Anti-camorra porta a porta

Bisogna eliminare il legame tra povertà e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli. Napoli-dispersione: binomio quasi automatico. Scampia – come Zen a Palermo – luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra. Alla presenza della cittadinanza locale – bambini inclusi –, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano – stretta di mano e bacio sulle labbra – il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan. E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona. Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.

NON È LA rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità siano le stesse. Non fa ridere. Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo. È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta. Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento. Ma tutto tace. Insensibilità o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione. Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che – in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) – fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate – e più disperse – d’Italia. Questo presidio di civiltà – la scuola – è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni. Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.

PROFUMO ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”. Aspettiamo. L’Italia è una, ma le sue realtà sono molte. Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società, l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità, coinvolgimento. E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità, alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro. Quale forza d’impatto può avere la scuola – anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età, partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità organizzata e dell’anti-Stato? Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione? Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà, la dignità della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità che tutela e che va tutelata. Molti bambini di Napoli – come in altre parti di Italia – hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità di credere nella legalità.    Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà? Fino a quando si perpetrerà lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

di Marina Boscaino, IFQ

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