Affidiamoci allo stellone

La guerra in Libia. La posta in gioco per l’Italia. Il ruolo della Francia di Sarkozy. L’anomalo comportamento di Obama.


(Carta di Laura Canali tratta da Limes)

Siamo in guerra: come vincerla? La prima domanda che ogni governo responsabile dovrebbe porsi, quando decide di partecipare a un conflitto, è la domanda che il nostro governo non si pone. Non è un paradosso. È l’effetto dell’incrocio di tre fattori.

Primo: la nostra storica refrattarietà al pensare strategico, surrogata con l’affidamento allo Stellone. Secondo: l’ignoranza del campo di battaglia, sia in quanto alle effettive capacità del nemico (Gheddafi), sia soprattutto relativamente a caratteri e forza dei nostri alleati sul terreno (i ribelli della Cirenaica), ossia di coloro che dovrebbero svolgere i compiti della fanteria che né noi né gli americani e nemmeno i franco-inglesi intendono schierare. Terzo: perché temiamo che comunque vada perderemo. Tre ottime ragioni per non rovinarci l’umore con fastidiosi rovelli.

A questo si aggiunga la necessità di non ammettere a noi stessi ciò che stiamo facendo. «Guerra» è vocabolo espunto dal nostro gergo istituzionale. Perché la costituzione ci impedirebbe – secondo l’interpretazione corrente – di chiamare la guerra per nome. Risultato: non abbiamo mai partecipato a tanti conflitti da quando ne abbiamo certificato l’abolizione su carta.

Sicché quando i nostri piloti bombardano con successo postazioni nemiche, invece che congratularci con loro ne arrossiamo e curiamo di non farlo sapere. Durante la guerra del Kosovo, i nostri aviatori che martellavano in incognito i serbi rischiando la pelle in nome della «difesa integrata» decisero di cucirsi sulle tute delle sagome di fantasmi, perché tali si sentivano. Sentimenti probabilmente condivisi dai colleghi chiamati a fare altrettanto in Libia, sotto specie di «operazione umanitaria».

A differenza del Kosovo e delle altre guerre cui abbiamo contribuito, sempre con un piede dentro e uno fuori, stavolta non possiamo affidarci con serenità allo Stellone. Ossia ai nostri potenti alleati. In caso di crisi, tendiamo istintivamente a stringerci al capo della coalizione. Noi non sappiamo come vincere, ma lui sì. E si ricorderà di noi nel momento della vittoria. Ragionamento di elegante semplicità. Stavolta non pare così semplice, né tanto elegante da muovere ad ammirazione i partner. Perché loro stessi hanno difficoltà a raccontarsi come vincere. E perché il leader di questa operazione non è l’America superpotente della guerra fredda o degli anni Novanta, ma la Francia. Meglio: il suo presidente.

Al netto della retorica, questa è la guerra di Nicolas Sarkozy. Il quale l’ha fortemente voluta, contro una parte stessa del suo governo, perché convinto che sarà breve, trionfale e gli garantirà la rielezione all’Eliseo. Noi speriamo con tutto il cuore che abbia ragione. Perché per l’Italia significherebbe il minore dei mali. (E forse – ma ne siamo meno certi – anche per i libici, sui quali stiamo sperimentando l’efficacia delle nostre molto selettive teorie umanitarie.)

Non siamo difatti in condizione di sostenere un conflitto prolungato, costoso e sanguinoso. Al termine del quale probabilmente dovremo accollarci una fetta di quel protettorato informale cui verrebbe affidato il compito di gestire il vuoto lasciato dal regime di Gheddafi, dall’assenza di uno Stato libico e dall’inconsistenza delle milizie cirenaiche, tribali e non tribali. La cui causa Sarkozy ha sposato totalmente, pur non conoscendone né volendo conoscerne il grado di adesione ai valori della Rivoluzione francese.

La guerra breve e la caduta di Gheddafi ci permetterebbero di condividere, dal nostro strapuntino, un sia pur transitorio e ingannevole sentimento di successo. Potremmo rivendicare di aver contribuito alla caduta di un odioso dittatore. Cercando di rimuovere l’umiliante immagine del capo del nostro governo chino al bacio del suo anello. E ci illuderemo per un attimo che gli alleati vorranno premiare la nostra relativa fedeltà, ad esempio proteggendo il primato dell’Eni nella nostra ex colonia e contribuendo al contenimento dei flussi migratori via Canale di Sicilia. Salvo poi accorgerci che così non sarà.

Nulla di nuovo sul fronte italiano, dunque. Il mistero è semmai perché Obama stia facendo l’italiano, sia pure in salsa americana. Impegnandosi solo di tre quarti in una partita in cui rischia di giocarsi la faccia tutta intera. Il presidente americano ha a lungo esitato, come suo costume, salvo infine accodarsi all’iniziativa di Sarkozy e del suo «brillante secondo» – ormai terzo – britannico.

Ciò dopo che i suoi ministri e generali avevano spiegato urbi et orbi che la no-fly-zone significava guerra e che la Libia non valeva le ossa di un marine americano. E tuttavia Obama ha deciso di partecipare all’attacco, battezzandolo «operazione militare limitata». Ed esitando a riconoscere il governo di Bengasi, forse anche perché memore che da quella città e da Derna è affluita buona parte dei jihadisti arabi infiltrati via Siria in Iraq per combattervi le truppe americane.

A decidere Obama
ha molto contribuito la copertura inizialmente offerta dalla Lega Araba. Utile a spuntare l’arma della propaganda gheddafiana, volta a eccitare gli animi arabi e islamici contro i «colonialisti», anzi i «crociati» occidentali. Ora il velo arabo sta cadendo. Gli autocrati che avevano legittimato la guerra per la libertà proclamata da Parigi siedono su troni troppo fragili per inneggiare a una guerra di fatto semi-occidentale, in quanto concepita dalla Francia e supportata da Usa, Italia, Canada ed europei sparsi.

Se lo Stellone non ci salverà – magari sotto specie di pilotata conversione di alcune tribù rimaste fedeli al dittatore – dovremo prepararci a un conflitto molto impegnativo. Alla peggio, assisteremo all’invasione franco-anglo-americana della Libia per terminare una partita che dall’aria non si può chiudere. Singolare nemesi, a cento anni esatti da quando i vapori della Regia Marina sbarcarono il corpo d’armata del generale Caneva a Tripoli «bel suol d’amore».

di Lucio Caracciolo – La Repubblica

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: