Il coraggio dell’upupa

Una ricorda l’altro in un modo disarmante, come se la virilità dei tratti si fosse sciolta nella delicatezza dei lineamenti femminili: ma quando guardi una, vedi (anche) l’altro. Succede, tra padre e figlia, e nel caso di Maddalena e Mauro Rostagno la più bella definizione resta quella di Adriano Sofri: «lei gli assomiglia come un ramo sottile al tronco».
Nel libro che Maddalena ha scritto con Andrea Gentile, Il suono di una sola mano, uscito a settembre per il Saggiatore, emerge un Mauro Rostagno combattivo, determinato ma anche allegro, sempre con la musica in testa, un padre che gioca e che abbraccia; un uomo inquieto dalle molte vite, che all’improvviso cambiava come si cambia un cappello, ma che non è mai arretrato davanti ai potenti e agli ingiusti. Mauro ha il coraggio e la sfrontatezza di andare per la sua strada e di ricominciare sempre: come l’upupa si ribella ai limiti e va contro natura, supplisce col talento alla mancanza di mezzi. Così si scopre giornalista per caso, quando arriva in una televisione locale di Trapani per aiutare gli ex tossicodipendenti della comunità Saman; ed è subito un giornalista eccezionale – andrà in onda soltanto per due anni, ma gli basteranno per denunciare mafiosi e intercettare traffici internazionali di armi – perché per comunicare sa usare le parole che servono ma anche il corpo, la risata, lo sberleffo. Come la volta in cui riprende una tavolata di democristiani che si abbuffano, o quando risponde a una provocazione (mafiosa) facendo il consueto editoriale mentre zappa fuori dallo studio televisivo. Mauro, nel racconto di Maddalena, raggiunge i lettori con il suo cuore pensante, come un tempo toccava chi aveva intorno. Enrico Deaglio ricorda che nel ’68 le ragazze andavano a Trento soltanto per conoscerlo; ed era così bello e carismatico che c’era chi fingeva d’essere lui per rubare le briciole del suo successo. Da Macondo all’ashram di Pune, in India, fino al baglio di Lenzi e all’ultima battaglia siciliana ritroviamo intatte la sua schiettezza, la libertà, l’essere davvero fuori da ogni schema, sempre un passo avanti.
Ma quello di Maddalena è anche un ritratto di famiglia, una storia d’amore a tre – lei, sua madre Chicca e Mauro – che non si interrompe mai, neanche nello strappo violento della morte. Perché Mauro Rostagno è stato ammazzato a 46 anni sulla strada di casa. Il 2 febbraio scorso si è finalmente riaperto il processo per il suo omicidio, a un pelo dall’archiviazione definitiva, grazie all’ostinazione del pm Antonio Ingroia e al lavoro degli agenti della Squadra Mobile di Trapani, guidati da Giuseppe Linares, che hanno trovato la prova che mancava, un segno sui bossoli rinvenuti nei delitti di mafia. Così il boss Vincenzo Virga (presunto mandante) e il sicario Vito Mazzara (presunto esecutore materiale) sono finiti alla sbarra dopo anni di “schifezze”, come le definisce Maddalena: depistaggi, negligenze e omissioni, fino allo scandalo giudiziario che nel ’96 ha portato all’arresto di Chicca Roveri – poi subito scarcerata – con l’accusa di aver organizzato lei stessa l’omicidio di Mauro. Dopo 23 anni di attesa, quando ormai familiari e amici non ci speravano più, per la prima volta è invece proprio la mafia sul banco degli imputati: «già soltanto stare in aula è un grande regalo – commenta oggi Maddalena – e il libro serve a questo, a far sapere che si è riaperto il processo».
Che riscontri hai avuto dopo la pubblicazione?
La risposta sui giornali è stata bassissima, come mi aspettavo. Ho fatto interviste con giornali locali e online, ma di grandi uscite ne ho avute solo due, “Vanity Fair” e “Il Venerdì di Repubblica”. In qualche modo lo capisco, se penso che Mauro, pur essendo appartenuto a tanti gruppi, era un giocatore libero, non faceva parte di nessuna cricca. Ricevo però messaggi da tanti ragazzi su facebook e questo è molto incoraggiante, perché quando mi scrivono vecchi amici di Mauro provo una tenerezza immensa ma un po’ lo do per scontato perché chi l’ha conosciuto non può che volergli bene, soprattutto se allora l’aveva criticato. Mi pare che la sua vita parli da sola.
Come sta andando il processo?
Siamo ancora agli inizi, ma per ora posso dire che c’è chi ha finalmente testimoniato del metodo con cui Mauro lavorava: in questi anni, infatti, sono stati in molti a denigrare quello che lui aveva fatto, ignorando la sua battaglia culturale. Poi è significativo che un carabiniere venga risentito perché ogni volta si dimentica qualcosa o ci sono incongruenze nelle sue dichiarazioni. Parlo di Beniamino Cannas, che all’epoca indicò subito la pista interna; uno che in questi anni ha sempre detto, anche in udienza, che nell’immediato non fece la perquisizione in camera di Mauro e invece – come testimonia anche mia zia – mentre mia madre era trattenuta in caserma, è andato nella stanza di mio padre a Saman. Di questa perquisizione c’è soltanto un verbale parziale e diverse cose di Mauro sono sparite nelle ore successive alla sua morte.
Anche il video sui traffici all’aeroporto di Kinisia?
Esisteva una cassetta audio con su scritto “non toccare”, che Mauro teneva sulla sua scrivania e che il mattino dopo la sua morte era sparita. E poi, appunto, ci sono alcune testimonianze che parlano di queste cassette video, che però io non ho mai visto. Resta il fatto che quando ci furono delle indagini sulle piste nei dintorni di Trapani, l’Aeronautica militare all’inizio negò e poi fu in qualche modo costretta ad ammettere che in quella zona e in quel periodo si erano effettivamente tenute delle esercitazioni militari. Quindi, che ci fosse o no la cassetta, qualcosa a Kinisia è successo.
Rostagno incontrò davvero Falcone per raccontargli quello che aveva visto?
L’incontro con Falcone ci fu perché delle persone che facevano da scorta al giudice hanno riconosciuto le foto di Mauro e di una persona che lo accompagnava. I carabinieri però non hanno ritenuto opportuno verificare l’informazione quando il giudice era ancora in vita. Il fatto che nel processo stanno già venendo fuori alcune di queste leggerezze commesse dai carabinieri è molto importante.
Emergono molte contraddizioni?
Tutte le persone che sono state sentite in questi anni stanno facendo la loro deposizione e io, dopo aver letto i verbali, ti posso dire che a oggi l’unica persona che ha sempre confermato le sue dichiarazioni è mia madre; e non parlo solo degli inquirenti, ma anche dei collaboratori, dei familiari… le carte canteranno. Dal confronto si scoprirà che di coerenza ce n’è stata molto poca da parte di tutti.
Perché questo depistaggio? Rostagno dà ancora fastidio?
Tutte le situazioni su cui mio padre stava lavorando sono ancora attuali, dal traffico d’armi ai rifiuti di scorie radioattive. E chi c’era allora nelle stanze del potere c’è ancora adesso. Poi chi voleva colpirlo aveva più “materiale”, perché di Peppino Impastato potevi al massimo dire che era un depresso, di Pippo Fava che era un femminaro, ma di Mauro si poteva insinuare che era un brigatista, che era un drogato… andava in giro col vestito rosso e coi capelli lunghi e questa sua libertà ha offerto una sponda al malcostume”. Sia Peppino Impastato che Mauro Rostagno facevano comunicazione irridendo i potenti…Nel libro non sono riuscita a evidenziare quanto mio padre fosse una persona colta e preparata: si documentava moltissimo su tutto quello in cui si impegnava e poi, però, usava un linguaggio estremamente semplice. Sapeva mettersi allo stesso livello della gente comune, facendosi capire dal ragazzo come dalla signora ottantenne, in un modo che a Trapani ha funzionato; e Trapani non avrà mai più un altro Mauro Rostagno.
Ti aspettavi di più dalla città?
Non posso dimenticare che nel ’96, quando fu fatta questa operazione atroce di accusare mia madre, Trapani – una città che sa, che ce l’ha nel sangue che Mauro è stato ucciso dalla mafia – non ha reagito. E dopo, certo, c’è stata l’importante raccolta di firme nel 2007 per la riapertura del processo, grazie all’associazione “Ciao Mauro” (diecimila in meno di un anno, ndr). Io penso che bisogna sempre ringraziare per quello che arriva e non piangersi addosso per quello che non hai avuto: oggi però la città non sta partecipando molto al processo. Quando, durante le pause, usciamo dalle udienze per andare alla panelleria davanti al tribunale, io li vedo mangiare tutti insieme, gli avvocati della difesa con gli amici e i giornalisti. Il fatto che tu poi il giorno dopo fai un pezzo sul giornale con una certa linea… hai mangiato con l’avvocato. Ma se dovessi aspettarmi qualcosa da qualcuno rimarrei delusa da tutti, perché non è mai abbastanza. Per Mauro non è mai abbastanza, anche quello che io posso fare. Le delusioni più grandi vengono comunque dalla nostra famiglia, ma questa è una cosa che chiariremo alla fine.
Ti sei esposta molto con il libro, tua sorella Monica invece è rimasta nell’ombra…
Io e Monica ci siamo davvero incontrate e amate solo dopo la morte di nostro padre. Siamo figlie di due Mauri diversi perché io e lui abbiamo vissuto insieme 15 anni, in un rapporto quotidiano, fisico, molto diretto; Monica, al contrario, anche se andava a trovarlo, di fatto è cresciuta senza il papà. Alla sua morte non abbiamo reagito allo stesso modo: lei non ha avuto una fase di rabbia nei suoi confronti, come è successo a me. Non mi permetto di giudicare, ma quello che posso dirti è che Monica non mi è stata vicina quando Chicca è stata arrestata, probabilmente perché non era stata toccata la sua mamma. Dopo abbiamo fatto la raccolta firme insieme, la metto sempre al corrente di tutto ma so che abbiamo un approccio diverso.
Da Macondo all’India e poi in Sicilia, dall’Ashram a Saman: come vivevate i cambiamenti?
Per me, bambina, succedeva tutto all’improvviso. Quando siamo diventati arancioni mia mamma è partita per l’India da sola e io, che avevo cinque anni, sono rimasta per un periodo con Mauro a Milano. Oggi che anche io ho un bambino, guardo Chicca e le chiedo «ma tu come hai fatto a lasciarmi da sola con quello lì?» Perché era un pazzo scatenato, non voglio neanche immaginare cosa mangiavo, dove mi lavavo, come mi vestivo. Mauro sicuramente aveva un suo percorso ma era anche uno che, impulsivo, diceva basta, adesso ci spostiamo. Mia mamma, che pure avrebbe desiderato una vita più stabile, ha deciso di seguirlo. In seguito mi ha confessato che avrebbe voluto una casa, una famiglia numerosa, un cane, e invece c’era Mauro e con lui queste cose non si potevano avere: ma lei aveva scelto Mauro. Mio padre ha scritto due righe molto belle sulla fine del matrimonio con la mamma di Monica e sul suo rapporto con Chicca: «sono stato più fortunato, questa volta, ma non è stato merito mio». Loro erano uniti da un grande amore ma se siamo stati una famiglia, se ho questo ricordo fisico di Mauro, se ho il suo odore, è grazie a Chicca, perché lui non si sarebbe fermato.
Lo sogni?
Io non sogno Mauro – ed ecco che qui mi escono le lacrime – non riesco a sognarlo. Chicca sogna a volte prima delle udienze, sempre cose assurde, tradimenti o anche qualche sogno romantico, e ci scherziamo su. Io no, mai, neanche una litigata.
Al processo racconti di esserti messa davanti alla camera ardente e non aver fatto entrare chi non ti piaceva.
Sono stata molto giudicata per questo. È la rabbia di cui parlavo prima: non avevo voglia di entrare ma stavo lì fuori e facevo da cagnolino, osservavo tutti guardando male quelli che non mi convincevano e a un paio ho perfino detto «tu non entri »; era il mio modo un po’ possessivo di stargli vicino. Per tre giorni non sono riuscita a guardarlo, avevo una gran paura di cosa avrei trovato, e infatti forse avrei fatto meglio a evitare. Tutti mi dicevano «è bello, è bello» e invece… il male fatto si vedeva.
Perché sei venuta a vivere a Torino?
Torino è un caso. Non è un posto che ha fatto parte della nostra vita, anche se ogni tanto ci venivamo perché c’era sua sorella Carla, e non la consideravo la città di Mauro, che peraltro parlava molto poco del passato. Ma quando Chicca è uscita dal carcere – e Saman ha approfittato della situazione per lasciarla a piedi – Luigi Ciotti le ha offerto un lavoro al Gruppo Abele. Lei allora si è trasferita, mentre io sono rimasta a Milano; poi quando è nato Pietro, dopo un anno e mezzo da mamma single, ho deciso di venire a vivere qui, perché voglio che mio figlio abbia una famiglia intorno. Adesso lavoro anche io al Gruppo Abele, all’ufficio comunicazione e stampa.
Cosa pensi di aver ereditato da tuo padre?
Abbiamo molti aspetti del carattere simili ma lui era più bravo a sfumarli: io sono il ramo piccolo. Permalosi entrambi… Pietro invece è seduttore e solare come Mauro.
Ti sei fatta carico di custodire la sua memoria. Come lo vivi?
Io non rispondo della memoria di mio padre, tutto questo lo sto facendo per me. Io amo Chicca e Mauro e posso difendere tutti e due. Quando mia mamma era in carcere stavo lì davanti, in modo che i giornalisti potessero fare le foto e scrivere «la piccola non piange, chissà come mai»; adesso che Chicca sta bene e fa la nonna lottiamo per Mauro. Non faccio politica, non ho bisogno del consenso: ho incontrato tante persone che mi stanno aiutando e con altre ho litigato. Cerco solo di fare pulizia: così come sono io, un po’ prepotente, forte del fatto che tre eravamo e tre siamo rimasti. La mancanza di Mauro chiaramente la sento e me la porterò dietro fino alla fine. Ma mia madre mi ha insegnato che voler bene non è mai togliere ma sempre aggiungere: puoi continuare ad amare, a gioire, a godere – devi – e lui è sempre con noi. C’è nell’assenza come nelle cose belle.
di Federica Tourn, ExtraTorino

Aveva un fuoco dentro

Chicca Roveri era la compagna di Mauro Rostagno; con lui – conosciuto nel ’71 ad un concerto dei Led Zeppelin – ha condiviso tutto,  dall’arancione dell’India al bianco di Saman, dagli anni palermitani segnati dall’impegno in Lotta Continua e (soprattutto) dalla nascita di Maddalena a quelli trapanesi, con i ragazzi della comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ’96 viene ingiustamente accusata di essere coinvolta nell’omicidio di Mauro e resta in carcere per undici giorni. In quell’occasione, il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo, sostenendo la pista interna a Saman, dirà: «Si doveva poter escludere il coinvolgimento effettivo di Cosa Nostra che, del delitto, non voleva e, soprattutto, non doveva essere gratuitamente incolpata.»
Come giudica il processo in corso?
È meglio di niente, anche se è un processo che si celebra tardi, perché chi ha voluto la morte di Mauro è ancora in circolazione. Trapani è uno dei santuari della mafia e uno dei suoi capi è il latitante Matteo Messina Denaro; Virga, accusato di essere il mandante, è uno che frequentava Dell’Utri, tuttora senatore della Repubblica. Mauro si era accorto degli equilibri che erano cambiati in Cosa Nostra e siccome era una persona intelligente – bisogna essere coraggiosi ma anche intelligenti, e lui lo era – mettendo insieme i fatti che osservava da giornalista faceva i collegamenti tra mafiosi e politici corrotti. Sarebbe sicuramente arrivato a definire la mappa della mafia trapanese e per questo dava fastidio. Ed era anche molto solo in questa battaglia.
Lo Stato si fa carico del bisogno di giustizia delle vittime?
Fino ad un anno fa dicevo che lo Stato per me ha già fatto molto: mi ha arrestata. Adesso qualcuno dello Stato sta
provando a fare qualcosa con il processo: allora aggiungo pazienza su pazienza e voglio dare fiducia. Ma quando penso a mia figlia, a quello che ha patito per questo Stato assente, spesso incapace, colluso o volutamente impotente, non posso che essere molto arrabbiata.
Soprattutto se si pensa che Mauro Rostagno ha servito lo Stato…
Questo non gli verrà mai riconosciuto. Mauro nella sua vita ha avuto diverse posizioni nei confronti dello Stato, non sempre di fiducia – negli anni ’70 lo Stato per noi era quello di piazza Fontana, per intenderci. Poi lui ha cambiato radicalmente idea grazie a Pio La Torre, a Pippo Fava, ad alcuni magistrati come Borsellino; ha visto, vivendo a Trapani, che l’unica speranza era credere nella legalità. È morto credendo che lo Stato fosse l’unica risposta possibile contro la mafia, quindi è davvero morto per lo Stato. Ma lo Stato non c’era ai suoi funerali, se escludi il prefetto di Trapani: non volevano nemmeno riconoscere che un ex di Lotta Continua potesse morire per un ideale. Mauro era un personaggio troppo scomodo. Non apparteneva a nessuno, era un uomo libero; se volevi stare con lui, dovevi prenderlo così. Lui avrebbe fatto comunque quello che voleva: era una persona con una carica incredibile, aveva un fuoco dentro. E poi era allegro: dopo una giornata intera di lavoro poteva arrivare a casa, a Saman, e dirmi «chiudi tutte le porte che mettiamo su una musica e balliamo».
F.T. ExtraTorino

Chicca Roveri oggi vive a Torino, vicino
alla figlia Maddalena e al nipotino Pietro,
e lavora nell’ufficio contabilità del Gruppo
Abele.

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