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1 febbraio 2011

Il “patto per la crescita” di Berlusconi preso (quasi) sul serio

Caro presidente Berlusconi, ho appena letto la stimolante lettera aperta che, a mezzo del Corriere della Sera ha inviato ieri a Pier Luigi Bersani ma che, indirettamente, si rivolge a tutti gli italiani che hanno a cuore i destini del Paese. Vorrei, se me lo permette, risponderle a caldo ed entusiasticamente: io ci sto! Facciamolo, facciamolo questo patto per la crescita.    Anzitutto, son pienamente d’accordo con lei, niente patrimoniali che fanno solo danno e spogliano chi ha risparmiato dei frutti del proprio lavoro. Lasciamo che Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo e Walter Veltroni, continuino a voler far male agli italiani tassando i loro risparmi per poter spendere ancor più domani. Concordo con lei, farlo sarebbe l’ennesima follia.

Non vorrà mica  più tasse per tutti?

IN SECONDO LUOGO, siccome è vero che gli alti tassi d’interesse sul debito pubblico sono destabilizzanti e ci costringono a tassare gli italiani per il loro pagamento, dobbiamo evitare che crescano. Non vorrà mica aumentare le tasse future per pagare interessi? Sono sicuro di no, quindi il nostro obiettivo sarà garantire che il debito non cresca in valore assoluto mentr e le nostre riforme faranno crescere il Pil. Semplice, no? Sono certo che lei concorda che questa è la strada maestra da prendere.    Dobbiamo quindi porci il ferreo obiettivo di un pareggio di bilancio e, siccome non vogliamo aumentare di un euro la pressione fiscale sugli italiani (mica come quel furbone del suo ministro Giulio Tremonti che, mentre racconta in Tv che ha messo tutto in sicurezza, continua ad aumentare la pressione fiscale mese dopo mese) dobbiamo assolutamente tagliare le spese. Tagliare le spese, caro presidente, vuol dire tagliare   le spese, come hanno fatto in Spagna quest’anno, in Germania da tempo e come stanno facendo in Inghilterra. Tagliare non vuol dire  non fare più alcuni degli aumenti che avevamo promesso a destra e manca di fare, come ha fatto (di nuovo) quel furbone del suo attuale ministro dell’Economia. A proposito, lo ha consultato prima di proporci il patto per la crescita? È certo che sia d’accordo? Non vorrei essere polemico ma, cosa vuole, giusto oggi esce in libreria la seconda edizione di Tremonti, istruzioni per il disuso. Nel libro mostriamo che il suo ministro, che noi continuiamo a chiamare Voltremont, ha fatto tutto il possibile per impedire e danneggiare la crescita economica italiana. Fa niente, son dettagli. Il capo è lei, lo sappiamo e Voltremont (pardon, Tremonti) se ci mettiamo d’accordo vedrà che tace ed esegue cominciando, per esempio, con la cancellazione delle norme monopolistiche che ha appena regalato all’Ordine degli avvocati, tanto per dirne una. Ne ho altre due dozzine in lista di leggi anti-liberali approvate dal 2008 ad oggi dal suo governo, ma lasciamole ai tecnici e torniamo a bomba.      Tutti sanno che, alla fin fine, ciò che il sistema politico spende per se stesso è relativamente poca cosa rispetto al totale della spesa pubblica. Però è anche ben accertato che, quando si taglia la spesa, i  cittadinisonomoltopiùpropensi ad accettare i tagli se questi colpiscono,inugualemisura,anchechilifa.Così han fatto in Germania, che lei cita come   esempio, in Spagna, in Irlanda e anche in Inghilterra. Facciamolo anche noi, allora: primo decreto legge, rapido, simbolico ed efficace. Tagliamo tutte le spese della politica, dagli stipendi dei deputati a quelli dei commessi del parlamento a quelli dei direttori e degli alti funzionari ministeriali a quelli dei presidentidiregioneeprovincia,aiconsiglieri,ai sindaci, ai dirigenti delle imprese statali, eccetera. Li portiamo ai livelli tedeschi o spagnoli, aggiustando ovviamente per il Pil per capita. Ho fatto il conto, presidente. Non son tanti soldi ma se scegliamo, per esempio, i livelli spagnoli (la Spagna – lei lo sa vero? – ha un reddito pro-capite un pelino più alto del nostro) risparmiamo tra i 4 e i 5 miliardi di euro all’anno. Non è granché ma è un inizio.    L’ossessione    per l’articolo 41

E PASSIAMO alle voci un po’ più serie, che son parecchie. C’è questa cosa che Bossi chiama “federalismo” ma che, in giro per il mondo, chiamano “presa per i fondelli”. Vede, tutti gli esperti concordano che quella robaccia che state approvando per permettere a Bossi di continuare a prendere in giro i suoi elettori del Nord, non solo non ha nulla a che fare con il federalismo ma, per certo, aumenterà sia la spesa pubblica che le tasse. E lei questo non lo vuole, vero? Allora, cassiamo questa costosa boiata e mettiamo quattro tecnici attorno a un   tavolo a farne uno vero, di federalismo. Andiamo avanti. Lei, leggo, vuole cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Capisce che è simbolico, vero? Va bene,  glielo concedo. Come vuole che lo riformuliamo l’articolo 41? Ha tre frasi. La prima dice che “L’iniziativa economica privata è libera” e questo di sicuro le va bene, giusto? La seconda dice che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. “Cosa togliamo? L’utilità sociale? Diciamo che l’iniziativa economica può anche far danno? O è la libertà che vuole togliere? O forse è la nozione di “dignità umana” che dà fastidio al suo ministro Tremonti? O forse è la terza frase che vuole abolire? Dice che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché‚ l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Togliamo questa?   Lei capisce che, se la togliamo, da un lato non possiamo più impedire ai delinquenti di vendere veleno invece di medicine ma, dall’altro, non possiamo più impedire ai suoi concorrenti televisivi di entrare nel mercato e far crollare il monopolio dell’informazione che lei detiene?    Perché, presidente, lei capisce che il combinato di leggi e regolamenti che permettono alle sue aziende di dominare il mercato italiano della televisione e della pubblicità è costituzionale anche in forza dell’articolo 41? Se aboliamo anche solo quella terza frase c’è il rischio   che poi si debbano togliere alle sue aziende tutte quelle belle concessioni che hanno. Ma forse è proprio questo che lei vuole, che ingenuo sono! Lei vuole fare le liberalizzazioni e ha deciso di dare il buon esempio ponendo fine al duopolio Rai-Mediaset! Geniale, ci sto subito, presidente: privatizziamo due canali Rai, vendendoli a due concorrenti diversi mentre lei vende due delle sue stazioni ad altri due. Liberalizzazione competitivadelsettoretelevisivoedella pubblicità in un battibaleno! Ottima idea, ora capisco perché ce l’ha tanto con il 41!

Per salvare lo stato di diritto

PER CHIUDERE: questa cosa del  buon esempio prova la sua genialità. Come   lei saprà (se non lo sa chieda a Brunetta e Sacconi che leggono tanto, o a Tremonti che sa già tutto) esiste un’enorme letteratura che mostra come la crescita economica richieda e si fondi sul rispetto dello stato di diritto, sulla certezza della legge per così dire. Niente certezza del diritto, niente crescita: pensi che un mio collega ha persino preso il  Nobel per questa scoperta. Come esempio di certezza del diritto, niente è più importante che la celerità e trasparenza dei processi.    Se lei si presentasse in tribunale e permettesse a quei pochi procedimenti in corso contro di lei di esaurirsi rapidamente, presidente, gli investitori internazionali avrebbero la prova che l’Italia non è la Russia o la Libia, che in Italia vige la certezza del diritto. A quel punto gli investimenti esteri comincerebbero ad arrivare come un benefico tsunami, capisce? E la crescita riprenderebbe, come nei miracolosi anni Cinquanta e Sessanta! Si faccia processare, signor presidente: è il miglior piano bipartisan per la crescita italiana che io possa immaginare!

di Michele Boldrin Washington University in St Louis – IFQ

 

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