I panni sporchi non si lavano a Ballarò

Veniva a Ballarò che non era nessuno e ci è tornata che di nuovo è nessuno”. A parlare è Maurizio Crozza, in una delle sue copertine migliori, con tanto di accenno (ironico ma non troppo) ai forconi. Allude a Renata Polverini. Ride, l’ex Governatrice. Ride molto. Soprattutto quando non c’è motivo. Non ignorando che la tivù può sbiancare, ambisce alla catarsi. Ma l’acqua, dopo un po’, si sporca perfino nel piccolo schermo. E se ti ostini a sguazzarci, ne esci ancora più fangosa.    Renata ha trucco da grandi occasioni e ballerine d’ordinanza. Brandisce bilanci. Si trincera dietro il “così fan tutti”, come una Mozart che nessun Salieri invidierà mai. Ripete che non poteva sapere, “come Monti non sapeva di Lusi”. Il rispetto – per gli elettori, ma ormai pure per se stessi – è impalpabile. Evaporato e deturpato.    La situazione consiglierebbe il silenzio. Lei, al contrario, si vanta (“Dopo di me mi auguro che ci saranno delle persone perbene come siamo stati noi”). A tratti sembra un nuovo format, roba tipo “La Governatrice sotto accusa”, in cui tutti recitano una parte e alla fine – dopo il “cartello 317” di Pagnoncelli, rutilante come una catalessi – si torna a casa. Felici e contenti, perché il ciak è andato bene. Eppure son simpatica. È colpa della Ravetto. Da quando disse a Crozza “Non fa ridere” (e non perché era permalosa: perché le battute non le capisce proprio), ogni politico ostenta autoironia. Così, martedì, mentre il comico genovese colpiva (“Tagliavano il ticket ai disabili, la cultura, i trasporti”), la Polverini rideva. “Tornare ‘nessuno’ è la cosa più bella, ah ah”. “Le ordinazioni di ostriche erano aumentate, ah ah”. Ah ah.    Quando c’era Marrazzo. “Comportamenti immorali c’erano anche prima del mio arrivo. I collaboratori di Marrazzo bevevano regolarmente champagne nei migliori ristoranti di Roma. Anche Marrazzo pagava la cosiddetta rappresentanza con soldi pubblici. Bisogna spiegare”. Sì, ma solo se costretti. E sempre sostenendo che la rogna ce l’hanno tutti.    Morale immorale. “Stia sereno Di Pietro, non prendiamo questa deriva perché caschiamo male. Non c’è reato, c’è un comportamento immorale” .    Stiamo sereni.    Nuvole e pajata. “Il Lazio allo sfascio ce l’hanno portato le amministrazioni precedenti. A’ Di Pietro non gioca’, che qui nessuno casca dalle nuvole, non fa’ demagogia che alla fine ce stanno pure i tuoi”. Qui è possibile aggiungere: “Daje”, “Anvedi”, “Li mortacci” (si scelga a piacere).    Niente. A un certo punto c’è stato un collegamento con Schifani. Quindi, a un certo punto, non c’è stato niente.    L’esorciccia. Ce l’aveva quasi fatta. Il triplice fischio di Floris era vicino. Fatale, però, un affondo di Massimo Giannini: “Possibile che sia stata una governatrice a sua insaputa? È grottesco”. Qui la Polverini si è impossessata di se stessa. Volto paonazzo, profilo mefistofelico, voce luciferina. Ascoltiamola. “La mia azione di governo ha portato risultati importanti. Io me ne sono andataaaaa e ditelo a quelli di sinistra, diteglielo! (sì, ma dirgli cosa? Che si è dimessa? Forse la notizia è arrivata persino nel Pd) Perché voi citate Formigoni, ma Vendola dove sta? Ed Errani che ha dato soldi a suo fratello? E allora sia gentile, sia correeeeetto! Perché io dal 1970 sono l’unica persona che se ne va per colpa di altri e sono orgogliosaaaaaa di averlo fatto. Ha capito? Basta! Non accetto più di essere sotto processo per qualcosa che non ho commesso. Io, Renata Polverini, con la dignità che mi contraddistingue (la “dignità”, in effetti, è un po’ la cifra distintiva della Polverini. Da sempre) torno a essere una privata cittadina. Punto (e virgola). Questo è ciò che ho fatto e quello che i suoi amici non hanno fatto. E l’ho fatto lunedìììì perché ho voluto azzerare il finanziamento. Vada a studiare, Giannini. La aspetto domani nel mio ufficio”.    Chissà se Giannini, poi, c’è andato. A scuola. In ufficio. O anche solo a cercare un esorcista. Molto bravo, possibilmente.

di Andrea Scanzi, IFQ

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