L’amnesia dell’amnistia

Ci risiamo. Come alla fine di ogni legislatura, ecco riesplodere il bubbone delle carceri e riaffacciarsi la solita lagna dell’amnistia e/o dell’indulto. Il presidente Napolitano chiede al Parlamento di approvare alla svelta “proposte volte a incidere sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri”. E fin qui niente da dire, visto che il numero dei detenuti sfiora ormai quota 70 mila su 45 mila posti-cella. Poi però il capo dello Stato suggerisce “l’introduzione di pene alternative alla prigione” ed evoca “un possibile speciale ricorso a misure di clemenza”, addirittura auspicando la riforma “dell’art. 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli” perché prevede per amnistia e indulto la maggioranza dei due terzi. E qui, francamente, cascano le braccia: perché l’amnistia e/o l’indulto non incidono affatto sulle “cause strutturali dell’affollamento delle carceri, visto che intervengono sulla popolazione già detenuta, mandandone fuori una parte con l’estinzione dei reati o delle pene. Le cause strutturali sono ben altre: i troppi criminali e dunque i troppi reati commessi; i troppi comportamenti previsti come reato, alcuni dei quali potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative; la penuria di carceri e dunque di posti-cella rispetto al fabbisogno nazionale. Visto che il numero dei criminali e dei delitti non dipende dal Parlamento (a parte, si capisce, i delinquenti che vi risiedono in permanenza), non resta che incidere sugli altri due fattori: depenalizzando una serie di reati minori, a partire da quelli relativi alle droghe e all’immigrazione clandestina, cancellando una serie di leggi vergogna e “pacchetti sicurezza” approvati nell’ultimo decennio; e costruendo nuove carceri. Invece sono vent’anni che sentiamo annunciare depenalizzazioni, “piani carceri” e leggi “svuota-carceri”, e i penitenziari sono sempre più pieni. Il perché è noto: per vellicare gli istinti più bassi di un certo elettorato, si è seguitato a inventare nuovi reati superflui o a punire tanto più severamente quanto inutilmente quelli già esistenti (vedi i meccanismi perversi dell’ex Cirielli per i recidivi), sempre e solo nel settore della criminalità da strada, mentre quella dei colletti bianchi, che ci ha portati alla bancarotta economico-finanziaria, è sostanzialmente depenalizzata. Così, ogni due per tre, si scopre all’improvviso che le carceri scoppiano, e allora parte la campagna per mandarne fuori un certo numero. Col risultato di aumentare l’incertezza delle pene, anzi la certezza dell’impunità che porta i criminali a concludere che il delitto paga e gli onesti a perdere ogni residua fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Fu così nel 2006, quando l’indulto Mastella (votato da tutti, tranne Idv, Lega e Pdci) liberò 30 mila criminali, evitò che altrettanti finissero dentro e costrinse i magistrati a fare indagini e processi costosissimi per erogare pene puramente virtuali. Salvo poi scoprire sei mesi dopo che le carceri erano più piene di prima. Ora, sei anni dopo, si ricomincia. È un copione già visto, di cui possiamo tranquillamente anticipare il seguito: la congestione delle celle diventerà il pretesto per inserire nell’amnistia o nell’indulto prossimo venturo i reati di corruzione, concussione, illecito finanziamento ai partiti, truffa, frode fiscale, peculato, collusioni mafiose che vedono inquisiti ministri, sottosegretari, parlamentari, banchieri, imprenditori ed “ex”, cioè i protagonisti dei vergognosi scandali degli ultimi anni. Nessuno di loro in carcere, ma molti rischiano presto o tardi di finirci e, pur di strappare il colpo di spugna, sono pronti a ricattare mandanti e complici rimasti nell’ombra. Insomma, mentre si firmano lodevoli appelli per la legge anti-corruzione, è già pronto l’antidoto che salverà tutti. Poi qualcuno si meraviglia se Grillo spopola. Ps. Dov’era Napolitano mentre il Parlamento infilava una legge riempi-carceri dopo l’altra? Al Quirinale, con la penna in mano.

di  Marco Travaglio, IFQ

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