Archive for agosto, 2011

31 agosto 2011

Un uomo “Libero” e la sua lotta per la legalità

Nel ventennale dell’uccisione di Libero Grassi, un libro ci ricorda la vita, l’amore e le battaglie per la legalità dell’imprenditore catanese e della moglie, Pina Maisano. L’autrice Chiara Caprì raccoglie le lettere inedite di Libero a Pina e ripercorre la storia di un onesto cittadino che ha creduto nella libertà. Pubblichiamo qui la prefazione al libro.    L’ultima volta (ma solo in ordine di tempo, si capisce) che l’ho incontrata è stata l’estate scorsa a Palermo, in una ventosa serata in riva al mare nella quale presentavamo un dvd sulle stragi prodotto e distribuito dal Fatto Quotidiano. Ero al bar a prendere qualcosa di caldo (faceva un freddo cane) e mi sento picchiare sulla schiena: “Ehi ciao come va?”. Era Pina Maisano Grassi, la “ragazza libera” che si racconta a Chiara Caprì in questo libro di memorie. Minuta, pimpante, sempre sorridente, battagliera, positiva, ottimista, non ha nulla della “vedova di mafia”. Nessun lamento, nessuna retorica. Me la ricordo sempre in jeans e scarpe da ginnastica. Questo bel libro la racconta così com’è a tutti quelli che non hanno la fortuna di conoscerla e anche a quelli che, come me, non hanno avuto la fortuna di conoscere il suo amore, che non per caso si chiamava Libero e fu il primo commerciante a ribellarsi al racket mafioso. E che è morto vent’anni fa per non essersi piegato a Cosa Nostra, cioè per tutti noi, anche se pochi di noi lo ricordano.    Pina e Libero si conobbero giovanissimi, nella bella Palermo liberty non ancora sfigurata dal sacco di Ciancimino e Lima, cioè dalla mafia e dalla politica al seguito. Dal primo incontro agli anni della guerra, i tormenti di un matrimonio difficile, gli anni della lotta al racket e le battaglie femministe e radicali, dalla tragedia della vendetta mafiosa agli ultimi anni della speranza chiamata “Addiopizzo” che, grazie a un gruppo di ragazzi puliti che lei ha adottato come “i miei nipoti”, finalmente ha trasformato in realtà il sogno incompiuto di Libero Grassi.

RICORDI personali e vicende nazionali intrecciano una vita intensa e viva, vissuta fino in fondo. Anche, per due anni, dal 1992 al ‘94, in Parlamento nelle file radicali. Pina, soltanto due anni dopo l’assassinio del marito, si ritrova a far parte non solo della Commissione parlamentare antimafia, ma anche della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato che viene chiamata nel 1993 a esaminare le richieste della Procura di Palermo e di quella di Roma di processare Giulio Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.    Per due volte, grazie al clima che si respira nel Paese nel pieno di Tangentopoli e delle stragi di mafia, il Parlamento risponde sì ai giudici. Andreotti si presenta in Giunta pallido come un cencio per rispondere alle domande dei colleghi senatori. A tutte, tranne a quelle di Pina. Quando lei gli domanda, garbata ma impertinente: “Senatore Andreotti, mi scusi, ma lei, nella sua posizione non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Cianci-mino, quale fosse la situazione a Palermo, non è così?”, lui resta muto per alcuni, interminabili minuti. Poi, a fine seduta, le si avvicina e le sibila: “Mia cara signora, appena finirà tutto questo risponderò alla sua domanda”.

TUTTO QUESTO erano i suoi due processi, dai quali poi Andreotti uscì per prescrizione a Palermo (ma il reato di mafia l’aveva commesso almeno fino alla primavera del 1980, come stabilirono definitivamente i giudici) e per assoluzione a Perugia (dove il caso Pecorelli era stato trasferito da Roma per competenza). Dunque, quando finì tutto questo, il 3 maggio 2003, Pina ormai lontana da anni dal Palazzo, prese carta e penna e scrisse una letterina al senatore a vita: “Egr. on. sen Giulio Andreotti, ricordo che quando ebbe termine l’audizione nella Giunta delle autorizzazioni a procedere, (nel corso della quale io le ho chiesto ad esempio come mai una persona accorta come lei avesse potuto consentire che i voti della Dc a Palermo fossero in massima parte filtrati da personaggi della sua corrente conviventi con i mafiosi), lei passando davanti al mio banco mi disse: ‘Quando tutto questo sarà finito le dirò… ’. (…) Adesso ‘tutto questo è finito’ e io, che ho fiducia nei magistrati, vorrei sapere. E lo vorrei sapere da lei. Chiedo troppo?”.    Andreotti la liquidò con un biglietto di una riga e mezza: “Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti”. Ecco, questo scambio spiega meglio di tante parole perché Giulio Andreotti, mafioso conclamato fino al 1980, siede tuttora sul suo scranno di senatore a vita a Palazzo Madama, mentre Pina vi è rimasta due anni appena. Perché, come Libero, è una ragazza libera.

di Marco Travaglio, IFQ

Annunci
31 agosto 2011

Piduisti, druidi e compari vertice horror chez B.

I rigatoni sono piaciuti a tutti, il misto di pesce invece ha diviso. Non meno della nuova manovra, riscritta per la millesima volta (e sempre male: almeno in questo risiede coerenza). Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. I gerarchi italiani, invece, gozzovigliano. E affrontano la catastrofe esibendo le avanguardie che meritano: Berlusconi, Bossi, Tremonti, Calderoli, Cicchitto, Maroni, Alfano, Gasparri. Una milizia intellettuale che in qualsiasi altro paese rimpolperebbe – quando non le galere – le fila degli addestratori di cimici albine, ma che in Italia signoreggia e soverchia. La notizia del vertice di Arcore, laddove “vertice” è un ossimoro, non è tanto la mesta lista della spese: Province abolite (come no), parlamentari dimezzati (numericamente; cerebralmente se la cavano già da soli) e stretta sulle pensioni (ancora una volta ha ceduto la Lega: mai visto un “celodurismo” così moscio). I dati salienti sono altri: il “dove” e il “chi”. Il pensatoio per elucubrare una contromossa valida alla crisi non è stato una sede istituzionale, bensì un bordello privato. Il luogo entro cui si è raggiunta l’intesa ha infatti coinciso con la sala del pianoforte di Villa San Martino. Quella – si dice – dei festini. Un po’ come se Napoleone, pure lui despota bonsai nonché instancabile sul fronte strategico-ormonale, avesse pianificato l’annientamento a Wagram della Quinta Coalizione dentro una segreta del Marchese De Sa-de. Dalla filosofia alla politica del “boudoir”: un bel passo avanti. Mens sana in corpore sano, governo balzano in villa libertina. Non è dato sapere se i governanti, tra uno Champagne e un gingerino, abbiano poi festeggiato con un’allegra scozzata di zebedei, oppure stringendo l’erettissimo membro della statua priapica in segno di stima. È invece acclarato che la Bunga Bunga Room, dopo aver visto olgettine orgasmizzanti e pseudo-giornalisti dalle pudenda crudamente avvizzite, ha dovuto assistere financo ai temibilissimi riflussi esofagei di Calderoli: neanche la Dresda rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale ebbe a subire cotanto mattatoio. Se il “dove” è emblematico, il “chi” è lisergico. Le sorti di una nazione non sono più nelle mani del Parlamento. I grandi temi vengono ormai affrontati da un ristretto manipolo di arditi, sistematicamente protesi ad avvalorare le tesi lombrosiane. Fuoriluogo citare i Monty Python o “La cena dei cretini”: per essere grulli occorre talento. Urge una breve ricognizione dei fenomeni che hanno varato la “Manovra Priapo-Prostatica”. Il capotavola era Silvio Berlusconi. Ovvero il Premier più ricattato del mondo, politicamente bollito da anni e zimbellato da tutto il pianeta terracqueo (soltanto Veltroni ne ha ancora una certa stima latente). Di Alfano non c’è molto da dire, se non che ha riscritto il concetto di carisma: al suo confronto, perfino Memo Remigi che rilegge un hit dei Black Sabbath assurgerebbe a trascinatore di folle . Tremonti, usato come controfigura di Russell Crowe in “Beautiful Mind”, passava fino a ieri per mente eccelsa, a conferma di quanto siano messi male nel centrodestra (al punto da ritenere Luca Barbareschi un attore). Ora ammazza le giornate sperando che Milanese non racconti quel che sa: la sua parlata cinguettante (le corde vocali di Tremonti vengono usate come diapason dalle upupe) e il suo futuro da arguto economista ne uscirebbero feriti. Di Umberto Bossi non si può dir male, perché è malato e perché ci ha quel figlio lì. Massima solidarietà, ma non è che anche prima dell’ictus fosse statista da Nobel. Ridotto a malinconica macchietta, ormai cade pure dal letto: chissà, forse è la coscienza latente che nella notte si contorce e vergogna. Di Fabrizio Cicchitto non si ricordano gesta memorabili, a parte l’iscrizione alla P2, il passato come balenottero (“delfino” non è il caso) del socialista Riccardo Lombardi , le labbra vezzose e il mantra “Lei mi deve lasciar parlare!” con cui scudiscia i conduttori tivù (non ha capito che, quando provano a zittirlo, operano per il suo bene). Maurizio Gasparri, il politico dallo sguardo fieramente bovino e la patata in bocca (altri suoi alleati ce l’hanno in testa), deve quasi tutto alla satira: se per disgrazia gli scappa una frase intelligente, non è sua ma di Corrado Guzzanti. Tra un Bobo Maroni (ah) e un “Lurch” Ghedini (ahhhhh), c’era poi l’aitante Roberto Calderoli. Il Lato A di Borghezio, l’idea di druido che ha il Trota. L’uomo – e “uomo” è qui licenza poetica – che con la sola imposizione di una t-shirt ha fatto invelenire Bengasi. L’inventore del Porcellum elettorale e il pasionario rubizzo che brucia “375mila leggi inutili” (fateci caso: “inutili”, “porcate”. Calderoli ama giocare in casa). Più che un summit , quello di Arcore è da configurarsi come esposizione rutilante di varia umanità. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Aveva ragione, benché comunista. Però, anche il paese che non ha bisogno dei Gasparri, mica è meno fortunato.

di Andrea Scanzi, IFQ

31 agosto 2011

Vieni avanti cretese

È sempre bello quando parla Scajola, l’uomo che vive a sua insaputa. Il guaio è che, siccome a sua insaputa parla pure, lo lasciano parlare troppo poco. Gli avvocati difensori lo seguono come ombre, anche di notte, per evitare che si faccia del male. L’ultima volta che parlò a braccio, nel 2002, diede del “rompicoglioni” a Marco Biagi appena assassinato dalle Bierre. Da allora si decise che avrebbe aperto bocca soltanto per leggere brevi comunicati concordati con i suoi legali. Come quello diramato l’altroieri, durante le vacanze a Creta, quando s’è diffusa la voce che la Procura di Roma, con un annetto e mezzo di ritardo, s’era finalmente decisa a indagarlo per finanziamento illecito. Una cosina da niente: 900mila euro pagati per il noto “mezzanino” da 250 metri quadri con vista Colosseo da Anemone tramite l’architetto Zampolini con 80 assegni circolari, tutti da 12.500 per non insospettire l’antiriciclaggio (furbo, lui). “Sono sereno… si è trattato di un’azione di riciclaggio consumata alle mie spalle”, e fin qui tutto ok: chi non sarebbe sereno, avendo trovato un benefattore che, senza chiedere nulla in cambio, per consumare un’azione di riciclaggio alle sue spalle gli allunga 900mila euro per comprargli una casa da un milione e mezzo e, già che c’è, gli regala pure un trasformatore da 96 euro e un frullatore da 100? “… non sono mai stato interrogato…”: e buon per lui, altrimenti gli davano l’ergastolo. “… e attendo che i magistrati romani portino a termine il loro lavoro, nella convinzione che verrà certamente chiarita la mia estraneità ai fatti”. E qui cominciano i problemi con la logica: perché può darsi che alla fine si scopra che Scajola non ha commesso reati (o più probabilmente che venga prescritto, vista la fulminea rapidità con cui la Procura di Roma si occupa di lui), ma è altamente improbabile che risulti “estraneo ai fatti”, visto che Anemone quei soldi glieli ha sborsati, Zampolini glieli ha portati e, al momento della vendita dell’appartamento a Scajola, le proprietarie li hanno incassati. A meno che, si capisce, la strategia difensiva di Scajola non punti alla totale infermità mentale, nel qual caso può succedere di tutto. Prima però s’imporrebbe una perizia psichiatrica. Che avrebbe buone speranze di successo, viste le cose che l’uomo che vive a sua insaputa è riuscito a dire negli ultimi mesi. Cominciò, alle prime notizie sullo scandalo, col dipingersi come “vittima di una campagna mediatica”. Poi la celebre conferenza stampa senza domande (c’era il rischio di risposte) in cui lesse il celeberrimo comunicato concordato con i suoi legali, davvero degni di lui: “Un ministro non può sospettare di abitare un’abitazione pagata in parte da altri”. Nel settore della stampa estera c’erano colleghi che picchiavano sull’auricolare sperando in un errore di traduzione dell’interprete. Purtroppo era tutto testuale. Così come le dichiarazioni successive: “Ora devo scoprire se qualcuno ha pagato la mia casa a mia insaputa, nel qual caso annullerò l’atto”. Una voce pietosa gli spiegò che le precedenti proprietarie non avevano alcun motivo per riprendersi la casa indietro, visto che gliel’avevano venduta così bene. Allora lui si rassegnò e annunciò: “Vendo la casa e la differenza fra quel che ho pagato io e quel che han pagato altri a mia insaputa la do in beneficenza, so già a chi”. Ora però si scopre che continua a viverci lui, ma a sua insaputa: “È vero – ammette – ne sono uscito quando mi sono dimesso, ma poi ci sono tornato. Ma solo a dormire”. Ecco, sapendo che per un terzo l’ha pagata lui e per due terzi Anemone, ha deciso di trascorrervi solo 8 ore su 24 (quelle notturne) e saltellandovi su un piede solo. Ma sul citofono del mezzanino ci sono ancora le iniziali “C.S.”. Cioè, par di capire, Claudio Scajola. A meno che non si tratti di un ben più drammatico acronimo: Chi Sono?

di Marco Travaglio, IFQ

31 agosto 2011

Una risata li seppellirà

La descrizione di ciò che è avvenuto nel mega-summit di Arcore, sette ore di discussione intensa e laboriosa fra i migliori cervelli disponibili al governo di questo Paese, è buon materiale per una ricostruzione di vecchio varietà, come la celebre gag del gatto che assiste alla furibonda lite di due amanti ed è persuaso che l’uno stia incolpando l’altro di avere dimenticato di comprare la trippa.    Ciò che è avvenuto invece è la distruzione, non si sa quanto cosciente, ma certo accurata, di ciò che forse era rimasto della credibilità e rispettabilità italiana.    Come in un incubo è avvenuto tutto ciò che un mago menagramo poteva prevedere per l’Italia: una serie di cancellazioni e di aggiunte fatte con confusione , concitazione, e senza alcuna logica, da mani diverse, deformata persino rispetto al prima, inventando ciò che non si poteva fare e dimenticando dei pezzi, tipo cinque miliardi di euro che non si trovano nella somma finale.    L’evento è da denuncia penale, perché reca all’azienda Italia un danno grandissimo.    Centra in pieno l’obiettivo di presentarci come un Paese che non ha neppure un po’ di rispetto per se stesso e la propria immagine, e non teme il ridicolo. E non parliamo di tempestive e credibili misure economiche. Pensate alla canzoncina da ripetere prima che si apra il penoso sipario del Parlamento: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. La frase corretta è questa: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani ricchi”, come sempre. Gli altri se la vedano con i 40 anni di lavoro come requisito minimo per la pensione, da tassare subito. Che italiani saranno i pensionati? Che italiani saranno i sindaci che hanno invaso le strade di Milano per far sapere che i Comuni sono a secco?    Che contributo darà, e in che modo, la cancellazione a futura memoria delle Province, e la riduzione dei parlamentari di un altro parlamento, nel momento minaccioso che grava adesso sull’Italia? Come se non bastasse, giornali e tv fanno il lancio senza ridere (o senza piangere) come se ad Arcore fossero state prese decisioni storiche. “Via la supertassa, stretta sulle pensioni, niente superprelievo, l’Iva non si tocca”, gridano giornali e tv.    I cittadini credono che sia il lavoro del Parlamento. Non è vero, non è successo niente.    Hanno solo rinnovato il contratto a Bossi e Calderoli. Si attende la risposta dei mercati.

di Furio Colombo, IFQ

30 agosto 2011

Il mito del Buongoverno

Molte cose sono cambiate negli ultimi lustri, così tante e così in profondità che dal nostro piccolo osservatorio provinciale – un’Italia che sia nei suoi governanti sia nei suoi intellettuali continua a pensarsi importante, e non è mai stata, da decenni e decenni, così stupida e meschina, così incapace di guardarsi allo specchio – si è fatto molto più difficile capire e giudicare. Per non dire proporre. La mutazione è stata tale che, a considerarla seriamente, c’è da ammutolire, non da buttarsi a parlare.

Nel mondo globale, di fronte a un potere globale che decide del presente e del futuro di tutti, spossessati di ogni capacità di comprensione e di decisione, cosa contano le nostre piccole questioni, il nostro sterile affannarci sulla “cosa pubblica”?  Due tentazioni si presentano, che sono concomitanti, ma la prima decisamente pessimista e la seconda nonostante tutto ottimista: il silenzio o il mimetismo, rinunciare del tutto alla pretesa di capire s soprattutto di dire, oppure chinarsi, secondo l’antica abitudine, come il giunco quando passa la piena. Aspettare che la piena passi…passerà? Ieri si poteva sperarlo, ma oggi? E dunque la sola scelta rigorosa resta quella tra il cedimento e l’ostinazione, però un’ostinazione senza illusioni.

Se si  è convinti che il mondo non possa migliorare e se non si vuole arrendersi alla china – ai diktat di un potere dai mille volti e per noi irraggiungibile nei suoi centri nevralgici; alla difficoltà di porsi di fronte a un nemico così diffuso; a una novità che, mentre propone l’accettazione più passiva (anche al mercato delle idee e della cultura, alla sua unitaria e monolitica proposta di consumo-consenso, alla manipolazione efficientissima dei modelli e dei gusti e delle idee), produce in risposta solo le più cupe  delle difese identitarie -, bisognerà elaborare faticosamente nuove strategie, costrette a esse non globali, come dovrebbero essere per avere senso generale, ma ad accettare  i molti, invalicabili limiti.

Si, certo, quel che manca di più è una visione, un’analisi; mancano pensatori convincenti e non generici (che si agitano nella miseria della filosofia di questi anni, nei poveri, risibili narcisismi parolai e variamente accademici dietro ai quali si nasconde l’impotenza, nella ripetitività ossessiva e alla fine consolatoria e retorica  delle idee dette “nuove” su un mondo diverso possibile), ma mancano anche le indicazioni e gli esempi per una morale diversa del nostro muoverci, in quelli ancora preoccupati dal contesto concreto della polis che li racchiude e costringe.

A fallire non è stato infatti soltanto il mito della Rivoluzione, ma anche quello, più modesto e alla fine più sensato del Buongoverno, In Italia in particolare, dove si è tornati decisamente indietro dopo il periodo, delle concrete speranze, uccise non solo dal Capitale, ma anche dal demone interno di una sinistra negata sia alla concretezza che alla coerenza tra i fini e i mezzi (compresa la pseudo nuova, che ha creduto anche lei di poter “lavare con l’acqua sporca” come ha sempre fatto il Pci). Si è tornati indietro perfino sul piano dell’unità nazionale, in un precario equilibrio tra locale e statale che nessuno si perita di analizzare e che è in realtà, molto nuovo. Non hanno più colpa i post-comunisti ufficiali  di quelli alla Rossanda-Bertinotti del disastro della sinistra, di una sinistra che oggi è talmente di destra da non far più nemmeno parte dell’Internazionale socialista! Ma recriminare è inutile, inutile piangere sul latte versato di tante speranza e di tante energie tradite da ideologismi e ipocrisie, da ipocriti ideologismi, e dalla tradizione solidissima dell’opportunismo…

Se la Rivoluzione non la si potrà più fare, se il Buongoverno è una farsa che nasconde l’unione tra i ricchi e gli arricchiti nella gestione della “cosa pubblica” senza altra preoccupazione che una privata economia decisamente refrattaria a ogni idea di buona gestione dell’esistente a vantaggio di tutti e forsennatamente a vantaggio dei pochi e dei loro tanti complici, diventa indispensabile discutere, senza i paraocchi dei professorini di dottrina su un “che fare” che punti alle pratiche efficaci determinate da – diciamolo rozzamente ma il più chiaramente possibile – “amore del prossimo” (giuste le conclusione della “lettera a una professoressa” di quarant’anni fa) e amore della giustizia e della verità.

Rileggere allo stesso tempo Capitini e Anders, guardarsi introno “non fidandosi degli occhi”, partecipare, tanto per cominciare, con buone pratiche di solidarietà e non fermarsi alla soddisfazione del “particulare”, anche quello mascherato dalle molte forme recenti di falsa coscienza, discutere i gradi della propria compromissione nel beneficio ricavabile dalla situazione presente, e cioè della propria oggettiva complicità e corruzione, può allora diventare molto più istruttivo e stimolante che non disputare con i tardomarxisti e neroriformisti “locali”.

I risultati cui si giungerà non potranno che essere  radicali in molte direzioni, e più esattamente in quella dell’invenzione di molteplici forme radicali di disobbedienza divile. Ma è proprio questo, mi pare, che troppi di noi vogliono evitare.

di Goffredo Fofi,  Zone Grigie,  pagg.80,  Donzelli Editore

30 agosto 2011

34 anni dopo è ancora Vaticano Spa

Nel gennaio del 1977 Paolo Ojetti, con l’aiuto di Pierluigi Franz, pubblicò su l’Europeo un’inchiesta di quelle che restano nella memoria del giornalismo. In prima pagina, sopra una foto notturna della cupola di San Pietro, compariva il titolo: “Vaticano Spa”. Era la ricostruzione minuziosa dell’immenso patrimonio che congregazioni, collegi, case sante, istituti ecclesiastici, rettorati, pie società, capitoli, abbazie e una serie infinita di enti e ordini monastici, possedevano nella sola città di Roma: un quarto del patrimonio immobiliare era proprietà della Chiesa.

QUELL’ARTICOLO, assieme a un altro paio di scoop, costò la poltrona di direttore a Gianluigi Melega che era arrivato alla testa del periodico Rizzoli soltanto nell’estate precedente. “Quando Rizzoli decise di sollevarmi dall’incarico – ricorda Melega – mi disse che facevamo un gran bel giornale ma che lui non poteva permetterselo”.

Oggi, a distranza di 34 anni, mentre imperversa una furibonda campagna sulla tassazione dei beni ecclesiastici non utilizzati per “finalità di culto”, è incredibile annotare come non esistano banche dati in grado di fornirci il dato ufficiale di queste società. Di più: lo Stato italiano non sa quantificare la cifra che, tra sovvenzioni ed esenzioni, il Vaticano ottiene annualmente dalle casse del bilancio italiano. Le richieste dei soli Radicali, seppure sostenute da una parte della pubblica opinione, non sono riuscite a ottenere risposte.    Stefano Livadiotti, sull’Espresso, ha messo in fila diversi di questi “privilegi”: alcuni certi, come la pratica ormai invalsa nella distribuzione dell’8 per mille, che premia oltremodo la Cei a dispetto delle altre confessioni religiose che hanno sottoscritto l’intesa con lo Stato o lo sconto che dal 2006 il Comune di Roma pratica per le auto vaticane che devono passare per la zona a traffico limitato del centro. Altre solo ipotizzabili, come il mistero dell’Ici, la tassa sugli immobili di proprietà. I Comuni hanno valutato con una “prudentissima analisi” un mancato introito “compreso tra i 400 e i 700 milioni di euro l’anno”. Il matematico Piergiorgio Odifreddi, da sempre rappresentato come “anticlericale” ha stimata la cifra di 6 miliardi di euro. Anche i dati ufficiali, forniti dall’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica e risalenti a un lustro fa (il 2006), non sembrano rigorosissimi . A conti fatti il rendimento dei palazzi di proprietà sarebbe quattro volte maggiore di quello che incamerano gli enti di previdenza italiani. Vale a dire che o le proprietà ecclesiastiche ottengono affitti da capogiro o che si è rivisto al ribasso il valore del patrimonio di partenza (stimato per l’appunto nel 2006 a 430 milioni di euro).    Ojetti, autore dell’inchiesta che in quell’inizio d’anno del ‘77 fu stroncata dall’Osservatore Romano spiega: “In 34 anni nulla sembra essere cambiato. Anche allora ci chiedevamo perché questo enorme patrimonio non venisse tassato”.

MELEGA ricorda: “Dagli anni ‘50, con la costruzione dell’Hilton a Monte Mario e l’inchiesta dell’Espresso su ‘Capitale corrotta, nazione infetta’ ci colpiva il fatto che il Vaticano si occupasse di immobili. Pensavamo detenesse un patrimonio di latifondo, invece dai Parioli a Gregorio VII stava edificando in tutta Roma”.

Non fu, come detto, l’unica inchiesta che fece traballare la direzione Melega a l’Europeo. Le altre due parlavano di massoneria (“Tassan Din, l’uomo di mano di Rizzoli che fino ad allora non avevo mai visto, mi venne a incontrare e mi suggerì un pezzo sulla massoneria ‘buona’. Lo misi alla porta”. Poi un’inchiesta su Seveso mise in contatto il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e un monsignore romano, Angelini, deus ex machina della sanità romana. Era il 1977. C’erano il terrorismo, l’Urss e la Guerra fredda, ma sembra oggi. Melega allarga le braccia: “È incredibile, ma è così”.

di Eduardo Di Blasi, IFQ

30 agosto 2011

Supertassa e aumento Iva? No, botta su pensioni e Coop

Manovra riscritta, Bossi e Tremonti sbugiardati. Buco nero sui numeri.

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. Quasi di soppiatto, da sconfitto. Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà, che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì. Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi. È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità. Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente. E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop. La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto. Con un’unica eccezione, quella di Maroni. Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali. Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.

MA SOPRATTUTTO, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia. “Per la prima volta – ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto – non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”. Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla. Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”. Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.    Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà, ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà”. Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.

Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti – che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio – ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi. Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima. Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta. È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato. Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula. Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto. Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”: “Non vedo come possano quadrare questi conti”. Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20. Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”. Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini. Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.

“BERLUSCONI – commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria – ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”. Forse.

di Sara Nicoli,  IFQ

25 agosto 2011

La casta dell’Aci, garantisce Brambilla

In questi giorni di stangate e rigore, di forbici che tagliano ovunque, tranne che nei pressi della Casta, la storia dell’Aci e del fantomatico decreto firmato dal ministro Brambilla diventa ancor più interessante. L’Aci è infatti un “ente pubblico non economico”, con circa un milioni di iscritti e partecipazioni in parecchie società: Sara assicurazioni, Ala assicurazioni, Aci Mondadori, Ventura e altre ancora. Insomma, l’Aci non è una robetta da niente, e il suo presidente Enrico Gelpi ogni anno intasca un’indennità da circa 300mila euro. Ai suoi tre vicepresidenti, invece, ne spettano circa 100 mila. A vigilare sulla correttezza di questo ente pubblico, è il ministero Michela Vittoria Brambilla, poiché l’Aci è soggetta al controllo del ministero del Turismo. La stessa Brambilla che vede Eros Maggioni, il suo compagno, sedere al consiglio direttivo dell’Aci Milano.

LA BRAMBILLA avrebbe dovuto controllare, quindi, la regolarità delle elezioni e, soprattutto, l’applicazione dell’art.6 comma 5 del decreto legge 78/2010, che prevede la riduzione dei costi degli apparati pubblici e avrebbe dovuto ridurre il Consiglio Generale da 43 a soli 5 membri.Ma questo non è mai accaduto.    Il Consiglio Generale dell’ente è scaduto a dicembre 2010, ma le nuove elezioni prevsite dallo statuto non si sono mai viste. Rischiava anche il Comitato Esecutivo, una specie di doppione dunque ulteriore fonte di costi da eliminare. A otto mesi dal novembre 2010, nulla è cambiato. L’avvocato potentino Giuseppe Nolé, presidente della federazione italiana karting – associazione sportiva interna ad Aci Csai – a maggio diffida l’Aci a rispettare le norme: chiede nuove elezioni e riduzione dei costi e dei componenti. Scrive anche al ministero, finché si vede recapitare una lettera, con l’intestazione “Presidenza del Consiglio dei ministri”. Il contenuto è doppiamente interessante.    Si scopre che l’8 settembre la Brambilla, invece di prendere provvedimenti per la mancata riduzione dei costi, passa la palla al Consiglio di Stato, chiedendo un suo parere. Un conto è eleggere 43 membri, un altro è eleggerne solo 5 e quindi, nel frattempo, le elezioni rischiano di slittare. E infatti: la data delle elezioni si avvicina e – in assenza del parere, sebbene lo Statuto dell’Aci prevedesse le elezioni, – si giunge alla scadenza del mandato per l’intero consiglio generale. Come dire: la democrazia interna, il diritto dei soci a eleggere i propri rappresentanti, si sospende d’incanto. Il 16 dicembre 2010, l’Aci modifica alcuni articoli dello Statuto, e differisce a marzo 2012 la scadenza del Consiglio generale: una proroga di ben 14 mesi. La delibera viene trasmessa al Gabinetto del Ministro Brambilla. E qui viene il bello.

IL GABINETTO del ministro istruisce la pratica per un decreto di approvazione. È la stessa presidenza del Consiglio a scrivere, nella lettera indirizzata a Nolé, che “il Gabinetto dell’Onorevole Ministro ha seguito direttamente la vicenda predisponendo i relativi atti”. Sappiamo quindi, da una fonte ufficiale, che questa vicenda è stata seguita direttamente dal ministro. Ecco come. Negli atti del ministero si legge che l’Aci ha modificato gli articoli 6, 13 e 18 dello Statuto. Con questa modifica, in teoria, si sarebbe sanata una grave irregolarità, l’omesso svolgimento delle elezioni. A mettere un sigillo sull’operazione, arriva il decreto, istruito dal gabinetto della Brambilla che, da vigilante sull’Aci, firma l’atto il 23 dicembre 2010. Per essere una “vigilanza”, c’è qualche distrazione di troppo, visto che il testo degli articoli 13 e 18 del vigente Statuto, approvato con decreto 23 dicembre 2010, è identico al testo precedente.    Le modifiche riguardavano gli articoli 12 e 19, che nel decreto non vengono neanche menzionati. Se non bastasse, bisogna ricordare che un decreto, per essere efficace, deve essere pubblicato. Ebbene: dal 23 dicembre a oggi, sulla Gazzetta Ufficiale, di quel decreto non c’è traccia, dunque è tuttora inefficace. ma c’è di più: l’Aci lo mette sul proprio sito web e – addirittura che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 18 marzo 2011. Falso.    Eppure l’Aci è tenuta a rispettare le norme sulla trasparenza degli atti. E il ministero dovrebbe vigilare sulla sua correttezza. Non è ancora tutto. Il fantomatico decreto viene utilizzato, ufficialmente, in un altro atto pubblico: il 27 giugno, l’Aci, lo utilizza per difendersi, in una vertenza con l’Agcm. Un decreto che, di fatto, non c’è, ma nessuno fa una piega. Tanto meno la Brambilla. E ancora: Se il decreto non è efficace, gli organi Aci – che continuano a lavorare senza essere stati eletti – dovrebbero essere decaduti. Se così fosse, l’ente dovrebbe essere commissariata. Da chi? Sempre dalla Brambilla, che però ha avallato tutta l’operazione, con il suo decreto, scritto sì, ma inefficace.    A questo punto non si capisce chi controlla chi. Neanche i parlamentari possono controllare la situazione. Da mesi, il senatore dell’Idv Felice Belisario, chiede un chiarimento al governo, ma dalla Brambilla, nonostante diverse interrogazioni parlamentari , non è mai arrivata una risposta. Nel frattempo è arrivata la risposta del Consiglio di Stato che, a luglio, ha emesso il proprio parere. Il parere non sposta di una virgola il pasticcio del decreto non pubblicato. Ma almeno offre un indirizzo: la riduzione degli organi – quindi l’applicazione dell’art.6 comma 5 del decreto legge 78/2010 – per l’Aci può anche non essere applicata, in quanto facendo parte del Coni, risponde alle regole delle federazioni sportive.

A DIRLA TUTTA, le categorie sportive dell’automobilismo riconosciute non costituiscono, con i loro rappresentanti, il Consiglio Generale ed il Comitato Esecutivo della propria federazione sportiva Aci. Il Consiglio di Stato, però, aggiunge un altro “dettaglio”: le cariche collegiali e monocratiche degli enti pubblici devono essere ricoperte a titolo onorifico: non può essere erogata alcuna indennità di carica. Se l’interpretazione venisse accolta, il Presidente dell’Aci non potrebbe più percepire l’indennità da circa 300 mila euro, i tre Vicepresidenti quella da 100 mila annui, ma né l’Aci, né la Brambilla, a questa parte del parere, sebbene ufficialmente chiesto al Consiglio di Stato, hanno mai mostrato alcun interesse. Tutto è rimasto com’era.

di Antonio Massari, IFQ

Il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla (FOTO EMBLEMA) 

25 agosto 2011

Sciopero generale, lo schiaffo di Bersani

La scena ha un qualcosa di surreale: verso mezzogiorno, sotto il sole, nell’aria torrida e immobile di piazza Navona, il segretario generale Susanna Camusso trasforma il presidio della Cgil davanti al Senato in una strana conferenza stampa all’aperto. Di fatto un piccolo comizio, sottotono, davanti a duecento militanti e funzionari del sindacato. Elenca le proposte di modifica alla manovra finanziaria in discussione a palazzo Madama.

Chiede lotta all’evasione fiscale, l’imposta sulle grandi ricchezze (oltre gli 800 mila euro), l’imposta straordinaria sui grandi immobili (oltre gli 800 mila euro di valore), la ritassazione al 15 per cento, dei capitali “scudati”. E poi un fondo per la crescita e l’innovazione, una taglio energico e reale dei costi della politica e dei costi correnti della pubblica amministrazione. Soprattutto, l’abolizione dell’articolo 8 della manovra, quello che apre la strada alla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.    Ma il punto critico vero è il lancio dello sciopero generale del 6 settembre, che la Cgil ha proclamato in solitudine, accusata dagli altri sindacati di rompere il fronte delle parti sociali per correre dietro alle parole d’ordine della Fiom. Sullo sciopero arriva la doccia gelata della presa di distanza del leader del Pd Pier Luigi Bersani. Il quale prima incontra nella sede del partito i rappresentanti di tutte le parti sociali, Confindustria compresa, ai quali illustra la contro-manovra che il Pd convertirà in emendamenti domani al Senato. Un incontro che Bersani giudica positivamente , valorizzando questo filo di dialogo che deve continuare in vista di un “autunno pesante”.

Ma subito dopo, quando un giornalista gli chiede la sua posizione sullo sciopero della Cgil, Bersani dà una risposta tanto diplomatica nella forma quanto secca nella sostanza politica: “Noi siamo un partito che come mille altre volte è presente dove sono le forze sociali e civili, ma oggi abbiamo chiarito la nostra preoccupazione principale, cioè che non si disperda la convergenza raggiunta tra le forze sociali con l’accordo del 28 giugno”. Convergenza innanzitutto, dunque, e in questo momento è la Cgil che diverge dal coro compatto delle forze sociali, quello che dopo l’incontro con Silvio Berlusconi a palazzo Chigi si è fatto rappresentare dalla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia come portavoce di tutti, anche della Cgil.

Camusso, imbarazzata, cerca di schivare il colpo: l’accordo del 28 giugno sulla revisione del sistema dei contratti di lavoro è stato scavalcato e superato dal decreto del governo, che apre la strada a contratti locali in grado di superare quelli nazionali e le stesse leggi dello Stato. Il numero uno della Cgil prova ad argomentare: “Bersani ha detto una cosa molto corretta, che andrebbe rivolta al governo e alle parti che non chiedono lo stralcio dell’articolo 8. Chi ha rotto il faticoso percorso del 28 giugno è stato il governo e chi, tra le parti, si arrampica sui vetri dicendo che l’articolo 8 non contraddice l’accordo del 28 giugno”.

Ma la freddezza del Pd sullo sciopero della Camusso rimane un fatto politico. Con la Cgil si schierano Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Quanto ai lavoratori, Camusso si appella alla loro partecipazione, unica possibile risposta a chi giudica lo sciopero generale un errore politico o una mossa inutile: “Sappiamo che stiamo chiedendo ai lavoratori uno sforzo straordinario, ma si chiede un sacrificio straordinario quando le condizioni sono straordinarie”.

di Giorgio Meletti, IFQ

25 agosto 2011

Il lifting fiscale della Marcegaglia

Un’imposta straordinaria a carico dei super ricchi, manager e imprenditori dal reddito multimilionario? Non se ne parla, “serve solo a far pagare di più chi le tasse già le paga, con un prelievo che ormai sfiora il 50 per cento”. La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, stronca l’idea lanciata in Francia da alcuni Paperoni desiderosi di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.

“IN ITALIA la situazione è diversa”, spiega la numero uno degli industriali in un’intervista pubblicata ieri da La Repubblica. Da noi servirebbe solo ad alimentare “uno Stato inefficiente e sprecone”. E allora, se le cose cambiano, disponibili a parlarne, ma prima di allora meglio aumentare l’Iva, che si scarica sull’intera platea dei consumatori, e magari dare un taglio alle pensioni. Così parlò Marcegaglia, che in effetti a casa propria, nell’azienda di famiglia, la Marcegaglia spa, ha trovato il modo di risparmiare sulla bolletta da pagare al Fisco. Una holding in Irlanda un’altra in Lussemburgo e il gioco è fatto. Tutto a termini legge, per carità. Gli esperti la chiamano ottimizzazione fiscale.    Significa che gli imprenditori sfruttano i benefici assicurati dalle legislazioni di Stati compiacenti allo scopo di diminuire il peso delle imposte nel bilancio aziendale. Nel 2009, per dire, il gruppo Marcegaglia ha cavalcato gli ottimi risultati della sua controllata lussemburghese, la Sipac sa. Grazie a una non meglio precisata “operazione finanziaria” la società con base nel Granducato ha realizzato un utile di 24,3 milioni. Tutti profitti esentasse, perchè la legge lussemburghese prevede un’imposizione praticamente nulla sugli utili societari. Difficile capirne di più, perchè i bilancio della Sipac, depositato alcune settimane fa, consiste in cinque paginette in tutto. Niente di nuovo sotto il sole: da sempre così vanno le cose nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Sta di fatto che nel 2009 l’intero gruppo Marcegaglia ha fatto segnare 14,5 milioni di utili su 2,5 miliardi di ricavi. Morale: se non ci fosse stata la provvidenziale plusvalenza esentasse della Sipac, l’azienda della presidente di Confindustria due anni fa avrebbe chiuso il bilancio in perdita.

POI C’È il capitolo irlandese. A Dublino troviamo la Marcegaglia Ireland, che è una holding di partecipazioni. Proprio a questa società fa capo il cuore produttivo del gruppo, la Marcegaglia spa. Traslocare in Irlanda conviene. Da quelle parti l’aliquota massima sugli utili societari ammonta al 12,5 per cento. Un bel risparmio, visto che in Italia, quando va bene, si parte dal 30 per cento per arrivare fin verso il 50.

Insomma, tra Irlanda e Lussemburgo, Emma Marcegaglia e famiglia si sono messi nelle condizioni di pagare il meno possibile a “questo Stato inefficiente e sprecone”, per dirla con le parole della presidente di Confindustria. Il caso del gruppo Marcegaglia non è certo un’eccezione. Tra i grandi gruppi industriali e finanziari i tour internazionali alla ricerca celle aliquote migliori sono una pratica diffusa e anche legale, almeno entro certo limiti.    Altra cosa è la vera e propria evasione fiscale, con i tesoretti di famiglia nascosti all’ombra di qualche paradiso off shore. In casa Marcegaglia ne sanno qualcosa. Secondo un’inchiesta della procura di Milano chiusa un paio di anni fa, il gruppo controllato dalla famiglia della presidente di Confindustria tra il 1994 e il 2004 ha accumulato fondi neri all’estero ricavati grazie al trading internazionale di acciaio. Il denaro veniva depositato in quattro depositi bancari aperti all’Ubs di Lugano. I beneficiari dei conti, su cui sono transitati nel tempo svariati milioni di euro, erano Steno Marcegaglia e i figli Emma e Antonio. Quest’ultimo nel 2008 ha patteggiato una pena (sospesa) di 11 mesi e ha restituito 6 milioni di euro. Non ha potuto farne a meno. I soldi sono andati in cassa allo “Stato inefficiente e sprecone”.

di Vittorio Malagutti, IFQ

25 agosto 2011

Furbilandia

Lo dicono le banche: 600mila famiglie ricchissime Ma solo in 74mila dichiarano più di 200mila euro.

Dopo il miliardario Warren Buffett, dopo il manifesto dei “ricchi” francesi, dopo Montezemolo anche Sergio Marchionne si dice favorevole a una tassa patrimoniale: “Sono disposto a fare qualunque cosa se l’obiettivo è chiaro”, ha detto ieri l’amministratore delegato della Fiat al Meeting Cl di Rimini. Tutto, tranne spostare la propria residenza fiscale dalla Svizzera all’Italia condizione che gli permette di pagare un’imposta sullo “stipendio” da manager Fiat del 30 per cento contro il 43 dei suoi colleghi residenti in Italia. Un risparmio del 13 per cento che su circa 4 milioni di compenso ammonta a circa 500mila euro. Come si vede il problema della tassazione delle grandi fortune è complesso e non si risolve semplicemente con una patrimoniale. Ma, in ogni caso, se questa fosse varata genererebbe non poche entrate. Ieri la Cgil, presentando la sua “contromanovra” , ha stimato un gettito di 15 miliardi di euro all’anno se si applicasse in Italia il sistema dell’Imposta sulle fortune in vigore in Francia. Lì, si paga lo 0,55 per cento a partire da 800mila euro di ricchezza con un sistema di aliquote progressive che arrivano a 1,8 per cento per i patrimoni superiori ai 15 milioni. Ma come individuare i ricchi? Consultando dati ufficiali si desume che stiamo parlando di poche persone con grandi ricchezze in tasca. La Banca d’Italia ha stimato, nel 2009, in 8.600 miliardi la ricchezza netta complessiva – dedotte le passività, come i mutui – corrispondenti a circa 350mila euro a famiglia. Ma la distribuzione di tale ricchezza è tra le più ineguali al mondo: se la metà più povera detiene, infatti, solo il 10 per cento della ricchezza complessiva al contrario il 10 per cento più ricco ne possiede quasi il 45 per cento. Stiamo parlando di circa 2,4 milioni di famiglie con in mano oltre 3.870 miliardi di euro. Cioè circa 1,6 milioni di euro a famiglia.

Quindi, se si vuole tassare la fortuna occorre andare a bussare da quelle parti. E per farlo i dati non mancano.

Uno dei più interessanti è quello fornito dall’Associazione italiana del Private banking, le società di gestione del risparmio privato, che ha censito gli italiani con patrimoni superiori ai 500mila euro. Si tratta di 611.438 famiglie di cui la maggioranza, 415mila, detiene patrimoni tra i 500mila e il milione di euro. Numeri che fanno riflettere se si pensa che solo 74 mila persone (lo 0,17 per cento dei contribuenti) dichiarano più di 200 mila euro di reddito. Poi ci sono i più ricchi, quasi 200mila famiglie, che hanno patrimoni compresi tra il milione e i 10 milioni di euro per arrivare all’elite dei 7.982 “paperoni” che supera i 10 milioni. Ben piazzate le “casalinghe”, cioè prestanomi che, mediamente, posseggono 1,2 milioni di euro. Complessivamente si tratta di 896 miliardi di euro detenuti per il 15 per cento proprio dalla fascia più alta, quella con più di 10 milioni di patrimonio, che rappresenta solo l’1 per cento del totale. Come si vede anche ai livelli più alti si riscontrano ineguaglianze e concentrazioni di ricchezza. Su queste cifre, una tassazione sul modello francese potrebbe sfiorare i 10 miliardi di entrate per lo Stato.

MA IN ITALIA, è sempre la Banca d’Italia a ricordarlo, il grosso della ricchezza è concentrata in immobili, le attività finanziarie rappresentano “solo” il 37 per cento della ricchezza complessiva. Alla fine del 2009 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane era stimata in circa 4.800 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Agenzia per il Territorio addirittura in 5.443 miliardi per effetto di un calcolo più aggiornato. Dei proprietari di immobili, sempre secondo l’Agenzia, 10 milioni risultano lavoratori dipendenti e 9,6 milioni sono pensionati. Poi ci sono i titolari di proprietà immobiliari con redditi derivanti da attività di lavoro professionale, di impresa e di partecipazione, pari a 2,5 milioni. Circa 2 milioni di proprietari, infine, presentano “come fonte prevalente di reddito una rendita da immobili, pur non dichiarando redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo o da pensione”. Sono quelli che vengono definiti “rentier”.    Ordinando l’insieme dei proprietari, spiega ancora l’Agenzia , per il valore delle quote di proprietà delle abitazioni possedute, emerge che il 5 per cento di proprietari più ricchi possiede un valore delle abitazioni pari a circa il 25 per cento del totale. Cioè, 1,2 milioni di proprietari possiede circa 1.200 miliardi di patrimonio immobiliare – secondo la Banca d’Italia ma sono 1.360 miliardi secondo l’Agenzia del territorio – per una media di 1 milione di euro a fronte di una media nazionale di circa 200mila euro.

di Salvatore Cannavò, IFQ

25 agosto 2011

La Fiat folgorata da Comunione e Liberazione

La domanda è: perché i vertici Fiat si sono trasferiti in massa al Meeting di cielle? L’ad Sergio Marchionne ci è venuto due volte in tre giorni. Domenica per cercare un posticino sotto l’ombrello di Napolitano, il cui discorso è stato pubblicamente promosso, approvato e sottoscritto dal medesimo Marchionne a microfoni unificati. E poi ieri, in occasione dell’incontro pubblico del presidente John Elkann. Della campagna riminese si accorge anche l’Ansa, con un’agenzia che racconta: “Strette di mano, pacche sulle spalle, incoraggiamenti e un mare di applausi. E’ un’accoglienza da star quella che il Meeting di Rimini riserva al presidente di Fiat, John Elkann e all’amministratore delegato Sergio Marchionne”. Offensiva d’immagine accuratamente studiata: il mercato è in calo, i titoli Fiat in caduta libera (anche se ieri han preso fiato, guarda un po’, dopo le esternazioni riminesi). Per Elkann è un piccolo debutto: sotto l’occhio vigile di Marchionne, seduto in prima fila, viene intervistato dal presidente della Compagnia delle opere, Scholz e dall’immancabile e petulante “rappresentante dei giovani”. Lui risponde a domande precedentemente concordate ed è un po’ Jaki e un po’ John: si parla di tutto, dalla competitività del Paese al lessico familiare di un giovane padre. Dall’integrazione culturale all’importanza della formazione. Il presidente di Fiat, camicia azzurra da bravo ragazzo (ma nessuno ha mai avuto dubbi), si lancia in una difesa della scuola pubblica più “responsabilizzante per i ragazzi”. Affermazione assai condivisibile, ma chissà che avrà pensato l’adorante platea delle scuole cattoliche?

IL PIATTO FORTE lo sfodera verso la fine, con disinvoltura ancora da affinare: “La Fiat vuol continuare a produrre automobili in Italia. Ma l’Italia vuole continuare a produrre automobili?”. Fumosa dichiarazione che Marchionne chiarirà in una solo apparentemente improvvisata conversazione con la stampa. ”Soltanto quando avremo la certezza di poter governare i posti in cui investire, lo faremo. Ora la certezza non c’è. Per quanto riguarda Pomigliano, abbiamo preso un impegno e lo portiamo avanti, l’investimento è partito. Abbiamo congelato Grugliasco e Mirafiori. Aspettiamo che esca in dettaglio l’opinione del giudice di Torino. Analizzeremolasentenzaeilprovvedimento di legge che è stato proposto (le misure sui contratti aziendali contenute nella manovra, ndr): vediamo se ci daranno la certezza di governabilità degli stabilimenti. Se abbiamo quella certezza andiamo avanti”. Per Grugliasco e Mirafiori è, letteralmente, tutto sub iudice: quello di Fiat è un congelamento-avvertimento.

Ma lo show di Marchionne non si ferma alle questioni aziendali e le successive dichiarazioni fanno capire meglio il senso di questa invasione di Fiat a Rimini. Parte con gli eurobond, unica soluzione alla crisi del debito europeo: “Se non c’è una condivisione di rischi, non vedo come se ne possa uscire”. Boccia l’aumento dell’Iva : “Qualsiasi incremento delle tasse avrà un impatto sull’auto e sui consumi”. E poi apre alla patrimoniale proposta da Cordero di Montezemolo: “Io sono disposto a fare qualsiasi cosa per aiutare, se l’obiettivo è chiaro”. Elvetico rigore, ma giustamente, in una nota pomeridiana, Maurizio Zipponi dell’Idv gli fa notare che prima dovrebbe prendere la cittadinanza italiana e magari pagare le tasse nel nostro Paese.

IL PASSAGGIO sulla patrimoniale è l’assist per un endorsement politico, dopo che all’inizio del mese aveva scaricato – salvo successiva smentita – “la leadership di un’Italia non credibile” (ovvero B): “Io non glielo consiglio, ma se Luca Cordero di Montezemolo decidesse di scendere in politica avrebbe il mio appoggio . E’ una brava persona, ha la capacità di crearsi intorno una squadra in grado di vincere e l’Italia ha bisogno anche di questo”. I due non sono proprio amici, è noto: i dietrologi sussurrano già di un bacio della morte per affossare Monzemolo, destinato a un probabile fallimento politico. Eppure il presidente della Ferrari sarebbe un interlocutore politico indubbiamente privilegiato per il Lingotto. Qualche minuto prima, dal palco, John Elkann aveva detto: “La responsabilità che sento verso l’Italia sta prima di tutto nel votare chi ci rappresenta. E poi nell’interloquire con chi è stato scelto”.

di Silvia Truzzi, IFQ

25 agosto 2011

Brambilla (con rispetto parlando)

Di questa Brambilla, praticamente ministro, non si sa più che dire, né pensare. Appena la nomini, ti ha già querelato. Appena la pensi, ti ha già fatto causa. L’altro giorno il direttore e alcuni redattori del Fatto ricevono dall’Avvocatura dello Stato un atto di citazione per conto della suddetta, che chiede 1 milione di danni per la “campagna di stampa” nientepopodimenochè contro il ministero del Turismo, a proposito dei suoi viaggi in elicotteri di Stato, del fidanzato al vertice Aci e di altri amici ingaggiati come consulenti, naturalmente a carico nostro: gente proveniente anche dalla Tv della Libertà, da lei fondata e affondata con un modico buco di 14,5 milioni. Dando la notizia, ci domandiamo che diavolo c’entri l’Avvocatura dello Stato, che dovrebbe difendere le istituzioni a spese della collettività, con i nostri articoli sulle strabilianti imprese della ministra, che dovrebbe difendersi da sola e soprattutto a sue spese. Vicende che han destato l’attenzione della Corte dei Conti. Ora apprendiamo dal Giornale che la gentildonna di Calolziocorte (Lecco), vuole denunciarci un’altra volta, privatamente e per 500mila euro, per il commento alla precedente denuncia da 1 milione, che ne seguiva una terza – la prima in ordine di tempo – fatta anch’essa privatamente per 500mila euro. E che prelude a una quarta, annunciata ma non ancora notificata, per avere noi citato (come tutti gli organi d’informazione, escluso dunque il Tg1) un’intercettazione dell’inchiesta P4: quella in cui Luigi Bisignani, ministro ad honorem, la definiva – nella sua speciale classifica – “mostro” e “mignotta come poche”. Totale provvisorio dei soldi che Madame pretende da noi: 2 milioni. Il nostro delitto, stavolta, non è neppure la “campagna di stampa” (che ad avviso dell’Avvocatura dello Stato libero di Bananas costituisce di per sé reato): è l’avere scritto che nella seconda causa Ella si fa difendere dall’Avvocatura dello Stato. E questa – scrive il Giornale di Olindo Sallusti – è “una bufala di Marco Travaglio”. Siamo subito corsi a verificare: vuoi vedere che abbiamo preso un abbaglio e che la Brambilla si fa difendere da un avvocato pagato da lei e non dall’Avvocatura dello Stato pagata da noi? Niente da fare: l’atto, alla 37esima e ultima pagina, reca le firme dell’“avvocato dello Stato Massimo Salvatorelli” e del “viceavvocato generale Massimo Mari”. Di avvocati privati, nemmeno l’ombra. Dunque, non volendo nemmeno immaginare che Brambilla e Giornale mentano sapendo di mentire (sarebbe la prima volta a memoria d’uomo), non restano che tre spiegazioni. 1) Che l’Avvocatura dello Stato abbia fatto causa al Fatto per conto della Brambilla senz’avvertire la Brambilla: un caso di denuncia all’insaputa del denunciante. Una proiezione giuridica di quel che capitò a un collega della Brambilla, il compianto Scajola, quando Anemone gli pagò la casa a sua insaputa. 2) Che la Brambilla abbia incaricato l’Avvocatura dello Stato di farci causa, ma inavvertitamente, mentre era soprappensiero, insomma senz’accorgersene. Casi del genere si verificano in ostetricia con le gravidanze isteriche: ora avremmo la prima denuncia isterica della storia del Diritto. 3) Che né la Brambilla né l’Avvocatura abbiano nulla a che vedere con quella denuncia, presentata da alcuni buontemponi che si spacciano per avvocati dello Stato e per ministri del Turismo, tipo i ragazzi di Livorno che scolpirono i falsi Modigliani. Nel qual caso, meglio così: se la denuncia è finta, ce ne restano solo tre. A meno che non ne arrivi un’altra per questo articolo. Ma non vogliamo neppure pensarci: vorrebbe dire che la diffamazione consiste nel pronunciare il termine Michela Vittoria Brambilla che, lo riconosciamo, è un po’ forte. Ma allora quanti milioni chiederà la ministra Granturismo al povero Bisignani?

di Marco Travaglio, IFQ

23 agosto 2011

Il suicidio morale dell’Italia

Dalla Val di Susa alla Sicilia, dall’Altopiano a Pantelleria, dalle isole toscane al Salento il paesaggio naturale e il paesaggio storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti artificiali che non solo hanno aumentato la loro scala e intensità negli ultimi vent’anni in modo esponenziale, ma vedono proprio ora un’accelerazione improvvisa, a dispetto di ogni crisi, come se ci fosse nell’aria un presagio di diluvio incombente e un’esplosione come di furia rabbiosa, una sinistra pulsione a rapinare tutto quello che si può, finché si è in tempo. Ho accennato a disastri di genere diverso: c’è l’opera di Stato, difesa dall’esercito contro la popolazione locale, senza che un solo argomento ragionevole, in mesi e mesi di polemica, sia stato avanzato dai suoi sostenitori bipartisan (e nonostante libri interi di argomenti contrari e relative cifre, economiche e gestionali oltre che ecologiche, siano inutilmente a disposizione del pubblico); ma ci sono anche le rapine multinazionali di quelli che vanno a trivellare a un costo ridicolo il Mediterraneo sotto Lampedusa, alla ricerca del petrolio, con i rischi enormi denunciati recentemente da Luca Zingaretti su Repubblica.

CI SONO gli scempi dei litorali, beni pubblici per eccellenza regalati dai comuni e dalle regioni ai privati e alle mafie, alcuni dei quali, ad esempio in Toscana, denunciati a più riprese da Salvatore Settis sulla stampa nazionale, come molti altri dalla Liguria alla Calabria lo sono quotidianamente da Ferruccio Sansa su questo giornale. In Toscana del resto Altiero Matteoli dopo aver imposto, a prescindere dal tracciato successivo ancora da decidere, l’enorme cantiere del pezzetto dell’autostrada “Spaccamaremma” che sta sotto casa sua (a Cecina), si avvia nel silenzio generale a metter le mani dei lottizzatori su quel gioiello del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano che era l’isola di Capraia. Nel Lazio è appena stata approvata una normativa che permetterà di costruire trentacinque cosiddetti porti turistici nell’arco di un centinaio di chilometri, come fossero distributori di sigarette.

MA LE MIGLIAIA e migliaia di stupri consumati in ogni angolo del Belpaese resteranno probabilmente ignoti ai più, come quello, criminoso, che prevede un immenso parcheggio dove erano solo erba e silenzio d’alta quota, in quel paesaggio di Marcesine di cui Meneghello scriveva – ne I piccoli maestri – che “Le forme vere della natura sono forme della coscienza”. “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. Così scriveva Albert Camus nei suoi Saggi letterari. È un tema profondo della riflessione di Camus, che viene dal suo studio della tradizione neoplatonica e dal suo amore per Simone Weil. Ma oggi la realtà fa riemergere l’idea di bellezza con la prepotente attualità delle catastrofi. Oggi e qui, in Italia, si sta consumando il più gigantesco crimine contro le anime che la nostra storia – tutta intera – ricordi. La distruzione della bellezza è un crimine senza pari, un crimine di cui in troppi siamo complici: con questa tesi, che ora cercherò di illustrare, vorrei rilanciare la riflessione aperta dal mirabile articolo di Roberto Gramiccia, “Bellezza e rivoluzione: il mondo ha bisogno di entrambe” (Liberazione, 24/07/11). Oltre a Camus, Gramiccia cita James Hillmann, che in due opere recentemente tradotte, La politica della bellezza e La risposta estetica come azione politica, coglie a distanza di sessant’anni la stessa idea – il nesso fra bellezza e rivoluzione, postulato da entrambi. “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei” scriveva Camus. Gli fa eco Hillmann: “Se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione”. Eppure quando si parla di rivoluzione non si centra a mio avviso il cuore della tragedia che stiamo vivendo, che è anche la ragione per affermare che viene commesso un crimine senza pari, o forse paragonabile a quello degli istigatori di quegli spaventosi suicidi di massa cui la storia dell’Occidente ha assistito al tempo delle rapine coloniali. La distruzione della bellezza è come un suicidio di massa delle nostre anime. E i morti non fanno una rivoluzione: né politica, né tanto meno interiore.

La rivoluzione cui ci invitava Camus è un’interiore rinnovata guerra di Troia, per liberare la bellezza – Elena che ne è simbolo. “Il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci… Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, porre limiti al mondo e all’uomo”. Guai a leggere in questa metafora un atteggiamento estetizzante. C’è veramente il cuore del pensiero greco, invece: la bellezza, cioè l’ordine del cosmo, è la forma visibile della giustizia.

CAMUS ci chiedeva di non relegare la giustizia nelle mani degli ideologi, o anche soltanto dei filosofi politici, per non parlare dei politici di mestiere, dei capipartito o dei sindacalisti. Tutte queste persone vedono solo alcuni aspetti della giustizia. Non ne vedono il fondo, cioè il valore che la giustizia è, come esatta misura del dovuto a ogni essere: il rispetto agli umani, il respiro ai viventi, la pietà alla memoria dei padri e alla loro eredità, la custodia ai beni comuni, la difesa ai paesaggi storici, che sono il nostro stesso volto, la nostra identità culturale e spirituale. “Quando la giustizia perisce, non ha più alcun valore l’esistenza degli uomini sulla terra” – scriveva Kant. Ma la bellezza è lo splendore di ciò che è prezioso, è l’essenza del valore che si fa visibile. Ecco: come possiamo sentire, percepire che la nostra esistenza non ha più valore se abbiamo ucciso in noi il sentimento della bellezza, se non soffriamo più di fronte alla sua distruzione? Per questo quella cui stiamo assistendo è la tragedia del suicidio morale di una nazione. Per questo tutti gli istigatori di questo suicidio stanno commettendo un crimine senza pari.

di Roberta De Monticelli, IFQ

23 agosto 2011

Soldi e potere nel nome del “fatto cristiano”

Trent’anni dopo il lancio della sua creatura (trentadue per l’esattezza) don Giussani dall’aldilà non può che guardare con orgoglio al Meeting. Con il suo gigantismo, il suo spaziare dalla religione all’economia, dalla cultura alla politica, dall’arte alle occasioni di incontro personali, con la sapiente organizzazione della ribalta dove anno dopo anno (secondo una regia che risponde esattamente al clima politico del momento e alle ferree convenienze del movimento) vengono chiamati e selezionati “quelli che contano”, quelli su cui contare e quelli che si vogliono fare contare, il Meeting riflette esattamente quell’idea di “presenza” che Giussani intendeva per Comunione e liberazione.    Convinto che già prima del ’68 si manifestasse in Italia la tendenza di un cristianesimo destinato ad “autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari” e che la situazione peggiorasse ancor più con l’ondata post-sessantottina, Giussani ha sempre puntato a un movimento che avesse vigorosamente le “mani in pasta” nella realtà italiana. Capace di interloquire non solo religiosamente, ma culturalmente e politicamente con tutte le forze sociali.    Se importante è proclamare il “fatto cristiano”, l’avvento di Cristo come evento storico che prelude all’incontro personale tra Gesù e ciascun individuo e così gli cambia la vita – così la traccia dell’ideologia di Comunione e liberazione – questa convinzione non può che portare a una presenza attiva su tutti i fronti, servendosi di ogni mezzo che la società mette a disposizione. Non è un caso che il conglomerato economico ciellino, spesso assai spregiudicato nel suoi modi di agire, si chiami “Compagnia delle Opere”.    L’integralismo di Cl nasce dalla convinzione di rappresentare il vero servizio alla Chiesa e si è esplicato soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in una guerra senza quartiere contro le correnti del cattolicesimo più pronte a tener conto del pluralismo culturale ed etico del Paese: l’Azione cattolica e il cattolicesimo democratico. Quando il 23 agosto 1980 si aprì il primo “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, il modello era chiaramente quello politico-culturale del Festival dell’Unità. Persino il richiamo ai “popoli” rifletteva una voglia di concorrenza sul piano di un internazionalismo cristianamente etichettato. Per ironia della sorte trent’anni dopo l’area di sinistra o di centro-sinistra ha perso la capacità di costruire eventi di dibattito e di confronto all’altezza del passato. Nel mondo cattolico le altre espressioni non hanno mai voluto né potuto gareggiare con l’efficientismo di Cl. Sicché il Meeting finisce per rappresentare l’unico mega-evento cattolico, che annualmente si ripresenta all’attenzione pubblica.

C’è una caratteristica, che però contraddistingue la scintillante vetrina ciellina. Il divario tra le grandi metafore religiose evocate secondo l’insegnamento di Giussani, per il quale esiste nella storia un “insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide”, e l’opacità di reazione al crescente malessere etico, al cancro dell’illegalità e della corruzione che travaglia il sistema italiano. Gli applausi frenetici riservati dalla platea ciellina alle dure parole del presidente Napolitano sullo scandalo dell’evasione fiscale e sugli effetti deleteri che provoca al corpo del Paese, non hanno mai trovato riscontro all’interno della maggioranza in una battaglia politica – che fosse una! – dei principali esponenti di Cl come Formigoni o Lupi contro la politica nefasta dei condoni, per un’azione più incisiva contro l’evasione, a favore dell’adozione delle norme europee contro la corruzione (Convenzione del Consiglio d’Europa del 1999). L’affermazione di Giussani, per cui “il cristianesimo    non è semplice teoria , non generico moralismo… ma incontro personale-personalissimo di Cristo con ciascuno di noi”, è sempre stata interpretata con eccessiva disinvoltura.

Faro cattolico estivo, Cl non ha riportato – se non in dichiarazioni talmente alte da non sfiorare mai la miseria delle responsabilità concrete – nelle stagioni invernali della politica la voce di una moralità cattolica, di un’etica pubblica cristianamente ispirata. Non si registrano prese di posizioni contro lo scardina-mento del sistema legale operato attraverso le goffe leggi ad personam del premier. E quando sono scoppiati gli scandali Noemi e D’Addario nel 2009, il presidente della Compagnia delle Opere il tedesco Bernhard Scholz ha dichiarato serafico che la “coerenza personale, importante e desiderabile, non è il criterio esclusivo per valutare l’azione politica di chi governa…. Per noi uno dei criteri fondamentali è la vicinanza al principio di sussidiarietà”.    Come tedesco Scholz è unico al mondo. In Germania il candidato governatore Cdu nello Schleswig-Holstein, Von Boetticher, si è dimesso appena è diventata nota una sua relazione con una sedicenne. Fatto che non è reato in Germania. Ma Oltralpe tra i democristiani c’è un’etica pubblica su cui non si transige per interessi di opere.

di Marco Politi, IFQ

Don Giussani (1922-2005) (FOTO LAPRESSE)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: