Posts tagged ‘USA’

8 luglio 2013

Salvate i soldati della libertà


Alcuni li chiamano talpe, o peggio spie. Altri evocano le gole profonde che negli anni ’70 permisero ai giornali di scoperchiare il Watergate. Sono i tecnici dei servizi segreti o i soldati o gli impiegati che rivelano, sui giornali, le illegalità commesse dalle proprie strutture di comando, dunque dallo Stato.

Oggi tutti questi appellativi sono inappropriati. Non servono a indovinare uomini come Edward Snowden o Bradley Manning: le loro scelte di vita estreme, inaudite. Non spiegano la crepa che per loro tramite si sta aprendo in un rapporto euroamericano fondato sin qui su silenzi, sudditanze, smorte lealtà.

Continuare a chiamarli così significa non capire la rivoluzione che il datagate suscita ovunque nelle democrazie, non solo in America; e il colpo inferto a una superpotenza che si ritrova muta, rimpicciolita, davanti alla cyberguerra cinese. Già nel 2010 fu un terremoto: i tumulti arabi furono accelerati dai segreti che Manning e altri informatori rivelarono a Wikileaks sui corrotti regimi locali, oltre che sui crimini di guerra Usa. Ora è il nostro turno: senza Snowden, l’Europa non si scoprirebbe spiata dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana (NSA), quasi fossimo avversari bellici. Perfino il ministro della Difesa Mario Mauro, conservatore, denuncia: «I rapporti tra alleati saranno compromessi, se le informazioni si riveleranno attendibili».

In un’intervista su questo giornale a Andrea Tarquini, il direttore del settimanale Die Zeit Giovanni di Lorenzo è più esplicito: “Snowden ha voluto mostrare all’opinione pubblica come i servizi segreti possono mentire, e le reazioni positive dei tedeschi al suo tentativo sono un cambiamento fondamentale per il mondo libero. Un terzo dei cittadini si dice disposto a nascondere Snowden. Un terzo, fa un grande partito”.

Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi: whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti. La costituzione è per loro più importante delle leggi d’appartenenza al gruppo.

Sono i cani da guardia delle democrazie, e somigliano ai rivoluzionari d’un tempo. Vogliono trasformare il mondo, rischiano tutto. Snowden dice: “Non volevo vivere in una società che fa questo tipo di cose. Dove ogni cosa io faccia o dica è registrata”. Sono convinti che l’informazione, libera da ogni condizionamento, sia la sola arma dei cittadini quando il potere agisce, in nome del popolo e della sua sicurezza, contro il popolo e le sue libertà. Come i rivoluzionari sono ritenuti traditori, da svilire anche caratterialmente. Infatti sono liquidati come nerd: drogati da internet, narcisisti, impolitici, asociali.

Ben altra la verità: le notizie date a Wikileaks usano entrare nella filiera «tradizionale», trovando sbocco su quotidiani ad ampia diffusione, attraverso articoli di giornalisti investigativi (è il caso di Glenn Greenwald del Guardian, cui Snowden s’è rivolto). Non sono rivelati, inoltre, i documenti altamente confidenziali. Siamo nell’ambito dell’atto di coscienza per il bene collettivo, non di gesti isolati di individui fuori controllo.

È utile conoscere il tragitto dei moderni whistleblower. Il soldato Manning a un certo punto non ce la fece più, e passò al fondatore di Wikileaks Assange documenti e video su occultati crimini americani: l’attacco aereo del 4 maggio 2009 a Granai in Afghanistan (fra 86 e 147 civili uccisi); il bombardamento del 12 luglio 2007 a Baghdad (11 civili uccisi, tra cui 3 inviati della Reuters. Il video s’intitola Collateral Murder, assassinio collaterale).

Accusato di alto tradimento è l’informatore, non i piloti che ridacchiando freddavano iracheni inermi. Arrestato e incarcerato nel maggio 2010, Manning è sotto processo dal 3 giugno scorso. Un “processo-linciaggio”, nota lo scrittore Chris Hedges, visto che l’imputato non può fornire le prove decisive. I documenti che incolpano l’esercito Usa restano confidenziali; e gli è vietato invocare leggi internazionali superiori alla ragione di Stato (princìpi di Norimberga sul diritto a non rispettare gli ordini in presenza di crimini di guerra, Convenzione di Ginevra che proibisce attacchi ai civili).

Gli stessi rischi, se catturato, li corre Snowden, ex tecnico del NSA: ne è consapevole, come appunto i rivoluzionari. A differenza delle vecchie gole profonde, i whistleblower militano per un mondo migliore. Sono molto giovani: Snowden ha 30 anni, Manningne aveva 22 quando mostrò il video a Wikileaks. Sono indifferenti a chi bisbiglia smagato: «Spie ce ne sono state sempre». Non fanno soldi. Alcuni agiscono all’aperto: Snowden ha contattato Greenwald, che da anni scrive sul malefico dualismo libertà-sicurezza. Altri rimangono anonimi finché possono, come Manning. Daniel Ellsberg, il rivelatore dei Pentagon Papers che nel ’71 accelerò la fine dell’aggressione al Vietnam, può essere considerato il capostipite dei whistleblower. Per lui Snowden è un eroe. Quel che ci ha dato è la conoscenza: esiste un’Agenzia, che nel buio sorveglia milioni di cellulari e indirizzi mail in America e nel mondo.

È vero quello che dice il direttore della Zeit: il giudizio dei cittadini tedeschi su Snowden segnala mutamenti profondi, il cui centro è un nuovo tipo di informazione, che passa attraverso la stampa ma nasce in internet. Il giornalista Denver Nicks, autore di un libro su Manning, sostiene che lo spartiacque fu il video Collateral Murder: “È l’inizio dell’era dell’informazione che esplode su se stessa”.

L’era dell’informazione sveglia il mondo libero, e non libero. Grazie a Snowden, e a giornalisti come Greenwald, l’Europa s’accorge di essere terra di conquista per l’America, trattata come Mosca trattava i paesi satelliti. Leggendo i rapporti dei servizi Usa pubblicati da Spiegel, i tedeschi scoprono di esser chiamati “alleati di terza classe”: non partner, ma infidi subordinati. La crisi dell’euro ha spinto Obama non a promuovere la federazione europea come l’America postbellica, ma a spiare i Paesi, le loro liti, le comuni istituzioni.

Indignarsi per l’intrusione imperiale non basta. Né basta rifiutare gli F-35. È su se stessa che l’Europa deve gettare uno sguardo indagatore, trasformatore, se vuol svegliarsi dal sonno che l’imprigiona in un atlantismo degenerato in dogma, e che la condanna a restare sempre minorenne. Un’Unione priva di una sua politica estera e di difesa, viziata per decenni dalla tutela americana: questo è sonno dogmatico. Come ipnotizzati, gli europei hanno partecipato alle guerre Usa anti-terrorismo senza mai domandarsi se avessero senso, se fossero vincibili.

Senza mai ridiscuterle con l’alleato. Senza chiedersi – oggi che regna Obama – se i droni che uccidono a sorpresa (i targeted killing in zone belligeranti e non: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia) siano internazionalmente legali. Dogmaticamente digeriscono una Nato che serve solo gli Usa, quando serve. È stato necessario Snowden per capire che gli Usa offendono la legalità che pretendono insegnare al mondo, e screditano le democrazie tutte.

Il 4 luglio, tanti americani celebreranno la Dichiarazione d’indipendenza manifestando in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, che vieta allo Stato di interferire nelle vite dei cittadini. Anche per l’Europa è ora di dichiarare l’indipendenza dall’alleato-segugio. Se avesse coraggio, esaudirebbe il desiderio di quel terzo di cittadini tedeschi che vuol offrire rifugio a Snowden, e protesterebbe contro il linciaggio giuridico di Manning.

Non troverà questo coraggio. Ma potrebbe accorgersi che i suoi cittadini, tutt’altro che minorenni male informati, la pensano diversamente. Orfani di una sinistra che trasforma il mondo, gli europei sono privi di propri whistleblower. È sperabile che ne avremo anche noi.

di Barbara Spinelli, La Repubblica

Barbara Spinelli

5 marzo 2013

Racist Incidents Stun Campus and Halt Classes at Oberlin

Oberlin College, known as much for ardent liberalism as for academic excellence, canceled classes on Monday and convened a “day of solidarity” after the latest in a monthlong string of what it called hate-related incidents and vandalism.

At an emotional gathering in the packed 1,200-seat campus chapel, the college president, Marvin Krislov, apologized on behalf of the college to students who felt threatened by the incidents and said classes were canceled for “a different type of educational exercise,” one intended to hold “an honest discussion, even a difficult discussion.”

In the last month, racist, anti-Semitic and antigay messages have been left around campus, a jarring incongruity in a place with the liberal political leanings and traditions of Oberlin, a school of 2,800 students in Ohio, about 30 miles southwest of Cleveland. Guides to colleges routinely list it as among the most progressive, activist and gay-friendly schools in the country.

The incidents included slurs written on Black History Month posters, drawings of swastikas and the message “Whites Only” scrawled above a water fountain. After midnight on Sunday, someone reported seeing a person dressed in a white robe and hood near the Afrikan Heritage House. Mr. Krislov and three deans announced the sighting in a community-wide e-mail early Monday morning.

“From what we have seen we believe these actions are the work of a very small number of cowardly people,” Mr. Krislov told students, declining to give further details because the campus security department and the Oberlin city police are investigating.

A college spokesman, Scott Wargo, said investigators had not determined whether the suspect or suspects were students or from off-campus.

Several students who spoke out at the campuswide meeting criticized the administration, saying it was not doing enough to create a “safe and inclusive” environment and was taking action only when prodded by student activists. But beyond the chapel, many students praised the administration for a decisive response.

“I was pretty shocked it would happen here,” said Sarah Kahl, a 19-year-old freshman from Boston. “It’s a little scary.” She said there was an implied threat behind the incidents. “That’s why this day is so important, so urgent.”

Meredith Gadsby, the chairwoman of the Afrikana Studies department, which hosted a teach-in at midday attended by about 300 students, said, “Many of our students feel very frightened, very insecure.”

One purpose of the teach-in was to make students aware of groups that have formed, some in the past 24 hours in dorms, to respond.

“They’ll be addressing ways to publicly respond to the bias incidents with what I call positive propaganda, and let people know, whoever the culprits are, that they’re being watched, and people are taking care of themselves and each other,” Dr. Gadsby said.

The opinion of many students was that the incidents did not reflect a prevailing bigotry on campus, and may well be the work of someone just trying to stir trouble. “It seems to bark worse than it bites,” said Cooper McDonald, a 19-year-old sophomore from Newton, Mass.

“I can’t see many of my classmates — any of my classmates — doing things like this,” he said. “It doesn’t reflect the town, either.”

He added: “The way the school handled it was awesome. It’s not an angry response, it’s all very positive.”

The report of a person in a costume meant to evoke the Ku Klux Klan added a more threatening element than earlier incidents. The convocation with the president and deans, originally scheduled for Wednesday, was moved overnight, to Monday. “When it was just graffiti people were alarmed and disturbed. But this is much more threatening,” said Mim Halpern, 18, a freshman from Toronto.

There were few details of the sighting, which occurred at 1:30 a.m. on Monday, Mr. Wargo said. The person who reported it was in a car “and came back around and didn’t see the individual again,” he added.

Anne Trubek, an associate professor in the English department, said that in her 15 years at Oberlin there had been earlier bias incidents but none so provocative. “They were relatively minor events that would not be a large hullabaloo elsewhere, but because Oberlin is so attuned to these issues they get addressed very quickly,” she said.

Founded in 1833, Oberlin was one of the first colleges in the nation to educate women and men together, and one of the first to admit black students. Before the Civil War, it was an abolitionist hotbed and an important stop on the Underground Railroad.

Richard Pérez-Peña reported from Oberlin, and Trip Gabriel from New York.

New York Times.com

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

22 febbraio 2011

Il caimano e le intercettazioni: balle a stelle e strisce

Blagojevich è uscito di scena per aver tentato di “vendere” la poltrona che era di Obama

Negli Stati Uniti “chi passa le intercettazioni alla stampa va in galera, e ci resta per molti anni”, ha detto Silvio Berlusconi. Cerchiamo di capire che succede in America, ne scopriremo delle belle. Scopriremo – se già non lo sapevamo – che le intercettazioni hanno fatto cadere il governatore dello stato di New York, Eliot Spitzer. Che aveva fatto? Aveva pagato le   costose prostitute del Vip Club Emperors (“Club Imperatori”). La più famosa, quella che si è guadagnata le copertine dei tabloid per le sue forme generose, si faceva chiamare Ashley Dupré,

Spitzer è uscito di scena per aver pagato le costose prostitute del Vip Club

ma il suo nome reale era nientemeno che Ashley Rae Maika Di Pietro. Passare un’ora con lei, però, costava un migliaio di dollari.    SULL’HUFFINGTON Post sono comparsi gli sms che il governatore mandava alle sue amanti a pagamento. A “Kristen”   , ad esempio, chiedeva: “Pls let me know if ‘package’ arrives 2mrw”. Ovvero: “Per favore fammi sapere se il pacchetto (con i soldi per la prestazione, ndr) arriva domani”. Nessun giornalista è andato in galera. A dire il vero, neppure Spitzer sta passando le sue giornate dietro le sbarre. Anzi, è finito a condurre un programma televisivo sulla CNN (nemmeno qui i confini tra politica e tivù sono così chiari).    “Le intercettazioni sono strumenti essenziali per le indagini   – aveva sottolineato Lanny Breuer, del dipartimento di giustizia di Washington, durante una visita italiana – la legislazione italiana, così come è stata finora, è stata molto efficace nella lotta alla criminalità organizzata”. La legislazione americana in tema di intercettazioni si basa principalmente sull’Electronic Communications Privacy Act del 1986, che consente di registrare una conversazione telefonica solo dopo aver mostrato una “probabile causa” di attività illegale, e dopo aver ottenuto un ordine dalla corte.    Passiamo ad un secondo caso americano, che tocca un altro ex governatore, Rod Blagojevich, già alla guida dell’Illinois.   Lui è uscito di scena per aver tentato di “vendere” la poltrona che era di Barack Obama. Quanto è stato eletto presidente, il suo seggio senatoriale di Obama è rimasto vuoto. Tocca al governatore del relativo Stato decidere il sostituto. Blagojevich voleva soldi dagli aspiranti senatori: è emerso da alcune intercettazioni, pubblicate dalla stampa e trasmesse dalle tv.    Quando Blagojevich ha saputo di avere il telefono sotto controllo, si vantò di non temere le indagini: “Che mi intercettino in pubblico o in privato – andava dicendo – vi posso assicurare che tutto ciò che dico è sempre legale”. E ancora: “Se qualcuno   vuole registrare le mie conversazioni, vada pure avanti, si senta libero di farlo: apprezzo chiunque mi registri in maniera aperta e conosciuta, ma coloro che vogliono farlo di nascosto, beh, gli ricordo che puzzano di Nixon e Watergate”.    IL RIFERIMENTO è interessante: lo stesso indagato sosteneva che finché le intercettazioni sono legali e trasparenti va tutto bene, perché il vero problema sono le registrazioni telefoniche clandestine, come quelle ordinate dal presidente Nixon contro i suoi avversari   democratici (proprio per questo fu costretto alle dimissioni).    Anche sulle intercettazioni illegali, comunque, il pragmatismo anglo-sassone vince sui libri del diritto. Prendiamo un terzo caso, catalogato nei manuali di giurisprudenza sotto il titolo   “Bartnicki versus Vopper”. Due esponenti del sindacato degli insegnanti in Pennsylvania vengono intercettati illegalmente, da uno sconosciuto. Dicono che se le loro richieste non verranno soddisfatte “andremo nelle nelle loro case, a buttar giù le loro verande”. La registrazione viene mandata in onda dalle radio locali. I due   esponenti del sindacato sostengono che la legge è stata violata. Il caso sale tutti i gradini del sistema giudiziario americano, arrivando alla Corte Suprema, che stabilisce: il primo emendamento della Costituzione (libertà di espressione) vince sul diritto alla privacy. Poco conta, insomma, se la conversazione è stata registrate illegalmente.

di Matteo Bosco Bortolaso – IFQ

Nixon e “Tutti gli uomini del presidente” L’inchiesta di Woodward e Bernstein svelò il Watergate

 

14 gennaio 2011

Lo sanno anche gli USA: inutile parlare di mafia col governo

Ingroia: “Volevano farsi un’idea, si sono rivolti noi”

Per capire le dinamiche di Cosa Nostra, per comprenderne gli affari e le infiltrazioni e proteggere gli investimenti americani in Sicilia e al Sud la diplomazia Usa non chiede informazioni al ministero dell’Interno o alla commissione Antimafia, ma alle persone che affrontano la mafia giorno per giorno: dallo scrittore Roberto Saviano al procuratore di Palermo Francesco Messineo e all’aggiunto Antonio Ingroia, ai prefetti di Reggio Calabria e di Messina, e persino ai religiosi sotto scorta come padre Luigi Merola, l’ex parroco di Forcella, e il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi. Sono state tutte fonti “sul campo” per il diplomatico americano J. Patrick Truhn, console generale a Napoli, autore di una serie di analisi contenute in cinque dispacci datati tra il 2008 e il 2009, indirizzati al Dipartimento di Stato e pubblicati la scorsa notte da Wikileaks. Così, per il capo del consolato generale Usa di Napoli, che dopo la chiusura del consolato di Palermo è diventata l’unica sede diplomatica del meridione d’Italia, la mafia potrebbe essere “tra i principali beneficiari” della costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, i politici italiani “fanno poco” nella lotta al crimine organizzato, mentre la Chiesa cattolica viene “spesso criticata per non assumere” forti pubbliche posizioni contro il crimine organizzato; quei “pochi preti che lo fanno” finiscono sotto scorta, e quindi, suggerisce il console, Washington potrebbe cercare una “maggiore cooperazione” con il Vaticano.

IN QUESTO desolante quadro etico il console americano individua una “bussola morale” per il Paese in Roberto Saviano, un autore “che è sulla buona strada per diventare un modello reale nella battaglia a camorra, ‘ndrangheta e mafia”. Lo scrive Truhn in un dispaccio inviato il 6 giugno 2008, sostenendo che “il libro e il film di Saviano sono fattori chiave per convincere gli italiani che la criminalità organizzata non è solo un problema meridionale, bensì un problema italiano”. Ma perché il console parla con gli uomini più esposti nella lotta alla mafia e non con gli apparati di contrasto istituzionale? “Questo bisognerebbe chiederlo a lui – risponde laconico Ingroia – scambiando opinioni con il console ho avuto modo di avere un’ulteriore conferma della curiosità tutta americana di farsi un’idea propria dei fatti, delle vicende e dei problemi che affliggono i paesi nei quali operano, e in questo caso l’Italia”. E aggiunge: “Mi sembra normale che il console americano utilizzi i canali non consolari e politici assumendo informazioni da chi è impegnato in prima linea, visto che la mafia è uno dei problemi principali del nostro paese. Forse perché siamo immersi in questa realtà, noi ce ne rendiamo conto di meno di quanto se ne rendano conto dall’esterno”. Non commenta il ministro Maroni, “rispondo con i risultati”. Non l’ha presa bene, invece, il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano: “Senza entrare in polemica con note interne, risalenti a più di due anni fa, relative alla diplomazia di un’altra nazione – dice Mantovano – sarei lieto di conoscere che cosa oggi il Console Usa a Napoli scrive ai suoi superiori a proposito del lavoro di contrasto alla camorra svolto negli ultimi due anni a pochi chilometri dalla sua residenza, in provincia di Caserta, e nell’intera area campana”. “Quanto poi all’interesse della mafia per il Ponte sullo Stretto – aggiunge Mantovano – viene da dire: ma che novità, da sempre le organizzazioni criminali cercano di infilarsi dove ci sono soldi!”.

E SUL PONTE il console Usa sembra avere idee chiare: “Servirà a poco senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria”, scrive ancora Truhn, che in un altro dispaccio analizza la situazione in Sicilia dopo lo scontro politico tra il governatore Raffaele Lombardo e “il partito del premier Silvio Berlusconi” : Il “grandstanding (teatrino, ndr) politico – scrive ancora il diplomatico – ha bloccato un’operazione di trivellazione per gas lo scorso anno e “minaccia di rinviare un importante sistema di comunicazione satellitare della Marina statunitense”, si legge nel dispaccio che denuncia le difficoltà di investimenti al sud: “Nonostante le imprese americane stabilite nel Sud (d’Italia, ndr) non si siano lamentate con il Consolato generale di Napoli della criminalità organizzata, innumerevoli potenziali investitori hanno espresso al nostro ufficio commerciale una certa riluttanza a investire per paura della mafia”. E conclude con un auspicio: Washington dovrebbe “comunicare al nuovo governo italiano che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata”.

di Giuseppe Lo Bianco – IFQ

Il progetto del Ponte sullo Stretto.  (FOTO ANSA)

 

 

Tag: ,
10 gennaio 2011

US: Stop Returns of Guantanamo Detainees Fearing Mistreatment

The US government should not forcibly return detainees to places where they fear ill-treatment without providing them a fair legal process to contest their repatriation, Human Rights Watch said today. The Obama administration on January 6, 2011, transferred detainee Saeed Farhi bin Mohammed to his native Algeria despite his expressed fears of abuse in his homeland – the second forcible US return to that country in six months. “A detainee who claims he faces danger upon his return should first be able to present those claims before a neutral arbiter,” said Andrea Prasow, senior counterterrorism counsel at Human Rights Watch. “The US should not compound the unlawful detentions at Guantanamo by sending people back to places where they may be mistreated.” Mohammed, 49, has been detained for more than eight years in Guantanamo. A court ordered his release after he challenged his detention in federal court. Although he sought release from custody, he told his lawyers he did not want to return to Algeria under any circumstances because he feared persecution from the Algerian government and Islamist militants. Mohammed worked as an itinerant laborer in Britain, France, and Italy in the 1990s and moved to Afghanistan months before the 9/11 attacks. After the US invasion of Afghanistan, he fled to Pakistan where he was taken into custody and transferred to Guantanamo in 2002. Rather than carry out forced returns, the Obama administration has resettled most Guantanamo detainees who fear persecution at home in safe third countries. However, in July 2010, the US transferred Algerian Aziz Abdul Naji to Algeria against his objections and without providing him an independent opportunity to contest his transfer. Mohammed’s is the second forcible transfer to Algeria.

A US federal judge ruled in November 2009 that Mohammed was being unlawfully held at Guantanamo and ordered his release. He was subsequently granted an emergency stay on his repatriation, but the lower court ruling was overturned at the appellate level and the US Supreme Court refused to stay his transfer pending appeal. Although his appeal is still pending before the Supreme Court, he was nevertheless transferred before the government even filed its opposition papers.

US officials say that Algeria’s human rights record has improved significantly over the past decade and in court filings in other Algerian cases, the US has asserted that the Algerian government has provided so-called “diplomatic assurances” – promises to treat returned detainees humanely. Human Rights Watch’s research has shown that diplomatic assurances provided by receiving countries, which are legally unenforceable, do not provide an effective safeguard against torture and ill-treatment. Algerian human rights groups report that torture and other cruel, inhuman, or degrading treatment are at times used on those suspected of terror links.

“An independent arbiter and not a self-interested US government should make the call as to whether or not Algeria is safe for Mohamed,” Prasow said. “Diplomatic assurances of another country are not reliable and provide no real protection.”

During the George W. Bush presidency, Human Rights Watch documented that detainees who were returned to Russia and Tunisia suffered abuse despite diplomatic assurances from the receiving countries that they would treat the detainees humanely.

According to the Convention against Torture, which the US ratified in 1994, no one can be sent to a country where there are substantial grounds for believing that the person would be in danger of being subjected to torture or other ill-treatment. The Committee against Torture, the international expert body that monitors compliance with the Convention against Torture, said in 2006 that the United States “should always ensure that suspects have the possibility to challenge decisions of refoulement [return].” The US government has previously resettled detainees who feared repatriation to safe third countries. These include detainees from China, Egypt, Libya, the Occupied Palestinian territories, Syria, and Tunisia. Some 26 Algerians were originally held at Guantanamo. Prior to Mohammed’s forcible repatriation, 10 Algerians had voluntarily returned to Algeria. Most of these were held incommunicado for 12 days by the Algerian Department of Intelligence and Security (DRS), as permitted under Algerian law. None of the men reported that they were physically abused while in custody. The Algerian government subsequently charged several of the returned men with being members of a foreign terrorist organization and tried them in criminal court. All were acquitted. One detainee, Ahmed Belbacha, who remains at Guantanamo, was tried in absentia in November 2009 and sentenced to 20 years in prison. Under Algerian law, Belbacha has the right to a new trial upon his return to Algeria. In addition to Belbacha, six other Algerians remain at Guantanamo, many of whom also fear being sent back to Algeria.

Although the Algerian detainees who were returned voluntarily to Algeria have not reported serious abuse, this should not be the basis for determining how future returnees will be treated. Some of the men who returned voluntarily were elderly, in ill health, or had wound up at Guantanamo as cases of mistaken identity. Some of the remaining detainees, though never accused of any crime, might be perceived by the Algerian government as more dangerous than those who previously returned.

“The US should provide medical and other assistance to those returned to Algeria so that they can reintegrate into society and repair their lives,” said Prasow.

Uhman Rights Watch

26 ottobre 2010

Caso Khadr, la banalità della pena

Il bambino soldato si dichiara colpevole. Un vittoria per il governo Usa che ha proposto il patteggiamento della pena.

“Io ho l’obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione”. (si legga anche qui)

Con queste parole indirizzate ai suoi avvocati, Omar Khadr – sangue pakistano, cittadinanza canadese – aveva messo un punto fermo: non sarebbe sceso a patti con il governo Usa, non avrebbe concordato la pena per mostrare al mondo l’arroganza della grande democrazia statunitense che condanna un bambino soldato al carcere a vita; per non creare un alibi alle corti militari di Guantanamo; per non spegnere la luce sul più infame campo di prigionia del pianeta. Ma alla fine, Omar si è piegato. Il 13 ottobre ha firmato un accordo con la procura militare (nelle mani del Pentagono) e ha accettato di dichiararsi colpevole di tutti e cinque i capi d’accusa – e anche di qualcosa di più – per evitare il carcere a vita. Khadr, catturato nel 2002 in Afghanistan quando aveva quindici anni, ha trascorso un terzo della sua vita nel campo di Guantanamo, Cuba. Accusato di aver ucciso il soldato delle forze speciali Usa Speers, di aver fiancheggiato al-Qaeda nella progettazione di attentati terroristici, di aver piazzato un Ied (improvised explosive device) e di spionaggio, il ragazzo fu portato nella base aerea di Bagram, Afghanistan, dove dietro minaccia di stupro collettivo (accertata e messa agli atti dal presidente della corte Patrick Parrish) e sotto tortura, avrebbe ammesso le sue responsabilità. Di tutto ciò, compresa l’uccisione del soldato Speers, non esiste alcuna prova o testimonianza che possa confermare la ‘confessione’ del bambino soldato. Omar Khadr era l’unico ‘ribelle’ rimasto in vita in seguito all’assalto di un edificio dove si trovava un gruppo di insorti che ingaggiò una lunga battaglia con le forze speciali Usa. Ferito in modo molto grave, fu curato e rimesso in sesto: c’era bisogno di qualcuno che pagasse per la morte del sergente Speers. Nel 2003 (si guardi il video a lato), il sedicenne Omar Khadr, nel corso di un interrogatorio effettuato da una delegazione canadese, denuncia in lacrime le torture subite; confida – con grande paura – di aver mentito, di aver ammesso le proprie responsabilità sperando che gli aguzzini statunitensi lo rilasciassero. Non andò così e anzi il piccolo prigioniero fu trasferito a Guantanamo.

Nella prima udienza di ieri, secondo gli accordi e come in una grande farsa – c’era anche la vedova Speers che testimonierà il suo dolore per la perdita del marito – Omar Khadr si è dichiarato colpevole. Solo con monosillabi, “Yes” e “No”, l’imputato a testa china eseguiva la sua parte rispondendo al giudice Parrish che gli chiedeva se avesse maturato da solo questa decisione – Yes – se gli fosse stato promesso uno sconto di pena – No – se fosse consapevole delle conseguenze della sua ammissione di colpevolezza – Yes. Come nella scena del Grande Inquisitore dei fratelli Karamazov, Omar è stato travolto dal monologo dell’onnipotente giudice che incarna i principi assoluti del governo degli Stati Uniti e del premio Nobel Barack Obama, sempre pronti a dare lezioni di democrazia, sempre pronti a indicare il rispetto dei diritti umani, sempre pronti a bacchettare le canaglie che non si piegano ai dogmi della comunità internazionale – che valgono per tutti, ma non sempre anche per Washington.

Con la dichiarazione di colpevolezza di Khadr, il governo Usa e Obama – che aveva promesso la chiusura di Guantanamo – escono con la faccia pulita, tanto da far dire impunemente al procuratore capo, capitano John Murphy: “Basta con la storia che Khadr è una vittima. Egli è un assassino e sono le sue stesse parole a condannarlo”. Incommentabile.

Secondo le rivelazioni del Washington Post, l’accordo prevede che Khadr venga condannato a otto di carcere, di cui ancora uno sul suolo degli Stati Uniti e gli altri sette in Canada, la terra natia. Ma il governo canadese, nonostante le battaglie delle opposizioni, dei gruppi che lottano per i diritti umani e una sentenza della Corte suprema canadese del maggio 2008 – secondo cui gli Usa stanno violando i diritti di un cittadino canadese – è rimasto inerte. Sono gli avvocati di Khadr ad accusare il governo per aver abbandonato il suo cittadino più debole nelle mani del governo Usa. Difatti, il portavoce del ministro degli Esteri canadese avrebbe commentato che la questione Khadr “è un affare privato tra il signor Khadr e il governo degli Stati Uniti d’America”. (Affermazione che riporta alla mente le parole del nostro ministro Franco Frattini, quando vennero arrestati – o rapiti – tre operanti di Emergency: “Voglia Iddio che i tre non siano responsabili…”)

“C’è del marcio in Danimarca”, faceva dire Shakespeare all’ufficiale Marcello sulle mura del castello di Amleto. Joyce Hedges, commentando sul Daily News l’operato del premier canadese Stephen Harper e la dichiarazione del ministero ha scritto: “Tappati il naso, Canada. Un tanfo pervade la nostra nazione”.

PeaceReporter.net

12 ottobre 2010

Il crollo dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti: dal 24° al 49° posto al mondo in dieci anni

Sia secondo studi della Columbia University, che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, gli Stati Uniti sono passati in appena dieci anni dal 24° al 49° posto al mondo per aspettativa di vita, circa 4.5 anni meno dei longevi giapponesi e 2.2 anni meno degli italiani, ventesimi.

Nel 1960 i cittadini statunitensi erano al quinto posto, solo dietro i paesi scandinavi, l’Olanda, l’Australia. Ci hanno messo 40 anni per perdere 19 posizioni e appena 10 per crollare di altre 25. Tra le cause di questo vero collasso nell’aspettativa di vita degli statunitensi vi sono l’obesità, il fumo, l’alcool, la cattiva alimentazione, le malattie mal curate, la violenza e altri problemi tipici di paesi ritenuti con indici di sviluppo umano ben peggiori.

E oramai non è più un tabù, perfino nei grandi giornali come il “New York Times” o il “Wall Street Journal”, parlare apertamente di “declino” nel paese di Barack Obama che comincia il nono anno di guerra in Afghanistan, fino a spingersi in alcuni casi a descrivere niente meno che “il collasso dell’impero statunitense”.

 

Varie statistiche analoghe a quella sull’aspettativa di vita confermano un abbassamento della qualità dell’esistenza che appare inarrestabile: alla fine del 2009 il National Center for Health Statistics collocava il paese al 30° posto al mondo per mortalità infantile, uno dei parametri fondamentali sullo sviluppo. I neonati statunitensi muoiono per motivi analoghi a quelli degli adulti e, a causa di un cattivo stile di vita “da poveri” (noi semplifichiamo ma qui trovate i dettagli) il numero dei prematuri, una delle prime cause di mortalità infantile, è più che doppio rispetto alla Finlandia. Il brutto è che se le Nazioni Unite sono sostanzialmente d’accordo e collocano gli USA al 33° posto, questi, per i calcoli della CIA, sono già scesi al 46° posto, in ogni caso dietro Cuba, che staziona intorno al 28°posto, praticamente alla pari con l’Italia. Inoltre tutte le statistiche o stime che si riferiscono al 2009 o al 2010 sono sensibilmente peggiori di quelle di appena uno o due lustri fa e, nonostante la crisi sia un fatto mondiale, non ci sono altri paesi che registrano discese così repentine negli indicatori di qualità di vita.

Anche dopo essere sopravvissuti ai primi dodici mesi, per i bambini e gli adolescenti statunitensi non è un bel momento. Secondo l’Unicef, tra le venti nazioni più ricche al mondo, gli Stati Uniti sono al penultimo posto per benessere dei bambini. Riescono a precedere la sola Gran Bretagna, ultima, in una classifica che vede l’Olanda al primo posto e l’Italia all’ottavo. Anche a scuola va sempre peggio. Gli alunni statunitensi sono al 27° posto su 33 paesi OCSE per risultati in materie letterarie e al 22° in materie scientifiche. Vuol dire che, per reggere il primato, non bastano più le eccellenze della Ivy League e la gran copia di premi Nobel, se le masse hanno un’educazione troppo scadente.

Sono molte le statistiche e le notizie che raccontano di un paese che si sta rapidamente spegnendo. Vanno dalla scarsa solidità del sistema bancario (secondo il World Economic Forum compete con quello venezuelano oltre il 100° posto al mondo) alla drastica riduzione dei trasporti pubblici. In città e paesi, per far fronte alla crisi si tagliano linee intere di bus e di treni. Studi ed inchieste descrivono l’indebitamento alle stelle come la necessità (sic) di accorciamento della scuola dell’obbligo in alcuni stati. Tutto ciò senza dimenticare la tragedia di oltre due milioni di persone recluse o il congelamento degli stipendi dei soldati in guerra. Alcuni osservatori interni parlano oramai apertamene di collasso dell’impero. Basta dare un’occhiata a questa nota del “New York Times” o a quest’altra del “Wall Street Journal” per capire che, dall’altra parte dell’Atlantico, qualcosa di epocale sta accadendo con una rapidità inattesa.

Sul WSJ, la bibbia del capitalismo mondiale, l’articolo citato racconta delle migliaia di strade che in varie regioni degli Stati Uniti hanno rinunciato ad asfaltare perché non ci sono più i soldi. John Habermann, un professore della Purdue University, conclude che gli Stati Uniti stanno tornando all’età della pietra, intendendo il pietrisco sul quale i cittadini del paese che ha inventato la civiltà dell’automobile, si devono sempre più spesso adattare a guidare. Se il professor John Habermann, che di recente ha intitolato un seminario “Back to the Stone Age”, dedicato proprio alla ricomparsa delle strade sterrate, esagera nelle dimensioni del salto all’indietro, Glenn Greenwald di Salon, e molti con lui, sono concordi su di un qualcosa che appena dieci anni fa non avremmo pensato di vedere nel corso delle nostre vite: il collasso dell’impero statunitense.

di Gennaro Carotenuto  http://www.gennarocarotenuto.it

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: