Archive for settembre, 2012

29 settembre 2012

L’amnesia dell’amnistia

Ci risiamo. Come alla fine di ogni legislatura, ecco riesplodere il bubbone delle carceri e riaffacciarsi la solita lagna dell’amnistia e/o dell’indulto. Il presidente Napolitano chiede al Parlamento di approvare alla svelta “proposte volte a incidere sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri”. E fin qui niente da dire, visto che il numero dei detenuti sfiora ormai quota 70 mila su 45 mila posti-cella. Poi però il capo dello Stato suggerisce “l’introduzione di pene alternative alla prigione” ed evoca “un possibile speciale ricorso a misure di clemenza”, addirittura auspicando la riforma “dell’art. 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli” perché prevede per amnistia e indulto la maggioranza dei due terzi. E qui, francamente, cascano le braccia: perché l’amnistia e/o l’indulto non incidono affatto sulle “cause strutturali dell’affollamento delle carceri, visto che intervengono sulla popolazione già detenuta, mandandone fuori una parte con l’estinzione dei reati o delle pene. Le cause strutturali sono ben altre: i troppi criminali e dunque i troppi reati commessi; i troppi comportamenti previsti come reato, alcuni dei quali potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative; la penuria di carceri e dunque di posti-cella rispetto al fabbisogno nazionale. Visto che il numero dei criminali e dei delitti non dipende dal Parlamento (a parte, si capisce, i delinquenti che vi risiedono in permanenza), non resta che incidere sugli altri due fattori: depenalizzando una serie di reati minori, a partire da quelli relativi alle droghe e all’immigrazione clandestina, cancellando una serie di leggi vergogna e “pacchetti sicurezza” approvati nell’ultimo decennio; e costruendo nuove carceri. Invece sono vent’anni che sentiamo annunciare depenalizzazioni, “piani carceri” e leggi “svuota-carceri”, e i penitenziari sono sempre più pieni. Il perché è noto: per vellicare gli istinti più bassi di un certo elettorato, si è seguitato a inventare nuovi reati superflui o a punire tanto più severamente quanto inutilmente quelli già esistenti (vedi i meccanismi perversi dell’ex Cirielli per i recidivi), sempre e solo nel settore della criminalità da strada, mentre quella dei colletti bianchi, che ci ha portati alla bancarotta economico-finanziaria, è sostanzialmente depenalizzata. Così, ogni due per tre, si scopre all’improvviso che le carceri scoppiano, e allora parte la campagna per mandarne fuori un certo numero. Col risultato di aumentare l’incertezza delle pene, anzi la certezza dell’impunità che porta i criminali a concludere che il delitto paga e gli onesti a perdere ogni residua fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Fu così nel 2006, quando l’indulto Mastella (votato da tutti, tranne Idv, Lega e Pdci) liberò 30 mila criminali, evitò che altrettanti finissero dentro e costrinse i magistrati a fare indagini e processi costosissimi per erogare pene puramente virtuali. Salvo poi scoprire sei mesi dopo che le carceri erano più piene di prima. Ora, sei anni dopo, si ricomincia. È un copione già visto, di cui possiamo tranquillamente anticipare il seguito: la congestione delle celle diventerà il pretesto per inserire nell’amnistia o nell’indulto prossimo venturo i reati di corruzione, concussione, illecito finanziamento ai partiti, truffa, frode fiscale, peculato, collusioni mafiose che vedono inquisiti ministri, sottosegretari, parlamentari, banchieri, imprenditori ed “ex”, cioè i protagonisti dei vergognosi scandali degli ultimi anni. Nessuno di loro in carcere, ma molti rischiano presto o tardi di finirci e, pur di strappare il colpo di spugna, sono pronti a ricattare mandanti e complici rimasti nell’ombra. Insomma, mentre si firmano lodevoli appelli per la legge anti-corruzione, è già pronto l’antidoto che salverà tutti. Poi qualcuno si meraviglia se Grillo spopola. Ps. Dov’era Napolitano mentre il Parlamento infilava una legge riempi-carceri dopo l’altra? Al Quirinale, con la penna in mano.

di  Marco Travaglio, IFQ

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28 settembre 2012

Parla il giudice: “La vittima sono io, non Sallusti. Fui minacciato per mesi”

Il carcere? Non sta a me stabilire se la legge sia giusta o la pena adeguata. Mi preoccupa che, nel dibattito di questi giorni, nessuno abbia sentito il bisogno di ricostruire i fatti, perché qui la libertà di stampa c’entra poco o nulla”. Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare di Torino che ha ottenuto la condanna di Alessandro Sallusti, abbandona il riserbo degli ultimi giorni e affronta deciso il momento di notorietà che suo malgrado si trova ad affrontare. Ed eccoli, i fatti: “Era il 17 febbraio 2007. La Stampa – racconta Cocilovo – parla di un giudice che avrebbe ordinato a una minorenne di interrompere una gravidanza. Trovo la notizia assolutamente folle e non posso sospettare che parli di me. Lo capisco poi dalle telefonate dei giornalisti e dal pm che apre subito un fascicolo, a cui bastano poche ore per capire che la notizia di reato è inesistente”.

COCILOVO fa semplicemente ciò che la legge gli consente: “La ragazza aveva 13 anni, per l’interruzione di gravidanza è necessario il consenso di entrambi i genitori, ma sono separati e non si intende informare il padre. Io valuto le ragioni addotte e autorizzo la minore a decidere in autonomia, nulla più. Dopo quell’udienza la ragazza avrebbe potuto anche cambiare idea, chiamare il padre e perfino decidere di non abortire più”. Alle 15,30 del 17 febbraio un’Ansa smentisce la notizia e il giorno dopo La Stampa corregge il tiro: “Libero invece – ricorda Cocilovo – se ne esce con tre pagine dedicate alla vicenda del giudice che ordina alla ragazzina di abortire, tra cui quell’articolo violento a firma Dreyfus”. Un noto avvocato torinese contatta il quotidiano allora diretto da Alessandro Sallusti per chiedere una rettifica: “Risposta: ‘Per noi è tutto vero’ – racconta Cocilovo – e chiudono i contatti”.    Sembra impossibile che si possa pensare che un giudice abbia questo potere, ordinare un aborto e coinvolgere in questo disegno perverso ostetriche e ginecologi. Eppure di questo veniva accusato Cocilovo: “Non potevo far altro che querelare. Sarebbe bastata una rettifica, scrivere ‘la notizia riportata il 18/02/2007 a proposito del giudice che ordina l’aborto è falsa. Ce ne scusiamo con i lettori’, ma così non è stato”. Il processo arriva fino in Cassazione: “Prima dell’udienza – racconta il giudice – gli avvocati di Sallusti mi contattano per arrivare a una transazione. Io propongo di devolvere 20 mila euro in beneficenza a Save the Children. Ora leggo che Sallusti sostiene che avrei chiesto nuovi soldi per me. Sorvolo sul carattere ulteriormente diffamatorio di queste affermazioni, tanto le bugie hanno le gambe corte”.

FA MOLTO discutere che un giornalista rischi la galera principalmente per un articolo scritto da altri: “Vero, ma è credibile che il direttore non abbia coordinato la titolazione delle prime tre pagine? Perché il falso era già nel titolo. Era una chiara scelta editoriale. La violenta diffamazione che mi augurava la pena di morte, poi, era opera di un giornalista già radiato dall’ordine di cui si accettava la collaborazione. Bastava dar conto ai lettori dell’errore e tutto questo non sarebbe accaduto”.    Ma allora il carcere è eccessivo? “Non sta a me dirlo, ma questo non è un reato di opinione, è una diffamazione deliberata. Che la notizia fosse falsa era ormai noto, bastava leggere La Stampa. E poi – conclude Cocilovo – vorrei far notare che in tutta questa storia la vittima sono io. Renato Farina ha scritto nome e cognome, sono sull’elenco telefonico, per mesi sono stato minacciato e ho ricevuto telefonate anonime, per una diffamazione volontaria e deliberata. Cosa c’entra questo con la libertà di stampa”?

di Stefano Caselli, IFQ

28 settembre 2012

Ma quale reato d’opinione? Punita la menzogna

Così la Cassazione ha detto che Alessandro Sallusti deve andare in prigione. Ricorso rigettato e condanna alle spese processuali. Tutta la campagna sul preteso reato di opinione non vale la carta su cui è stata scritta. Solo perché lo ha detto la Cassazione? Basterebbe. Ma ci si può anche ragionare sopra. In Italia, il reato di opinione non esiste, nessuna legge lo prevede. Sicché non si può essere processati perché si sostiene che le leggi di B. sull’impunità erano incostituzionali e costruite solo per evitargli la galera; oppure che la legge sull’aborto è incivile, barbara, blasfema etc . Sono opinioni. C’è di più: nessuno può essere processato se sostiene che la legge barbara etc. ha per effetto quello di obbligare le persone ad abortire. È un’opinione. Così come è un’opinione sostenere che un libro non è bello, interessante, non ha stile letterario; è un’opinione perfino dire che fa schifo. Quando comincia la diffamazione?

LO DICE l’art. 595 del codice penale: non si deve offendere la reputazione altrui. Breve, preciso e compendioso; e assolutamente equivoco. Ecco perché sono state scritte sull’argomento tonnellate di libri e sentenze: il confine tra opinione e diffamazione è labile. Prendendo lo spunto dalla citazione per danni di Carofiglio contro un critico letterario, è certo che dire: questo libro fa schifo non giova al suo autore; però è espressione di un diritto di critica costituzionalmente garantito. Per questo motivo la frase “il libro sembra scritto da uno scribacchino” è un’opinione: si sta dicendo che questo particolare libro è poco felice, non ha ispirazione; ma si lascia aperta la possibilità che altri libri dello stesso autore sono stati o saranno belli. Ma se la frase critica è “Carofiglio è uno scribacchino” allora si tratta di diffamazione perché l’affermazione non riguarda il libro ma la sua persona. Veniamo a Sallusti. Riassumo le frasi ritenute diffamatorie: “Il giudice ordina l’aborto… decretando l’aborto coattivo… qui ci si erge a far fuori un piccolino e straziare una ragazzina…”. Ora, criticare anche aspramente la legge sull’aborto e dire che la sua applicazione conduce all’assassinio è assolutamente legittimo. Quello che non si può fare è falsificare i fatti. Perché il giudice, nessuno ne ha scritto finora e questo mi indigna non poco, non ordinò affatto l’aborto coattivo. Semplicemente applicò l’art. 12 della legge 194/78: se la donna è di età inferiore a 18 anni, per l’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la potestà o la tutela… Nei primi 90 giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione di queste persone; oppure se queste rifiutano l’assenso o esprimono pareri discordanti (bel problema, vero?), medico e struttura societaria fanno una relazione e il giudice decide. La frase esatta è: “Tenuto conto della volontà della donna, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli… può autorizzare l’aborto.” Non imporre, autorizzare; rendere esecutiva la volontà della donna. È del tutto evidente che, secondo la legge, la volontà di una ragazzina di 13 anni non ha molte possibilità di esprimersi liberamente; madre e padre e tutto l’ambiente che la circonda condizioneranno la sua giovane mente; e la paura di restare sola e senza aiuto farà il resto. Sicché è ovvio che la tredicenne in questione abbia espresso al giudice una decisione che difficilmente può considerarsi autonoma. D’altra parte come può essere diverso per una tredicenne? E queste cose ben avrebbero potuto essere spiegate dal giornalista e/o da Sallusti. Ma non l’hanno fatto. Hanno invece mentito: hanno detto che il giudice aveva decretato l’aborto coattivo, il che significa contro la volontà della ragazzina, comunque formatasi. Che è falso. Il giudice prese atto della sua volontà e applicò la legge. Cosa altro avrebbe dovuto fare: imporle la prosecuzione della gravidanza? Scrivere quello che è stato scritto significa dire che il giudice ha compiuto un atto illecito, impietoso, criminale, barbaro. Non si può. Scrivere questo non è un reato di opinione, è una falsità. Ecco perché è stato giusto condannare Sallusti. Quanto alla misura della pena non mi pronuncio; la pena la decide il giudice, non i cittadini.

C’È PERÒ un altro profilo pericolosissimo nella campagna a favore di Sallusti: lui non ha scritto l’articolo, non doveva essere condannato; responsabilità oggettiva, norme medievali etc. Non è vero, la responsabilità oggettiva non c’entra niente. Questo modo di ragionare era applicato nei processi per gli infortuni sul lavoro negli anni 70. Si condannava il capo squadra, il capo reparto, quello che materialmente aveva compiuto l’azione o l’omissione che erano state la causa diretta dell’infortunio. C’è voluta un’elaborazione giurisprudenziale durata anni per arrivare al concetto di posizione di garanzia, cioè alla responsabilità diretta di chi ha l’obbligo del controllo sull’attività delle persone che dipendono da lui. La stessa cosa può dirsi per i reati di falso in bilancio e di frode fiscale. Qualcuno vuole sostenere che la responsabilità è solo di chi predispone bilancio e dichiarazione dei redditi e non dell’amministratore che firma entrambi; e che, per legge è tenuto al controllo? Che cosa deve fare un direttore di un giornale? Attribuire ai giornalisti gli articoli che dovranno essere pubblicati, leggerseli e decidere se vanno bene o no. In quel “vanno bene” sta anche la verifica se per caso violino la legge. E se non è capace di fare questa verifica personalmente, sta a lui appoggiarsi a una persona competente. Dunque Sallusti è colpevole, altro che. E non di reati di opinione.

di Bruno Tinti, IFQ

28 settembre 2012

Gli infarinati

Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa. Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”. Peccato che fosse la ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scritto l’Ansa e tutti i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la maxi-balla. Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona, attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso. E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver “avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché sul merito delle loro decisioni. Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di abnormità. E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma, al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno osservata. Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica” per una pena detentiva prevista dalla legge. Il solito Battista denuncia sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i 14 mesi di reclusione). Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente? Né si può risolvere la faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa al posto dei loro killer. Per distinguere l’errore in buona fede e la critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge tutelerebbe i giornalisti. Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la pena di morte agli altri, poi piagnucolano per qualche mese di carcere, peraltro all’italiana: cioè finto.

di Marco Travaglio, IFQ

27 settembre 2012

Mai arrivati ai terremotati i 92 milioni tagliati ai partiti

C’erano voluti mesi, innumerevoli promesse mirabolanti e smentite, vertici fiume della maggioranza Abc, ma alla fine i parlamentari, costretti dal peso dell’indignazione popolare, avevano votato il dimezzamento dei (cosiddetti) rimborsi elettorali, approvando una legge che contestualmente destinava i 91 milioni risparmiati (e 74 nel 2013) ai terremotati dell’Emilia. Ciò accadeva in via definitiva il 5 luglio in Senato, ma di quei soldi ai beneficiari non è arrivato neanche un euro. Vicenda paradossale, anche visto che al taglio dei finanziamenti i partiti c’erano stati proprio costretti, e c’erano arrivati all’ultimo momento utile per “bloccare” l’ultima tranche dei finanziamenti. Ma allora, che cosa è successo? Difficile capirlo . Secondo la legge alla destinazione dei risparmi così ottenuti in favore degli interventi conseguenti ai danni provocati da eventi sismici e calamità naturali deve provvedere il governo.    IN PARTICOLARE , spiegano dalla Presidenza della Camera, “le risorse debbono essere destinate, con decreto del ministro dell’Economia, a un apposito programma di competenza della Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione civile” per destinarle alle amministrazione pubbliche competenti. Ora, il decreto non c’è. Alla Protezione civile dicono di non averne avuto notizia formale , la Camera ribadisce che non servono altri adempimenti da parte del Parlamento.    E allora? A rispondere alla fine è Betty Olivi, portavoce del presidente del Consiglio Mario Monti (che, per inciso, dà notizia diversa rispetto alla Camera): “Non c’è bisogno di decreto, né altro passo legislativo. Il tesoro trasferisce direttamente alla regione tali fondi. Si sta completando l’ultimo adempimento burocratico per il trasferimento di cassa”.

Se si pensa che dal 5 luglio sono passati più di due mesi e mezzo (e dal terremoto 4) il tempo già passato non è certo poco. “Spero che i soldi arrivino il prima possibile. Certo c’è voluto un bel po’”, commenta Graziano Delrio, presidente dell’Anci e sindaco di Reggio Emilia. Ma d’altra parte i primi 400 dei 500 milioni promessi dal governo sono arrivati solo qualche giorno fa.    Eppure la parola d’ordine era stata tempestività. Lo aveva detto il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani all’indomani della prima scossa di terremoto, il 21 maggio. Lo stesso concetto era stato ripetuto due giorni dopo dal presidente del consiglio. E poi Franco Gabrielli, il capo della protezione civile , e tutti i politici, da Pier Ferdinando Casini a Gianni Alemanno, che si erano precipitati a visitare le aree colpite dal sisma. Ma i sindaci, a oggi, non hanno visto un centesimo neanche di quei 15 milioni raccolti attraverso gli sms. Una cifra enorme. Le compagnie telefoniche, nonostante siano passati quattro mesi, per adesso dicono di non aver chiuso i calcoli e non poter liquidare quelle cifre. I tempi tecnici, sempre secondo i giganti della telefonia mobile e fissa, erano stimati in trenta giorni. Ne sono trascorsi 120. Problemi di contabilità e nessuna voglia di rischiare neanche un centesimo. Potrebbe accadere che qualcuno non paghi la bolletta.    “TRASCORSI trenta giorni dall’ultima data utile per effettuare una donazione – avevano promesso a metà giugno Errani e Franco Gabrielli, capo della Protezione civile – i gestori delle compagnie telefoniche consegneranno la somma alle istituzioni, si costituirà il comitato dei garanti e poi le risorse verranno distribuite”. Una procedura già stabilita che, garantì a suo tempo il numero uno della protezione civile, “sarà rapidissima”.    Il 23 giugno Errani, in una lotta contro le scartoffie burocratiche, è anche convinto di avercela fratta, e avverte i sindaci che ormai i tempi per la consegna dei primi soldi, sms e quelli del governo, avverà entro “pochi giorni”.

SICURAMENTE i sindaci non se la passano bene. “Non abbiamo visto un euro”, spiega il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli. “Arriveranno” spera Rudi Accorsi, primo cittadino a San Possidonio. “Senza entrate – spiega Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena – sono obbligata a chiedere anticipazioni di cassa. Certo, non sono a costo zero. Ma è l’unico modo per ottenere liquidità immediata”. Su una cosa sono tutti d’accordo: “Con le promesse non si ricostruiscono né case né chiese”.

di Emiliano Liuzzi e Wanda Marra, IFQ

27 settembre 2012

I panni sporchi non si lavano a Ballarò

Veniva a Ballarò che non era nessuno e ci è tornata che di nuovo è nessuno”. A parlare è Maurizio Crozza, in una delle sue copertine migliori, con tanto di accenno (ironico ma non troppo) ai forconi. Allude a Renata Polverini. Ride, l’ex Governatrice. Ride molto. Soprattutto quando non c’è motivo. Non ignorando che la tivù può sbiancare, ambisce alla catarsi. Ma l’acqua, dopo un po’, si sporca perfino nel piccolo schermo. E se ti ostini a sguazzarci, ne esci ancora più fangosa.    Renata ha trucco da grandi occasioni e ballerine d’ordinanza. Brandisce bilanci. Si trincera dietro il “così fan tutti”, come una Mozart che nessun Salieri invidierà mai. Ripete che non poteva sapere, “come Monti non sapeva di Lusi”. Il rispetto – per gli elettori, ma ormai pure per se stessi – è impalpabile. Evaporato e deturpato.    La situazione consiglierebbe il silenzio. Lei, al contrario, si vanta (“Dopo di me mi auguro che ci saranno delle persone perbene come siamo stati noi”). A tratti sembra un nuovo format, roba tipo “La Governatrice sotto accusa”, in cui tutti recitano una parte e alla fine – dopo il “cartello 317” di Pagnoncelli, rutilante come una catalessi – si torna a casa. Felici e contenti, perché il ciak è andato bene. Eppure son simpatica. È colpa della Ravetto. Da quando disse a Crozza “Non fa ridere” (e non perché era permalosa: perché le battute non le capisce proprio), ogni politico ostenta autoironia. Così, martedì, mentre il comico genovese colpiva (“Tagliavano il ticket ai disabili, la cultura, i trasporti”), la Polverini rideva. “Tornare ‘nessuno’ è la cosa più bella, ah ah”. “Le ordinazioni di ostriche erano aumentate, ah ah”. Ah ah.    Quando c’era Marrazzo. “Comportamenti immorali c’erano anche prima del mio arrivo. I collaboratori di Marrazzo bevevano regolarmente champagne nei migliori ristoranti di Roma. Anche Marrazzo pagava la cosiddetta rappresentanza con soldi pubblici. Bisogna spiegare”. Sì, ma solo se costretti. E sempre sostenendo che la rogna ce l’hanno tutti.    Morale immorale. “Stia sereno Di Pietro, non prendiamo questa deriva perché caschiamo male. Non c’è reato, c’è un comportamento immorale” .    Stiamo sereni.    Nuvole e pajata. “Il Lazio allo sfascio ce l’hanno portato le amministrazioni precedenti. A’ Di Pietro non gioca’, che qui nessuno casca dalle nuvole, non fa’ demagogia che alla fine ce stanno pure i tuoi”. Qui è possibile aggiungere: “Daje”, “Anvedi”, “Li mortacci” (si scelga a piacere).    Niente. A un certo punto c’è stato un collegamento con Schifani. Quindi, a un certo punto, non c’è stato niente.    L’esorciccia. Ce l’aveva quasi fatta. Il triplice fischio di Floris era vicino. Fatale, però, un affondo di Massimo Giannini: “Possibile che sia stata una governatrice a sua insaputa? È grottesco”. Qui la Polverini si è impossessata di se stessa. Volto paonazzo, profilo mefistofelico, voce luciferina. Ascoltiamola. “La mia azione di governo ha portato risultati importanti. Io me ne sono andataaaaa e ditelo a quelli di sinistra, diteglielo! (sì, ma dirgli cosa? Che si è dimessa? Forse la notizia è arrivata persino nel Pd) Perché voi citate Formigoni, ma Vendola dove sta? Ed Errani che ha dato soldi a suo fratello? E allora sia gentile, sia correeeeetto! Perché io dal 1970 sono l’unica persona che se ne va per colpa di altri e sono orgogliosaaaaaa di averlo fatto. Ha capito? Basta! Non accetto più di essere sotto processo per qualcosa che non ho commesso. Io, Renata Polverini, con la dignità che mi contraddistingue (la “dignità”, in effetti, è un po’ la cifra distintiva della Polverini. Da sempre) torno a essere una privata cittadina. Punto (e virgola). Questo è ciò che ho fatto e quello che i suoi amici non hanno fatto. E l’ho fatto lunedìììì perché ho voluto azzerare il finanziamento. Vada a studiare, Giannini. La aspetto domani nel mio ufficio”.    Chissà se Giannini, poi, c’è andato. A scuola. In ufficio. O anche solo a cercare un esorcista. Molto bravo, possibilmente.

di Andrea Scanzi, IFQ

27 settembre 2012

Sentenza vintage

Un giorno un vecchio giudice della Corte d’Assise di Torino aprì il processo a un imputato di omicidio con queste parole: “Fate entrare l’assassino”. Naturalmente la difesa lo ricusò all’istante e il processo ripartì davanti a un altro presidente. Purtroppo la Corte costituzionale non è ricusabile, anche perché non ne esiste un’altra che possa prenderne il posto. Altrimenti la Procura di Palermo avrebbe tutti i motivi per ricusarla, con tutto quel che è accaduto dal 15 luglio, quando Napolitano ebbe la bella pensata di farsi un decreto per sollevare conflitto di attribuzioni contro i pm che avevano osato intercettare Mancino senza prevedere che avrebbe parlato con lui. Da allora chiunque non sia in malafede ha capito benissimo che la Procura ha applicato la legge e il conflitto non sta né in cielo né in terra, ma per carità di patria la Consulta troverà il modo di dar ragione a Napolitano, o almeno di non dargli torto. Come ha paventato anche l’ex presidente Zagrebelsky, si teme che la sentenza sia già scritta, a prescindere dal merito e dal diritto. Speriamo di sbagliarci, ma gl’indizi sono tanti e tali da fare quasi una prova. 1) La Procura non può nominare il suo difensore naturale, cioè l’Avvocatura dello Stato, perché l’ha già sequestrato il capo dello Stato, ed è costretta a cercarsi tre avvocati privati (il terzo lavorerà gratis o dovranno pagarlo i pm di tasca propria). 2) Quirinale e Avvocatura lavorano al conflitto fin dal 15 luglio, mentre i pm non possono far nulla fino al 19 settembre, quando la Consulta finalmente lo notifica alla Procura: peccato che il testo, segreto per i pm, fosse noto a Repubblica fin dai primi di agosto. 3) Il 14 settembre fonti interne alla Consulta anticipano all’Ansa il verdetto di ammissibilità del ricorso, cinque giorni prima che i giudici costituzionali si riunissero in camera di consiglio per decidere. 4) In media la Consulta decide sui ricorsi nel giro di un anno o più: ma stavolta il presidente Alfonso Quaranta vuole chiudere tutto in quattro mesi, entro novembre, anziché l’estate o l’autunno prossimi come vorrebbe la prassi. E perché mai? “Per la delicatezza e l’importanza” del ricorso. Cioè perché c’è di mezzo Napolitano. Eppure, se fosse vero quel che assicura Napolitano, e cioè che il conflitto mira a difendere un principio e non la sua persona, sarebbe molto meglio decidere quando lui non sarà più presidente, come già fece la Consulta nell’unico precedente (il conflitto sollevato da Cossiga nel 1991 e risolto soltanto nel ’92 dopo la sua uscita dal Quirinale). Così, fra l’altro, si eviterebbe di influenzare l’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che inizia proprio a fine ottobre. A meno che l’obiettivo non sia proprio questo: abbattere la Procura di Palermo e intimidire il gup chiamato a rinviare a giudizio o prosciogliere gl’imputati, compreso il protegé del Quirinale. 5) Per abbreviare l’iter, la Consulta non comprime i tempi a entrambe le parti in conflitto, ma solo alla Procura: il Colle e l’Avvocatura hanno avuto il tempo che volevano per scrivere il ricorso, mentre i pm per rispondere hanno solo 25 giorni invece dei 50 canonici. Quasi che il diritto di difesa fosse ormai un optional. 6) Dulcis in fundo, la Consulta emette un’ordinanza ai confini della realtà in cui chiede, oltre a notizie utili sulle telefonate Mancino-Napolitano, una serie di atti totalmente estranei al tema del conflitto: quelli del procedimento-stralcio già all’esame del gip e pieno di carte ancora coperte da segreto. Vero che la Consulta può acquisire atti segretati, ma solo se attinenti all’oggetto del conflitto. E questi non lo sono. Chiederli è un’intimidazione ai pm e un abuso di potere, visto che la Consulta non può sindacare il merito di un’indagine. Ma di abusi di potere questa storiaccia è costellata fin da quando Mancino chiese protezione a Napolitano e lo sventurato rispose. Da allora, per coprire il primo abuso, sono arrivati tutti gli altri. E non abbiamo ancora visto tutto. Comprereste una sentenza usata da questa Consulta?

di Marco Travaglio, IFQ

12 settembre 2012

Il ministro giapponese suicida per prevenire lo scandalo sessuale

Spuntano un dossier su una amante e ipotetici problemi economici nel caso della tragica morte del ministro giapponese dei Servizi finanziari, Tadahiro Matsushita, impiccatosi ieri nella sua abitazione a Tokyo proprio nella Giornata mondiale della prevenzione dei suicidi.    La stampa nipponica, tra cui il quotidiano Asahi, ha citato un “corposo dossier” che il settimanale scandalistico Shukan Shincho si appresta a pubblicare oggi, con “i dettagli di una relazione extraconiugale”.    I QUOTIDIANI SPORTIVI, quali Sports Houchi e Sports Nippon, sono stati quelli particolarmente ricchi di indiscrezioni, come i presunti e ipotetici problemi di natura finanziaria che avrebbero travolto il politico di 73 anni e la relazione “con una donna in piedi da 20 anni”, motivo del gesto per scongiurare “lo scandalo”. I contorni sarebbero “di una situazione sfuggita di mano, su cui non si escluderebbero anche ritorsioni e vendette”.    Vicino al corpo sono state trovate lettere indirizzate a sua moglie, al primo ministro Yoshihiko No-da e ad alcuni ministri che potrebbero fornire elementi per la ricostruzione del gesto.    I colleghi di governo, a partire dal premier Yoshihiko Noda, gli hanno reso omaggio: il ministro Jun Azumi, ora titolare ad interim delle deleghe sui Servizi finanziari, ha ricordato “un uomo politico agguerrito che lavorava molto bene”.    Matsushita è il primo ministro a togliersi la vita dal 2007, quando il titolare del dicastero dell’Agricoltura Toshikatsu Matsuoka si impiccò dopo le accuse di corruzione per aver intascato illegalmente alcune decine di milioni di yen, ma è l’ ultimo e clamoroso caso di un Paese che da 14 anni registra un numero di suicidi oltre le 30.000 unità all’anno, piazzandosi nelle classifiche dell’Ocse al 3° posto quanto a percentuali in rapporto alla popolazione, dopo Ungheria e Corea del Sud.    Ingenti investimenti per contrastare “una piaga sociale” sono stati sostenuti dal ministero della Salute e del Welfare, con scarsi risultati. Il suicidio (ji-satsu, letteralmente “uccidere se stesso”) non ha nel Sol Levante la percezione di tipo occidentale e ha una lunga tradizione come mezzo di scuse, di protesta, di riscatto dell’onore, di vendetta e di “cura” delle malattie.

IFQ

12 settembre 2012

Violante: “Il Fatto e i Pm complottano”

L’Infedele, La7, lunedì 10 settembre, ore 21. Per suonare la nota giusta, prima di precipitare in una sinfonia di “progetti politici”, “canee”, “clave” e “governi dei giudici”, può bastare anche una brava violinista di Aleppo. A Sonig Chekerian, Luciano Violante offre un ricordo: “Abbiamo parlato di Bach a Vicenza”, a Gad Lerner, una mappa geografica: “Se le interessa, io sono nato a Dire Daua, in Etiopia”, al pubblico mani giunte, sorrisi e sportività anche quando il padrone di casa : “Questo è molto utile, abbiamo anche il politico nato in Etiopia” ne mette brutalmente alla porta le ascendenze. A L’Infedele, ospiti tra gli altri Armando Spataro e Paolo Mieli, si è discusso di agenti provocatori, magistrati protagonisti e – luci più rosse – di cittadini “eccitati contro un meccanismo rappresentativo” . Nel riproporre la fedele radiocronaca degli scambi più accesi in quattro atti, summa delle due ore e 28 di trasmissione, ci scusiamo per l’inevitabile sintesi.

Sfrenato giustizialismo

(Dopo un quarto d’ora iniziale di schermaglie visive estratti dalla festa del Fatto, analisi su Violante, Nino Di Matteo che dice: “Non mi sento strumento consapevole o inconsapevole di nessuno”, si torna in studio. Sollecitato da Lerner, Violante spalanca la cartellina. Fotocopia di un articolo de L’Unità del 3 agosto ’93 “in piena Tangentopoli!” e pubblica lettura di passi scelti): “Nessuna società ha tollerato troppo a lungo un governo dei giudici che ingessa la ricchezza dei rapporti sociali… c’è in giro uno sfrenato giustizialismo”. Lerner lo interrompe: “C’è stato un governo dei giudici in Italia e Violante rievoca un’intervista di Borrelli “in cui segnalava il pericolo che i giudici corrono quando c’è un eccesso di consenso dell’opinione pubblica… e ritengono di essere rappresentanti dell’opinione pubblica” e poi, confuso dai ricordi e dalle curiosità di Lerner, “C’era il governo dei giudici a Milano?” si smarrisce nell’onnipotenza dei magistrati. Prima li imputa di eversione: “Io ricordo che quando ci fu la presa di posizione dei giudici (si riferisce al decreto Biondi ndr) il governo Berlusconi fu poi costretto a ritirare…” poi rivela soddisfatto la paternità del “golpe”: “Posizione, se permette, sostenuta anche dalla parte politica alla quale appartengo”.

Lerner e Di Maggio

Accecato dal fregolismo di Violante, Lerner inciampa in Di Matteo e nel lapsus “Cosa pensa della scelta di Di Maggio e Ingroia?”. L’ex presidencosa diversa dal suo capo”. Dopo aver detto: “Non rispondo a Travaglio”, Violante cambia idea. Valuta “in ginocchio” l’intervista fatta dal vicedirettore del Fatto a Grillo mentre alle spalle di Lerner, a grandezza Colosseo (la tv è anarchica, come si sa) appare uno scatto. Marco Travaglio e Beppe Grillo ai margini di una manifestazione a favore di Clementina Forleo. Violante ammicca: “C’è anche una foto”, Lerner: “Quale?” si distrae fino a un certo punto: “Sì era un’intervista simpatizzante, a volte le faccio anche io, il pubblico soppeserà” e Violante chiosa allegro: “Basta dichiarare come la si pensa”.

Convergenze parallele

Viene coinvolto anche Armando Spataro, sostituto Procuratore di Milano, duro. Per lui la reprimenda del numero uno dell’Anm Sabelli è cosa buona: “Condivido, bisogna moderare i toni”. E ancora: “Non alimentiamo la retorica della solitudine. Come diceva Borrelli, il magistrato deve essere indifferente alla solitudine come al plauso”. Interviene anche Quagliariello del Pdl. Breve puntura travestita da auspicio in pieno accordo con Spataro: “Mi auguro che Ingroia arrivi fino al dibattimento” e facile smash nel campo avverso per mettere in evidenza l’anomalia. Nel conflitto di attribuzione, tra Berlusconi e Napolitano, la sinistra ha usato pesi e misure varie.

Il clou

Stremati da codici, eccezioni e cavilli, quando ormai Violante ha messo in sicurezza la penna che gli sfiorava pericolosamente l’occhiale, arriva Paolo Mieli. Serafico, inizia a demolire dalle fondamenta: “Ogni uomo di sinistra ha nel suo cassetto un articolo come il suo, Violante. Purtroppo non conta, contano i comportamenti e la percezione nei confronti dei suoi, è cambiata. Forse lei è stato l’unico a non accorgersene”. Pausa. Ripresa: “Era il capo dell’Idra, del complotto dei giudici”. Violante, voce flebile: “Lo scrivevate voi” con Mieli, pronto: “Sempre colpa dei giornali, no? Quelli del Fatto, Zagrebelsky, Cordero e gli altri appaiono più coerenti”. Non è questione di rispetto “che tutti proviamo nei confronti di Napolitano” ma “di verità storica”. Lella Costa, affiliata da Mieli alla posizione del Fatto si dissocia con spirito: “Esprimo opinioni che non condivido quindi è possibile che fossi d’accordo”, Violante si allinea: “Non essendo esistito il Violante di ieri, non esiste neanche quello di oggi”. Autoscatto. Pubblicità.    Il Presidente  della Camera non lo corregge preferendo illustrare la “canea” utile ad “attivare i meccanismi del rancore contro le istituzioni”. Il “blocco” di forze dietro al “progetto”: “Di Pietro, una parte del Fatto, Grillo…” .

di Malcom Pagani, IFQ

4 settembre 2012

Ravenna, Forza nuova choc: attiva un “numero nero” contro gli immigrati

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Il servizio nasce “per ottenere consigli ed eventuale sostegno legale e militante” poiché, come spiega Luca Castellini, coordinatore nord Italia del movimento, “nel nome di una solidarietà ipocrita e suicida, gli Italiani sono quotidianamente sopraffatti nell’assegnazione delle case popolari e nella ricerca di un posto di lavoro, direttamente colpiti nella sicurezza del proprio quartiere ridotto a terra di nessuno dalla criminalità straniera e nella difesa della propria integrità culturale e religiosa”.

Insomma – continua Castellini –  basta con “le chiacchierone ipocrite leghiste che lanciano anatemi e poi aprono le porte all’invasione (vedi profughi dalla Libia)”. La destra dell’azione ama le maniere spicce e il confronto dialettico rappresenta per essa una perdita di tempo. Ma allora sorge il dubbio su quali pratiche possano operare in concreto i militanti di estrema destra per risolvere quella che a detta loro è una vera e propria emergenza sicurezza.

Per scoprirlo non resta che comporre il 331-9799072. È il numero di cellulare di Raffaello Mariani, operaio faentino classe 1979, responsabile di Forza nuova per la Romagna. “Siamo vittime di un razzismo al contrario”, spiega il coordinatore d’area, che dice di aver ricevuto in 10 giorni circa 20 chiamate. “Noi raccogliamo sfoghi – spiega – e aiutiamo la gente che è impaurita, stanca e disgustata a prendere coscienza e coraggio”. “Le ronde padane ci fanno schifo, il nostro è un servizio diverso: aiutiamo le persone a fare la spesa o gliela portiamo a casa, accompagniamo le ragazze a casa nelle ore serali, aiutiamo gli italiani discriminati sul lavoro o nelle graduatorie per le case popolari, poi bisogna vedere, da caso a caso, di che cosa uno ha bisogno”. “La gente ha paura –conclude Mariani- e la questura è lontana. Quando nel 2014 l’arma dei carabinieri verrà ufficialmente sciolta ci sarà un problema di organico e noi siamo già da ora pronti a colmare questo vuoto, anche se non vogliamo sostituire le forze dell’ordine”.

Detto questo non sarà priva di interesse una ricognizione su facebook per capire chi dovrebbe coadiuvare l’operato di polizia e carabinieri a contrastare l’invasione dell’Islam (il nuovo nemico dei camerati). Sulla sua bacheca Mariani scrive: “I miei cari pacifisti da due soldi… comunisti… pacifisti… anarchici… noglobal… popolo viola… ricchioni… partigiani da cantina… amanti della libertà… finocchi con il culo degli altri… massoni… capitalcomunisti… ebrei… cretini… puzzoni… cheguevariani… maoisti… leninisti… marxisti… w cubani… ma andate a fare in c…” (Mariani espilicita la parola con una lunga fila di o, ndr).

Dopo questo sequela di gentilezze verso il prossimo, il negazionista Mariani continua lodando l’Ungheria del premier Viktor Orbán che reclama i 21 milioni di dollari che il suo Stato ha stanziato nel 2007 a favore degli ebrei ungheresi sopravvissuti alla Shoah, da ripartire in patria attraverso il fondo nazionale Mazsok e all’estero, tra i superstiti, grazie all’organizzazione internazionale no-profit Claims Conference.

Niente di che stupirsi se per il coordinatore di Forza nuova Auschwitz era un campo di lavoro non poi così terribile, dove i prigionieri potevano addirittura svagarsi giocando a pallone e andando al bordello. Riferimenti e link sono pubblicati sempre sulla pagina http://www.facebook.com/mariani.raffaello.

Con questa visione del mondo Forza nuova approccia quelli che ritiene i problemi del territorio, anche in Romagna. Desideria Raggi, responsabile di Fn per la provincia di Ravenna, garantisce che il suo movimento “c’è per qualsiasi cittadino italiano che avesse bisogno di aiuto: come a Genova, dove i forzanovisti son stati chiamati per controllare e piantonare gli stabilimenti balneari contro le violenze nei confronti di bambini, o come a Como dove prestano servizio nel centro a favore degli anziani e come scorta per le ragazze nelle ore serali”.

Fn insomma è disposta a venire in soccorso di tutti i cittadini italiani in difficoltà ma, a giudicare dalle categorie del camerata Mariani, sorge il dubbio che un gay, un elettore di sinistra siamo un po’ meno cittadini degli altri. I city angels in nero vorranno aiutare anche loro?

Questa e altre domande se le dovranno porre anche le questure d’Italia che si troveranno ad avere a che fare con questi imbarazzanti tutori privati dell’ordine. Imbarazzanti come il silenzio con cui è stato accolto il “numero nero”.

di Enrico Bandini, IFQ

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