Si scrive intervento umanitario, si legge corsa al petrolio

L’ennesimo conflietto in un Paese ricco di greggio. quando le ragioni economiche fanno ombra a quelle etiche.

Il dubbio accompagna chi sta bombardando dentro e fuori la Libia: dopo le armi quale Paese sopravviverà? Soprattutto: quali mani sul petrolio? Nebbie anche se una certezza c‘è. Gli Stati Uniti vogliono rimettere piede in Africa per scendere nei deserti dell’oro nero partendo dal Mediterraneo. Il pericolo delle dittature (tribali per i doppiopetti del G8), è solo l’optional che conferma nel 2000 la storia del Novecento. Con la novità delle ombre cinesi, Ciad e Sudan e gli oleodotti in corsa verso il Mar Rosso mentre le 7, 8 o 9 sorelle stanno programmando pipe line destinate alla costa Atlantica per dissetare l’Occidente al quale il greggio non basta mai. E poi il Darfur delle tragedie: 2 milioni di profughi, 300 mila morti nella guerra-guerriglia, liquidata come scontro etnico religioso: arabi contro neri, musulmani contro cristiani, compassione un po’ razzista per nascondere il petrolio che sta venendo a galla nella savana della disperazione. Petrolio che gli oleodotti portano via adesso che il referendum l’ha liberato dalla sovranità sudanese. Insomma, scatoloni di sabbia e disperazione che galleggiano sull’oro. L’oro del Ciad a lungo conteso con la Libia. L’oro del Sudan, targato Pechino. Khartoum rinasce per braccia e capitali cinesi ormai protagonisti anche nel Sudan Meridionale, il quale aspetta l’indipendenza con i contratti già in tasca, ma di chi? Sempre cinesi, Total francese, India, Malaysia: Washington e Londra non possono solo guardare. Le trame degli affari da tempo prevedono “qualcosa”. L’altra urgenza americana alla radice dell’interventismo della signora Clinton (Obama dubbioso) è il controllo dell’energia che fa girare l’Europa, pozzi a portata di mano attorno al Mediterraneo. Mettere il naso nel gas e petrolio che fanno girare il Vecchio continente vuol dire controllare lo sviluppo di una concorrenza non irresistibile ma sempre fastidiosa. Ecco la Libia, guerra che non è una guerra, solo difesa dei diritti umani. Si continuerà a parlarne a lungo per i due Sudan, Darfur e Ciad sull’orlo di chissà quali battaglie. Bisogna dire che le guerre degli ultimi trent’anni sono state onorevolmente combattute col proposito di esportare democrazia attorno al petrolio. Iran-Iraq, 1980-1988, primo round. Protagonista il nostro amico Saddam al quale la Washington di Reagan assicurava armi e consiglieri militari, occhi della Cia e greggio da consegnare puntualmente alle multinazionali mentre i suoi pozzi fumano sotto i missili di Teheran. L’Arabia Saudita anticipava il prestito. Iran isolato per sempre nei discorsi di Saddam il quale non andava per il sottile. Tirava giù anche gli aerei passeggeri: nessun straniero doveva arrivare ad ascoltare le voci iraniane legate al resto del mondo dal filo sottile della Lufthansa. Circumnavigazioni interminabili per raggiungere la capitale di Khomeini le cui prediche dall’esilio avevano logorato lo Scià, sovrano dal medioevo ma a noi devoto: vacanze a Saint Moritz, eleganza regale e polizie feroci. A Saddam abbiamo affidato il compito di tamponare l’integralismo sciita, non importa come. Quando il suo gas nervino soffoca 5 mila curdi ad Halabja, provincia sul confine dell’Iran, Stephen Pelletier, ufficiale dei servizi Usa travestito da professore della Wars Army College, scrive sul New York Times che le sue ricerche hanno accertato la responsabilità del massacro: gas iraniano. Aria avvelenata da un cianuro sconosciuto agli iracheni. Chi riempiva gli arsenali di Baghdad sapeva di quali armi disponeva Saddam. “Accusare Saddam di genocidio non è corretto: solo propaganda khomeinista di chi vuol disinformare”. Nel processo che impicca il dittatore, si proibisce ai difensori di presentare la testimonianza di Pelletier nel timore di rivelazioni imbarazzanti. Il principale capo d’imputazione viene sbrigato in fretta. Anche perché un’altra accusa suscita il disgusto di chi deve giudicarlo. Prima di abbandonare il Kuwait, nella prima delle due guerre del Golfo, Saddam ordina di bruciare i pozzi dell’emirato che considera sua 13a provincia. L’ha occupata per ripicca Bush padre: non manteneva le promesse. Fiamme che commuovono le pompe vuote del nostro mondo. Indignano i mercati, scatenano il coro di chi pretende giustizia. E per dimostrare com’è rivoltante chi distrugge quel ben di dio, la Cnn inventa il gabbiano in agonia, ali infangate dal catrame bollente che copre il mare. Immagine d’archivio d’una petroliera naufragata in Alaska. Ecco perché Gheddafi dopo la morte dell’amico abbracciato quando governava, apre subito il cuore ai vincitori. L’insulto alla memoria lo terrorizza. Abbassa la voce e affida la riconquista della simpatia al folklore tribale. Apre il petrolio alle nostre brame senza preclusioni politiche. E la simpatia si scatena.    Due guerre del petrolio in 15 anni. Gli anni diventano 20, le guerre diventano 3. Da una parte musulmani seduti sul 75% delle riserve mondiali, dall’altra le nostre soffici città. Con un tesoro di 46,5 miliardi di barili, la Libia è la potenza petrolifera africana, due volte le riserve Usa. In lista d’attesa nelle guerre industriali Sudan, Darfur e Ciad, riserve che ingolosiscono i 5 Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu (Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) mentre si commuovono per i diritti umani.

di Maurizio Chierici, IFQ

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