Posts tagged ‘Bufale’

23 aprile 2012

Soltanto sobri annunci, tutti i bluff di Monti

 L’ultimo caso è quello del ministro Elsa Fornero: in teoria dovrebbe essere intenta a cercare risorse nel bilancio pubblico per salvare gli “esodati” da anni di indigenza tra lavoro e pensione, nel concreto si è limitata a suggerire alle aziende di riprenderseli, parlando di “nuove opportunità occupazionali”. Ma a misurare la distanza tra le promesse del governo Monti e la loro attuazione c’è soprattutto il negoziato partito a Roma tra Comune e la lobby dei tassisti: i conducenti non soltanto hanno evitato l’aumento delle licenze, protestando contro la legge che impone loro di garantire il servizio pubblico, ma stanno addirittura strappando un aumento delle tariffe del 20 per cento, hanno schivato perfino la ricevuta obbligatoria, già votata dal Comune di Roma e mai applicata. Non stupisce certo che le liberalizzazioni nel decreto dei tecnici siano state presentate come un miracolo da +11 per cento del Pil (nel lungo periodo) e ora, per lo stesso governo, valgano meno dello 0,3 annuo.

   Il pareggio mancato

   La divergenza maggiore tra promesse e risultati è proprio nel dominio di Monti, il bilancio: “Non è questo governo che ha sottoscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”, ha ribadito più volte il premier, pur impegnandosi a rispettare la gabbia imposta a suo tempo da Bruxelles alla demagogia contabile di Silvio Berlusconi. Soltanto pochi giorni fa Monti ha annunciato le stime ufficiali del governo, nel Documento di economia e finanza: il deficit nel 2012 sarà lo 0,5 per cento, se la recessione si aggrava può diventare almeno 0,8. Una distanza consistente, di quasi 15 miliardi, dal deficit zero promesso ad Europa e mercati. Certo, dal Tesoro ribadiscono sempre che quello che conta è l’avanzo primario, il risparmio dello Stato che erode automaticamente il debito e che dovrebbe permettere all’Italia di rispettare i vincoli europei sulla riduzione dell’indebitamento (un ventesimo all’anno per la parte che eccede il 60 per cento del Pil) dal 2015. Ma questo virtuosismo si fonda su una disciplina di bilancio che finora l’Italia non ha mai saputo rispettare nell’intera storia Repubblicana. E se i mercati non hanno attaccato di nuovo i titoli di debito italiani (lo spread è “solo” a 400), si deve alla maggior credibilità di Mario Monti rispetto a quella di Berlusconi più che ai numeri: il rapporto tra debito e Pil nel 2012 sarà al 123,4 per cento, quattro punti più di quanto previsto un anno fa. E soprattutto in crescita, invece che calante.

   Le tasse e gli evasori

   Il premier tende a non scendere mai in dettagli, quando si parla di tasse, preferisce parlare di “sacrifici”. Ma ogni timore di batosta si sta realizzando: dall’Imu, necessaria per rimediare all’abolizione dell’Ici, alla carbon tax, un salasso previsto dalla delega fiscale in discussione che potrebbe far salire il prezzo della benzina ben sopra i due euro. Perfino lLa riforma del lavoro, a sorpresa, costerà 1,8 miliardi pagati da tasse sui biglietti aerei e taglio ai bonus fiscali per le auto e le case dei professionisti. E il nobile proposito di migliorare le abitudini alimentari per ridurre i costi a carico del servizio sanitario si traduce in un nuovo balzello, sullo junk food, i cibi spazzatura, come annunciato dal ministro della Salute Renato Balduzzi. Ogni mese qualche ministro lascia filtrare ai giornali amici, che prontamente rilanciano, l’arrivo di un fondo “taglia tasse”, che dovrebbe restituire ai contribuenti onesti l’incasso dalla lotta all’evasione fiscale. Ma Monti deve sempre smentire. Anche ieri , dal salone del mobile di Milano, ha ribadito che “non ci sono margini per una deroga al rigore”. Qualche flessibilità, o deroga, però c’è: la tassa sugli evasori protetti dallo scudo del 2009, più volte citata dal premier come prova dell’equità dei sacrifici, non funziona e continua a slittare. Se ne riparla a luglio, forse, visto che sembra più complicato del previsto superare il muro dell’anonimato.

   La spesa non si tocca

   Il ministro Piero Giarda sta lavorando alla spending review, annunciata da Monti fin dal suo discorso di insediamento in Senato, il 17 novembre, come alternativa razionale ai “tagli lineari” (riduzioni in percentuale) che praticava Giulio Tremonti. Ma pochi giorni fa, alla Stampa, Giarda ha chiarito che “dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse”. Non è quindi molto chiaro perché allora il ministro ci stia lavorando tanto. Eppure i soldi servirebbero, non solo per le tasse ma anche per pagare le imprese creditrici verso la pubblicaamministrazione: da Bruxelles, lato Commissione europea, guardano con un certo sospetto i tentativi dell’Italia di tenere fuori bilancio i debiti commerciali, per migliorare le statistiche mentre le aziende muoiono. Il ministro Corrado Passera aveva annunciato pagamenti in Btp, sono rimasti pochi spiccioli, ora si parla di un rating (così, forse, le banche anticiperanno il dovuto). Davanti agli investitori asiatici, a marzo, Monti ha annunciato la vendita di beni pubblici, immobili e non solo, per 35-40 miliardi. Ma quello lo ha sempre promesso anche Silvio Berlusconi. Ovviamente senza farlo mai.

di Stefano Feltri, IFQ

29 giugno 2011

Socrate era un gatto

Proseguono gli scoop degli instancabili segugi di Libero e del Giornale. In stereofonia. Alessandro Sallusti, sul Giornale, attacca i magistrati milanesi che paragonano villa B. a un bordello e accettano come parti civili due miss reduci da un’elegantissima serata arcoriana. “Due ragazze – scrive zio Tibia – una delle quali con precedenti esperienze di sesso a pagamento, riescono a farsi invitare a una serata ad Arcore”. E chissà quanto devono aver penato, le poverette, visto che com’è noto villa San Martino è letteralmente sigillata per impedire l’infiltrazione di belle ragazze. Si saranno intrufolate dal condotto di aerazione. Ma ora Olindo ha la prova del nove che smentisce il “bordello”: una delle due ospiti di Arcore “si prostituiva” quand’era ancora minorenne. Noi, nonostante i nostri rapporti organici con la P4, non sappiamo se sia vero. Ma, se fosse vero, cosa salta in mente a Sallusti di sbattere la notizia in prima pagina? Se non l’ha già fatto Ghedini, ci permettiamo di fargli osservare che la presenza di una prostituta in più ad Arcore non è un alibi, ma un’aggravante per il padrone. Al quale suggeriamo di pregare Sallusti di astenersi dal difenderlo ancora: un altro paio di alibi così, e B. si becca l’ergastolo. Il guaio è che Olindo ha seri guai con la logica aristotelica: per attaccare la Procura di Milano, la chiama “magistratura etica” (forse non sa che etica vuol dire morale, corretta, perbene; o forse, dalle sue parti, questi sono insulti sanguinosi). Poi aggiunge: “Cosa ne sa un magistrato di bordelli? Quando la sera un Pm si ritira a casa sua con l’amica che magari cambia ogni settimana, la sua abitazione come la si definisce? Commette un reato o semplicemente esercita a suo modo le libertà fondamentali e individuali, comprese quelle di divertirsi e fornicare?”. Eppure è tutto molto semplice: il Codice penale punisce chi sfrutta e favoreggia la prostituzione, ma pure gli utilizzatori finali di prostitute minorenni, ai quali un “pacchetto sicurezza” di B. ha persino aumentato le pene. Non sappiamo a quale pm con “amica” alluda Sallusti, ma ce ne sfugge l’attinenza al tema trattato: se una maggiorenne va a letto con un pm senza esservi costretta o pagata, non c’è alcun reato né alcun bordello. Sono concetti elementari, accessibili anche a persone di media intelligenza: ci rifiutiamo di credere che nella redazione del Giornale non ci sia nemmeno un usciere in grado di spiegarli, magari con l’ausilio di qualche disegnino, al direttore. Ma ecco lo scoop di Libero, che non vuol essere da meno del Giornale. L’altroieri Olindo aveva scoperto che la madre di Woodcock e quella di Sandro e Guido Ruotolo erano amiche. Pronta la risposta di Filippo Facci che, tornato in prima pagina dopo la quarantena imposta da Feltri (“cestinare un pezzo di Facci non è censura, è un’opera buona”), sfodera l’argomento decisivo per la “separazione delle carriere dei magistrati”. Un fatto gravissimo: “Un gip di Milano sta per rientrare dalla maternità, e chi è il padre? Un pm di Milano, suo compagno”. Ergo – domanda quel diavolo d’un Facci – “come può un giudice essere indipendente dal padre di suo figlio?”. La stessa questione si pone quando un magistrato si fidanza con un avvocato. E di solito viene risolta evitando che il magistrato si occupi di processi seguiti dall’avvocato. Anche perché le carriere di avvocati e magistrati sono già separate. Invece, per l’aristotelico Facci, contro il fidanzamento fra un gip e un pm non c’è altro da fare che separare le carriere di tutti i giudici da quelle di tutti i pm. Il ragionamento ricorda il falso sillogismo di Ionesco: “Tutti i gatti sono mortali; Socrate è mortale; dunque Socrate è un gatto”. Ora qualcuno potrebbe domandare a Facci, magari sotto il casco del coiffeur: scusa, caro, ma se le carriere di giudici e pm fossero separate, sei proprio sicuro che quel pm non avrebbe messo incinta quella gip? Non è che, niente niente, confondi la separazione delle carriere con la contraccezione?

di Marco Travaglio, IFQ

11 maggio 2011

Le Mills balle blu

È davvero impagabile la scena di B. che, nell’aula del Tribunale di Milano, non ricorda di aver “mai incontrato Mills in vita mia” e aggiunge: “Mi han fatto anche vedere una sua foto, ma non sono proprio riuscito a ricordarlo”. Niente da fare: nonostante gli sforzi mnemonici, quel volto non gli dice nulla. E dire che è quello dell’avvocato d’affari inglese che negli anni ‘80 costituì per la Fininvest 64 società offshore, ha percepito per oltre 10 anni parcelle miliardarie dal gruppo Berlusconi e nel 1997-98 ha reso testimonianze reticenti ai processi Guardia di finanza e All Iberian per “salvare Mr. B – come ha poi scritto al suo commercialista – da un mare di guai”. Infatti Mills dice di conoscerlo bene, avendolo incontrato almeno due volte e sentito al telefono altrettante. Il primo incontro risulta da un appunto sequestrato a Mills – “July 95 Meet B” – confermato da una nota del suo commercialista Bob Drennan: “1995 Met SB+Daughter”. L’incontro fra Mills, Silvio B. e Marina B. sarebbe avvenuto al Garrick Club di Londra, per discutere delle società estere del gruppo. Un secondo incontro con B., sempre nell’estate ‘95 ma ad Arcore, lo racconta lo stesso Mills nel 2003 alla Procura di Milano. Pm: “Ha mai incontrato Silvio Berlusconi?”. Mills: “Sì, nell’estate ‘95. Nella sua villa ad Arcore. Gli ho dato consigli su un progetto che non s’è concretizzato”. Mills ne informò il socio di studio Jeremy Scott (che l’ha confermato ai pm), mentre alla socia Virginia Rylatt (anch’essa sentita come teste) rivelò due colloqui con B. Lo stesso Mills annotò l’incontro ad Arcore in due appunti. E lo confermò ai pm il 18 luglio 2004: “Sapevo che Livio Gironi (direttore finanziario Fininvest, ndr) era direttamente legato a Silvio Berlusconi, amministrava il suo patrimonio personale. Ho avuto conferma di questo fatto in un incontro per me importante, avvenuto a Milano in quella che credo fosse la casa di Berlusconi: era una villa con un bellissimo giardino e una biblioteca a due piani, in legno. Gironi mi disse che bisognava fare un’operazione: lo scopo fondamentale era destinare parte del patrimonio privato di Silvio Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio. L’idea era costruire due veicoli societari che dovevano fare trading sui diritti e quindi ottenere profitti, che si voleva fossero destinati a Marina e Pier Silvio… Gironi sottolineò che i figli sarebbero stati i beneficiari, ma la gestione pratica doveva essere sempre soggetta al consenso di Silvio Berlusconi, che nel documento viene denominato ‘X’”. In un altro memorandum, Mills annota che il 23 novembre ‘95 B. lo chiamò da Milano due giorni dopo il mandato di cattura spiccato dai giudici milanesi contro Craxi per una tangente All Iberian da 10 miliardi: “Quando ho parlato a Silvio Berlusconi giovedì lui ha insistito sul fatto che le ultime accuse sono motivate politicamente. Sono bombe politiche perché ora i giudici di Mani Pulite sono in grado di affermare che dietro a questo pagamento a Craxi ci sia Berlusconi”. Tra la fine del ‘95 e l’inizio del ’96 in casa B. si pensa di far dichiarare da Mills al fisco inglese alcuni profitti delle società offshore costituite per B. e di pagarci le tasse perché – confesserà Mills – “non era un segreto che ciò andasse largamente a beneficio di Berlusconi: era importante per Berlusconi essere in grado di dimostrare che queste società non erano sue”. Quando poi, il 16 aprile ‘96, fu perquisita a Londra la Edsaco col sequestro di montagne di documenti sulle offshore, Mills fu di nuovo contattato da B., come risulta dal verbale della riunione del 22 luglio 2004 con l’Inland Revenue: “Al tempo della perquisizione del Serious Fraud Office, Berlusconi aveva discusso con DM su ciò che poteva essere fatto per distanziare lui stesso da queste società. Sulle prime s’era ipotizzato un accordo di trust”. Telefonate, incontri a Londra e ad Arcore: Mills ricorda tutto, B. nulla. La sindrome Scajola dev’essere contagiosa: anche B. fa tutto a sua insaputa.

di Marco Travaglio, IFQ

3 maggio 2011

Il figlio drogato

Non è vero che leggere Il Giornale e Libero sia inutile. Anzi, è un divertente gioco di società: ricchi premi a chi trova una notizia vera. A volte qualcuna scappa anche a loro, per sbaglio. Ma la nascondono bene. L’altro giorno il Giornale pubblica un’impeccabile cronaca sull’indagine aperta dal Csm sul caso Ciancimino. Peccato che il titolo dica: “Anche il Csm sbugiarda Ingroia”. Il Csm, avendo appena iniziato a indagare, non ha sbugiardato nessuno. E quell’“anche” fa intendere che altri abbiano “sbugiardato” Ingroia, che invece non è stato sbugiardato da nessuno, ma è stato proprio lui a sbugiardare Ciancimino facendolo arrestare su due piedi per un documento falso. Altro esempio: Masi incassa una buonuscita supplementare dal Corriere, che in un’intervista imbarazzante (soprattutto per il Corriere) gli lascia raccontare una balla sesquipedale: “Santoro fa lo spiritoso. Ma non lo era l’estate scorsa quando trattava con me un contratto-quadro da 14 milioni”. Naturalmente la cifra non era per Santoro, ma per produrre 14 docufiction di prima serata (che su Rai2 costano in media 1 milione a puntata). Ma né Masi né il Corriere lo precisano. L’indomani Libero rilancia: “Santoro voleva 14 milioni… le pretese del teletribuno”. Pretese? E perché, se le riteneva scandalose, Masi le soddisfece firmando un pre-contratto che sarebbe divenuto esecutivo se Santoro non l’avesse fatto saltare quando Garimberti confermò Annozero? Ormai Libero esce solo per tentar di smentire gli scoop del Fatto (con i risultati che si son visti sul caso Ceroni-ceffoni). L’altro giorno Antonio Massari rivela che Pisanu ha smontato le accuse mosse dal Ros e da un paio di incauti pm romani a Genchi e De Magistris, imputati per aver acquisito tabulati di alcuni deputati, tra cui Pisanu, senz’autorizzazione della Camera: la presunta vittima Pisanu assicura che nessun tabulato di telefoni in uso a lui è stato acquisito in “Why Not”. L’indomani un geniale segugio di Libero scrive che “il Fatto si incarta da solo” perché la moglie di Pisanu ha dichiarato che fu acquisito il tabulato di un cellulare “in uso esclusivo a me”. Ma pensa un po’: hanno acquisito il tabulato della moglie. Embè? A Libero son convinti che le mogli e i parenti dei deputati godano, per contagio, dell’immunità degli onorevoli congiunti. Sempre più nervoso da quando abbiamo ricordato che fu Panorama diretto da lui a prendere per buone le rivelazioni di Ciancimino, Belpietro ci dedica attenzioni degne di miglior causa. Domenica ha recensito il mio nuovo spettacolo senz’averlo visto (l’aveva già fatto sul Giornale il povero Mario Cervi, addirittura prima che andasse in scena). E, non sapendo di che si tratta, ha scritto che è “il solito copione di un Montanelli tenacemente nemico del Cavaliere”, mentre quello anticomunista l’avrei occultato per non esserne “disturbato” (infatti, al centro dello spettacolo, c’è la cronaca montanelliana della repressione sovietica a Budapest, a.d. 1956: ma forse, per Belpietro, anche lì c’entrava il ventenne Silvio). E così, con comprensibili sforzi, “ho deciso di rileggermi i fondi del vecchio Indro, quelli del Giornale e i precedenti” (cioè a ritroso dal 1973 al 1948, quando Montanelli stava al Corriere). L’acuto direttore a sua insaputa ha così scoperto, non senza qualche ernia al cervello, che Montanelli ogni tanto criticava il Csm; una volta se la prese col pm Felice Casson e un’altra con Camilla Cederna; disse che la Costituzione “non è intoccabile” e che il sistema fiscale italiano è “assurdo”. Roba grossa. Ergo “il vero erede di Indro è Berlusconi”. Chissà se, nelle sue titaniche letture, Belpietro s’è imbattuto in quel brano di Montanelli a proposito del suo fu Giornale, allora vicediretto da Belpietro: “Non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere” (Corriere della sera, 12 maggio 1995). Sono soddisfazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

21 aprile 2011

Sindacato Brambilla. Il ministro inventa “Pdl al servizio degli italiani” per offrire assistenza gratuita. Ma c’è il bluff

Un’azienda di imballaggi a Fidenza, provincia di Parma. Una cooperativa di giardinaggio a Messina, e poi una merceria e una agenzia di viaggi. Sono, elenco telefonico alla mano, alcune delle sedi di “Pdl – al servizio degli italiani”, l’ultima arma politica inventata dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.

DOPO I CIRCOLI e i promotori della libertà, sabato scorso di fronte alla platea dell’Eur il “cane da polpaccio” del premier, come lui la definì, ha presentato le prime mille sedi. Una via di mezzo tra Caf e patronati, una serie di sportelli destinati, nelle parole del ministro, a “gestire gratuitamente i servizi sociali a favore dei cittadini, al posto di una burocrazia costosa e ritardataria. Intendiamo rafforzare ancora di più – ha detto – il legame che ci unisce ai cittadini e alle famiglie. Sulla strada del radicamento del Popolo della libertà nell’intero territorio nazionale”.    Nella povertà del dopoguerra napoletano Achille Lauro divenne sindaco donando la scarpa sinistra prima delle elezioni e promettendo la destra a conti fatti. Cinquant’anni dopo la campagna del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo è passata anche attraverso i patronati del lavoro di Catania che esponevano i simboli del futuro governatore (e perché no – come documentò Exit – consegnavano le buste della spesa ai bisognosi). Nell’epoca delle iniziative movimentiste targate Pdl, il ministro del Turismo ha cercato di unire il populismo del primo e la sostanza del secondo. Per l’occasione ha usato toni altisonanti: “Pdl – al servizio degli italiani rappresenta nei fatti una vera e propria rivoluzione liberale. È l’attuazione concreta del principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione”.    Ma le cose non stanno esattamente così. Innanzitutto le sedi: Brambilla ne aveva promesse mille il primo marzo, più o meno quante ne hanno Cgil e Cisl, per intendersi. Alla fine ne ha presentata persino qualcuna in più. Secondo il sito dell’iniziativa, un successo dovuto alla grande mole di partecipazione popolare: una rete di professionisti animata dalla volontà di fare del bene alla collettività. Ma non c’è solo quello: tra le sedi dei servizi risultano, infatti, anche società che con l’erogazione dei servizi non hanno niente a che fare: oltre alla merceria e alla cooperativa di giardinaggio, ad esempio, anche un grossista di abbigliamento in provincia di Perugia e una ditta di poste private.

IN REALTÀ, poi, molte delle sedi esistevano e operavano prima dell’avvento dell’iniziativa: fanno riferimento ad un’altra rete, i Centri di assistenza fiscale della ConfLavoratori, Caf con sede a Palmi (Rc) gestita da Giuseppe Carbone, segretario nazionale di ConfLavoratori, sindacato a dire il vero assai misconosciuto. Basta incrociare le sedi dell’una e dell’altro per vedere che la sovrapposizione è pressoché completa.    Diversamente del resto non potrebbe essere, visto che Carbone è consigliere d’amministrazione di “Al servizio degli italiani Srl – in breve Asdi”. Dal canto suo Brambilla non compare in nessuna dicitura legale dell’Asdi Srl. È, invece, solo presidente della associazione che fa capo, senza alcun mandato esecutivo. In compenso, assieme a Carbone in cda siedono la cugina acquisita del ministro, Renata Pizzamiglio, e la sua portavoce, Laura Colombo. A completare la squadra ci sono poi l’amministratore di ConfLavoratori, Domenica Bagalà e la deputata Mariarosaria Rossi, quella che nelle carte del caso Ruby viene intercettata mentre dice a Emilio Fede: “Ah che palle che sei, due amiche, quindi bunga bunga, due de mattina, io ve saluto eh?!”. Di Carbone, invece, si sa che è tra i fondatori del Club della Libertà a Palmi insieme a Bagalà e che nel 2009 gli fu sequestrato un complesso abitativo di circa 4 mila metri quadrati costruito abusivamente – dice la procura – e per giunta in zona sismica.    Ma torniamo ai Caf. Qui si svela il secondo bluff della “rivoluzione liberale” prospettata dal ministro Brambilla. Con buona pace della sbandierata sussidiarietà, i servizi erogati li pagava e li pagherà proprio lo stato, leggi i contribuenti. Esattamente come accade con tutti gli altri Caf, a prestazione erogata corrisponde rimborso: 16,03 euro per un 730, 13 euro mediamente per un Isee, 8 per un Red. Tutti servizi che sulla carta il Pdl propone di offrire. E per giunta su larga scala. Tanto per dare un’idea, Cgil e Cisl, i due più grandi fornitori di servizi fiscali, veleggiano sui 5/6 milioni di pratiche all’anno. Nel caso della Cgil, i 730 da soli sono circa tre milioni all’anno, vale a dire circa 50 milioni di euro.    I due sindacati maggiori non sembrano preoccupati della concorrenza. “Parliamo di cose serie – obietta il presidente dei Caf Cisl, Valeriano Canepari – per offrire un servizio bisogna anche essere in grado di svolgerlo. Non è solo questione di quanti sportelli hai, ma di professionalità, tempo; per gestire una rete di questo tipo bisogna essere precisi come degli orologi”. Senza contare, specifica Canepari, che i rimborsi tardano molto ad arrivare, in media almeno un anno.    L’OBIEZIONE è pertinente: come fa una struttura organizzata in quattro e quattr’otto ad offrire un servizio all’altezza della mirabolante offerta? Vale la pena di sottolineare però che un successo dell’iniziativa converrebbe economicamente a tutti i soci. Difficile spiegare in altro modo la partecipazione di Francesco Casaburo al meeting romano dello scorso sabato. La sua presenza – scoperta dal sito napolimetropoli.it   – ha destato la curiosità dei giornali. Perché Casaburo è il capogruppo del Pd a Caivano, comune dell’hinterland napoletano. Che ci faceva a Roma con il ministro Brambilla, si è chiesto il Corriere del Mezzogiorno? Lui ha risposto: “Ero lì per lavoro”, seccato di doversi giustificare con il suo partito e “pronto a lasciare di fronte all’imbarazzo” democratico. Le voci si sono subito diffuse: “Casaburo lascia”, “Casaburo va con il Pdl”. Sarà, ma la realtà è che Casaburo non ha mentito, e che la politica per una volta non c’entra niente, visto che di Giuseppe Carbone è socio per davvero: consigliere di Caf Conflavoratori. Il denaro, del resto, è bipartisan per natura.

di Fabio Amato, IFQ

31 marzo 2011

Piazzista da sbarco

L’uomo dei miracoli di cartone arriva a Lampedusa con una valigia di sogni. L’isola sarà liberata dalla presenza dei migranti tunisini entro 60 ore e poi ripulita da cima a fondo. Sulle rocce crescerà tanto verde, alberi e palme, case e strade saranno ridipinte grazie a un apposito “piano colore”. Lampedusa, che certamente diventerà premio Nobel per la Pace, avrà il suo campo da golf e il casinò, le case avranno colori sgargianti, l’isola diventerà la nuova Portofino. E si pagheranno meno tasse, la zona diventerà franca e libera da ogni burocrazia, il gasolio per i pescatori costerà di meno e il primo pieno sarà addirittura gratis. Un paradiso in terra, che il Cavaliere non intende abbandonare. “Stanotte – annuncia sulla balconata del Comune di Lampedusa – ho acquistato su Internet una villa proprio qui”. Applausi. È ufficiale: Cetto La Qualunque è un dilettante allo sbaraglio. La realtà, invece, è durissima. Perché a poche ore dall’arrivo sull’isola del presidente del Consiglio, approdano due barconi zeppi di tunisini, un altro arriva nel pomeriggio con 110 disgraziati a bordo e altri sei pescherecci carichi vengono avvistati dagli aerei di ricognizione nel Canale di Sicilia. Mentre delle sei navi annunciate in rada ce ne sono solo tre. La “Excelsior”, destinata a caricare 1500 tunisini, la “Catania” (capienza 850 persone) e la nave militare San Marco. In serata una notizia terribile diffusa dalle agenzie Agi e AdnKronos: un’altra strage nel Canale di Sicilia, l’affondamento di un gommone, 11 morti tra cui anche un bambino. Ci sarebbero 6 superstiti.

QUANDO Berlusconi mette piede sull’isola ci sono centinaia di persone ad attenderlo sotto la sede del Comune. “Silvio salvaci tu”, c’è scritto su uno striscione attaccato a un muro. Un gruppo di lampedusani lo stacca, gli animi sono di fuoco. L’isola è spaccata tra chi crede nelle promesse del Cavaliere e chi no. Sulla balconata del municipio c’è il sindaco Dino De Rubeis ad aspettare il capo del governo insieme al governatore della Sicilia Raffaele Lombardo. Vede alcuni cartelli che non gli piacciono e imbraccia il microfono. “Ma che è? Togliete sta minchia di cosa che se no il presidente non parla”. Tra la folla, un gruppo di Legambiente si vede strappare dalle mani uno striscione, si sfiora la rissa. C’è anche il senatore del Pd Roberto Della Seta. “Andiamo via – ordina ai suoi – basta con questo spettacolo”. Così la piazza è tutta di Silvio. Che arriva e apre la sua valigia dei sogni. Gli accordi con la Tunisia ora ci sono, finalmente, il nuovo governo controllerà le sue coste. I tunisini sbarcati fino ad ora saranno portati indietro perché il governo di Tunisi “si è impegnato alla loro riaccettazione . “Entro due giorni Lampedusa sarà liberata”. La nave San Marco è già in rada, “un’altra in serata porterà via, a Taranto verso Manduria, 1400 persone”. E poi il piano di rinascita. “Ho dato disposizione a Rai e Mediaset – assicura Berlusconi – di preparare spot e programmi sulle vostre fantastiche bellezze, un vero Paradiso”. È un crescendo. Il Cavaliere rispolvera un linguaggio da Prima Repubblica per annunciare “il Piano verde per Lampedusa”. E poi la bellezza. “Suggerisco al sindaco di dotare l’isola di nuovi colori, le strade sono brutte, Lampedusa deve diventare una nuova Portofino”.

STIANO tranquilli i lampedusani che il Cavaliere pensa anche alle tasche. “Ho parlato col ministro Tremonti per una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria, i pescatori avranno agevolazioni sul gasolio”. E poi il colpo di teatro, la proposta choc (che Berlusconi ha interamente copiato dal quotidiano cattolico Avvenire): “Proporremo Lampedusa alla candidatura del premio Nobel per la Pace”. Ma chi garantirà gli isolani che le promesse del Cavaliere saranno mantenute? “Diventerò lampedusano – assicura Berlusconi – ho passato la notte su Internet e ho trovato una bella villa qui, sulla costa francese (che sarebbe Cala francese, ma fa lo stesso, ndr) ci verrò per le vacanze”. Lampedusa come Napoli ai tempi dell’emergenza rifiuti (anche allora il Cavaliere promise di acquistare una casa), come L’Aquila della ricostruzione mancata (siamo tutti aquilani), come San Giuliano di Puglia del terremoto degli sprechi. Applausi, tutti contenti, raggiante il sindaco De Rubeis, che veste i panni di Giovanni XXIII. “Tornate nelle vostre case e accarezzate i vostri figli”. Le stesse cose Berlusconi le ripeterà nella conferenza stampa (presenti anche allibiti giornalisti di tutto il mondo), con una aggiunta maturata in poche ore: Lampedusa avrà il casinò. Della vergogna di migranti costretti a vivere per giorni sulla banchina del porto tra i propri escrementi, su quella che è stata ribattezzata la collina del disonore, del pericolo di infezioni e malattie e del dramma dei lampedusani, Berlusconi non vuole parlare.

AL CRONISTA del Fatto Quotidiano che chiede spiegazioni risponde nel solito modo: “Sono menzogne, l’emergenza Lampedusa è stata montata dalla stampa”. Poi una delle sue trite battute da Bagaglino, “quando lei si guarda allo specchio la mattina, capisco che si incazza”. Rintuzzata dal cronista: “Presidente, io mi guardo volentieri allo specchio, non so lei”. Finisce qui, ma la conferenza stampa riserva una novità. Quando i giornalisti chiedono notizie su dove saranno portati gli immigrati, Berlusconi ammette che arriveranno anche nelle regioni del Nord. Quali non lo chiarisce. “Non sono autorizzato a dirlo, perché qui c’è la sindrome del ‘non nel mio giardino’”. Bossi e la Lega si riconfermano azionisti di maggioranza del governo.

di Enrico Fierro, IFQ

31 marzo 2011

La corda spezzata

C’è un limite oltre il quale un paese si sfascia e nella comunità nazionale si arriva al tutti contro tutti. Questa corda, già molto logorata, ha rischiato di spezzarsi ieri a causa dei comportamenti golpisti e provocatori del cosiddetto presidente del Consiglio e dei suoi stipendiati. A Lampedusa gli sproloqui di Berlusconi, metà piazzista e metà clown, stanno facendo il giro del mondo. Come è accaduto con lo scandalo Ruby e le altre mille buffonate che hanno trasformato l’Italia in uno Stato zimbello. Nel mezzo di una guerra che incendia il Mediterraneo e alle prese con l’arrivo sulle nostre coste di masse di profughi abbandonati al proprio destino, il presidente clown non trova di meglio che promettere il premio Nobel ai lampedusani, oltre ad alcune migliorie da apportare all’urbanistica cittadina. Il solito imbroglio parolaio già sperimentato a Napoli (tuttora coperta di rifiuti) e a L’Aquila (tuttora coperta di macerie), per non parlare dell’alluvione nel Messinese. Il presidente piazzista si è poi impegnato a svuotare l’isola dalla presenza dei tunisini entro poche ore. Come se si trattasse di pacchi da scaricare qua e là, e sapendo perfettamente che in giro per l’Italia quei pacchi non li vuole nessuno.    Intanto, mentre la farsa di Lampedusa andava in scena, a Montecitorio una maggioranza di individui che hanno perso anche il rispetto per se stessi imponeva, con un colpo di mano, l’approvazione della più indegna e disastrosa legge ad personam. Il processo breve con annessa prescrizione breve, infatti, oltre a concedere l’ennesimo salvacondotto al premier impunito nei processi in corso Mills e Mediaset, rappresenta un’insperata scorciatoia per migliaia di imputati (tra i quali un numero imprecisato di criminali) che non si farà più in tempo a giudicare. Uno sconcio che ha suscitato la protesta di molti cittadini accorsi davanti alla Camera. Persone che non ne possono più di questa continua violenza alle leggi e alla Costituzione. Poi l’attacco in piena aula del cosiddetto ministro La Russa, ancora una volta fuori controllo, al presidente Fini. E la dura replica del presidente della Camera. Altri fuochi di un incendio ancor più devastante che sta per divampare.

di Antonio Padellaro, IFQ

31 marzo 2011

L’isola del fumoso

L’altro giorno era andato in tribunale senza far nulla per distrarre l’attenzione da Lampedusa. Ieri è andato a Lampedusa per distrarre l’attenzione dal golpetto impunitario di giornata. Non riuscendo più a cambiare le cose, cambia posto alle telecamere. Ieri le ha portate nell’isola invasa dai profughi e si è esibito in una televendita degna della miglior Vanna Marchi. Altro che Mediashopping. Qualche sparuto lampedusano sventolava un paio di cartelli critici (tipo “fuori dalle balle”), ma è stato simpaticamente dissuaso (“mettete via ‘ste minchie di cartelli”) da quel capolavoro di sindaco: un omone talmente corpulento che pare la custodia di Berlusconi. I coreografi del piazzista, del resto, avevano dato ordini precisi: solo ultras, altrimenti lui non fa il numero. È andato tutto bene: lui il numero l’ha fatto, tra cori da stadio “Silvio! Silvio!” scanditi dagli stessi che fino all’altroieri lo maledicevano e ora si bevono qualunque boiata. Una folla selezionata con cura, campione statistico di quel pezzo d’Italia che da 17 anni si offre volontaria per il bunga-bunga. Come dice il candidato Cetto La Qualunque, “ho capito il sistema, tu gli dici quattro cazzate e loro ti votano”. Da notare anche i sorrisi e i battimani compiaciuti dello sgovernatore Lombardo, che ancora due giorni fa minacciava fuoco e fiamme contro il premier e ora gli regge il moccolo tutto eccitato, col riportino in erezione. Unificando in una sola persona le figure, storicamente distinte, del buffone di corte e del sovrano, il Vannomarchi attacca con un aggiornamento degli imbonimenti sulla ricostruzione de L’Aquila “entro sei mesi” e sulla scomparsa della monnezza a Napoli “entro tre giorni, anzi due”: stavolta farà sparire migliaia di migranti “entro 48, massimo 60 ore”. Bravo! Bravo! Lo slogan – nota un lettore del nostro sito – è ispirato ai cartelli di certi bar sport: “Oggi non si fa credito, domani sì”. Dalla piazza, un lampedusano che non s’è bevuto totalmente il cervello domanda: “Scusi, dove vanno le navi coi profughi?”. E lui, lucido: “Lei sa giocare a scopa?”. Qualcuno teme un embolo, altri si domandano se adesso il bunga-bunga si chiami così. Segue una raffica di annunci mirabolanti, tutti accompagnati dal solito “Bravo! Bravo!”. “Stanotte mi sono attaccato a Internet e ho comprato una casa a Lampedusa: diventerò lampedusano anch’io”, moltiplicando così, da solo, il già elevato tasso di devianza nell’isola. “La casa è sulla costa francese, anzi a Cala Francese”. Così Sarkozy impara. “Si chiama Due Palme”. O due palle. “Porteremo qui un casinò…”. Ma forse, visto che verrà ad abitarci, voleva dire casino. “…e un campo da golf”, che insieme al polo è lo sport prediletto dai migranti. Poi “il governo candiderà Lampedusa al premio Nobel per la Pace”, ma anche al premio Oscar per la migliore sceneggiatura. “Attiveremo un piano del colore come quello che ho già realizzato in un paese della Lombardia”, per la precisione Milano 2, perché “vorrei che l’isola avesse i colori di Portofino”. E, siccome “ho visto poco verde”, è “necessario un piano di rimboschimento”. Vernice verde a volontà. Perché lui un tempo aveva sorvolato l’isola in elicottero e l’aveva trovata “verdissima” (forse era Antigua). E, siccome diventa lampedusano, “moratoria fiscale per un anno, ma anche oltre”. Bravo! Bravo! Senza contare che d’ora in poi “Rai e Mediaset trasmetteranno programmi per illustrare le bellezze di Lampedusa”, meglio se minorenni: sui palinsesti li decide lui, che al processo Mediatrade ha appena giurato di non occuparsi più di televisioni dal 1994. Possono fidarsi, i lampedusani? Ma certo che sì: “Come sapete, io sono solo prestato alla politica”. La quale, purtroppo, non l’ha mai restituito. Intanto spedisce il suo socio Tarak Ben Ammar a trattare per l’Italia col governo tunisino, manco fosse il ministro degli Esteri: Frattini, sventuratamente, gliel’hanno rimpatriato col foglio di via.

di Marco Travaglio, IFQ

24 marzo 2011

A ‘Striscia’ la bufala fotovoltaica

La trasmissione di Canale 5 intervista un presunto esperto di rinnovabili che “ci ha chiamato per parlare delle truffe nel solare”: invece è solo un vecchio amico di Ricci che si occupa di gadget bizzarri e non sa nulla di energie. Ma l’inganno viene svelato in Rete

Antonio Ricci e Massimo Burzi Antonio Ricci e Massimo Burzi
«Un imprenditore in campo energetico che ci ha chiamato»: così è stato presentato a ‘Striscia la Notizia’ tale Massimo Burzi, per un servizio che mette in cattiva luce le energie rinnovabili, tutto impuntato sulle truffe del fotovoltaico.
Ma la Rete non perdona, e il presunto ‘esperto’ intervistato da Striscia è stato subito smascherato (in questo caso da Massimo Malerba). Amministratore delegato di un’azienda genovese di impianti telefonici – niente a che vedere con le energie rinnovabili – velista e consulente del porto di Rapallo, collezionista di oggetti «inutili e bizzarri», questo Burzi è semplicemente un amico di vecchia data di Antonio Ricci, il padre-padrone di Striscia. Al quale Burzi ha anche regalato in passato un casco tutto dorato con tapiro incorporato.
Non solo: già in passato Burzi era stato indirettamente ospite di Striscia la Notizia, per una sua ‘invenzione’ pubblicizzata in tivù dalla coppia Greggio-Iacchetti: un giubbino luminescente, intessuto di fibre ottiche.
In passato la stampa locale se n’era occupata per la sua singolare mania di trovare oggetti strani: il monociclo con giroscopio senza freni, lo scooter più piccolo del mondo, l’auto anfibia che va dalla spiaggia al mare, le scarpe con le ruote motorizzate, gli occhiali da sole che registrano due ore di video.
Insomma, non esattamente un autorevole studioso di problemi energetici. In compenso è autore di un tragicomico libro su se stesso intitolato ‘Burzi, l’uomo, la leggenda, il mito’, che viene presentato così: «Burzi ormai è diventato un marchio, un brand, sinonimo di stravaganza mista a tecnologia di avanguardia, di bellezza e intelligenza, di capacità e furbizia». Roba che ci si imbarazza per lui solo a guardarla. La stessa impressione che si ha ad aprire il suo sito: www.burzi.net in cui il medesimo ‘esperto di energie rinnovabili’ si presenta a torso nudo al timone della sua barca a vela (sullo stesso sito è presenta anche il video della sua comparsata a ‘Striscia’).
Una performance televisiva, quella di Burzi (rapidamente smentita, peraltro, nel merito delle sue dichiarazioni) che pare insomma il frutto del più antico malcostume italiano: quello di promuovere in ogni modo gli amici (o i parenti) anche se sono un po’ picchiatelli e non hanno alcun titolo di merito. Il tutto in una trasmissione che vorrebbe vendicare i torti subiti dai cittadini.
Chissà se Ricci avrà l’onestà, questa volta, di consegnarsi un Tapiro da solo.
di Adriano Botta, L’Espresso
2 marzo 2011

Il pranzo del Caimano e del falso monsignore

Il sedicente vescovo ortodosso Lucas Rocco Massimo Giacalone a colloquio con B.

 

Il grottesco manifesto per il 2° Congresso Nazionale dei Cristiani Riformisti

Il Caimano e il falso monsignore. Alla stessa mensa. Sabato scorso, al secondo congresso dei Cristiano Riformisti del Pdl, all’hotel Ergife di Roma. Berlusconi ha appena finito di sparare su scuola pubblica, gay e “comunismo criminale”. La platea ha ricambiato con ovazioni-assoluzioni per il Sultano del bunga bunga. L’invito arriva da Antonio Mazzocchi, deputato ex An e fondatore dei CR: “Presidente si fermi a mangiare con noi”. Con Mazzocchi ci sono anche altri parlamentari pidiellini, tra cui Melania Rizzoli e Antonio Angelucci, patriarca della famiglia romana che ha interessi in cliniche e giornali (Libero e Riformista).    Il pranzo è riservato. Ed è per questo motivo che vengono   chiuse le porte   in faccia ad altre due deputate berlusconiane: le inseparabili amiche Gabriella Giammanco e Annagrazia Calabria. Chi invece riesce a imbucarsi è monsignor Giacalone salutato qualche minuto prima dallo speaker del congresso come “Sua Eccellenza Lucas Rocco Massimo Giacalone”.    Croce d’oro giallo sul petto e fascia viola da vescovo, Giacalone è travestito da monsignore cattolico. In realtà, di norma, si spaccia per vescovo vicario della Chiesa ortodossa bielorussa e slava di rito bizantino. Sembra un se-quel di Totò Truffa ‘62, quello della fontana di Trevi venduta all’oriundo Decio Cavallo. Giacalone si siede a tavola e parla con il Cavaliere. Questa la sua versione al Fatto Quotidiano: “Abbiamo avuto un colloquio bellissimo. Berlusconi è una persona di grande   umanità, era da tempo che volevo conoscerlo. Finalmente ci sono riuscito”. Per quale motivo? Risposta: “Se permette, queste sono cose riservate”.    Siciliano sulla sessantina, divorziato e padre di due figli, Giacalone in passato ha raccontato di essere stato ordinato sacerdote   a San Paolo in Brasile nel 2006: “Mi definisco un umile curato di campagna e Francesco d’Assisi è stato da sempre ed è la mia guida spirituale verso il Signore”. A San Paolo la “Chiesa Ortodossa Bielorussa Eslava Catholica Apostolica Do Rito Bizantino” è una delle tante comunità non riconosciute dalla Chiesa ortodossa russa. Gli esperti le fanno rientrare nella pittoresca categoria degli episcopi vagantes: chiese che spesso si formano per coprire traffici illeciti e truffe. E quella di Giacalone è stata già sfiorata da inchieste di vario genere, dal riciclaggio alla truffa, da lauree sospette a documenti falsi. Oggi il patriarca della Chiesa ortodossa bielorussa e slava, con sede in Brasile, è un palermitano di nome Vittorio Giovanni (Viktor) Busà, che è anche Lord Supremo del Parlamento mondiale per la sicurezza e la pace, una farsesca Onu parallela che vanta come vice-Lord il presidente venezuelano Hugo Chavez. Peraltro, il 24 novembre dello scorso anno, Busà ha annullato il decreto di nomina di Giacalone a vicario patriarcale in Italia, riducendolo allo stato di semplice sacerdote. Il sedicente monsignor Giacalone è conosciuto anche come Massimo Denovo, insegnante   di educazione musicale e organizzatore di festival canori (l’ultimo: “Una voce italiana”) che hanno scatenato su Facebook la rivolta di mamme e figli bidonati. Ma il vero capolavoro di monsignore Giacalone risale al dicembre scorso. A Roma, lungo le strade del ventesimo municipio, da Ponte Milvio a Grottarossa, compaiono dei cassonetti gialli per la raccolta degli abiti usati. Sopra c’è una scritta: “Chiesa ortodossa cristiana cattolica”. Sono circa una sessantina, i cassonetti. La cooperativa che cura lo stesso servizio per conto dell’Ama, l’azienda dei rifiuti, protesta. E così si scopre che l’autorizzazione l’ha data il presidente di centro-destra del ventesimo municipio, il pdl Gianni Giacomini. Non solo: la delibera consente l’ubicazione di diciassette cassonetti, non sessanta.    Lo scandalo è raccontato dalle cronache locali della Capitale e porta al sequestro degli indumenti raccolti e stipati in un deposito sulla via Flaminia. Il presunto monsignore si difende dicendo che sono aiuti destinati a Brasile e Albania. L’autorizzazione però viene revocata. Si tira in ballo anche il sindaco Gianni Alemanno: monsignor Giacalone, infatti, ha partecipato nell’agosto precedente alla   manifestazione dell’Orgoglio Azzurro al Tempio di Adriano, presenti i ministri Alfano, Carfagna, Brambilla e Brunetta. Vestito stavolta da ortodosso, con il tipico copricapo nero, monsignor Giacalone si aggira per la platea e confeziona vaticini sullo scontro interno tra il premier e Gianfranco Fini: “Berlusconi vincerà, ha la mia benedizione”. Sulla raccomandazione dall’alto, il presidente Giacomini alza un muro: “Sono domande tendenziose, non intendo rispondere”. Poi cerca di giustificarsi così: “Giacalone si è presentato vestito da prete e mi ha detto che voleva fare beneficenza, mica potevo discriminarlo”. Il vicariato di Roma è costretto a intervenire: “Il signor Giacalone, e qualsivoglia iniziativa da lui promossa, non ha niente a che vedere con la Chiesa cattolica”.    Da allora, negli ultimi due mesi, monsignor Giacalone non si è mai fermato. Oggi è pro rettore di un’università privata di Lugano ed è nella commissione interreligiosa di un misterioso Centro Studi Parlamentare Internazionale. Sabato ha coronato il suo sogno di conoscere Berlusconi. C’è chi si spaccia per la nipote di Mubarak, e chi per monsignore. Capitano tutte al Caimano.

di Fabrizio d’Esposito – IFQ

“Monsignor Patacca”

15 febbraio 2011

Bufala Bill

A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa. Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B. Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto. Perché si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente. Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro. Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i   bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi”. E chi sarà mai? La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”. Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola… difendeva la libertà sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica… Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”. Capìta la doppia morale della sinistra in piazza? Un milione di persone difende la dignità della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti. Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta. Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità delle donne e B. è innocente. E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì   intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico? Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava? Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra. Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie. Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione. Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan. Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

di Marco Travaglio – IFQ

1 febbraio 2011

Il “patto per la crescita” di Berlusconi preso (quasi) sul serio

Caro presidente Berlusconi, ho appena letto la stimolante lettera aperta che, a mezzo del Corriere della Sera ha inviato ieri a Pier Luigi Bersani ma che, indirettamente, si rivolge a tutti gli italiani che hanno a cuore i destini del Paese. Vorrei, se me lo permette, risponderle a caldo ed entusiasticamente: io ci sto! Facciamolo, facciamolo questo patto per la crescita.    Anzitutto, son pienamente d’accordo con lei, niente patrimoniali che fanno solo danno e spogliano chi ha risparmiato dei frutti del proprio lavoro. Lasciamo che Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo e Walter Veltroni, continuino a voler far male agli italiani tassando i loro risparmi per poter spendere ancor più domani. Concordo con lei, farlo sarebbe l’ennesima follia.

Non vorrà mica  più tasse per tutti?

IN SECONDO LUOGO, siccome è vero che gli alti tassi d’interesse sul debito pubblico sono destabilizzanti e ci costringono a tassare gli italiani per il loro pagamento, dobbiamo evitare che crescano. Non vorrà mica aumentare le tasse future per pagare interessi? Sono sicuro di no, quindi il nostro obiettivo sarà garantire che il debito non cresca in valore assoluto mentr e le nostre riforme faranno crescere il Pil. Semplice, no? Sono certo che lei concorda che questa è la strada maestra da prendere.    Dobbiamo quindi porci il ferreo obiettivo di un pareggio di bilancio e, siccome non vogliamo aumentare di un euro la pressione fiscale sugli italiani (mica come quel furbone del suo ministro Giulio Tremonti che, mentre racconta in Tv che ha messo tutto in sicurezza, continua ad aumentare la pressione fiscale mese dopo mese) dobbiamo assolutamente tagliare le spese. Tagliare le spese, caro presidente, vuol dire tagliare   le spese, come hanno fatto in Spagna quest’anno, in Germania da tempo e come stanno facendo in Inghilterra. Tagliare non vuol dire  non fare più alcuni degli aumenti che avevamo promesso a destra e manca di fare, come ha fatto (di nuovo) quel furbone del suo attuale ministro dell’Economia. A proposito, lo ha consultato prima di proporci il patto per la crescita? È certo che sia d’accordo? Non vorrei essere polemico ma, cosa vuole, giusto oggi esce in libreria la seconda edizione di Tremonti, istruzioni per il disuso. Nel libro mostriamo che il suo ministro, che noi continuiamo a chiamare Voltremont, ha fatto tutto il possibile per impedire e danneggiare la crescita economica italiana. Fa niente, son dettagli. Il capo è lei, lo sappiamo e Voltremont (pardon, Tremonti) se ci mettiamo d’accordo vedrà che tace ed esegue cominciando, per esempio, con la cancellazione delle norme monopolistiche che ha appena regalato all’Ordine degli avvocati, tanto per dirne una. Ne ho altre due dozzine in lista di leggi anti-liberali approvate dal 2008 ad oggi dal suo governo, ma lasciamole ai tecnici e torniamo a bomba.      Tutti sanno che, alla fin fine, ciò che il sistema politico spende per se stesso è relativamente poca cosa rispetto al totale della spesa pubblica. Però è anche ben accertato che, quando si taglia la spesa, i  cittadinisonomoltopiùpropensi ad accettare i tagli se questi colpiscono,inugualemisura,anchechilifa.Così han fatto in Germania, che lei cita come   esempio, in Spagna, in Irlanda e anche in Inghilterra. Facciamolo anche noi, allora: primo decreto legge, rapido, simbolico ed efficace. Tagliamo tutte le spese della politica, dagli stipendi dei deputati a quelli dei commessi del parlamento a quelli dei direttori e degli alti funzionari ministeriali a quelli dei presidentidiregioneeprovincia,aiconsiglieri,ai sindaci, ai dirigenti delle imprese statali, eccetera. Li portiamo ai livelli tedeschi o spagnoli, aggiustando ovviamente per il Pil per capita. Ho fatto il conto, presidente. Non son tanti soldi ma se scegliamo, per esempio, i livelli spagnoli (la Spagna – lei lo sa vero? – ha un reddito pro-capite un pelino più alto del nostro) risparmiamo tra i 4 e i 5 miliardi di euro all’anno. Non è granché ma è un inizio.    L’ossessione    per l’articolo 41

E PASSIAMO alle voci un po’ più serie, che son parecchie. C’è questa cosa che Bossi chiama “federalismo” ma che, in giro per il mondo, chiamano “presa per i fondelli”. Vede, tutti gli esperti concordano che quella robaccia che state approvando per permettere a Bossi di continuare a prendere in giro i suoi elettori del Nord, non solo non ha nulla a che fare con il federalismo ma, per certo, aumenterà sia la spesa pubblica che le tasse. E lei questo non lo vuole, vero? Allora, cassiamo questa costosa boiata e mettiamo quattro tecnici attorno a un   tavolo a farne uno vero, di federalismo. Andiamo avanti. Lei, leggo, vuole cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Capisce che è simbolico, vero? Va bene,  glielo concedo. Come vuole che lo riformuliamo l’articolo 41? Ha tre frasi. La prima dice che “L’iniziativa economica privata è libera” e questo di sicuro le va bene, giusto? La seconda dice che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. “Cosa togliamo? L’utilità sociale? Diciamo che l’iniziativa economica può anche far danno? O è la libertà che vuole togliere? O forse è la nozione di “dignità umana” che dà fastidio al suo ministro Tremonti? O forse è la terza frase che vuole abolire? Dice che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché‚ l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Togliamo questa?   Lei capisce che, se la togliamo, da un lato non possiamo più impedire ai delinquenti di vendere veleno invece di medicine ma, dall’altro, non possiamo più impedire ai suoi concorrenti televisivi di entrare nel mercato e far crollare il monopolio dell’informazione che lei detiene?    Perché, presidente, lei capisce che il combinato di leggi e regolamenti che permettono alle sue aziende di dominare il mercato italiano della televisione e della pubblicità è costituzionale anche in forza dell’articolo 41? Se aboliamo anche solo quella terza frase c’è il rischio   che poi si debbano togliere alle sue aziende tutte quelle belle concessioni che hanno. Ma forse è proprio questo che lei vuole, che ingenuo sono! Lei vuole fare le liberalizzazioni e ha deciso di dare il buon esempio ponendo fine al duopolio Rai-Mediaset! Geniale, ci sto subito, presidente: privatizziamo due canali Rai, vendendoli a due concorrenti diversi mentre lei vende due delle sue stazioni ad altri due. Liberalizzazione competitivadelsettoretelevisivoedella pubblicità in un battibaleno! Ottima idea, ora capisco perché ce l’ha tanto con il 41!

Per salvare lo stato di diritto

PER CHIUDERE: questa cosa del  buon esempio prova la sua genialità. Come   lei saprà (se non lo sa chieda a Brunetta e Sacconi che leggono tanto, o a Tremonti che sa già tutto) esiste un’enorme letteratura che mostra come la crescita economica richieda e si fondi sul rispetto dello stato di diritto, sulla certezza della legge per così dire. Niente certezza del diritto, niente crescita: pensi che un mio collega ha persino preso il  Nobel per questa scoperta. Come esempio di certezza del diritto, niente è più importante che la celerità e trasparenza dei processi.    Se lei si presentasse in tribunale e permettesse a quei pochi procedimenti in corso contro di lei di esaurirsi rapidamente, presidente, gli investitori internazionali avrebbero la prova che l’Italia non è la Russia o la Libia, che in Italia vige la certezza del diritto. A quel punto gli investimenti esteri comincerebbero ad arrivare come un benefico tsunami, capisce? E la crescita riprenderebbe, come nei miracolosi anni Cinquanta e Sessanta! Si faccia processare, signor presidente: è il miglior piano bipartisan per la crescita italiana che io possa immaginare!

di Michele Boldrin Washington University in St Louis – IFQ

 

28 dicembre 2010

Gli spari e l’agguato nelle scale finito nel nulla

Le “strane storie” di Maurizio Belpietro rimbalzano dalle pagine di “Libero” alle stanze della procura di Milano. Il direttore del giornale a cui è appena riapprodato Vittorio Feltri è stato sentito nel pomeriggio di ieri dal procuratore aggiunto Armando Spataro. Interessato a sapere qualcosa di più della prima delle due “strane storie” raccontate nell’editoriale di “Libero” di ieri. Un personaggio misterioso, scrive Belpietro in prima pagina, gli avrebbe raccontato che ad Andria, in Puglia, sarebbe in preparazione un “piccolo attentato” a Gianfranco Fini. Il presidente della Camera dovrebbe restar ferito, ma in modo lieve: “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. La finalità   dell’attentato, secondo quanto scrive Belpietro, sarebbe infatti di “far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”.    Il coordinamento delle indagini sul presunto attentato è stato assunto dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, competente per territorio, visto che Belpietro   scrive che l’azione dovrebbe avvenire ad Andria. Ma si è subito attivata anche la procura di Milano, dove Belpietro lavora e dove “Libero” ha la sua redazione: “Lavoriamo d’intesa con la Dda di Bari”, spiegano dall’ufficio di Spataro.    Resta da spiegare come le “strane storie” siano diventate un editoriale del quotidiano della ritrovata coppia Belpietro-Feltri. Soprattutto la seconda. Sì, perché c’è una seconda storia, ancor più strana della prima, incollata nell’editoriale del direttore di “Libero”. Belpietro, messo un punto e a capo alla storia dell’attentato, racconta che una prostituta di Modena – o escort, come si usa dire un po’ ipocritamente adesso -– è andata a raccontargli di aver avuto un incontro con Fini, pagato mille euro in contanti. La signora, “che giura di essere nipote di un vecchio   camerata”, ha aggiunto anche “una serie di particolari piccanti, acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza”.    Dunque: sarebbe in preparazione un attentato a Fini, ma per incastrare Silvio Berlusconi (prima “strana storia”); e Fini sarebbe andato con una prostituta di Modena, pagandola mille euro   (seconda “strana storia”). “Degenerazione del giornalismo”, commenta il parlamentare finiano Carmelo Briguglio, “come si possono scrivere vicende solo perché qualcuno le viene a raccontare, senza alcuna verifica? Libero evidentemente   vuole riprendere alla grande la campagna di dossieraggio contro Fini, colpevole di voler far crescere il nuovo polo del moderati”.    Sulla prima “strana storia” indagano ben due procure, che ne verificheranno la   consistenza. Ma sembra quasi un’occasione colta al balzo da “Libero” per poter mettere in circolo la seconda “strana storia”, tanto utile per poter azzerare il bunga-bunga di Silvio, dicendo: vedete? anche Fini frequenta prostitute.

di Gianni Barbacetto – IFQ

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