Archive for gennaio, 2012

30 gennaio 2012

Il coraggio dell’upupa

Una ricorda l’altro in un modo disarmante, come se la virilità dei tratti si fosse sciolta nella delicatezza dei lineamenti femminili: ma quando guardi una, vedi (anche) l’altro. Succede, tra padre e figlia, e nel caso di Maddalena e Mauro Rostagno la più bella definizione resta quella di Adriano Sofri: «lei gli assomiglia come un ramo sottile al tronco».
Nel libro che Maddalena ha scritto con Andrea Gentile, Il suono di una sola mano, uscito a settembre per il Saggiatore, emerge un Mauro Rostagno combattivo, determinato ma anche allegro, sempre con la musica in testa, un padre che gioca e che abbraccia; un uomo inquieto dalle molte vite, che all’improvviso cambiava come si cambia un cappello, ma che non è mai arretrato davanti ai potenti e agli ingiusti. Mauro ha il coraggio e la sfrontatezza di andare per la sua strada e di ricominciare sempre: come l’upupa si ribella ai limiti e va contro natura, supplisce col talento alla mancanza di mezzi. Così si scopre giornalista per caso, quando arriva in una televisione locale di Trapani per aiutare gli ex tossicodipendenti della comunità Saman; ed è subito un giornalista eccezionale – andrà in onda soltanto per due anni, ma gli basteranno per denunciare mafiosi e intercettare traffici internazionali di armi – perché per comunicare sa usare le parole che servono ma anche il corpo, la risata, lo sberleffo. Come la volta in cui riprende una tavolata di democristiani che si abbuffano, o quando risponde a una provocazione (mafiosa) facendo il consueto editoriale mentre zappa fuori dallo studio televisivo. Mauro, nel racconto di Maddalena, raggiunge i lettori con il suo cuore pensante, come un tempo toccava chi aveva intorno. Enrico Deaglio ricorda che nel ’68 le ragazze andavano a Trento soltanto per conoscerlo; ed era così bello e carismatico che c’era chi fingeva d’essere lui per rubare le briciole del suo successo. Da Macondo all’ashram di Pune, in India, fino al baglio di Lenzi e all’ultima battaglia siciliana ritroviamo intatte la sua schiettezza, la libertà, l’essere davvero fuori da ogni schema, sempre un passo avanti.
Ma quello di Maddalena è anche un ritratto di famiglia, una storia d’amore a tre – lei, sua madre Chicca e Mauro – che non si interrompe mai, neanche nello strappo violento della morte. Perché Mauro Rostagno è stato ammazzato a 46 anni sulla strada di casa. Il 2 febbraio scorso si è finalmente riaperto il processo per il suo omicidio, a un pelo dall’archiviazione definitiva, grazie all’ostinazione del pm Antonio Ingroia e al lavoro degli agenti della Squadra Mobile di Trapani, guidati da Giuseppe Linares, che hanno trovato la prova che mancava, un segno sui bossoli rinvenuti nei delitti di mafia. Così il boss Vincenzo Virga (presunto mandante) e il sicario Vito Mazzara (presunto esecutore materiale) sono finiti alla sbarra dopo anni di “schifezze”, come le definisce Maddalena: depistaggi, negligenze e omissioni, fino allo scandalo giudiziario che nel ’96 ha portato all’arresto di Chicca Roveri – poi subito scarcerata – con l’accusa di aver organizzato lei stessa l’omicidio di Mauro. Dopo 23 anni di attesa, quando ormai familiari e amici non ci speravano più, per la prima volta è invece proprio la mafia sul banco degli imputati: «già soltanto stare in aula è un grande regalo – commenta oggi Maddalena – e il libro serve a questo, a far sapere che si è riaperto il processo».
Che riscontri hai avuto dopo la pubblicazione?
La risposta sui giornali è stata bassissima, come mi aspettavo. Ho fatto interviste con giornali locali e online, ma di grandi uscite ne ho avute solo due, “Vanity Fair” e “Il Venerdì di Repubblica”. In qualche modo lo capisco, se penso che Mauro, pur essendo appartenuto a tanti gruppi, era un giocatore libero, non faceva parte di nessuna cricca. Ricevo però messaggi da tanti ragazzi su facebook e questo è molto incoraggiante, perché quando mi scrivono vecchi amici di Mauro provo una tenerezza immensa ma un po’ lo do per scontato perché chi l’ha conosciuto non può che volergli bene, soprattutto se allora l’aveva criticato. Mi pare che la sua vita parli da sola.
Come sta andando il processo?
Siamo ancora agli inizi, ma per ora posso dire che c’è chi ha finalmente testimoniato del metodo con cui Mauro lavorava: in questi anni, infatti, sono stati in molti a denigrare quello che lui aveva fatto, ignorando la sua battaglia culturale. Poi è significativo che un carabiniere venga risentito perché ogni volta si dimentica qualcosa o ci sono incongruenze nelle sue dichiarazioni. Parlo di Beniamino Cannas, che all’epoca indicò subito la pista interna; uno che in questi anni ha sempre detto, anche in udienza, che nell’immediato non fece la perquisizione in camera di Mauro e invece – come testimonia anche mia zia – mentre mia madre era trattenuta in caserma, è andato nella stanza di mio padre a Saman. Di questa perquisizione c’è soltanto un verbale parziale e diverse cose di Mauro sono sparite nelle ore successive alla sua morte.
Anche il video sui traffici all’aeroporto di Kinisia?
Esisteva una cassetta audio con su scritto “non toccare”, che Mauro teneva sulla sua scrivania e che il mattino dopo la sua morte era sparita. E poi, appunto, ci sono alcune testimonianze che parlano di queste cassette video, che però io non ho mai visto. Resta il fatto che quando ci furono delle indagini sulle piste nei dintorni di Trapani, l’Aeronautica militare all’inizio negò e poi fu in qualche modo costretta ad ammettere che in quella zona e in quel periodo si erano effettivamente tenute delle esercitazioni militari. Quindi, che ci fosse o no la cassetta, qualcosa a Kinisia è successo.
Rostagno incontrò davvero Falcone per raccontargli quello che aveva visto?
L’incontro con Falcone ci fu perché delle persone che facevano da scorta al giudice hanno riconosciuto le foto di Mauro e di una persona che lo accompagnava. I carabinieri però non hanno ritenuto opportuno verificare l’informazione quando il giudice era ancora in vita. Il fatto che nel processo stanno già venendo fuori alcune di queste leggerezze commesse dai carabinieri è molto importante.
Emergono molte contraddizioni?
Tutte le persone che sono state sentite in questi anni stanno facendo la loro deposizione e io, dopo aver letto i verbali, ti posso dire che a oggi l’unica persona che ha sempre confermato le sue dichiarazioni è mia madre; e non parlo solo degli inquirenti, ma anche dei collaboratori, dei familiari… le carte canteranno. Dal confronto si scoprirà che di coerenza ce n’è stata molto poca da parte di tutti.
Perché questo depistaggio? Rostagno dà ancora fastidio?
Tutte le situazioni su cui mio padre stava lavorando sono ancora attuali, dal traffico d’armi ai rifiuti di scorie radioattive. E chi c’era allora nelle stanze del potere c’è ancora adesso. Poi chi voleva colpirlo aveva più “materiale”, perché di Peppino Impastato potevi al massimo dire che era un depresso, di Pippo Fava che era un femminaro, ma di Mauro si poteva insinuare che era un brigatista, che era un drogato… andava in giro col vestito rosso e coi capelli lunghi e questa sua libertà ha offerto una sponda al malcostume”. Sia Peppino Impastato che Mauro Rostagno facevano comunicazione irridendo i potenti…Nel libro non sono riuscita a evidenziare quanto mio padre fosse una persona colta e preparata: si documentava moltissimo su tutto quello in cui si impegnava e poi, però, usava un linguaggio estremamente semplice. Sapeva mettersi allo stesso livello della gente comune, facendosi capire dal ragazzo come dalla signora ottantenne, in un modo che a Trapani ha funzionato; e Trapani non avrà mai più un altro Mauro Rostagno.
Ti aspettavi di più dalla città?
Non posso dimenticare che nel ’96, quando fu fatta questa operazione atroce di accusare mia madre, Trapani – una città che sa, che ce l’ha nel sangue che Mauro è stato ucciso dalla mafia – non ha reagito. E dopo, certo, c’è stata l’importante raccolta di firme nel 2007 per la riapertura del processo, grazie all’associazione “Ciao Mauro” (diecimila in meno di un anno, ndr). Io penso che bisogna sempre ringraziare per quello che arriva e non piangersi addosso per quello che non hai avuto: oggi però la città non sta partecipando molto al processo. Quando, durante le pause, usciamo dalle udienze per andare alla panelleria davanti al tribunale, io li vedo mangiare tutti insieme, gli avvocati della difesa con gli amici e i giornalisti. Il fatto che tu poi il giorno dopo fai un pezzo sul giornale con una certa linea… hai mangiato con l’avvocato. Ma se dovessi aspettarmi qualcosa da qualcuno rimarrei delusa da tutti, perché non è mai abbastanza. Per Mauro non è mai abbastanza, anche quello che io posso fare. Le delusioni più grandi vengono comunque dalla nostra famiglia, ma questa è una cosa che chiariremo alla fine.
Ti sei esposta molto con il libro, tua sorella Monica invece è rimasta nell’ombra…
Io e Monica ci siamo davvero incontrate e amate solo dopo la morte di nostro padre. Siamo figlie di due Mauri diversi perché io e lui abbiamo vissuto insieme 15 anni, in un rapporto quotidiano, fisico, molto diretto; Monica, al contrario, anche se andava a trovarlo, di fatto è cresciuta senza il papà. Alla sua morte non abbiamo reagito allo stesso modo: lei non ha avuto una fase di rabbia nei suoi confronti, come è successo a me. Non mi permetto di giudicare, ma quello che posso dirti è che Monica non mi è stata vicina quando Chicca è stata arrestata, probabilmente perché non era stata toccata la sua mamma. Dopo abbiamo fatto la raccolta firme insieme, la metto sempre al corrente di tutto ma so che abbiamo un approccio diverso.
Da Macondo all’India e poi in Sicilia, dall’Ashram a Saman: come vivevate i cambiamenti?
Per me, bambina, succedeva tutto all’improvviso. Quando siamo diventati arancioni mia mamma è partita per l’India da sola e io, che avevo cinque anni, sono rimasta per un periodo con Mauro a Milano. Oggi che anche io ho un bambino, guardo Chicca e le chiedo «ma tu come hai fatto a lasciarmi da sola con quello lì?» Perché era un pazzo scatenato, non voglio neanche immaginare cosa mangiavo, dove mi lavavo, come mi vestivo. Mauro sicuramente aveva un suo percorso ma era anche uno che, impulsivo, diceva basta, adesso ci spostiamo. Mia mamma, che pure avrebbe desiderato una vita più stabile, ha deciso di seguirlo. In seguito mi ha confessato che avrebbe voluto una casa, una famiglia numerosa, un cane, e invece c’era Mauro e con lui queste cose non si potevano avere: ma lei aveva scelto Mauro. Mio padre ha scritto due righe molto belle sulla fine del matrimonio con la mamma di Monica e sul suo rapporto con Chicca: «sono stato più fortunato, questa volta, ma non è stato merito mio». Loro erano uniti da un grande amore ma se siamo stati una famiglia, se ho questo ricordo fisico di Mauro, se ho il suo odore, è grazie a Chicca, perché lui non si sarebbe fermato.
Lo sogni?
Io non sogno Mauro – ed ecco che qui mi escono le lacrime – non riesco a sognarlo. Chicca sogna a volte prima delle udienze, sempre cose assurde, tradimenti o anche qualche sogno romantico, e ci scherziamo su. Io no, mai, neanche una litigata.
Al processo racconti di esserti messa davanti alla camera ardente e non aver fatto entrare chi non ti piaceva.
Sono stata molto giudicata per questo. È la rabbia di cui parlavo prima: non avevo voglia di entrare ma stavo lì fuori e facevo da cagnolino, osservavo tutti guardando male quelli che non mi convincevano e a un paio ho perfino detto «tu non entri »; era il mio modo un po’ possessivo di stargli vicino. Per tre giorni non sono riuscita a guardarlo, avevo una gran paura di cosa avrei trovato, e infatti forse avrei fatto meglio a evitare. Tutti mi dicevano «è bello, è bello» e invece… il male fatto si vedeva.
Perché sei venuta a vivere a Torino?
Torino è un caso. Non è un posto che ha fatto parte della nostra vita, anche se ogni tanto ci venivamo perché c’era sua sorella Carla, e non la consideravo la città di Mauro, che peraltro parlava molto poco del passato. Ma quando Chicca è uscita dal carcere – e Saman ha approfittato della situazione per lasciarla a piedi – Luigi Ciotti le ha offerto un lavoro al Gruppo Abele. Lei allora si è trasferita, mentre io sono rimasta a Milano; poi quando è nato Pietro, dopo un anno e mezzo da mamma single, ho deciso di venire a vivere qui, perché voglio che mio figlio abbia una famiglia intorno. Adesso lavoro anche io al Gruppo Abele, all’ufficio comunicazione e stampa.
Cosa pensi di aver ereditato da tuo padre?
Abbiamo molti aspetti del carattere simili ma lui era più bravo a sfumarli: io sono il ramo piccolo. Permalosi entrambi… Pietro invece è seduttore e solare come Mauro.
Ti sei fatta carico di custodire la sua memoria. Come lo vivi?
Io non rispondo della memoria di mio padre, tutto questo lo sto facendo per me. Io amo Chicca e Mauro e posso difendere tutti e due. Quando mia mamma era in carcere stavo lì davanti, in modo che i giornalisti potessero fare le foto e scrivere «la piccola non piange, chissà come mai»; adesso che Chicca sta bene e fa la nonna lottiamo per Mauro. Non faccio politica, non ho bisogno del consenso: ho incontrato tante persone che mi stanno aiutando e con altre ho litigato. Cerco solo di fare pulizia: così come sono io, un po’ prepotente, forte del fatto che tre eravamo e tre siamo rimasti. La mancanza di Mauro chiaramente la sento e me la porterò dietro fino alla fine. Ma mia madre mi ha insegnato che voler bene non è mai togliere ma sempre aggiungere: puoi continuare ad amare, a gioire, a godere – devi – e lui è sempre con noi. C’è nell’assenza come nelle cose belle.
di Federica Tourn, ExtraTorino

Aveva un fuoco dentro

Chicca Roveri era la compagna di Mauro Rostagno; con lui – conosciuto nel ’71 ad un concerto dei Led Zeppelin – ha condiviso tutto,  dall’arancione dell’India al bianco di Saman, dagli anni palermitani segnati dall’impegno in Lotta Continua e (soprattutto) dalla nascita di Maddalena a quelli trapanesi, con i ragazzi della comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ’96 viene ingiustamente accusata di essere coinvolta nell’omicidio di Mauro e resta in carcere per undici giorni. In quell’occasione, il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo, sostenendo la pista interna a Saman, dirà: «Si doveva poter escludere il coinvolgimento effettivo di Cosa Nostra che, del delitto, non voleva e, soprattutto, non doveva essere gratuitamente incolpata.»
Come giudica il processo in corso?
È meglio di niente, anche se è un processo che si celebra tardi, perché chi ha voluto la morte di Mauro è ancora in circolazione. Trapani è uno dei santuari della mafia e uno dei suoi capi è il latitante Matteo Messina Denaro; Virga, accusato di essere il mandante, è uno che frequentava Dell’Utri, tuttora senatore della Repubblica. Mauro si era accorto degli equilibri che erano cambiati in Cosa Nostra e siccome era una persona intelligente – bisogna essere coraggiosi ma anche intelligenti, e lui lo era – mettendo insieme i fatti che osservava da giornalista faceva i collegamenti tra mafiosi e politici corrotti. Sarebbe sicuramente arrivato a definire la mappa della mafia trapanese e per questo dava fastidio. Ed era anche molto solo in questa battaglia.
Lo Stato si fa carico del bisogno di giustizia delle vittime?
Fino ad un anno fa dicevo che lo Stato per me ha già fatto molto: mi ha arrestata. Adesso qualcuno dello Stato sta
provando a fare qualcosa con il processo: allora aggiungo pazienza su pazienza e voglio dare fiducia. Ma quando penso a mia figlia, a quello che ha patito per questo Stato assente, spesso incapace, colluso o volutamente impotente, non posso che essere molto arrabbiata.
Soprattutto se si pensa che Mauro Rostagno ha servito lo Stato…
Questo non gli verrà mai riconosciuto. Mauro nella sua vita ha avuto diverse posizioni nei confronti dello Stato, non sempre di fiducia – negli anni ’70 lo Stato per noi era quello di piazza Fontana, per intenderci. Poi lui ha cambiato radicalmente idea grazie a Pio La Torre, a Pippo Fava, ad alcuni magistrati come Borsellino; ha visto, vivendo a Trapani, che l’unica speranza era credere nella legalità. È morto credendo che lo Stato fosse l’unica risposta possibile contro la mafia, quindi è davvero morto per lo Stato. Ma lo Stato non c’era ai suoi funerali, se escludi il prefetto di Trapani: non volevano nemmeno riconoscere che un ex di Lotta Continua potesse morire per un ideale. Mauro era un personaggio troppo scomodo. Non apparteneva a nessuno, era un uomo libero; se volevi stare con lui, dovevi prenderlo così. Lui avrebbe fatto comunque quello che voleva: era una persona con una carica incredibile, aveva un fuoco dentro. E poi era allegro: dopo una giornata intera di lavoro poteva arrivare a casa, a Saman, e dirmi «chiudi tutte le porte che mettiamo su una musica e balliamo».
F.T. ExtraTorino

Chicca Roveri oggi vive a Torino, vicino
alla figlia Maddalena e al nipotino Pietro,
e lavora nell’ufficio contabilità del Gruppo
Abele.

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30 gennaio 2012

Grecia, chiusa per 8 anni

Ci sono cani. E ci sono uomini randagi. Dormono vicini. Nelle strade di Atene. Nei primi rischi di inciampare. Sui secondi di posare lo sguardo, chiedendoti se tra cartoni, fuochi fatui e sacchi a pelo, di greco, non sia rimasta solo la tragedia. Mentre intorno, un sirtaki impazzito di macchine, clacson e soldati a guardia dei negozi balla senza convinzione, nella piazza della Costituzione, in faccia al Parlamento, si raccolgono firme per tornare alla Dracma.

Era la moneta della Grecia autarchica e inconsapevole. Quella del turismo anni ’80. Riemersa dall’orgia di dollari, torture e stupidità descritto da Costa Gavras: (“I militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Twain, la libertà di stampa, dire che Socrate era omosessuale…”) una patria che oggi spogliata, nuda, senza cognizione del domani, ha la lucidità del pugile in attesa del conteggio. Vetrine prese a martellate, poliziotti a presidio dei quartieri ricchi, saldi urlati a un pubblico immaginario che cammina curvo, guardando a terra, senza credere più a nulla. Bisogna sacrificarsi per rimanere in Europa, dicono quelli seri che non guidano il taxi di Kostas alle cinque di mattina.

LA GRECIA è altrove e si farà in un altro modo: 8 anni di lacrime e macelleria sociale, per un mezzo sorriso, forse, nel 2020. Per liberare un prestito di 130 milioni di euro, i burocrati dettano al premier Papademos la lista. Taglio di stipendi, libertà di licenziamento, abolizione del contratto collettivo di lavoro e tanto, tanto altro ancora. Dietro i vetri di Washington, dove lo spazio concesso alla filantropia è un piano di rientro concordato con le banche, indulgere alle astuzie mediterranee potrebbe essere rischioso. Se la politica proverà a monetizzare il dissenso in vista delle elezioni primaverili, al tavolo non mancherà una gamba, ma lo spazio per esistere. Nei vicoli stretti di Monestiraki in cui maiali passati a miglior vita riempiono l’aria abbronzandosi sul girarrosto, artigiani che plasmano il cuoio, ragionano sulla loro pelle.

Melissinos, il “poeta dei sandali”, barba bianca, riflessi hippy, uno che ha intrecciato scarpe e brandelli di filosofia per Onassis e John Lennon: “Ci siamo indebita-ti? Non è colpa nostra. Hanno mentito i politici. Alterando i conti e le nostre vite per sempre. Guadagno il 40% in meno di due anni fa. Nessuno ci salverà, ma i prossimi sarete voi italiani”. Seguono gentilezze rivolte alla Germania e alla signora Merkel, Anghela, con la g dura, placidamente paragonata ad Hitler. Sono tutti d’accordo. È colpa dei tedeschi e degli americani, con la Cia evocata in ogni discorso. Finanza e geopolitica. Complottismo e disperazione balcanica. Rassegnazione. Quando a sera, scendi negli odori della capitale, tra le rovine e la condanne di un passato luminoso, vedi un’altra Atene. Sensuale. Misteriosa. Non quella che almeno nei caffè, trascorre il giorno fumando in faccia alla crisi dalle finestre dei bistrot, ma quella di Seferis o di Kavafis, in cui morte e piacere si fondono e di notte, labbra, sensazioni e carne, si regalano un’altra occasione. Rispetto a ciò che si dice della Grecia, al coprifuoco dell’anima e all’allarmismo, è un fiume straniante e poeticamente normale. Sono ragazzi, studenti di teatro, bellezze in collisione che prima dell’abbandono, tentano di vivere la loro età. Se dovranno partire, non lo faranno osservando dietro le persiane. Anche seivecchichetrascinanoasteche sembrano croci con i biglietti della lotteria commuovono, e certe nuove immigrazioni gettate nelle vie in bilico tra dignità calpestata e romanzi criminali (Bangladesh, Iran, Sri Lanka, i neri, quasi assenti, confinati alle periferie dello spaccio semi-legalizzato) non sanno di festa ma di requiem anticipato.    Non si può pagare tutto. Non si può perdere ogni cosa a iniziare dalla giovinezza. Chi non ha voglia di mediare neanche con se stesso incendia yacht (sette, solo venerdì), assedia alberghi con gli ispettori del Fmi (cariche di fronte all’Hilton), improvvisa manifestazioni che fanno pensare che la prossima volta, qualcuno, potrebbe buttarsi a sinistra. Non nel Pasok: “Socialisti da operetta, i complici di questa disgrazia”, ti dice un agente nella via delle ambasciate (giardini, silenzio, un’enclave mimetica, una Svizzera extraterritoriale). Ma i comunisti. Saltando indietro. Perché nella sintesi forzata di un dramma collettivo, nell’illusione tradita che nel 2004 (Europei di calcio vinti, Olimpiadi, milioni sprecati per l’aeroporto) ubriacò tutti, l’utopia sembra l’unica cosa sensata.    Non è finita, comunque. Questa è la Grecia. Su un muro, una poesia. È di Panagulis. L’eroe della Resistenza. L’uomo descritto da Oriana Fallaci. Chiediamo di tradurla: Le lacrime che dai nostri occhi vedrete sgorgare/ non crediatele mai segni di disperazione/ promessa sono/ solamente promessa di lotta. Questa è la Grecia. Al funerale di Theo Angelopoulos non pioveva. Avevano tutti gli ombrelli neri. Gli dei, in cielo,sonosemprepiùmalvagi.Al passaggio del feretro li hanno aperti tutti insieme. in silenzio. Come in “Sogni” di Kurosawa, quando dal drago, dal mostro nucleare, il protagonista si difende sventolando la sua giacchetta.

di Malcom Pagani, IFQ

Atene 27 gennaio. Una delle scene sempre più frequenti. Saracinesche abbassate e povertà diffusa in centro (FOTO ANSA)

27 gennaio 2012

Formigoni: flussi di denaro da Baghdad a Vaduz

Ora l’ultima rogatoria in Svizzera (come racconta l’Espresso) ha provato che il conto elvetico che custodisce almeno 879 mila dollari versati dal gruppo Finmeccanica è intestato al tesoriere di Cl, Alberto Perego, uomo vicinissimo a Roberto Formigoni. Così la ricostruzione del sistema dei conti segreti di Cl – anzi, del gruppo dei Memores Domini di Formigoni – è pressocché completo. I Memores, nucleo d’acciaio di Comunione e liberazione, fanno voto di castità, obbedienza e povertà. Formigoni non può dunque possedere nulla in proprio, ma i soldi e i beni (in passato perfino una barca, “Obelix”) sono formalmente proprietà dell’associazione. La cassa comune, però, è sofisticata. È una misteriosa fondazione, sede a Vaduz, conti a Lucerna e Chiasso: Memalfa.

A SCOPRIRLA è stato il magistrato della procura di Milano Alfredo Robledo, indagando sul filone italiano di “Oil for food” (il programma Onu che durante l’embargo all’Iraq di Saddam Hussein permetteva di scambiare petrolio con cibo e medicine). Formigoni, in nome dell’amicizia con il cristiano Tareq Aziz, braccio destro di Saddam, ha ricevuto la più massiccia tra le assegnazioni petrolifere fatte in Italia (24,5 milioni di barili). Commercializzate da aziende suggerite da Formigoni (la Cogep della famiglia Catanese, area Compagnia delle Opere, e la Nrg Oils di Alberto Olivi). Queste, in cambio, “ringraziavano ” il governatore della Lombardia con versamenti estero su estero. La Cogep avrebbe pagato tangenti per 942 mila dollari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani. La Nrg Oils almeno 262 mila dollari. Nessuna conseguenza penale per Formigoni. A essere processato, condannato in primo grado e in appello, ma poi salvato dalla prescrizione, è il suo amico e collaboratore Marco Giulio Mazarino De Petro, intermediario tra il governatore e Saddam.

LE CARTE dell’indagine, però, ricostruiscono comunque i flussi finanziari e indicano i canali da cui sono passati i soldi. Fino a Memalfa, il cuore del sistema. La Fondazione Memalfa nasce il 15 gennaio 1992 a Vaduz, in Liechtenstein. Beneficiari economici: Alberto Perego, organizzatore e tesoriere delle campagne elettorali di Formigoni, e Fabrizio Rota, suo segretario. Lo statuto prevede che alla morte di uno dei due beneficiari il patrimonio venga assegnato all’altro e, alla morte di entrambi, alla Associazione Memores di Massagno, filiale svizzera dei Memores. Ad alimentare i suoi conti di Lucerna e di Chiasso arrivano i soldi provenienti da una società di nome Candonly (basata prima a Dublino, poi a Londra, infine in Olanda), con conti Lgt Bank di Vaduz, Bsi di Zurigo, Beirut Ryad Bank e Barclays Bank di Londra, Ing Bank di Amsterdam. In uscita, Memalfa bonifica denaro al conto Paiolo di Chiasso e, dopo il 1997, a un altro conto acceso presso la Bsi di Zurigo. Di entrambi, il beneficiario è Alberto Perego. Che soldi arrivano a Candonly, società di Perego e Rota e poi, dopo il 1997, di De Petro? Tra il 1995 e il 2001, Alenia Marconi (gruppo Finmeccanica) vi versa 829 mila dollari. Perché? Secondo il direttore di Alenia Giancarlo Elmi, sono un “ringraziamento” per un appalto da 20 milioni di dollari in Iraq, affare che però non è mai andato in porto. A Candonly arrivano poi i soldi della Cogep, che “ringrazia” Formigoni versando, dal 1998 al 2003, oltre 700 mila dollari. De Petro li giustifica come “compenso per la mia consulenza”: una relazione di tre paginette stilata nel 1996 in cui strologa di un “accordo petroil for food”.

DOPO il 2001, sui conti di Candonly affluiscono misteriosissimi soldi da Cuba e dall’Angola. Nel 2003 arrivano 50 mila euro da Agusta, spiegati come il pagamento a De Petro per la sua attività di “promozione della Agusta nell’area caraibica”. Ma De Petro, proprio nel 2003, ha non promosso, né venduto elicotteri nei Caraibi, bensì comprato un elicottero Agusta A-109 E Power: allora era presidente della Avionord, la minicompagnia aerea della Regione Lombardia.

Che fine fanno i soldi che arrivano da Alenia, Cogep, Agusta, da Cuba e dall’Angola? Una parte va su un conto cifrato presso l’Ubs di Chiasso intestato a De Petro. Una parte arriva al conto Paiolo presso la Bsi di Chiasso. Il restante affluisce su un paio di conti correnti della banca Falck & Cie di Lucerna e di Chiasso, intestati alla Fondazione Memalfa, il sancta sanctorum dei Memores Domini. Memalfa è stata chiusa nel 2001. Ci sono ora in giro per il mondo altre fondazioni, una Mem-beta o una Mem-gamma?

di Gianni Barbacetto, IFQ

Il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, Pdl (FOTO EMBLEMA)

27 gennaio 2012

iPhone e BlackBerry da tenere lontani

La penultima volta che ho letto le istruzioni è stato quando ho comprato il mio primo cellulare. Doveva essere il 1993. L’ultima volta che ho ripreso in mano un libriccino del genere, invece, coincide con il momento esatto in cui ho deciso di scrivere questo libro. Poco più di un anno fa. Non tanto perché il mio splendido iPhone fosse troppo complicato da usare, ma perché mi avevano raccontato una cosa alla quale non potevo credere. Così ero andato a verificare nel manualetto più smilzo ed elegante della storia della telefonia. A pagina 7 della Guida alle informazioni importanti sul prodotto, nel capitolo “Esposizione all’energia a radiofrequenza”, dopo aver spiegato in dettaglio dov’erano collocate rispettivamente l’antenna per la voce e quella per i dati, c’era effettivamente scritto: “Quando usate l’iPhone vicino al vostro corpo per chiamate o per trasmissione dati attraverso una rete cellulare, tenetelo ad almeno 15 millimetri di distanza dal corpo e usate soltanto custodie, clip da cintura o fondine che non abbiano parti metalliche e che mantengano almeno 15 millimetri di separazione tra l’iPhone e il corpo”.

STUPEFACENTE.

Dicevano, in pratica, che fra quel gioiellino di design e la mia testa doveva intercorrere lo spessore di un sigaro Cohiba o una moneta da un euro messa di piatto. Che è un po’ come se le istruzioni del vostro rasoio elettrico si raccomandassero di non usarlo a contatto con la pelle. O se sul flacone di smalto da unghie consigliassero di lasciar colare la tinta dall’alto e non spalmarla con il pennellino. Se no che poteva succedere? Tra gli smartphone, quanto a radiazioni, il mio non era neppure il peggiore. Il BlackBerry, apparecchio d’ordinanza dei manager e dei forzati dell’email in tempo reale, ne emetteva assai di più. La guida al modello Torch ammonisce: “Usate dispositivi hands-free (auricolari o vivavoce, nda) se disponibili e tenete il BlackBerry ad almeno 25 millimetri dal corpo (incluso l’addome di donne incinte e il basso ventre degli adolescenti) quando l’apparecchio è acceso e connesso alla rete”. Più sotto aggiungevano anche, come se niente fosse, di “ridurre la durata delle telefonate”. (…) Questo libro riguarda tutti, nessuno escluso. Ci sono attualmente nel mondo, ha calcolato l’ex dirigente Nokia Tomi T. Ahonen, 5,2 miliardi di schede telefoniche mobili attive. In cima a questa classifica ci stiamo noi. In Italia, confermava l’Eurostat ancora nel 2008 e un’indagine Ofcom alla fine del 2010, sono il 152 per cento (meglio, o peggio, di noi fanno solo gli Emirati arabi uniti, dove il rapporto è di due a uno). E chi vince nel campionato mondiale di chi possiede più smartphone rispetto alla popolazione? Avete indovinato. Sempre noi, indomiti acquirenti dei modelli più performanti e sofisticati. (…) Ecco, se fossero veri anche metà, ma diciamo pure un decimo, degli studi che segnalano rischi per la salute da un uso intensivo del cellulare, ci sarebbe da preoccuparsi non poco. E purtroppo le sperimentazioni, gli articoli scientifici e le meta-analisi che lanciano l’allarme sembrano sempre più solide.    Il loro limite, piuttosto, è di essere inevitabilmente in ritardo rispetto alla realtà. Dunque, se i pessimisti hanno ragione e la società diventerà sempre più wireless, i problemi non potranno che aumentare. Già oggi la maggior parte della scienza concorda nello stabilire un maggior rischio di cancro per chi ha usato il cellulare da mezz’ora al giorno in su, per almeno dieci anni. Non si tratta di un piccolo scarto. Per i gliomi, tumori maligni, nella più conservativa stima dell’Interphone, lo studio internazionale più ampio sull’argomento, si va da un +40 per cento a un quasi raddoppio. Mentre nei risultati dello scienziato svedese Lennart Hardell il rischio diventa doppio per chi usa il cellulare per più di 30 minuti al giorno.

CE N’È PIÙ che abbastanza per porsi delle domande e pretendere delle risposte. Il che significa anche ricordare le somiglianze storiche con altri allarmi lungamente inascoltati, primo fra tutti il rapporto tra fumo e cancro ai polmoni. Ci sono voluti quasi sessant’anni per provarlo. Ma le aziende lo sapevano da tempo. Fine della somiglianza, perché non ho la benché minima prova per sostenere che ora le aziende sappiano. Ciò che può restare identico, oggi come ieri, è il dubbio metodologico nei confronti di tutti, produttori di cellulari e operatori inclusi.

di Riccardo Staglianò, IFQ

(FOTO ANSA)

27 gennaio 2012

“Presidente sono soldi buttati”

Onorevole Presidente, ci rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo esporLe sulla base della nostra esperienza e competenza professionale e accademica. Il progetto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, inspiegabilmente definito “strategico”, non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto merci e passeggeri, non presenta prospettive di convenienza economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse pubbliche degli ingenti capitali investiti, è passibile di generare ingenti danni ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole impatto sociale sulle aree attraversate.

Diminuita domanda di trasporto merci e passeggeri.

Nel decennio tra il 2000 e il 2009, prima della crisi, il traffico complessivo di merci dei tunnel autostradali del Fréjus e del Monte Bianco è crollato del 31%. Nel 2009 ha raggiunto il valore di 18 milioni di tonnellate di merci trasportate, come 22 anni prima. Nello stesso periodo si è dimezzato anche il traffico merci sulla ferrovia del Fréjus, anziché raddoppiare come ipotizzato nel 2000. La nuova linea, tra l’altro, non sarebbe nemmeno ad Alta Velocità per passeggeri perché, essendo quasi interamente in galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h. L’effettiva capacità della nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il suo ammodernamento terminato un anno fa.

Assenza di vantaggi economici per il Paese

Per quanto attiene gli aspetti finanziari, ci sembra particolarmente importante sottolineare l’assenza di un effettivo ritorno del capitale investito. 1. Non sono noti piani finanziari di sorta. 2. Il ritorno finanziario appare trascurabile, anche con scenari molto ottimistici. Le analisi finanziarie preliminari sembrano coerenti con gli elevati costi e il modesto traffico, cioè il grado di copertura delle spese in conto capitale è probabilmente vicino a zero. 3. Ci sono opere con ritorni certamente più elevati: occorre valutare le priorità,ì come riabilitare e conservare il sistema ferroviario “storico”. 4. Il ruolo anticiclico di questo tipo di progetti sembra trascurabile. 5. Ci sono legittimi dubbi funzionali, e quindi economici, sul concetto di corridoio.    Bilancio energetico-ambientale negativo.    I costi energetici e il relativo contributo all’effetto serra da parte dell’alta velocità sono enormemente acuiti dal consumo per la costruzione e l’operatività delle infrastrutture (binari, viadotti, gallerie) nonché dai più elevati consumi elettrici per l’operatività dei treni, non adeguatamente compensati da flussi di traffico sottratti ad altre modalità. Non è pertanto in alcun modo ipotizzabile un minor contributo all’effetto serra, neanche rispetto al traffico autostradale di merci e passeggeri.

Risorse sottratte al benessere del Paese

La nuova linea ferroviaria Tori-no-Lione, con un costo totale del tunnel transfrontaliero di base e tratte nazionali, previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più), penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine all’entità della stessa manovra economica che il Suo Governo ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa. È legittimo domandarsi come e a quali condizioni potranno essere reperite le ingenti risorse necessarie a questa faraonica opera, e quale sarà il ruolo del capitale pubblico.    Sostenibilità e democrazia    L’applicazione di misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea ferroviaria Tori-no-Lione ci sembra un’anomalia che Le chiediamo vivamente di rimuovere al più presto, anche per dimostrare all’Unione europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i cittadini.    Per queste ragioni, Le chiediamo rispettosamente di rimettere in discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell’opera. Non ci sembra privo di fondamento affermare che l’attuale congiuntura economica e finanziaria giustifichi ampiamente un eventuale ripensamento e consentirebbe al Paese di uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese.

Con viva cordialità e rispettosa attesa,

Sergio Ulgiati, Università    Parthenope, Napoli    Ivan Cicconi, Esperto di    infrastrutture e appalti pubblici.    Luca Mercalli, Società    Meteorologica Italiana    Marco Ponti,    Politecnico di Milano

27 gennaio 2012

Benedetta corruzione

Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa – rivelati dal suo stesso presidente – e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.

EPPURE il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato. Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio delPapaedelGiornalediBerlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili. Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.

E PECCATO anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemicatraViganòeisuoidetrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto. Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno. Infine minacciava : “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto.

di Marco Lillo, IFQ

27 gennaio 2012

La legge della giungla

Il 2 giugno 2009, festa della Repubblica e giorno del pestaggio di un quindicenne ad opera di una squadretta di picchiatori fascisti, punito per non essersi adeguato al rito dei saluti romani, il Fatto non esisteva ancora. Se fossimo esistiti avremmo naturalmente pubblicato la notizia con la stessa evidenza con cui l’abbiamo pubblicata due anni e mezzo dopo, ma resta da capire per quali misteriosi motivi la stampa italiana al completo decise di ignorare un episodioditale,enormegravitàchefucomecancellato risultando, dunque, come mai avvenuto. Ed ecco Luca, “pestato con ferocia inaudita” dai “teppisti neri” che dopo l’irruzione in un condominio privato “hanno infierito su di lui per mezzo di pugni, calci, colpi di casco mirando prevalentemente alla testa, fino a ridurlo una maschera di sangue” leggiamo nella coraggiosa lettera che Marida Lombardo Pijola, madre di uno degli amici del ragazzo, scrisse tre giorni dopo l’accaduto al sindaco di Roma Gianni Alemanno, invitandolo a un gesto contro la brutalità e che non ricevette mai risposta alcuna. Alemanno, appunto, padre di un altro ragazzo presente alla spedizione selvaggia organizzata per “difendere l’onore” del Blocco Studentesco, movimento di estrema destra nella cui lista Alemanno jr. è stato eletto, nel novembre scorso, rappresentante nel suo liceo. Furono carica e peso politico di cotanto genitore a suggerire l’immediata archiviazione della notizia da parte di tutti i giornali (sull’altra subitanea archiviazione,quellagiudiziaria,sembracheilpmpossa ripensarci dopo l’inchiesta pubblicata sul nostro giornale da Marco Lillo e Ferruccio Sansa)? O è stata la minore età dell’Alemanno rampollo e di altri partecipanti al pestaggio a suggerire alla stampa una cautela che sa di candeggina? A questo proposito è francamente indecente che la famiglia del cosiddetto primo cittadino (con il coro dei Cicchitto e delle Carfagna) si faccia scudo della Carta di Treviso, che giustamente tutela l’identità dei minori nei fatti di cronaca, per attaccare l’inchiesta del Fatto. Essendo evidente a tutti che se non si fosse scritto che quel giorno tra i camerati del blocco nero c’era anche il ragazzo Alemanno non si sarebbe potuto dare conto del silenzio e dell’inattività del padre e della madre. Infine, a parte il Corriere della Sera (e il Messaggero a pag. 37 in cronaca), intorno a questo vergognoso caso che intreccia violenza, omertà, arroganza e disinformazione ancora una volta tutto tace. Così Luca e i suoi amici, bastonati e minacciati impareranno una buona volta che in Italia impera una sola vera legge: la legge della giungla.

di Antonio Padellaro, IFQ

27 gennaio 2012

Passeraset

Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul resto d’Europa, anche l’Italia ha la sua legge sull’emittenza: la Mammì, detta anche “Polaroid” perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammì, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d’accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c’entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galliani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. I quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip li assolve: i fatti sono “pressoché indiscussi”, ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel ‘94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel ‘97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel ‘99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D’Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante. Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l’80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge “beauty contest”, che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l’Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l’annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all’asta. Chi mente? Passera o l’Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell’Agcom Guido Stazi: “L’argomento è importante, complesso e delicato e merita… un colloquio diretto tra il vertice dell’Autorità e, personalmente, il ministro” (dunque Passera non ha parlato con l’Agcom). Conclusione: “Occorrerebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181” dell’Agcom, quelle che han “reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l’asta recentemente conclusa”. Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l’indicazione dell’Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel ‘92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent’anni?

di Marco Travaglio, IFQ

26 gennaio 2012

A Monti una maggioranza che vale 900 miliardi

Da ieri Mario Monti non è più un tecnocrate, un “podestà straniero”, per usare un’espressione montiana. Ma è un premier a tutti gli effetti, con una solida maggioranza politica almeno su quello che più conta in questo momento: la politica europea. Alla Camera il premier incassa 468 voti a favore di una mozione sull’Unione europea, primi firmatari due deputati del Pd, Da-rio Franceschini e il responsabile del partito per l’Europa, Sandro Gozi. È un atto privo di effetti concreti, ma che serve a chiarire la posizione del Parlamento. “L’approvazione della mozione unitaria è un risultato importante”, fa sapere subito il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

PUÒ SEMBRARE una di quelle incomprensibili vicende procedurali da Montecitorio, ma si tratta davvero di una svolta. Lo spiega anche Monti al Senato, dove è stata approvata un’analoga mozione: “Finora ho informato il Parlamento ex post, riferendo sugli incontri europei, oggi il coinvolgimento avviene ex ante”. E questo ha due scopi: permettere a Monti di presentarsi in Europa con la forza negoziale che deriva dall’avere alle spalle una maggioranza compatta e rafforzare la credibilità delle sue promesse alla luce del fatto che i partiti si sono impegnati, con un voto parlamentare, a rispettarle anche per l’avvenire. Il punto cruciale è il six-pack di cui, per la prima volta, si discute apertamente in Parlamento con toni proporzionati alla severità di questo pacchetto di regole europee: nei prossimi anni il patto di stabilità rafforzato Euro Plus prevede che tutti i Paesi debbano ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil. Il nostro Pil è circa 1.500 miliardi, il debito è 1843, siamo fuori di oltre 900 miliardi. Significa, potenzialmente, manovre di 45 miliardi ogni anno. Certo, la crescita (che non c’è) e l’inflazione possono rendere meno gravoso il compito, e i “fattori rilevanti” da considerare – Monti li sta negoziando – ammorbidiranno ancora il conto. Che sarà comunque di almeno 20-25 miliardi. “Venir via dal debito nel modo matematico che inavvertitamente abbiamo sottoscritto è impossibile. Non si possono rispettare impegni impossibili e mettere l’Italia di fronte all’impossibile significa metterci l’Europa. So che lei, presidente , si sta battendo per questo”, lamenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Poi però vota la mozione che si limita a chiedere un rientro morbido dal debito, ma non lo contesta certo. La mozione, infatti, chiede al governo di impegnarsi affinché “senza mettere in dubbio il risultato finale di rientro nei parametri di convergenza europei, eviti automatismi e rigori eccessivi, tenga in considerazione l’impatto del ciclo economico, nonché attribuisca forte rilevanza ad una serie di ulteriori fattori rilevanti come il risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico”. Finora in Parlamento non si era mai votato su questo tema, il six pack era stato materia soltanto dei governi. Gli altri punti della strategia europea che i partiti avallano li chiarisce lo stesso Monti: spingere sul mercato interno, ottenere un rafforzamento del Fondo salva Stati permanente (Esm) da 500 ad almeno 750 miliardi (di nuovo bocciato dalla Germania ieri), e “un riflesso del nostro impegno su una ragionevole riduzione dei tassi di interesse sul debito”. Qui serve la traduzione che, un po’ brutalmente, suona così: cara Germania, abbiamo fatto i compiti a casa ora lascia che la Bce di Mario Draghi intervenga sul mercato del debito per far crollare lo spread (un po’ più basso del solito, ma ancora attorno a 400 punti). Però non può essere l’europeista Monti a dare l’impressione di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce e quindi precisa: “Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri”.

UN TIPO di dibattito un po’ esoterico per il Parlamento. Al Senato i banchi del Pdl sono praticamente vuoti, il Pd è presente in forze ma un po’ intontito, i senatori si ricordano di fare il primo applauso dopo oltre un quarto d’ora che il premier sta parlando. Soltanto la Lega prova a dissentire, ma la polemica sul six pack non è la più congeniale per l’eloquio lumbard, si concentra sul tema delle “radici cristiane” dell’Europa e riesce perfino a far approvare un pezzo della propria mozione. L’impressione ieri in Parlamento era che i partiti stessero firmando un assegno in bianco a Monti, lo dice perfino il segretario del Pdl Alfano: “Anche questa volta abbiamo messo l’Italia davanti a tutto, prima degli egoismi di parte perché quando è in gioco l’interesse dell’Italia nei rapporti con l’Europa noi indossiamo maglia nazionale e giochiamo tutti insieme”. E sul sito di Radio Padania Libera il 63 per cento dei 3635 partecipanti a un sondaggio (non statistico) si dicono “molto soddisfatti” dell’operato del governo finora. Egemonia montiana.

di Stefano Feltri, IFQ

Le proteste di Roberto Calderoli (Lega) al Senato dopo l’intervento di Monti (FOTO ZIP)

26 gennaio 2012

L’orgettina

Nascosti dietro i tecnici, in uno dei loro più riusciti travestimenti, i politici autonominati vivono una stagione di libidine sfrenata. In Parlamento non vanno mai (le aule sono deserte, tanto non c’è niente da votare). Qualunque porcata facciano non se ne accorge nessuno. E hanno un sacco di tempo libero per dare sfogo alla perversione più inconfessabile: l’inciucio, sogno proibito di una vita, che negli anni passati li costrinse a spericolati e clandestini Kamasutra per non farsi notare dagli elettori. Ora invece, dietro il trompe l’oeil montiano, sono come topi nel formaggio: possono scatenarsi, come quei sadomasochisti repressi che trovano finalmente il coraggio dell’outing in gita premio a Sodoma e Gomorra. E allora vai con l’orgia, anzi al momento l’orgetta, sulla giustizia. Ad apparecchiare il talamo a tre piazze Pdl-Pd-Udc è Il Messaggero, quotidiano del gruppo Caltagirone, con la scusa della solita “riforma della giustizia” (non bastando le cento e più varate, con i risultati noti a tutti, negli ultimi 18 anni). L’idea l’ha lanciata sul Messaggero un osservatore neutrale: Casini, che incidentalmente di Caltagirone è il genero. L’indomani gli ha risposto, sempre sul Messaggero, il presunto segretario del Pdl Alfano. Poteva mancare a questa soave corrispondenza di amorosi sensi il contributo di Violante? No che non poteva. Infatti ieri è arrivato anche lui: “Per anni siamo vissuti fra due opposti giacobinismi”, ha detto, mettendo sullo stesso piano i magistrati che tentano di far rispettare le leggi e i politici che le violano o le cambiano a proprio uso e consumo. Ma ora “basta alibi, cambiare la giustizia si può”, anche perché ora “abbiamo la fortuna di avere un ministro competente, capace, onesto e stimato”. Cioè l’avvocato Paola Severino, casualmente fino a due mesi fa difensore di Caltagirone, condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per la scalata Unipol-Bnl (insider trading e ostacolo alla Consob). Il genero Piercasinando propone sul giornale del suocero di “chiudere vent’anni di contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo”. Lui i processi ai politici che rubano e mafiano (in gran parte amici suoi) li chiama “contrapposizione”. E vorrebbe chiuderli col disarmo bilaterale: dei politici ladri e mafiosi, ma anche dei giudici che li hanno scoperti (“La politica deve fare autocritica, ma pure il mondo della magistratura deve riflettere su certi eccessi”). E poi con una bella legge contro le intercettazioni, “su cui si deve raggiungere un equilibrio di civiltà”. Violante, sul disarmo bilaterale, concorda: “Il magistrato non è il custode della moralità… Molte volte la magistratura, esercitando un compito improprio, è stata costretta a intervenire sulla politica”, mentre è “l’elettore il selezionatore della classe politica”. Cioè: se un magistrato scopre un politico a rubare o a mafiare, deve ritirarsi in buon ordine perché non è compito suo indagare: deve lasciarlo fare agli elettori, che naturalmente non sanno nulla. In più, a giudicare i magistrati in sede disciplinare, non dovrà più essere il Csm, ma un’“alta corte di giustizia” nominata dal Parlamento, cioè dai politici, che così potranno processare i magistrati. Invece i magistrati che processano i politici “esercitano un compito improprio”. E, se questa è la posizione del Pd, siamo a cavallo. Al confronto, Angelino Jolie è una mammoletta: sulle intercettazioni teme che “il testo da me proposto non potrà ottenere la convergenza del Pd”. Uomo di poca fede: con i Violante tutto è possibile. Del resto, sulla svuotacarceri Severino, il Pd s’è già rimangiato la richiesta di abolire l’ex-Cirielli (il Pdl non vuole) e ha digerito senza un ruttino la trovata del Pdl di escludere dai benefici scippatori, ladri e rapinatori: cioè quelli che davvero affollano le carceri, mentre restano compresi i colletti bianchi, che in carcere non ci sono ma potrebbero presto finirci. Compreso Caltagirone, che in caso di condanna definitiva, rischiava di finire dentro. Invece scampato pericolo, grazie alla legge firmata dal suo ex avvocato divenuto ministro. Libidine pura.

di Marco Travaglio, IFQ

19 gennaio 2012

Anti-camorra porta a porta

Bisogna eliminare il legame tra povertà e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli. Napoli-dispersione: binomio quasi automatico. Scampia – come Zen a Palermo – luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra. Alla presenza della cittadinanza locale – bambini inclusi –, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano – stretta di mano e bacio sulle labbra – il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan. E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona. Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.

NON È LA rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità siano le stesse. Non fa ridere. Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo. È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta. Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento. Ma tutto tace. Insensibilità o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione. Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che – in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) – fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate – e più disperse – d’Italia. Questo presidio di civiltà – la scuola – è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni. Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.

PROFUMO ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”. Aspettiamo. L’Italia è una, ma le sue realtà sono molte. Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società, l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità, coinvolgimento. E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità, alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro. Quale forza d’impatto può avere la scuola – anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età, partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità organizzata e dell’anti-Stato? Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione? Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà, la dignità della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità che tutela e che va tutelata. Molti bambini di Napoli – come in altre parti di Italia – hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità di credere nella legalità.    Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà? Fino a quando si perpetrerà lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

di Marina Boscaino, IFQ

19 gennaio 2012

I beauty contest è vivo e lotta insieme a Passera

Una truffa che si rispetti è dura a morire. E il beauty contest, la gara che regala le frequenze televisive, riappare a sorpresa mentre dicono sia spacciata. Il ministro Corrado Passera pronuncia poche e indefinibili parole a Montecitorio, che i partiti di centrosinistra accolgono con giubilo interpretando male le sue dichiarazioni: “È mia intenzione rendere partecipe il Consiglio dei ministri, previsto per venerdì (domani, ndr), delle decisioni che intendo assumere”. Soltanto che il ministro per lo Sviluppo economico, per adesso, ancora deve prenderle queste decisioni. Fonti del ministero precisano: “Non è detto che il beauty contest sia sospeso, è solo una delle ipotesi. In queste settimane abbiamo raccolto numerosi pareri valutando la procedura d’infrazione europea che resta aperta, non sappiamo che tipo di provvedimenti saranno presi né i tempi previsti”.    Il beauty contest che resiste è una cattiva notizia per le casse pubbliche con i 4 miliardi che si possono ricavare con un’asta al rialzo, ma è un buon segnale per le aziende (Mediaset, Rai, La7) che aspettano di ricevere nuovi canali del digitale terrestre senza spendere un euro. Sarà felice Pier Silvio Berlusconi che, per puro caso o per felice coincidenza, è intervenuto qualche giorno fa su La Stampa per ammonire il governo: “Pensare a un’asta non solo sarebbe ingiusto e iniquo, perché in tutta Europa si è proceduto con assegnazione gratuita. Ma sarebbe anche non realistico: per il business televisivo il vero problema non sono le frequenze, ma i pesanti investimenti per creare contenuti competitivi di livello. Lo dice il mercato, non noi”. E quel che dice Berlusconi junior si riflette nel continuo tergiversare del ministero che, a parte una dozzina di annunci pubblici, non ha mai ufficialmente bloccato le procedure di assegnazione. Che vanno avanti, che stanno per toccare il punto di non ritorno: la commissione che deve giudicare le candidature di Mediaset, Rai e La7 aspetta la relazione dei periti dell’Istituto Bordoni, dopodiché la graduatoria, che indica chi sceglie per primo i multiplex (pacchetti di frequenze), sarà consegnata al ministero. Come farà Passera, poi, a comunicare che quei documenti sono carta straccia?    L’avvocato Giorgio D’Amato è uno dei tre giudici che presiedono il beauty contest,    per mesi ha lavorato a vista, cercando di interpretare il governo Monti che prometteva di smontare il concorso truffa, ma indugia sempre per qualche motivo. Adesso che i partiti di centrosinistra organizzano il funerale del beauty contest, l’avvocato D’Amato conferma al Fatto che il meccanismo ideato dall’ex ministro Paolo Romani è ancora vivo e vegeto, funziona perfettamente: “Noi stiamo svolgendo il compito per cui siamo stati nominati. E stiamo per ricevere il parere dell’advisor (l’istituto Bordoni), l’ultimo passo prima di trasmettere i nostri giudizi al ministero”. Domani in Consiglio dei ministri arriva il pacchetto liberalizzazioni, se il beauty contest ne uscirà illeso, si scoprirà immortale. Dopo sarà troppo tardi. E per Mediaset troppo bello per crederci.

di Carlo Tecce, IFQ

Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera (FOTO LAPRESSE)

19 gennaio 2012

Meglio lo Scalfari-1 che lo Scalfari-2

Eugenio Scalfari mi fa la carineria di replicare su Repubblica al mio articolo dell’altroieri (“Scalfarendum”). E sostiene che non c’è contraddizione fra il suo sostegno al referendum Segni del ‘91 sulla preferenza unica e il suo plauso alla Consulta che “ha giustamente bocciato” il referendum Parisi-Segni-Di Pietro. Motivo: “I referendum elettorali sono ammissibili se si limitano a modificare la legge elettorale sopprimendone una frase ma lasciandone in piedi l’impianto. Questo fu il referendum di Segni: si limitava a portare i voti di preferenza da 5 a 1”, mentre “abrogare una legge elettorale non si può”. Nulla dice Scalfari a proposito dell’unica frase che contestavo del suo articolo di domenica: “I referendum elettorali andrebbero esclusi come quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta”. Una frase che contraddice platealmente le campagne di Scalfari in favore dei referendum elettorali del 1991 e del ‘93. Già, c’è anche il referendum del ‘93, che trasformò il sistema da proporzionale a uninominale (altro che “lasciarne in piedi l’impianto”!). Ma del referendum Segni del ‘93, che Scalfari sostenne con enfasi e passione come ho documentato nel mio articolo, Scalfari non parla. Perché? Per non entrare di nuovo in contraddizione con se stesso. Il referendum del ‘93 non “sopprimeva una frase” della legge elettorale precedente : cancellava di fatto quella del Senato, infatti costrinse il Parlamento a riscriverla da cima a fondo, col Mattarellum, anche per la Camera. Se dunque i sostenitori del referendum bocciato dalla Consulta sono “qualunquisti demagoghi”, come definire chi, il giorno della vittoria referendaria del ‘93, titolò a tutta prima pagina “L’Italia s’è desta”?

di Marco Travaglio, IFQ

19 gennaio 2012

La polveriera dei “Forconi”: estrema destra, mafia e massoneria dietro la rivolta dei Tir

Il porto di Palermo bloccato da decine di tir, gli scaffali dei supermercati vuoti e i distributori a secco da tre giorni: la protesta dei Forconi arriva a Palermo, cresce l’emergenza e sale la tensione sul fronte dell’ordine pubblico, dopo le parole del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, che ha denunciato “evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo” e la presenza di “realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto”. Stamane a palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione, è convocata una riunione di prefetti per un esame complessivo della situazione.    E se il Codacons denuncia il rischio speculazioni “con possibili aumenti dal 10 al 50%” dei generi alimentari e la benzina schizzata fino alla soglia di 1,8 euro, chiedendo la vigilanza della Guardia di finanza e la mediazione del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri “affinché si possa trovare una soluzione valida al problema”, l’allarme di inquinamenti politico-mafiosi è stato lanciato da un cartello di associazioni produttive, da Confartigianato a Confcommercio che in una lettera a Monti hanno scritto: “Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, e di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità, organizzata e non”. Posizione condivisa da Lo Bello, secondo cui il problema della Sicilia “è la sua classe dirigente, pronta a cavalcare la ribellione con pelose strumentalizzazioni: stupisce che domani (oggi, ndr) Lombardo riceverà i protagonisti della protesta, noi attendiamo ancora una convocazione”.    E anche lo storico Giuseppe Casarrubea invita a non sottovalutare la protesta: “In momenti di crisi in Sicilia affiora sempre il ribellismo incontrollato, che ha modalità e finalità di destra, a volte estrema – dice – i forconi richiamano le forche, strumenti di giustizia reazionaria e spesso eversiva”. Non a caso i riflettori della Digos si accendono dietro le quinte della protesta, tuttora abbastanza pacifica, dove si agitano gli esponenti di Forza Nuova accanto ai volti vecchi della peggiore politica siciliana delle clientele e degli scambi di voto. Ormai non è più solo un’adesione “di sostegno”, ma una vera partecipazione diretta, quella del movimento di Roberto Fiore: a Modica, dove i manifestanti hanno il sostegno dell’Mpa e di Grande Sud, a coordinare la protesta è Angelo Sannito, aderente a Forza Nuova, assieme a Concetta Spadaro, moglie di Angelo Zappia, direttore di un giornale che si chiama Terzo Occhio, di ispirazione esoterica.    E in quella zona vengono denunciate minacce ai commercianti che non aderiscono alla protesta, con intimazioni ad abbassare le saracinesche. E Forza Nuova piace molto anche a un altro leader della rivolta dei “Forconi”, che ieri hanno bloccato gli accessi del porto di Palermo: Martino Morsello, assessore a Marsala negli anni ‘80 per il Psi, candidato alle elezioni regionali del 2008 per una lista collegata a Raffaele Lombardo. Era il titolare di un’azienda di prodotti ittici poi chiusa, nel maggio dello scorso anno è stato tra i relatori al convegno di Forza Nuova a Terni sull’usura bancaria. In quell’occasione schierò i Forconi con Forza Nuova dichiarando: “Noi non partecipiamo ai convegni degli altri partiti, perché pensano di spartirsi, come si dice in Sicilia, il porco, continuando a dominare la scena politica. Il mio augurio è che con Forza Nuova si possa fare un passo avanti in questo sistema di politica corrotta”. Un’adesione convinta anche della figlia Antonella, che è dipendente della sezione di Terni di Forza Nuova. E se l’apartiticità del movimento si sta lentamente frantumando dietro regie più o meno occulte che soffiano sul fuoco della disperazione di migliaia di agricoltori e autotrasportatori siciliani ridotti allo stremo, tra gli improvvisati leader della protesta c’è persino un nobile, il duca Onofrio Carruba Toscano presidente dell’Aiase (Accademia Italiana Alta Scuola Equestre), che ieri ha marciato a cavallo assieme ad altri cavalieri su Palermo, da Villafrati, un paese a 30 chilometri circa dal capoluogo, dicendosi pronto ad andare a Roma sul proprio destriero. Nel 2002 la sua società, la Wonder, organizzò due concorsi equestri a Palermo, ma i vincitori non vennero mai pagati: “Per la pessima gestione del budget”, dissero all’assessorato regionale al Turismo.

di Giuseppe Lo Bianco, IFQ

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

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