Il lifting fiscale della Marcegaglia

Un’imposta straordinaria a carico dei super ricchi, manager e imprenditori dal reddito multimilionario? Non se ne parla, “serve solo a far pagare di più chi le tasse già le paga, con un prelievo che ormai sfiora il 50 per cento”. La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, stronca l’idea lanciata in Francia da alcuni Paperoni desiderosi di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.

“IN ITALIA la situazione è diversa”, spiega la numero uno degli industriali in un’intervista pubblicata ieri da La Repubblica. Da noi servirebbe solo ad alimentare “uno Stato inefficiente e sprecone”. E allora, se le cose cambiano, disponibili a parlarne, ma prima di allora meglio aumentare l’Iva, che si scarica sull’intera platea dei consumatori, e magari dare un taglio alle pensioni. Così parlò Marcegaglia, che in effetti a casa propria, nell’azienda di famiglia, la Marcegaglia spa, ha trovato il modo di risparmiare sulla bolletta da pagare al Fisco. Una holding in Irlanda un’altra in Lussemburgo e il gioco è fatto. Tutto a termini legge, per carità. Gli esperti la chiamano ottimizzazione fiscale.    Significa che gli imprenditori sfruttano i benefici assicurati dalle legislazioni di Stati compiacenti allo scopo di diminuire il peso delle imposte nel bilancio aziendale. Nel 2009, per dire, il gruppo Marcegaglia ha cavalcato gli ottimi risultati della sua controllata lussemburghese, la Sipac sa. Grazie a una non meglio precisata “operazione finanziaria” la società con base nel Granducato ha realizzato un utile di 24,3 milioni. Tutti profitti esentasse, perchè la legge lussemburghese prevede un’imposizione praticamente nulla sugli utili societari. Difficile capirne di più, perchè i bilancio della Sipac, depositato alcune settimane fa, consiste in cinque paginette in tutto. Niente di nuovo sotto il sole: da sempre così vanno le cose nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Sta di fatto che nel 2009 l’intero gruppo Marcegaglia ha fatto segnare 14,5 milioni di utili su 2,5 miliardi di ricavi. Morale: se non ci fosse stata la provvidenziale plusvalenza esentasse della Sipac, l’azienda della presidente di Confindustria due anni fa avrebbe chiuso il bilancio in perdita.

POI C’È il capitolo irlandese. A Dublino troviamo la Marcegaglia Ireland, che è una holding di partecipazioni. Proprio a questa società fa capo il cuore produttivo del gruppo, la Marcegaglia spa. Traslocare in Irlanda conviene. Da quelle parti l’aliquota massima sugli utili societari ammonta al 12,5 per cento. Un bel risparmio, visto che in Italia, quando va bene, si parte dal 30 per cento per arrivare fin verso il 50.

Insomma, tra Irlanda e Lussemburgo, Emma Marcegaglia e famiglia si sono messi nelle condizioni di pagare il meno possibile a “questo Stato inefficiente e sprecone”, per dirla con le parole della presidente di Confindustria. Il caso del gruppo Marcegaglia non è certo un’eccezione. Tra i grandi gruppi industriali e finanziari i tour internazionali alla ricerca celle aliquote migliori sono una pratica diffusa e anche legale, almeno entro certo limiti.    Altra cosa è la vera e propria evasione fiscale, con i tesoretti di famiglia nascosti all’ombra di qualche paradiso off shore. In casa Marcegaglia ne sanno qualcosa. Secondo un’inchiesta della procura di Milano chiusa un paio di anni fa, il gruppo controllato dalla famiglia della presidente di Confindustria tra il 1994 e il 2004 ha accumulato fondi neri all’estero ricavati grazie al trading internazionale di acciaio. Il denaro veniva depositato in quattro depositi bancari aperti all’Ubs di Lugano. I beneficiari dei conti, su cui sono transitati nel tempo svariati milioni di euro, erano Steno Marcegaglia e i figli Emma e Antonio. Quest’ultimo nel 2008 ha patteggiato una pena (sospesa) di 11 mesi e ha restituito 6 milioni di euro. Non ha potuto farne a meno. I soldi sono andati in cassa allo “Stato inefficiente e sprecone”.

di Vittorio Malagutti, IFQ

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