte cose che al sindaco di Trapani non piacciono, non si è bollati come mafiosi ma come “professionisti dell’antimafia” che  hanno tanti interessi , tranne uno: quello che la mafia venga sconfitta perchè, spiega, si metterebbero in discussione tante carriere e tanti vantaggio. Fazio ha ripetuto ilo suo solito esercizio che è quello delle negazione della realtà, ha ribaltato le cose come in queste stesse ore si è scoperto sta facendo il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro. Per carità, non vogliamo dire che ci siano collegamenti, il caso vuole che, in un pizzino diventato conosciuto adesso, Matteo Messina Denaro grida anche lui al complotto, parla di una nuova inquisizione di Torquemada da strapazzo a proposito di chi indaga e dirige la sua ricerca. Si rivolge così ad uomini che tra le mani utilizzano un codice penale mentre lui tra le mani continua a tenere stretto un codice d’onore sporco del sangue di tanti morti ammazzati. Anche del sangue di giornalisti, di quelli che Fazio, alla pari di altri, magistrati compresi, bolla come professionisti dell’antimafia. Forse “ concludeva Giacalone – è ora che il sindaco di Trapani faccia i nomi e indichi i vantaggi conquistati da ognuno di questi".

   Il sindaco se n’è guardato bene. Invece, offeso per l’irrispettoso accostamento all’atteggiamento del boss latitante, ha incaricato il suo avvocato di chiedere una punizione esemplare per quel giornalista che, in un coro di imbarazzati silenzi si ostina a dire ciò che vede con i suoi occhi e pensa con la sua testa: un salasso di 50 mila euro dovrebbe togliergli il vizio, una volta per tutte. Ci sembra difficile che il sindaco Fazio e quanti la pensano come lui possano trovare un giudice che dia loro ragione. La giustizia è una dea bendata, cioè non deve favorire nessun cittadino rispetto a un altro, ma non può avere una mente ottusa, deve distinguere il torto e la ragione al di là dei codicilli da azzeccagarbugli. Dovrà perciò considerare che Giacalone non ha agito a titolo personale, come gratuito avversatore del primo cittadino e delle sue tesi, ma “ piccolo particolare – come giornalista, cioè come rappresentante dell’opinione pubblica e come tale incaricato di raccontare i fatti nella loro completezza, di inquadrarli nel contesto, di sintetizzarli e di interpretarli, per aiutare i cittadini a coglierne il senso effettivo, al di là delle versioni di parte. Se in Italia ci sono giudici disposti a chiudere un occhio e anche l’altro occhio su queste cose, siamo messi proprio male. Una società democratica non può fare a meno della libertà di informazione e di critica sul comportamento dei pubblici amministratori, siano essi sindaci o presidenti del consiglio. A noi piace un paese in cui i personaggi pubblici rispondono alle domande con dichiarazioni esaurienti e convincenti, reagiscono alle critiche cogliendone il lato positivo e confutandone la parte che ritengono ingiusta, lasciano giudicare al giudice penale se una notizia sia calunniosa e diffamatoria, cioè se il cronista o il commentatore abbia agito con dolo. Insomma reagiscano rinunciando all’istinto di mettere a tacere con un colpo di martello i grilli parlanti. Perciò manifestiamo solidarietà a Rino Giacalone e  rivolgiamo un appello affinchè il "caso Giacalone" sia inserito nella piattaforma della manifestazione nazionale del 3 ottobre per la libertà di stampa.  

Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione

Roberto Morrione presidente di Liberainformazione

Giuseppe Giulietti portavoce Articolo 21 Liberi Di

 

Due imprenditori che hanno subito la violenza mafiosa, la richiesta estorsiva accompagnata da attentati e danneggiamenti anche gravi. Due tra i pochi imprenditori di quelli che lavorano in provincia di Trapani che hanno deciso di denunciare la pressione mafiosa, e oggi risultano iscritti tra le parti offese di un processo che è prossimo a cominciare. Due imprenditori che dopo la denuncia all’attività giudiziaria e attesi i tempi delle indagini hanno bussato alla porta della prefettura per ottenere l’aiuto, le provvisionali che per legge sono previste a favore di coloro i quali hanno subito la protervia mafiosa, l’estorsione, il fuoco distruttore e l’hanno denunciato. Due imprenditori che però sono in attesa di risposta, che non arriva per causa della stessa norma che è così articolata da finire col tenere legate le mani di chi deve predisporre gli atti. Anzi la risposta c’è stata: la prefettura di Trapani interpellata dal commissario nazionale del Governo per la lotta al racket e all’usura si è detta impossibilitata a dare un parere sulla posizione dei due imprenditori, dopo che la Procura antimafia di Palermo, interpellata a sua volta per iscritto dalla prefettura di Trapani, ha risposto che ci sono indagini in corso e quindi nulla può dirsi.

Uno degli imprenditori è Vincenzo Parisi il titolare, assieme a Pietro Pipitone, dell’impresa di calcestruzzo Celso di Balata di Baida, frazione di Castellammare del Golfo, che a ferragosto 2007 venne praticamente distrutta. L’altro è Vincenzo Artale un «padroncino» di Alcamo, proprietario di una betoniera con la quale ogni giorno andava a prendere cemento presso una impresa di Borgetto, paese della provincia di Palermo, molto vicino ad Alcamo. Il mezzo fu distrutto da un incendio nel 2006 e poche settimane dopo un’altra intimidazione riguardò la profumeria gestita ad Alcamo dalla moglie di questi. Proprio dall’attentato subito da Artale partirono le indagini che hanno portato la Dda di Palermo a delineare i nuovi scenari mafiosi dell’alcamese. In manette l’anno scorso sono finiti presunti nuovi mafiosi assieme a conclamati uomini d’onore nel frattempo usciti dal carcere e tornati a fare parte dell’organizzazione mafiosa. Una indagine che ha fatto scoprire ancora una volta imposizioni di forniture, di cemento in particolare, come nuovo sistema per condizionare gli appalti pubblici e nella zona di Castellammare ce ne è uno grosso in corso, quello per la costruzione del nuovo porto. Ovvio che le imprese di produzione di calcestruzzo fuori dal cartello e dal controllo mafioso costituivano, e costituiscono “scomodi” concorrenti per l’impresa mafiosa, nel caso specifico della Medicementi dell’imprenditore Liborio “Popò” Pirrone che voleva tutto per se il monopolio del cemento, con una concorrenza fatta di minacce e attentati. Una intercettazione lo ha ascoltato mentre scriveva la lettera anonima diretta agli imprenditori della Celso proprio per minacciarli se loro non si fossero fatti definitivamente indietro dalle commesse. I titolari subirono un attentato e denunciarono ogni cosa. Lo Stato ancora chiede tempo per risarcirli del danno subito.

«Noi speriamo – dice Vincenzo Lucchese, ispettore di Polizia e presidente dell’associazione antiracket di Alcamo – che adesso le due vicende possano sbloccarsi, ho ottenuto rassicurazioni dal prefetto Trotta che ho incontrato. Immagini quanto possa essere di grande impatto potere scrivere all’entrata di questa azienda che la sua rinascita è stata merito anche dell’azione risarcitoria dello Stato, costituirebbe una iniezione di fiducia per gli altri che ancora non denunciano». 

Parisi ha presentato l’istanza nel 2007, Artale nel 2008. «Abbiamo ripreso a lavorare – dice Parisi – grazie all’aiuto che ci hanno dato alcune banche, Credito Siciliano e Banco di Sicilia, c’è stata devo dire anche che qualche banca non ci ha trattato bene, ci siamo avvicinati all’antiracket io stesso sono vice presidente di quella costituita a Castellammare, eravamo nel mirino della mafia perchè noi non dovevamo vendere più il nostro cemento, e c’è stato chi è venuto a dirci che il cemento da noi non poteva più comprarlo, nonostante tutto non abbiamo finito di lavorare come i mafiosi volevano, ora però è assurdo che la difficoltà arriva dalla burocrazia statale». «Spesso – aggiunge Lucchese – alcune cose accadono perchè gli uffici e le istituzioni che dovrebbero colloquiare non lo fanno, ma anche su questo ho ricevuto garanzie precise dal prefetto Trotta perchè questo non abbia a ripetersi». 

La vicenda degli imprenditori Parisi e Artale è una delle poche giunte sul tavolo della prefettura. A Trapani continuano infatti a non essere denunciate le estorsioni, ancora meno gli usurai, chi ne è vittima, dell’una, la mafia, e dell’altro, il «cravattaro», preferisce il silenzio. «Resta l’amaro che spesso lo Stato finisce con il dare risposte diverse da quelle che ci si attende» commenta Lucchese presidente dell’associazione antiracket e antiusura di

In che senso? «Da un lato si cerca di incoraggiare gli imprenditori, i commercianti a denunciare il racket, l’usuraio, dall’altra parte due righe, del tenore, “ci sono indagini in corso” possono bloccare gli iter per rilasciare gli indennizzi di legge».

Lei se la prende con una burocrazia che dice innesca esasperazione. «Ritengo che serve una modifica della norma, c’è un ministero nel nostro Governo che si occupa di snellimento di procedure, spero che si interessi a tutte le procedure, anche a quella dell’aiuto a chi è taglieggiato o usurato. Ognuno di questi soggetti che non denuncia purtroppo è un esempio positivo per il crimine mafioso, le cronache giudiziarie ci hanno raccontato quanti di questi sono diventati poi loro stessi esattori del pizzo nei confronti di altri colleghi, è una catena che si deve spezzare». 

Trapani continua ad essere una provincia dove spesso di fenomeno mafioso si parla per innescare polemiche. Basterebbe invece vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai. Basterebbe sapere delle decine, centinaia di milioni di euro che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi andare negli uffici di collocamento, nelle agenzie interinali, nei luoghi dove si affolla quell’umanità dolente e rassegnata e capire che qui, nella «Gomorra» di Cosa Nostra, tutto parla di mafia. Tutto è povertà che produce ricchezza che riproduce altra povertà.

Le associazioni antiracket costituite in provincia qualcosa cercano di fare affianco al lavoro giudiziario ed investigativo, che ha messo a segno tanti positivi risultati, che non hanno trovato sostegno adeguato nella politica e nella pubblica amministrazione, dove c’è stato e c’è chi è impegnato a favorire il rigenerarsi di metodi illegali. Ne esistono cinque, quella di Trapani, Marsala, Mazara, Alcamo, Castellammare del Golfo. Contano pochissimi associati. E questa è sempre la faccia della stessa medaglia, il silenzio sopra ad ogni cosa.

di Rino Giacalone

www.liberainformazione.org

18 settembre 2009

Il Nord-est: Prima era il miracolo italiano ora è zona depressa. Viaggio nella povertà tenuta nascosta dall’ottimismo governativo.

Nord Est d’Italia fra crisi sistemica e delocalizzazione

I capaci e lungimiranti imprenditori italiani strattonano senza dignità alcuna la giacca di Berlusconi, il quale, come ben sappiamo, è uno di loro e li rappresenta degnamente.
Dimentichi per un attimo delle belle parole dal sapore propagandistico e ideologico, quasi un “mistero della fede”, con le quali per anni si sono riempiti la bocca – dalla mitica innovazione alla produttività del lavoro, dal “fare sistema” alla necessaria, continua ristrutturazione – altra alternativa non hanno, per mantenere alto il tasso di profitto e i loro “consumi di prestigio” dei quali spesso il paese non beneficia, e mostrano il vero volto del liberismo economico, di quella libera iniziativa privata che nelle fiabe raccontate dai pubblicisti dell’economia di mercato significherebbe assunzione responsabile di rischio, aumento dell’efficienza, incremento delle quantità prodotte e consumate, avanzamento planetario verso “più elevati tenori di vita”.
Arrivano da tutti i distretti, e in particolare da quelli del nord est del paese, e da ogni angolo in cui si produce il tanto decantato [almeno in altri tempi] made in Italy, per abbeverarsi alla fontana delle risorse pubbliche, quelle erogate dal tanto disprezzato stato centrale, percepito fino a ieri come un limite alla loro possibilità di espansione, di “crescita” futura, se non come un vero e proprio nemico che impone tasse e balzelli, opprimendo il mirabolante e dinamico mondo dell’imprenditoria.
Berlusconi, da parte sua, non è insensibile ai lai della pessima Marcegaglia – che parla anche per la cruciale industria media e piccola, in subbuglio a causa del credit crunch – perché gli concede qualcosa, ad esempio l’aumento delle risorse fino a 1,3 miliardi di euro destinate al fondo di garanzia per il credito, importante per garantire un certo afflusso di liquidità nelle casse degli imprenditori privati in periodo restrizioni creditizie, e l’innalzamento della soglia  prevista per la compensazione fra crediti e debiti nei confronti dello stato.
In effetti, nell’elargire denaro vero e non soltanto promesse a fondo perduto, questo esecutivo rispetta una scaletta di priorità che è tipica dello stato “leggero” di matrice liberaldemocratica, asservito a grandi interessi privati: prima di tutto l’usurocrazia rappresentata dal sistema bancario, al fine di preservare le strutture finanziarie in essere mentre la crisi sistemica comincia a scatenarsi, poi la libera impresa privata con particolare attenzione in queste ore per la P.M.I. e, in ultimo, se avanza qualcosa, a titolo di mera elemosina e di spot per carpire il consenso elettorale, la gran maggioranza della popolazione costituita da forza-lavoro e consumatori, più che da cittadini nella pienezza dei diritti.
Non importa se il sistema bancario non concede più crediti alla piccola e media industria – volano di uno “sviluppo” che già da tempo si è inceppato, in questo paese – perché tanto ci sono le risorse pubbliche, le imposte e le tasse pagate da chi non può sottrarsi, che possono correre in soccorso del tasso di profitto preservando il vero idolo di Mercegaglia e della sua consorteria, come ha fatto notare dall’alto del suo scranno anche Mario Draghi, il quale ha sollecitato tempi più ridotti per il rimborso dei crediti che le imprese hanno nei confronti dello stato, essendo le pregevoli banche italiane impegnate in un difficile inventario dei titoli tossici e sempre più prudenti nelle pratiche di affidamento …
In altre parole, è ormai certo che la crisi la pagheranno gli strati sociali più bassi e i provvedimenti berlusconian-tremontiani puntualmente lo confermano.
Per ottenere fondi dallo stato e per facilitare la loro concessione, spesso si sbandiera la necessità della difesa dei posti di lavoro nazionali – come è accaduto per giustificare gli aiuti di stato all’industria dell’auto – e questo accade anche nel Nord Est della penisola, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di un sistema economico fondato sulla media e piccola impresa.
Di nazionalizzazioni di unità produttive in difficoltà, neppure si osa parlare …
Purtroppo, il fatto che si tratta dell’ennesimo spot, volto a dare una giustificazione “accettabile” al sostegno al tasso di profitto e alla persistenza di puri interessi privati [contrapposti ad esigenze concretamente sociali che la crisi in atto non farà che amplificare] attraverso l’impiego di soldi pubblici e risorse collettive, è ben dimostrato dal caso di Safilo Group, esploso in tutta la sua gravità proprio in questi giorni.
Safilo è attiva dal lontano 1934 nel campo della produzione di occhiali con un gran numero di prestigiosi marchi in licenza, da Armani a Gucci.
Fin dai tempi del suo fondatore, l’italo-americano Guglielmo Tabacchi, ha come area di insediamento originaria proprio il ricordato Nord Est [Venezia, Belluno, Padova], con un fatturato che nel 2006 ha superato 1,1 miliardi di euro e, nello stesso anno, con un organico di oltre settemila e trecento dipendenti, società commerciali del gruppo comprese.
Per quanto riguarda le società estere del gruppo oggi esistenti, importanti e numerose sono quelle americane e canadesi, ma, nel resto del mondo, si va da Atene a Kuala Lumpur.
Orbene, il gruppo Safilo ha scelto la via dell’infedeltà nei confronti della comunità locale e della delocalizzazione futura degli stabilimenti di produzione – si parla ancora una volta della Cina – mantenendo, però, prudentemente alcune strutture e il marchio in Italia, per poter fregiarsi del solito made in Italy.
Il risultato è che si prevedono tagli occupazionali significativi, nell’ordine di un complessivo 20%, concentrati particolarmente negli stabilimenti in Friuli – per la precisione a Precenicco, con la chiusura dell’unità produttiva e la messa in mobilità di tutti i dipendenti, e a Martignacco, con una riduzione pesantissima dei posti di lavoro di oltre il settanta per cento – e ciò significherà la perdita secca di più di settecento posti di lavoro nella sola provincia di Udine.
Se alcuni imprenditori, profittando della crisi, ricorrono agli ammortizzatori sociali, cercano di liberarsi dei lavoratori “scomodi” e puntano ad ottenere un po’ di denaro pubblico, altri continuano imperterriti a spostare produzioni e know-how al di fuori del territorio nazionale, impoverendo il paese.
Naturalmente, dovrà intervenire lo stato per dare un  po’ di respiro ai lavoratori espulsi dal processo produttivo.
In tal senso è significativo il caso di Safilo e svela una volta di più, fra le altre cose, che il marchio del made in Italy un tempo glorificato in mezzo mondo e considerato garanzia di elevata qualità del prodotto, ormai nasconde e neanche troppo bene falsificazioni e imbrogli.
Un’operaia friulana della Safilo, intervistata alla radio, ha dichiarato con estrema franchezza che nello stabilimento in cui lavora si mette il marchio agli occhiali e si fa ben poco d’altro.
Ecco cosa si nasconde dietro alle belle parole e alle frasi fatte che si sentono nei consessi ufficiali dell’imprenditoria italiana, a partire da Confindustria, e casi come quelli della Safilo non sono certo una rarità assoluta.
Quindi, tempi duri per il Nord Est d’Italia culla della P.M.I. e per le sue propaggini più orientali, perché la crisi dell’economia “reale” avanza e i processi di delocalizzazione – fenomeno eclatante e socialmente insidioso della globalizzazione dei mercati – anziché fermarsi continuano imperterriti.

di Eugenio Orso www.ariannaeditrice.it

I senza lavoro

Stasera la cena di Luigi Marcuzzo, 46 anni, è senza carne. Non ne mangia da settimane. Sposato, separato, una figlia di 11 anni a carico. Luigi faceva l’operaio a millecento euro. Da novembre 2008 è senza stipendio e la bistecca è ormai un lusso. Piatti poveri anche a casa del collega pasta, pane, insalata e acqua del rubinetto. Di più lui e suo fratello non si possono permettere. Paola Marcon, 44 anni, compra solo prodotti in offerta. Sia Paola, sia il marito hanno perso il lavoro. Hanno due ragazzi di 13 e 17 anni da far studiare. E da nove mesi vivono consumando i risparmi di anni.

La crisi sta entrando nelle case. Feroce e spietata. Anche qui, nel Nord Est, Treviso e provincia, locomotiva del modello italiano, del successo fai da te e del durismo leghista che proprio in questa terra, tra parlamentari e ministri, ha fatto il pieno di voti. Già da mesi esplodono drammi che l’ottimismo governativo nasconde. E settembre è arrivato con il pericolo, tutto da scoprire, di nuove chiusure a catena. Questa è la vera paura. Altro che sicurezza, ronde, dialetto, bandiera regionale. Bastano i numeri: da gennaio 6.231 lavoratori di questi paesi, uomini e donne, italiani e stranieri, hanno perso il posto o hanno subito una riduzione dello stipendio per cassa integrazione o mobilità. Tagliano dipendenti i colossi degli elettrodomestici come Electrolux di Susegane e Zoppas di Vittorio Veneto. Sforbiciate al personale nelle industrie dell’abbigliamento e dello sport come Stefanel a Ponte di Piave, Diadora a Caerano San Marco, Tecnica a Giavera del Montello. Chiude e manda a casa 117 persone lo storico lanificio Cerreti di Policarpo di Vittorio Veneto. Vanno poi aggiunti il mancato rinnovo dei contratti a termine, le liquidazioni, i fallimenti che colpiscono a macchia di leopardo nella costellazione di aziende comprese tra i due e i settecento dipendenti. Famiglie costrette a fare la spesa con meno di dieci euro a settimana. E all’improvviso non c’è più differenza tra italiani e immigrati. Agli sportelli Caritas di don Ferruccio Sant, veneti e albanesi sono in testa nelle richieste del sussidio di solidarietà. Ogni acquisto, ogni bolletta, senza più entrate, è una ulteriore discesa nel baratro della povertà.

La strada che da Conegliano, 35 mila abitanti, porta verso le colline brilla di vetrine e showroom costruiti nell’ultimo decennio di economia galoppante. Il centro commerciale, l’ultimo dopo la rotonda a destra, ha grandi cartelli con la scritta saldi. Non si tratta di abbigliamento, ma di beni di prima necessità: alimentari, sapone e maxi pacchi di carta igienica di marca offerti a due euro. Devono svendere pure quelli, altrimenti nessuno compra. Si prosegue oltre il confine comunale, lungo la provincia che sale a Retrofrontolo, tra vigneti di prosecco e sacrari della Prima guerra mondiale. Da dicembre novanta tra operai e impiegati combattono per un posto di lavoro che non esiste più. Il gigantesco capannone, subito prima dello stabilimento di cucine Ariston-Indesit, ha ancora l’insegna. “Ape – Advanced project engineering”, c’è scritto. È chiuso da nove mesi. Durante le ultime vacanze  di Natale la proprietà ha portato via i macchinari. La Ape era subentrata due anni fa alla liquidazione della “Zara marmitte”, un marchio che riforniva le concessionarie di auto e camion. I dipendenti erano in ferie dal 19 dicembre 2008. Ma nessuno di loro sospettava il tracollo. Quando sono tornati al lavoro a inizio gennaio, hanno trovato i cancelli chiusi. Per sempre. Un colpo a tradimento. Senza preavviso. Senza cassa integrazione o il paracadute della mobilità. Senza nemmeno una lettera. Un caso Innse di provincia. Solo che qui, a differenza dei riflettori di Milano dove l’azienda è stata salvata, è finita male. Per questi manager la famiglia di un operaio vale  meno del costo di una telefonata.

“Ci hanno scaricato senza preavviso. Non immaginavo arrivassero a tanto”, dice Luigi Marcuzzo, operaio saldatore di Col fosco di Susegana, licenza di terza media, due anni di anzianità in Ape e quindici per Zara marmitte: “Avevo ristrutturato la casa. Un mutuo di 310 euro al mese per quindici anni. Ma nessuno sa se tra un anno lavoreremo. Era la casa che mio padre si era sudato con i risparmi da muratore. Prima della ristrutturazione era un fienile. Adesso la venderò. Mia figlia va in prima media e non so come pagare i libri. La devo vendere.”

Il governo si inventa la sanatoria per salvare l’assistenza agli anziani dalle manette del decreto sicurezza. Ma nel Veneto spazzato dalla crisi le badanti curano anche gli scolari. “Quando otto anni fa mi sono separato, la bimba è rimasta con me”, racconta Luigi Marcuzzo, “ e adesso mi aiuta il comune di Susegana dove abitiamo. Mi paga la baby-sitter che bada alla piccola quando sono fuori di casa. Io non ce la faccio a pagare. Ho un arretrato di due mesi di tutte le bollette. Ho tolto il telefono fisso, sì ho tenuto il telefonino ma non chiamo più, lascio che chiamino gli altri. In ottobre avevo comprato un computer portatile per mia figlia 350 euro. Un mese fa ho dovuto rivenderlo. Mi hanno dato 150 euro. È niente ma mi servivano “sghei”, soldi per fare la spesa. C’era anche l’abbonamento a Sky, 36 euro al mese. Il mio conto è vuoto. La banca non paga e  bollette e da qualche settimana non ricevo più i canali. Via anche Sky”. Si può fare a meno di Rupert Murdoch. Ma la mancanza di lavoro minaccia addirittura la sicurezza alimentare. In Veneto è un salto indietro di cinquant’anni: “Per la spesa compro pasta e poco altro”, rivela Luigi: “Mangiamo pasta. Costa poco e riempie. Niente vino, niente birra, niente carne, niente spese inutili. Non devo superare i dieci euro a settimana. Magari un po’ di carne me la passa mia sorella. È in pensione, se può mi da cinquanta euro. Io ho finto i risparmi. Grazie all’intervento della Fiom-Cgil ci hanno riconosciuto la cassa integrazione. Ma da novembre non abbiamo ancora visto un soldo. Il Comune di Susegana tre mesi fa ha anticipato 1.800 euro. Diviso nove mesi fa 200 euro al mese. Con questo sto vivendo”. Come passo la giornata? “Accompagno mia figlia dalla baby-sitter. Torno a casa, prendo la bici e vado in giro. Mentre pedalo penso alla rabbia. Il lavoro c’era, il padrone ci aveva garantiti. Invece ci hanno buttati fuori”.

Gino Daros, operaio attrezzista alla Ape, licenza media inferiore, abita a Conegliano con il fratello, 48 anni, emigrante in Germania fino a due anni fa quando, perso il lavoro da gelataio, non ha trovato più nulla. Un po’ per l’età, un po’ per la crisi che stava arrivando. È dovuto tornare indietro. Così come in questi mesi sono tornati in patria tre colleghi marocchini di Gino a quali il comune di residenza, Crocetta del Montello, aveva negato l’anticipo della cassa integrazione. “Nei miei nove mesi senza lavoro”,  racconta Gino Daros, “sono entrati 2.400 euro in quattro rate che il Comune di Conegliano mi ha anticipato. Le bollette siamo riusciti a pagarle. Ma ho sei mesi di arretrato d’affitto. Devi scegliere, o paghi o mangi. Ho tagliato quasi tutto. Prima correvo in bicicletta. Ho venduto la Atala da corsa. Ho una Seat Ibiza. Non la uso più per non spendere in benzina. Mi muovo in bici. Ho tagliato anche sugli alimentari, sul primo e sul secondo. Non possiamo permettercelo. Mangiamo un solo piatto. Sempre pasta”.

Questo è periodo di vendemmia, in Veneto. Ma accettare un altro contratto, anche stagionale, significa perdere i diritti maturati. Come ha scoperto Giuseppe Piccin, 61 anni, operaio da quando ne aveva dodici, ora senza stipendio, 500 euro al mese tra mutuo e fidi bancari da restituire, tre rate e due mesi di telefono arretrati, un figlio di 25 anni con lavori occasionali. Piccin aveva trovato un contratto di tre mesi: “Non sono potuto andare. Oltre alla cassa integrazione, mi hanno detto che avrei perso l’aggancio alla pensione. La notte però mi vengono gli incubi. Sogno di non farcela e mi sveglio”.

“Il problema grosso è la piccola impresa che non avrà futuro”, spiega Loris Scarpa, sindacalista della segreteria Fiom-Cgil di Treviso: “O si ripensa alla produzione in grosse dimensioni o sarà molto complicato uscirne. Si considerano i lavoratori come oggetti. E chi è precario è lontano da tutte le possibilità di assistenza sociale”.

Nemmeno in questa casa anni Cinquanta, alla periferia di Conegliano, entrano stipendi. Tanto per cominciare sono 400 euro al mese di affitto per cucina, un piccolo salotto, bagno, due camere, ripostiglio, un po’ di orto. Paola Marcon, operaia part-time e delegata Cgil alla Ape, è senza paga da novembre. Suo marito Zuhair Al Kaisy, 55 anni, architetto, cittadino italiano nato in Iraq, ha invece perso il lavoro nell’aprile 2008. Era operaio a tempo determinato alla Electrolux, nonostante la laurea e le specializzazioni in Italia: “Non ho avuto un lavoro come laureato perché qui in Veneto”, dice Al Kaisy, “se uno non è italiano, che tu faccia il pizzaiolo o l’architetto, credono che tu non ci sappia fare. Alla Electrolux lavoravo da tre anni con contratti da tre a sei mesi. Più di operaio non ho trovato”.

Ma come tutti i precari, senza diritto alla cassa integrazione né alla mobilità, anche Al Kaisy da un giorno all’altro l’hanno lasciato a casa. L’unica entrata è l’anticipo del Comune: quattro rate da 600 euro. E un sussidio regionale di 220 euro in tre rate. “Avevo mille euro di spese arretrate, per questo ho fatto domanda alla Regione”. Racconta Paola Marcon: “Nella lettera che annunciava il contributo c’era scritto: le auguro che l’intervento le sia di aiuto. Ma come possono pensare di aiutare una famiglia con 220 euro? Stiamo consumando i risparmi messi via negli anni. Risparmiamo sul riscaldamento con una stufa a lega. Cerchiamo di tagliare. E ovviamente niente vacanze. Siamo una famiglia di operai. Non è che prima si navigasse nell’oro”. I contributi sono comunque briciole rispetto alle spese del 2009: oltre ai 400 euro mensili di affitto, 80 euro di luce a bimestre, 82 di acqua, 400 all’anno di tasse sui rifiuti, 400 al mese di spesa alimentare, 500 per un intervento dal dentista, 1.500 l’anno di gasolio per la caldaia, 500 l’anno per la legna, 300 al mese per muoversi a cercare lavoro.

È una crisi silenziosa. Per ora quasi invisibile. Niente presidi, niente striscioni nelle fabbriche. “Perché in Veneto eravamo abituati ad avere un tenore di vita buono”,  spiega Paola Marcon: “Perdere il lavoro qui è ancora considerato una sorta di vergogna. Con i miei colleghi ce lo sentiamo addosso. Ti indicano come fallito. Io ho 44 anni. La paura non è avere perso il lavoro. È non sapere cosa viene dopo”.

di Fabrizio Gatti
 
Clandestino per legge
Due anni e tre mesi per un permesso di soggiorno. Il 15 luglio scorso Abdou B., 32 anni, senegalese di Pordenone, ha finalmente ricevuto il documento di cui aveva chiesto il rinnovo nell’aprile 2007. Abdou non è uno spacciatore. Non ha mai incontrato boss mafiosi. Non ha mai proposto leggi in proprio favore e tanto meno ha evaso il fisco. Sfortuna sua ha scelto di lavorare con successo in un’azienda del Nord Est come assistente alla direzione commerciale. Abdou è laureato in lettere, parla italiano, francese, inglese e spagnolo. E per due anni e tre mesi è rimasto prigioniero del nostro Paese: con il permesso scaduto, non ha potuto andare all’estero per lavoro e nemmeno tornare in Senegal a visitare l’anziana madre. Ci è riuscito, finalmente, nei giorni scorsi. Curioso per familiari e amici scoprire che in Italia esistano ministri e politici peggiori di tanti loro colleghi africani nel tollerare un simile fallimento burocratico. A cominciare da Roberto Maroni, ministro dell’Interno, fino a Umberto Bossi e Gianfranco Fini, dei quali la legge sull’immigrazione porta il nome. I ritardi a più di due anni nel rinnovo dei permessi sono prassi, quando il termine è di 20 giorni. Un segnale che lascia prevedere cosa accadrà con l’imminente sanatoria.

Io, imprenditore rimasto a terra
Il fallimento, la difficoltà di trovare lavoro come operaio: "Aiutato solo dai romeni"

Ci sono gli imprenditori colpiti dalla crisi che non hanno rinunciato alle vacanze. Come i proprietari della Simonplast srl, in viaggio già poche settimane dopo la chiusura della loro azienda: fallimento dichiarato il 17 giugno e 15 posti di lavoro in meno. E ci sono gli imprenditori che hanno perso tutto: la fabbrica, la casa, i risparmi. Come Luigino Toffoli, 53 anni, socio della Mtm serramenti srl di Ponte di Piave: 19 dipendenti a casa e fallimento dichiarato il 19 giugno.
Come è finito nella crisi?
"Con un contratto da 550 mila euro per un cantiere a Vittorio Veneto. L’impresa committente ha fatto un buco da dieci milioni costruendo appartamenti che nessuno ha comprato. Finiti i lavori, i soldi non sono mai arrivati".
Poi cosa è successo?
"Avevamo un mutuo con la banca di 500 mila euro. Avevamo debiti con i fornitori. Nell’aprile 2008 cominciamo a saltare le scadenze di pagamento. Io avevo sempre cercato di rispettare le persone. Ma a un certo momento questa è stata la realtà".
Come è cambiata la sua vita?
"Abitavo in una casa dietro alla fabbrica. Ho perso azienda e casa. Sono separato dal 2002. Adesso la mia ex moglie mi ospita nell’appartamento in cui vive con la nostra figlia più piccola. Gli altri due figli sono sposati e non fanno gli imprenditori".
I suoi soci dove sono ora?
"Da quello che mi risulta i miei due soci continuano con altre società. Non li ho più rivisti".
Chi ha avvertito i dipendenti?
"Dirlo agli operai è toccato a me, perché non ero un socio in camicia bianca. Lavoravo a contatto con loro. Qualcuno l’ha presa male".
Cosa le è rimasto?
"Un debito bancario personale di 30 mila euro. Una Volvo comprata usata per 3 mila euro. Da gennaio a oggi con lavoretti saltuari posso aver guadagnato 3 mila euro, soldi che ho dato in casa per le spese. Sono andato a cercare qualcosa da fare in Romania. I romeni mi hanno perfino aiutato. Sono rientrato a marzo. Dopo essere stato truffato da un imprenditore con assegni scoperti: era napoletano. Continuo a cercare lavoro, anche come operaio".
Quante persone le hanno voltato le spalle?
"Otto su dieci. Anche per vergogna mia a chiedere aiuto".

17 settembre 2009

Somalia Connection: la morte di Ilaria Alpi e i rifiuti tossici.

“Ho portato di persona rifiuti radioattivi nel Corno d’Africa. Quando arrivavamo al porto di Bosaso i militari italiani si voltavano dall’altra parte. Sono convinto che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto proprio lì cose che non doveva vedere”. Il racconto al manifesto del pentito Francesco Fonti. E il giallo delle “navi a perdere” diventa internazionale.

Francesco Fonti – collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta – iniziò a raccontare ai magistrati antimafia l’organizzazione dei traffici dei rifiuti nel Mediterraneo e nel Corno d’Africa nel 2005. Partendo dalla sua deposizione la Procura di Paola è riuscita ad individuare il relitto della Cunski, al largo del porto di Cetraro. Fonti, però, non ha raccontato solo i viaggi delle navi a perdere nel Tirreno. Davanti alla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha parlato anche di alcuni trasporti di armi e rifiuti verso la Somalia organizzati – -a suo dire – dalla ‘ndrangheta. Il pentito cita in particolare un viaggio che sarebbe avvenuto utilizzando una nave della Schifo, nome di una compagnia strettamente legata alla morte della giornalista e dell’operatore del tg3. Riportiamo l’intervista che ci ha rilasciato così come l’abbiamo trascritta dalla registrazione telefonica.

Nel suo memoriale e in alcune deposizioni lei ha affermato che alcuni gruppi criminali calabresi avrebbero esportato rifiuti pericolosi verso paesi africani. Cosa ricorda di quel periodo?
Noi – mi riferisco alla ‘ndrangheta – abbiamo portato migliaia di fusti tossici radioattivi in Somalia. Però nessuno, con tutte le dichiarazioni che ho fatto, con tutto quello che ho presentato ha voluto approfondire.

Ha fornito elementi concreti?
Si, anche una mappa della Somalia dove evidenziavo i posti dove erano stati allocati questi bidoni e container, ma tutti hanno negato. Addirittura sono stato convocato quando c’è stata la commissione d’inchiesta presieduta da Taormina, quella sulla morte di Ilaria Alpi. La direzione politica è stata quella di negare, negare, negare che ci fossero stai questi viaggi e questi depositi radioattivi o nocivi in Somalia. In realtà la Somalia era una pattumiera, non agivamo solo noi, venivano da tutte le parti.

La ‘ndrangheta organizzava i viaggi verso la Somalia?
Si.

In che periodo?
Parliamo sempre prima del ’94. Prima nell’87 e nel ’92.

Nelle sue deposizioni ha parlato anche della morte di Ilaria Alpi. Perché?
L’idea che mi son fatto è stata quella che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto quello che non doveva vedere nel porto di Bosaso, precisamente lì.

Ed è importante il luogo?
Il proto di Bosaso è dove noi abbiamo fato attraccare una nave. Allora il porto di Bosaso era particolare in quanto c’è una barriera corallina. A quei tempi era presidiata dai militari italiani. Quando arrivava qualcosa di illecito da scaricare tipo armi o rifiuti, non vedevano niente perché erano stati istruiti dai loro comandanti a girarsi dall’altra parte. In Somalia arrivavano le armi sia perché Ali Madhi oppure l’altro signore della guerra avevano sempre bisogno di armamenti nuovi. Ma anche perché transitavano per l’Eritrea, per il Kenya e arrivavano quasi tutte tra Mogadiscio e il porto di Bosaso.

L’organizzazione che gestiva le armi era anche la stessa che portata i rifiuti?
Le strutture erano sempre le stesse.

Lei partecipò direttamente all’organizzazione del trasporto?
Si. Una nave almeno, per quello che posso dire, l’ho mandata io. Organizzai la cosa dall’Italia e questi fusti furono caricati nel porto di Livorno, in uno dei pescherecci della flotta somala che era stata regalata da Craxi, ai somali, la Shifco. C’erano due navi partite contemporaneamente dal porto di Livorno con armi e circa un migliaio di bidoni di rifiuti di varia natura. 


E quindi Ilaria Alpi, secondo lei, avrebbe visto qualcosa legato a queste navi?
Io penso più che altro a qualcosa legato a uno scarico particolare. Da qualche nave, qualcosa nello scarico è andato storto. Lei ha voluto, insieme al suo cameraman, filmare questo qualcosa che poi l’ha portata a essere presa di mira…Se non erro mi sembra che alcuni suoi appunti che sono scomparsi nel percorso della salma dalla Somalia all’Italia.

Nel 1994 vennero uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Cosa ha pensato di quell’agguato?
Ho collegato dentro di me questa situazione con i traffici dei rifiuti. Però mi ero ripromesso – anche perché ero stato condizionato da qualche personaggio – di non parlare di storie di rifiuti,ma solamente di stupefacenti.

All’epoca aveva già iniziato a collaborare…
Si. Quando ho cominciato a collaborare con il dottor Macrì avevo un pensiero solo: scappare. Poi, conoscendo a fondo il dottor Macrì, la sua umanità, la sua concretezza, mi sono deciso e convinto a proseguire su quella strada lì. Pero all’inizio la mia idea era di farmi portare in un posto e fuggire. Invece non potevo tradire le aspettative e la fiducia che mi aveva dato Macrì. Una carica di umanità che mi ha colpito molto.

Lei fino al 2005 non ha voluto parlare dei traffici dei rifiuti. Perché?
Avevo avuto dal ’96 in poi tre infarti, anzi quattro, più un tumore alla vescica. Purtroppo non mi sono curato, ho tralasciato la mia salute, forse anche per una sorta di punizione verso me stesso. Quando poi ho avuto le malattie, ho detto ci lascio le penne, sto morendo. Ero convinto di morire e allora ho detto tanto vale parlare di questo. Ero poi stato di nuovo contattato da un personaggio dei servizi segreti italiani che mi disse di smetterla di parlare di queste cose, lascia stare, lascia stare, diceva. Poi mi sono detto ma che lascio stare, io muoio voglio dire queste cose…E fino adesso ancora non sono morto. Nel frattempo mi sono anche operato, ho avuto un’operazione a cuore aperto…ancora devo fare altri bypass…la mia salute è abbastanza compromessa.

Che peso ha per la ‘ndrangheta – a livello economico – il traffico dei rifiuti?
Io le posso dire che negli anni in cui ero organico io, a seconda dei carichi, della pericolosità dei carichi, si andava da una cifra (in lire) di 3-4 miliardi fino anche a 30 miliardi. Cifre importanti.

di Andrea Palladino Il Manifesto

15 settembre 2009

Report: continua l’attacco contro la Tv di informazione non controllata dal regime.

La conduttrice: «Siamo pronti a rischiare anche in proprio»

«Spero che l’intenzione di togliere la tutela legale a quelli che lavorano sul programma, quindi a tutti i miei collaboratori, rientri, perchè è difficile andare in autostrada con la bicicletta». E’ quanto afferma Milena Gabanelli, conduttrice di Report, in un’intervista su Corriere tv. «La trasmissione non salterà – replica la conduttrice – noi andiamo in onda comunque, siamo anche pronti a rischiarla in proprio».

«Da parte del servizio pubblico, inserire nel palinsesto in prima serata un programma d’inchiesta e non tutelare gli autori dicendo loro che se si apre un contenzioso "sono fatti vostri", mi sembra crudele e ingiusto, non ne vedo il senso».

Ritiene poi che siano situazioni «molto diverse – commentando il caso di Report, quello di Ballarò e quello di Boffo – se è da leggere sotto la faccia di un’unica medaglia lo interpreti chi studia questi fenomeni, io posso limitatamente parlare per quel che mi compete e conosco bene e quindi so cosa dico». Il clima in questi giorni è particolarmente pesante fa notare il giornalista del Corriere, «lo è sempre – ribadisce la Gabanelli – quando sono costretta a frequentare i corridoi ho sempre l’impressione che non si possa fare niente, ed è il motivo per il quale che io frequento soltanto la mia redazione di via Teulada, lavoro e alla fine vado in onda».

Lei è stata definita la Robin Hood della TV. Le piace questo accostamento?

Robin Hood mi è simpatico, gli accostamenti meno.

La scelta di essere una freelance. Quali sono i pro e i contro?

Decidi il tuo tempo come vuoi. Risultato lavori di più. Contro se ti ammali, se ti chiudono la bottega, se vuoi rallentare…non fatturi. Intanto gli anni passano e sei sempre precario.

Quanti processi ha subito Per quali reati? È mai capitato che una notizia che lei ha divulgato diventasse automaticamente una notizia criminis contro di lei, prima che ne fosse verificata la fondatezza?

Abbiamo 28 cause aperte fra civili e penali, il reato contestato è quello della diffamazione a mezzo stampa. Finora è solo successo che qualche magistrato aprisse un’inchiesta a seguito di notizie da noi divulgate.

Non sarebbe il caso di creare dei meccanismi legislativi ope legis per sanzionare le querele pretestuose e/o infondate?

Mi pare che sia già previsto, ma devi arrivare alla fine del processo. Sarebbe invece il caso di introdurre un filtro di accesso per le cause civili, come avviene per il penale, in modo che la causa pretestuosa non ti infili automaticamente dentro un processo che può durare anche 10 anni.

Ci sono dei casi i cui grazie alle sue inchieste si è mosso qualcosa?

I Tribunali militari che facevano 56 processi all’anno prima erano 11, dopo la puntata hanno deciso di chiuderne 8 e il 50% dei magistrati è passato alla magistratura ordinaria. Sono stati cambiati i vertici all’agenzia Sviluppo Italia.
È stata cambiata la legge sul finanziamento pubblico all’editoria.
È stata cambiata la procedura dei crediti per i dipendenti della P.A. prima bastavano 6 esami per riscattare una laurea che comprendeva 22 materie.

Delle inchieste che ha fatto qualcuna ha trovato sviluppo nelle aule dei Tribunali? In percentuale quante vanno a buon fine e quante no?

E’ difficile dirlo…a volte scopri che a distanza di anni una tal Procura aveva iniziato ad indagare. Ma non è questo il nostro obiettivo, un giornalista deve solo informare. Punto.

Come nascono le inchieste?

Le inchieste nascono grazie alle segnalazioni. La nostra Redazione riceve circa 400 mail al giorno e si va da Trento a Caltanissetta. Per avviare un’inchiesta naturalmente le segnalazioni  devono avere un minimo di consistenza, corposità, senso. Tendenzialmente Report si occupa di situazioni che rimangono negli anni.
Se ad esempio si volesse denunciare la presenza di  rifiuti tossici, una  cosa è dire che si sospetta che ci siano,  un’altra è dire che al KM x, della strada y, in occasione dei lavori di ristrutturazione del manto stradale si stanno sotterrando rifiuti tossici.
La maggior parte degli argomenti nuovi viene dal pubblico. Poi però succede che se la persona è identificabile, scompare lei, la documentazione e tutto il fascicolo.
Le inchieste migliori nascono quando chi ha sollevato il problema è uno roso dall’invidia che pensa "muoia Sansone con tutti i Filistei!!!". Mai lo spirito di giustizia o di ricerca della verità, è uno che "rosica" dall’invidia per non aver potuto mangiare un pezzo di torta…

Qual è il protocollo per richiedere un’intervista ai politici?

La maggior parte delle volte è inevitabile passare attraverso gli uffici stampa. Ti viene chiesta la lista delle domande, che però poi puntualmente non vengono lette. 

Qual’ è la top ten delle scuse con cui viene rifiutata o rimandata l’intervista?

Spesso in genere si usa la scusa di essere in viaggio all’estero, peccato che poi magari li becchi in qualche ristorante a pranzo.

Cosa direbbe a un precario del giornalismo per incoraggiarlo a proseguire il proprio lavoro?

E’ il più bel mestiere del mondo, fallo diventare uno scopo di vita. E’ richiesta tanta pazienza.

Quanto le costa dal punto di vista umano fare il suo mestiere?

E’ un mestiere che amo, quindi anche i sacrifici mi sembrano tollerabili.

Qual’è il requisito imprescindibile di un giornalista. Come ha scelto i suoi collaboratori?

L’integrità e la pazienza. I collaboratori li ho scelti per patologia compatibile.

Lei ha dichiarato in una recente intervista di non fare nulla di più di quello per cui viene pagata.

Poche persone fanno la loro parte se tutti facessero la loro non sarei considerata una "mosca bianca".

Che ragione si è data a questa defezione di massa. Pigrizia, codardia o altro?

Pigrizia, codardia, ma anche errore…nella scelta della professione.

Secondo una classifica stilata da Reporter Sans Frontieres l’Italia è un Paese semilibero, piazzandosi al 40° posto per la libertà di stampa. Ci sono degli argomenti tabù che non si possono neanche sussurraree la cui mancata conoscenza contribuisce a creare una situazione socialmente bloccata? 

Certamente, ma non credo che abbiano qualche attinenza con la libertà di stampa. Non si parla dei sindacati, del rapporto Nord-Sud, dell’influenza della Chiesa, delle migliaia di parassiti pubblici che meriterebbero il licenziamento in tronco…non si è liberi di parlare di questi argomenti perché suscitano reazioni violente e si teme il giudizio popolare. E’ una questione di cultura.

Secondo lei è più sviluppata la censura o l’autocensura?

L’autocensura. Credo che la censura sia una scusa. Preciso che io non ho mai ricevuto una censura da parte del Direttore, né mi è stato chiesto di tagliare o non mettere in onda qualcosa. Bisogna spendersi molto a dare motivazioni e discutere.
La censura comunque è poco diretta, agisce sul modo. Ti viene detto " Meglio che fai in un altro modo, forse può essere giusto levarlo."
Talvolta ti viene detto "guarda che non si capisce niente". Questo può essere vissuto come un atto censorio o no. In alcuni casi levare qualcosa ha comportato un perfezionamento del pezzo.

Il potere specula sull’ignoranza dei cittadini. Lei spesso tenta di tradurre in termini semplici questioni ostiche per i non addetti ai lavori tramite esperti o periti vari. Qual è la prima reazione quando li contatta. Le hanno mai detto di no?

Gli esperti di qualcosa di ostico sono sempre felici quando qualcuno vuole divulgare la materia di loro competenza. Sono i diretti interessati che non si fanno mai trovare!

Montanelli diceva che la corruzione comincia con un piatto di pasta. Per questo lei è così magra?

Non credo, io mangio molta pasta…anche dolci. Sono magra perché brucio in fretta e mi muovo parecchio.

Da cosa nasce il suo idealismo?

Dalla vita…e da quel che mi è rimasto di mio padre.

Volente o nolente lei è diventata un modello, un punto di riferimento, un’oasi di salvezza per tante persone. Lei ce l’ha un modello, uno scrittore, un personaggio della storia che l’ha ispirata o incoraggiata?

Mio padre, morto 16 anni fa.

Che libro ha sul comodino?

In questo momento sto leggendo Destinatario Sconosciuto.

La democrazia è fallita?

Il male di questo Paese è la sua classe politica. Io negli ultimi anni ho votato contro qualcuno e non per qualcuno. Credo che  l’Italia debba diventare un problema a Bruxelles. Devono capire che la situazione è pericolosa. Io sono per le vie legali e pacifiche. Bisogna continuare a essere incazzati. Non aspettiamo che siano gli altri a fare le cose.

di Dafne Anastasi (giurista)

14 settembre 2009

Per sanare la vita promiscua del Presidente del Consiglio si va al “do ut des” con la chiesa cattolica.

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….. Si contrappongono la decisione sulla morte dignitosa e la cura e l’accompagnamento del morente. La vita, non la morte, dovrebbe essere oggetto dell’attenzione. Vivere, non morire, con dignità. Qui l’ambiguità è massima. Proprio la riflessione laica ha sottolineato che, se la morte appartiene  alla natura, il morire è sempre più governabile dall’uomo, appartiene alla sua vita e dunque rientra nell’autonomia delle scelte di ciascuno. E non si può contrapporre la vocazione della Chiesa alla cura a una sorta di estraneità pubblica.
In questi anni sono stati proprio i laici a insistere sulla necessità di cure palliative, sull’iniqua distribuzione sul territorio di “hospices” e centri per la terapia anti-dolore, sulla complessiva necessità di servizi per le persone.
Il Governo, pronto ad approvare decreti incostituzionali per impedire l’esercizio di diritti, non ha riconosciuto quelle altre priorità, né mette a disposizione risorse adeguate. Invece è proprio qui che la presenza pubblica è necessaria, per consentire a ciascuno di fare le sue scelte.
Una strategia di libertà positiva, esattamente l’opposto delle politiche proibizioniste che si cerca di imporre attraverso il disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento già approvato dal Senato.
Nei giorni scorsi un alto prelato, sempre assai loquace, si è spinto a dire che quel testo è ottimo e che non è possibile mettere in discussione uno dei suoi punti più controversi, quello sull’alimentazione e l’idratazione forzata, perché la scienza avrebbe unanimemente concluso che non sono trattamenti terapeutici. Non è così, come è stato mille volte ricordato richiamando le posizioni delle maggiori società mediche internazionali.
Ma questi sono segni inquietanti di una volontà di chiusura che si ritrova anche nella relazione che,  nella Commissione Affari Sociali della Camera, ha avviato l’esame del disegno di legge. Una chiusura tutta ideologica, sorda alla voce dei moltissimi studiosi che hanno sottolineato le infinite sgrammaticature e contraddizioni di quel testo.
Né maggioranza e Governo vogliono trarre profitto dalle lezioni impartite dalla Corte costituzionale con due recenti sentenze che indicano quali debbano essere i rapporti tra potere legislativo, potere medico e potere individuale quando si affrontano temi che riguardano la vita delle persone.
Viene ribadito il ruolo centrale dell’autodeterminazione, per la prima volta riconosciuta esplicitamente come “diritto fondamentale” della persona.
Il consenso informato dell’interessato rimane l’ineliminabile e vincolante punto di partenza. Il legislatore deve tener conto delle << acquisizioni scientifiche sperimentali che sono in continua evoluzione>>, sì che << la regola di fondo deve essere l’autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali >>. 
Le pretese del legislatore-scienziato, che vuol definire che cosa sia un trattamento terapeutico, e del legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vengono esplicitamente dichiarate illegittime. E, al tempo stesso, la definizione dello spazio proprio delle acquisizioni scientifiche e dell’autonomia del medico viene affidata al consenso della persona, ribadendosi così il ruolo ineliminabile della volontà individuale.
Questo è il quadro costituzionale che la politica deve rispettare se vuole che le sue decisioni siano legittime. In questo modo difende anche la propria autonomia di fronte a chi vuole trasformarla in potere biopolitico che si impadronisce della vita delle persone introducendo pericolosi doveri verso la “comunità”, o in potere subordinato a imposizioni esterne.
Credo proprio che non debba essere seguito l’esempio dell’ ”amico Putin”, che tre settimane fa ha consentito alla Chiesa Ortodossa un diritto di esame preventivo di tutte le leggi che riguardano temi eticamente sensibili.

di Stefano Rodotà

11 settembre 2009

La mafia del nord

Ogni stagione ha la sua strategia di rimozione. La memoria fa male. Negli anni ’60 e ‘70 i processi di mafia si concludevano tutti con assoluzioni, gli avvocati ripetevano ‘ Ma che è sta mafia, che minchia vuol dire’. Il diniego di un fenomeno che teneva insieme potere militare, connivenza politica e affarismo imprenditoriale. Erano gli anni in cui Peppino Impastato già denunciava e irrideva il potere mafioso.

Di quella strategia riduzionista è rimasta traccia, l’ex ministro Lunardi  ricordava ‘con la mafia bisogna convivere’, come fosse una presenza ammessa, parte del paesaggio. O come Gianfranco Miccichè, sempre Forza Italia, che disse: “ Noi trasmettiamo sempre un messaggio negativo. Ad esempio, se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l’immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell’aeroporto…(dedicato a Falcone e Borsellino,ndr)”.

Oggi la strategia è più raffinata si insinua il dubbio su eroi dell’antimafia come ha fatto Gaetano Pecorella in estate con Don Peppe Diana o si cancellano le targhe, le intitolazioni come fossero cimeli, orpelli, amenità. L’ultima storia arriva da Bergamo, comune di Ponteranica. Il sindaco leghista Cristiano Aldegani rimuove la targa della biblioteca dedicata a Peppino Impastato. ‘Non è un personaggio locale’ dice il primo cittadino.

Come se la mafia fosse affar del Sud, come se Impastato non fosse un giornalista, un intellettuale, un profeta da ricordare da Lampedusa fino alla Valle D’Aosta. Un profeta. Impastato con l’arma dell’ironia e della documentata denuncia rinnegò la mafia che abitava nella sua casa, svelò l’affarismo collusivo di Cosa Nostra con la politica, la speculazione edilizia, il cemento selvaggio, si schierò con i contadini contro l’esproprio delle proprie terre. 

Il 19 si deve scendere in piazza anche per tenere viva la memoria, un esercizio ancora una volta utile per la democrazia, utile per spegnere quel ventilatore che schizza fango, pronto a cancellare le storie degli italiani migliori. Il 19 si deve chiedere di mantenere quella targa, un’occasione in più per tornare a parlare di Peppino e raccontare, come lui faceva, i nuovi intrecci su mafia e politica. E non bisogna dimenticare che la commissione antimafia con una relazione a nome del Parlamento italiano ha chiesto scusa alla famiglia Impastato per il depistaggio messo in atto da apparati dello stato. Giovanni Russo Spesa, coordinatore di quella relazione, ricorda: “ 

di Nello Trocchia www.articolo21.info
“ I leghisti sono il piedistallo servile del berlusconismo. Questo atto vuole dire che nella Lombardia dove abitava Mangano e dove c’erano connivenze tra mafia e affarismo politico e imprenditoriale, si vuole dire Impastato è un fastidio perfino con la sua memoria. Atto incostituzionale e infame”.
di Giovanni Russo Spena
 
Per saperne di più:
 
 
11 settembre 2009

Il Giornale degli imputati e dei pregiudicati.

Vignetta di theHandEbbene sì, lo confessiamo: ieri abbiamo organizzato un forum in redazione con scrittori, giornalisti, artisti e intellettuali per presentare il Fatto Quotidiano a un gruppo di persone che stimiamo, apprezziamo e speriamo di avere come collaboratori.

Fra queste, ci hanno fatto l’onore di essere presenti anche due magistrati antimafia, Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, della cui amicizia personalmente mi vanto: sono due dei migliori eredi del pool di Falcone e Borsellino, in prima linea nel pool di Gian Carlo Caselli, fra i protagonisti delle stagioni più luminose della lotta alla mafia. Se vorranno, scriveranno sul Fatto in materia di giustizia e di mafia, insieme a giuristi, costituzionalisti, esperti di diritto, partecipando al dibattito sulla legalità che in Italia è ormai riservato ai delinquenti e ai loro onorevoli avvocati.

Lo faceva Giovanni Falcone, editorialista de La Stampa e collaboratore di un programma di Rai2 sulla mafia. Lo faceva Piercamillo Davigo su La Voce di Montanelli. L’ha fatto, negli ultimi mesi, lo stesso Scarpinato sul Corriere. Lo fa continuamente Gian Carlo Caselli sui giornali che ospitano i suoi scritti. L’ha fatto Carlo Nordio su quotidiani vicini al centrodestra, anche mentre indagava sul Pci-Pds, e nessuno ha avuto nulla da obiettare: giustamente, perché in una democrazia tutti hanno il diritto, e in certi casi il dovere, di manifestare il proprio pensiero. E perché, come è giusto e interessante dare spazio ai medici nel dibattito sulla sanità e agli attori e ai registi nel dibattito sul cinema, è giusto e interessante dare spazio ai magistrati (così come agli avvocati e ai docenti universitari) nel dibattito sulla giustizia.

Non la pensa così Il Giornale della famiglia Berlusconi, diretto da Vittorio Feltri, che della democrazia ha un concetto, diciamo così, un po’ originale. Oggi ha sbattuto in prima pagina, come una notizia scandalosa, la partecipazione (peraltro silente, in veste di semplici osservatori) di Ingroia e Scarpinato al nostro forum. Titolo: “Due giudici antipremier in redazione. Nel nuovo giornale di Travaglio & C. Ingroia e Scarpinato tengono a battesimo Il Fatto, un quotidiano che fa dell’antiberlusconismo la propria linea editoriale. E poi pretendono che crediamo alla favoletta dell’imparzialità dei giudici”. Nell’articolo di Antonio Signorini, si legge una carrettata di balle: tipo che Il Fatto sarebbe “il giornale dei dipietristi”, “dichiaratamente giustizialista”, “un soggetto tutto politico emanazione di un pezzo di sinistra, quella giustizialista, che si riconosce nell’Italia dei valori”, “il nascente quotidiano vicino al movimento di Antonio Di Pietro”, “all’assemblea del quotidiano vicino a Idv, i magistrati Ingroia e Scarpinato lanciano l’allarme democratico”.

Il poveretto non sa che i due magistrati si sono limitati ad assistere a una parte del forum, senz’aprire bocca. Ma, soprattutto, non sa o finge di non sapere che il Fatto Quotidiano, come ha ribadito il direttore Antonio Padellaro ieri, “ha una sola linea politica: la Costituzione della Repubblica Italiana”. E’ comprensibile che due magistrati nella redazione di un quotidiano che si ispira alla Costituzione sgomentino certa brava gente. Stiamo parlando del Giornale di proprietà di Paolo Berlusconi, noto pregiudicato per corruzione e altri reati, e diretto da un tizio, Feltri, che ha difeso amici della mafia come Andreotti, Contrada, Dell’Utri e così via. Ma soprattutto ha fatto o fa scrivere sui suoi giornali noti pregiudicati per reati gravi, come Vittorio Sgarbi (sei mesi per truffa allo stato), Paolo Cirino Pomicino (corruzione e finanziamento illecito), Gianni De Michelis (corruzione e finanziamento illecito), Francesco de Lorenzo (associazione per delinquere e corruzione), Gianstefano Frigerio (corruzione, concussione, finanziamento illecito), Renato Farina (ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar ed è stato espulso dall’Ordine dei giornalisti perché a libro paga dei servizi segreti). E personaggi come Luciano Moggi (5 anni di interdizione dalla giustizia sportiva, 1 anno e 6 mesi in primo grado per violenza privata e minacce, imputato al Tribunale di Napoli per associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva). L’altro giorno, per dire, Il Giornale ha affidato il ricordo di Mike Bongiorno a Fedele Confalonieri (rinviato a giudizio per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset e di nuovo indagato a Milano nell’inchiesta Mediatrade prossima alla conclusione).

Ecco, è normale che il Giornale degli imputati e dei pregiudicati trovi anormale un giornale che, invece, ospita incensurati e addirittura magistrati. Ciascuno si accompagna con i propri simili. Infatti l’assenza di pregiudicati e la presenza di magistrati e incensurati al nostro forum viene definito dal Giornale “una nuova anomalia italiana”. Questi squadristi della penna tirano addirittura in ballo “la separazione dei poteri” e chiedono all’Associazione nazionale magistrati di “riprendere i due iscritti che hanno partecipato a un forum che più di parte, e politico, non si può”. Denunciano come un crimine il fatto che “i magistrati palermitani hanno una qualche idea politica” (avete capito bene: ora è vietato avere idee politiche). E auspicano – da parte nostra o da parte loro – “una qualche precisazione o smentita”.

Se questi picchiatori maccartisti sperano di costringerci a scusarci, a giustificarci, a nasconderci nelle catacombe, hanno sbagliato i loro conti. Noi siamo orgogliosi di stare dalla parte dell’antimafia e di essere amici di servitori dello Stato come Scarpinato e Ingroia, mentre il capo del governo attacca come “follia” e “cospirazione” le indagini sulle trattative fra Stato e mafia e sui mandanti occulti delle stragi del 1992-’93 e il presidente Giorgio Ponzio Napolitano tenta di frenare il Csm nella doverosa difesa dei magistrati attaccati. E saremmo ancor più orgogliosi se magistrati come loro collaborassero al Fatto Quotidiano. Vorrà dire che, per la gioia di Littorio e i suoi compari, il prossimo forum del Fatto Quotidiano lo organizzeremo in un teatro o in una piazza, e di magistrati come Ingroia e Scarpinato ne inviteremo molti altri. 

di Marco Travaglio
10 settembre 2009

G8: critiche le ong alla Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne

 

Non sono mancate le critiche delle Ong alla ‘Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne’ promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, nell’ambito della Presidenza italiana del G8.

"Nell’anno di presidenza italiana del G8, è positivo che si sia dato spazio ad un tema urgente e drammaticamente universale come la violenza contro le donne. Il prossimo passo deve essere quello di includere pienamente i diritti delle donne nell’agenda dei grandi della terra e ridare priorità all’uguaglianza tra uomini e donne, affinché le tematiche di genere non vengano considerate come di pertinenza prettamente femminile" – ha dichiarato Nasima Rahmani, responsabile del programma sui Diritti delle Donne per ActionAid in Afghanistan, intervenuta alla Conferenza internazionale. "E’ incoraggiante – ha proseguito – che nell’ambito di questa conferenza si sia dedicata una sessione intera alla violenza domestica – che si sa essere tanto diffusa quanto nascosta in tutto il mondo – ed una dedicata all’istruzione.

"Una nota di rammarico è invece da sollevare sulla questione delle risorse: non è positivo infatti che non si sia finora esplicitamente previsto un momento di verifica delle attuali risorse messe in campo dai Paesi del G8 e dalle organizzazioni internazionali per combattere la violenza contro le donne" – ha aggiunto Rahmani. "Auspichiamo che si continui a dialogare di questa tematica ancora a lungo perché l’unico modo per eliminare definitivamente la violenza sulle donne è essere uniti e parlare: il silenzio è infatti il principale complice della violenza".

Più critica la presidente di AIDOS (Associazione italiana Donne per lo Sviluppo), Daniela Colombo. "Sono allibita. Dalla prima mattinata di lavori non è emerso niente: la ministra Carfagna ha fatto dichiarazioni molto generiche, ma di violenza sulle donne ci stiamo occupando da più di 30 anni e non è uscito nulla di nuovo" – ha detto Daniela Colombo ai microfoni di Cnr Media. La presidente di AIDOS ha quindi sottolineato che "è ora di parlare di programmi concreti nell’istruzione di bambine e bambini. Si deve lavorare sui rapporti di genere fin dalla prima infanzia. Bisogna aiutare le vittime di violenza tramite il sistema sanitario, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in Italia". "Invece – ha notato – si sta distruggendo il sistema dei consultori, che era un’ottima rete per contrastare la violenza contro le donne".

La presidente di Aidos ha criticato anche l’idea di promuovere "una colazione di lavoro dell’Italia con i Paesi partner per discutere il bando delle mutilazioni genitali femminili". "L’esperienza ha dimostrato che le leggi punitive non servono, ma incidono solamente programmi seri e fondi adeguati" – ha affermato all’agenzia Asca. "Non si combatte la violenza di genere con i braccialetti bianchi – ha continuato riferendosi ai braccialetti in distribuzione in sala – quando alle spalle si ha una politica di Governo che su questi temi è vuoto di idee e di finanziamenti". L’Italia, infatti – ha notato la Colombo "nel 2008, secondo gli accordi del vecchio Governo, aveva garantito alle agenzie Onu dedicate, UNFPA e UNFEM ben 4 milioni di euro, ma oggi vi destina 500mila euro".

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque nel mondo è stata vittima di abusi fisici o sessuali nel corso della sua vita e i dati della Banca mondiale indicano che, per le donne tra i 15 e i 44 anni, il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro e incidenti.

"Per ogni donna nera che cade vittima della tratta ce n’è una bianca che si salva da uno stupro"- ha detto Isoke Aikpitanyi, 30 anni, arrivata nel 2000 a Torino con un "viaggio della speranza", oggi ex prostituta nigeriana vittima della tratta nel nostro Paese. Aikpitanyi è stata una delle relatrici della giornata intervenendo "non come intellettuale, come esperta come le tante qui oggi, ma solo come una vittima" – ha detto prima di scoppiare a piangere. La sua storia si intreccia con quella di suo marito, Claudio Magnabosco, ex cliente e oggi promotore con l’associazione ‘ Maschile pluraleche promuove una riflessione di genere sulla violenza sulle donne e sui rapporti tra uomo e donna nel sesso a pagamento.

Il primo "G8 delle donne", concepito come una conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, è stato aperto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha rivolto un severo monito contro le discriminazioni che "ci stanno allontanando dallo spirito delle Costituzione". "La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l’omofobia fa tutt’uno con la causa del rifiuto dell’intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentata dall’ignoranza, dalla perdita dei valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dei principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza della nazione democratica" – ha ammonito Napolitano.

"Se ci sono – ha osservato il Capo dello Stato – fattispecie terribili di violenza – quelle associate a situazioni di conflitto e di emergenza, o a costumi barbarici come quello delle mutilazioni genitali femminili – troppe altre si riscontrano anche in paesi moderni avanzati: la violenza sessuale nella sua forma più brutale – l’aggressione e lo stupro – ma anche le violenze domestiche e le violenze, di varia natura, nel mondo del lavoro".

"Fatti raccapriccianti" – li ha definiti il Presidente Napolitano sottolineando che continuano a verificarsi anche "in paesi evoluti e ricchi come l’Italia, dotati di Costituzione e di sistemi giuridici altamente sensibili ai diritti fondamentali delle donne". Il Presidente Napolitano ha quindi concluso osservando che: "Qualunque parte del mondo e qualunque paese rappresentiamo in questa sala, dobbiamo sentirci egualmente responsabili dell’incompiutezza dei progressi faticosamente realizzati per l’affermazione della libertà, della dignità, e della parità di diritti delle donne. E dobbiamo sentirci egualmente impegnati a perseguire conquiste più comprensive, garantite e generalizzate".

La conferenza riunisce attiviste delegate provenienti da oltre 25 Paesi diversi e si propone di "stabilire una rete di contatti e una mobilitazione internazionale per cui Roma sia solo la prima volta di un impegno fisso del G8". [GB]

www.unimondo.org

10 settembre 2009

Doña Elma e il silenzio dei desaparecidos

 

El Chal, Santa Ana municipio, Peten – Don Raul mi accompagna a visitare alcune famiglie in serissime difficoltà. Il microbus ci lascia di fronte ad una strada sterrata. La imbocchiamo. Il caldo ti divora le membra, ma il verde della giungla che si scorge in lontananza ti aiuta a sopportarlo. Arriviamo ad un piccolo cancello. Ci aspetta una casa fatta con quattro tavole di legno e il sorriso di Doña Elma. Raul mi presenta, dice che sono un compañero italiano che vive ad Horizonte e che appoggia il progetto di scuola popolare della comunità. Lei va prendere due sedie dal vicino e ci prepara due bicchieri di fresco di orzata. Le condizioni in cui vive sono proibitive. Non possiede nulla, la sua casa è piccola, non ha terra e la crisi, che qui è piuttosto la stagnante crisi di un sistema, ha definitivamente compromesso la vita dei poveri guatemaltechi.

Doña Elma è una donna concreta, e non potrebbe essere diversamente, data la sua storia personale. Ci presenta degli esempi concreti: del disagio in cui si versa da queste parti "due anni fa il gallone di olio di mais costava 35 quetzales, oggi 62; la libra di riso costava 2,5, adesso 6; una busta di sapone stava a 15, ora costa 25 quetzales. Ed io come faccio? Mangio di meno". Mangiare di meno per Doña Elma significa praticamente non mangiare. Ma qui non si tratta della solita storia della povertà, della sfortuna e del bisogno. Il Guatemala, e il Peten in particolare, è una terra ricca. Madre natura è stata generosa, la selva dispensa con generosità "dolcissimi regali", la terra produce e la densità di popolazione è assolutamente sotto la media. Ci sarebbe terra per tutti, ma come in ogni altro angolo del pianeta, c’è molta terra per pochi e qualche metro quadro per tutti gli altri.

Doña Elma ha cresciuto i suoi 5 figli da sola. Nel 1982 suo marito stava lavorando in un campo di mais, è arrivato l’esercito, se l’è caricato su una camionetta e da quel giorno non se n’è saputo più nulla. Uno dei tanti desaparecidos che concimano campi di fagioli in centramerica. Dal 1996, anno degli accordi di pace tra esercito e guerriglia, lei aspetta dallo stato il "risarcimento" che le spetta. Dice di aver consegnato tutta la documentazione ma che non riesce ormai da tempo a mettersi in contatto con l’ufficio competente. Suo marito, mi racconta più tardi Raul, che è stato tenente specializzato in comunicazione e ha combattuto con i guerriglieri, non aveva nulla a che fare con la guerriglia. Negli anni Ottanta la politica del governo era semplice. Uccidere chiunque fosse soltanto sospettato di dare supporto al movimento rivoluzionario. Questo per indurre la popolazione dei villaggi a denunciare qualunque guerrigliero e a non sostenere il movimento per non perdere la propria vita. Ma il marito di Doña Elma stava soltanto guadagnandosi, è il caso di dirlo, il suo pane quotidiano. Le chiedo come ha fatto a tirar su 5 figli da sola. Mi risponde "lottando e con tanta pazienza". E via con risate fragorose.

Tre dei suoi figli adesso lavorano e le danno una mano. Il lavoro che sono costretti a fare rattrista quanto il racconto dell’assassinio del marito. Cercano un terreno di qualche padrone, gli chiedono il permesso di lavorarlo per 3 mesi (tempo di produzione del mais, nda), il padrone "gli fa il favore di concederglielo" ma in cambio esige lavoro volontario. Al termine del raccolto – la fatica è tanta e il mais si vende a poco – i tre devono lavorare la terra del padrone, gratuitamente, piantando "pasto" per i capi di bestiame del signore. Sembra feudalesimo. E’ il Guatemala del 2009. Un paese affascinante come pochi, con gente ospitale, con campi di mais che rallegrano la vista, con piramidi maya nascoste dalla giugla e colpito da un sistema economico e sociale che ormai fa acqua da tutte le parti.

di Alessandro Di Battista  www.meltinpotonweb.com

8 settembre 2009

Perù: La catastrofe prossima ventura.

Il 70 per cento della foresta amazzonica peruviana consegnato alle trivelle. Migliaia di indios condannati alla fuga e alla morte. Sono le conseguenze del progetto di sviluppo che il presidente peruviano Alan Garcia ha lanciato per aumentare l’export di gas e di petrolio. Ma i 350 mila indios peruviani, riuniti nell’associazione Aidesep, danno battaglia. Per mesi hanno contrastato i progetti della compagnia anglo-francese Perenco che dice di voler investire due miliardi di dollari in prospezioni: ci sono state molte manifestazioni, strade e fiumi sono stati bloccati per settimane impedendo il passaggio dei mezzi della Perenco. La società ha risposto sostenendo che non esistono prove della presenza di popolazioni senza contatti con il mondo occidentale all’interno dell’area che dovrebbe essere trivellata.
Poi, il 5 giugno, a Bagua, una cittadina a 700 chilometri da Lima, è scattata una risposta violenta, il massacro chiamato la «Tienanmen peruviana». Secondo le fonti ufficiali i morti sono stati 30, di cui 23 agenti della polizia. Ma gli indios raccontano una storia diversa: una carneficina le cui tracce sono state nascoste gettando i cadaveri dei manifestanti nei fiumi. Il racconto di due giovani Belgi, Marijke Deleu e Thomas Quirynen, coinvolti negli scontri e presi di mira dai fucili degli agenti di polizia, conferma la versione più violenta degli scontri.
Il massacro di Bagua ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo sull’assalto all’Amazzonia. Una delle associazioni che si battono per i diritti degli indios,
Survival International, ha lanciato una petizione per fermare l’invasione della foresta. L’Associated Press ha raccolto la testimonianza di uno dei leader degli indios, Santiago Manuin, colpito da quattro proiettili nello stomaco a Bagua. E l’Aidesep, mentre molti dei leader indios sono scappati nella foresta per sfuggire alle minacce (sui giornali peruviani c’è anche chi ha suggerito di usare il napalm contro le popolazioni indigene), ha presentato un appello urgente alla Corte Costituzionale del paese per impedire lo sfruttamento petrolifero di una parte dell’Amazzonia conosciuta come «Blocco 67».
Ma intanto un altro rischio si sta profilando. I primi casi di contagio da influenza A hanno colpito le popolazioni indigene che hanno contatti saltuari con gli indios delle zone più interne: al dipartimento sanitario regionale di Cusco risulta che siano positivi al virus sette membri della tribù dei Matsigenka che vivono lungo il fiume Urubamba, nell’Amazzonia peruviana. Secondo Stafford Lightman, docente di Medicina presso l’Università di Bristol, «i popoli isolati non hanno difese immunitarie verso le malattie infettive che circolano nella nostra società industrializzata e sono particolarmente vulnerabili all’influenza suina. Gli effetti di una epidemia, che potrebbe colpire tutti i membri della comunità simultaneamente, potrebbero essere devastanti perché non resterebbe nessuno in grado di prendersi cura dei malati o di preparare il cibo».
di Antonio Cianciullo Blog: Eco-logica
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