Posts tagged ‘Libia’

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

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27 aprile 2011

I responsabili del Pd

“Ok ai raid” per l’interesse nazionale. Poi in serata: vediamo se il Pdl ha i numeri

Oltre Mister B. c'è la mano tesa del Pd

Il concetto è chiaro già nel primo pomeriggio: “C’è materia per far cadere un governo. Prodi è caduto per questo…”. Eppure, fino a sera, la riflessione nel Pd si ferma ai ricordi. Nessuno a cui venga in mente di riadattarla ai giorni nostri. Quando alle 18 il segretario Pier Luigi Bersani annuncia alle agenzie che “è indispensabile che il governo venga a verificare in Parlamento se ha o no una maggioranza in politica estera”, perfino nel suo staff si chiedono che cosa sia successo. Discutono, riflettono, e un’ora e mezza più tardi fanno sapere che stanno “valutando “ di cambiare strategia e preparare “un documento su cui chiedere il voto in Parlamento”. Perché, dice il capogruppo Dario Franceschini, “non possono bastare semplici comunicazioni dei ministri”. Così, nella riunione in programma per oggi, potrebbero arrivare a decidere di appoggiare la mozione che l’Idv ha già presentato per chiedere una verifica sui numeri del governo.    EPPURE , per tutto il giorno, l’audizione di Frattini e La Russa era sembrata un gesto sufficiente a ripianare le divisioni della maggioranza. Nel marasma in cui sono piombati i rapporti tra Pdl e Lega le uniche certezze, per il principale partito dell’opposizione, erano state due: le bombe le stavamo già sparando e non è sulle guerre che si può fare la guerra. Il primo punto lo spiegava bene Beppe Fioroni, il leader della corrente cattolica, che già al voto sulla risoluzione Onu aveva perso tre dei “suoi” (Gasbarra, Grassi e Sarubbi): convinti a restare a casa, pur di evitare l’affronto del “voto ribelle”. Ora confessa di affrontare l’argomento “con difficoltà”: “Ma fino a oggi che hanno lanciato, rose? Se non è stato così, significa che continuiamo a fare quello che abbiamo fatto, se no bisogna spiegare la diversità”. Perfino il presidente Napolitano aveva spiegato che i bombardamenti sono lo “sviluppo naturale” dell’intervento in Libia. Lo stesso ribadito da Bersani quando definiva la risoluzione votata come “capiente di una iniziativa italiana”. Il testo approvato a fine marzo, del resto, è talmente ampio da contemplare anche l’ipotesi bombe. “Ma mica avevamo deciso di fare guerra a uno Stato”, è sbottato Antonio Di Pietro, in aperta critica con il Capo dello Stato: “Bombardare una nazione non ci pare possa essere considerato uno sviluppo nè naturale nè costituzionalmente corretto”.    Nel Pd, fuori dall’ufficialità, lo accusano di “pacifismo elettorale”: le amministrative si avvicinano e l’Idv vuole conquistare il popolo “arcobaleno”. Quello – da Emergency all’Arci – che ieri ha condannato i raid “incostituzionali e inutili”. Di Pietro invece attacca la “strategia del rinvio” a cui i democratici “ci vogliono condannare”: “Parlano di responsabilità, ma la prima che abbiamo è quella di liberare il Paese da questo Gheddafi in miniatura. E se ogni volta rimandiamo a domani…”.    Per i Democratici, sembrava che nemmeno oggi fosse la volta buona: “Quello che non possiamo accettare – spiegava la capogruppo Pd Anna Finocchiaro – è che una questione di così grande importanza, venga piegata per interessi di politica interna”. Idea condivisa anche tra i veltroniani: “Dobbiamo denunciare l’inadeguatezza di questa maggioranza – diceva Walter Verini – ma l’interesse del Paese impone di non giocare”. D’accordo sul obiettivo, ma non sul metodo, l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: “Il voto parlamentare è un dovere in sé, ma non vorrei che, partiti per dividere gli altri, finissimo per dividerci tra noi”. Bisognava parlare con un finiano, Carmelo Briguglio, per sentirsi dire chiaro e tondo che “il premier vuole evitare il voto in Parlamento”.

A SERA , invece, l’idea che la posta in gioco fosse seria ha cominciata a diventare concreta. E la stessa Marina Sereni che alle 11 e mezzo di mattina, ancor prima che parlasse Napolitano, diceva al governo: “Non faremo mancare il nostro contributo”, comincia a ritrattare: “Il nostro senso di responsabilità non arriva a coprire le contraddizioni del governo”. Forse anche lei ha letto un po’ dei messaggi arrivati sul sito del Pd. Dove le idee erano chiare sin dalla mattina presto: “Ma se il Pd invece di chiedere chiarimenti chiedesse di non bombardare non sarebbe meglio?” domandava Piero Manfè. “Non azzardatevi a sostenere il governo sui bombardamenti! In particolare se la Lega voterà contro. Non darò mai più il mio voto al Pd!”, minacciava Marco Lalomia. “Perché il Pd dovrebbe assumersi questa responsabilità? Non fatelo, non fatelo, non fatelo!!” li implorava Paolo R. È a loro, se non altro per interesse, che ci si aspetta che il Pd dica “signorsì, signore”.

di Paola Zanca, IFQ

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29 marzo 2011

Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

25 marzo 2011

Si scrive intervento umanitario, si legge corsa al petrolio

L’ennesimo conflietto in un Paese ricco di greggio. quando le ragioni economiche fanno ombra a quelle etiche.

Il dubbio accompagna chi sta bombardando dentro e fuori la Libia: dopo le armi quale Paese sopravviverà? Soprattutto: quali mani sul petrolio? Nebbie anche se una certezza c‘è. Gli Stati Uniti vogliono rimettere piede in Africa per scendere nei deserti dell’oro nero partendo dal Mediterraneo. Il pericolo delle dittature (tribali per i doppiopetti del G8), è solo l’optional che conferma nel 2000 la storia del Novecento. Con la novità delle ombre cinesi, Ciad e Sudan e gli oleodotti in corsa verso il Mar Rosso mentre le 7, 8 o 9 sorelle stanno programmando pipe line destinate alla costa Atlantica per dissetare l’Occidente al quale il greggio non basta mai. E poi il Darfur delle tragedie: 2 milioni di profughi, 300 mila morti nella guerra-guerriglia, liquidata come scontro etnico religioso: arabi contro neri, musulmani contro cristiani, compassione un po’ razzista per nascondere il petrolio che sta venendo a galla nella savana della disperazione. Petrolio che gli oleodotti portano via adesso che il referendum l’ha liberato dalla sovranità sudanese. Insomma, scatoloni di sabbia e disperazione che galleggiano sull’oro. L’oro del Ciad a lungo conteso con la Libia. L’oro del Sudan, targato Pechino. Khartoum rinasce per braccia e capitali cinesi ormai protagonisti anche nel Sudan Meridionale, il quale aspetta l’indipendenza con i contratti già in tasca, ma di chi? Sempre cinesi, Total francese, India, Malaysia: Washington e Londra non possono solo guardare. Le trame degli affari da tempo prevedono “qualcosa”. L’altra urgenza americana alla radice dell’interventismo della signora Clinton (Obama dubbioso) è il controllo dell’energia che fa girare l’Europa, pozzi a portata di mano attorno al Mediterraneo. Mettere il naso nel gas e petrolio che fanno girare il Vecchio continente vuol dire controllare lo sviluppo di una concorrenza non irresistibile ma sempre fastidiosa. Ecco la Libia, guerra che non è una guerra, solo difesa dei diritti umani. Si continuerà a parlarne a lungo per i due Sudan, Darfur e Ciad sull’orlo di chissà quali battaglie. Bisogna dire che le guerre degli ultimi trent’anni sono state onorevolmente combattute col proposito di esportare democrazia attorno al petrolio. Iran-Iraq, 1980-1988, primo round. Protagonista il nostro amico Saddam al quale la Washington di Reagan assicurava armi e consiglieri militari, occhi della Cia e greggio da consegnare puntualmente alle multinazionali mentre i suoi pozzi fumano sotto i missili di Teheran. L’Arabia Saudita anticipava il prestito. Iran isolato per sempre nei discorsi di Saddam il quale non andava per il sottile. Tirava giù anche gli aerei passeggeri: nessun straniero doveva arrivare ad ascoltare le voci iraniane legate al resto del mondo dal filo sottile della Lufthansa. Circumnavigazioni interminabili per raggiungere la capitale di Khomeini le cui prediche dall’esilio avevano logorato lo Scià, sovrano dal medioevo ma a noi devoto: vacanze a Saint Moritz, eleganza regale e polizie feroci. A Saddam abbiamo affidato il compito di tamponare l’integralismo sciita, non importa come. Quando il suo gas nervino soffoca 5 mila curdi ad Halabja, provincia sul confine dell’Iran, Stephen Pelletier, ufficiale dei servizi Usa travestito da professore della Wars Army College, scrive sul New York Times che le sue ricerche hanno accertato la responsabilità del massacro: gas iraniano. Aria avvelenata da un cianuro sconosciuto agli iracheni. Chi riempiva gli arsenali di Baghdad sapeva di quali armi disponeva Saddam. “Accusare Saddam di genocidio non è corretto: solo propaganda khomeinista di chi vuol disinformare”. Nel processo che impicca il dittatore, si proibisce ai difensori di presentare la testimonianza di Pelletier nel timore di rivelazioni imbarazzanti. Il principale capo d’imputazione viene sbrigato in fretta. Anche perché un’altra accusa suscita il disgusto di chi deve giudicarlo. Prima di abbandonare il Kuwait, nella prima delle due guerre del Golfo, Saddam ordina di bruciare i pozzi dell’emirato che considera sua 13a provincia. L’ha occupata per ripicca Bush padre: non manteneva le promesse. Fiamme che commuovono le pompe vuote del nostro mondo. Indignano i mercati, scatenano il coro di chi pretende giustizia. E per dimostrare com’è rivoltante chi distrugge quel ben di dio, la Cnn inventa il gabbiano in agonia, ali infangate dal catrame bollente che copre il mare. Immagine d’archivio d’una petroliera naufragata in Alaska. Ecco perché Gheddafi dopo la morte dell’amico abbracciato quando governava, apre subito il cuore ai vincitori. L’insulto alla memoria lo terrorizza. Abbassa la voce e affida la riconquista della simpatia al folklore tribale. Apre il petrolio alle nostre brame senza preclusioni politiche. E la simpatia si scatena.    Due guerre del petrolio in 15 anni. Gli anni diventano 20, le guerre diventano 3. Da una parte musulmani seduti sul 75% delle riserve mondiali, dall’altra le nostre soffici città. Con un tesoro di 46,5 miliardi di barili, la Libia è la potenza petrolifera africana, due volte le riserve Usa. In lista d’attesa nelle guerre industriali Sudan, Darfur e Ciad, riserve che ingolosiscono i 5 Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu (Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) mentre si commuovono per i diritti umani.

di Maurizio Chierici, IFQ

23 marzo 2011

L’Occidente protegge se stesso

È bastato seguire per pochi minuti i talk-show, conditi di analisti politici, esperti militari e a vario titolo, giornalisti, che si sono succeduti sabato pomeriggio dopo la notizia che i Mirage francesi avevano preso il volo verso la Libia, per capire che l’attacco dei Paesi occidentali aveva poco o nulla a che fare con la salvaguardia dei civili colpiti dalla furia del dittatore di Tripoli. Vi si parlava dell’obiettivo della Francia di affermare una propria primazia nel Mediterraneo, degli Stati Uniti che, sorpresi dall’anticipo alle operazioni dato da Sarkozy, hanno lanciato poco dopo dalle loro navi 110 missili Tomahawk per far capire che rimangono comunque loro ad avere il bastone del comando, dell’interesse della Gran Bretagna a recuperare le posizioni perdute nel 1970 quando Gheddafi cacciò, oltre a 20 mila italiani che facevano, in genere, i ristoratori o i negozianti, anche le aziende petrolifere inglesi, della necessità che l’Italia assumesse “una parte attiva” nell’attacco per poi avere pari titolo a partecipare con gli altri al business della ricostruzione (che è il nuovo sport occidentale: distruggere un Paese per poi lucrare sugli affari che ne seguono, come è avvenuto in Afghanistan e in Iraq).

DEI CIVILI LIBICI si erano dimenticati tutti. Ogni tanto qualcuno, in un residuo di pudore, ne faceva cenno, ma si passava subito oltre. Le questioni interessanti erano altre. Uno scenario disgustoso che peraltro rifletteva quanto stava accadendo sul terreno. Una “no fly zone”, ammesso che sia legittima, prevede che i caccia pattuglino il cielo per impedire che gli aerei militari del Paese colpito da questa sanzione si alzino in volo (che è quanto hanno fatto, finora, correttamente, i nostri Tornado e che, se dobbiamo dar credito a Berlusconi, e questa volta glielo vogliamo dare, continueranno a fare), non che vengano colpiti con dei missili mezzi di terra e tantomeno edifici militari o paramilitari. In Libia è in atto una guerra civile. Da una parte non c’è un dittatore isolato e dall’altra la stragrande maggioranza della popolazione. Da una parte c’è un dittatore che non ha solo aerei e tank ma evidentemente gode ancora di un vasto consenso e, dall’altra, c’è invece una parte della popolazione che non ne vuole più sapere di lui dopo 41 anni di regime. Nessuno ha l’autorità e il diritto di decidere come debba andare a finire questa partita. Deve essere il verdetto del campo di battaglia. E c’è anche il sospetto, non infondato, che su un indubbio malcontento popolare, soprattutto in Cirenaica, si siano inseriti degli agent provocateur occidentali, inglesi e francesi, per soffiare sul fuoco. In Occidente molti intellettuali in buona fede sostengono che i rivoltosi libici vanno sostenuti “a prescindere” con le armi, anche rischiando di fare più vittime civili di quante ne abbia fatte e ne farebbe il raìs di Tripoli, perché Gheddafi è un dittatore e le dittature, prima o poi, vanno spazzate via, anche con la forza, per sostituirle con la democrazia. Un liberale che pretende che tutti siano liberali non è un liberale: è un fascista. Un Occidente che si dice democratico che pretende che tutti i Paesi lo siano non è, almeno verso l’esterno, democratico: è un sistema totalizzante e totalitario. Che non riesce più nemmeno a concepire un “altro da sé”, che possano esistere popoli che hanno storie, tradizioni, culture, valori, istituzioni diverse dalle sue. Spiace constatarlo ma le democrazie, dopo aver battuto i totalitarismi nazifascista e comunista, si stanno comportando più o meno come gli sconfitti. Dal 1990, cioè dal crollo dell’Urss, la Nato, sia pur con mascherature varie, ha inanellato cinque guerre d’aggressione: Iraq 1990, Serbia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003 e, ora, la Libia. Tanto che se oggi si esita ad affidare il comando della missione libica alla base Nato di Capodichino, come vorrebbe Berlusconi, è perché si teme l’ostilità non solo della galassia arabo-musulmana, ma del mondo intero. Perché la Nato da sistema difensivo, quale era stata concepita alle sue origini, è diventata sinonimo di aggressione.

E QUESTO, oltre a fomentare l’integralismo islamico, spingerà parecchi Paesi, fra cui l’Iran, a dotarsi davvero dell’Atomica per non essere completamente inermi davanti alle pretese e alle prepotenze occidentali. Non è un caso che la Corea del Nord, dove c’è un regime a paragone del quale quello di Gheddafi è una viola mammola, non venga toccata.    Infine in questa crisi la sinistra italiana ha dato la dimostrazione scientifica di essere cretina. Nella Commissione Esteri e Difesa la Lega si è astenuta sul voto che doveva dare il là alla partecipazione dell’Italia alla missione contro la Libia. Non lo ha fatto solo per il gretto timore di un’invasione di “migranti”. È una sua posizione storica nei confronti delle aggressioni della Nato. Nel 1999, mentre la Nato bombardava la Serbia facendo 5500 vittime civili (di cui 500 fra gli albanesi che voleva proteggere), alcuni parlamentari leghisti si recarono a Belgrado a fare gli “scudi umani”, per protesta. E la Lega è stata sempre molto tiepida, o ostile, sulla missione in Afghanistan. Una rottura così clamorosa in un dibattito in cui non si decideva il destino della “sora Lella” ma una questione di fondamentale importanza avrebbe potuto provocare una grave crisi nella maggioranza e forse la caduta del governo. E che cosa fa invece il Pd, erede di un pacifismo a volte stomachevole (“meglio rossi che morti”)? Si improvvisa in un muscolare quanto improbabile guerriero, e corre in soccorso del Cavaliere. E allora, se siete così deficienti, vi meritate Berlusconi in saecula saeculorum.

di Massimo Fini, IFQ

L’onorevole Domenico Scilipoti (FOTO DLM)

23 marzo 2011

L’autostrada da 4 miliardi e la fame padana

Forse la Lega teme davvero che il caos libico scaraventi sulle coste italiane un esodo biblico di disperati. Ma sulle sue fibrillazioni probabilmente influisce anche un altro aspetto determinante: gli affari. Proprio nel momento in cui stava accarezzando l’idea di diventare il pivot dei giganteschi business che insieme al petrolio e al gas riguardano il paese nordafricano, e cioè le grandi opere, le è capitata tra capo e collo la rivolta contro il raìs con tutto ciò che ne è seguito. Visti da questa angolazione forse si capiscono meglio i clamorosi distinguo di Umberto Bossi nei confronti delle decisioni del governo sulla Libia e i mal di pancia dei ministri leghisti dopo le missioni dei Tornado italiani sui cieli del nord Africa.    Lontano dai riflettori, ma molto nel concreto, la Lega negli ultimi tempi stava diventando il partito che più di altri avrebbe goduto dei benefici effetti sugli affari delle grandi imprese italiane prodotti dall’ormai famoso Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato con grande solennità il 30 agosto di tre anni fa a Bengasi tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi.

IN BASE a quell’intesa l’Italia si impegnava a versare alla Libia circa 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Nello stesso tempo si stabiliva che il nostro paese avrebbe partecipato alla realizzazione della più grande infrastruttura del nord Africa dei prossimi decenni e cioè l’autostrada costiera che avrebbe attraversato la Libia da Ras Adir ad Emsaad, dal confine tunisino ad ovest fino a quello egiziano ad est. Millesettecentocinquanta chilometri di asfalto in totale. Valore stimato dell’opera, oltre 4 miliardi di euro.    L’operazione autostrada era concretamente partita tre mesi fa con la regia dell’Anas, azienda statale italiana delle strade guidata da Pietro Ciucci. Anzi, l’affare era stato avviato sotto la supervisione dell’ala leghista della società stradale, rappresentata dal consigliere di amministrazione Claudio Andrea Gemme, un manager genovese che è anche amministratore delegato di Ansaldo sistemi industriali, ma soprattutto è il referente nell’azienda delle strade del vice ministro delle Infrastrutture, il leghista Roberto Castelli. Otto mesi fa Gemme fu nominato coordinatore di un nuovo gruppo di lavoro costituito dall’Anas, il gruppo Attività internazionali, a cui fu affidato il compito di seguire gli affari attualmente concentrati soprattutto in tre paesi: l’Algeria, l’Iraq e in prospettiva la Libia.    Di questo comitato fa parte lo stato maggiore Anas, da Alfredo Bajo, responsabile delle nuove costruzioni, manager in passato collaboratore di Carlo Toto, proprietario di Air One e uno dei “patrioti” dell’Alitalia, a Michele Adiletta, direttore centrale dell’esercizio stradale, Eleonora Cesolini, responsabile ricerca e innovazione, Stefano Granati, ex condirettore della società Stretto di Messina.

ALLA FINE del 2010 questo gruppo aveva già portato a casa i primi risultati: l’ambasciata libica aveva affidato all’Anas il servizio di advisor per la futura autostrada. Ricevendo in cambio 125 milioni e mezzo di euro, l’azienda italiana delle strade avrebbe dovuto svolgere compiti delicatissimi e nevralgici come pianificare le procedure, convalidare i progetti, espletare le gare d’appalto per il successivo affidamento dei lavori alle imprese e infine garantire l’alta sorveglianza sui lavori stessi. In pratica su impulso del gruppo internazionale del leghista Gemme, l’Anas stava diventando il punto di riferimento per la nuova grande opera libica.    I lavori erano stati suddivisi in quattro lotti e il primo del valore di 835 milioni di euro era stato affidato ad un consorzio guidato da Maltauro, il gruppo che aveva costruito le ville di Berlusconi ad Antiga e più di recente la nuova sede compartimentale Anas all’Aquila. L’affidamento dei lavori degli altri lotti era previsto per il prossimo settembre e molti all’Anas davano per scontato che questa volta sarebbe toccato ad Impregilo, la grande azienda già impegnata sulla Salerno-Reggio Calabria, scelta per il futuro ponte di Messina e guidata da Massimo Ponzellini, considerato il manager e il banchiere più vicino alla Lega.

di Daniele Martini, IFQ

La strada che da Sirte porta a Ras Lanuf, in Libia (FOTO ANSA)

23 marzo 2011

Tappeto verde: Appalti e respingimenti, diktat della Lega: il Trattato con Gheddafi non si tocca

Il parlamentare leghista si sfrega le mani e con grande soddisfazione dice: “Che fiuto il Capo! Hai voglia a dire che è malato e vecchio, ma è sempre lui”. Il Capo, ovviamente, è Umberto Bossi che ieri l’house organ padano ha santificato con un titolone in prima pagina sul caos libico della maggioranza: “La Lega detta le condizioni”. È la verità. La Lega è Bossi e in questa occasione ha parlato per bocca del più fedele dei due Roberti colonnelli verdi, il Calderoli bergamasco. È toccato al ministro che incendiò Bengasi con la sua maglietta anti-Maometto piantare i quattro paletti attorno ai ministri Frattini e La Russa, che a via Bellerio, sede nazionale del Carroccio a Milano, sono stati definiti anche “due dilettanti allo sbaraglio”: il rispetto degli accordi commerciali del trattato firmato dal Cavaliere e dal Colonnello; il sì alla risoluzione Onu; la “spartizione dei profughi” con l’Ue; il blocco navale anti-esodo. Il naso politico di Bossi ha ripreso a fiutare, con il solito pragmatismo, il venerdì del voto in commissione sull’intervento, quando la Lega ha adottato il modello Merkel dell’astensione. Poi Calderoli ha sferrato un fendente al postfascista La Russa “ministro della Guerra”, infine sono arrivati i quattri paletti che hanno blindato il centrodestra.

A QUEL PUNTO la Lega, dopo la bufera sull’Unità d’Italia (e che ieri ha avuto un altro strascico a Palazzo Madama sul decreto per il 17 marzo, con la maggioranza sconfitta), ha aumentato il tasso di confusione nel centro-destra da una posizione di forza. Il risultato finale tra oggi e domani con il dibattito a Senato e Camera. Ieri Cicchitto e La Russa hanno detto a chiare lettere che il Pdl si accoderà alla risoluzione Calderoli, ma a sera il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Federico Bricolo, ha tirato ancora la corda: “Il sì della Lega a una risoluzione di maggioranza sulla Libia a patto che, al di là dell’intervento umanitario, ci siano la difesa dei nostri confini per bloccare i flussi degli immigrati e la tutela degli accordi energetici con la Libia per evitare che il loro mancato rispetto porti conseguenze negative sul costo dell’energia e dunque sulle famiglie e le imprese”. Ed è per questo che, di fronte al traino leghista, il Pd deciderà solo stamattina la sua posizione. La speranza è quella di un’intesa bipartisan nel solco benedetto da Napolitano (comando Nato e risoluzione Onu) ma D’Alema ha già messo le mani avanti e annunciato che i democrat “non voteranno pasticci”. Segno che sarà difficile mettere insieme le condizioni della Lega e le richieste dell’opposizione. Anche perché la dittatura di Bossi sulla questione di Tripoli, e che incarna “il dolore” berlusconiano per l’amico Gheddafi, ha un retropensiero inquietante: la convizione del Senatùr che il Colonnello abbia forze e armi sufficienti per sconfiggere i ribelli. Ironia della sorte, appena due settimane fa, Gheddafi in un’intervista tv ha rivelato che “Bossi gli chiese aiuto per la secessione”. Dura la smentita del Carroccio : “Le armi le fabbrichiamo in Lombardia”. In ogni caso il filogheddafismo della Lega è stato esplicitato ieri da Stefano Stefani, presidente della commissione Esteri della Camera, sulla Padania: “I ribelli di oggi potrebbero diventare i nostri futuri nemici”.

ALTRO ASPETTO che preoccupa non poco il Capo. E non solo per la questione musulmana. Ma anche per gli interessi economici e finanziari tra Libia e Italia: gas, petrolio, partecipazioni di Tripoli nelle nostre imprese, infrastrutture. Un pacchetto che la Lega vuole difendere a tutti i costi dagli appetiti francesi. Di qui il primo paletto della risoluzione prevista per oggi. Ovviamente, il filogheddafismo bossiano fa comodo anche al Caimano che soffre e vorrebbe tanto scappare da questa guerra. E confermato da Matteo Salvini, deputato e voce di Radio Padania: “Berlusconi addolorato per Gheddafi è coerente con la sua vicenda personale e politica. Sicuramente non stiamo parlando di un benefattore dell’umanità e questo è sotto gli occhi di tutti. Ma è altrettanto palese che l’intervento è dettato da motivi evidentemente economici e di potenza internazionale”. Vero, dunque, l’asse Bossi-Berlusconi su Gheddafi. Fino a un certo punto, però. Perché, con le amministrative tra meno due mesi, la Lega potrebbe cannibalizzare grosse porzioni dell’elettorato del Pdl al nord, facendo leva sulle paure per “l’esodo biblico” dei clandestini sulle coste italiane. Il calcolo di Bossi va soprattutto in questa direzione. Del resto fu lui, nel febbraio scorso, quando iniziarono le rivoluzioni del Maghreb a dare fondo a tutto il suo cinismo politico: “Il rischio immigrazione aiuterà noi e anche Berlusconi”. Aiuto a doppio senso: sia per non far cadere la maggioranza, sia per recuperare consensi al turno amministrativo di maggio. E adesso coi numeri pronosticati per la crisi libica il Senatùr cavalcherà sempre di più l’immigrazione, che con sicurezza e federalismo forma la constituency del Carroccio.    In questa cornice, non manca il classico doppio binario seguito dalla Lega. Il contrappeso alla linea cinica sulla Libia è rappresentato dal ministro dell’Interno Maroni, il meno fedele dei due Roberti colonnelli di Bossi. Maroni è il volto istituzionale che cerca sempre una sponda mopderata con l’opposizione. A Varese, sua città natale, il capo dello Stato in visita lo ha investito di un complimento che fatto gonfiare il petto a tutti i leghisti. Ha detto Napolitano: “Sui grandi flussi migratori ho apprezzato l’impegno del ministro Maroni. Lavoriamo in piena sintonia. Nel darmi i consigli mi è molto utile”. La Lega bifronte è sempre più forte. E detta la linea a tutti. Oggi la prova della verità. Se prevale l’opzione bipartisan senza paletti scomodi, che farà il Carroccio? Uscirà dall’aula un’altra volta?

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Calderoli, le magliette anti-islam e i morti di Bengasi

22 marzo 2011

Missioni alterne. La comunità internazionale a due velocità: l’umanità si invoca solo se serve.

Mentre l’Europa riposava nell’illusione che stabilità facesse rima con autocrazia, non importa la mano dura, non importano religione e ideologia, Obama sceglie di appoggiare la protesta delle piazze egiziane quando Ben Alì scappa da Tunisi: “C’è qualcosa nel-l’anima che pretende la libertà”, parole di Martin Luther King. Il presidente le ripete stanando l’ipocrisia delle cancellerie dagli inchini rispettosi. All’improvviso si accorgono (sfogliando l’Economist) che il Dipartimento di Stato prevede rivoluzioni “imminenti e probabili” in paesi considerati pompe di petrolio o capisaldi strategici. Yemen al primo posto, 85 per cento di probabilità. Libia e Siria in seconda fila: 65 per cento. Poi Bahrein, Arabia Saudita, in fondo spunta la Giordania. Bengasi accende la rivolta che trascina la guerra. Gli ultimatum di Washington non servono; partono aerei e navi per dare una mano alla democrazia annegata nel petrolio. I nostri governi   obbediscono, le opinioni pubbliche si dividono: ormai si combatte.    Bahrein e Yemen sono agitate dalle stesse ribellioni ma le magre indicazioni che arrivano da Washington riguardano i civili americani: invito a lasciare lo Yemen o a trasferirsi “provvisoriamente” nella base Usa del Bahrein. Nessun intervento diretto; tutela dell’integrità del regno affidata alla piccola Nato organizzata con preveggenza in difesa del petrolio, pozzi e traffico. Il 20 per cento dell’energia necessaria ai G20 passa da lì. Il nome è Consiglio della Cooperazione del Golfo: Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar, naturalmente Bahrein, assieme in armi (americane) sotto la stessa bandiera impugnata dal gigante saudita. Il quale ha delega di intervenire con duemila uomini: assieme ai carri hanno attraversato   il ponte che unisce l’isola al regno amico per accamparsi lontani dalle piazze in subbuglio dove si comincia a morire; tende e cannoni attorno alla residenza del sovrano Hamad bin Isa al Khalifa dove si è trasferito anche il   primo ministro, cugino del re. Questa la democrazia da tutelare con Hamad che promette la nuova costituzione, ma la promette dalle prima grida e ancora non muove un dito. Se nelle strade si muore, i bunker reali sembrano calmi. Eppure l’inquietudine si allarga. Monarchi sunniti, popolazione al 70 per cento sciita. Il sovrano ripete in tv che non tutti gli sciiti obbediscono alle parole d’ordine di Teheran, ma la verità é un’altra. L’Iran parla di “occupazione militare saudita” e fa balenare l’ipotesi di rispondere come   si deve. Minacce impossibili, i sovrani lo sanno. A cinque chilometri da piazza della Perla, parterre dei passeggi oggi cuore della rivolta, la base Usa di Juffair fa la guardia al via vai delle petroliere. Ma non solo. È il centro che ha coordinato la guerra in Iraq, migliaia di militari con famiglie, vita californiana lontana dai problemi del Bahrein. Nei due porti militari galleggia la Quinta Flotta, portaerei della guerra irachena, oggi Awacs che vanno a spiare l’Afghanistan. Insomma, paese agitato per il momento controllato.    Nello Yemen la situazione sta scappando al presidente Ali Abdalà Saleh. Governa dal 1978 sotto l’ala americana e con l’aiuto di Washington ha stroncato la rivolta degli ufficiali marxisti che avevano proclamato la repubblica di Aden. Voleva candidare il figlio   alla successione, ma i morti in piazza (ogni giorno il numero si allarga) gli hanno fatto cambiare idea. Tre generali e tanti militari gli voltano le spalle: la lezione della Libia é arrivata qui. Stava per firmare la concessione di una   base Usa, la rivolta l’ha fermato. Mosca e Teheran contrari: fra le accuse che sparge parlando all’infinito, c’é la cospirazione di “forze esterne ostili”, e poi la ritorsione degli americani per la parola mancata.    Sfogliando l’Economist, la Siria in subbuglio aveva l’aria di un’ipotesi avventata. Repubblica ereditaria dalle dieci polizie governate da clan alawita che ha in mano ogni potere. Il Sadat figlio continua la politica cominciata da Sadad padre nel 1970. Governo laico all’ombra della Mosca dei soviet, passato ad amicizie supplenti: Iran di Khomeini, ritratti che ossessionavano Damasco; Venezuela di Chavez ma anche aperture verso gli Stati Uniti di Obama con una furbizia diplomatica ereditata dal padre. Analisi di chi guarda di fuori, ma la vita dentro è congelata dalla dittatura senza   spiragli. E senza tenerezze. Qualche giorno prima del massacro (1982) assieme a Robert Fisk ascoltavo ad Hama i Fratelli Musulmani. Erano furibondi con Assad padre. Siamo andati via in tempo. Gli incanti della città sgretolati   dai bombardieri. Forse 20, 40 mila morti. Fisk è tornato quando l’assalto si è concluso ma la vecchia Hama l’ha vista dalla nuova Hama: proibito entrare, hanno costruito un’altra città. Chi sfida il figlio è consapevole dell’intolleranza del regime, ma la corruzione insopportabile anima il coraggio. Per il momento il “mondo libero” osserva immobile. Come osserva il Darfur: dopo 20 anni di una guerra dimenticata, 2 milioni di profughi tormentati dai militari del Sudan scopre che la sabbia galleggia sul petrolio mentre il referendum lo rende indipendente ma con troppi interessi che opprimono una comunità organizzata per sopravvivere, non per governare. Torna la maledizione dell’oro nero. Che nello Zimbabwe è la maledizione dei diamanti di Mugabe al potere dal 1980, indifferente all’isolamento   internazionale, blocco economico che irride. Imbroglia le elezioni, assassina gli avversari, reprime nel sangue le rivolte, ma i diamanti gli allungano la vita. Nessuno paese civile si muove. Fino a quando non si sa.

di Maurizio Cherici – IFQ

22 marzo 2011

Indecisi a tutto

Armiamoci, partiamo e poi vediamo: davanti al caos che regna nella coalizione anti-Gheddafi la famosa battuta dell’”armiamoci e partite” va riveduta e corretta. Ma c’è davvero poco da sorridere. Non era mai successo, nella pur accidentata storia delle missioni internazionali, che poche ore dopo il rombante avvio delle operazioni militari, dentro l’invincibile armata si cominciasse a litigare praticamente su tutto. Subito si è dissociata la Lega Araba sui limiti della missione, andata immediatamente al di là della troppo vaga risoluzione Onu (la tempesta di missili sulle truppe del raìs rende risibile l’idea stessa di una no-fly zone). Mentre il riluttante Obama preferisce farsi fotografare mentre fa due tiri a palla con i bambini di Rio, Washington si divide   tra chi vorrebbe fare un passo indietro (il capo della Cia) e chi (Hillary Clinton) proclama la guerra santa fino all’estirpazione dell’odiato Colonnello. L’Europa è uno spettacolo a parte. I norvegesi si autosospendono dall’alleanza, probabilmente irritati come altri dal protagonismo francese. Tutti, tranne Sarkozy, adesso invocano l’ombrello della Nato a cui si vorrebbe passare il cerino acceso. Nel governo italiano ogni ministro ha una posizione diversa. A parte Berlusconi, che preferirebbe scomparire, diventato com’è una sorta di Giuda agli occhi dell’ex amico del deserto. Il quale, braccato da nemici indecisi a tutto, più il tempo passa più rischia di farla franca.

di Antonio Padellaro – IFQ

21 marzo 2011

Nato e Ue su Libia: Il ruggito del topo

Definitivamente alle spalle i tempi del bastone e della carota, l’Occidente fa la voce grossa con in mano uno stuzzicadenti. I cinesi invece ottengono ciò che vogliono in silenzio. Se n’è accorto anche Gheddafi.


(carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2011 “Il grande tsunami“, interamente dedicato alle rivoluzioni in Medio Oriente)

Abbandonata la fase “Speak softly but carry a big stick” (parla sommessamente ma impugna un grosso randello) motto del presidente Franklin Delano Roosevelt nello scorso millennio, prevale “Speak aloud but carry a toothpick” (fai la voce grossa ma impugna uno stuzzicadenti) motto apparente della presidenza in carica.

Sembra di essere tornati al tempo delle minacce alla Cina, proprio quelle che permisero al presidente Mao di rinominarci “tigri di carta”. Tutta la VI flotta, tutti gli alleati appoggiano i rivoltosi: “siamo qui con la nostra infinita superiorità bellica” a palese difesa delle libertà democratiche, poi la premiata ditta “Gheddafi & Sons” prende un libretto verde, due Mig (che volano grazie a intense preghiere) e qualche carro armato e fa a pezzi gli illusi che hanno ingenuamente creduto alle roboanti dichiarazioni di sostegno ai principi universali della democrazia.

Morte a tutti proclama Muammar, vi faccio tutti neri, ospiterò al Qaida e organizzerò un flusso interminabile di africani in Europa. Pensare che fino a pochi giorni fa una piccola task force, autorizzata, magari per una svista, avrebbe potuto creare la “Fondazione Gheddafi”, ente caritatevole per libici bisognosi.

È bastato che la fregata lanciamissili Xuzhou cinese di stanza presso il corno d’Africa con compiti antipirateria entrasse in Mediterraneo perché il nostro impareggiabile Colonnello dichiarasse “morte e tutti”, mi correggo, tutti tranne cinesi russi e tedeschi.

I cinesi perché parlano poco e, quando lo fanno, si capisce ancor meno, quello che si sa è che nessun pirata somalo ha attaccato navi cinesi – quantomeno, se lo ha fatto non ha potuto raccontarlo. I tedeschi perché hanno taciuto sempre. I russi perché con loro non si sa mai, la premiata ditta Medvedev-Putin non schiera flotte, ma potrebbe benissimo organizzare una gita turistica di speznat.

Un autentico ruggito del topo. Poseremo le attuali risoluzioni Onu e Nato sulle tombe dei poveracci che hanno creduto ai proclami dei presidenti sottovalutando lo strapotere della burocrazia e la lentezza infinita delle liturgie di consenso.

Finalmente esce una tardiva no-fly zone priva del consenso universale che la Gheddafi & Sons strameritava, ma ora servirebbe un più deciso stop fighting or engage. Quello in corso è il rastrellamento di una resistenza stremata e peggio armata.

Il problema resta: chi, come e cosa caccerà Gheddafi dalla Libia? Perché Cina, Russia e Germania restano mute?

Ai cinesi poco o nulla importa che quello libico possa essere etichettato come blood oil, non sarà certo qualche goccia di sangue a fermare la fame energetica del celeste impero. I trenta, trentacinquemila cinesi, nessuno riesce mai a contarli esattamente, in Libia possono stare tranquilli, la Gheddafi & Sons ha bisogno di nuovi alleati e loro sono ricchissimi, laboriosi, silenziosi e totalmente indifferenti ai diritti umani.

Non parliamo neppure di embargo, qualcuno sparerà davvero un colpo a prua di una petroliera battente bandiera cinese? Pronti a ricrederci, ma, fino ad allora, lo scetticismo è d’obbligo.

La sintesi è spietata: una sola nave cinese, la prima nella storia, che arriva presumibilmente in difesa dei propri interessi e dei propri cittadini, è bastata. Involtini primavera per tutti. Tende e cammelli governativi per accogliere il Qaid sono già pronti nel deserto dei Gobi. Amazzoni benvenute.

Inevitabile il paragone con le proteste in Bahrein: poche chiacchiere, l’esercito saudita imbocca la King Fahd Causeway, la sopraelevata che congiunge l’Arabia Saudita al piccolo arcipelago, e va in soccorso del cugino Hamad bin Isa al-Khalifa. Nessuna dichiarazione di principio, neppure lacrimogeni, colpi veri, subito.

Si parla a nuora perché suocera intenda: gli iraniani sono avvisati, liberi di accopparsi fra di loro e di rimanere sciiti, ma non pensino disturbare Saudi Oil, Our oil. Povera Eni, lupo solitario nel deserto libico.

di Rodolfo Visser – Limes, rivista geopolitica

21 marzo 2011

Affidiamoci allo stellone

La guerra in Libia. La posta in gioco per l’Italia. Il ruolo della Francia di Sarkozy. L’anomalo comportamento di Obama.


(Carta di Laura Canali tratta da Limes)

Siamo in guerra: come vincerla? La prima domanda che ogni governo responsabile dovrebbe porsi, quando decide di partecipare a un conflitto, è la domanda che il nostro governo non si pone. Non è un paradosso. È l’effetto dell’incrocio di tre fattori.

Primo: la nostra storica refrattarietà al pensare strategico, surrogata con l’affidamento allo Stellone. Secondo: l’ignoranza del campo di battaglia, sia in quanto alle effettive capacità del nemico (Gheddafi), sia soprattutto relativamente a caratteri e forza dei nostri alleati sul terreno (i ribelli della Cirenaica), ossia di coloro che dovrebbero svolgere i compiti della fanteria che né noi né gli americani e nemmeno i franco-inglesi intendono schierare. Terzo: perché temiamo che comunque vada perderemo. Tre ottime ragioni per non rovinarci l’umore con fastidiosi rovelli.

A questo si aggiunga la necessità di non ammettere a noi stessi ciò che stiamo facendo. «Guerra» è vocabolo espunto dal nostro gergo istituzionale. Perché la costituzione ci impedirebbe – secondo l’interpretazione corrente – di chiamare la guerra per nome. Risultato: non abbiamo mai partecipato a tanti conflitti da quando ne abbiamo certificato l’abolizione su carta.

Sicché quando i nostri piloti bombardano con successo postazioni nemiche, invece che congratularci con loro ne arrossiamo e curiamo di non farlo sapere. Durante la guerra del Kosovo, i nostri aviatori che martellavano in incognito i serbi rischiando la pelle in nome della «difesa integrata» decisero di cucirsi sulle tute delle sagome di fantasmi, perché tali si sentivano. Sentimenti probabilmente condivisi dai colleghi chiamati a fare altrettanto in Libia, sotto specie di «operazione umanitaria».

A differenza del Kosovo e delle altre guerre cui abbiamo contribuito, sempre con un piede dentro e uno fuori, stavolta non possiamo affidarci con serenità allo Stellone. Ossia ai nostri potenti alleati. In caso di crisi, tendiamo istintivamente a stringerci al capo della coalizione. Noi non sappiamo come vincere, ma lui sì. E si ricorderà di noi nel momento della vittoria. Ragionamento di elegante semplicità. Stavolta non pare così semplice, né tanto elegante da muovere ad ammirazione i partner. Perché loro stessi hanno difficoltà a raccontarsi come vincere. E perché il leader di questa operazione non è l’America superpotente della guerra fredda o degli anni Novanta, ma la Francia. Meglio: il suo presidente.

Al netto della retorica, questa è la guerra di Nicolas Sarkozy. Il quale l’ha fortemente voluta, contro una parte stessa del suo governo, perché convinto che sarà breve, trionfale e gli garantirà la rielezione all’Eliseo. Noi speriamo con tutto il cuore che abbia ragione. Perché per l’Italia significherebbe il minore dei mali. (E forse – ma ne siamo meno certi – anche per i libici, sui quali stiamo sperimentando l’efficacia delle nostre molto selettive teorie umanitarie.)

Non siamo difatti in condizione di sostenere un conflitto prolungato, costoso e sanguinoso. Al termine del quale probabilmente dovremo accollarci una fetta di quel protettorato informale cui verrebbe affidato il compito di gestire il vuoto lasciato dal regime di Gheddafi, dall’assenza di uno Stato libico e dall’inconsistenza delle milizie cirenaiche, tribali e non tribali. La cui causa Sarkozy ha sposato totalmente, pur non conoscendone né volendo conoscerne il grado di adesione ai valori della Rivoluzione francese.

La guerra breve e la caduta di Gheddafi ci permetterebbero di condividere, dal nostro strapuntino, un sia pur transitorio e ingannevole sentimento di successo. Potremmo rivendicare di aver contribuito alla caduta di un odioso dittatore. Cercando di rimuovere l’umiliante immagine del capo del nostro governo chino al bacio del suo anello. E ci illuderemo per un attimo che gli alleati vorranno premiare la nostra relativa fedeltà, ad esempio proteggendo il primato dell’Eni nella nostra ex colonia e contribuendo al contenimento dei flussi migratori via Canale di Sicilia. Salvo poi accorgerci che così non sarà.

Nulla di nuovo sul fronte italiano, dunque. Il mistero è semmai perché Obama stia facendo l’italiano, sia pure in salsa americana. Impegnandosi solo di tre quarti in una partita in cui rischia di giocarsi la faccia tutta intera. Il presidente americano ha a lungo esitato, come suo costume, salvo infine accodarsi all’iniziativa di Sarkozy e del suo «brillante secondo» – ormai terzo – britannico.

Ciò dopo che i suoi ministri e generali avevano spiegato urbi et orbi che la no-fly-zone significava guerra e che la Libia non valeva le ossa di un marine americano. E tuttavia Obama ha deciso di partecipare all’attacco, battezzandolo «operazione militare limitata». Ed esitando a riconoscere il governo di Bengasi, forse anche perché memore che da quella città e da Derna è affluita buona parte dei jihadisti arabi infiltrati via Siria in Iraq per combattervi le truppe americane.

A decidere Obama
ha molto contribuito la copertura inizialmente offerta dalla Lega Araba. Utile a spuntare l’arma della propaganda gheddafiana, volta a eccitare gli animi arabi e islamici contro i «colonialisti», anzi i «crociati» occidentali. Ora il velo arabo sta cadendo. Gli autocrati che avevano legittimato la guerra per la libertà proclamata da Parigi siedono su troni troppo fragili per inneggiare a una guerra di fatto semi-occidentale, in quanto concepita dalla Francia e supportata da Usa, Italia, Canada ed europei sparsi.

Se lo Stellone non ci salverà – magari sotto specie di pilotata conversione di alcune tribù rimaste fedeli al dittatore – dovremo prepararci a un conflitto molto impegnativo. Alla peggio, assisteremo all’invasione franco-anglo-americana della Libia per terminare una partita che dall’aria non si può chiudere. Singolare nemesi, a cento anni esatti da quando i vapori della Regia Marina sbarcarono il corpo d’armata del generale Caneva a Tripoli «bel suol d’amore».

di Lucio Caracciolo – La Repubblica

21 marzo 2011

La guerra dall’Italia

La base Nato a Napoli, da cui gli americani tengono sotto controllo l’intero Mediterraneo. L’isola di Nisida. Sigonella. Aviano. Trapani. Gioia del Colle. Altro che «posizione defilata»: siamo la ‘portaerei’ del conflitto.

Alla fine è stata la Francia a rompere gli indugi. Sarkozy ha fatto decollare i Mirage francesi contro la Libia e promesso anche truppe di terra.
Washington e Londra non aspettavano altro. Gli Usa guidano le operazioni, e – con la Gran Bretagna – hanno dato il via al lancio di missili e preparano i caccia e le navi, ma non hanno intenzione di inviare truppe di terra. L’Italia si è subito accodata ma con molti se e molti ma. Speriamo in un accordo, come al solito mettiamo il piede in più staffe.
Pur tentennante il ruolo italiano però non è secondario. Anche se non lo volessimo, il nostro paese per la sua posizione nel Mediterraneo, per i rapporti politici, economici, storici con quelle terre, ha un ruolo fondamentale. Vedremo se sapremo sfruttarlo o il gesto di Sarkozy sarà determinante nell’inevitabile futuro riassetto dei rapporti con la Libia, comunque vada.
A Napoli gli americani hanno fissato la cabina di regia delle operazioni. Nel napoletano c’è il cuore pulsante della VI flotta americana. C’è anche il comando Nato ma al momento l’Alleanza Atlantica non può intervenire, bisogna convincere la Turchia e ottenere l’unanimità degli alleati. Ma per gli americani non è un problema. Le truppe americane in Italia e in Europa hanno il “doppio cappello”, sono truppe Nato ma anche truppe americane in Europa, e con questo secondo ruolo sono ospitate in alcune basi italiane, ma dove la presenza Usa è preponderante tanto che spesso le si definisce basi americane in Italia.
Napoli Capodichino è il quartier generale delle infrastrutture terrestri della VI flotta. Da non sottovalutare il comando navale a Nisida (appartenente all’arcipelago delle isole Flegree) e il centro comunicazioni di Licola (sempre vicino a Napoli).
Da Napoli gli americani tengono sotto controllo l’intero Mediterraneo. Il braccio operativo è altrove. In primo luogo a Sigonella, la base aeronavale che ha svolto un ruolo logistico fondamentale nelle guerre in Iraq e Afghanistan (è una tappa obbligata di passaggio) ma che ora – come in passato – è la base “americana” più vicina al Nordafrica.

Sigonella è in fase di espansione proprio in virtù della crescente importanza dell’Africa agli occhi Usa. A questo proposito è bene ricordare che l’attacco alla Libia è il battesimo del fuoco per il neonato comando Usa Africom.
La marina americana può contare ovviamente anche sulle navi da guerra che dopo anni stanno tornando nel Mediterraneo che avevano abbandonato per recarsi nel Golfo Persico. Torna anche una portaerei – e non di passaggio – probabilmente l’Enterprise.

Il dispositivo americano può poi contare sulla base di Aviano, dell’aeronautica Usa, ma che in passato ha ospitato anche aerei della marina americana e di altri paesi Nato, durante le guerre balcaniche e in particolare nella guerra del Kosovo.
Infine da non sottovalutare le basi completamente italiane di Trapani (anch’essa sulla linea del fronte) e di Gioia del Colle. Come tutte le basi italiane possono svolgere ruolo in ambito Nato ma anche in una coalizione multinazionale come quella che sta prendendo forma.

I nostri aerei e le nostre navi (l’Andrea Doria è già in zona) sono sul fronte anche se non lo volessimo. Siamo talmente vicini che non possiamo avere un ruolo distaccato, soprattutto per cercare di evitare ritorsioni. Anche solo per svolgere un ruolo di pattugliamento le nostre forze si trovano sulla linea del fronte.
Ma basteranno gli attacchi aerei e i bombardamenti (e da parte dell’Italia la concessione delle basi) a far capitolare Gheddafi come avvenne per il Kosovo e il serbo Milosevic?

di Alfonso Desiderio – Limes, Rivista geopolitica

3 marzo 2011

Sahara Sport Village

Dunque, ricapitolando. Nella conferenza stampa di fine 2010, il Cainano dichiara orgoglioso: “Sono amico personale di tre presidenti del Nordafrica: Ben Alì, Mubarak e Gheddafi”. I tre si toccano furiosamente, ma ci vuol altro per sfuggire al bacio della morte. Infatti, nel giro di due mesi, scoppiano furibonde rivolte popolari contro Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. I primi due se la danno a gambe. Il terzo resiste e bombarda la sua gente con truppe mercenarie e aviazione. Protesta tutto il mondo libero, infatti l’Italia no. B. non fa nemmeno una telefonata al compare libico che massacra il suo popolo: “Non voglio disturbarlo” (non s’interrompe un’emozione). Frattini Dry, con la consueta perspicacia, aggiunge che la Libia di Gheddafi “è un modello di dialogo con le popolazioni”. Poi, con calma, gli spiegano quel che sta accadendo nella Libia di Gheddafi. E, per la prima volta, la sua fronte inutilmente abbronzata si increspa di rughe allarmate. Un rapido consulto con i consiglieri diplomatici (un maestro di sci altoatesino e un bagnino delle Antille che han visto in tv il Colonnello con l’ombrellino di Mary Poppins su un’Ape Piaggio). Poi il verdetto: il Colonnello è finito. L’annuncio ufficiale lo dà il Cainano: “Sembra che effettivamente Gheddafi non controlli più la situazione”. In quel preciso istante è chiaro che Gheddafi ha ripreso il controllo della situazione. Si   permette addirittura il lusso di copiare i testi del sosia brianzolo (pur disapprovandone il fard, decisamente eccessivo). Silvio dice: “Il 51% del popolo italiano mi ama”. E Muammar: “Il popolo libico mi ama”. Ieri, poi, ha voluto esagerare nel plagio: “Tutta colpa di al Qaeda… non ho poteri… non mi dimetto… il popolo vuole me… la Libia sono io… Proteste? No, solo manifestazioni in mio favore. E poi Berlusconi ha avuto 30 manifestazioni contro” e mica si è dimesso. Manca solo un accenno alle toghe rosse e uno a Ruby nipote di Berlusconi, ma ci si arriverà: in fondo il bunga bunga al Cainano gliel’ha insegnato lui. Comprensibile invece lo stupore del beduino per la giravolta del pover’ometto, che ancora pochi mesi fa “mi baciava la mano, mi chiedeva scusa” e ora fa finta di non conoscerlo. Comprensibile anche il no alla missione umanitaria italiana: la prospettiva che sbarchi in Libia la cricca della Protezione civile, Sahara Sport Village incorporato e massaggiatrici in bikini al seguito, fa impallidire la piaga biblica delle cavallette. Tornando in Italia, dalla tragedia alla farsa, c’è un altro personaggio pittoresco e variopinto che ha menato per il naso rifatto il Cainano: “Monsignor Patacca”, di cui ieri ha narrato le gesta Fabrizio d’Esposito sul Fatto. Il suo nome è “Sua Eccellenza Dott. Prof. Mons. Lucas Rocco Massimo Giacalone”, un siciliano sessantenne che sabato si aggirava riveritissimo alla convention dei Cristiano-Riformisti e poi al pranzo esclusivo col   premier grazie a uno dei suoi più riusciti travestimenti: croce dorata al collo, fascia viola da vescovo cattolico. In altre occasioni, c’è chi lo ricorda con cappello e tunica neri da “vescovo vicario della Chiesa ortodossa bielorussa e slava di rito bizantino”. In realtà pare non sia né l’una né l’altra cosa, essendo fra l’altro divorziato e padre di due figli, ma soprattutto essendo stato sconfessato sia dal Vicariato di Roma, sia dal patriarca degli ortodossi slavobielorussi. Ma questo Giacalone è come l’avvocato pazzo interpretato da Sordi nel film di Verdone Troppo forte, che un giorno fa l’avvocato e un altro il ballerino: infatti, talvolta, si presenta come Massimo Denovo, insegnante di musica e organizzatore di festival canterini. Qualcuno si domanda che ci facesse uno così a pranzo con B. Beata ingenuità: un ossimoro vivente che l’anno scorso disse di rappresentare la “Chiesa ortodossa cristiana cattolica” (come dire “luterana cristiana cattolica” e pure un po’ islamico-buddista) dev’essere piaciuto un sacco al premier. Se non son fasulli, non li vogliamo.

di Marco Travaglio – IFQ

23 febbraio 2011

Quanto è bello armare il colonnello

In costante aumento dal 2008 il valore delle esportazioni verso l’esercito di Tripoli.

Giornata dell'amicizia italo-libica

Petrolio, gas e appalti in cambio di armi. Li abbiamo forniti anche noi a Muammar Gheddafi gli elicotteri, i missili, gli aerei, le bombe, con cui il raìs massacra il suo popolo. Noi italiani che in fatto di produzione bellica ci piazziamo bene, nel gruppo di testa delle classifiche mondiali e quando si tratta di esportare, non andiamo troppo per il sottile nella scelta dei partner, senza badare se si tratta di dittatori o capi di regimi dove le libertà sono sistematicamente represse. La Libia è un ottimo cliente, l’undicesimo maggior importatore di armi italiane e assorbe circa il 2 per cento delle esportazioni tricolori. In cambio abbiamo ottenuto materie prime, appunto e un occhio di riguardo   per le grandi imprese pubbliche e private, dall’Eni alla Finmeccanica, dall’Impregilo all’Anas.    Commenta Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali sull’industria bellica: “Solo ora si scopre che il governo libico è illiberale, come del resto quelli di altri paesi nordafricani.

MA PER ANNI l’Italia ha appoggiato questi regimi e in particolare la Libia, fornendo armi, opportunamente distraendosi sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili”. Dopo una leggera flessione tra il 2005 e il 2007, nel 2008 le spese libiche per gli armamenti hanno ripreso a crescere, fino a toccare la ragguardevole cifra di 1,1   miliardi di dollari mentre le industrie italiane approfittavano abbondantemente dell’infatuazione bellica del rais riempiendolo di armi.    Secondo i Rapporti della Presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito di armamenti, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante aumento. Le autorizzazioni per il 2009 sono state di 111,8 milioni di euro, con un incremento di circa il 20 per cento rispetto al 2008. E anche nel 2010 ci sono state vendite massicce. Una delle ultime forniture, per esempio, ha riguardato 3 motovedette della classe “Bigliani”, inviate in aggiunta ad altre 3 già fornite nel maggio 2009 in base al Trattato di Bengasi, firmato nell’agosto   dell’anno precedente tra Silvio Berlusconi e Gheddafi, uno dei primi atti di politica estera della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle elezioni della primavera precedente. Con una di quelle imbarcazioni, 7 mesi fa fu mitragliato nel golfo della Sirte il peschereccio italiano Ariete   . Tra i principali fornitori di armi alla Libia c’è Finmeccanica, il grande gruppo italiano guidato da Piefrancesco Guarguaglini, partecipato al 2 per cento dalla Libia e specializzato in armamenti.

MA CI SONO ANCHE industrie piccole e semisconosciute, come la Itas di La Spezia che secondo una nota del Servizio studi del dipartimento Affari esteri della Camera cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, venduti dall’Italia al governo di Tripoli fin dagli anni Settanta del secolo   passato. Due anni fa Finmeccanica ha firmato con la Lia (Lybian Investment Authority) e con la Lap (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of understanding per la promozione di “attività di cooperazione strategica”. Nello stesso periodo, un’altra società del gruppo Finmeccannica, la Selex guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini – al centro di indagini della magistratura italiana nei mesi passati – ha siglato con il colonnello di Tripoli un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza.      Tra il 2006 e il 2009 la Agusta-Westland, sempre della Fin-meccanica, ha venduta 10 elicotteri AW109E Power a Gheddafi (valore 80 milioni di euro), più altri 20 velivoli tra cui alcuni AW119K. Finmeccanica fornisce anche l’addestramento degli equipaggi e la manutenzione dei mezzi tramite una joint venture con la Lybian company for aviation industry. La Alenia Aeronautica, sempre Finmeccanica, fornisce aerei Atr-42 Surveyor per il pattugliamento.

di Daniele Martini – IFQ

 

23 febbraio 2011

Beduinieuropei

Non si fa così. Non si fanno le rivoluzioni per cacciare i dittatori senz’avvertire con congruo anticipo il ministro Frattini Dry. Già ha una prontezza di riflessi che il bradipo, al confronto, è una scheggia. Già gli tocca andare per il mondo a prendere pesci in faccia per conto di B., che si scansa sempre all’ultimo momento. Già, a ogni crisi internazionale, gli tocca fuggire su atolli caraibici e rifugi alpini per evitare di prender posizione, non avendone alcuna (gli Usa nei cablo di Wikileaks lo chiamano “il fattorino”). Già è poco ferrato sul Nordafrica, essendo troppo concentrato su St. Lucia e Montecarlo. Ma ora i popoli tunisino, egiziano, libico ecc. stanno francamente esagerando. Lo dicano che lo fanno apposta per screditare questo attaccapanni abbronzato che la stampa chiama “responsabile della diplomazia italiana”, ovviamente a sua insaputa. Il 26 gennaio, sul tiranno egiziano al potere da 30 anni con elezioni truffa e repressioni feroci, dice: “Il governo italiano spera che il presidente Mubarak continui come sempre ha fatto a governare con saggezza e lungimiranza… Non c’è alcuna similitudine con quel che è accaduto in Tunisia”. In quel preciso istante Mubarak capisce che la sua sorte è segnata. E Frattini Dry si lancia al salvamento del suo secondo padrone, Gheddafi, di cui è il cameriere ufficiale: “L’Europa non deve esportare la democrazia. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo libico” (invece il 10 ottobre diceva: “Portare   democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa… La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari”). Gheddafi, pur non essendo cristiano, si fa il segno della croce: aveva anche pregato Frattini di non difenderlo mai, piuttosto di attaccarlo se proprio doveva aprire bocca; ma quello niente, ha creduto di fare cosa gradita. Da quel momento anche il Colonnello è spacciato. A Bruxelles si riuniscono i ministri europei: Frattini, essendo un ministro finto e un europeo finto, tenta la fuga nella Terra del Fuoco, ma poi gli tocca andare. E lì, con sua grande sorpresa, scopre che i ministri veri sono tutti contro Gheddafi (pare che, diversamente da B., non abbiano mai fatto il baciamano al Colonnello né preso lezioni di bungabunga). Ma non si dà per vinto: le cronache lo descrivono impegnatissimo in una paziente tessitura col ministro di Malta, l’unico che gli dà retta, in difesa del macellaio tripolino. Vorrebbe infilare nel documento Ue un accenno ai “diritti sovrani della Libia” e un auspicio al “dialogo” e alla “riconciliazione” fra gli insorti e il macellaio che li massacra. Una cosetta all’italiana, tipo “abbassare i toni”. Ma l’espressione risulta intraducibile e gli altri fanno notare che legittimerebbe la repressione. Così la proposta Frattini raccoglie l’unanimità: dei dissensi. Lui però non perde il suo proverbiale sorriso-paresi: “Mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto” (c’era pure il caso che si dissociasse da se stesso), anche perché è convinto di   aver vinto lui: “Il comunicato parla della necessità di una riconciliazione nazionale”. Purtroppo nel comunicato non c’è traccia della parola “riconciliazione”. Se l’è inventata lui. O forse una mano pietosa gli ha passato una traduzione sbagliata, per non spettinarlo e non guastargli l’abbronzatura. In un paese normale l’opposizione lo asfalterebbe con una bella mozione di sfiducia. Ma in Italia l’opposizione non può: uno dei suoi leader ha amoreggiato pure lui con Gheddafi, elogiandolo, bivaccando nella sua tenda, ospitandolo alla sua fondazione Beduinieuropei. E chi è questo genio? Max D’Alema, of course. Ancora domenica dichiarava al Sole 24 Ore: “Gheddafi ha ancora un rapporto solido con una parte della società libica e la crisi economica qui non ha colpito come in altri paesi. La Libia ha pochi abitanti e un Pil pro capite elevato”. Soluzioni? “Incoraggiare Gheddafi a fare le riforme”. Ecco: di fronte allo spettro di una Bicamerale anche a Tripoli, il popolo libico ha dato fuoco alle polveri.

di Marco Travaglio – IFQ

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