Il mito del Buongoverno

Molte cose sono cambiate negli ultimi lustri, così tante e così in profondità che dal nostro piccolo osservatorio provinciale – un’Italia che sia nei suoi governanti sia nei suoi intellettuali continua a pensarsi importante, e non è mai stata, da decenni e decenni, così stupida e meschina, così incapace di guardarsi allo specchio – si è fatto molto più difficile capire e giudicare. Per non dire proporre. La mutazione è stata tale che, a considerarla seriamente, c’è da ammutolire, non da buttarsi a parlare.

Nel mondo globale, di fronte a un potere globale che decide del presente e del futuro di tutti, spossessati di ogni capacità di comprensione e di decisione, cosa contano le nostre piccole questioni, il nostro sterile affannarci sulla “cosa pubblica”?  Due tentazioni si presentano, che sono concomitanti, ma la prima decisamente pessimista e la seconda nonostante tutto ottimista: il silenzio o il mimetismo, rinunciare del tutto alla pretesa di capire s soprattutto di dire, oppure chinarsi, secondo l’antica abitudine, come il giunco quando passa la piena. Aspettare che la piena passi…passerà? Ieri si poteva sperarlo, ma oggi? E dunque la sola scelta rigorosa resta quella tra il cedimento e l’ostinazione, però un’ostinazione senza illusioni.

Se si  è convinti che il mondo non possa migliorare e se non si vuole arrendersi alla china – ai diktat di un potere dai mille volti e per noi irraggiungibile nei suoi centri nevralgici; alla difficoltà di porsi di fronte a un nemico così diffuso; a una novità che, mentre propone l’accettazione più passiva (anche al mercato delle idee e della cultura, alla sua unitaria e monolitica proposta di consumo-consenso, alla manipolazione efficientissima dei modelli e dei gusti e delle idee), produce in risposta solo le più cupe  delle difese identitarie -, bisognerà elaborare faticosamente nuove strategie, costrette a esse non globali, come dovrebbero essere per avere senso generale, ma ad accettare  i molti, invalicabili limiti.

Si, certo, quel che manca di più è una visione, un’analisi; mancano pensatori convincenti e non generici (che si agitano nella miseria della filosofia di questi anni, nei poveri, risibili narcisismi parolai e variamente accademici dietro ai quali si nasconde l’impotenza, nella ripetitività ossessiva e alla fine consolatoria e retorica  delle idee dette “nuove” su un mondo diverso possibile), ma mancano anche le indicazioni e gli esempi per una morale diversa del nostro muoverci, in quelli ancora preoccupati dal contesto concreto della polis che li racchiude e costringe.

A fallire non è stato infatti soltanto il mito della Rivoluzione, ma anche quello, più modesto e alla fine più sensato del Buongoverno, In Italia in particolare, dove si è tornati decisamente indietro dopo il periodo, delle concrete speranze, uccise non solo dal Capitale, ma anche dal demone interno di una sinistra negata sia alla concretezza che alla coerenza tra i fini e i mezzi (compresa la pseudo nuova, che ha creduto anche lei di poter “lavare con l’acqua sporca” come ha sempre fatto il Pci). Si è tornati indietro perfino sul piano dell’unità nazionale, in un precario equilibrio tra locale e statale che nessuno si perita di analizzare e che è in realtà, molto nuovo. Non hanno più colpa i post-comunisti ufficiali  di quelli alla Rossanda-Bertinotti del disastro della sinistra, di una sinistra che oggi è talmente di destra da non far più nemmeno parte dell’Internazionale socialista! Ma recriminare è inutile, inutile piangere sul latte versato di tante speranza e di tante energie tradite da ideologismi e ipocrisie, da ipocriti ideologismi, e dalla tradizione solidissima dell’opportunismo…

Se la Rivoluzione non la si potrà più fare, se il Buongoverno è una farsa che nasconde l’unione tra i ricchi e gli arricchiti nella gestione della “cosa pubblica” senza altra preoccupazione che una privata economia decisamente refrattaria a ogni idea di buona gestione dell’esistente a vantaggio di tutti e forsennatamente a vantaggio dei pochi e dei loro tanti complici, diventa indispensabile discutere, senza i paraocchi dei professorini di dottrina su un “che fare” che punti alle pratiche efficaci determinate da – diciamolo rozzamente ma il più chiaramente possibile – “amore del prossimo” (giuste le conclusione della “lettera a una professoressa” di quarant’anni fa) e amore della giustizia e della verità.

Rileggere allo stesso tempo Capitini e Anders, guardarsi introno “non fidandosi degli occhi”, partecipare, tanto per cominciare, con buone pratiche di solidarietà e non fermarsi alla soddisfazione del “particulare”, anche quello mascherato dalle molte forme recenti di falsa coscienza, discutere i gradi della propria compromissione nel beneficio ricavabile dalla situazione presente, e cioè della propria oggettiva complicità e corruzione, può allora diventare molto più istruttivo e stimolante che non disputare con i tardomarxisti e neroriformisti “locali”.

I risultati cui si giungerà non potranno che essere  radicali in molte direzioni, e più esattamente in quella dell’invenzione di molteplici forme radicali di disobbedienza divile. Ma è proprio questo, mi pare, che troppi di noi vogliono evitare.

di Goffredo Fofi,  Zone Grigie,  pagg.80,  Donzelli Editore

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