Posts tagged ‘Cina’

11 ottobre 2012

Pechino e la slavina della corruzione

Corruzione e diritti umani: sono due ambiti per i quali la Cina – che si prepara al prossimo congresso del Pcc, il 18°, previsto per l’8 novembre – è attesa al varco. Il primo è un problema endemico del sistema politico e sociale nazionale, che le recenti vicende legate a Bo Xilai e allo scandalo causato dalla sua epurazione, hanno dimostrato appartenere anche ai livelli più alti dell’intellighenzia, e non covare solo nelle zone più periferiche del potere e del paese. Il secondo è un argomento scottante in tanti incontri internazionali e che spesso pone il Dragone in cattiva luce, nonostante i suoi progressi economici innegabili, rimanendo per altro un argomento del quale la Cina non rilascia da tempo numeri ufficiali.    A POCHE settimane dal congresso che segnerà il cambio di leadership del Partito arrivano due segnali: da un lato un piano quinquennale anti corruzione, con l’obiettivo di sterminare le cattive abitudini dei funzionari, dall’altro un Libro Bianco, primo nel suo genere in Cina, sulla riforma giudiziaria, nella quale per la prima volta viene balenata la possibilità di una riforma, ma non ancora un’abolizione, del campo di rieducazione.    Secondo quanto affermato da He Guoqiang, capo della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Pcc, negli ultimi 5 anni sarebbero 660mila i funzionari cinesi colpevoli di violazioni disciplinari. Molti sono finiti in carcere, 24mila, altri hanno affrontato sanzioni amministrative. Un problema che arriva anche ai livelli più alti del Partito, come ha sottolineato He, che ha citato il caso di Bo Xilai, ma anche quelli dell’ex ministro delle ferrovie e dell’ex sindaco di Shenzhen, tutti puniti duramente. Quella di stroncare la corruzione, o quanto meno dimostrare un impegno più attivo nel tentativo di combatterla , è un sentimento molto nitido nelle menti degli attuali detentori del potere: molti dei “potenti” di turno sono stati smascherati on line, colti nell’atto di indossare orologi o capi di vestiario troppo costosi per lo stipendio di un funzionario, che secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale di statistica, nel 2008, non superava i 5mila yuan, circa 600 euro. Lussi fuori luogo, tanto che il governo ha messo in piedi una scuola speciale per scovare il lusso di troppo.    E in questo periodo di cambiamento è arrivato anche il Libro Bianco sulle riforme del sistema giudiziario, che prende in esame una potenziale riforma del laojiao, il campo di rieducazione più noto con il termine di laogai (in disuso però dal 1990 e sostituito con un generico “prigione”). I laojiao vennero istituiti negli anni ‘50, per contrastare gli oppositori politici: campi di lavoro dove i condannati svolgevano mansioni pagati con un salario minimo. Oggi nel laojiao la polizia può mandare i condannati a 3 anni. Sono diminuiti i reati politici, ma continuano a essere un luogo in cui gestire al meglio i fastidi sociali del Partito comunista. Secondo le cifre fornite dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sarebbero circa 190mila i cinesi arrestati e detenuti nei 320 centri di rieducazione nel 2009 (la Cina ne denuncia la metà). L’opinione pubblica ha aumentato le critiche al sistema, specie dopo la storia che ha visto coinvolta una donna, condannata a 18 mesi in un campo di lavoro, perché aveva denunciato i documenti falsi di una corte, utilizzati a suo dire per diminuire le pene agli uomini che avevano rapito e stuprato sua figlia di 11 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

Bo Xilai    Ansa

24 novembre 2011

Nelle campagne della Cina la risposta alla povertà è la tratta delle spose

Scapoli disperati, famiglie disposte a tutto e misere province dove si muore di fame. Così molte ragazze vengono rapite e vendute al miglior offerente. Diventando delle schiave.

La polizia della provincia dell’Hebei, la regione che abbraccia il distretto di Pechino, annuncia soddisfatta il frutto dell’ultima operazione contro la “tratta delle spose”: nel giro di pochi giorni avrebbe restituito la libertà a oltre duecento donne destinate a matrimoni forzati. Mentre nel resto del mondo centinaia di ragazze sono spinte con l’inganno o la violenza nel florido mercato della prostituzione, in Cina da anni si registrano casi di ragazze sequestrate e vendute, come spose alle famiglie di scapoli disperati.

La rete d’azione dei trafficanti ormai consente lo di procacciarsi spose-schiave anche all’estero: in Vietnam, Cambogia, Mongolia e Corea del Nord. Un mercato sempre più fiorente, a seguito del boom economico che ha trasformato le province rurali di un tempo in distretti industriali. Secondo il tariffario più aggiornato, una sposa può costare tra duecento e tremila dollari, secondo l’età, lo stato di salute e l’avvenenza.

Nello Hebei, che oggi è tra le dieci aree industrializzate più ricche della nazione, la polizia rende noto di aver sgominato centinaia di organizzazioni criminali negli ultimi due anni, oltre ad aver liberato oltre tremila tra donne e bambini da famiglie fittizie. Ma mentre la stampa locale riferisce che le spose liberate vengono “aiutate a tornare a casa”, le organizzazioni per i diritti umani, inclusa l’agenzia Onu per i diritti dei rifugiati, diffondono il timore che le donne vadano incontro ad altri problemi. Alcune di loro si trovano in Cina perché volevano fuggire dalla Corea del Nord, dopo aver speso fino a 500 dollari per farsi portare oltre il confine. AL rientro, si teme che vengano accusate di tradimento verso il regime e punite duramente. La nazione, infatti, non brilla per apertura e liberalità. Per questo il Comitato per i diritti umani in Corea del Nord, che ha sede in America, ha chiesto alle autorità cinesi che alle vittime della tratta sia data la possibilità di richiedere asilo politico, e che i figli nati in Cina ottengano la cittadinanza cinese.

Secondo le organizzazioni, nelle regioni dove è alta la domanda di spose a pagamento, all’anagrafe sono registrati fino a 14 maschi per ogni femmina. Uno squilibrio notevole, che contraddistingue le ultime generazioni. Mentre la stampa internazionale si interroga sulla sorte dei milioni di bambine che mancano all’appello (mai registrate all’anagrafe), le famiglie cinesi fanno i conti col problema di sistemare i loro figli. Tutti maschi.

di Gaetano Prisciantelli, Il Venerdì

14 giugno 2011

La lotta degli ambulanti che infiamma la protesta cinese

Sempre più spesso nelle province gli abitanti scendono in piazza contro le vessazioni delle autorità.

Nella Nuovissima Cina, quella rampante ma che crea un solco sempre più ampio tra chi è ricco e chi non possiede niente, basta ormai poco per infiammare la scena sociale. Basta una voce che rapida si sparge, catalizzando migliaia di persone in direzione di una rabbia nuova e inusuale per il paese: alla notizia del maltrattamento da parte della polizia locale nei confronti di Wang Lianmei, una venditrice ambulante, incinta, nei pressi di un centro commerciale di una cittadina nella provincia meridionale del Guandong, è partita una protesta di migliaia di lavoratori migranti. Gente arrivata nelle ricche città del sud dal Sichuan, proprio come la ragazza maltrattata. Il marito della giovane ha anche rassicurato tutti, in tv, circa le buone condizioni di salute della moglie, ma ormai le contestazioni erano incontrollabili.    Le foto che arrivano dall’internet cinese vedono schierati in modo contrapposto, manifestanti e forze dell’ordine. Una rabbia diffusa che per la prima volta non si rivolge solo contro le autorità, ma anche contro i cittadini ricchi.

È QUESTO L’ELEMENTO DIROMPENTE    dei recenti scontri nel sud del paese: i migranti, braccia e spalle su cui si costruisce la prosperità cinese, hanno tentato di marciare verso la zona ricca della città con l’intento di distruggere tutto quanto si trovava davanti alla loro strada e alle loro intenzioni. È questo elemento classista, si sarebbe detto nella Cina di qualche decennio fa, la novità dei recenti incidenti di massa, shijian in cinese, che nel paese avvengono a migliaia ogni anno.    Si tratta di un cambiamento di obiettivi da parte di chi protesta, che solleva un piccolo velo su una nuova sensibilità da parte degli ultimi, i reietti del paese. Gli scontri del Guandong seguono di qualche giorno quelli di Lichuan in Hubei, Cina centrale: in quel caso le proteste erano nate dalla morte di Ran Jianxin, ex direttore dell’ufficio anti-corruzione locale. Ran sarebbe morto per le ferite ricevute in un pestaggio: non voleva cooperare nella campagna per le demolizioni e la requisizione forzata di terre. Anche in quel caso era toccato ai mezzi blindati disperdere l’ira della folla. Tra Hubei e Guandong sarebbero una cinquantina le persone arrestate, mentre le autorità assicurano indagini puntigliose sulla morte di Ran: troppo tardi.    I fatti arrivano in un periodo di tensione latente in Cina, dovuta al coagularsi di elementi come l’inflazione, l’aumento costante dei prezzi delle case, le angherie da parte dei funzionari locali, la corruzione e le attività di demolizione ed evacuazione di poveracci, che continuano senza sosta.

UN PAESE SEMPRE PIÙ DIVISO , da una parte i mega ricchi, dall’altra chi non ha potuto godere dei frutti del progresso economico. Una crisi di nervi della povera gente che il Partito aveva previsto, ma che ora deve controllare: non sono stati pochi i richiami negli ultimi tempi a necessarie manovre di controllo delle masse, da parte dei vertici del Partito. Ci sono stati arresti continui tra gli attivisti, ma i problemi si sono moltiplicati: proteste in Mongolia Interna, attentati di bombaroli solitari e ora il ruggito dei lavoratori migranti. Un viatico poco rasserenante per il Partito Comunista che rischia di vedere rovinato l’avvicinamento al 1° luglio, quando compierà 90 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

21 marzo 2011

Nato e Ue su Libia: Il ruggito del topo

Definitivamente alle spalle i tempi del bastone e della carota, l’Occidente fa la voce grossa con in mano uno stuzzicadenti. I cinesi invece ottengono ciò che vogliono in silenzio. Se n’è accorto anche Gheddafi.


(carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2011 “Il grande tsunami“, interamente dedicato alle rivoluzioni in Medio Oriente)

Abbandonata la fase “Speak softly but carry a big stick” (parla sommessamente ma impugna un grosso randello) motto del presidente Franklin Delano Roosevelt nello scorso millennio, prevale “Speak aloud but carry a toothpick” (fai la voce grossa ma impugna uno stuzzicadenti) motto apparente della presidenza in carica.

Sembra di essere tornati al tempo delle minacce alla Cina, proprio quelle che permisero al presidente Mao di rinominarci “tigri di carta”. Tutta la VI flotta, tutti gli alleati appoggiano i rivoltosi: “siamo qui con la nostra infinita superiorità bellica” a palese difesa delle libertà democratiche, poi la premiata ditta “Gheddafi & Sons” prende un libretto verde, due Mig (che volano grazie a intense preghiere) e qualche carro armato e fa a pezzi gli illusi che hanno ingenuamente creduto alle roboanti dichiarazioni di sostegno ai principi universali della democrazia.

Morte a tutti proclama Muammar, vi faccio tutti neri, ospiterò al Qaida e organizzerò un flusso interminabile di africani in Europa. Pensare che fino a pochi giorni fa una piccola task force, autorizzata, magari per una svista, avrebbe potuto creare la “Fondazione Gheddafi”, ente caritatevole per libici bisognosi.

È bastato che la fregata lanciamissili Xuzhou cinese di stanza presso il corno d’Africa con compiti antipirateria entrasse in Mediterraneo perché il nostro impareggiabile Colonnello dichiarasse “morte e tutti”, mi correggo, tutti tranne cinesi russi e tedeschi.

I cinesi perché parlano poco e, quando lo fanno, si capisce ancor meno, quello che si sa è che nessun pirata somalo ha attaccato navi cinesi – quantomeno, se lo ha fatto non ha potuto raccontarlo. I tedeschi perché hanno taciuto sempre. I russi perché con loro non si sa mai, la premiata ditta Medvedev-Putin non schiera flotte, ma potrebbe benissimo organizzare una gita turistica di speznat.

Un autentico ruggito del topo. Poseremo le attuali risoluzioni Onu e Nato sulle tombe dei poveracci che hanno creduto ai proclami dei presidenti sottovalutando lo strapotere della burocrazia e la lentezza infinita delle liturgie di consenso.

Finalmente esce una tardiva no-fly zone priva del consenso universale che la Gheddafi & Sons strameritava, ma ora servirebbe un più deciso stop fighting or engage. Quello in corso è il rastrellamento di una resistenza stremata e peggio armata.

Il problema resta: chi, come e cosa caccerà Gheddafi dalla Libia? Perché Cina, Russia e Germania restano mute?

Ai cinesi poco o nulla importa che quello libico possa essere etichettato come blood oil, non sarà certo qualche goccia di sangue a fermare la fame energetica del celeste impero. I trenta, trentacinquemila cinesi, nessuno riesce mai a contarli esattamente, in Libia possono stare tranquilli, la Gheddafi & Sons ha bisogno di nuovi alleati e loro sono ricchissimi, laboriosi, silenziosi e totalmente indifferenti ai diritti umani.

Non parliamo neppure di embargo, qualcuno sparerà davvero un colpo a prua di una petroliera battente bandiera cinese? Pronti a ricrederci, ma, fino ad allora, lo scetticismo è d’obbligo.

La sintesi è spietata: una sola nave cinese, la prima nella storia, che arriva presumibilmente in difesa dei propri interessi e dei propri cittadini, è bastata. Involtini primavera per tutti. Tende e cammelli governativi per accogliere il Qaid sono già pronti nel deserto dei Gobi. Amazzoni benvenute.

Inevitabile il paragone con le proteste in Bahrein: poche chiacchiere, l’esercito saudita imbocca la King Fahd Causeway, la sopraelevata che congiunge l’Arabia Saudita al piccolo arcipelago, e va in soccorso del cugino Hamad bin Isa al-Khalifa. Nessuna dichiarazione di principio, neppure lacrimogeni, colpi veri, subito.

Si parla a nuora perché suocera intenda: gli iraniani sono avvisati, liberi di accopparsi fra di loro e di rimanere sciiti, ma non pensino disturbare Saudi Oil, Our oil. Povera Eni, lupo solitario nel deserto libico.

di Rodolfo Visser – Limes, rivista geopolitica

26 gennaio 2011

Cina, la disneyland della Rivoluzione

A Yan’an, punto d’arrivo della lunga marcia e prima capitale della Repubblica Popolare, il turismo rosso propsera. Divise in affitto, luoghi ricostruiti, battaglie replicate: lo spettacolo riparte ogni mattina.

La rivoluzione, diceva Mao Zedong, non è un pranzo di gala. Ma, settant’anni dopo la Lunga Marcia che sfociò nella nascita della Repubblica Popolare, anche la culla storica della rivolta – Yan-an, la prima capitale della Cina comunista di Mao – viene data in pasto ai turisti.

È qui, in quello che il sio web dell’ente del turismo definisce la “città natale della rivoluzione”, che lo spettacolo della “difesa di Yan’an va in scena ogni mattina. Con centinaia di migliaia di turisti pazientemente in fila per assistere alla ricostruzione (con tanto di esplosioni e piroette aeree) della battaglia avvenuta nel 1947, quando gli uomini di Mao sbaragliarono l’esercito nazionalista di Chiang-Kai-Shek. Tursiti cinesi, certo, ma anche europei e americani.

L’ingresso è gratuito, ma con 15 yuan, un dollaro e mezzo, si può affittare per l’intera gioanta la divisa unisex della Guardia Rossa. Chi la indossa può partecipare allo spettacolo, restando ovviamente nelle retrovie. E scattare “finte” foto storiche nei luoghi, ricostruiti, dove vissero Mao e compagni.  In questa parte della Cina, il turismo “rosso” sta conoscendo un vero boom. Dieci milioni di visitatori solo nel 2010, il 37 per cento in più dell’anno precedente. Sono soprattutto giovani professioniste a compiere questa sorta di pellegrinaggi culturali, alla riscoperta dei luoghi storici della rivoluzione, “per ritrovare”, ha detto al New York Times lo storico Tan Huwa dell’Università di Yan.an, “i valori che portarono alla nascita della Repubblica Popolare”. Forse. Certo, il turismo rosso trasforma la città in una roccaforte capitalista. Sono soprattutto gli amministratori pubblici e i piccoli imprenditori locali a trarne vantaggio: in città i prezzi sono a dir poco turistici. Del resto, il Comune ha speso 128 milioni di yuan (circa 19 milioni di euro) per rinnovare piazze, costruire alberghi e musei e assumere perfino un regista per la coreografia della battaglia. E pazienza se Zhang Yimou, il regista di Lanterne Rosse e Hero che ha curato nel 2008 le coreografie delle Olimpiadi, non sia stato disponibile. Il ritmo della battaglia delizia i turisti ugualmente. Ma chi ha davvero vissuto quella storia piange lacrime amare. Sidney Rittenberg Sr, lo studente del partito  comunista americano che nel 1940 raggiunse Mao proprio a Yan’an unendosi all’esercito rosso (ha vissuto in Cina fino al 1980), tornato di recente nei luoghi della sua giovinezza, ne è rimasto sconvolto. “Hanno distrutto l’ultimo luogo storico della Cina” ha detto al New York Times, “trasformando in una finzione degna di Disneyland”.

di Anna Lombardi – Il Venerdì

19 gennaio 2011

Alta moda: il Veneto ormai è tutto cinese.

In Veneto un imprenditore della moda su quattro è cinese. È nei distretti manifatturieri e nel contoterzismo, leva forte della produttività, la maggiore concentrazione degli imprenditori asiatici. “I cinesi? O lavori con loro o chiudi” si sente dire sempre più spesso in Riviera del Brenta, dove c’è il distretto della calzatura più strutturato d’Italia. Louis Vuitton, Chloé, Saint Laurent, Gucci e Dolce e Gabbana affidano i loro campionari alle 700 piccole aziende della Riviera, dove hanno aperto per gemmazione almeno un centinaio di laboratori cinesi “regolari” negli ultimi due-tre anni. “Sono tomaifici e produzioni di semilavorato – dice Giuseppe Baiardo presidente dell’Acrib, l’associazione che fa capo al distretto – la verità è che   tutta la parte manuale delle produzione è in mano ai cinesi”. Come giudica le aziende che si affidano ai laboratori cinesi? “È una necessità, lo faccio anch’io. Se non ci fossero loro dovremmo delocalizzare tutti. Provate ad andare nelle concerie di Arzignano nel Vicentino, entri nelle fabbriche e ti sembra di essere all’estero”.

I CINESI PERÒ non sono solo manodopera, diventano anche imprenditori alla svelta. “Hanno una spiccata mentalità imprenditoriale come noi veneti” racconta “l’indiano”. Lo chiamano così perché fa abbigliamento in pelle, ha due laboratori a Noventa Padovana, produce per i grandi marchi di abbigliamento. Quasi il 50 per cento dei suoi dipendenti sono cinesi, venti su 45 operai. “Quando si sposano non ricevono regali ma soldi per aprire un piccolo laboratorio, racconta   Baiardo. E ancora: “Quando ho assunto i primi, dieci anni fa, mi volevano restituire i soldi ad agosto perché non sapevano nemmeno cosa fossero le ferie. Ora leggono le buste paga meglio di noi, e vanno dai sindacati appena qualcosa non va. Però delle regole se ne fregano”. Che vuol dire? “Seguendo la legge 626 sulla sicurezza gli ho comprato le scarpe antinfortunistica, il caschetto e tutta l’attrezzatura. Ma non c’è modo di fargliela mettere: non vogliono, hanno caldo, si rifiutano. E io devo abbozzare. Quando quelli della mia generazione andranno in pensione rischiamo di lasciare il distretto in mano ai cinesi”. Per i veneti un’anatema che si ripete: “Diventeremo come Prato”.    Una possibilità che sembra lontana per ora, anche se i dati inediti raccolti da Confartigianato (in una ricerca dal titolo: “Assalto al manifatturiero”) rilevano che in   Veneto la metà delle 4 mila imprese a conduzione cinese operano nella moda, e rappresentano un quarto dell’imprenditoria del settore. “Sono dati allarmanti, servono misure straordinarie”, commenta Giuliano Secco responsabile Federazione Moda di Confartigianato. Nel terzo trimestre 2010 operano quasi 4 mila titolari di imprese individuali di origine cinese (dati Movimprese). I comparti con la maggiore consistenza sono tessile abbigliamento, pelli e mobili, seguiti a distanza da commercio e ristorazione.

I PUNTI DI FORZA della competitività asiatica sono noti: costi bassissimi, consegne estremamente rapide, alta flessibilità.   Ma anche i margini di irregolarità sono elevati. “Si è riscontrato – dice Secco di Confartigianato – che molto spesso i laboratori vengono fatti aprire a dei prestanome controllabili, in realtà la regia è gestita da altre persone sempre le stesse, tipo capi clan locali. I laboratori, una volta ottenuta la partita Iva, iniziano a lavorare notte e giorno per un anno e mezzo senza versare un euro di Iva. Questo perché non superando i due esercizi fiscali riescono a evitare i controlli”.    Margini di competitività basati spesso su manodopera clandestina o peggio minorenne che hanno stritolato tante aziende locali.   Come alla Meeting di Fontanelle nel Trevigiano che commercializza abbigliamento sportivo dove i terzisti cinesi hanno affittato i locali ai piani inferiori, o alla Rr Sartoria di Mogliano che lavorava per Loro Piana, Armani e Dolce e Gabbana, costretta a dichiarare fallimento e mettere tutte le 44 sarte dipendenti in cassa integrazione. “Sono moltissime anche le stirerie nel Trevigiano e nel Vicentino   passate in mano ai cinesi, ma anche le camicerie, i piccoli laboratori di pellame, di trasformazione del denim e di lavorazioni artigianali del pronto e dell’alta moda” racconta un imprenditore di Treviso. Tutti vogliono rimanere anonimi, parlare della concorrenza “gialla” in Veneto è tabù. A Treviso Confartigianato della Marca ha istituito una commissione   mista assieme alla Guardia di Finanza per rendere più frequenti i controlli nei laboratori in odore di clandestinità.

A PADOVA, dove su 1.800 titolari del tessile abbigliamento 569 sono cinesi si vuole seguire il modello di Treviso. Idem a Rovigo, dove l’incidenza dei titolari “gialli” della moda è salita al 55,6% del totale degli imprenditori. Si perché se in tutte le province venete le imprese calano per effetto della crisi, quelle gestite dai cinesi aumentano, spostandosi nelle province meno controllate. Aumentano del 3 per cento gli imprenditori asiatici a Rovigo, Treviso (+2,7) e Vicenza, calano a Venezia e Verona dove si registra un -16,7 per cento. “Abbiamo fatto delle analisi per singoli Comuni – conclude Secco – che dimostrano come la Bassa Padovana e il rodigino siano le nuove grandi aree di conquista dei cinesi”.

di Erminia della Frattina – IFQ

Il governatore del Veneto Luca Zaia in una recente missione a Pechino (FOTO ANSA)

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10 dicembre 2010

Nobel Liu Xiaobao

Giro di vite delle forze dell’ordine cinesi per prevenire contestazioni. La polizia disperde una dimostrazione davanti alla sede delle Nazioni Unite. Black out tv e internet sulle notizie della cerimonia del premio ad Oslo. Anche l’Ue chiede che il dissidente venga rilasciato

Per Liu Xiaobao una sedia vuota Obama: "Suoi valori universali, liberatelo"

Il premio posto sulla sedia vuota

Una sedia vuota per il Premio Nobel per la Pace a Oslo, in una cerimonia simbolica che è un colpo fortissimo all’immagine della Cina. Il diploma nel quale si attesta il riconoscimento al dissidente Liu Xiaobo, bloccato agli arresti dalle autorità di Pechino, viene appoggiato sulla seggiola dove campeggia un ritratto dell’intellettuale cinese. A parlare in sua vece è l’attrice Liv Ullmann, che legge l’ultimo discorso di Liu, intitolato “Non ho nemici, pubblicato il 23 dicembre 2009, due giorni prima della condanna a 11 anni di carcere per istigazione alla sovversione.

Dopo aver posto il diploma rilegato del Nobel per la Pace 2010 sulla poltrona vuota del vincitore, il presidente del Comitato per il Nobel, Thorbjoern Jagland lancia un appello: Liu Xiaobo non ha fatto nulla di male e Pechino deve liberarlo. “Liu ha solo esercitato i suoi diritti civili”, afferma Jagland ricordando che la costituzione della Cina garantisce ai suoi cittadini “libertà di parola, di stampa, di riunirsi e di manifestare” e sottolineando che “negli ultimi 100-150 anni i diritti umani e la democrazia hanno guadagnato una posizione sempre più forte nel mondo”.

IL VIDEO DELLA CERIMONIA 1

Intanto a Pechino, dove il governo bolla la premiazione come “una farsa politica” che “non farà mai vacillare la determinazione del popolo della

Cina lungo la via cinese al socialismo”, regna una calma apaprente. I servizi televisivi trasmessi sulla vicenda da Bbc, Cnn e altre emittenti internazionali risultano oscurati, sul web la censura è pressoché totale 2: i siti delle stesse testate sono irraggiungibili da giovedì, quello della Commissione per il Premio Nobel è bloccato da settimane. Oscurato, naturalmente, anche l’appello rivolto da Barack Obama che oggi torna a chiedere la liberazione dell’intellettuale cinese spiegando che rappresenta “valori universali” e “merita il Nobel molto più di me lo scorso anno”. A sollecitare il rilascio immediato di Liu è poi anche Il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.

LA MOTIVAZIONE DEL PREMIO 3

Pechino nel frattempo è pattugliata come non mai da forze dell’ordine e poliziotti in borghese che reprimono un tentativo di manifestazione. Sotto controllo in particolare Piazza Tien An Men e la casa dove due mesi fa la moglie di Liu Xiaobo, Liu Xia, è stata sottoposta agli arresti domiciliari. Qui le forze dell’ordine allontanano anche un gruppo di diplomatici tedeschi che voleva incontrare la donna. Sotto sorveglianza gli uffici delle Nazioni Unite. Proprio davanti alla sede dell’Onu arrivano dei mezzi della polizia che disperdono un gruppo manifestanti che si erano dati appuntamento per dimostrare in favore di Liu Xiaobo. “C’era un nutrito gruppo di persone davanti alla nostra sede”, racconta un responsabile dell’Onu che chiede l’anonimato, sottolineando che erano “molti di più rispetto agli anni passati”. Sorvegliati con discrezione anche i dintorni dell’ambasciata norvegese.

L’ulteriore giro di vite scattato oggi fa seguito a un’azione di repressione e controllo che nelle ultime settimane è andata via via crescendo. Tutti i relatori cinesi – soprattutto avvocati esperti di diritti umani – invitati al “Rule of Law Dialogue” promosso ieri dalla rappresentanza Ue a Pechino sono stati trattenuti dalle autorità; una piccola pattuglia che va ad aggiungersi ai circa 250 attivisti dei diritti umani che secondo Amnesty International la polizia cinese ha fermato o sottoposto a sorveglianza negli ultimi due mesi, impedendo loro di lasciare il Paese nel timore che potessero recarsi a Oslo a manifestare solidarietà a Liu, detenuto in una prigione del nordest della Cina.

A fare da sfondo alla repressione delle forze dell’ordine cinesi, una campagna stampa che in questi giorni ha dipinto la scelta di premiare Liu Xiaobo come “un tentativo di processare la Cina”. “Oggi in Norvegia andrà in scena una farsa intitolata ‘La Cina sotto processo’ – si legge nel numero in edicola stamattina del quotidiano cinese Global Times – Stanno tentando di imporre alla Cina valori stranieri, cercano di descrivere ‘l’imbarazzo cinese’ ma, per quanto siano forti le opinioni dell’Occidente, non riusciranno a imbrogliare il popolo”. “L’assegnazione del premio a Liu Xiaobo dimostra le sinistre intenzioni dell’Occidente- scrive in un editoriale il Quotidiano del Popolo – e se quei pochi galantuomini che stanno ad Oslo, godendo dell’appoggio di alcune potenze occidentali, pensano di ottenere un applauso per via della fama che circonda il Premio Nobel, si sbagliano di grosso!”.

In questo clima di muro contro muro, da segnalare l’iniziativa di un gruppo di Premi Nobel per la Pace tra i quali figurano F.W. De Klerk, Jodi Williams, Shirin Ebadi, Maried Maguire, Elie Wiesel, John Hume, Betty Williams e l’organizzazione IPPNW, che ha sottoscritto una dichiarazione indirizzata al governo cinese offrendosi di fare da mediatori per l’avvio di negoziati volti a ottenere una rapida liberazione d Liu Xiaobo. “Noi sottoscritti, Premi Nobel Per la Pace – si legge nell’appello – lodiamo la Repubblica Popolare Cinese per l’espansione della libertà economica che ha consentito un considerevolmente miglioramento della vita di milioni di cittadini cinesi. Crediamo che una più vasta diffusione delle libertà umane contribuirebbe ulteriormente al successo e alla felicità del popolo cinese”.

Repubblica.it

Il était à la fois le héros et le grand absent de la cérémonie : le prix Nobel de la paix a été remis symboliquement, vendredi 10 décembre à Oslo, au dissident chinois Liu Xiaobo, qui le dédie aux “âmes perdues” dans la répression de la révolte de la place Tiananmen en 1989, selon le président du comité Nobel. Ce dernier a appelé à la libération de Liu Xiaobo, qui purge une peine de prison de onze ans en Chine, et a déploré qu’aucun membre de sa famille n’ait été autorisé à se rendre à Oslo pour recevoir le prix en son nom. Une chaise vide symbolisait l’absence du lauréat, dont le discours lors de son procès il y a un an a été lu par l’actrice norvégienne Liv Ullmann.

Un tiers des pays invités n’étaient pas représentés après l’intense campagne diplomatique de Pékin. La réaction hostile de la Chine prouve que ce choix était “nécessaire et opportun”, a estimé le président du comité, Thorbjörn Jagland. “Si le pays est capable de développer une économie sociale de marché tout en garantissant les droits de l’homme, cela aura un impact favorable énorme sur le monde. Sinon, il y aura le danger d’une crise sociale et économique […] avec des conséquences pour tous”, a-t-il dit. Barack Obama, qui avait obtenu ce prix l’an dernier, a appelé à la libération de Liu Xiaobo “au plus vite”, rappelant qu’il incarnait des valeurs “universelles”.

De son côté, la Chine a vivement condamné l’attribution du prix Nobel de la paix à Liu Xiaobo et renforcé sa surveillance de tous les dissidents et leurs proches ces dernières semaines. Alors que les autorités ont brièvement interrompu les reportages de la BBC ou de CNN consacrés à Liu Xiaobo ces derniers jours, et bloqué les sites Internet des deux médias, la presse officielle chinoise accuse l’Occident d’avoir profité du Nobel pour lancer une “nouvelle campagne de dénigrement” à l’encontre de la Chine.

MANIFESTATION DEVANT LE SIÈGE DES NATIONS UNIES À PÉKIN

La sécurité a été renforcée à Pékin, un grand nombre de véhicules de police patrouillant en ville, particulièrement autour de la demeure de M. Liu, de la place Tiananmen et de l’ambassade de Norvège. La police a empêché un groupe de diplomates allemands de s’approcher de l’appartement de M. Liu, où sa femme Liu Xia est supposée être en résidence surveillée.

 

La sécurité a été renforcée à Pékin à quelques heures de la cérémonie, un grand nombre de véhicules de police patrouillant en ville, particulièrement autour de la demeure de M. Liu, de la place Tiananmen et de l'ambassade de Norvège.

La sécurité a été renforcée à Pékin à quelques heures de la cérémonie, un grand nombre de véhicules de police patrouillant en ville, particulièrement autour de la demeure de M. Liu, de la place Tiananmen et de l’ambassade de Norvège.AFP/PETER PARKS

Ancienne figure du mouvement pour la démocratie en 1989, Liu Xiaobo, 54 ans, a été condamné le jour de Noël 2009 à onze ans de prison pour “subversion” après avoir corédigé la Charte 08, un texte qui réclame une démocratisation de la Chine. Cela fait deux ans jour pour jour vendredi que la Charte a été publiée, pour le soixantième anniversaire de la Déclaration universelle des droits de l’homme.

Une manifestation s’est déroulée devant le siège des Nations unies à Pékin vendredi, Journée mondiale des droits de l’homme, à quelques heures de la remise symbolique à Oslo du Nobel de la paix au dissident, a indiqué un responsable de l’ONU. “Nous avons vu un groupe important de personnes devant nos locaux, et il y avait plus de monde que les années précédentes pour la Journée mondiale des droits de l’homme”, a déclaré ce responsable sous le couvert de l’anonymat, sans préciser le nombre de manifestants. Selon un journaliste de l’Agence France-Presse, une quinzaine de véhicules des forces de sécurité se trouvaient sur place.

Le Monde.fr

Imprisoned in China and with close family members forbidden to leave the country, the Chinese dissident Liu Xiaobo was awarded the Nobel Peace Prize on Friday, an empty chair representing his absence at the prize ceremony here.

For the first time in 75 years, no representative of the winner was allowed to make the trip to receive the peace medal, a diploma and the $1.5 million check that comes with it.

The last time that happened was in 1935, when Hitler prevented that year’s winner, Count Carl von Ossietzky, who was imprisoned in a concentration camp, and indeed anyone from Germany, from attending the ceremony.

Noting Mr. Liu’s absence, the chairman of the Norwegian Nobel Committee, Thorbjorn Jagland, said to a standing ovation: “This fact alone shows that the award was necessary and appropriate.”

“It is no coincidence that nearly all the richest countries in the world are democratic, because democracy mobilizes new human and technological resources,” he said. “China’s new status entails increased responsibility. China must be prepared for criticism, and regard it as a positive, as an opportunity for improvement.”

Representatives from the 60-plus diplomatic missions accredited in Oslo normally attend the ceremony. But this year, 16 ambassadors, including those from China and Russia, declined to attend, Nobel officials said, although not all characterized their absence as a direct result of the intense pressure and threats of reprisal from China.

With no one to accept the Nobel medal and diploma, they were ceremoniously placed on Mr. Liu’s empty chair.

The Norwegian actress and movie director Liv Ullmann read a copy of Mr. Liu’s appeal to a Chinese court in December 2009, days before he was sentenced to 11 years in prison.

“I have no enemies and no hatred,” Ms. Ullmann read. “Hatred can rot away at a person’s intelligence and conscience. Enemy mentality will poison the spirit of a nation, incite cruel mortal struggles, destroy a society’s tolerance and humanity, and hinder a nation’s progress toward freedom and democracy. That is why I hope to be able to transcend my personal experiences as I look upon our nation’s development and social change, to counter the regime’s hostility with utmost goodwill, and to dispel hatred with love.”

President Obama, who won the peace prize last year, issued a statement saying Mr. Liu was “far more deserving of this award than I was,” and calling for his release “as soon as possible.”

“We respect China’s extraordinary accomplishment in lifting millions out of poverty, and believe that human rights include the dignity that comes with freedom from want,” the president’s statement said. “But Mr. Liu reminds us that human dignity also depends upon the advance of democracy, open society, and the rule of law.”

In Beijing, the Chinese authorities continued to pour vitriol on the award while intensifying their crackdown on scores of people they perceive as a threat.

The Norwegian Nobel Committee has said repeatedly that it did not intend to snub or attack China when it selected Mr. Liu, who has been a thorn in the government’s side for years but is better known outside the country than inside. Instead, the committee said, the point is to remind China that with power comes responsibility, and that economic growth should be coupled with political reform.

“The fate of China will be the fate of the world,” Mr. Jagland said on Thursday. “If China is able to develop a social market economy with full civil rights, it will have a positive impact on the world as a whole.”

Norway itself has been punished by China, which recently called the five members of the Nobel committee “clowns.” Among other things, China has indefinitely suspended bilateral trade talks between the two countries. The two countries have not spoken officially since Mr. Liu was announced as the winner of the prize in October.

Mr. Liu was detained in December 2008, after co-authoring Charter ‘08 — a call for reform and rights in China.

In Beijing on Thursday, Zhang Zuhua, a former official who helped write Charter ‘08, was forced into a vehicle by police officers, according to rights advocates, and dozens of other people were either confined to their homes or escorted out of the capital. At least one of them, the rights lawyer Teng Biao, was told by the police that he could return home on Sunday.

Blue construction panels went up in front of Mr. Liu’s apartment building in an apparent attempt to block the sightlines of foreign cameramen who gathered there throughout the day. Mr. Liu’s wife has been incommunicado inside her apartment since shortly after the award was announced two months ago and other members of Mr. Liu’s family have been under tight surveillance.

Her mother and one of his brothers were reluctant to speak to a reporter on Friday. In a text message, the brother, Liu Xiaoxuan, apologized, saying his phone was being monitored.

Calls to many of the 140 people in China whom Ms. Liu had invited to the ceremony yielded recordings saying their phones had been turned off. One of the few to pick up, Yu Fangqiang, the managing partner of an AIDS organization, said he could not talk because a minder was sitting at his side.

Wang Songlian, a researcher at Chinese Human Rights Defenders, said the tightened surveillance imposed on more than 300 people throughout the country rivaled the restrictions imposed during the 2008 Beijing Olympics and the 60th anniversary of the Communist Party’s ascension to power, which was celebrated last year.

Although the authorities have effectively silenced many of the country’s most prominent critics, Ms. Wang said such efforts were self-defeating. “China has tried so hard to show it can rise peacefully, but making people disappear doesn’t present a very good image to the outside world,” she said. “It just shows how fearful the government is of dissent.”

On Friday, Global Times, a nationalistic, populist tabloid affiliated with the party-owned People’s Daily, branded the ceremony a “political farce” and described Oslo as a “cult center.” Even as the state media railed against the award, censors meticulously scrubbed the Internet of any news stories or public comments that could be construed as sympathetic to Mr. Liu or the Nobel Prize. Broadcasts by news outlets like CNN and the BBC were blacked out, and their Web sites were inaccessible to those unwilling or unable to surmount the so-called Great Firewall.

By most accounts, propaganda officials had done their job well. In interviews with more than three dozen people across the capital on Friday, only a handful said they knew anything about Mr. Liu. Most of those who had heard that a Chinese citizen was the recipient of the peace prize parroted the government’s contention that the award was a Western plot to embarrass the country.

Even if she knew nothing about this year’s honoree, Xiao Feng, a 27-year-old food industry worker whose long red scarf matched her smartly designed glasses, said she thought he had probably done something to hinder China’s development. “I think this year’s prize is a little bit unfair,” she said. “From what I can tell, its purpose is to humiliate China.”

Nobel officials said on Friday that 48 countries had accepted the invitation while 16 ambassadors had declined.

The 16 absent envoys were from China, Russia, Kazakhstan, Tunisia, Saudi Arabia, Pakistan, Iraq , Iran, Vietnam, Afghanistan, Venezuela, Egypt, Sudan, Cuba, the Palestinian Authority and Morocco, the officials said.

News reports earlier put the number of stayaways at 19 or 20. About 100 Chinese dissidents attended.

The list of countries not attending includes Western allies, like Egypt and Saudi Arabia, which, irrespective of their international ties, resemble countries like China where power is centralized and dissent is not tolerated. The countries attending include the United States, many European nations and emerging economies like India and South Africa.

It was not the first time a prominent dissident had been awarded the prize: Andrei D. Sakharov, the Soviet physicist, the Polish labor leader Lech Walesa and the Burmese pro-democracy campaigner Daw Aung San Suu Kyi, have all been named winners and were represented at the Oslo ceremony by close relatives.

A group of Nobel laureates offered on Friday to mediate with the Chinese government in an effort to hasten Mr. Liu’s release. The laureates, including the former South African President F. W. de Klerk, the Iranian human rights lawyer Shirin Ebadi and the writer Elie Wiesel, signed a statement addressed to China’s government, requesting the opportunity to “discuss the status of Liu Xiaobo and to establish what steps might be taken to facilitate his early release.”

Sarah Lyall reported from Oslo, and Andrew Jacobs from Beijing. Alan Cowell and Richard Berry contributed reporting from Paris, and Elissa Gootman from New York. Jonathan Ansfield, Zhang Jing and Ashley Li contributed research from Beijing.

New York Times.com

El escritor y disidente chino Liu Xiaobo, principal autor del manifiesto democrático Carta 08, que hoy recibirá en Oslo el premio Nobel de la Paz, se convirtió el año pasado cuando fue condenado a 11 de años de cárcel por “incitación a la subversión de los poderes del Estado” en la víctima propiciatoria del Gobierno de Pekín para escarmiento de todos los opositores. El régimen afrontaba con temor 2009: a los aniversarios de los 20 años de la matanza de Tiannamen, los 50 de la ocupación del Tíbet y los 60 de la fundación de la República Popular se unía la crisis económica global, que ya estaba provocando los primeros conflictos sociales en el país en mucho tiempo.

Los documentos hasta ahora secretos de la activa Embajada de Estados Unidos en Pekín y de sus consulados en algunas de las principales ciudades chinas dan cuenta de estos temores y del antídoto empleado por las autoridades: incrementar de la represión de los disidentes. Los despachos diplomáticos también recogen la cólera del régimen por las protestas internacionales, sobre todo de Washington y algunas capitales europeas, contra la condena a Liu y más aún por la posibilidad de que el Comité Noruego le concediese el Nobel.

En una reunión del embajador Jon Huntsman con cinco prominentes abogados defensores de los derechos humanos, celebrada el 14 de diciembre del año pasado, éstos le informan que desde 2008 China ha entrado en su “peor periodo” en cuanto a abusos en materia de derechos humanos. Aseguran que muchos letrados han perdido sus licencias, se ha incrementado la presión sobre las ONG y se ha redoblado el hostigamiento a los disidentes, cuyos movimientos son restringidos y estrechamente vigilados. El año 2009 concluyó con el ciberataque a Google, la ejecución de un ciudadano de nacionalidad británica, la primera condena a muerte de un europeo en 50 años, y la sentencia contra Liu.

Cada vez más molesto

La condena del principal autor de la Carta 08, un manifiesto con 19 propuestas de reformas democráticas publicado en Internet en diciembre de 2008, desata una campaña internacional que es rechazada una y otra vez por los portavoces del Gobierno de Pekín con rutinarias respuestas sobre la “inaceptable intromisión en los asuntos internos de China” o la “independencia” de sus sistema judicial. Pero la protesta no cede y el Gobierno de Pekín está cada vez más molesto con el embajador norteamericano que, a tenor de los cables, no deja de interesarse por el caso Liu en sus contactos con las autoridades.

Un documento fechado el 12 de diciembre del año pasado recoge la reacción de Ding Xiaowen, subdirector del Departamento de las Américas del Ministerio de Exteriores. El alto funcionario advierte que Washington debe “de dejar de usar los derechos humanos como excusa para entrometerse en los asuntos internos de China” y que “los así llamados” abogados de derechos humanos y disidentes pretenden sacar adelante sus “intereses egoístas” atacando al Gobierno de Pekín. Ding recuerda que fue embajador en Botswana y que el primer derecho humano es tener “comida y techo” y que China “ha realizado grandes progresos en el bienestar de la gente” en las últimas décadas.

Las presiones chinas no tendrían efecto y peor aún, el Comité Nobel noruego anunciaba el pasado octubre que el premiado era Liu Xiaobo. Si ya cuando era una posibilidad, a principios de febrero, según atestiguan los cables diplomáticos, los portavoces del Ministerio de Exteriores chino la calificaban de una “completa equivocación”, su concesión desató una agresiva campaña de Pekín en todo el mundo para lograr el boicot a la ceremonia de hoy. Al menos 18 países fueron convencidos.

Una fuente protegida de la Embajada norteamericana en Pekín, como buena parte de las personas, en su mayoría disidentes, que desfilan por la legación, y que dice ser consejero especial del Comité Nobel noruego informa en marzo de 2009 de que Oslo ya había barajado la posibilidad de premiar a un ciudadano chino en 2008 pero que la celebración de los Juegos Olímpicos recomendaba aplazarlo y que el año en curso podría ser el momento apropiado. La fuente citada se reúne con las autoridades y propone una serie de nombres de activistas de los derechos humanos o incluso la posibilidad de repartir el premio entre tres “incluyendo a Deng Pufang, hijo de Deng Xiaoping, que sería aceptable para los chinos y representaría un impulso para los discapacitados”.

La idea es del agrado de Yao Shaojun, subdirector de la División de Derechos Humanos del Ministerio de Exteriores, que le confía su esperanza en que el premio vaya a parar a un chino y le sugiere que Deng sería una “buena elección”. Deng, hijo mayor del padre de la modernización china, de 66 años, quedó parapléjico tras ser arrojado por los guardias rojos por una ventana de la Universidad de Pekín en 1968, en pleno terror de la Revolución Cultural.

“Mata la gallina para asustar al mono”

Ese año 2009, el Comité Nobel baraja el nombre de Hu Jia, otro disidente encarcelado, pero será Liu finalmente el premiado un año más tarde. Y es contra él a quien las autoridades van a aplicar el refrán chino de “mata la gallina para asustar al mono”. Liu es detenido el 24 de junio y el día Navidad es sentenciado a 11 años de cárcel y dos más de privación de derechos políticos tras un juicio calificado de “farsa”, según los testimonios recogidos en los despachos de la diplomacia norteamericana, que duró apenas dos horas, las intervenciones de su defensa estuvieron limitadas a cinco minutos y se impidió la asistencia de su mujer y de los representantes de 14 embajadas y misiones extranjeras acreditadas en Pekín.

La Carta 08, exigiendo reformas democráticas, fruto de dos años de discusiones entre los intelectuales disidentes, fue tomada por los líderes chinos como “una afrenta al Partido Comunista y el Gobierno” como privadamente señalaban los funcionarios de Exteriores a sus interlocutores norteamericanos. La carta, publicada el 9 de diciembre de 2008 y firmada originalmente por 303 intelectuales -actualmente son más de 12.000- , nacía con voluntad de convertirse en un movimiento “virtual” y el régimen temía que pudiera fomentar la inestabilidad social en un momento de crisis económica.

El Gobierno hizo casi imposible acceder a ella en Internet y ha tenido un éxito parcial al lograr que el chino medio desconozca por completo su contenido, según los comentarios de los disidentes habituales de la Embajada de EE UU. El régimen se vio favorecido además por la profundidad de la crisis económica de EE UU que distrajo la atención de Washington para presionar en pro del respeto a los derechos humanos. Pekín aprovechó la circunstancia y desplegó una agresividad diplomática inusual como ocurrió en la Cumbre del Clima de Copenhague y testimonian numerosos cables que dan cuenta de las quejas de varios países europeos y asiáticos por la “arrogancia” y “groserías” de China.

Sed de libertad

La Carta 08 tampoco ha logrado galvanizar o unir a toda la oposición al régimen comunista. Numerosos intelectuales reformistas comentan a sus interlocutores estadounidenses que es demasiado “prooccidental”, que es “exagerado compararla con la Carta 77” de los demócratas checos porque carece del “sentido nacionalista” de aquellos y que no existe “sed de libertad” entre los chinos corrientes.

Otra fuente disidente también protegida que dice “conocer bien a Liu Xiabo” desde los tiempos de la revuelta estudiantil de Tiannamen, hace el comentario más demoledor. Liu y otros líderes de la Carta son los “típicos intelectuales chinos que creen que saben lo que es mejor para el pueblo chino”. Lui está “completamente desconectado” y no comprende a la juventud china ni el auge de del sentimiento populista entre ellos. Los jóvenes chinos de hoy forman parte del movimiento Anti-CNN que siguió a los disturbios del Tíbet en marzo de 2008 y “odian” a los intelectuales y a las élites que como Liu tratan de hablar por ellos”.

Un periodista influyente y también protegido hace un comentario menos amargo pero quizá más cínico. “Comprender donde está la línea entre liberal y disidente”, dice, “es crucial para sobrevivir en China”. Los liberales como yo trabajamos desde dentro para democratizar y reformar china. Los disidentes cruzan la línea y resultan heridos. Los disidentes son necesarios para la existencia de los liberales”. Liu Xiabo cruzó la línea. Puede que dentro de un tiempo algunas de las fuentes protegidas hoy vivan más seguras gracias a él.

di Luis Prado El Pais.com

空椅子為諾貝爾和平獎在奧斯陸,在一個象徵性的儀式上說,是一個巨大的打擊中國的形象。我們在多大程度上承認國家的持不同政見者劉曉波,鎖在北京當局拘留的,放在椅子上,那裡矗立著一座畫像在中國的知識分子。他的發言代表是女演員麗芙烏爾曼,誰讀的最後一次發言的劉,題為:“我沒有敵人,公佈 2009年12月23日,前兩天判刑入獄 11年因煽動顛覆。

(Trascrizione fonetica)

Kōng yǐzi wèi nuò bèiěr hépíng jiǎng zài àosīlù, zài yīgè xiàngzhēng xìng de yíshì shàng shuō, shì yīgè jùdà de dǎjí zhōngguó de xíngxiàng. Wǒmen zài duōdà chéngdù shàng chéngrèn guójiā de chí bùtóng zhèngjiàn zhě liúxiǎobō, suǒ zài běijīng dāngjú jūliú de, fàng zài yǐzi shàng, nàlǐ chùlì zhe yīzuò huàxiàng zài zhōngguó de zhīshì fēnzǐ. Tā de fāyán dàibiǎo shì nǚ yǎnyuán lì fú wū ěr màn, shuí dú de zuìhòu yīcì fāyán de liú, tí wèi:“Wǒ méiyǒu dírén, gōngbù 2009 nián 12 yuè 23 rì, qián liǎng tiān pànxíng rùyù 11 nián yīn shāndòng diānfù.

 

 

19 novembre 2010

La Cina in piazza contro i sequestri dei bambini

I genitori denunciano: “Pagano 6 mila euro i maschi, 500 le femmine”

Sono arrivati da tutta la Cina in segno di protesta, sotto lo sguardo vigile della polizia, innalzando cartelloni rudimentali con le foto dei loro figli scomparsi. L’insolita manifestazione di genitori nel centro di Pechino è la spia di un crescente malessere e ha lo scopo di sollecitare le autorità a un maggior impegno investigativo per fare luce su un fenomeno terribile: la scomparsa e la vendita di decine di migliaia di bambini ogni anno.

“MIA MOGLIE e io non possiamo starcene a casa con le mani in mano in attesa della polizia. Non possiamo fare a meno di continuare a cercare. Più si aspetta, minori sono le probabilità di ritrovare tuo figlio”, dice il padre di uno dei ragazzi, Liu Jungjun, scomparso quest’anno   .    Molti dei bambini di sesso maschile che scompaiono in Cina vengono venduti a coppie sterili che si rivolgono alle organizzazioni criminali per avere il sospirato erede maschio. Le femminucce   , invece, vengono avviate alla prostituzione o date in moglie nelle zone rurali più povere del Paese. La scelta politica della Cina di limitare la crescita demografica inducendo le coppie a non avere più di un figlio, ha portato a un notevole squilibrio numerico tra i due sessi tanto che ora ci sono molte meno ragazze che ragazzi. Secondo le informazioni fornite dalle organizzazioni umanitarie, i bambini vengono venduti anche per 6 mila euro mentre il prezzo per le bambine è inferiore ai 500 euro. Alcune finiscono per lavorare nelle fornaci dove si fabbricano mattoni, altre sono costrette all’accattonaggio nelle grandi città della costa orientale. Di tanto in tanto scoppia uno scandalo quando si viene a sapere che molti bambini rapiti vengono venduti agli orfanotrofi che controllano il mercato delle adozioni all’estero. I genitori che protestano a Pechino, che ormai costituiscono una vera e propria   rete di genitori disperati, si sono incontrati grazie a un sito web chiamato “Baby Come Ho-me” sul quale sono elencati oltre 2 mila bambini scomparsi. Alcuni temono di dire il loro nome   a causa della presenza degli agenti di polizia e molti se ne tornano a casa non appena le forze dell’ordine intervengono per disperdere i dimostranti. Le autorità hanno affrontato il problema lo scorso aprile con un’operazione in grande stile che ha portato alla scoperta di quasi 2.400 organizzazioni criminali e all’arresto di circa 16 mila persone.

MA IL RAPPORTO del 2010 sul traffico dei minori a cura del Dipartimento di Stato Usa sostiene che, malgrado alcune iniziative degne di nota, il governo cinese non ha fatto quanto avrebbe dovuto per eliminare la piaga del traffico di bambini e che continuano ad arrivare segnalazioni di bambini di entrambi i sessi costretti a prostituirsi. La Cina non fornisce dati ma, stando a quanto riferito da un documentario realizzato per una emittente televisiva britannica, ogni anno in Cina vengono rapiti per la strada circa 70 mila bambini. In un   Paese nel quale la rete di assistenza garantita dal welfare deve ancora essere costruita, un figlio è fonte di sicurezza in età avanzata. La preferenza per i figli   maschi è comune nella Cina rurale e le donne spesso ricorrono all’aborto se aspettano una femmina anche perché le severe leggi in materia di pianificazione familiare impediscono di avere più di un figlio o al massimo due. Ma questa preferenza per i figli maschi ha causato uno squilibrio numerico tra i due sessi che può avere conseguenze catastrofiche nel Paese più popoloso del mondo. In alcune regioni ci sono 130 uomini per ogni 100 donne mentre tale rapporto nei Paesi industrializzati e’ mediamente di 107 a 100.      Quando si sposano, le donne entrano a far parte della famiglia del marito e quindi non meraviglia il detto cinese: “Allevare una figlia è come annaffiare il giardino di un altro”.

I RAGAZZI, invece, quando diventano uomini possono coltivare i campi oppure andare a lavorare in città. Lo squilibrio numerico tra i due sessi ha creato una situazione di estremo disagio per gli scapoli cinesi che a volte hanno difficoltà a trovare moglie e per risolvere il problema sono entrate in gioco le organizzazioni criminali. È aumentato   in maniera esponenziale il traffico di ragazze vendute come mogli o come prostitute e dallo scorso mese di aprile, secondo dati forniti dalla polizia cinese, sono state immesse su questo   mercato illegale oltre 10.000 giovani rapite, tra cui 1.100 straniere provenienti dal Vietnam, dalla Cambogia, dal Laos e dalla Mongolia. Una madre di Datong, nella provincia di Shanxi, ha perso la figlia Wang Min nel 1997 e da allora non ha masi smesso di cercarla. “Quando è scomparsa mia figlia aveva appena otto anni. Oggi ne ha 21”, dice la madre con la voce rotta dall’emozione.    “Subito dopo la sua scomparsa mi sono rivolta alla polizia, ma non potendo fornire alcuna prova del rapimento, la polizia non e’ stata in grado di darmi alcun aiuto pratico. La sola cosa che posso fare e’ continuare a cercarla in tutti i posti in cui mi viene segnalata la sua presenza”. “Ho un altro figlio, ma continuo a sentire moltissimo la mancanza di Wang Min. Probabilmente se mi passasse accanto per strada non la riconoscerei nemmeno, ma non abbandonero’ mai la speranza di ritrovarla”, aggiunge. Il figlio di Li Ni   e’ scomparso a Xian nel febbraio del 2009. “Moltissimi genitori hanno cercato i propri figli in tutte le province della Cina dando fondo a tutti i loro risparmi”, dice Li Ni. “Sono fermamente intenzionata a ritrovare mio figlio e continuerò a cercarlo con qualunque mezzo. Non mi importa né quanto ci vorrà né quante sofferenze dovrò affrontare”.    “I rapitori dei nostri figli, ne sono convinta, sono degli esseri umani e hanno sentimenti come voi e me. So di un rapitore che essendo venuto a sapere dagli organi di informazione quanto dolore stava causando ai genitori del bambino che aveva sequestrato, alla fine ha deciso di restituirlo alla sua famiglia”, aggiunge Li Ni. “Forse un giorno anche mio figlio mi verrà restituito allo stesso modo.   Io fino a quel giorno continuerò a lottare per riabbracciarlo”.

di Clifford Coonan IFQ

(c) The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Bambini cinesi che chiedono l’elemosina (FOTO LAPRESSE)

 

18 ottobre 2010

Le segrete stanze dove si decide il futuro cinese

 

Plenum del Pcc: i 300 membri scelgono i leader del 2012

 

Il Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese, l’organo più importante del Pcc, è in seduta annuale da un paio di giorni, fino a lunedì, nel consueto mistero che accompagna i suoi lavori. La conferenza – che oltre alle linee economiche decide anche i 9 membri del Politburo, nonché il segretario generale del partito – riunisce i suoi circa 300 membri in un albergo a Pechino, senza che nessuna indiscrezione buchi il muro di silenzio intorno all’evento. Non si conosce un’agenda e come al solito poche sono le informazioni circa i futuri leader della Cina. Perché questo Plenum, oltre ad arrivare in un periodo burrascoso per il Celeste Impero, stretto tra pressioni per la rivalutazione dello yuan e la gogna mediatica per il Nobel al dissidente Liu Xiaobo (con una lettera di cento intellettuali che ne chiede la liberazione), deciderà   il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di politici cinesi, i primi liberi della vicinanza con il padre delle Riforme, Deng Xiaoping.    NEL 2012 infatti ben 5 tra i 9 membri del Politburo arriveranno ai 70 anni e dovranno ritirarsi. Tra loro il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao. Due autorità che arrivano   al Plenum in condizioni molto diverse: Hu Jintao – da sempre leader in equilibrio tra le diverse spinte del Partito – ne viene da un silenzio che ha segnato gli ultimi tempi di compromessi e congiure all’interno del gotha politico, come sempre avviene in occasione di incontri importanti. Wen Jiabao invece arriva alla conferenza con l’eredità mediatica delle parole incoraggianti   rilasciate alla Cnn sulle riforme democratiche e con un recente discorso su Hu Yaobang, l’ex leader cinese accantonato, la cui morte provocò l’ascesa del movimento nel 1989, che sapeva tanto di riabilitazione. Wen Jiabao, detto anche “Nonno   Wen” per la sua vicinanza alla popolazione nei momenti di terremoti e inondazioni, ha dato quindi un segnale preciso, che Hu Jintao sembra non avere voluto cogliere. Addirittura l’intervista del premier alla Cnn è stata censurata dal ministero della Propaganda: una   decisione seguita da una dura lettera di membri anziani del Partito in cui si chiedevano aperture democratiche.    Il Partito Comunista non è monolitico come spesso siamo portati a credere: al suo interno esistono correnti e battaglie non da poco, che seguono spesso peripli e traiettorie suggerite da legami, i guanxi, più che linee ideologiche. Si arriva così a un Plenum in cui le forze sembrano essere divise tra il gruppo di Shanghai che fa riferimento ai fedeli dell’ex leader Jiang Zemin, il cui uomo attuale di punta è Xi Jinping, e i populisti, ovvero i seguaci della linea dell’armonia suggerita da Hu Jintao e Wen Jiabao: due filoni che sembrano però sul punto di arrivare a un compromesso. Gli shanghaiesi sarebbero più improntati a proseguire con le politiche economiche (questo Plenum dovrà varare anche il nuovo piano quinquennale) mentre i   populisti da tempo predicano l’armonia, concetto confuciano circa il bilanciamento delle ingiustizie sociali.    L’ANNO SCORSO l’investitura di Xi Jinping – ovvero la nomina a vice presidente della Commissione militare centrale, premessa alla presidenza della Repubblica – fallì. Quest’anno pare non possa sfuggire, come indicano rumors attendibili. Per Xi Jinping, 54 anni, già a capo del Partito a Shanghai e della scuola di partito, pesa anche la sua provenienza: è infatti uno dei taizidang, il partito dei principi, figlio di Xi Zhongxun uno dei padri fondatori della Repubblica Popolare.   Quest’ultimo, fatto fuori un paio di volte da Mao, riuscì sempre a sopravvivere politicamente, finendo per appoggiare, nel 1989, proprio Hu Yaobang ricordato ultimamente da Wen Jiabao. Con Xi Jinping è probabile che gli aspetti e le riforme più politiche rimangano ancora indietro: recentemente l’attuale vice presidente ha bacchettato anche il capitalismo americano, chiedendo alla Cina una maggiore attenzione alle origini marxiste della Repubblica. A competere con Xi c’è Li Keqiang, 52 anni, profilo umanista, laureato in legge e protègè di Hu Jintao con cui ha condiviso la carriera nella Lega della Gioventù Comunista.   Li Keqiang, già segretario del Partito nel Lianoning, sulla carta appare più moderno e aperto di Xi: a Davos, all’ultimo Forum economico mondiale, fece un discorso su ambiente e sviluppo sostenibile che impressionò non poco la scena. A meno di sorprese sarà lui il premier del futuro, con Xi Jinping presidente e nuovo capo del paese: un gradino, rilevante, più in alto.

di Simone Pieranni IFQ

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