Un uomo “Libero” e la sua lotta per la legalità

Nel ventennale dell’uccisione di Libero Grassi, un libro ci ricorda la vita, l’amore e le battaglie per la legalità dell’imprenditore catanese e della moglie, Pina Maisano. L’autrice Chiara Caprì raccoglie le lettere inedite di Libero a Pina e ripercorre la storia di un onesto cittadino che ha creduto nella libertà. Pubblichiamo qui la prefazione al libro.    L’ultima volta (ma solo in ordine di tempo, si capisce) che l’ho incontrata è stata l’estate scorsa a Palermo, in una ventosa serata in riva al mare nella quale presentavamo un dvd sulle stragi prodotto e distribuito dal Fatto Quotidiano. Ero al bar a prendere qualcosa di caldo (faceva un freddo cane) e mi sento picchiare sulla schiena: “Ehi ciao come va?”. Era Pina Maisano Grassi, la “ragazza libera” che si racconta a Chiara Caprì in questo libro di memorie. Minuta, pimpante, sempre sorridente, battagliera, positiva, ottimista, non ha nulla della “vedova di mafia”. Nessun lamento, nessuna retorica. Me la ricordo sempre in jeans e scarpe da ginnastica. Questo bel libro la racconta così com’è a tutti quelli che non hanno la fortuna di conoscerla e anche a quelli che, come me, non hanno avuto la fortuna di conoscere il suo amore, che non per caso si chiamava Libero e fu il primo commerciante a ribellarsi al racket mafioso. E che è morto vent’anni fa per non essersi piegato a Cosa Nostra, cioè per tutti noi, anche se pochi di noi lo ricordano.    Pina e Libero si conobbero giovanissimi, nella bella Palermo liberty non ancora sfigurata dal sacco di Ciancimino e Lima, cioè dalla mafia e dalla politica al seguito. Dal primo incontro agli anni della guerra, i tormenti di un matrimonio difficile, gli anni della lotta al racket e le battaglie femministe e radicali, dalla tragedia della vendetta mafiosa agli ultimi anni della speranza chiamata “Addiopizzo” che, grazie a un gruppo di ragazzi puliti che lei ha adottato come “i miei nipoti”, finalmente ha trasformato in realtà il sogno incompiuto di Libero Grassi.

RICORDI personali e vicende nazionali intrecciano una vita intensa e viva, vissuta fino in fondo. Anche, per due anni, dal 1992 al ‘94, in Parlamento nelle file radicali. Pina, soltanto due anni dopo l’assassinio del marito, si ritrova a far parte non solo della Commissione parlamentare antimafia, ma anche della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato che viene chiamata nel 1993 a esaminare le richieste della Procura di Palermo e di quella di Roma di processare Giulio Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.    Per due volte, grazie al clima che si respira nel Paese nel pieno di Tangentopoli e delle stragi di mafia, il Parlamento risponde sì ai giudici. Andreotti si presenta in Giunta pallido come un cencio per rispondere alle domande dei colleghi senatori. A tutte, tranne a quelle di Pina. Quando lei gli domanda, garbata ma impertinente: “Senatore Andreotti, mi scusi, ma lei, nella sua posizione non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Cianci-mino, quale fosse la situazione a Palermo, non è così?”, lui resta muto per alcuni, interminabili minuti. Poi, a fine seduta, le si avvicina e le sibila: “Mia cara signora, appena finirà tutto questo risponderò alla sua domanda”.

TUTTO QUESTO erano i suoi due processi, dai quali poi Andreotti uscì per prescrizione a Palermo (ma il reato di mafia l’aveva commesso almeno fino alla primavera del 1980, come stabilirono definitivamente i giudici) e per assoluzione a Perugia (dove il caso Pecorelli era stato trasferito da Roma per competenza). Dunque, quando finì tutto questo, il 3 maggio 2003, Pina ormai lontana da anni dal Palazzo, prese carta e penna e scrisse una letterina al senatore a vita: “Egr. on. sen Giulio Andreotti, ricordo che quando ebbe termine l’audizione nella Giunta delle autorizzazioni a procedere, (nel corso della quale io le ho chiesto ad esempio come mai una persona accorta come lei avesse potuto consentire che i voti della Dc a Palermo fossero in massima parte filtrati da personaggi della sua corrente conviventi con i mafiosi), lei passando davanti al mio banco mi disse: ‘Quando tutto questo sarà finito le dirò… ’. (…) Adesso ‘tutto questo è finito’ e io, che ho fiducia nei magistrati, vorrei sapere. E lo vorrei sapere da lei. Chiedo troppo?”.    Andreotti la liquidò con un biglietto di una riga e mezza: “Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti”. Ecco, questo scambio spiega meglio di tante parole perché Giulio Andreotti, mafioso conclamato fino al 1980, siede tuttora sul suo scranno di senatore a vita a Palazzo Madama, mentre Pina vi è rimasta due anni appena. Perché, come Libero, è una ragazza libera.

di Marco Travaglio, IFQ

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