Posts tagged ‘Corruzione’

9 dicembre 2013

Giornata contro la corruzione. Parte la campagna per aziende sanitarie “trasparenti”

Campagna “riparteilfuturo”: in tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche “entro gennaio nomina del responsabile locale anticorruzione, stesura del Piano triennale e pubblicazione delle informazioni sui vertici”. Al via la raccolta firme, nelle piazze e sul web

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Da oggi 9 dicembre, nella Giornata mondiale contro la corruzione, sul sito www.riparteilfuturo.it sarà la società civile ad attribuire a ogni azienda sanitaria un punteggio, partendo da un monitoraggio compiuto dalla rete “Illuminiamo la salute” promossa da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe. E prende il via in questi giorni una nuova petizione (nelle piazze e sul web), promossa da Libera e Gruppo Abele: obiettivo è che tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche presenti sul territorio italiano raggiungano al più presto il 100% di trasparenza e legalità. Gli indicatori sono tutti contenuti nella legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione. “Con la nuova raccolta di firme chiediamo che tutte le aziende sanitarie si adeguino a quanto previsto dalla legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione”, dicono i promotori.

 

Solo nel triennio 2010- 2012, in Italia sono stati accertati reati per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello. “La tutela della salute è un diritto fondamentale per tutti i cittadini e gli elevati costi della corruzione corrispondono in questo specifico settore a minori fondi per ospedali, medicine, assistenza sanitaria e sociale – sostiene la campagna -. Da 35 anni il Servizio sanitario nazionale offre a tutti senza discriminazioni cure e assistenza ed è fondamentale preservarlo. Ma i dati recenti sono allarmanti: nel 2012 il 5,6% delle risorse investite in Europa per la sanità è andato perso in illegalità e tangenti (fonte: Rete europea contro le frodi e la corruzione nel settore sanitario)”.

 

Da qui la raccolta di firme sui temi della trasparenza e della lotta alla corruzione nella sanità, in tanti luoghi d’Italia (qui l’elenco delle piazze con iniziative fino al 22 dicembre e in continuo aggiornamento) e sul web. La campagna monitorerà e vigilerà affinché entro il 31 gennaio 2014, senza ulteriori proroghe e rinvii, tutte le aziende nominino il responsabile locale dell’anticorruzione, predispongano il Piano triennale dell’anticorruzione e rendano pubbliche le informazioni sui vertici (cv, atto di nomina e compenso). E’ l’impegno “per un sistema sanitario pubblico trasparente e libero dalla corruzione, un sistema integro e efficace che renda conto di come spende le risorse pubbliche”. (ep)

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19 ottobre 2012

Davigo:“L’elenco di quello che manca è infinito”

Altro che brodino, come il Financial Times ha definito la legge anticorruzione. Per Piercamillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione, “se uno è rigoroso, fa le cose diversamente”. A partire da un certo regalino che il magistrato di Mani Pulite proprio non si spiega.    Dottor Davigo, cosa la stupisce di più di questa legge?    Direi il fatto che hanno dimezzato le pene previste nel caso di concussione per induzione. Perché l’hanno fatto?    L’Ocse chiedeva da tempo al-l’Italia di punire il privato che    paga il pubblico ufficiale, cioè    il concussore, e questa legge    lo prevede. Non basta?    No, perché così si aggira soltanto l’obbligo di punire chi dà denaro al funzionario pubblico, traendone vantaggi. Il concusso alla fine la fa franca. Viene punito, ma la pena è ridotta. E le norme favorevoli sono retroattive. Con il risultato che molti processi in Cassazione verranno annullati.    Meglio eliminare la retroattività?    No, meglio non ridurre le pene!    Quanto ci manca per essere    conformi alle richieste del-l’Europa?    Non so cosa fosse ottenibile, ma di certo l’Italia è ancora molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. Se solo ci fosse la volontà, basterebbe procedere in modo molto più semplice, copiando le convenzioni internazionali. Così saremmo conformi di sicuro.    Cosa cambia per quanto riguarda il traffico di influenze,    cioè quando i potenti si mettono d’accordo per darsi un    aiuto (illecito) reciproco?    In questo caso il vero problema è che la pena edittale prevista per questo reato (cioè la reclusione a tre anni) non consente le intercettazioni telefoniche. Ma come pensano di scovare questi reati? Li scopriremo solo se ce li verranno a raccontare.    Almeno, però, hanno aumentato i termini per la prescrizione da 7 anni e mezzo a 11 per i reati di corruzione, concussione per induzione e traffico di influenze. Basterà per terminare in tempo i processi?    C’è un equivoco di fondo. Non sono i termini di prescrizione a essere necessariamente troppo brevi, il problema è che in Italia la prescrizione comincia a decorrere non dalla scoperta del reato, ma da quando il reato è stato commesso. E di solito non si becca il criminale in flagrante. È ridicolo: in altri paesi, una volta che il processo comincia, i termini per la prescrizione non decorrono più. Poi c’è un’altra questione.    Quale?    Da noi ci sono 35 mila fattispecie di reati penali, e invece di ridurle, questa legge le ha ulteriormente aumentate. Rendiamoci conto che anche se abolissimo il 90 per cento dei reati, ne resterebbero ancora migliaia.    Forse però andrebbe introdotto il reato di autoriciclaggio. Oggi quelli che, ricevute le mazzette, usano i soldi per acquisti e investimenti, non vengono puniti.    Il ministro Severino ha detto che non voleva ritardare i tempi del disegno di legge, che se ne occuperà a parte. Forse ha ragione. Però noto che l’autoriciclaggio è stato inserito nella lista dei reati persino in Vaticano…    Hanno anche evitato di reintrodurre il falso in bilancio, cancellato dal governo Berlusconi.    Lasciamo stare, l’elenco di quello che manca è infinito.    Cosa pensa invece dell’incandidabilità? I condannati in via definitiva a pene superiori ai 2 anni dovranno mollare la poltrona.    Già. Peccato che oltre il 90 per cento delle condanne, anche quelle per concussione, tra rito abbreviato e attenuanti generiche vanno pesantemente sotto i due anni. E poi basta che uno patteggi per evitare la condanna. E quindi l’incandidabilità.

di Beatrice Borromeo, IFQ

Piercamillo Davigo Ansa 

19 ottobre 2012

Severino salvatutti

La legge anticorruzione approvata dal Senato è così anti che manderà in prescrizione un bel po’ di processi di concussione: quelli al pubblico ufficiale che chiede tangenti senza violenza o minaccia, ma “per induzione”, cioè con le buone maniere (“se non paghi, ti rovino”). Proprio ciò che sono accusati di aver fatto B., Penati, Tedesco e tanti altri politici che non hanno bisogno di puntare la pistola alla tempia di nessuno. Dei 36 processi pendenti in Cassazione per questo reato, con la nuova prescrizione ridotta da 15 a 10 anni, ben 17 si estingueranno entro aprile 2013. E con la prescrizione anche il mostro di Marcinelle diventa un giglio di campo. Ora però la ministra Severino del “governo degli onesti” annuncia: “Subito l’incandidabilità dei condannati”. Subito si fa per dire: è una legge delega al governo, che però ha solo 6 mesi di vita, poi ad aprile si vota. E per di più sarà in Gazzetta Ufficiale chissà quando, visto che governo e partiti vogliono emendare la legge appena varata in Senato, così dopo la Camera tornerà a Palazzo Madama. Ma, anche se si facesse in tempo con i decreti delegati, sarebbero incandidabili solo “i condannati definitivi a pene superiori ai 2 anni per reati contro la Pubblica amministrazione o di grave allarme sociale”, tipo mafia e terrorismo. Esclusi dunque finanziamento illecito, reati finanziari e fiscali. Ed escluso pure chi ha patteggiato (il patteggiamento non è equiparato alla condanna). Nel 2008, quando fu eletto l’attuale Parlamento, i pregiudicati erano 22. Uno è morto: Giampiero Cantoni (Pdl, 2 anni per bancarotta e corruzione). Se fosse sopravvissuto avrebbe potuto ricandidarsi: aveva patteggiato e la pena non superava i 2 anni. Vediamo i superstiti, escludendo gli ex radicali Rita Bernardini e Benedetto Della Vedova (cessione di hashish in campagne di disobbedienza civile) e Giancarlo Lehner (diffamazione), non certo indegni di sedere nelle istituzioni. Le maglie della Severino sono talmente larghe che non lascebbero a casa quasi nessuno: o perché la pena non supera i 2 anni, o perché il reato non rientra fra quelli previsti per l’ineleggibilità. Non sarebbe incandidabile Massimo Maria Berruti (Pdl, 8 mesi: favoreggiamento). Non Umberto Bossi (Ln, 8 mesi finanziamento illecito, 1 anno istigazione a delinquere, 16 mesi indultati oltraggio alla bandiera). Non Aldo Brancher (Pdl, 2 anni: ricettazione e appropriazione indebita). Non Giulio Camber (Pdl, 8 mesi: millantato credito). Non Enzo Carra (Udc, 16 mesi: false dichiarazioni al pm). Non Marcello de Angelis (Pdl, 5 anni: associazione sovversiva e banda armata, ma è roba vecchia ed estinta). Non Marcello Dell’Utri (Pdl, 2 anni e mezzo patteggiati: false fatture e falso in bilancio). Non Antonio Del Pennino (Pdl, 2 anni: finanziamento illecito). Non Renato Farina (Pdl, 6 mesi patteggiati: favoreggiamento in sequestro di persona). Non Giorgio La Malfa (6 mesi: finanziamento illecito). Non Roberto Maroni (Ln, 4 mesi: resistenza a pubblico ufficiale). Non Domenico Nania (Pdl, 7 mesi: lesioni). Non Domenico Naro (Udc, 6 mesi: abuso d’ufficio). Non Domenico Papania (Pd, 2 mesi: abuso d’ufficio). Resterebbe fuori Giuseppe Drago (Udc poi Pdl, 3 anni: appropriazione indebita e peculato), ma s’è già dovuto dimettere da deputato perché interdetto dai pubblici uffici. Alla fine la mannaia del “governo degli onesti” si abbatterebbe su tre soli senatori, ovviamente Pdl: Giuseppe Ciarrapico (7 anni e mezzo: ricettazione fallimentare e bancarotta fraudolenta), Salvatore Sciascia (2 anni e mezzo: corruzione) e Antonio Tomassini (3 anni: falso). Con tutto quel che si vede in giro, fanno quasi tenerezza: diamogli la grazia.

di Marco Travaglio, IFQ

11 ottobre 2012

Pechino e la slavina della corruzione

Corruzione e diritti umani: sono due ambiti per i quali la Cina – che si prepara al prossimo congresso del Pcc, il 18°, previsto per l’8 novembre – è attesa al varco. Il primo è un problema endemico del sistema politico e sociale nazionale, che le recenti vicende legate a Bo Xilai e allo scandalo causato dalla sua epurazione, hanno dimostrato appartenere anche ai livelli più alti dell’intellighenzia, e non covare solo nelle zone più periferiche del potere e del paese. Il secondo è un argomento scottante in tanti incontri internazionali e che spesso pone il Dragone in cattiva luce, nonostante i suoi progressi economici innegabili, rimanendo per altro un argomento del quale la Cina non rilascia da tempo numeri ufficiali.    A POCHE settimane dal congresso che segnerà il cambio di leadership del Partito arrivano due segnali: da un lato un piano quinquennale anti corruzione, con l’obiettivo di sterminare le cattive abitudini dei funzionari, dall’altro un Libro Bianco, primo nel suo genere in Cina, sulla riforma giudiziaria, nella quale per la prima volta viene balenata la possibilità di una riforma, ma non ancora un’abolizione, del campo di rieducazione.    Secondo quanto affermato da He Guoqiang, capo della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Pcc, negli ultimi 5 anni sarebbero 660mila i funzionari cinesi colpevoli di violazioni disciplinari. Molti sono finiti in carcere, 24mila, altri hanno affrontato sanzioni amministrative. Un problema che arriva anche ai livelli più alti del Partito, come ha sottolineato He, che ha citato il caso di Bo Xilai, ma anche quelli dell’ex ministro delle ferrovie e dell’ex sindaco di Shenzhen, tutti puniti duramente. Quella di stroncare la corruzione, o quanto meno dimostrare un impegno più attivo nel tentativo di combatterla , è un sentimento molto nitido nelle menti degli attuali detentori del potere: molti dei “potenti” di turno sono stati smascherati on line, colti nell’atto di indossare orologi o capi di vestiario troppo costosi per lo stipendio di un funzionario, che secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale di statistica, nel 2008, non superava i 5mila yuan, circa 600 euro. Lussi fuori luogo, tanto che il governo ha messo in piedi una scuola speciale per scovare il lusso di troppo.    E in questo periodo di cambiamento è arrivato anche il Libro Bianco sulle riforme del sistema giudiziario, che prende in esame una potenziale riforma del laojiao, il campo di rieducazione più noto con il termine di laogai (in disuso però dal 1990 e sostituito con un generico “prigione”). I laojiao vennero istituiti negli anni ‘50, per contrastare gli oppositori politici: campi di lavoro dove i condannati svolgevano mansioni pagati con un salario minimo. Oggi nel laojiao la polizia può mandare i condannati a 3 anni. Sono diminuiti i reati politici, ma continuano a essere un luogo in cui gestire al meglio i fastidi sociali del Partito comunista. Secondo le cifre fornite dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sarebbero circa 190mila i cinesi arrestati e detenuti nei 320 centri di rieducazione nel 2009 (la Cina ne denuncia la metà). L’opinione pubblica ha aumentato le critiche al sistema, specie dopo la storia che ha visto coinvolta una donna, condannata a 18 mesi in un campo di lavoro, perché aveva denunciato i documenti falsi di una corte, utilizzati a suo dire per diminuire le pene agli uomini che avevano rapito e stuprato sua figlia di 11 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

Bo Xilai    Ansa

5 ottobre 2012

Annientata la legge anticorruzione

Finalmente avremo una legge anticorruzione. Anzi, a favore. Dopo gli ultimi emendamenti del governo al ddl, che mercoledì varcherà la soglia dell’Aula del Senato, la sensazione è diventata una certezza: con questo provvedimento le cose cambieranno poco e resteremo lontanissimi da quel che ci chiede l’Europa.

DOPO L’ENNESIMA trattativa con i partiti di maggioranza, il Guardasigilli Paola Severino ha presentato tre modifiche: la prima riguarda la corruzione tra privati. Il ministro propone che si possa procedere solo se la persona offesa sporge querela, “salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nell’acquisizione di beni o servizi”. Tradotto: se io, amministratore di una società, causo un danno alla mia azienda per ricevere un favore personale, verrò punito solo se qualcuno avrà fatto una regolare denuncia perché i magistrati non potranno più procedere d’ufficio.    La seconda correzione riguarda il famoso “traffico di influenze illecite” su cui il Pdl ha fatto le barricate. La Severino ha ceduto a circoscrivere il campo di azione parlando di “atto contrario ai doveri d’ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”. Ovvero: se io chiedo un favore a un pubblico ufficiale che medierà per me in modo illecito, sarà punito solo se verrà meno a doveri d’ufficio, non se è riconosciuta “l’utilità” che ottiene con quel gesto, tipo lo scambi di benefici.    L’ultima modifica riguarda i magistrati fuori ruolo. A Montecitorio, l’ormai famoso emendamento firmato da Roberto Giachetti aveva stabilito che chi lascia la magistratura per ricoprire un incarico amministrativo pubblico lo può fare solo per cinque anni e poi deve tornare alle sue mansioni. Ora la Severino lo vuole allungare a dieci, anche continuativi. Non solo: quel limite ha delle eccezioni. Non si applicherà, infatti, a chi ricopre cariche elettive, o svolge il suo mandato presso gli organi di autogoverno, organi costituzionali come la Presidenza della Repubblica e le Camere o ha in carichi presso istituzioni europee, organismi internazionali, e anche rappresentanze diplomatiche. Quella che fu indicata, all’epoca dell’emendamento Giachetti, come la più penalizzata fu Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa.

LEI, GIÀ A CAPO dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia e nominata membro dell’Autorità della Privacy, si difende: “Sono totalmente disinteressata alla sorte dell’emendamento governativo sulla durata della permanenza dei magistrati fuori ruolo e sulle relative eccezioni. Ho infatti già maturato i requisiti per essere collocata a riposo, potendo comunque continuare a ricoprire il mio attuale incarico presso l’Autorità Garante”. Insomma, alla Iannini ormai non serve più, ma a qualche suo collega sì, ed è proprio lei a denunciarlo: “Sono quindi altri, tutti facilmente individuabili in ognuna delle eccezioni previste nell’emendamento, di cui i media dovrebbero occuparsi”. Con chiaro riferimento ai magistrati che siedono nelle istituzioni che godranno del beneficio.    Il Partito democratico si è detto soddisfatto della mediazione della Severino e ha deciso di ritirare i suoi emendamenti. Molto meno entusiasmo nel Pdl. Bocciate dall’esecutivo le cinque norme “salva-Ruby” e l’emendamento “anti-Batman”. Le rivedremo mercoledì in aula? “Non lo so – risponde Gasparri – è prematuro parlarne . Stiamo valutando”. Ma i numeri per l’approvazione non ce l’hanno, anche la Lega è contraria a emendamenti a “sorpresa”. Cioè dell’ennesima legge ad personam.

di Caterina Perniconi, IFQ

5 ottobre 2012

Operazione Gattopardo

C’ è un che di sospetto, fastidioso e ipocrita nella voluttà con cui i giornali e le tv che han tenuto il sacco alla partitocrazia senza partiti della Seconda Repubblica si sono messi all’improvviso a cavalcare il sacrosanto sdegno dei cittadini per gli scandali della cosiddetta politica. E c’è un che di stonato nelle copertine di Panorama sulla “Magna Casta”, nelle intemerate Mediaset dei Del Debbio (cofondatore di Forza Italia) e delle D’Urso: il replay dei peana di Fede-Brosio-“Sorrisi e Canzoni” a Mani Pulite per spianare la strada al Caimano. Non perché la cronaca non fornisca ogni giorno abbondante materia di scandalo. Né perché quanto emerge dai mille rivoli dell’eterna Sprecopoli non meriti attenzione e indignazione. Ma per altri tre motivi che speriamo di riuscire a spiegare senza essere fraintesi. 1) È molto tardi per denunciare ciò che da vent’anni era sotto gli occhi di tutti, anche se quasi tutti si voltavano dall’altra parte. Fino a qualche mese fa i pochi che osavano farlo (Stella e Rizzo, Grillo, Santoro, Gabanelli, Iacona, modestamente anche noi), erano bollati da giustizialisti, manettari, antipolitici, qualunquisti. Ora che i partiti son ridotti allo stato larvale è fin troppo facile, e comodo. 2) C’è un’evidente sproporzione fra lo spazio riservato sui media, dunque nell’“immaginario collettivo”, ai furtarelli dei rubagalline alla Fiorito e ai grassatori professionisti di soldi nostri che hanno prosciugato le casse dello Stato: grande industria, alta finanza, compagnie telefoniche, proprietari di cliniche private, ras dell’energia, dei rifiuti, delle concessioni, dell’asfalto, del cemento, della sanità privata con soldi pubblici, faccendieri, burocrati e boiardi, quasi tutti (direttamente o indirettamente, tramite compassi e grembiulini) infilati nelle proprietà di giornali e tv. Gente, perlopiù nota ai mattinali di procure e questure, che non paga mai o, se paga, gode di assoluta immunità mediatica. Tant’è che è sempre in pista e in pasta, travestita da nuovo che avanza. 3) Il rimedio che occhieggia dalla grande stampa al magnamagna dei partiti è, come nel ’94, molto peggiore del male che dovrebbe curare: quello che chiamano soavemente “Monti-bis”, ma con la figura prestigiosa e competente di Monti ha poco a che fare. In realtà è un maleodorante Gattopardo travestito da tecnico che, all’ombra di Monti, accrocca poteri forti e loschi (i soliti). E, con l’aria di cambiare tutto e liberarci dal male – magari con una finta legge contro i condannati in Parlamento e qualche taglietto alla Casta – si candida ad assaltare la diligenza in forme ancor più rapinose e pericolose proprio perché più subdole e meno smaccate. Per essere ancora più chiari: Fiorito sta bene dove sta, ma merita ben altra compagnia che i soliti ergastolani. Perché non bastano mille Fiorito, nemmeno se vivessero mille vite ciascuno, per sottrarre alla collettività i miliardi ingoiati dai Gattopardi camuffati da tecnici. Qui non si tratta di salvare i partiti che, a furia di Fiorito e Penati, si stanno suicidando da sé. Ma se la jeep di Fiorito, la festa dei porci travestiti da maiali, la fiera della castagna del consigliere Tizio, la sagra della nocciola dell’assessore Caio vanno in prima pagina, quanto spazio esigono le evasioni di Intesa, Unicredit e Montepaschi, i sussidi pubblici alla Fiat, le corruzioni dei Mercegaglia e dell’Ilva, le mazzettone della sanità lombarda, le indagini su Passera, i rapporti incestuosi fra Grilli e Orsi confinati in trafiletti a pagina 36? Attenti, siamo maestri nel ricascare sempre nello stesso errore: affidare la soluzione dei nostri problemi a chi li ha creati. O a chi rappresenta egli stesso il problema.

di Marco Travaglio, IFQ

3 ottobre 2012

Lodo Longo

Libera, Legambiente e Avviso Pubblico rivelano che a più di 1 italiano su 10 è stata chiesta una tangente. Report e il Fatto rivelano che più di 1 parlamentare su 10 è nei guai con la giustizia. L’Istat rivela che più di 1 italiano su 10 è senza lavoro. Se ne potrebbe persino dedurre che, se uno rifiuta una mazzetta a un parlamentare, resta disoccupato. Ma su queste prodigiose coincidenze statistiche si attendono lumi dal sen. avv. Piero Longo, difensore di B, che a Report ha dato spettacolo: “Per me può stare in Parlamento anche un condannato definitivo. Il Parlamento dev’essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta: perché dovrebbe essere migliore?”. Forse al nostro principe del foro sfugge l’etimologia di “elezione”, che deriva da “eligere”, cioè selezionare, possibilmente il meglio. Se lo scopo fosse riprodurre in scala la società, anziché eleggerli, tanto varrebbe sorteggiare i parlamentari tra le varie categorie, comprese quelle criminali. Anni fa, a Milano, imperversava una gang di cileni dediti al borseggio sui mezzi pubblici. Un giorno ne fu arrestato e processato uno. Il giudice gli chiese di declinare le generalità e gli domandò che lavoro facesse per vivere. Il tizio rispose: “Rubo i portafogli ai passeggeri degli autobus”. Il giudice replicò che quello era un reato, non un lavoro. Lui però insisté: “I miei amici mi hanno convinto a lasciare il Cile e a raggiungerli qui in Italia proprio perché mi hanno assicurato che avrei potuto guadagnare bene borseggiando la gente, sennò non sarei venuto”. Non sappiamo se il suo difensore fosse il professor Longo, ma se lo sarebbe meritato. Perché i due, a loro insaputa si capisce, ragionano esattamente allo stesso modo: rubare è un lavoro come un altro e i ladri han diritto di eleggere i loro bravi rappresentanti in Parlamento come qualunque altra categoria (gli amici del cileno non l’avevano avvertito che nel Parlamento italiano la lobby dei ladri è più nutrita ancora di quella degli avvocati). Ora che gli elettori sono alla disperata ricerca del nuovo che avanza, non resta che lavorare di fantasia. Grande successo avrebbe il Pdo (Partito degli omicidi), magari diviso in due correnti, Pdod (Partito degli omicidi dentro) e Pdof (Partito degli omicidi fuori), con piattaforme programmatiche semplici e comprensibili a tutti: la prima “uscire”, la seconda “non entrare”. Spopolerebbe poi, specie in certe zone del Sud ma pure del Nord, un “Forza Mafia”, coalizzato o apparentato con “Forza Camorra” e “Forza ‘Ndrangheta”. Invece il Pdno (“Partito Delinquenza non Organizzata”) rischierebbe continue scissioni, a causa della rissosità dei dirigenti e soprattutto della base, portatrice di interessi legittimi, ma confliggenti fra loro: difficile mettere d’accordo gli estremisti dell’assassinio con i moderati del sequestro di persona (l’ostaggio, almeno all’inizio, è preferibile vivo: rapire cadaveri non conviene). Per combattere l’astensionismo dilagante è poi consigliabile dare adeguata rappresentanza a categorie criminali colpevolmente neglette nell’attuale panorama parlamentare: se le Camere pullulano di esperti in corruzione, concussione, truffa, peculato, frode fiscale, falso in bilancio e mafie varie, non si vede perché trascurare i legittimi interessi di ricettatori, ladri di bestiame, rapinatori di banche (da non confondere con i banchieri), profanatori di tombe o bracconieri. E chi sono, figli di un dio minore? Fra l’altro, diversificando le tipologie penali, aumenterebbe di gran lunga le probabilità di una rapida approvazione della legge anticorruzione.

di Marco Travaglio, IFQ

2 ottobre 2012

Italia o Spagna purché se magna

Da giorni, a Madrid, migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento contro un governo che non sa far altro che tagliare sulla pelle dei lavoratori e degli onesti per salvare le banche. Eppure il governo Rajoy è stato appena eletto dagli spagnoli, mentre il nostro no, anzi si lavora per fotocopiarlo nella prossima legislatura infischiandosene del piccolo dettaglio chiamato elezioni. Ma davanti a Palazzo Chigi, a Montecitorio e a Palazzo Madama nessuno protesta. Nemmeno dopo aver visto la galleria di mostri messa in scena da Report, nella puntata di Bernardo Iovene sugli “onorevoli” condannati e inquisiti, con avvocati al seguito, che dovrebbero votare la legge anticorruzione. Il pluripregiudicato Del Pennino: “Non sta a me stabilire se un condannato possa stare in Parlamento, sono troppo coinvolto”. Povera stella. L’imputato (per corruzione aggravata da finalità camorristica) Landolfi: “Per me non dovrebbe starci neanche un indagato per reati minori, come all’estero. Ma in Italia non è così e chiediamoci perché”. Perché si svuoterebbero le Camere? No, “perché qui la magistratura non è al di sopra di ogni sospetto”. Il sen. avv. Longo, difensore di B: “Anche un condannato definitivo può stare in Parlamento: esso deve dare rappresentanza mediana al popolo, dunque gli eletti non devono essere migliori degli elettori”. L’idea che eleggere voglia dire scegliere il meglio non lo sfiora neppure, per ovvi motivi autobiografici: siccome il popolo contiene milioni di delinquenti, deve farsi rappresentare da 945 mezzi delinquenti, o da un delinquente sì e uno no. E lui si candida alla bisogna. Sennò evasori, corruttori, rapinatori, spacciatori, stupratori, pedofili, papponi, truffatori, assassini e mafiosi restano senza voce e la democrazia rappresentativa dove va a finire. Il pregiudicato Brancher sostiene di essere innocente perché lo dice lui, “fidatevi di me”. La prova? L’han condannato per aver intascato “200 mila euro da Fiorani nel 2001, quando l’euro non c’era ancora”: ecco, siccome erano lire e la condanna è arrivata “troppo presto”, è come se non le avesse prese. Notevole il filmato di Napolitano che lo nomina ministro del Federalismo e l’applaude pure. Betulla Farina, che ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, annuncia che si ricandida perché, sì, faceva la spia per il Sismi, ma agiva “in stato di necessità” e poi “Feltri mi dice sempre che sono un idiota”: meritava almeno la seminfermità mentale. E poi anche il popolo degli idioti merita una degna rappresentanza. L’on. avv. Sisto rivoluziona secoli di criminologia: l’anticorruzione è sbagliata perché “aumentare le pene non è un deterrente per chi commette reati”. Il deterrente è depenalizzarli, così sai che paura. L’on. Napoli contesta il nuovo reato di traffico d’influenze illecite, previsto dalla convenzione di Strasburgo e punito in tutto il mondo, perché “nessuno potrà più fare il sindaco” senza finire in galera. Lui lo dà proprio per scontato che un sindaco traffichi influenze illecite. E che, non si può più neanche rubare in pace? Un po’ come gli imprenditori che truccano i bilanci: nel ’97, quando fu condannato Romiti, il Gotha dell’industria firmò un appello per depenalizzare il falso in bilancio in modica quantità. Nel 2002 fu accontentato da B. E ora l’avv. min. Severino, che difendeva i maggiori gruppi industriali, risponde dolente: “Per il falso in bilancio non c’è più tempo”. Oh che peccato. Ce l’aveva proprio sulla punta della lingua. Ma quando ci invadono gli spagnoli?

di Marco Travaglio, IFQ

14 aprile 2012

Sanità e fondi neri, la Lombardia fa il bis

É finito in carcere a Milano un uomo di punta di Comunione e liberazione, molto vicino a Roberto Formigoni. É Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità, democristiano. L’inchiesta della procura milanese è una costola di quella sul quasi crac dell’ospedale San Raffaele. Riguarda fondi neri per 56 milioni, 11 volte superiori a quelli contestati agli ex vertici della fondazione di don Luigi Verzè. Un flusso di denaro “trasferito indebitamente all’estero”, finito a Daccò e a Simone e proveniente dalla Fondazione Umberto Maugeri, un colosso della sanità.    Simone è accusato di “associazione per delinquere aggravata dal carattere trasnazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazione indebita pluriaggravata, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti” insieme al mediatore Piegangelo Daccò (in carcere da novembre per l’inchiesta San Raffaele), Umberto Maugeri, presidente dell’omonima fondazione, Costantino Passerino direttore amministrativo della Fondazione, Gianfranco Mozzali e Claudio Massimo, rispettivamente consulente e commercialista della Fondazione.

ECCETTO Umberto Maugeri, per cui sono stati disposti gli arresti domiciliari per motivi di età, ma che fino alle 21 di eri sera non erano stati eseguiti perché si trova all’estero, gli altri indagati sono stati arrestati dalle sezioni della polizia giudiziaria della procura di Milano. Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Vincenzo Tutinelli, si fa il nome di Formigoni. Nei mesi scorsi, quando i pm Orsi-Pedio-Pastore-Ruta hanno chiesto all’amministratore Passerino, allora non ancora indagato, come mai la Fondazione Maugeri aveva rapporti con Daccò, il manager ha risposto: perché Daccò ha solidi legami con il presidente Formigoni, legami utili per la Fondazione che aveva bisogno di convenzioni e rimborsi dalla regione Lombardia. Oltre agli arrestati ci sono altri cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi, per la gestione di un immobile. La Fondazione Maugeri, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce “una lavatrice di società estere”. Dal 2004 al 2009 attraverso un sistema di intestazione fittizia di beni e false fatturazioni sarebbero stati creati fondi neri per 30 milioni di euro finiti a società di Daccò. Quei soldi, Daccò li ha divisi con Simone. Sempre secondo l’accusa, dal 2009 al 2011 c’è un altro flusso di denaro “nero” verso Daccò e Simone, che ammonta a 26 milioni di euro. Questo filone d’inchiesta nasce quando i pm, che stanno indagando sul San Raffaele, si imbattono in un’operazione che vede coinvolto l’imprenditore Pierino Zammarchi (indagato). È lui che vende alla Fondazione Maugeri, nel luglio 2011, la Fondazione Ombretta, una casa di riposo che aveva avuto una concessione dalla Regione Lombardia per l’assistenza ad anziani. Per questa operazione Simone, secondo l’analisi della polizia giudiziaria, avrebbe incassato 5 milioni di euro che finiscono prima in Irlanda, poi in Canada e infine arrivano alla società di Daccò, Mtb. La stessa società alla quale, secondo la procura, arrivano decine di milioni di euro anche da altre Fondazioni.

A DARE UNA SPINTA    102alle indagini è stato Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò, anche lui indagato per il buco milionario del San Raffaele. È Grenci che spiega il giro dei soldi tra i conti di Lussemburgo, Madeira, Malta, Svizzera, Austria e Stati Uniti con fatture fittizie. Per esempio, a un certi punto la Fondazione Maugeri, avrebbe fatturato a Daccò 200 mila euro, invece dei reali 20 milioni per una serie di contratti di ricerca fasulli. Tra questi, anche uno studio sulla presenza di vita su Marte. Questo enorme flusso di denaro, 56 milioni, a cosa è servito? Al momento i magistrati non lo sanno. La cosa che avevano già verificato con l’inchiesta sul San Raffaele, è che Daccò ha molti interessi in Sudamerica (Cile, e Argentina in particolare ); in Italia possiede case in Sardegna e yacht. Su uno di questi, fu fotografato Formigoni. Non si sa neppure se i soldi finiti a Simone si fermano all’ex assessore oppure vanno altrove. Anche Simone è coinvolto nell’indagine sul San Raffaele. Nel dicembre scorso, Grenci spiega ai pm quali sono le società offshore riconducibili a Daccò. E viene fuori il suo nome “… Harmann fu costituita nel 2007 per svolgere consulenze in favore della Fondazione San Raffaele (…). In realtà l’unica fattura fu quella di 510 mila euro… Quasi tutto di questo importo (500 mila euro) Harman l’ha girato a Euro Worlwide (società nordamericana)… Mi ricordo che Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone”. L’esponente di Comunione e liberazione e Formigoni erano stati citati, nel settembre 2011, anche dalla testimone Stefania Galli, segretaria di Mario Cal, ex vicepresidente del San Raffaele: “Daccò ha usato l’aereo del San Raffaele (…) Ciò è avvenuto di recente in un viaggio in Brasile a cui hanno preso parte anche il dottor Cal (…) e Antonio Simone molto legato a Daccò. (…) Ricordo che una volta mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbero stati Daccò e Formigoni oltre ad altri passeggeri di cui non ho avuto contezza dell’identità”.

di Antonella Mascali, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

14 aprile 2012

Grazie, un’altra volta

Spiace per l’impegno profuso dalla ministra Severino che, dopo il pessimo inizio dell’indultino travestito da svuotacarceri, si sta dando un gran daffare per la legge anti-corruzione. Ma, se il punto di mediazione e di equilibrio fra gli appetiti e le paure del Trio Lescano (Alfano-Bersani-Casini) è l’abortino anticipato dai giornali, è meglio soprassedere e riparlarne un’altra volta: se e quando in Parlamento ci sarà una maggioranza interessata a combattere il malaffare e non a coprirlo. La cronaca politica cioè giudiziaria sforna a ogni minuto ottime ragioni per farla subito, domani anzi ieri, questa benedetta legge anti-corruzione, nel Paese che a ogni delitto fa seguire la prescrizione. I funzionari di governo chiedono le mazzette (ovviamente tecniche) addirittura nei loro uffici al ministero. Gli amichetti di Formigoni (i famosi “casi isolati”) portano in Svizzera 50 milioni a botta. Persino il rivoluzionario Vendola colleziona un avviso di garanzia al giorno. Non c’è angolo d’Italia, dalla politica alla sanità al pallone, che non sia infestato dall’illegalità (a parte i rari angoli dove la gente perbene si ammazza per mancanza di lavoro). Ma non c’è niente da fare: la cosca dei politici più stupidi (o più compromessi) della terra continua a cincischiare, a parlarsi addosso, a grufolare nella propria inconcludenza. La legge-brodino sui “rimborsi” elettorali non si fa né per decreto né per emendamento, cioè non subito: c’è tempo, campa cavallo. Non si rinuncia nemmeno alla tranche estiva di 180 milioni, perché Pd e Pdl si sono già mangiati tutto: non solo la piccola parte documentata, ma anche il resto che non risulta speso. Se ne deduce che sono peggio amministrati della Lega, che almeno aveva avanzato un sacco di soldi, tanto da spedirli a Cipro e in Tanzania: potrebbero chiedere a Belsito come si fa a risparmiare. Poi c’è la bozza di legge anti-corruzione, limata e leccata dalla Severino dopo le famose consultazioni separate con gli sherpa del trio ABC. Una barzelletta. I nuovi reati previsti dalla Convenzione di Strasburgo ’99 non ci sono (l’autoriciclaggio, chi l’ha visto?) o, quando ci sono (traffico d’influenze illecite e corruzione tra privati), sono puniti con pene finte: da 1 a 3 anni. Cioè si prescrivono prim’ancora della sentenza di primo grado. Poi c’è la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, la più grave: la pena massima sale appena da 5 a 7 anni, cioè la prescrizione aumenta da 7 anni e mezzo a 8 anni e 9 mesi, troppo pochi per arrivare a sentenza definitiva. La soluzione è nota: sospendere la prescrizione al rinvio a giudizio. Ma così i processi giungerebbero in fondo e i colpevoli finirebbero dentro: dunque in un Parlamento di condannati, inquisiti, imputati, prescritti e avvocati, è meglio di no. Il falso in bilancio è desaparecido: non se ne può nemmeno parlare. Così come di aumentare le pene per la frode e l’evasione fiscale (così gli evasori, scoperti nei blitz, continueranno a farla franca, a parte il terribile monito di Napolitano che li chiama “indegni della parola Italia”: quando si dice la deterrenza). Infine la concussione, che resta punita fino a 12 anni. Ma tranne quella per induzione, che cambia nome (“indebita induzione a dare e promettere utilità”) e pena massima (non più 12 anni, ma 8, e niente interdizione dai pubblici uffici). Così la prescrizione per B. nel processo Ruby scende da 15 a 10 anni. E il Pdl osa pure protestare, reclamando l’abolizione tout court della concussione “come ci chiede l’Europa” (che naturalmente non ha mai chiesto una boiata del genere). Le leggi penali durano anni, decenni. Sarebbe assurdo infilare nel Codice queste norme criminogene che sembrano dire ai tangentari: rubate pure, tanto non vi facciamo niente. Ministra Severino, lasci perdere. Concordare la legge anti-corruzione con questi politici è come se Alfredo Rocco, quando scrisse il Codice penale, avesse cercato le larghe intese col gobbo del Quarticciolo e la saponificatrice di Correggio.

di Marco Travaglio, IFQ

8 aprile 2012

Ronde, razzismo e Padania Perché dovremmo rimpiangerli?

Fa tristezza pensare alla Lega, come è finita. Ma non per il destino infelice di Bossi che cade dal trono. Fa tristezza pensare che questi della Lega, dopo l’immenso danno arrecato all’Italia e il cospicuo guadagno che alcuni di loro ne hanno ricavato, hanno dovuto dirsi da soli quello che sono. Buffoni, imbroglioni, traditori, gridava la folla degli ex elettori in strada. E dentro, dove vi descrivono abbracci e pianti fra guerrieri che si salutano, potete immaginare che cosa – in realtà – si sono detti, che carte hanno sventolato, quali riguardi hanno dedicato al vecchio capo che se ne andava. So benissimo che le urla di strada volevano essere di sostegno. Ma nella confusione le parole erano quelle.

NESSUNO può dire, con un minimo di faccia e di decoro che si tratta di una sorpresa e chi l’avrebbe mai detto, quei bravi ragazzi. Forse non si sapeva niente del Trota, dalla scuola al Consiglio regionale Lombardo al trofeo calcistico delle squadre dei popoli oppressi? Forse non ci avevano parlato loro stessi di Monica della Valcamonica che provvede a truccare le elezioni per aprire la strada al Figlio? Forse ci avevano ipocritamente nascosto il loro linguaggio da statisti? Borghezio, che è sempre rappresentante parlamentare della nostra Repubblica in Europa, ha mai negato, “cazzo” (sto citando suoi importanti discorsi politici) “se la vadano a prendere in culo e gli immigrati vanno buttati in mare” di esprimersi e com-portarsi come Lega comanda? Riconosciamo ciò che dobbiamo riconoscere. La Lega non ci ha mai mentito.

Durante la guerra contro Gheddafi i disperati fuggivano cercando soccorso in Italia e Bossi ha detto subito, a tutti i nostri microfoni “foera di ball”. Era ministro, quasi vice premier. Ed era ministro (dell’Interno) anche Maroni, quello che adesso invoca la pulizia. E volete che Marina militare e Forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza non ne abbiano tenuto conto nei crudeli e ripetuti respingi-menti in mare, prima fatti insieme a un Paese dispotico e senza diritti umani, la Libia, poi con la complicità di tutti coloro che hanno fatto finta di non sapere, col risultato di lasciar morire in mare uomini, donne, bambini, giovani donne incinte cui spettava il diritto d’asilo secondo le leggi del mondo?

CONGRATULAZIONI    agli uomini della Lega, d’accordo. Hanno compiuto, tra l’indifferenza di tanti, ciò che avevano promesso, e hanno incassato il dovuto e più del dovuto – il tutto girato alla famiglia – perché intanto consentivano a Berlusconi di governare e gli votavano leggi ad personam da avanspettacolo. Ma il più vergognoso discredito (e condanna dell’Alta Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani) a carico della Repubblica italiana, questo è il dono della Lega al Paese che l’ha accettata.    Ci sono due domande che tormenteranno chi ci seguirà nella storia. La prima è: ma c’era la Costituzione. Come hanno potuto i leghisti volere e ottenere la legge sulle ronde, le classi separate per i bambini non italiani (dunque in regime di apartheid) le impronte digitali per i bambini rom, il “pacchetto sicurezza” che assegna poteri del tutto arbitrari ai sindaci e sospende le garanzie fondamentali ai cittadini immigrati; centri di identificazione ed espulsione dove si può restare rinchiusi un anno e mezzo senza difesa e senza diritti nelle condizioni più disumane; il federalismo fiscale, penosa invenzione senza numeri e senza copertura di spese come mega manifesto elettorale da esibire, a spese di tutto il Parlamento in ogni manifestazione leghista; l’approvazione quasi unanime nelle due Camere di un Trattato di amicizia, collaborazione militare, scambi di basi e di segreti, respingimenti congiunti in mare di profughi e migranti, anche se titolari di diritto d’asilo? Come è potuto accadere senza una rivolta del Parlamento, prima di tutto della sua opposizione ?

La seconda è: ma come hanno potuto, stampa e televisione italiana, sottrarsi al dovere di denunciare all’opinione pubblica un partito che ha oscillato sempre fra il ridicolo (Calderoli con il lanciafiamme), il dileggio aperto alle istituzioni (“Signora, il tricolore lo può mettere al cesso”). E il gesto criminale di dare fuoco di notte ai giacigli di immigrati senza casa accampati a Torino sotto i ponti della Dora? O incendiare un campo rom per presunto stupro mai avvenuto? Per capire questo inspiegabile evento italiano mettete da parte due citazioni da editoriale di grandi quotidiani del 6 aprile. Prima citazione. “Bossi aveva tutti contro ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo una espressione geografica”. (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera) . Avete letto bene, “istanze nuove”. E il Nord di Olivetti, Agnelli, Pirelli, Pasolini, Montale, Visconti, il Nobel Dario Fo, prima di Bossi, era “solo una espressione geografica”. Seconda citazione. “Non lasciano da vincitori ma da sconfitti (Berlusconi e Bossi, ndr). Eppure sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi”. (Michele Brambilla, La Stampa). La cronaca vuole che la richiesta di onore delle armi (una sorta di funerale di Stato a un vivo) arriva proprio mentre, sempre sincero e privo di imbarazzo, Bossi ha fatto sapere che “è tutto inventato da Roma ladrona e farabutta”, con il consueto linguaggio di statista che “porta nuove istanze”. Ecco perché oggi, nel ricordare furti e ricatti e menzogne e delitti (i morti in mare) della Lega e il suo scempio di diritti umani, è giusto ricordare il mondo giornalistico italiano che ha reso tutto ciò possibile.

di Furio Colombo, IFQ

8 aprile 2012

Umberto è intoccabile. “Cacciamo il Trota”

  Pulizia, pulizia e pulizia senza guardare in faccia a nessuno!!! Rivoglio la Lega che conosco, quella dei militanti onesti che si fanno un culo così senza chiedere nulla in cambio, se non la soddisfazione di essere leghisti. Tutti a Bergamo martedì per la grande serata dell’orgoglio leghi-sta. Un abbraccio a tutti i barbari sognanti, passate una Pasqua serena”. Il messaggio più vero Roberto Maroni lo affida a Facebook. Dove non a caso si riferisce a quegli stessi “barbari sognanti” che ufficialmente ha sciolto. Tant’è vero che la sua richiesta di “pulizia” si traduce in un attacco esplicito del segretario del Carroccio di Brescia, Fabio Rolfi nei confronti di Renzo Bossi. Del quale vuole l’espulsione dal Carroccio assieme a quella dell’assessore regionale allo Sport Monica Rizzi. “È una decisione che spetta agli organismi superiori – spiega Rolfi –, ma io proporrò al direttivo (fissato per il 16 aprile, ndr) di chiedere l’espulsione dal movimento di tutte quelle persone che sono state coinvolte in questa vicenda”. Ancor prima che emergessero fatti come i soldi pagati per le lauree false o la passione per le macchine, la candidatura del Trota a Brescia a molti militanti proprio non era andata giù. Renzo Bossi oggi è diventato un po’ il simbolo di quella “Lega ladrona” che ai militanti proprio non va giù. E anche quello che deve pagare le sue colpe e quelle che al padre non si possono chiedere: in nome del bene della Lega nessuno (tranne Gentilini, il sindaco di Treviso che ha detto “non piango Bossi”) si scaglia contro il Senatur. E così il Trota è uno dei primi a rischiare un’epurazione, assieme a Rosi Mauro. La Rizzi si difende attaccando su Facebook Rolfi: tua moglie Silvia Ranieri ha avuto consulenze in Regione, dunque inizia a fare pulizia da casa tua, il messaggio. La guerra e le espulsioni sono già partite, dunque. Le sezioni della provincia di Varese hanno chiesto la testa del segretario provinciale, Maurilio Canton, colpevole di essersi schierato contro Bobo, partecipando alla contestazione organizzata venerdì dai bossiani in via Bellerio.    Intanto, nemmeno lo scandalo nel Carroccio fermerà la prossima rata del rimborso elettorale per le politiche del 2008: il 31 luglio i partiti metteranno le mani sulla penultima delle cinque tranche dei 500 milioni di euro complessivi. Circa 100 milioni da spartirsi.

MENTRE DETTA LA LINEA dura, Maroni però sta ben attento a proporsi come l’uomo dell’unità, a garanzia del partito. Ieri in un’intervista alla Padania in cui parlava di una “Lega potentissima” ed esortava ad andare avanti, “voltando pagina” e lasciandosi alle spalle “le divisioni” ha veicolato di nuovo il messaggio che è il caso di evitare una spaccatura vera e propria. Tra l’altro lasciando anche intendere che iI movimento tornerà al “progetto” originario. Di nuovo con Berlusconi? Non piacerebbe a chi, come Daniele Marantelli (Pd) spera con Bobo in una svolta a sinistra. Intanto, i suoi parlano per lui: “Penso che in una famiglia una persona che fa politica basti e avanzi e che la candidatura di Renzo abbia danneggiato per primo lui stesso”, dichiara Luca Zaia in un’intervista a Repubblica. Ed espulsioni sono anche quelle che chiede Matteo Salvini in un’intervista alla Stampa: “La base ci chiede di punire con estremo rigore chi ha le responsabilità”. Ancora i maroniani stanno organizzando per martedì sera a Bergamo una grande kermesse dedicata all’orgoglio padano. Ma non è chiaro se Bossi parteciperà.

Ieri il Senatùr, come tutti i sabati “caldi”, ha passato la giornata in via Bellerio. In processione da lui tra gli altri sono andati Speroni, Calderoli e Castelli. “Io adesso devo stare lontano, non posso fare altro , devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…”, ha detto. Perché l’”unica cosa che posso fare adesso è cercare di tenere unito tutto, tenere unita la Lega, evitare scontri tra i dirigenti. Li aiuto un pò… faccio quello che posso”. Dopo le dimissioni tra le lacrime, il mezzo dietrofront dell’altroieri (“La Lega è Bossi e Bossi è la Lega”) questa sembra la posizione che più di tutte va bene a chi gli sta intorno e soprattutto a Maroni che così può aspettare tranquillo che il cadavere del suo nemico passi del tutto.

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

20 marzo 2012

Moniti e pulpiti

Da che pulpito viene la predica”, dice il vecchio adagio. Ecco, le prediche non mancano mai: quel che manca sono i pulpiti, almeno quelli credibili. L’altro giorno, chiudendo le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica ha sventolato il tricolore e lanciato il suo monito quotidiano, esortando i partiti a “comportamenti trasparenti sul piano della moralità” e a “riforme condivise”. Peccato che le due cose non possano stare insieme: per “condividere” le riforme, bisogna coinvolgere partiti che non solo non garantiscono moralità, ma che han fatto dell’immoralità un programma di vita e di governo. Accanto a lui Schifani ridacchiava: forse, essendo indagato per mafia a Palermo, gli veniva da ridere pensando al suo pulpito. Due anni fa Napolitano e Schifani commemoravano un altro anniversario: il decennale della morte di Bottino Craxi. Il primo scriveva alla vedova deplorando “la durezza senza eguali” con cui il noto tangentaro era stato trattato. Il secondo piangeva in lui il “capro espiatorio”. Ecco: da che pulpito chi non riesce neanche a condannare l’immoralità di un politico pluripregiudicato invoca oggi più “moralità” in politica? Sempre a proposito di pulpiti, ecco la predica di Nicola Latorre al sindaco di Bari Michele Emiliano, che non è indagato, ma è finito nelle carte di un’inchiesta per aver accettato in dono una bottiglia di champagne e qualche cozza pelosa da un costruttore i cui parenti fanno politica nel Pd. Dice Latorre a La Stampa: “Chi si ritrova immerso nel ciclone giudiziario, arrestato o indagato, debba fare un passo indietro”. Verrebbe da dire: benvenuto nel club, meglio tardi che mai. Ma anche da domandare: questo principio, inedito in casa Pd, vale per tutti o è riservato, ad personam, a Michele Emiliano e solo ora che dà fastidio al Pd, proponendo una lista civica nazionale con De Magistris, Vendola, Di Pietro e movimenti di società civile per superare le sigle decrepite e screditate della politica? Il sospetto sorge spontaneo, tantopiù che lo stesso Latorre nella stessa intervista accusa Emiliano di “personalizzazione della politica” per “svuotare il ruolo e le funzioni dei partiti”. E allora da che pulpito predica Latorre? Da mesi il suo spirito guida Massimo D’Alema (anche se ora i due sono in freddo) è indagato a Roma per finanziamento illecito: e non per quattro cozze pelose, ma per i voli gratis che gli offrì una compagnia aerea che finanziava la sua fondazione e pagava mazzette al responsabile Pd per il trasporto aereo (già, perché il Pd ha pure un responsabile per il trasporto aereo). La Procura ha chiesto di archiviare D’Alema perché forse non sapeva che quei voli a decine di migliaia di euro erano a sbafo, e il gip non ha ancora deciso. Ma, a prescindere dal reato, i fatti non danno un bel quadro del rapporto fra politica e affari ai vertici massimi del Pd. Latorre ha forse chiesto le dimissioni di D’Alema quando fu indagato? Non risulta. Anche perché, se il nuovo principio fosse valso per tutti e per sempre, non solo per Emiliano e solo per oggi, nel 2007 Latorre avrebbe dovuto applicarlo a se stesso. Fu quando il gip Forleo chiese al Senato di autorizzare i pm a usare le intercettazioni del 2005 fra Latorre e alcuni furbetti del quartierino impegnati nelle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta, Magiste-Rcs e poi condannati per reati finanziari. Latorre parlava delle scalate con Ricucci e Consorte e, se il Senato avesse autorizzato l’uso delle sue conversazioni, sarebbe stato indagato per aggiotaggio. Invece il Parlamento salvò lui e due del Pdl (e lo stesso fece il Parlamento europeo per D’Alema), così la Procura di Milano non potè indagarli. A prescindere dai reati, è più grave trescare con una banda di fuorilegge che arraffano banche e giornali, o accettare quattro cozze pelose? Ora Latorre chiederà le dimissioni di Latorre?

di Marco Travaglio, IFQ

8 marzo 2012

Il partito più grande? Quello degli indagati

SARDEGNA    Si va dall’abuso d’ufficio per il governatore Ugo Cappellacci (Pdl), all’indagine per l’evasione fiscale per l’ex governatore Re-nato Soru (Pd); al peculato per 20, tra ex e attuali consiglieri, di cui la Procura di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio per l’utilizzo (nella legislatura 2004-2008) dei fondi destinati ai gruppi consiliari. Per Andrea Biancareddu (Udc) invece, il processo è già iniziato. Deve rispondere di usurpazione di funzione pubblica per aver continuato a occupare sino al 2007 un posto in Consiglio nonostante fosse stato dichiarato decaduto. Di poche settimane fa la richiesta di rinvio a giudizio per 20 consiglieri della passata legislatura indagati per peculato. Alcuni lo sono ancora: si tratta di Adriano Salis (Idv), Tore Amadu, Oscar Cherchi e Re-nato Lai (Pdl), Mario Floris (Uds), Alberto Randazzo (Udc): avrebbero utilizzato per fini diversi i soldi erogati dal Consiglio per l’attività politico-istituzionale dei gruppi.

TOSCANA    Il consigliere Gianluca Parrini (Pd) deve rispondere di abuso d’ufficio per una vicenda legata a una lottizzazione nel Comune di Barberino del Mugello. L’assessore all’Agricoltura Gianni Salvadori è indagato per la stessa tipologia di reato per una vicenda di fondi europei finiti a un consorzio diretto da sua moglie.

PUGLIA    Gianfranco Chiarelli, consigliere Pdl, arrestato per voto di scambio e rapporti con la mala. Salvatore Greco (Puglia prima di tutto) è indagato per associazione per delinquere e concorso in falso. Antonio De Caro, capogruppo Pd è indagato per tentativo d’abuso d’ufficio (sanità). Per Gerardo Degennaro (Pd) truffa sui fondi pubblici. Aurelio Gianfreda (Idv) è indagato per pedopornografia on line: divulgazione e condivisione di materiale pedo-pornografico (il pc è in uso al suo studio professionale ed è usato da molte persone). Arcangelo Sannicandro (Sel) indagato per presunti falsi in atti giudiziari prodotti per ottenere dall’Inps rivalutazioni di salario e indennità non dovute.

BASILICATA    Francesco Mollica (Mpa) e Franco Mattia (Pdl) devono rispondere di falso e truffa per aver ricevuto rimborsi spesi nella passata consiliatura avendo falsamente dichiarato il proprio domicilio. L’assessore alle Attività produttive, Erminio Restaino (Pd), è indagato su una vicenda che riguarda la gestione dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente.

LAZIO    Il 25 ottobre 2010 il consigliere Pdl Romolo del Balzo, subentrato a Claudio Fazzone, viene arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode in appalto pubblico.

VENETO    Marino Finozzi assessore al Turismo (Lega) e imprenditore (mobili)èindagatoaVicenzaper truffa in concorso con altri due imprenditori. Secondo l’ipotesi accusatoria non avrebbe onorato un debito contratto nell’ambito dell’attività imprenditoriale. Quando è scattato il pignoramento la sede della società era sparita. Risulta anche socio di Miver srl di Zanè con procedura fallimentare in corso. La Miver è invischiata anche in truffa ai danni di una conceria.

FRIULI VENEZIA GIULIA    Edouard Ballaman (Lega) accusato di peculato per l’uso dell’auto blu. Condannato dalla Corte dei conti a risarcire 10mila euro e rinviato a giudizio. Federica Seganti, assessore alle Attività produttive e al turismo della Lega è indagata per abuso d’ufficio dalla procura di Udine per un mega-spot sulle bellezze del Friuli venezia giulia, incarico dato a radio Rtl 102.5 in via diretta senza gara d’appalto a evidenza pubblica. La Corte dei conti ha chiesto anche alla procura la verifica per presunti danni erariali

CAMPANIA    Arrestati per camorra, il Pd Enrico Fabozzi e il Pdl Alberico Gambino. È stato “rimosso” dal consiglio Pietro Diodato (Fli) per gli effetti di una condanna passata in giudicato sui disordini ai seggi di Pianura durante le comunali del 2001. In consiglio siedono anche: Sandra Mastella (Udeur), due processi a Bene-vento per vari guai di pubblica amministrazione; Ugo de Flaviis (Udeur): imputato a Nocera Inferiore per un’alluvione quando era assessore regionale (e un recente avviso di concluse indagini per altra vicenda simile). Corrado Gabriele (Pd): imputato a Napoli per molestie sessuali alle figlie della ex compagna. Giuseppe Russo (Pd): imputato a Napoli per corruzione in un processo sulle speculazioni edilizie a Napoli est per fatti che risalgono a quando era consigliere comunale. Su Stefano Caldoro (presidente Pdl) pende un’inchiesta per epidemia colposa. Ernesto Sica (ex assessore Pdl) è indagato nelle trame P3 per i dossier contro Caldoro.

UMBRIA    Orfeo Goracci (Prc), vicepresidente del Consiglio, è accusato associazione per delinquere finalizzata a commettere reati come abuso d’ufficio, concussione, falso in atto pubblico e soppressione di atti pubblici. All’epoca delle contestazioni era sindaco di Gubbio. Eros Brega: (Pd) presidente del consiglio, indagato a Terni per peculato e concussione. Vincenzo Riommi (Pd) attuale assessore allo Sviluppo economico è indagato per abuso d’ufficio per un concorso pubblico. Luca Barberini (Pd) è indagato per concorso in abuso d’ufficio, sempre in relazione ad assunzioni.

ABRUZZO    Lanfranco Venturoni, Pdl, ex assessore alla Salute, indagato per corruzione nel megascandalo di Rifiutopoli. Daniela Stati, ex Pdl ora Fli, ex assessore alla Protezione civile, indagata per corruzione su Rifiutopoli e nell’inchiesta sulla ricostruzione post sisma. Indagata per la telefonata con Bertolaso in cui lui le dice che manderà a l’Aquila la Commissione Grandi Rischi a tranquillizzare la popolazione perché il terremoto era “una cosa mediatica”. Alfredo Castiglione, Pdl, vicepresidente del Consiglio, assessore alle attività produttive, indagato per un giro di consulenze e appalti (anche con fondi Ue) con il tentativo di Venturoni di far approvare un progetto di cooperazione con l’Albania affidato alla moglie. Claudio Ruffini, Pd, indagato per una storia di edilizia quand’era sindaco di Giulianova (concessioni a edificare per alcuni palazzi costruiti in violazione del vincolo paesaggistico).

PIEMONTE    I maggiori grattacapi per la giunta verde-azzurra di Roberto Cota sono arrivati dall’ex assessore alla Sanità Caterina Ferrero. Già “miss preferenze” del Pdl, è stata prima indagata poi arrestata nel giugno 2011 con l’accusa di turbativa d’asta per un appalto bloccato a favore di Federfarma Pie-monte e per un concorso di consulenza cucito su misura per un concorrente. Ma c’è di più: Ferrero, infatti, è nuora di Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, definito dalla procura di Torino “il biglietto da visita della ‘ndrangheta da spendere nel mondo politico e imprenditoriale piemontese”. In Consiglio regionale siedono tra i banchi della maggioranza anche l’ex assessore al bilancio Angelo Burzi, sotto processo per una vicenda di appalti negli ospedali torinesi e Michele Giovine, condannato a 2 anni e otto mesi per le firme false della sua lista “Pesionati per Cota”, determinante per la risiscatissima vittoria del presidente leghista.

VAL D’AOSTA    Il presidente Augusto Rollandin (Union Valdotaine) è stato condannato in via definitiva (e riabilitato) a 16 anni per turbativa d’asta nell’ambito del cosiddetto “scandalo del compattatore di Brissogne”. Claudio Lavoyer, ex assessore al Turismo condannato a un anno per lo scandalo dei ritiri d’oro della Juve.

LIGURIA    Alessio Saso, Pdl. Indagato per promesse elettorali a presunti affiliati alla ‘ndrangheta. Marco Melgrati, Pdl, ex sindaco di Alassio. Indagato oltre dieci volte soprattutto per reati urbanistici. Condannato in primo grado per una lottizzazione abusiva.

MOLISE    Il presidente Michele Iorio è indagato per abuso d’ufficio e indebita percezione di soldi ai danni dello Stato. Avrebbe ampliato il numero dei comuni colpiti dal terremoto del 2002. Il 22 febbraio è stato condannato in primo grado a 18 mesi di reclusione per abuso d’ufficio: il Molise ha dato due consulenze alla società in cui lavorava il figlio.

EMILIA ROMAGNA    Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd è indagato per abuso d’ufficio e turbata libertà degli incanti in relazione a concessioni di beni pubblici al tempo in cui era assessore del Comune di Modena.

Hanno collaborato: Pierluigi G.    Cardone, Erminia Della Frattina,    Vincenzo Iurillo, Emiliano Liuzzi,    Andrea Managò, Chiara Paolin,    Ferruccio Sansa e Cinzia Simbula, IFQ

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